Ilaria Celestini su “Anima di Poesia” del poeta palermitano Marcuccio

Cover_front_Anima di PoesiaAnima di poesia, ovvero la poesia che si fa cuore pulsante della nostra anima di creature assetate d’infinito: così si potrebbe parafrasare il titolo dell’ultima fatica letteraria di questo giovane e fecondissimo autore palermitano, aforista e curatore editoriale, oltre che poeta.
La silloge, che consta di una trentina di componimenti, è in apparenza di una semplicità lineare, nell’utilizzo del lessico, come del verso, e nella strutturazione retorica: liriche brevi, con uso frequente di iterazioni; qualche esclamazione; impiego di stilemi e lessemi topici della tradizione, frequenti al limite del parossismo.
Ed è proprio in questo, che, forse, è possibile cogliere, dietro la patina linguistica colta e tenacemente ancorata all’eloquio illustre, la vera anima di questo singolarissimo poeta: quella di un uomo che ha dedicato e continua a votare la propria produzione letteraria allo studio dei classici, al punto da farli così intimamente e sentitamente propri, da ricreare nella pagina poetica atmosfere personali e originali, rivisitando i testi immortali della grecità, una grecità apollinea negli aspetti significanti, ma traboccante di pathos e di emozioni nella sostanza dei significati.
I riferimenti alla terra natìa, una Sicilia amata e vissuta come vero e proprio luogo dell’anima, permeato di storia e di miti, e al tempo stesso così palpitante di dolci, intimissimi e struggenti ricordi; la devozione agli affetti familiari, che culmina nel grido dell’amatissimo padre nell’ora estrema; la dignità delle parole, sempre composte, curate, limate finemente e cesellate, a rispecchiare una dignità dell’animo che riesce a contenersi, mentre il cuore vorrebbe urlare; l’eleganza dei giochi verbali; il gusto per la composizione acrostica; le similitudini piane e limpide, eppure sapienti: questi sono solo alcuni tra i più marcati tratti dell’usus scribendi di questo poeta.
La raccolta si configura anche, sul piano simbolico, come un incessante dialogo con gli spiriti più elevati dell’arte, dai classici a Manzoni, sino a Leopardi e a Bach.
Ed è in questi ideali dibattiti che si manifesta la capacità di esprimere i più alti interrogativi dell’anima, quelli che concernono la domanda umana per antonomasia, ovvero quale sia il senso ultimo delle umane vicende, legata sempre alla consapevolezza della realtà, alla dolorosità del limite, sia sul piano fisico, sia su quello, ancora più greve da sopportare, ontologico.
Il poeta non è mai avulso dalle concrete vicende del proprio tempo, e anche quando vagheggia il rifugio in mondi lontani, è bene attento a farsi partecipe della sofferenza che lo circonda, e si fa solidale con il grido di chi soffre; emblematico, a questo riguardo, è il testo dedicato al terremoto di Haiti, e anche quello dedicato all’Abruzzo, in cui l’autore coglie il grido di chi ha perduto tutto, e lo ripete a gran voce, senza aggiungere altro, perché alla tragedia si addice il silenzio.
Un silenzio tuttavia permeato di corrispondenze d’amorosi sensi non solo con gli artisti del passato, ma anche arricchito dal colloquio intimo e discreto, e nel contempo continuo, con gli amici che condividono la comune passione poetica, come si nota nelle dediche alle varie liriche.
Un poeta radicato nella tradizione, basti pensare a quei vaghi rai fulminei di stilnovistica e rinascimentale memoria, che omaggiano la figura di Lucia, eterno femminino manzoniano, archetipo della donna ideale dalla casta e dolce bellezza, e insieme un autore profondamente immerso nella passione per l’impegno sociale e civile, curatore di opere destinate al sostegno di nobili cause, al servizio dei deboli.
Una raccolta preziosa, nella sua semplicità solo apparente, che da ogni piccolo frammento di realtà, tende a dilatarsi verso infiniti orizzonti, in modo lieve e discreto, e al tempo stesso potente, tratteggiando scenari tra passato e presente, con la grazia elegante di una voluta di Bach.

ILARIA CELESTINI

Brescia, 16 aprile 2014

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