Giorgia Catalano su “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio

“PENSIERI MINIMI E MASSIME”
di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (NA), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Saggistica/Aforismi
 
Recensione a cura di Giorgia Catalano
 
 
 
“La felicità dura il tempo di un istante e, attimi di felicità si perdono nella nebbia del tempo.”
 
 
cover (1)Questo, uno degli ottantotto aforismi che compongono l’opera di Emanuele Marcuccio: poeta, aforista e critico letterario palermitano, di grande levatura e competenza.
Un fermo-immagine sulla caducità del tempo, sull’effimero esatto istante in cui la felicità ci abbraccia, per abbandonarci subito dopo.
Come le onde di un mare vivace, i pensieri di Marcuccio approdano sulle spiagge delle nostre menti, inducendoci con dolcezza a meravigliarci delle sue riflessioni.
La Poesia, intima amica e compagna di avventure, ha, in questa opera, un ruolo rilevante.
L’Autore cerca di spiegare al lettore, attraverso le sensazioni di un poeta di razza quale lui è, che cosa succede nel cuore e nella mente di chi coglie a piene mani l’essenza della vita in ogni sua sfumatura, diventando ispirazione profonda e, quindi, Poesia.
E il poeta altro non è che un servo della bellezza e dei sentimenti che lo sfiorano talvolta come la carezza di una piuma, altre volte come l’incedere impetuoso di una valanga e lo accompagnano, per mezzo dell’ispirazione, a rendere indelebili le proprie emozioni.
E che cosa è l’ispirazione? Come lui stesso ci suggerisce: “[…] è caos, siamo noi che cerchiamo di dargli un ordine con la scrittura.”
Non siamo di fronte ad un trattato filosofico, ma ad una raccolta di riflessioni e pensieri che conducono il lettore in una dimensione fatta di sfumature tenui e nel contempo incisive, che lasciano un segno profondo.
Meticoloso ed appassionato, Emanuele Marcuccio, in chiusura del suo testo, narra l’origine della Poesia, fornendoci elementi che fanno anche storia, oltre che cultura.
Una mescolanza ben riuscita di profumi d’emozioni che allietano lo spirito del lettore, permettendogli di guardare la realtà con altri occhi: quelli di un Poeta.
 
Giorgia Catalano
(Poetessa, scrittrice)
 
Torino, 26 agosto 2014

“Visione”, poesia di E. Marcuccio, commentata da alcuni critici

VISIONE

(poesia di Emanuele Marcuccio)

buio pesto
vapora
nelle nebbie
 
a ridosso
 
un varco di cielo
scolora
lʼalba

12 febbraio 2014

 

visione

Commento a cura di Luciano Domenighini

Due brevi terzine dicotomiche, inframmezzate da un quaternario avverbiale (“a ridosso”), per questa lirica descrittiva di un rasserenamento notturno. La complementarietà degli opposti nelle corrispondenze puntuali dei versi delle due strofe, rinsaldata dalla rima di ternario al secondo verso, è perfetta: “buio pesto-un varco di cielo”, “vapora-scolora”, “nelle nebbie-l’alba”. Apprezzabile la sobrietà del dettato, lʼelegante espressività del verso “un varco di cielo” e dei due verbi in rima, il risalto conferito ai sintagmi, nonché l’immancabile citazione gergale (“buio pesto”), elemento costante nella poesia di Marcuccio. Il clima complessivo è sospeso, assoluto, purissimo. 

 Luciano Domenighini

 Travagliato (BS), 14 febbraio 2014

 

 

Commento a cura di Lorenzo Spurio

Il palermitano Marcuccio ha la poesia nel cuore e sembra non poter vivere senza di essa. Il suo canto lirico ha mostrato negli ultimi mesi venature ambrate nell’espressione che si è consecutivamente fatta più chiusa (ma non ermetica), condensata ed espressivamente concentrata in sé stessa. In questo mix versificatorio del poeta è certamente da aggiungere la recente poesia “Visione” che porta la datazione del 12 febbraio 2014.  Il titolo consente al lettore un’apertura di interpretazione che poi sarà possibile dalla sintassi impiegata nella lirica. La “visione” ci fa pensare a un momento cruciale di abbaglio, di luce improvvisa, quasi come una folgorazione emotiva, spirituale (come non pensare alle visioni mariane?) o esperitiva. Una luce che in qualche modo apre un varco nel “buio pesto” che ammorba l’incipit della poesia descrivendoci uno scenario di desolazione e cupezza. Ed è poi tutta la prima strofa ad impiegare una sintassi di carattere metereologico (“vapora”, “nebbie”) che allude a un sistema di pressurizzazione dell’acqua nell’atmosfera. Nella strofa finale sembra ravvisarsi una speranza, intuiamo un lieve colorismo farsi forza tra tanta oscurità, uno squarcio luminoso che è solo un “varco di cielo”. Quel passaggio iridescente non è che la rottura dell’oppressione che l’io lirico associa alla scurezza e alla cecità che prima ha sofferto nel buio della notte (e del mondo). “lʼalba” che si profila nella chiusa stempera quella scurezza e metamorfizza un cielo nuovo, metafora del giorno che muore e rinasce dagli albori della vita. Una poesia doppia che affresca con pennellate dure dalla maniera espressionistica la stessa scena, in due fasi luminose diverse, “a ridosso” l’una dall’altra. La grande assente è la luna. Comunemente associata alla meraviglia dell’uomo, ma anche al pensiero/inquietudine della morte (v. Garcia Lorca) essa sembra essere un pensiero che ha abbandonato la mente dell’io lirico che, invece, affresca il mondo nei suoi due momenti cruciali: da una parte il recesso, il buio, l’incoscienza, il nero, la notte e dall’altra la speranza, la luce, la consapevolezza, il colore che si fa e il giorno che si costruisce come una somma algebrica di tinte pure.

 Lorenzo Spurio

 Jesi (AN), 21 aprile 2014

 

 

Commento a cura di Francesco Martillotto

Una poesia, quella di Marcuccio, dicotomica semanticamente (come bene Domenighini ha già scritto) ma anche ascensionale: dal basso, terreno, all’alto, ultraterreno (dal “buio pesto” iniziale all’ “alba” finale). Il buio (ma anche le “nebbie”) nel quale ci perdiamo (cfr. il Dante dell’Inferno e il Petrarca del sonetto proemiale dei Rerum Vulgarium Fragmenta) verso la luce (la ratio) che illumina il nostro percorso verso la “verace vita”. Essenziale!

Francesco Martillotto

 Lago (CS), 3 luglio 2014

 

 

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Lorenzo Spurio intervista il poeta e saggista palermitano Lucio Zinna

Intervista a Lucio Zinna
A cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Quale fu il momento nel quale scrisse la sua prima poesia? Da che cosa fu motivato e di quale poesia si trattò?

LZ: Ho iniziato a scrivere versi all’età di quattordici anni. Mi spingeva innanzitutto il piacere di mettere in carta quel che sentivo, al di fuori di obblighi scolastici. Non  ricordo il momento in cui scrissi la prima poesia. Mi colpivano in particolare la natura e le stagioni. Mi divertivo a seguire gli schemi metrici, ma tali aspetti tecnici mi distraevano da quel che volevo dire. Circa un anno dopo “scoprii” La fiera letteraria, allora diretta da Vincenzo Cardarelli, e trovai che i nuovi poeti pubblicati non si curavano di metrica e rima: fu un’illuminazione. A sedici anni, nel 1954,  iniziai a pubblicare i primi versi su giornali studenteschi.

  

LS: Leggo dal suo profilo letterario che nel 1965 ha fondato il “gruppo Beta” che fu vicino al più noto “gruppo ‘63”[1], anima della neo-avanguardia italiana. Può dirci di che cosa si occupava il “gruppo Beta” e quali furono i suoi rapporti con i membri del “gruppo ‘63”?

LZ: Nel 1963 si svolsero a Palermo gli incontri tra i compositori di Musica Nova, a cui furono abbinati gli incontri degli scrittori del “Gruppo 63”. Seguii incuriosito i primi e i secondi. Non mi venne in mente di modificare il mio modo di scrivere. Nel 1964 uscì la mia prima plaquette, Il filobus dei giorni, che raccoglie poesie dal 1955 al 1963, ossia dal mio 17° al 25° anno di età. Ma in quell’anno il seme di quegli incontri germogliò. Nel 1965 diedi vita al “Gruppo Beta”, con Giovanni Cappuzzo, Angelo Fazzino, Miki Scuderi e altri, attivamente partecipando ai dibattiti del “Gruppo 63” che si tennero ancora a Palermo. Mi avvicinai a Michele Perriera e Gaetano Testa (due autori de “La Scuola di Palermo”) e al compositore di musica elettronica Salvo Sciarrino. Il “Gruppo Beta”, nato in quel clima, non fu satellite del “Gruppo 63”, con cui condivideva l’esigenza di un rinnovamento linguistico ma rifiutava il neoformalismo e muoveva alla ricerca di un nuovo umanesimo, scientifico e onnicentrico, cosa di cui il “Gruppo 63” non si curava.

   

LS: Molti poeti del secondo Novecento furono in un certo modo attratti, coinvolti o influenzati dalla neo-avanguardia. Il poeta napoletano Ugo Piscopo[2], pur non partecipando nel 1963 all’incontro di Palermo dove si costituì il celebre “gruppo ‘63”, fu legato al loro modo di far letteratura e intrattenne rapporti di stima ed amicizia con alcuni esponenti del gruppo. Quanto crede che gli esperimenti ed i motivi intenzionali dei “Novissimi” e della “Linea Lombarda” furono importanti per la letteratura italiana? Perché?

LZ: La neoavanguardia riuscì a smuovere, in qualche modo, le acque stagnanti della vita letteraria italiana, in quel periodo. Una sberla salutare. Purtroppo, ingenerò in parecchi l’erronea convinzione che bastasse frantumare il linguaggio per essere originali. La Linea Lombarda è stata altra cosa; pur con i suoi innegabili meriti, forse è stata sopravvalutata.

 

LS:  Charles Bukowski (1920-1944), considerato l’ultimo dei “poeti maledetti” è un autore che negli ultimi decenni è stato rivalutato e letto in maniera più attenta; la critica, tanto di lingua inglese che in altre lingue, gli ha dedicato un più ampio studio sebbene prevalgano ancora oggigiorno visioni molto differenti sulla sua produzione: tra chi prova disgusto e condanna la mancanza di una visione morale nelle sue e chi, invece, ne fornisce una lettura psicodinamica, indagando aspetti antropologici e sociologici del personaggio-alter ego, il celebre Chinaski. In molti hanno tentato addirittura di darne un’interpretazione politico-ideologica del personaggio, finendo per marchiare l’autore anche di accuse poco felici e difficilmente dimostrabili. Sebbene l’autore sia principalmente noto per la narrativa[3], Le propongo qui una sua poesia, intitolata “sicurezza”[4] sulla quale sono a chiederLe un commento:

 

la casa dei vicini
mi rattrista.
marito e moglie si alzano presto
e vanno al lavoro.
tornano a casa nel tardo pomeriggio.
hanno un bambino e una bambina.
alle 9 di sera le luci della casa
si spengono.
il mattino dopo l’uomo e la donna
si alzano di nuovo presto e vanno
al lavoro.
tornano nel tardo pomeriggio.
alle 9 di sera tutte le luci
si spengono.
 
la casa dei vicini
mi rattrista
quella gente è brava gente,
mi piacciono.
 
ma sento che affogano.
e non posso salvarli.
 
sopravvivono
non sono dei
 
ma il prezzo è
 
a volte durante il giorno
guardo la casa
e la casa guarda
me
e piange,
sì, davvero, la sento
 
la casa è triste
per la gente che ci vive
dentro
e lo sono anch’io
e io e lei ci guardiamo
e auto vanno su e giù
per la strada,
barche attraversano il porto
e gli altri alberi di palma
rovistano il cielo
e stasera alle 9
si spegnerà la luce,
e non solo in quella
casa
e non solo in questa
città.
vite scure si nascondono,
quasi
si fermano,
corpi che respirano e poco
d’altro.

 

LZ: Bukowski è un autore eccezionale, la cui opera si correla al suo stile di vita. Nel testo proposto egli compiange i tristi giorni di suoi vicini di casa dediti al lavoro senz’altra prospettiva che la sopravvivenza, con sottesa contrapposizione allo schema anarcoide della sua esistenza. Nel 1984 curai un ciclo di trasmissioni radiofoniche sui “poeti maledetti” per RAI-Sicilia, inserendo nel programma la lettura della poesia di Bukowski “Padre nostro che sei nei cieli”, che non è una preghiera. Il poeta parla del padre e del suo scopo di acquistare una casa da lasciare al figlio, affinché questi ne comprasse poi un’altra e così via. Il padre morì giovane e lui “sbolognò” subito la casa e i risparmi ereditati. Il testo colpì gli ascoltatori, parecchi telefonarono, uno parlò di “poesia anti-immobiliare”. Bukowski fu un bohémien conseguente (anche quando gli arrise il successo). La sua poesia è uno schiaffo all’etica borghese e al principio-cardine dell’economia americana: il profitto innanzi tutto. Essa è un paradossale vademecum per vivere in pura perdita, illustrato dalla vita stessa del poeta (azzardato, ovviamente, prenderlo alla lettera, a principiare dall’etilismo).

  Reading_poetico - con Lucio Zinna

(Nella foto: assieme al poeta e scrittore Lucio Zinna a Palermo nel maggio 2013)

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “E sarà di nuovo giorno”[5] di Marzia Carocci[6], poetessa, scrittrice e critico-recensionista ampiamente impegnata per la diffusione e la promozione della cultura, soprattutto nella sua città d’origine, Firenze:

 

Fiori nasceranno fra le pietre
e aurore brilleranno su nel cielo
stanca di pianti e nostalgie del cuore
è tempo di disperdere il dolore.
 
Riprenderò i sorrisi che ho perduto,
e i sogni sceglierò per farne vita,
colori a tinte forti sui vestiti
e fiocchi colorati fra i capelli.
 
Adesso sono sveglia
dal grigio mio torpore
riprenderò a cantare
canzoni sull’amore.
 
Ad ogni passo fatto
di danza sarà il tempo
e d’ogni fiore colto
l’olezzo sarà il vento.
 
Non sono più bambina,
né giovane ragazza
ma il tempo che è passato,
lo voglio trasformare.
 
Asciugherò le lacrime
dei pianti che ho nel cuore
e timide speranze
di nuovo coltivare.
 
Perché non è finita
finché ritorna il giorno
che limpido c’invita
di nuovo a un altro sogno.

 

LZ: È una poesia di renaissance. Ricca di buoni propositi. I buoni propositi non bastano da soli a far poesia (come quelli cattivi), ma – detti bene, come in questo caso – possono aiutare i poeti e i  lettori a vivere meglio. A «scegliere i sogni per farne vita», come scrive la poetessa. I sogni sono importanti. Borges ebbe a dire, in un convegno milanese nel 1984, che il suo era il caso di un sognatore che deve essere fedele ai propri sogni, addirittura più che alle proprie idee.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia dall’impronta speranzosa e profetica della poetessa Anna Scarpetta[7] intitolata “Verranno nuovi tempi”[8], di stile e contenuto molto diverso dalla precedente e sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Verranno nuovi tempi
a dirci cose mai dette prima
a parlarci dentro, noi così malati di consumismo.
 
E, noi così resistenti all’indifferenza, ascolteremo
con la grande voglia di cambiare o di migliorare.
Noi così forti di egoismo, eppure fragili,
tanto fragili da regredire dinanzi
alle illusioni divenute sogni gracili in sordina.
 
Verranno nuovi tempi
di grande benessere e prosperità per chiunque.
Sarà la lunga risalita della nostra fede,
sarà il grande faro universale dinanzi alle mere utopie.
 
Cadranno, come miti, le lusinghe assieme alle menzogne
e si piegheranno le insidie dinanzi al forte orgoglio.
Soltanto la verità avrà il primato di guidare
l’umanità, con estrema destrezza e parsimonia.
 
Saranno i giorni più attesi e i più amati mai avuti.
Saranno le nuove albe desiderate in cuore,
con immense preghiere e lunghe veglie sofferte,
di ciascun di noi in questo mondo.

 

LZ: Una poesia davvero “speranzosa”. È augurabile che vengano «nuovi tempi / di grande benessere e prosperità per chiunque». Intanto, uscendo dalla crisi (non solo) economica in atto, che mi pare stia malamente curando la malattia del consumismo denunciata dalla poetessa. Ma ancora tanti sprecano e tantissimi campano d’aria. I tempi nuovi auspicati saranno, si spera, segnati da un modo nuovo di vedere e di vivere la realtà, al di fuori delle illusioni, dell’orgoglio, delle menzogne. Sarebbe il vero ritorno alla mitica ‘età dell’oro’ sognata nel mondo classico e cantata dai poeti. Quella di oggi mi pare piuttosto l’età dei ‘Compro oro’: c’è una bottega ogni tre metri.

   

LS: Elio Giunta, studioso palermitano, ha dedicato un saggio dal titolo Lucio Zinna e la lezione esemplare di Sagana[9] a una delle sue opere poetiche iniziali. Il saggio, accurato e tecnico, fornisce alcuni spunti per la lettura di Sagana (1976). Perché scelse questo titolo per una silloge di poesia e quanto significò per Lei la pubblicazione di questa opera nella sua carriera letteraria successiva?

LZ: Conclusa nel 1971 l’esperienza del “Gruppo Beta”, ripresi dopo un lunga pausa con Un rapido celiare (1974): pochi testi del periodo sperimentale e altri successivi in cui tentavo una rentrée  nei miei consueti moduli espressivi, pur avvalendomi dell’esperienza acquisita. Tale linea stilistica trovò due anni dopo con Sagana più solidi esiti, ai quali fa riferimento Giunta. Dodici poesie inedite, seguite da un’antologia retrospettiva. Il titolo si riferisce a una zona collinare del palermitano, ancora immune, in quegli anni, dall’avanzata del cemento che stava sconvolgendo Palermo, dove vivevo. Un simbolo di serenità. Di tale luogo, accessibile ma di difficile fruizione in tempi di impossibili arcadie, non c’è traccia (quasi “lucus a non lucendo”) nelle poesie; agli antipodi, ce n’è parecchia del disagio esistenziale. La silloge mi aiutò molto a farmi conoscere. Fra l’altro, Giuseppe Zagarrio ne mutuò alcuni punti nodali per l’analisi delle “categorie della sicilitudine” nel suo volume sulla poesia italiana 1970-80: Febbre furore e fiele (Mursia, 1983).

  

LS: Lei si è occupato moltissimo e con serietà anche di critica letteraria spaziando a vari tipi di analisi, di autori e periodi letterari investigati. Tra i vari saggi mi ha colpito il titolo di uno di essi pubblicato nel 2008, Perbenismo e trasgressione nel Pinocchio di Collodi che, credo, sia una lettura estremamente curiosa su un classico della letteratura per l’infanzia e non solo. Può dirci come è nata l’idea di questa indagine e come è strutturato?

LZ: Il famoso libro collodiano è osservato con l’occhio rivolto alla pedagogia del tempo: conformista ma con rilevanti istanze di rinnovamento a livello nazionale e internazionale. Nel Pinocchio i «ragazzini per bene», benché invisibili, sono il contraltare del burattino, dai modi spesso censurabili. L’elencazione dei loro comportamenti, additati all’imitazione, li rivela eterodiretti (da genitori, maestri, fate, grilli parlanti, merli e pappagalli) e «avvezzati» a logiche adultiste: burattini di carne, espropriati della loro infanzia, il cui spazio è recuperato da un burattino imbambinato. Questi, imparando invece a sue spese a servirsi dell’esperienza e a non comportarsi da “grullo”, riuscirà ad “incarnarsi”, con innegabili vantaggi, forse per imburattinarsi veramente.

  

LS: L’universo delle riviste letterarie negli ultimi anni ha subito una battuta d’arresto con la grande diffusione di blog, siti e periodici online e solamente le riviste più radicate non hanno risentito di questo contraccolpo. Lei è stato particolarmente attivo anche in questo mezzo di espressione quale redattore capo di Sintesi (1977-1982), condirettore di Estuario (1979-1981) e direttore dei “Quaderni di Arenaria”. Per quale motivo negli anni ’80 mise fine alla sua collaborazione alle riviste Sintesi ed Estuario e che cosa ricorda di quella fase come direttore editoriale?

LZ: Il mio impegno redazionale in alcune riviste letterarie mi ha consentito di guardare al mondo delle lettere in maniera più dinamica e, per così dire, omnicomprensiva. Si scoprono più facilmente i reali meriti al di fuori dei clamori orchestrati, le magagne etc. Ho collaborato come redattore e condirettore a Sintesi ed Estuario dalla loro fondazione alla loro cessazione. Arenaria chiuse dopo dodici anni, nel 1997, perché era cresciuta tanto da richiedere irrealizzabili spese gestionali. Il successo fu il principale motivo della chiusura.

  

LS: Nella dura realtà dell’oggi, dove raramente si avanza e ci si fa notare per questioni di merito, condizione stagnante gravata dalla contingente situazione economica, quale pensa possa essere il futuro dei poeti che credono molto nelle loro idee, ma che ricevono deludenti feedback e di pubblico, di critica e soprattutto di vendita? Quale consiglio si sente di dare loro?

LZ: Di proseguire per la propria strada, se si è realmente motivati. Di pensare alla poesia, alla sua autenticità costitutiva, non occupandosi granché di quanto possa confonderla con altro (le vendite, ad esempio). La poesia non muore, per quanto brutti possano essere i tempi. È nell’uomo, vive con lui, nella sua interiorità. I poeti veri continueranno a parlare a chi vorrà e saprà ascoltarli.

 

Bagheria (PA), 15 luglio 2013

  

[1] Il “gruppo ’63” fu una pattuglia della neo-avanguardia italiana che venne fondato a Palermo con l’idea di distanziarsi dal classicismo retorico dominante, rivalutare il futurismo e proporre una letteratura sperimentale. Gli esponenti principali del gruppo furono Luciano Anceschi, Nanni Balestrini, Achille Bonito Oliva, Giorgio Celli, Umberto Eco, Elio Pagliarani, Eduardo Sanguineti e Amelia Rosselli.

[2] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[3] L’autore resta principalmente noto per tre romanzi: Post Office (1971), Faqtotum (1975) e Women (Donne, 1978) tradotti in tutte le maggiori lingue al mondo.

[4] Charles Bukowski, Il Grande, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 155-157.

Si noti che la mancanza di maiuscole dopo il punto è una scelta dello stesso autore.

[5] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e Penna, 2012, pp. 24-25.

[6] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.

[7] Anna Scarpetta è nata a Pozzuoli (Na) nel 1948. Ha vissuto molti anni a Napoli dove ha studiato alla Scuola di recitazione e spettacolo. Si è sempre dedicata alla poesia, narrativa e saggistica. Ha collaborato con numerose e prestigiose riviste culturali, è stata presidente onorario per la Città di Napoli del MOPEITA (Movimento per la diffusione della poesia in Italia), è membro honoris causa a Vitae del Centro Divulgazione Arte e Poesia. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari. Per il genere poetico ha pubblicato Poesia (Ed. Gabrieli, 1985), Frantumi di tempo (Ed. Lo Faro, 1991), L’altra dimensione della vita (Ed. LibroItaliano World, 2004) e Le voci della memoria (Ismeca, 2011). Molte sue poesie sono, inoltre, presenti in varie opere antologiche.

[8] Anna Scarpetta, Le voci della memoria, Bologna, Ismeca, 2011, p. 31.

[9] Elio Giunta, Lucio Zinna e la lezione esemplare di Sagana, Palermo, Centro Pitrè, 1977.

Ilaria Celestini su “Anima di Poesia” del poeta palermitano Marcuccio

Cover_front_Anima di PoesiaAnima di poesia, ovvero la poesia che si fa cuore pulsante della nostra anima di creature assetate d’infinito: così si potrebbe parafrasare il titolo dell’ultima fatica letteraria di questo giovane e fecondissimo autore palermitano, aforista e curatore editoriale, oltre che poeta.
La silloge, che consta di una trentina di componimenti, è in apparenza di una semplicità lineare, nell’utilizzo del lessico, come del verso, e nella strutturazione retorica: liriche brevi, con uso frequente di iterazioni; qualche esclamazione; impiego di stilemi e lessemi topici della tradizione, frequenti al limite del parossismo.
Ed è proprio in questo, che, forse, è possibile cogliere, dietro la patina linguistica colta e tenacemente ancorata all’eloquio illustre, la vera anima di questo singolarissimo poeta: quella di un uomo che ha dedicato e continua a votare la propria produzione letteraria allo studio dei classici, al punto da farli così intimamente e sentitamente propri, da ricreare nella pagina poetica atmosfere personali e originali, rivisitando i testi immortali della grecità, una grecità apollinea negli aspetti significanti, ma traboccante di pathos e di emozioni nella sostanza dei significati.
I riferimenti alla terra natìa, una Sicilia amata e vissuta come vero e proprio luogo dell’anima, permeato di storia e di miti, e al tempo stesso così palpitante di dolci, intimissimi e struggenti ricordi; la devozione agli affetti familiari, che culmina nel grido dell’amatissimo padre nell’ora estrema; la dignità delle parole, sempre composte, curate, limate finemente e cesellate, a rispecchiare una dignità dell’animo che riesce a contenersi, mentre il cuore vorrebbe urlare; l’eleganza dei giochi verbali; il gusto per la composizione acrostica; le similitudini piane e limpide, eppure sapienti: questi sono solo alcuni tra i più marcati tratti dell’usus scribendi di questo poeta.
La raccolta si configura anche, sul piano simbolico, come un incessante dialogo con gli spiriti più elevati dell’arte, dai classici a Manzoni, sino a Leopardi e a Bach.
Ed è in questi ideali dibattiti che si manifesta la capacità di esprimere i più alti interrogativi dell’anima, quelli che concernono la domanda umana per antonomasia, ovvero quale sia il senso ultimo delle umane vicende, legata sempre alla consapevolezza della realtà, alla dolorosità del limite, sia sul piano fisico, sia su quello, ancora più greve da sopportare, ontologico.
Il poeta non è mai avulso dalle concrete vicende del proprio tempo, e anche quando vagheggia il rifugio in mondi lontani, è bene attento a farsi partecipe della sofferenza che lo circonda, e si fa solidale con il grido di chi soffre; emblematico, a questo riguardo, è il testo dedicato al terremoto di Haiti, e anche quello dedicato all’Abruzzo, in cui l’autore coglie il grido di chi ha perduto tutto, e lo ripete a gran voce, senza aggiungere altro, perché alla tragedia si addice il silenzio.
Un silenzio tuttavia permeato di corrispondenze d’amorosi sensi non solo con gli artisti del passato, ma anche arricchito dal colloquio intimo e discreto, e nel contempo continuo, con gli amici che condividono la comune passione poetica, come si nota nelle dediche alle varie liriche.
Un poeta radicato nella tradizione, basti pensare a quei vaghi rai fulminei di stilnovistica e rinascimentale memoria, che omaggiano la figura di Lucia, eterno femminino manzoniano, archetipo della donna ideale dalla casta e dolce bellezza, e insieme un autore profondamente immerso nella passione per l’impegno sociale e civile, curatore di opere destinate al sostegno di nobili cause, al servizio dei deboli.
Una raccolta preziosa, nella sua semplicità solo apparente, che da ogni piccolo frammento di realtà, tende a dilatarsi verso infiniti orizzonti, in modo lieve e discreto, e al tempo stesso potente, tratteggiando scenari tra passato e presente, con la grazia elegante di una voluta di Bach.

ILARIA CELESTINI

Brescia, 16 aprile 2014

“Anima di Poesia” di E. Marcuccio, la recensione della scrittrice Susanna Polimanti

Anima di Poesia
di Emanuele Marcuccio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, pp. 80
ISBN: 978-88-98643-08-0 
Prezzo: 9 €
 
Recensione a cura di Susanna Polimanti
 
 
 
Il poeta, quando è rapito dall’ispirazione, intuisce Dio.
 
(Fëdor Dostoevskij)[1]
 
  
Cover_front_Anima di PoesiaAnima di Poesia è l’ultima silloge del poeta palermitano Emanuele Marcuccio, edita da TraccePerLaMeta Edizioni nel gennaio 2014. La raccolta contiene poesie scritte dal 2008 al 2013 i cui temi sono sempre i più cari al poeta, il quale sente e respira il disagio sociale del suo presente, gli eventi di una natura favorevole e crudele allo stesso tempo, capace di illuminare la nostra vita e di distruggerla in pochi attimi con le sue esplosioni catastrofiche. Elementi temporali e spaziali, dalle concise sfumature poetiche, sfiorano il privato con le proprie origini, rivolgendo una toccante attenzione al dolore per la scomparsa del padre, si lasciano infine coccolare dalla musica: un’arte che affascina da sempre il poeta. Anima di Poesia è una silloge che ricorda la lirica ermetica per brevità e ridotto utilizzo di punteggiatura ma allo stesso tempo si differenzia dal classico ermetismo, con versi che non rimangono chiusi, oscuri e misteriosi bensì si affacciano alla libera espressione dell’anima che si fonde con l’altra parte di sé: “Anima di poesia che mi abbracci/ nell’attesa, nel silenzio,/ […] lasciami ancora sognare…”
Emanuele Marcuccio non si distacca dai suoi versi, vive la sua concezione di poesia con sinestesia; l’accostamento di sensazioni diverse avvertite simultaneamente si riassumono in stimolazioni uditive, olfattive, tattili o visive: “Ecco, riecheggia quell’armonia,/ quell’immortale eterno incanto,/ eroico canto, risuona!”, “Gli odori della notte/ […] si assottigliano nell’immensità: […]”, “Io la mano ti stringevo/ e un freddo ghiaccio/ ricevevo […]”, “Serena e di stelle/ è la notte, di cielo […]”
Nella poesia di Marcuccio non esiste il colore nero, nella sua anima di poeta non c’è ombra.
Il poeta non si pone domande né cerca di capire, semplicemente si lascia andare alla potenza dell’amore che ogni elemento della natura ispira. Ogni gesto, ogni azione coltivano un’educazione di sentimenti che non sono mai distruttivi semmai donano speranza di crescita e trasformazione interiore, verso quei lidi sparsi oltre l’orizzonte; le sue immagini ci esortano a non essere solo “nere formiche” che continuano a camminare, preoccupati soltanto di raggiungere i nostri scopi personali senza volgere lo sguardo all’importanza di un amore e una condivisione universali. La sua poesia ci stimola a sorvolare la materialità e i propri interessi per raggiungere una decodificazione emotiva in una quasi imitazione degli elementi naturali, che come “punte” mirano a innalzarsi e dirigersi con saggia consapevolezza verso l’eternità. Emanuele Marcuccio richiama con questa sua silloge versi già espressi nella sua raccolta “Per una strada”, dove ogni individuo terrestre è in continuo viaggio come semplice passeggero e non come unico attore. La poesia permette all’autore Marcuccio di non perdersi, di ritrovare la strada per lui stesso e per tutti noi, non solo “nell’alba d’autunno” di simbolismo pascoliano bensì proprio tramite l’opposizione anima-realtà esterna; i poeti sono come i girasoli, scrive Marcuccio, come tali voltano i loro capolini al sole e le emozioni poetiche sono i loro numerosi fiori. Emanuele Marcuccio ancora una volta sottolinea con le sue parole l’alto valore della poesia, veicolo di trasmissione di parole con significato pregnante e salvifico. La sua poetica non si limita a descrivere in maniera oggettiva ogni elemento cantato, il significato del contenuto di questa silloge apparirà sicuramente in tutta la sua completezza a chiunque abbia avuto la fortuna di leggere altre opere del noto poeta palermitano. La sua formazione culturale, le sue letture, le sue preferenze in campo letterario lo hanno certamente condotto a una maggiore maturità. Ritengo che Anima di Poesia sia un titolo giustamente appropriato per la silloge così concepita e scritta.
 
 
Susanna Polimanti
 
 
Cupra Marittima (AP), 26 febbraio 2014
 
 
[1] Inizio la mia recensione con un aforisma di Dostoevskij non a caso, ritengo infatti che in ogni poesia di Emanuele Marcuccio sia presente quel soffio divino che ispira il poeta e lo eleva.

L’ombrellone giallo: la nuova silloge poetica della siciliana Giuseppina Vinci

COMUNICATO STAMPA

Giuseppina Vinci_coverLa lentinese Giuseppina Vinci, docente presso il Liceo Classico “Gorgia” della sua città, dopo la fortunata pubblicazione di saggi brevi su autori moderni e contemporanei dal titolo Riflessi letterari (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013) ritorna con una nuova pubblicazione. Il nuovo libro, dal titolo evocativo e ben rappresentato dall’immagine di copertina, è L’ombrellone giallo che ci rimanda, quasi, a una poetica dell’essenziale o delle cose perdute.

Nella silloge trovano posto anche alcuni racconti di media lunghezza che testimoniano ancora una volta, com’era stato per il suo Chiara è la sera (Angelo Parisi Editore, 2012) la versatilità della scrittrice nei due generi letterari e l’indiscussa padronanza dei rispettivi stili.

L’ombrellone giallo si apre con una nota critica introduttiva firmata da Lorenzo Spurio nella quale il critico osserva: “[L]a poetica della Vinci ha come desiderio manifesto quello della lode, dell’encomio al Creato e al suo Creatore che nasce dalla riconoscenza e dall’accettazione del Peccato che, in quanto uomini, siamo costretti a portare. Per questo alcune liriche diventano addirittura delle preghiere, dei testi che, musicati, potrebbero trovare la loro locazione tra la predica e l’eucaristia in una celebrazione religiosa: Tutto tende a Te,/ tutto parla di Te,/ tutto è in TE!”.

Il libro, edito da TraccePErLaMeta Edizioni, è disponibile alla vendita sul rispettivo negozio online della casa editrice (www.tracceperlameta.org) e su tutte le vetrine online specializzate nella vendita di libri.

 

 

L’autrice

Giuseppina Vinci è nata a Lentini (SR). Docente nella scuola pubblica, tutt’ora è in servizio presso il liceo classico “Gorgia” della sua città.

Ha pubblicato due libri di poesie e racconti: Battito d’ali (Aletti Editore, 2010) e Chiara è la sera (Angelo Parisi Editore, 2012) e un libro di saggistica breve, Riflessi letterari (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013). Ha pubblicato altresì in Cento voci verso il cielo, Antologia poetica e in Antologia di poesie “Il Forte”.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: L’ombrellone giallo

Autrice: Giuseppina Vinci

Editore: TraccePerLaMeta Edizioni, 2013

ISBN: 978-88-98643-05-9

Pagine: 74

Costo: 9€

Link diretto all’acquisto

 

  

Info:

www.tracceperlameta.org

info@tracceperlameta.org

Stile Euterpe vol.1 – Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà

Immagine

I redattori della Rivista Euterpe hanno inteso lanciare il concorso Stile Euterpe – Antologia tematica per una nuova cultura.

  

Il progetto:

 

Ogni anno i redattori della rivista sceglieranno un autore contemporaneo.

I partecipanti potranno inviare saggi, racconti e poesie che siano fedeli allo stile dell’autore e alle tematiche che hanno caratterizzato la sua letteratura.

Il primo volume sarà dedicato al siciliano Leonardo Sciascia, intellettuale di altissima dignità e di inesauribile impegno sociale profuso con la sua letteratura e temperamento. Il volume porterà il titolo di Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà.

Per la partecipazione all’iniziativa editoriale bisognerà riferirsi all’opera dell’autore siciliano, al suo percorso letterario, ai suoi luoghi cari e alle tematiche sociali concernenti la lotta per la legalità, la denuncia contro il malaffare e la mafia e la critica alla classe politicizzata con particolare attenzione a Il giorno della civetta, ai racconti de Gli zii di Sicilia e all’esperienza poetica dell’autore in La Sicilia, il suo cuore e ogni suo altro testo letterario o giornalistico.

L’obiettivo non è quello di plagiare o scovare il nuovo Sciascia, bensì omaggiare o rileggere lo stile dello scrittore siciliano attraverso un’antologia tematica, aperta soprattutto agli appassionati del genere e dello stile dell’autore di Racalmuto. In questo modo Euterpe vuole dare risalto ad autori sommersi e amanti della vera letteratura.

 

Selezione del materiale e composizione dell’Antologia:

 

I partecipanti potranno presentare 1 saggio breve (massimo 5mila caratteri spazi esclusi); 1 poesia (massimo 25 versi); 1 racconto (massimo 5mila caratteri spazi esclusi). Ci si può candidare con un solo lavoro e a una sola categoria.

I lavori, corredati dei propri dati personali e un curriculum letterario, dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@gmail.com entro il 30 novembre 2014.

La selezione sarà effettuata dai redattori della Rivista Euterpe (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/chi-siamo.html).

Entreranno a far parte dell’Antologia 20 poesie; 10 racconti; 10 saggi brevi.

La pubblicazione dell’Antologia sarà affidata a TraccePerLaMeta Edizioni (www.tracceperlameta.org).

La partecipazione al concorso è gratuita. L’autore selezionato per la pubblicazione si impegnerà ad acquistare 2 copie dell’Antologia al prezzo totale di 30€ (spese di spedizione incluse) dietro sottoscrizione di un modulo di liberatoria che verrà poi fornito.

I redattori della rivista Euterpe non dovranno intrattenere rapporti personali e/o di corrispondenza con gli autori che parteciperanno al progetto pena la squalifica dei testi dalla selezione.

I redattori della Rivista Euterpe non possono candidarsi alla selezione con un proprio lavoro.

 

Premiazione:

 

Non vi sarà una premiazione vera e propria, in quanto non ci sarà una graduatoria di merito: tutti i selezionati verranno pubblicati in antologia secondo i criteri sopra esposti.

In base ai tempi di selezione e pubblicazione dell’Antologia, sarà scelta una location dove verrà presentata l’opera e alla quale gli autori presenti nel testo sono caldamente invitati a partecipare e intervenire.

 

           

 

Info:

www.rivista-euterpe.blogspot.com

rivistaeuterpe@gmail.com

           

 

Rosa Cassese recensisce “Per una strada” silloge poetica d’esordio del palermitano Emanuele Marcuccio

Per una strada
di Emanuele Marcuccio
Ravenna, SBC Edizioni, 2009, pp. 100
ISBN: 978-88-6347-031-4
Prezzo: 12,00 Euro
 
Recensione a cura di Rosa Cassese
 
  
emanuele marcuccio - per una stradaLeggere un libro di poesie è come sfogliare l’animo del poeta, che si snoda attraverso parole, suoni, musiche, versi, sgorganti da un cuore puro, come quello di Emanuele Marcuccio.
La silloge “Per una strada” è una raccolta di 109 poesie di vario “spessore” lirico e, di argomenti disparati, che vanno dal tema prettamente amoroso, a contenuti impegnati, legati alla natura, al suo degrado, alla scuola, deteriorata da malgoverni, ad inni riguardanti personaggi storici, o filosofici, come Seneca; poeti romantici, come Leopardi; scrittori stranieri, tra cui Garcia Lorca ed altri. Quando ci si addentra nelle pagine del libro, pare di inoltrarsi nel “tempio” della poesia , non facile come può sembrare ad un primo approccio ma, comprensibile ed apprezzabile dopo attenta lettura, spirito penetrativo ed acume intellettivo. Per certi aspetti , si nota quel suo “dipendere “dal lirismo leopardiano, non affettato ma, “assorbito” durante gli studi classici ed emersi come acqua cristallina dopo il tonfo di una pietra nel suo cuore, che palpita all’unisono con la natura, a volte selvaggia, altre tenera e, variopinta.
Non mancano liriche rivolte al mare, quel suo mare, anche interno, agitato, che riesce a placarsi di fronte allo scenario naturale di onde, spinte da una risacca movimentata come la sua mente ed il suo animo, leggasi “Là, dove il mare…” (pag. 96). Da sottolineare lo stile, sempre puntuale, denso di metafore, allusioni, prolusioni, che spingono a raffrontare e, meditare. Spesso, sembrano schizzi di un pittore ma, sono “pensieri sparsi”, atti a dare il senso della brevitas e, della concinnitas, con uno stile asciutto, privo di fronzoli ed orpelli, essenziale ed estremamente lirico-filosofico. Vi è una certa fluidità non solo nei versi, ma nella concatenazione degli argomenti, originali, musicali, molto soavi. Le sue poesie si distinguono per la ricercatezza, pur nella semplicità e, nell’eleganza dell’esposizione. Il verso non è sottoposto ad alcuna regola stilistica, è libero ma, nel suo “incidere” (sì, il verso crea quasi un’incisione) denota complessità, creatività e, movimento; uno scorrere di parole senza mortificarle in strutture metriche, un libero fluire del suo pensiero, molto prolifico che, solo una mente artistica può creare, tanto da poterlo paragonare, con una certa riserva, al grande Leopardi, suo ispiratore.
 
Poesie da sottolineare
 
Nelle liriche inserite nel libro “Per una strada” vi è la netta allusione alla vita, che volge verso il suo autunno. “Per una strada senza fronde/ si aggira furtivo e svelto/ il nostro inconscio senso,/ […]” (pag. 77). Il mistero dell’esistenza che, spesso, i poeti “cantano” senza poterne penetrare i segreti riposti.
Altro tema molto sentito è quello dell’Indifferenza (verso se stesso!), come in “Soffrire” (pag. 66), “[…] i pensieri mi divorano;/ indifferenza, sol tu mi resti:/ vago pensiero,/ vago lamento,/ vago tormento.” o nella lirica “Indifferenza” (pag. 60), “Sentimento opaco,/ che copri d’un velo il mio duol,/ […]”; indifferenza, non intesa come estraniamento ma, partecipazione dolorosa pur nell’immobilità.
Tema che suscita tenerezza e, che serve ad indagare meglio lo spirito poetico del Marcuccio è quello dedicato agli animali. Commovente la lirica al suo pappagallino: “Caro pappagallino,/ dolce e affettuoso!/ Sei involato in cielo,/ tra le volventi nuvole/ della gloria armoniosa di Dio;/ […] Gli angeli e i santi/ si rallegrano del tuo tenero canto/ […]” (pag. 15). Vi è in questi versi un voler quasi umanizzare la “volata” in cielo del povero uccellino, tanto amato dal poeta, amico e, compagno di vita.
Tenerezza, delicatezza, predisposizione verso i sentimenti, come l’amore e la musica caratterizzano altre liriche, degne di attenta lettura e, di ricezione nell’intimo: “Desiderio improvviso”, dove vi è un repentino rimembrare il viso della dolce amata, “Dolce rimembro il tuo bel viso,/ creatura di rose,/ […]” (pag. 79); “Sogno”, “Amor sì dolce,/ quiete sì cara,/ […] m’immerge rapito,/ prorompe l’amor sopito;/ […]” (pag. 59); “Amore”, “Dolce sogno, ebbrezza d’intenti,/ sogno, estasi d’eterno:/ dolore del mondo,/ dolce rimembranza,/ brezza carezzevole,/ […]” (pag. 27).
La musica, altro tema dominante, come in “Musica lontana” (pag. 83), “Ampi spazi,/ volate d’azzurro,/ rincorrersi delle note,/ tersa armonia azzurra:/ […]”
Notevoli le poesie dedicate a personaggi del passato, frutto di studi e retaggi classici, come “Seneca” (pag. 57), “Grande, radioso astro/ nel buio mare:/ valori eterni pur novi/ dettasti, inquietanti./ […]”
Da tutto ciò si può evincere che è una raccolta completa.
Vasta, variegata, classica e innovativa, un “mare” di versi, una strada, a volte, impervia per il dolore amoroso o, per eventi catastrofici naturali; sensazioni, emozioni, dolcezze provate, rifiuti “assaggiati” indifferenza scrollata, vita che si rinnova per continuare a donarci innovazioni con prodezza di penna, di mente e, cuore.
 
 
 
Rosa Cassese
(Poetessa, scrittrice, docente di lettere)
 
 
4 settembre 2013

Lorenzo Spurio su “Liceali” di Francesca Luzzio

Liceali
Di Francesca Luzzio
Con prefazione di Sandro Gros-Pietro
Genesi Editrice, 2013
Pagine: 130
ISBN: 9788874144051
Costo: 13€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Neanche il mio malessere induce mia madre a starmi vicino. (83)

 

downloadDopo varie raccolte poetiche e un interessantissimo saggio sulla storia della poesia nella letteratura italiana, la scrittrice palermitana Francesca Luzzio torna con una nuova opera, una sorta di compendio artistico od opera omnia che si compone di una prima parte con vari racconti e poi una seconda parte dedicata alla poesia. Il tema o, meglio, il sottofondo delle varie vicende narrate, è quello della scuola e in particolare quello dei licei, riferimento biografico alla stessa Francesca Luzzio che per tanti anni ha insegnato in scuole di questo ordine e grado. Il libro si apre con una propedeutica e riflessiva analisi del critico Sandro Gros-Pietro che veicola già da subito quali sono le intenzioni che muovono l’intero progetto contenuto in Liceali.

La scuola, comunemente considerata come luogo di istruzione e di cultura, come condizione di crescita e sviluppo e motivo di apertura, riflessione è ciò di cui più sta a cuore alla Nostra che in queste pagine, nell’artifizio della narrazione, non può esimersi di celarsi dietro gli sguardi di vari insegnanti che descrive, alcuni nuovi, altri veterani, impegnati in lezioni o accompagnatori in visite d’istruzione. Ma ciò che Francesca Luzzio intende sottolineare con questo libro è probabilmente la poca attualizzazione di programmi di studio che finiscono per non interessare gli studenti come quando nel racconto conclusivo la ragazza, che sta leggendo con piacere Le Metamorfosi di Kafka, si stupisce che un simile libro sia parte del prossimo modulo di programma.

A fronte delle instabilità insite nella società contemporanea e della gravosità del mercato del lavoro sembra che anche la scuola in certi momenti perda la sua canonica funzione di “ente regolarizzatore” e performante delle coscienze dei giovani. Ed è così che la scuola, dove una serie di atteggiamenti una volta erano severamente banditi e puniti, che diviene lo scenario di sregolatezze, fenomeni di abuso, violenza o di ghettizzazione dei quali la Cronaca non è che portavoce. La scuola dunque sembra de-scolarizzarsi per assumere un aspetto molto più simile e paragonabile al ben più privato spazio domestico della casa dove la noncuranza dei genitori o la loro assenza possono in effetti consentire atteggiamenti che pure lì andrebbero monitorati e fatti osservare. Si nota una certa criticità o addirittura una delusione vera e propria della scrittrice che in quanto insegnante ha osservato con attenzione problemi, disagi e necessità dei giovani nel comprendere le loro azioni e questo non può che avvenire con un continuo riferimento alla precarietà o difficoltà delle condizioni familiari ai quali sono sottoposti. Si parla spessissimo di famiglie separate, divise, di madri insensibili agli stati emotivi dei giovani e interessate solo al loro possibile futuro da favola, genitori disinteressati, indifferenti o perché si sono costruiti una seconda famiglia, o perché gravati dalle dure condizioni lavorative o semplicemente perché non hanno mai eretto la famiglia a obbligo morale.

 Non ne posso più di essere spedito come un pacco postale, da una casa all’altra, tra l’indifferenza più netta di mio padre e mia madre, della compagna dell’uno e del compagno dell’altra. (54)

 Privati della loro naturale dimensione domestica dove di fatto vengono de-localizzati e de-privati, i giovani non hanno uno spazio, un nido, nel quale riconoscersi e sentirsi realmente protetti e “a casa loro”. La separazione dei genitori e il continuo trasferimento da una casa all’altra a seconda del tempo concesso per stare con un genitore o l’altro producono un effetto destabilizzante sulla necessaria tranquillità del giovane, infastidendolo e facendolo sempre vivere in uno stato di andirivieni, di esilio e spostamento continuo senza poter trovare la giusta pace interiore e calma con il suo spazio.

C’è denuncia in questo senso nei confronti della società: la mancanza di valori, le attestazioni di violenza, l’utilizzo del potere sugli altri, la sfrontatezza, il bullismo e l’offesa sono chiaramente delle manifestazioni degradate e degradanti di una mancata cura, presenza e “alimentazione” familiare che unite all’assenza di quelle figure che dovrebbero impartire il rigore, l’educazione e far intravedere i doveri vengono a dar man forte a quel sistema deviato e auto-impostosi come corretto nella mente di alcuni giovani.

Non mancano dunque episodi dolorosi in cui assistiamo a suicidi che avvengono nel silenzio e nella pura incomprensione della famiglia, violenze ed aggressioni per il bisogno di avere maggior denaro per comprare droghe, insensibilità e grettezza nei confronti del “diverso” che portano all’istaurazione di veri e propri modelli razzisti, l’omofobia nei confronti di un ragazzo omosessuale che tanto ricorda la vicenda passata alla cronaca come la storia “del ragazzo dai pantaloni rosa”.

L’adolescenza come periodo di crescita e di traghettamento da un prima e un dopo è sempre stata descritta come una fase difficile, esplosiva che va trattata con attenzione, rifuggendo sia morbosità che disinteresse da parte dei genitori. Ed è proprio quello il momento in cui il ragazzo farà le conoscenze più importanti della sua vita (siano esse amorose, che amicali) che in un certo senso decreteranno il suo essere uomo/donna nella società; ma è anche il momento delle “nuove autorizzazioni” genitoriali al raggiungimento della maggiore età che, se sommate a un indomito lasciar-fare possono avere un contraccolpo: l’abuso di droga e di alcool, l’acquisizione di atteggiamenti superiori e sprezzanti contro gli altri (si veda l’episodio in cui il ragazzo picchia un barbone, episodio che poi darà luogo a un suo tortuoso ripensamento su quanto l’uomo gli ha detto).

In molti casi assistiamo a giovani, a studenti, che pur essendo inseriti in un contesto sociale che è quello della classe, vivono la loro diversità auto-recludendosi e al contempo soffrendo una logica claustrofilica indotta: la solitudine che alcuni giovani sperimentano e vivano in classe e che li conducono a una sorta di “esilio” (si veda il ragazzo gay, o il ragazzo di colore) è una situazione dolorosa che deprime lo stato psicologico del soggetto e lo demotiva, ne svilisce l’esistenza e lo conduce spesso anche a pensieri autolesionistici nutriti dal suo senso di nullità e incomprensione per il mondo tutto.

Come si diceva, l’analisi è abbastanza amara. Gran parte dei racconti denunciano, affrescano delle realtà che sembrano sommerse e che invece non vanno taciute, manifestano attenzione verso casi di emarginazione che debbono necessariamente essere estirpati con la chiara consapevolezza che è di certo semplicistico attribuire alla famiglia di un certo ragazzo depravato colpe e cause, ma sicuri anche del fatto che il germe d’origine di una personalità depressa, chiusa o pericolosa per gli altri ha di certo un’origine primaria che va localizzata nello spazio delle mura domestiche. Le poesie che compongono la seconda parte del libro, invece, sembrano avere un tono più rilassato dove in effetti anche alla speranza è possibile co-esistere all’interno di una prospettiva di sdegno che ha animato le pagine dei racconti.

Su un libro come questo che affronta il disagio giovanile facendolo da dentro, ossia dallo spazio dove i giovani sono chiamati a dare (in termini di conoscenze), ma dove finiscono per chiedere (l’aiuto, una sorta di sostegno, anche se indirettamente) ci sarebbe molto da dire, ma ciò che è necessario osservare è che Francesca Luzzio fornisce al lettore dei racconti piuttosto brevi nei quali condensa con normalità e voglia di far riflettere delle storie di ineguaglianza, prevaricazione e smarrimento della propria personalità. Non è un caso che il tema dello specchio ritorni più e più volte nel corso del libro: prima quando la ragazzina bellissima prende a farsi delle foto in posizioni osé e poi deciderà di venderle praticamente ad amici e conoscenti per mezzo del telefono arrivando a vendersi lei stessa (lo specchio qui è l’elemento che dà sicurezza alla giovane della sua bellezza e dunque della sua superiorità, quasi un contemporaneo Narciso che come quest’ultimo finirà per soccombere al suo stesso desiderio) e poi nella storia del barbone picchiato e vilipeso dove il ragazzo, specchiandosi, si vedrà d’improvviso invecchiato e tramutato proprio nel senzatetto che ha battuto.

L’identità, la perdita di essa e del suo sdoppiamento, si localizza come uno dei vari temi che costituiscono la trama organizzativa dell’intero libro e non è un caso che si citi Pirandello e Kafka e lo specchio come oggetto che ci fa conoscere noi stessi, ma che al contempo ci destabilizza e ci inquieta (ricordiamo Vitangelo Moscarda che metterà a soqquadro la sua intera esistenza). Nel racconto conclusivo questo sdoppiamento del personaggio, questa impossibilità di potersi riconoscere in maniera identitaria viene sviscerato da una ragazza che si trova in visita d’istruzione e che ben si addice alla manifestazione della perdita di quell’autocoscienza che porta a una vera e propria forma di estraniamento dal sé:

Tutti vogliono che mi comporti in un modo o nell’altro e io cerco di contentare tutti, opprimendo e schiacciando quelli che sono i miei desideri, le mie passioni. […] Non so più chi sia. […] Il sabato poi,… la metamorfosi, nell’arco di un pomeriggio, è duplice: prima divento la nipotina rispettosa che ogni settimana va a visitare i nonni, la sera mi trasformo nella puttana di Vincenzo, il mio ragazzo. (88).

Con un linguaggio che fa completamente ricorso al gergo giovanile, assistiamo a fatti eclatanti che avvengono all’interno della dimensione scolastica, tra lezioni, pause, assemblee, occupazioni, consigli di classe, visite d’istruzione e pause tra un’ora e l’altra. Il tutto è scandito dal suono della campanella e dalla figura dell’insegnante che, forse, a volte non è neppure capace di gestire le varie problematiche dei giovani disagiati come avviene appunto all’insegnante nell’ultimo racconto:

Mi sento avvilita, confusa, né riesco a trovare le parole giuste per rincuorarla.  (89)

 Il fenomeno di ghettizzazione per motivi di carattere razziali contenuto nel racconto “Italiano non italiano” fa senz’altro riflettere, perché in questa circostanza il sentimento di estraniamento e di non-coesione nel gruppo è ulteriormente accentuato per motivazioni di colore della pelle. Il finale del racconto di certo non getta luce troppo positiva in quanto, se è vero che il giovane farà conoscenza con una ragazza, anch’essa di colore, e i due diventeranno vicini di banco e quindi nessuno dei due sperimenterà più da solo la sofferenza per l’emarginazione, va anche detto che questa è una felicità surrogata, o addirittura una felicità che non è tale in quanto spetterebbe all’insegnante facilitare l’inserzione dei due “diversi” nel tessuto della classe non permettendo un ulteriore caso di esclusione e separazione dalla stessa acconsentendo al fatto di tenerli vicini tra loro e separati dagli altri. Secondo la mia prospettiva questa è chiaramente una nuova forma di razzismo che, se motivata dalla volontà di facilitare i rapporti tra i due africani e abbattere il loro sentimento di solitudine, dall’altra li allontana doppiamente e in maniera ancor più grave dall’intero tessuto sociale della classe.

Il fenomeno di ghettizzazione per motivi di carattere razziali contenuto nel racconto “Italiano non italiano” fa senz’altro riflettere, perché in questa circostanza il sentimento di estraniamento e di non-coesione nel gruppo è ulteriormente accentuato per motivazioni di colore della pelle. Il finale del racconto di certo non getta luce troppo positiva in quanto, se è vero che il giovane farà conoscenza con una ragazza, anch’essa di colore, e i due diventeranno vicini di banco e quindi nessuno dei due sperimenterà più da solo la sofferenza per l’emarginazione, va anche detto che questa è una felicità surrogata, o addirittura una felicità che non è tale in quanto spetterebbe all’insegnante facilitare l’inserzione dei due “diversi” nel tessuto della classe non permettendo un ulteriore caso di esclusione e separazione dalla stessa acconsentendo al fatto di tenerli vicini tra loro e separati dagli altri. Secondo la mia prospettiva questa è chiaramente una nuova forma di razzismo che, se motivata dalla volontà di facilitare i rapporti tra i due africani e abbattere il loro sentimento di solitudine, dall’altra li allontana doppiamente e in maniera ancor più grave dall’intero tessuto sociale della classe.

Un libro forte, ma necessario, attuale e vero del quale la letteratura ha di certo bisogno per riflettere con attenzione su quelle che sembrano essere a-normalità e dunque manifestazioni da denigrare, annullare e violentare e che, invece, rappresentano semplici varianti al nostro concetto di normalità. Chiaramente la scuola e la figura dell’insegnante è centrale nel percorso di crescita del ragazzo e nella sua presa di coscienza nei confronti del suo ruolo sociale, ma l’autrice è attenta nel calcare la mano su quanto sia la famiglia la prima detentrice dell’educazione, del calore e del rispetto verso gli altri.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 2 Febbraio 2014

“Anima di Poesia”, la nuova silloge poetica del palermitano Emanuele Marcuccio

Comunicato Stampa

 

 

Cover_front_Anima di PoesiaEsce nel Gennaio 2014 Anima di Poesia, seconda silloge poetica del palermitano Emanuele Marcuccio[1] con le Edizioni TraccePerLaMeta. La silloge raccoglie le poesie degli anni 2008-2013, è aperta da una prefazione curata dal poeta e critico letterario, Luciano Domenighini, e chiusa da una postfazione curata dalla scrittrice e critico letterario, Natalia Di Bartolo.

Completa l’opera, una quarta di copertina curata dallo scrittore e critico letterario, Lorenzo Spurio, che all’Autore nel 2013 ha dedicato una monografia.

 

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio con Anima di Poesia giunge alla sua seconda silloge poetica, dopo la felice esperienza di aforista e di curatore di una ricca antologia, Dipthycha, il cui ricavato è stato destinato a una lodevole causa umanitaria in difesa della ricerca di una malattia grave, insidiosa e poco

conosciuta quale è la sclerosi multipla.

Una raccolta di liriche variegate che spaziano dall’incondizionato fascino verso il mondo classico ad un nuovo e interessante formalismo dove è l’oculatezza sintattica a governare. Sfogliando Anima di Poesia, che si compone di varie poesie di chiaro intento civile, motivate o ispirate da qualche fatto o condizione che riguarda l’uomo in quanto parte del gruppo sociale, il lettore si troverà rispecchiato in molte delle ansie del poeta, che sono quelle della nostra epoca.

Con un registro per lo più asciutto, ma sempre appropriato e propedeutico alla resa in versi della coscienza del poeta, Marcuccio con quest’opera ci affida le chiavi dello scrigno inarrivabile dell’ “anima della poesia”. Un’utopia che si realizza, grazie alla Parola.  (dalla quarta di copertina di Lorenzo Spurio)

 

SCHEDA DEL LIBRO

 

 

TITOLO: Anima di poesia

AUTORE: Emanuele Marcuccio

CURATORE: Lorenzo Spurio

Editing Cover Images: Laura Dalzini

Original Cover Photo: Giuseppe Parello

EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni

GENERE: Poesia

FORMATO: Brossura

PAGINE: 80

ISBN: 978-88-98643-08-0

COSTO: 9,00 €

http://www.tracceperlameta.org/tplm_edizioni/negozio/anima-di-poesia-emanuele-marcuccio/


[1] Emanuele Marcuccio (Palermo, 1974) ha conseguito la Maturità Classica nel 1994. Si occupa di poesia (ha pubblicato la silloge poetica Per una strada, SBC Edizioni, 2009, ha ideato e curato una non solita antologia poetica, Dipthycha, Photocity Edizioni, 2013, che lo vede presente con ventuno titoli, in dittico di uguale tema, con altrettante poesie di autori vari) e di aforismi (ha pubblicato la silloge di aforismi e pensieri vari, Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, 2012).

È uscito “Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio”, un saggio di Lorenzo Spurio

Photocity Edizioni ha appena pubblicato Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio,saggio monografico dello jesino Lorenzo Spurio.

Il saggio di settantasei pagine è stato portato a termine il 2 luglio 2013 e verte sulla produzione edita e inedita di Emanuele Marcuccio, che amplia e rivisita la relazione da Spurio preparata per la recente presentazione dei libri di Marcuccio, tenutasi a Palermo lo scorso 16 giugno, presso la sede unica dell’Associazione Artistica e Culturale “Centro Caterina Lipari” e “Romantic Museum”.

Ricordiamo le opere di Emanuele Marcuccio: «Per una strada» (SBC Edizioni, 2009), poesia; «Pensieri minimi e massime» (Photocity Edizioni, 2012), saggistica/aforismi.

SCHEDA DEL LIBRO

                        
cover frontTITOLO: Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio
AUTORE: Lorenzo Spurio
CURATORE: Lorenzo Spurio
Editing Cover Images: Lorenzo Spurio
EDITORE: Photocity Edizioni
GENERE: Saggi/Critica letteraria
PAGINE: 76
ISBN: 978-88-6682-478-7
COSTO: 8,50 €
Link diretto alla vendita

Intervista a Salvuccio Barravecchia, a cura di Lorenzo Spurio

 INTERVISTA A SALVUCCIO BARRAVECCHIA

AUTORE DE “LA DIVINA IRONIA”

  

9788862720168LS: Il tuo libro “La divina ironia” è stato descritto in vari modi: come una pungente critica della società, come una parodia, come una riscrittura della storia della creazione, come una summa di insegnamenti forniti per mezzo della tecnica del paradosso. Quale era la tua intenzione principale che ti eri prefissato con questa pubblicazione? Stupire, criticare o far ragionare gli altri?

SB: Sicuramente far ragionare gli altri ma anche stupire. Il mio libro “La Divina Ironia”, quando uscì ebbe molte critiche per niente costruttive: alcuni insistevano nel dire che non si capiva niente, senza nemmeno averlo letto o per invidia; altri invece, affermavano che era un’accozzaglia di versi messi su carta bianca. Addirittura ci furono personaggi di bassa calibratura culturale, che cominciarono a puntarmi il dito dicendomi che ero un satanista, un blasfemo, uno che odiava la razza umana e addirittura un pazzo scatenato fuori dagli schemi.

Queste affermazioni però oltre a farmi sorridere mi spinsero a presentare il mio libro in modo alternativo e su questo mi aiutò molto la struttura del mio testo di per se molto teatrale.

Nella prima presentazione che feci utilizzai molto i disegni e le melodie.

Infatti nei miei versi accompagnati dalla chitarra, ho cercato di evidenziare l’amore per la natura e i suoi messaggi divini, l’amore per la poesia, per l’Arte ma in particolare ho cercato un modo per scrollarsi di dosso la serietà con cui l’uomo si confronta con le religioni.

Io non sono mai stato legato a nessuna religione, ma questo non vuol dire che le disprezzi.

Credo nel Dio per il semplice fatto che la poesia è un qualcosa di molto misterioso e chiunque l’abbia inventata e donata, nutre un amore immenso per l’Arte. Questo è e resta un qualcosa di molto evidente.

Il sorriso è di per se Arte; esso vive dentro di noi per liberare l’animo dalle catene delle invidie.

Il mondo di oggi ha smesso di ridere, si pensa solo a far soldi a palate, ad andare in chiesa a pregare per se e mai per coloro che muoiono di fame. Si pensa solo a trucidare le donne perché magari hanno un animo libero rispetto alla chiusura mentale di coloro che li circonda.

Al contrario di quello che si può pensare nella Divina ironia ho  inventato un viaggio molto creativo e costruttivo (il tempo poi mi ha dato ragione) in due mondi paralleli , paradiso e inferno, dove si vanno a ricercare i punti che li possono accomunare e quelli che li differenziano e l’ho fatto utilizzando un linguaggio leggero, pungente, rispettoso, pieno di colori e profumi e avvalendomi di un ampio uso dell’ironia e del paradosso.

In questo viaggio ho tralasciato volutamente  il purgatorio perché a mio parere meta obbligatoria per soli avvocati.

Ecco io a questo punto volevo evidenziare alcuni passaggi del mio libro e lo faccio trascrivendo la metafora dello Spensierato Samaritano:

 

Lo spensierato samaritano

 

Giuseppuzzo amava Mariuzza da sempre. Ma, dopo il loro matrimonio, imparò ad amarla ancora di

più. La stessa cosa valeva per Mariuzza, che attendeva ansiosa il susseguirsi dei giorni, nella

speranza dell’arrivo di un bambino.

Passarono giorni, anni, mesi ma del pargolo… nessuna notizia.

Il gran Dio notò che Giuseppuzzo e Mariuzza geneticamente non erano tanto compatibili, e ciò

divenne un problema, dal momento che aveva deciso di far arrivare come salvezza,

il suo di figlio, e direttamente nelle braccia di Mariuzza.

Ma il grande Dio pur continuando a sperare nella loro riproduzione, appropinquando del visto,

 chiamò lo Spirito Santerello dicendogli:

“Vai Spirito Santerello!!! Per far nascere il mio figlio messaggero e messia occorre una manovra.

Giuseppuzzo purtroppo, nonostante sia una persona stupenda, dobbiamo metterlo per un attimo da

parte, perché non potrà raggiungere mai la mia astratta genetica. Adesso vai ed annuncia a chi di

dovere, le mie ultime intenzioni…!!!”

E lo Spirito Santerello partì verso la casa della famiglia SANTI, a riversare il volere del Dio.

Il giorno dopo l’inondazione di purezza ormonica, Mariuzza andò contenta nella falegnameria di

Giuseppuzzu per dargli la notizia. Giuseppuzzu quando la vide arrivare l’abbracciò dicendole:

“Ma come sei contenta amore… vedendoti così divento ancor più felice…”.

Mariuzza: “Giuseppuzzu, aspetto un bambino per volere divino…”.

Giuseppuzzu: “Ma mi rendi una pasqua… finalmente diventerò padre !”

Mariuzza lentamente e molto intimidita rispose:

“Diciamo una specie di padre adottivo… perché la genetica

appartiene tutta al Padre Eterno, prestata o donata prudentemente allo Spirito Santerello… per poi

 lasciarmela… crescere dentro…”.

Giuseppuzzu: “E l’illibatezza?”

Mariuzza: “Quella è rimasta intatta…!”

A tal punto, a Giuseppuzzu confuso restò per sempre questo dubbio: “Ma lo Spirito Santerello,

visto questo passaggio… È MASCHIO O FEMMINA?

Il loro stato mentale era sugli stenti di qualsiasi opinione.

Ma entrambi dandosi la mano e guardando su in cielo, videro gli astri scambiarsi il loro unico scopo

per poi lasciare spazio a questo schermato rumore:

ACIDI GONFI

È caduto un soffio

che parlava con scansione

derubava alcuni istinti

osservati dal chi sei.

La parola chiede spazio

con la forza della rabbia

distorce il gusto di una fetta

assaggiata prima di noi

Siamo soli

siamo gonfi

siamo sciolti

come acidi in vita.

Siamo umani non capiti

di fronte a quel sublime

dove scivola stanco

il vero nome della libertà

Siamo goffi

siamo sobri

Siamo opposti di entità.

Ecco ci tengo a sottolineare che in questo sinceramente non trovo niente di offensivo; senza riuscire a scherzare con il Divino arricchisce il rapporto con le proprie divinità.                                                 Anche se il mondo oggi è diventato un recipiente di tristezza e di paure.

 

LS: Nel libro non sono infrequenti dei passi in cui abbandoni la prosa per scrivere, invece, in versi. Secondo te il messaggio che un poeta manda con una poesia può essere mandato anche con un pezzo in prosa oppure, per qualche motivo, non si riuscirebbe mai a sortire lo stesso effetto nell’interlocutore?

 SB: Io ho cercato di utilizzarle entrambe, il mio è un chiaro esperimento artistico.

La parte raccontata del mio libro cerca sempre di ironizzare su diversi aspetti: un esempio i sette peccati capitali. Infatti come ben sappiamo questi peccati ti conducono all’inferno.

Infatti nel mio libro l’Ira viene attribuita al nostro Dio, il quale durante il diluvio universale fattosi prendere appunto dall’Ira, cancellò la razza umana da lui creata… quindi è stato un monellaccio divino, senza offesa.

L’uomo è soggetto all’Ira e se siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio significa che qualche vizietto ce l’ha trasmesso.

Poi vorrei anche che qualcuno mi spiegasse come da due uomini, Caino e Abele, si sia popolato il pianeta.

Comunque ritornando al discorso con l’utilizzo dei versi ho dato ampio spazio alla mia fantasia mentre con la prosa ho creato la culla dove poggiarli.

La poesia nasce vera e complice senza bisogno di ritocchi, al contrario della parte raccontata che ha bisogno della sua sonorità per crescere che ho fatto tramite un’approfondita ricerca Artistica.

Io ritengo con questa pubblicazione di aver creato un nuovo genere, originale e innovativo, utilizzando un metodo di scrittura completamente inventato da me.

 

LS: Quanto è importante per te la poesia? Quali sono i progetti culturali che ti vedono attualmente impegnato per la promozione della poesia o della cultura in generale?

 1208798_360539797409678_1342153338_nSB: La poesia muove il mio animo, riesco a sentire il suo battito del cuore, spesso mi sorride e spesso mi abbraccia.

Grazie all’amore che nutro per la mia poesia ho partecipato e dato il via a presentazioni di pitture, di autori. Ho avuto importanti riconoscimenti, come il premio di poesia Alda Merini realizzato con l’adesione del capo dello stato, organizzato dall’Accademia dei Bronzi di Catanzaro e inserito nella medesima antologia “Mille voci per Alda” edita dalla prestigiosa casa editrice Ursini ed. 

Inoltre altre mie poesie sono state inserite nell’antologia “Amici in poesia”, pubblicato dall’università Ponti con la Società.

Ho scritto quarte di copertine per altri autori e per il futuro ho messo in cantiere, insieme ad un amico scrittore di nome Luigi, un bel teatro poetico; quest’ultimo per promuovere e divulgare la Poesia e l’Arte di diversi autori siciliani.

Certo le idee non mancano, ma voglio perfezionarle al massimo in questo nuovo progetto divulgativo, logicamente con la collaborazione di questo mio amico e di tanti appassionati di Arte.

Per uscire da questa morsa che attanaglia la cultura di oggi, bisogna spronare tutti gli artisti a partecipare e ad inventare eventi sempre più innovativi e fantasiosi.

Farsi conoscere direttamente dal pubblico è la cosa migliore, anche perché se tutto va bene si può creare una catena divulgativa senza precedenti.

 

LS: Che cosa ne pensi dei premi letterari e delle scuole di scrittura creativa? Sono dei validi strumenti per l’esordiente oppure sono delle macchinazioni che hanno prevalentemente un fine commerciale?

 SB: Esistono due tipi di concorsi: quelli che riescono a valorizzarti veramente e non c’è soddisfazione più grande, e quelli fatti per gli amici dei compari dei parenti… bisogna solo saper scegliere.

Per quanto riguarda la scuola di scrittura creativa, non penso assolutamente che sia utile.

La creatività nasce dentro ed è l’unica cosa astratta, in continua evoluzione. A mio parere insegnare un metodo di scrittura creativa ad un Artista- scrittore potrebbe bloccare la sua Arte personale e quindi avere dei risultati completamente opposti.

L’Artista è nato per inventare e non certo per seguire schemi prefissati. 

 

LS: Stai lavorando a una nuova pubblicazione? Se sì, puoi anticiparci qualcosa (titolo, genere, tematica)?

 SB: Si certo, sto lavorando ad una mia nuova produzione. Poco tempo fa ho tirato fuori dal cassetto un vecchio racconto che sto cercando di riadattare a copione teatrale; un mix di dialetto e italiano.

Il titolo non lo posso ancora svelare, ma posso dirti che tratta di un gioco ironico e rivoluzionario sulla società, società che è diventata vecchia, stanca e alla portata dei potenti, e che così facendo non può che esplodere.

Io preferisco passare la parola ad un sorriso, un sorriso che sfiori il cuore e cominci a far riflettere.

Non ho ancora ben chiaro con quale casa editrice pubblicarlo, di certo non Bonfirraro ed. perché per me non è in grado per ovvi motivi di promuovere Artisti.

Se invece la casa editrice è seria e mostra attenzione e interesse nel promuovere i suoi autori, allora si può fare tutto.

 

 30-06-2013           

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