“Forse là, dove danzano i girasoli” di Anna Maria Santoni Boselli , recensione di Lorenzo Spurio

Forse là, dove danzano i girasoli
di Anna Maria Santoni Boselli
Marco Serra Tarantola Editore, 2012
ISBN: 978-88-97107-81-1
Pagine: 170
Costo: 18 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La morte non distingue le frontiere e falcia in ogni direzione alla cieca troppe vite e le abbandona (p. 93).

 

9788897107811Forse là, dove danzano i girasoli di Anna Maria Santoni  Boselli è un manifesto della nostalgia e una roccaforte del ricordo che, pur a distanza di molti anni, non annuncia a sbiadirsi o a logorarsi. E’ un romanzo familiare, ma è anche e soprattutto un romanzo storico, perché la scrittrice inserisce le vicende della sua famiglia –trattate in maniera cronachistica e documentale- all’interno della cornice più ampia della storia contemporanea italiana, di quel periodo della storia disprezzabile, sofferto e dal quale prendere le distanze, allontanando, però, sempre la minaccia dell’oblio.

Si parla della nascita di un amore tra due ragazzi inesperti della provincia lombarda, del loro veloce matrimonio e della creazione di una loro famiglia, ma la guerra irrompe improvvisa e sgretolerà ogni sogno: l’uomo verrà mandato in guerra, nella campagna di Russia, e da lì mai più ritornerà: non conoscerà mai sua figlia, né si ricongiungerà all’amore di sua moglie che, straziata dal dolore, dovrà farsi forza per il bene di sua figlia e andare avanti.

Il libro è inoltre arricchito da documenti dell’epoca, quali biglietti privati scambiati da Rico, al fronte, con sua moglie o una sua foto in abiti militari, l’unica immagine che la scrittrice ha di suo padre. Ma su ogni cosa viene evidenziato quanto il potere dei pochi, quanto le decisione prese prepotentemente per il bene del paese, come quella di andare in guerra, abbiano conseguenze deleterie e inimmaginabili in modeste famiglie che, dall’oggi al domani si vedono private dei cari. Speranza, prima, dolore poi. Questa è la canonica mappatura dei sentimenti di una famiglia che attende a casa il ritorno di un suo congiunto.

Rico non ritornerà più e di lui non si sapranno più notizie certe. Il dramma della guerra a volte porta anche a questo, e la natura, quasi beffardamente, sembra riappropriarsi dei suoi uomini e inghiottirli dentro di sé, evitando di lasciare tracce: “Enrico non scrive più, disperso nella steppa russa, sepolta di neve ghiacciata, nessuno saprà più nulla di lui. Disperso chissà dove, forse sepolto, là dove, al suo ventisettesimo compleanno, danzeranno i girasoli” (p. 103).

Ma non è la natura ad essere sadica, è l’uomo che imbarbarito nella sua coscienza e illusosi di poter sfidare tutto, anche se stesso e Dio, ha prodotto abomini senza prenderne coscienza.

E di questa storia raccontata semplicemente, ma nei minimi dettagli resta l’amaro in bocca, un senso di dolore che mai potrà essere placato, perché qualcuno ha abbandonato la veste di uomo mortale assumendosi prerogative supreme (quella di dar morte), privando una giovane nascitura dell’affetto paterno.

Quanto Anna Maria Santoni Boselli racconta è pregno di ricordi dolorosi e sensazioni contrastanti vissuti sulla sua pelle rievocando momenti tragici della storia del Paese: la dittatura vista dagli occhi della scrittrice come il “Duce [che] continua ad urlare” (p. 66) e quei tedeschi poi futuri alleati stigmatizzati come “crucchi”.

Ma queste pagine non sono solo di Anna Maria Santoni Boselli, sono di tutti.

Sono di tutte le famiglie italiane che hanno sofferto una perdita in quel gravoso momento e mi sento di dire che possono essere anche riferite a ciascun tipo di guerra, privazione di diritti umani e violenza che provochi dolore, mancanza di speranze e fine delle certezze. E nel capitoletto “Preghiera violenta”, anche la religione, come cura e sostentamento dell’uomo, ha abbandonato la giovane Palmira che oltre ai racconti delle sevizie e delle torture dei tedeschi fatti da Giovanni, deve sopportare il dolore della famiglia per la morte di due giovanissime sorelle a causa del tifo. C’è un Dio? E’ questa la domanda che la scrittrice si pone: “Perché non hai fulminato quei capi di popolo disgraziati, che hanno offeso e rovinano tante famiglie in tutta Europa? E dov’erano i tuoi rappresentanti sulla terra?” (p. 129) per poi passare a un linguaggio forte dal quale trasuda voglia di vendetta: “Maledetti quegli uomini, che hanno tanto ferito l’Umanità, siano maledetti, torturati, impiccati, sparati, sputacchiati, calpestati” Oh, Dio dove sei? Svegliati!! Ritornata! – No?… Dio è morto!-“ (p. 129).

Oltre  ogni dolore, la volontà di conoscere e di tramandare ai posteri affinché gli sbagli non vengano fatti una seconda volta, è potentissima: “Non conosceva la storia, ma sentiva spontaneamente che i fatti che accadono possono insegnare qualcosa a chi viene dopo, ma ci vuole umiltà e pazienza per ammetterlo!”(p. 121).

Lorenzo Spurio

(Scrittore, critico-recensionista)

Jesi, 12-03-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Espiazione” di Ian McEwan, recensione di Anna Maria Balzano

Espiazione
Titolo originale: Atonement
di Ian McEwan
Trad, Einaudi, Torino, 2001
 
 
Recensione a cura di Anna Maria Balzano 

Espiazione è un romanzo-saggio o saggio-romanzo sulla funzione dell’arte e, nello specifico, della letteratura nella società contemporanea: un’idea geniale, a mio avviso, quella di creare una storia e dei personaggi, che possano esprimere concetti teorici altrimenti fruibili solo da studiosi o critici letterari.

La storia inizia in una vecchia casa di campagna1 , dove si trovano riuniti molti membri della famiglia Tallis ed alcuni amici. La protagonista appare subito essere Briony, adolescente ambiziosa con aspirazioni da scrittrice. L’opera “Le Disavventure di Arabella” da lei scritta per l’occasione non potrà essere rappresentata, come lei aveva programmato, a causa degli eventi drammatici che si verificheranno in quel luogo.

Ed è sul personaggio di Briony che si concentra l’attenzione dell’autore e, di conseguenza, del lettore. Ella appare subito come il simbolo, la personificazione dell’arte stessa nella sua forza mistificatrice. Il tema del rapporto finzione-realtà è fondamentale. Con la sua interpretazione dei fatti, con la sua descrizione della violenza subita nella notte nel parco intorno alla casa, dalla cugina Lola e con la sua identificazione dello stupratore nella persona di Robbie, Briony crea una realtà alternativa, offrendo alla madre, Emily, un ottimo motivo per allontanare definitivamente dalla sua casa quel giovane, figlio della domestica, mantenuto all’Università dalla generosità di suo marito e  innamorato di Cecilia.

Briony prende gradualmente coscienza del crimine da lei commesso, che fu la causa della condanna di Robbie al carcere da cui uscirà solo per arruolarsi e andare a combattere in Francia contro i tedeschi.

La seconda parte del romanzo si concentra sull’esperienza della guerra e segue le vicende di Robbie sul suolo francese dopo la sconfitta di Dunkerque. Questa parte assai realistica nella descrizione, assumerà più avanti un significato rilevante, sempre nella prospettiva della teorizzazione del romanzo secondo McEwan.

Ritroviamo Briony nella terza parte del racconto come infermiera volontaria preposta ad una serie di umilianti  incombenze, che assolve con stoica rassegnazione, come  fossero parte della meritata espiazione.

2È in questo periodo che Briony riceve una lettera da un editore che, pur non potendo pubblicare il racconto da lei inviatogli, le dichiara di avere molto apprezzato la sua opera. Il contenuto di questa lettera è assolutamente chiarificatore sulla teoria del romanzo dell’autore. Il riferimento esplicito al flusso di coscienza di Virginia Woolf, al cui stile d’altra parte si ispira McEwan, alla teoria bergsoniana del tempo, all’analisi degli stati d’animo dei personaggi, sono chiari riferimenti all’evoluzione della narrativa dai primi del Novecento. Nonostante il debito indiscusso verso queste rivoluzionarie innovazioni letterarie, l’autore sembra però aderire maggiormente ad un’impostazione più realistica e attinente ai fatti che non fantasiosa o troppo descrittiva. E qui si inserisce anche un giudizio negativo sugli artisti che si dilungano su temi politici che riguardano la guerra, che è “nemico giurato della creatività”.

L’ultimo capitolo del romanzo sconvolge la tecnica narrativa fin qui adoperata, in quanto da una descrizione impersonale affidata alla terza persona, in assenza di un narratore-personaggio, si passa ad una narrazione in prima persona: è Briony, divenuta scrittrice di successo, ormai giunta alla fine della sua vita,  che racconta come ritorna alla vecchia casa di campagna, trasformata in albergo, per festeggiare con quei membri della famiglia che sono rimasti e quelli che si sono aggiunti con le successive generazioni, il suo settantottesimo compleanno. Questa sarà l’occasione per mettere in scena a sorpresa le “Disavventure di Arabella”, interpretate dai più giovani discendenti della famiglia.

Due sono i punti rimarchevoli di quest’ultimo capitolo. Il primo riguarda l’affermazione di Briony di avere più volte cambiato la versione della sorte di Cecilia e Robbie. Nell’ultima stesura li ha voluti insieme riuniti e felici, mentre precedentemente aveva scelto una fine più tragica. In questo Briony, come artista, rivendica a sé il diritto, quasi divino, di poter decidere della vita e della morte dei suoi personaggi.

Il secondo riguarda la decisione di concludere la storia là dove era cominciata, nello stesso luogo, secondo una tradizione che spesso il romanzo inglese ha rispettato. Come a chiudere un cerchio. Del resto il cerchio è la figura perfetta.

 

ANNA MARIA BALZANO 

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA DIETRO CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

Per ampliare l’analisi sul romanzo, consiglio il mio saggio “Flyte & Tallis”.

 

“Le danze del tempo” di Martino Ciano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Le danze del tempo

di Martino Ciano

con prefazione di Tania Paolino

Roma, Arduino Sacco Editore, 2011

ISBN: 978-88-6354-372-8

Pagg. 143

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

  

“La sua droga perfetta era il passato” (pag. 51).

 

Confesso senza remore che i romanzi di guerra o che comunque fanno riferimento a particolari momenti storici di conflitto o di ribellioni non sono il mio forte ma ho accettato con piacere di leggere il romanzo di Martino Ciano, scrittore esordiente calabrese, grande studioso di storia. Dopo un’interessantissima nota di prefazione curata da Tania Paolino, nella quale si sottolinea soprattutto il valore del tempo nel romanzo, la lettura si snoda attraverso una serie di capitoli che in esergo riportano citazioni tratte dalla Bibbia. La storia contenuta nel romanzo è triste e inumana, come lo sono tutte le storie di guerra. Martino Ciano mette in scena non tanto il dolore e la devastazione degli oppressi ma il cinismo e la spregiudicatezza di coloro che si credono superiori, invincibili, potenti sopra ogni cosa. Di coloro che credono di poter decidere le sorti degli altri quando invece questo è un compito che appartiene solo a Dio.

Il setting iniziale con il quale si apre la storia è Auschwitz, luogo che non necessita di presentazioni. E’ il 1944 e al lager arrivano deportati dalle varie zone della Germania. Siamo, però, come narra la storia, alle ultime battute del regime hitleriano. Il tenente Karl Von Kliest, “l’immagine del perfetto ariano” (pag. 21), si rende colpevole di una serie di violenze e crudeltà tra cui l’uccisione dell’ebreo Jacob e di suo figlio Ismael, nomi che ricordano importanti personaggi biblici. Von Kliest rappresenta la Germania nazista, è un prepotente convinto degli ideali della purezza della razza; decide e manda a morte chi vuole arrogandosi un compito che non gli appartiene. E’ un piccolo Hitler, anzi forse addirittura più potente di Hitler che, come si è detto, ormai si trova nella sua fase calante. Ciano scrive, infatti, “Hitler ormai è finito. Ha paura anche di se stesso” (pag. 26).

Ma come narra la storia, lentamente le cose volgono male per i nazisti e le armate russe fanno il loro ingresso in Germania minacciando Berlino che poi riescono ad assediare. Il tenente viene mandato a Berlino dove, assieme ad altri gerarchi valorosi, è tenuto a organizzare la difesa della città. Non ci riusciranno e tra tanta morte e distruzione il tenente riuscirà a salvarsi e mettersi in fuga. L’impressione che ho avuto è che Ciano sottolinei di continuo l’impossibilità di salvezza per i deboli, i poveri, gli emarginati e sfruttati e di contro l’invincibilità, la salvezza dei cattivi, dei criminali quasi come se Dio osservasse tutto di nascosto e neppure lui riuscisse a regolare gli eventi.

Ma quando la Germania è ufficialmente caduta e con essa lo spregiudicato regime, allora le cose cambiano e non c’è più posto per i crudeli nazisti che prima hanno dominato la scena. Chi fugge, chi si salva, chi si converte, chi si pente, chi si autoelimina, chi nascosto rimane convinto delle proprie idee. Von Kliest decide di farsi fuori. Non riesce a sopportare di vivere in una società che non risponde più ai suoi ideali, ai progetti della sua gente. Non accetta la sconfitta. Non vuole lasciarsi uccidere dai rossi e lasciare che il proiettile delle loro pistole macchi quel corpo ariano e ne sconsacri l’essenza. Si punta la pistola alle tempie ma solo in quel momento, similmente a una pistola scarica nel celebre Gli Indifferenti di Moravia, scopre che i colpi sono finiti. E’ un caso? E’ una vendetta del destino? Non lo sappiamo fino a che non continuiamo nella lettura. La mia idea è che il non poter morire del tenente sia una sorta di pena divina silente come avviene al vecchio marinaio dell’omonima ballata di S.T. Coleridge. Ma come sempre la vita è fatta di un prima e un dopo, un passato e un presente. Ci troviamo ora a Colonia, città natale del tenente, nel 1962. La guerra è finita da tempo, sono trascorsi anni difficili e la ricostruzione del paese è stata lenta e dolorosa. La guerra non solo ha cambiato i luoghi, distrutto le case e annientato intere famiglie, ma ha contribuito a incrinare le psicologie dei sopravvissuti, rendendoli deboli, incurabili in virtù dei traumi subiti. Il tenente, seppur anziano, mantiene in un certo senso la sua integrità di sempre; “La sua anima ancora ricordava il passato, lo desiderava” (pag. 50), scrive Ciano. Sappiamo bene che chi vive del passato è un uomo che non è in pace con se stesso, nostalgico, solo, inattuale e pericoloso. E ancora una volta Karl si identifica con il marchio della dissolutezza, della perversione e dell’immoralità: è nazista nell’anima, alcolista, misogino, violento, tradisce la moglie e ancora a distanza di anni non riesce ad accettare (e forse a comprendere) che la sua Germania gloriosa non c’è più e che gloriosa non lo è mai stata: “ma io ci credo ancora” (pag. 56), confida a un suo vecchio amico.

La costruzione antitetica dei personaggi che popolano il romanzo esemplifica questa struttura manichea del mondo: i nazisti contro gli ebrei, i tedeschi contro i bolscevichi, il Bene e il Male, l’umano e l’animalesco, Dio e Satana, l’amore verso l’altro e l’amore verso se stesso, la ragione e la forza, l’io e l’altro. Ma in fondo non sono rilevanti nomi, luoghi, anni e altre caratterizzazioni che ci consentono di inserire la storia in un particolare momento perché una storia di guerra è metafora di ciascuna guerra, sia essa europea o a noi lontana.

Il tenente Von Kliest vive in una dimensione che è fatta di ricordi del passato, di memorie, di progetti e idee che nel passato non hanno preso corpo e il suo presente non è che un passato onnipresente che non annuncia mai a dar la staffetta a quel presente liquido, attuale, al momento. E’ un uomo che mentalmente è già morto e sepolto da decenni, come la sua ideologia, ma che vive in un corpo regredito e involuto. E’ espressione più chiara dell’imbarbarimento della società, dell’illusorietà della superiorità dei potenti sui deboli, del ritorno forzato a un sistema tirannico, prepotente, insano, chiaramente impopolare e inattuale per il suo tempo. E’ un ritorno allo stato di natura, a quella selvaggia e primordiale. Ma anche per lui arriva il momento della resa dei conti: la presa di coscienza, il pentimento, il rimorso, la paura del suo passato. Guardando sua figlia Martha, infatti, non può far a meno di ricordare gli innocui occhi di Ismaele, un bambino ucciso anni prima solo perché ebreo e perché aveva inveito contro di lui per difendere suo padre. E così Karl finisce per “[essere] stuprato da quei ricordi seppelliti” (pag. 59). Ciano impiega un linguaggio freddo, diretto, tagliente e crudo che, però, ben lontano da avere l’intenzione di scioccare, è perfettamente in linea e adeguato a quando va narrando: violenze, nefandezze, stupri, desolazione, rotture, abbandoni, sia fisici che metaforici.

E poi segue il sogno-incubo in cui Karl si vede di fronte a Jacob e Ismael, prova paura e rimorso e l’avvenimento onirico è di sicuro espressione inconscia del fatto che Karl non ha ancora fatto pace con se stesso, con il suo passato che, invece, ritorna a ossessionarlo, minacciarlo, indebolirlo e ad accusarlo per ciò che in assenza di un minimo di raziocinio tanti anni prima ha fatto per asservire un’ideologia assassina. Verso il finale dell’opera tanto egoismo e sicurezza di sé lasciano, però, il posto all’insicurezza, alla debolezza e alla dannazione del personaggio che anni prima si è macchiato di ignominiosi crimini; il suo passato crudele si mischierà al suo presente, alle vicende quotidiane della sua famiglia e proprio all’interno di questo universo si compirà una sorta di vendetta che, troppo pesante da sostenere, lo condurrà a un suicidio (ipotizziamo), questa volta con esito. Ciano condensa il tutto in una frase: “Solo vivendo si comprende la morte, solo peccando si comprende l’espiazione” (pag. 138). C’è una sorta di comprensione e di animo cristiano in questo: il perdono e l’espiazione alle colpe sono sempre disponibili e alla portata di tutti, efficaci solo se l’individuo è capace di crederci veramente.

Ciano ci accompagna in un viaggio doloroso, inserendo le intere vicende narrate in una precisa cornice storica che evidenziano la sua passione e competenza in tale ambito e ci consegna una parabola sulla cattiveria, sulla condizione del cuore umano macchiato dalla colpa. Karl Von Kliest è fratello di Kurtz di Heart of Darkness, e pertanto non è altro che l’espressione più pregnante di quel cuore di tenebra che attanaglia l’umanità.

 a cura di Lorenzo Spurio

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