“Articolo 1: Una Repubblica AFfondata sul Lavoro”, antologia di poesia civile edita da Albeggi Edizioni

ARTICOLO 1

Una Repubblica AFfondata sul Lavoro

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In occasione della Festa Nazionale del Lavoro del 1 maggio 2014

una raccolta di poesie imperniate sul tema del lavoro

a firma della Rome’s Revolutionary Poets Brigade.

Pubblicato da Albeggi Edizioni, nella collana ControVerso di poesia civile, è in libreria dal 23 aprile.

Lavoro e poesia si intrecciano, in questa raccolta, la seconda antologia poetica della Rome’s Revolutionary Poets Brigade, un collettivo di poeti convinti che la funzione primaria della poesia sia quella sociale e che essa non vada divulgata nei salotti ma nelle strade.

La prefazione del volume è di Agneta Falk, poetessa e artista anglo-­svedese, moglie di Jack Hirschman, da sempre impegnata sul tema dei diritti umani. Le poesie sono di: Alessandra Bava, Olga Campofreda, Marco Cinque, Massimiliano Damaggio, Ludovica Lanini, Marco Lupo, Edoardo Olmi, John Claude Smith, Angelo Zabaglio e Andrea Coffami. Prive di retorica e ricche di sensibilità, abbracciano il tema nevralgico del lavoro nelle sue più svariate declinazioni: dalla disoccupazione, alla ricerca del lavoro, dallo sfruttamento alle morti sul lavoro. La Brigade romana trae ispirazione dall’esempio poetico di Jack Hirschman, poeta contemporaneo statunitense tra i più importanti ed impegnati, fondatore della Revolutionary Poets Brigade di San Francisco, che sarà presente in Italia in maggio.

Curatori della raccolta, Alessandra Bava e Marco Cinque, il quale è anche autore delle fotografie contenute nel volume.

Parliamo ovviamente della poesia come strumento di opinione, la poesia di impegno civile, gradualmente riscoperta e valorizzata nel suo ruolo di sensibilizzazione sui temi di attualità (come emerge anche dalla recente inchiesta della Società Dante Alighieri e pubblicata nell’inserto Madrelingua, supplemento della rivista “Pagine della Dante”).

Il libro è disponibile da martedì 23 aprile nelle principali librerie italiane tradizionali e online ed è ordinabile da ora tramite il sito della casa editrice www.albeggiedizioni.com.

Allegata la copertina in jpg in bassa risoluzione. Si prega di fare richiesta della copia stampata per eventuali recensioni. Per informazioni contattare il 340 7461295.

Stile Euterpe vol.1 – Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà

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I redattori della Rivista Euterpe hanno inteso lanciare il concorso Stile Euterpe – Antologia tematica per una nuova cultura.

  

Il progetto:

 

Ogni anno i redattori della rivista sceglieranno un autore contemporaneo.

I partecipanti potranno inviare saggi, racconti e poesie che siano fedeli allo stile dell’autore e alle tematiche che hanno caratterizzato la sua letteratura.

Il primo volume sarà dedicato al siciliano Leonardo Sciascia, intellettuale di altissima dignità e di inesauribile impegno sociale profuso con la sua letteratura e temperamento. Il volume porterà il titolo di Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà.

Per la partecipazione all’iniziativa editoriale bisognerà riferirsi all’opera dell’autore siciliano, al suo percorso letterario, ai suoi luoghi cari e alle tematiche sociali concernenti la lotta per la legalità, la denuncia contro il malaffare e la mafia e la critica alla classe politicizzata con particolare attenzione a Il giorno della civetta, ai racconti de Gli zii di Sicilia e all’esperienza poetica dell’autore in La Sicilia, il suo cuore e ogni suo altro testo letterario o giornalistico.

L’obiettivo non è quello di plagiare o scovare il nuovo Sciascia, bensì omaggiare o rileggere lo stile dello scrittore siciliano attraverso un’antologia tematica, aperta soprattutto agli appassionati del genere e dello stile dell’autore di Racalmuto. In questo modo Euterpe vuole dare risalto ad autori sommersi e amanti della vera letteratura.

 

Selezione del materiale e composizione dell’Antologia:

 

I partecipanti potranno presentare 1 saggio breve (massimo 5mila caratteri spazi esclusi); 1 poesia (massimo 25 versi); 1 racconto (massimo 5mila caratteri spazi esclusi). Ci si può candidare con un solo lavoro e a una sola categoria.

I lavori, corredati dei propri dati personali e un curriculum letterario, dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@gmail.com entro il 30 novembre 2014.

La selezione sarà effettuata dai redattori della Rivista Euterpe (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/chi-siamo.html).

Entreranno a far parte dell’Antologia 20 poesie; 10 racconti; 10 saggi brevi.

La pubblicazione dell’Antologia sarà affidata a TraccePerLaMeta Edizioni (www.tracceperlameta.org).

La partecipazione al concorso è gratuita. L’autore selezionato per la pubblicazione si impegnerà ad acquistare 2 copie dell’Antologia al prezzo totale di 30€ (spese di spedizione incluse) dietro sottoscrizione di un modulo di liberatoria che verrà poi fornito.

I redattori della rivista Euterpe non dovranno intrattenere rapporti personali e/o di corrispondenza con gli autori che parteciperanno al progetto pena la squalifica dei testi dalla selezione.

I redattori della Rivista Euterpe non possono candidarsi alla selezione con un proprio lavoro.

 

Premiazione:

 

Non vi sarà una premiazione vera e propria, in quanto non ci sarà una graduatoria di merito: tutti i selezionati verranno pubblicati in antologia secondo i criteri sopra esposti.

In base ai tempi di selezione e pubblicazione dell’Antologia, sarà scelta una location dove verrà presentata l’opera e alla quale gli autori presenti nel testo sono caldamente invitati a partecipare e intervenire.

 

           

 

Info:

www.rivista-euterpe.blogspot.com

rivistaeuterpe@gmail.com

           

 

Lorenzo Spurio su “Oltre l’azzurro dei cieli” di Anna Alessandrino

Oltre l’azzurro dei cieli
Di Anna Alessandrino
Edizioni Agemina, Firenze, 2013
Pagine: 55
ISBN: 978-88-95555-68-3
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Eppure in quella melma
piano una ninfea si schiude
mentre al cielo
s’alza il riso di un bambino. (14)
 

copertina-web-Alessandrino_pa265sfx (1)Anna Alessandrino, poetessa della provincia di Bari, ha recentemente vinto il Primo Premio per la poesia inedita al Concorso Letterario Internazionale Pablo Neruda organizzato dalla casa editrice Agemina di Firenze. Non è un caso che il Premio sia intitolato al grande poeta cileno in quanto, tra le prerogative per poter partecipare a questo concorso, era necessario l’invio di almeno venti liriche di impronta civile. La poesia civile, che indaga cioè sui disagi, le storture, i drammi e le esigenze della società in un determinato luogo e tempo riveste una amplissima categoria della poesia che è sempre stata trattata nel corso della storia della letteratura con diverse intenzionalità: canti di sdegno, di denuncia, proclami di dissenso e quant’altro.

Sfogliando il volume di Anna Alessandrino, pubblicato dal concorso da lei vinto, che porta il titolo “Oltre l’azzurro dei cieli” ci rendiamo subito conto di trovarci di fronte a una poesia intensa, ben strutturata, frutto di una mente consapevole del tempo che ci è dato di vivere. La poetica di Anna Alessandrino gioca sulle pennellate di invidiabile liricità, con curiosi riferimenti al mondo classico e una vocazione portata al culto della parola. La forza espressiva delle liriche e in particolare la magia evocatrice che le contraddistingue è di certo il fiore all’occhiello di questa silloge che, per ritornare a quanto si è detto all’inizio di questo commento, è una poesia prettamente sociale, di riflesso di incongruenze della società; si legga ad esempio “La rabbia delle donne” e “Non più Penelope” che affrontano la difficile situazione dell’esser e conservarsi donna nel nostro presente. Poesie che fanno anche riflettere su un dramma caratteristico del nostro tempo ossia quello dell’incremento di forme di violenza sul sesso femminile.

Nella poesia “Missioni di pace?” sembra che la poetessa ci bisbigli all’orecchio una qualche domanda, che è poi quella contenuta nello stesso titolo della poesia. Esistono veramente delle missioni di pace, se queste vengono poi fatte con l’utilizzo delle armi? Anna Alessandrino non fornisce mai un vero e proprio giudizio sui fatti che osserva, descrive con sfiducia e praticamente “dipinge” nel momento stesso in cui noi leggiamo i suoi versi. Il tono di questa poesia è austero, mesto, opprimente e non potrebbe essere altrimenti; predominano la spietatezza di un’esistenza  che si “sacrifica” in nome di un progetto che però sarà fautore dei “sogni rubati” e causa dello “squarcio amaro/ di una giovinezza/ senza più sapore” (8).

Anna Alessandrino attinge dalla storia e dalla cronaca, ma struttura le sue poesie in una cornice che perde il senso di storicità per mostrare invece la componente universalistica, sempre attuale. E così, parlare della guerra di Bosnia nella poesia “Sarajevo 1992” è come intessere con sapienza e incredulità nei confronti di un mondo atroce, una metafora che è specchio del dramma che spesso, anzi sempre, purtroppo si rinnova, in ogni angolo del mondo:

 

Dove sono le stelle
In questa notte
Che non finisce mai? (5)

 

Non è sufficiente scorgere le stelle nella volta celeste in una sera d’estate e portare poi nei cuori l’indifferenza, l’odio, la prevaricazione e la ghettizzazione. Affinché quelle stelle possano splendere davvero, c’è bisogno che l’umanità si sollevi dal buio tenebroso nel quale è sprofondata.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.02.2014

“Il resto non è stato” di Giuliana Montorsi, recensione di Lorenzo Spurio

Il resto non è stato
Di Giuliana Montorsi
Edizioni Il Fiorino, 2013
Pagine: 38
Costo: 5 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Con Il resto non è stato (Edizioni Il Fiorino, 2013), Giuliana Montorsi ha meritatamente vinto la prima edizione del concorso letterario “Il cavaliere”. Le poesie che compongono questa silloge nascono da intenti diversi e anche dal punto di vista stilistico dimostrano un’ampia capacità della donna di sapersi destreggiarsi tra metri diversi. Ci sono poesie brevissime, di appena quattro o cinque versi, che leggiamo con un piacere tale che ci porta al desiderio di condividerle, sono come battiti veloci d’ali di qualche pennuto che, non visto, osserva il mondo dall’alto, da una posizione privilegiata. La poetessa non veicola attorno a un unico tema concettuale l’intera collezione di poesie, ma dà suggestioni di varia natura e riflessioni –amare, ma realistiche- del nostro oggi dominato dall’ignavia e dalla prepotenza.

Il titolo fa chiaramente riferimento al peso (da intendere come importanza) del passato, di quel mondo che si è vissuti in epoche precedenti e del quale portiamo sempre con noi un qualche riflesso e condizionamento. Non è un caso che molte delle liriche che Giuliana Montorsi affida al lettore con questo libro partano proprio da un difficile rapporto con la memoria. Il ricordo, l’elemento non tangibile, invisibile e astratto che ci lega al passato, alla nostra famiglia, alla nostra terra e che dà ragione a ciò che siamo nel presente, è da sempre stato impiegato nella letteratura intimista e diarista come indagine della propria coscienza. Nel caso di queste liriche ci troviamo di fronte a un ricordo che sembra essere slavato, che ha perso la sua turgidità e che trasmette alla donna principalmente dolore. Una desolazione che è perlopiù motivata dal fatto che il passare del tempo modifica (a volte rovina, addirittura) le cose, le esistenze, i rapporti e costringe l’uomo a dover soprassedere a questi mutamenti che, imperiosi e ineluttabili, si sono manifestati. Giuliana Montorsi è una donna molto legata al passato, al tempo, ai ricordi e da qui nasce proprio la fobia del ricordo, quasi che esso da una parte sia salvifico perché ci consente di riconoscerci e di identificarci, ma dall’altro di distruggerci giorno dopo giorno, venendo meno quelli che nel tempo sono stati eventi/persone centrali del nostro percorso di vita. La lirica che apre la raccolta, “L’album vuoto” è metafora di quella ricerca impetuosa di un tempo che è andato e che nel presente non può che dar forma a una mente nostalgica nella quale “si affastellan ricordi” (9); l’inganno dell’album nel quale la donna pensava di trovare immagini (“non c’erano disegni”, 9) è in realtà l’inganno stesso del tempo: una foto che sappiamo esser stata scattata e che manca è come un episodio vissuto del quale abbiam perso memoria o che nel diluirsi del tempo si è semplicemente disciolto nella nostra esperienza.

Non mi pare a questo punto una forzatura sostenere che le immagini che corredano questo libro, volutamente in bianco e nero, sono ulteriore segno da intendere alla luce di questa indagine psicologica di recupero della memoria. Il mondo dei colori si addice alla vita e all’esperienza di essa, mentre il bianco-nero, la gamma cromatica dei grigi, è in linea con la rievocazione del ricordo: “e tutto è in bianco e nero/ e tutto ciò che è stato,/ non può esser stato vero” (10).

La conversione della donna alla divinità del Passato che si calcifica e che non può essere percorso in maniera reversibile è tale che la poetessa giunge addirittura a domandarsi se ciò di cui ha memoria è realmente esistito o se, invece, il trascorso del tempo non abbia funzionato su di lei meschinamente. E’ davvero successo tutto questo?, sembra chiedersi. La mente salda e fresca di una donna che giustamente arriva a porsi queste domande chiarifica un certo stato di rottura con gli eventi, una sfiducia in un tempo visto come un qualcosa di privativo.

Ed è proprio per questo che sono convinto di scorgere nella poesia di Giuliana Montorsi una penna molto cosciente, che interroga con se stessa per cercare di capirsi meglio, che non si arrende e che, come osserva Patrizia Belloi nella prefazione, non può che partire dall’esaltazione delle piccolezze, dall’amore verso il dettaglio che comunemente non consideriamo. Molte liriche sono chiare attestazione d’amore verso la natura, vista non solo come scenario di un ambiente che conserva in sé un suo significato e una ragione di spensieratezza, ma come diretto riflesso di suggestioni sull’animo della donna.

Quelli di Giuliana sono, come lei li definisce “tormentati versi” (11) che nascono da riflessioni, analisi interiori, escursioni nel passato e nei tanti ricordi che vengono percepiti come espressione di una dimensione lontana, sospesa, ossia del “nostro tempo perduto” (12).

A completare questa raccolta di poesie che merita vivamente di essere letta vi sono alcune liriche di impronta sociale in cui la poetessa affresca delle realtà di indigenti che affollano le nostre città: il barbone che sembra non trovar la clemenza e l’accoglimento delle troppe “Sorde,/ sante,/ solenni,/ sprangate Chiese” (30) della Capitale; il dramma di una donna costretta a vendere il proprio corpo, a mascherarsi di bellezza e felicità per poi scoprirsi derelitta dentro di sé: “Tra fari e soldi/ un pianto di donna” (34), sino alle continue e intuite tragedie per mare dove muoiono tanti immigrati ai quali la poetessa affida dei versi misericordiosi e di grande dolcezza:

 

Come fiori o ghirlande

come barche o aquiloni

li vorresti salvare. (37)

  

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 12-02-2014

“Disagio & Letteratura” il 15 febbraio a Firenze con una conferenza, un reading e un incontro con gli esperti dei DCA

Cartolina d invito-page-001

Disagio e Letteratura

 

Scuola Eurocentres

Palazzo Guadagni – Piazza S. Spirito 9 – FIRENZE –

 15 febbraio 2014

 

Programma 

Ore 16:00 – Conferenza di Letteratura

vedi programma sotto

 Ore 17:15 – Pausa Caffè

 Ore 17:30 – Reading poetico (I parte)

Ore 18:30 – I Disturbi dei comportamenti alimentari (DCA):  parlano gli esperti

Dr. Lorenzo Franchi

Dr.ssa Barbara Mezzani

Dr.ssa Stefania Pallini

Ore 19:00 – Reading poetico (II parte)

Ore 19:40 – Chiusura dei lavori

Allegato 1 - Programma dell evento-page-002

Anna Scarpetta su “Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima” di Annamaria Pecoraro

Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima
Poesie di Dulcinea – Annamaria Pecoraro –
Editrice Lettere Animate – Collana Poetica –

                                        

                imagesLa poesia, di Dulcinea Annamaria Pecoraro, Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima, Editrice Lettere Animate, vuole essere, essenzialmente, un dolce inno all’amore. A mio parere, tanti bei versi che parlano di veri, forti, sentimenti nei confronti della persona amata, verso cui ella rivolge molta fantasia e personale disponibilità, con un’apertura mentale davvero singolare. A dire il vero, ella,  dedica, con dedizione, il cuore e l’anima, con struggente, intensa, passione. Difatti nelle prime pagine del libro si legge,  con vivo piacere, nella poesia Amore: “Amore così grande ed indivisibile/che riesce a superar montagne/o a farle crollare. Amore infiamma, costruisce…/Amore s’incrocia per strani mezzi del destino. Amore dove mai avresti immaginato!”. (pag51).

                La poetessa, in effetti, riesce a definire l’amore in tanti modi, è un pregio per lei saperlo riconoscere o incrociare con il solo sguardo, intuendo, convinta, nella sua vita, un finale inaspettato, nella chiusura in un legame di vecchia data, avvenuto, forse, con effetto lacerante, come se ci fosse stato di mezzo lo zampino del destino. Ecco,  questo intende dirci, Annamaria, in tante diverse poesie, sia nello spirito che nei suoi reali contenuti,  anche se con lievi,  varie, sfumature. Sono certa che il grande tema di questo libro resta comunque l’amore come punto centrale di tutta la raccolta poetica. Ella ne dà una definizione molto più brillante e convincente in  Angelo caduto: “Sono qui, puoi sentire la mia voce/sono la tua luce e la tua oscurità./Ti sto aspettando…. Sei e sarai sempre /l’elisir della mia libertà”. (pag. 58).

                In sostanza, l’esaltazione di un amore, senza mai esagerare, che l’autrice  percepisce tra il buio del silenzio, o nella luce dei suoi giorni, resta così viva e presente nei sogni di ragazza, ancora fortemente innamorata. E, si sa, le ragazze di ogni società cercano, come nelle favole, di sognare il proprio amore con la loro fantasia, con le ali dell’immaginazione, cercando di volare in quei cieli e spazi che vanno oltre la normale realtà. La mia, minuziosa, osservazione m’induce a dire che l’intera raccolta poetica, di Annamaria Dulcinea, è particolarmente bella, e moltissimi versi intrecciano diverse visioni realistiche della vita, sia sul piano affettivo quanto espressivo. In concreto, poesie che sanno parlare di rose senza spine, quando gli occhi dell’amore non ne vedono; una particolarità a dir poco sorprendente, per chi, in passato,  ha dovuto conoscere cosa sia la vera sofferenza che lacera dentro costantemente. Ma, ella, nonostante tutto, riesce, in  taluni versi  ad essere anche un po’ ironica quanto cortese.

                Invero, nella  poesia Amor Cortese, ella, ha saputo plasmare congeniali versi  in una forma di respiro più incisivo, donando grazia e nobiltà all’immaginazione stessa, che s’apre  libera, luminosa di luce, come si legge in: “Messere mi accosto a voi/con virginale rossore/e quella sana dose di follia/che rende non vano il mio peregrinare/Terre deserte ed aride d’Amore/han percorso la mia anima/ e lo core leggiadro, nel sognare l’oasi, mira incantata Voi /Sentinella del mio errare/stella che guida ancora/e fa sperare/che lo destino abbia grandi progetti. Nonostante la stanchezza medito/come guerriera, attendo. Energizzo, nel dono del mio essere, la forza del coraggio, affondando con il sorriso, l’Alba.” (pag.65). A mio parere, questa magnifica poesia dice proprio tutto,  e non ha bisogno di alcun commento di come ella riesce a scrivere rime  col battito del cuore, attraverso i passi dell’anima.

            Non mi è stato difficile constatare che molte poesie parlano anche di altri temi sociali altrettanto interessanti, come: l’amicizia, la fraternità, l’amore per la patria e verso Cristo, nonché di marinai, di poeti. E, talune poesie, sono state già premiate in diversi autorevoli concorsi letterari e inserite in questa preziosa raccolta. Va osservato, tuttavia, che le rime del cuore della poetessa sembrano essere velate da una profonda tristezza e tanta amarezza, per un duro passato di sofferenza, probabilmente, al punto che, ella, fa fatica a superare, e  dimenticare. Ecco, dunque, che affiorano quei momenti che, inevitabilmente, impediscono al verso di essere più libero, per esprimere al meglio, con serenità, sentimenti altrettanto nuovi. A mio dire, sentimenti che potrebbero essere più inclini e congeniali di un talento, destinato a saper forgiare domani altri nuovi versi o novità in fatto di scrittura; probabilmente, con una  dialettica rinnovata più ricercata, mettendo a fuoco quella stessa forza di grandezza che ogni poeta nasconde dentro di sé.

                In effetti, in una sua speciale poesia: Milonga dell’Angel, ella asserisce con bravura:”… Il libero arbitrio, la lotta tra il il bene e male esplode/alla ricerca del suo applauso/Il finale è il resoconto del personale viaggio”(pag. 66)…” E’ vero, il male e il bene dentro di noi si combattono a vicenda in un afflato d’intenti, con troppe sfide continue, a volte avvincenti, travolgendo nell’insieme forti emozioni, che si plasmano con la sofferenza, ed è un arbitrio, visto sotto il profilo umano, e lo condivido, senza alcun dubbio. Va, comunque, un plauso alla poetessa che ha cercato di voler imprimere nei suoi versi questa reale sfaccettatura nella sua personale descrizione.  

                In conclusione, dopo un’attenta lettura, non sbaglierei dicendo che questo libro di Annamaria Dulcinea vuole essere un lungo cammino di chiarificazione dentro di sé, ovvero un processo liberatorio che adagio avanza gradualmente nell’inconscio della poetessa,  e che va delineandosi man mano per portare più luce e serenità nello spazio del suo immaginario, ma anche nella sua vita personale. Sicuramente, validi elementi necessari per poter guardare in avanti con più serenità, e scegliere così le varie opportunità, più vicine alle sue ambizioni, che siano in amore o in lavoro.

                La mia personale visione m’induce a valutare che l’autrice, in futuro, sia molto di più di questi versi forti e tenaci. Non risulta difficile, difatti, intravedere, in queste liriche, plasmate con fortezza e tenacità, un seguito di scelta più ampia, rispetto a quanto non abbia già dato o detto in precedenti sue novità, in fatto di scrittura. Mi viene di pensare, che a volte i suoi versi somigliano più a delle vere cordate di un alpinista tenace che spesso e volentieri si lancia a scalare una montagna. Io, personalmente, così intravedo l’inconscio di Annamaria, una vera forza instancabile, quasi inesauribile, pur di raggiungere una vetta o una mèta.

                Il suo animo, se pur ferito, in passato, io credo riuscirà ancora a percepire la grande spinta che va oltre l’innata sensibilità dei forti poeti, senza mai perdere di vista il punto luminoso del faro che sempre lampeggia di notte per orientare l’ingresso delle navi nel porto. In egual modo, credo, ella saprà farsi spazio e liberare la sua anima e portarla fuori dal magma di crudele sofferenza, per dedicasi ad altri nuovi versi diversi. Quel giorno sarà una ventata liberatoria, a differenza di quanto non stia già facendo, per tornare nuova, gioiosa della vita, amante dell’amore, dell’uomo che ama intensamente, con la voglia di ricominciare dalle ceneri del passato, per unire il suo canto alla Musa, che domani, dinanzi alla luce fresca dell’alba, le saprà ispirare tanti bei canti nobili e ammirevoli, così avvincenti, da sorprendere ancora i suoi fedeli lettori.

 

                                                                                                 Anna Scarpetta

 

 

LA PRESENTE RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Poesie come dialoghi” di Francesca Luzzio, recensione di Lorenzo Spurio

Poesie come dialoghi

Di Francesca Luzzio

Recensione di Lorenzo Spurio

  

Il mondo è grigio
Quasi mai blu:
la luce della luna
piange nuda la verità.
(da “Altro cielo”, p. 49)

poesie_come_dialoghiHo avuto l’occasione di conoscere Franceca Luzzio, poetessa e saggista palermitana, pochi mesi fa nel corso di un reading poetico sul disagio psichico e sociale organizzato dalla rivista Euterpe che dirigo. In quella occasione, la poetessa mi ha fatto dono di uno dei suoi libri, Poesie come dialoghi (Thule, 2008), che raccoglie un’ampia produzione poetica che la stessa ha voluto divisa in due parti: una prima parte sotto il titolo di “io e…” e una seconda parte “il mondo”. La silloge si apre con una propedeutica e approfondita analisi alle tematiche che la poetessa sviscera nel libro scritta da Franca Alaimo, altra poetessa palermitana.

Della raccolta mi hanno attratto in maniera particolare le liriche che appartengono alla seconda parte, quelle riferite al mondo, che danno uno sguardo per lo più amaro ma fortemente coscienzioso sulla presenza dell’uomo nel mondo, sui rapporti sociali, sugli accadimenti che mettono gli uomini l’uno contro l’altro. In poche parole questa sezione del libro affronta tematiche di chiaro interesse civile quali la guerra, la prepotenza e il potere dei pochi, la corruzione dei politici, la mancanza di sicurezze per il futuro e si configura, dunque, come un chiaro bozzetto della situazione socio-politica nella quale ci troviamo a vivere.

Numerosi i riferimenti alla società massificata (l’email, la tv, la New Economy) quali elementi necessari e imprescindibili nella vita frenetica e indifferenziata dell’uomo d’oggi, immerso nella sua città quale luogo-non-luogo, spersonalizzante e ormai lontano dalla sua mugnificenza storico-artistica.

Qui, in questa parte del libro, prevale il tono duro, pulito e scarnificato, un linguaggio semplice che trasuda violenza e stilla lacrime e sangue come quando in “Guardando la tivù”, la Poetessa non può fare a meno di impressionarsi (cosa che oggigiorno capita sempre con più rarità) dinanzi alle immagini di corpi trucidati: “Premi il pulsante, guarda là:/ i morti giacciono nel letame/ neanche una litania li sta a consolare” (p. 47). La televisione che è rappresentazione del mondo di fuori è portavoce in diretta di deliri, abomini e nefandezze che nel mondo si compiono di continuo. La crudeltà e l’efferatezza assurgono a programmi di un palinsesto deviato e che genera angoscia, ma che è immagine di quel mondo che uccide, violenta e perseguita il diverso e che porta la Nostra ad osservare con versi lapidari: “Il male è nei cuori, è nella mente nera” (p. 47).

Ed il mondo dei potenti e dei soprusi che la Nostra tratteggia si ritrova, molto probabilmente, all’interno della nostra stessa società, bianca, europea ed occidentale in generale che da sempre è stata caratterizzata come la storia insegna per essere fautrice di una serie di comportamenti quali la persecuzione, la deportazione, la sottomissione, la violenza, la lotta etc. E quelle “verità” pronunciate dai politici, che sono poi le voci che sentiamo alla tivù nei vari notiziari, non sono che parole che coprono bugie e travestono la reale condizione delle cose, tanto che Francesca Luzzio con un intento che oserei dire “velatamente polemico”, non può esimersi dall’osservare con lucidità e forse un po’ di disprezzo: “Fammi ubriacare di menzogne occidentali” (p. 47) e in un’altra lirica: “Roma uccide ancora/ e chiama civilizzazione/ l’arroganza, il potere, la presunzione” (p. 52).

Ma se nel mondo la cattiveria esiste, questo è dovuto solo e solamente dagli uomini, quella che la poetessa definisce “sciocca umanità” (p. 57): dal loro imbarbarimento culturale, dalla loro insensibilità e mancanza di consapevolezza, dall’allontanamento dalla religione, dalla spregiudicatezza e da tanto altro. Nel Mondo esiste il Male, perché ci sono gli uomini ad essere cattivi e a rendere l’umanità tutta una spregevole caricatura di rapporti sghembi, storpiati che non si assoggettano alle leggi di libertà del singolo: “Non incontri rondini, né uomo: solo parvenze, fantasmi smuovati/ manichini abbruttiti da grandi ferite” (p. 52). La ferita del manichino, dell’uomo non più uomo che si autolesiona, è espressione di quella malignità e indifferenza che l’uomo ha adottato come sua religione unica.

Nella prima parte della silloge, invece, troviamo delle liriche che si caratterizzano per un più ampio respiro, pur essendo allo stesso tempo particolarmente intimiste. Con un linguaggio a volte tecnico e che richiama la filosofia, Francesca Luzzio dà espressione a quelle che sono le sue idee e timori sul percorso dell’uomo nel mondo (il tempo che fugge, la morte) e lo fa con una poetica dai toni spesso grigiastri che mi rammenta lo stile crepuscolare, ma che si differenzia da quest’ultimo anche per la capacità di saper cogliere il cromatismo, soprattutto quello del verde, che viene richiamato nelle figure dell’albero e dell’arancio (“Le arance incastonano i rami/ l’azzurro cielo nel verde traspare”, p. 13). Anche qui ritorna il tema dell’impostura, anche se trasfigurato come fosse una favoletta di Esopo: “L’effetto della gara con i lupi:/ conseguenza naturale/ di normale darwinismo sociale”, p. 26).

Interessante la lirica “Rivelazione” nella quale la Nostra prende direttamente voce su una questione che a tutti noi sta molto a cuore: la poesia, il suo significato nel mondo d’oggi e la sua ricezione. La poetessa sembra essere abbastanza pessimista circa il potere effettivo della poesia su di noi: “La poesia? Nessuno l’ascolta./ Le sue voci sono effimere orme/ passi calcati su sabbiosi deserti/ senza sentieri” (p. 28). Permane l’idea che la Poetessa sia una persona stanca delle incongruenze, delle falsità e delle perplessità che l’oggi produce, ma al contempo si evidenzia con inaudita foggia la sua mai pretestuosa analisi alla critica realtà dell’oggi, dove la brama di potere, la superiorità e la bugia sembrano essere le uniche logiche che permettono all’uomo di avere un futuro. Una certa apatia e indolenzimento fanno sì che anche nel buio più pesto ci sentiamo incapaci di cogliere quella fioca luce che potrebbe aprirci a un mondo d’evasione e spensieratezza e Francesca Luzzio liricizza questo concetto in questo modo:

 Nessuno vuol più cercare

vacue scintille

intrappolate nell’oscurità”.

(in “Attesa vana”, p. 68)

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

Jesi, 1 Agosto 2013

 

Poesie come dialoghi
Di Francesca Luzzio
Prefazione di Franca Alaimo
Thule, Palermo, 2008
Pagine: 70
ISBN: 978-88-903717-0-7
Costo: 10€

 

FRANCESCA LUZZIO è nata a Montemaggiore Belsito (PA) e vive a Palermo, dove ha insegnato Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “S. Cannizzaro”.

Ha pubblicato varie sillogi di poesia tra cui “Cielo grigio” (Cultura Duemila Editrice, 1994), “Ripercussioni esistenziali” (Thule, 2005) e “Poesie come dialoghi” (Thule, 2008). Intensa anche la sua attività di saggista (si ricorda il saggio “La funzione del poeta nella letteratura del ‘900 ed oltre) e di narratrice: ha recentemente pubblicato la raccolta di racconti  “Liceali” (Genesi Editrice, 2013). Sulla sua produzione hanno scritto numerosi critici e scrittori di ampia caratura.

Ha partecipato a numerosi concorsi letterari riscotendo ottime segnalazioni.

Suoi testi sono presenti in numerose opere antologiche.

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“Percorsi Di-Versi” di Catello Di Somma, recensione di Anna Maria Folchini Stabile

Percorsi Di-Versi

DI Catello Di Somma

Ed. Vicolo del Pavone – 2012

Recensione di ANNA MARIA FOLCHINI STABILE

 
foto (3)Ho conosciuto il poeta Catello di Somma durante una trasmissione radiofonica di cui entrambi eravamo ospiti, un momento di reading ovvero un incontro in cui i poeti leggono le loro liriche e mettono a nudo la loro anima.
Considerando che potrebbe essere mio figlio –  coetaneo dei miei – mi ha da subito positivamente impressionata il fatto che è un uomo giovane e gentilissimo, schivo per quanto riguarda la sua vita professionale di cui accenna appena con compostezza e serietà, ma entusiasta della sua vita familiare e dell’affetto che lo lega a sua moglie e al suo figlio. É un giovane perbene che mi parla della sua poetica, delle sue liriche e di come la poesia sia per lui voce e occasione per testimoniare i sentimenti e le esperienze fatte, il cammino di crecita e di maturazione personale , il legame indissolubile stabilito con la Vita e con la Bellezza.
Due ore sono un tempo brevissimo per conoscere un uomo, peró, al primo impatto, quando le persone si incontrano o si piacciono o si lasciano perdere, perchè non è cosa abituale che un’anziana signora e un giovane uomo che ha l’età dei suoi figli, possano comprendersi letterariamente da subito e immediatamente su cosa sia il senso della vita, nutrendo entrambi rispetto profondo davanti al meraviglioso Mistero che conduce l’esistere di tutti noi.
“Nella poesia non si può essere tra sconosciuti, ma solo tra anime affini” mi scrive nella sua dedica e ne convengo appieno, perchè non appena mi accingo alla lettura attenta e curiosa della sua opera, mi ritrovo in un luogo “altro”, ricco di spunti di riflessione e meditazione; un cammino insolito, ma definito, in cui ogni parola ha significato univoco, forte ed esclusivo teso a definire un percorso umano e personale che abbraccia tutte le donne e tutti gli uomini che il poeta incontra sulla sua strada rivolgendo a ciascuno la sua personale attenzione e il suo verso evangelicamente rispettoso.
Catello Di Somma è proprio il contrario dei poeti maledetti che ammaliano spesso la gioventù con versi provocatori, perchè il poeta Di Somma, anche se non disconosce la verità cruda, l’amarezza profonda, il dolore e i meandri degli oscuri gironi danteschi dell’esistenza umana, riesce a illuminare il degrado con la luce della compassione – la “cum-passio”- e la pena non lo porta ad allontanare lo sguardo, ma a  comprendere, quasi come in una meditazione consapevole delle sofferenze del Cristo che tutto carica su di sè e tutti salva.
Le pagine che compongono il libro sono una successione di parole non casuali che si fanno verso prima e poesia dopo, in un ordine non casuale.
L’opera, introdotta da  Maria Carmen Matarazzo che sottolinea la capacità di Catello di Somma di “coniugare con intensa partecipazione sogni e realismo, malinconia e gioia” , si divide in tre parti :
– Percorso nel mondo
– Il percorso del poeta
– Percorso nella fede.
In ognuna di esse la domanda di fondo verte sul tema del come si ponga  l’essere umano nel suo rapporto con la vita.
Domande antiche e impegnative a cui il Poeta,  ancorato agli affetti fondamentali, disposto all’attenzione verso gli ultimi e sensibile alla chiamata a cui ogni uomo, scavando nella sua anima, a suo modo risponde, trova le risposte.
Sotto questa luce si inquadra la lirica ” Matteo”, dedicata al figlioletto in cui il poeta guarda al futuro assillato dalle domande  “Chi sarai domani? / Quale passione albergherà nel tuo cuore?/ E chi sarò io/per te domani?… ” e la soluzione pacata  e fiduciosa non può essere che una: ” Nell’attesa cresceremo insieme”.
L’uomo che ha l’arma della poesia, non resta indifferente davanti  ai  dolori del mondo e ne vede sia la disperazione  che il deserto delle anime, ma giunto al punto in cui potrebbe limitarsi alla descrizione del fatto, rifugge dalla condanna e si veste di compassione e comprensione ripartendo dalla comune umanità.
Le quattro liriche dedicate ad aspetti della femminilità violata hanno titoli forti: “Aborto” , “Stupro”, “Lucciola triste”, “Qui sotto la pioggia attendo” .
Esse esprimono drammi, ma hanno parole semplici: “…e persi la mia vita /con il figlio che non nacque.”, “Respiro / ma sono morta / quel giorno.”, “Adesso vendo l’unica cosa che possiedo. / In realtà era un tramonto conosciuto”, “Non è questo pianto / che mi può lavare…./ Anche adesso, domani, non ha smesso di piovere”.
Catello Di Somma, lo stesso uomo che si china sui mali del mondo, ha alle spalle un percoso suo di maturazione e di cambiamento che gli permette di guardare tutto con occhi differenti.
È così  che nello scorrere dei versi e  nella successione delle pagine, sentimenti e atteggiamenti cambiano: ” Siano gli altri ad emettere sentenze / poichè nessuno ti nominó giudice, / nemmeno di te stesso. ” , “Ecco / le nubi incombono / … ma lì, sul fondo, la luce già barluma.” 
Alla fine del percorso l’anima del poeta naufragando nell’abbraccio della Fede, ritrova se stessa, tanto che egli potrà dire: “Come un pellegrino / ho bussato ad ogni porta / …finchè un giono / mi sono deciso ad aprire / le porte di una grande casa / scoprendo che era da sempre casa mia”.
Leggere le poesie di Catello Di Somma è, quindi, equivalente a un cammino attraverso la mente e il cuore di un uomo che ” Centellina le parole / come l”acqua della bisaccia  / nel deserto…” e può dire con serenità che “Senza fede / avevamo mille domande irrisolte. / Nella fede una sola risposta “.
ANNA MARIA FOLCHINI STABILE
08-04-2013
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“La vita, in sottofondo”, nuova silloge di poesie di Paola Surano

La vita, in sottofondo

di Paola Surano

con presentazione a cura di Elvira Pensa

Pensa Editore, 2011

ISBN: 9788889728277

Pagine: 59

Costo: 10 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

La parola impiegata da Paola Surano è semplice, priva di ricerche lessicali particolari, perché la volontà della poetessa è proprio quella di richiamare la domesticità dei momenti che va fotografando e raccontando. Come conseguenza, ne scaturisce una poetica chiara, facilmente decifrabile che, però, è ricca nelle immagini e spesso impiega un metro quasi prosaico.

L’intera raccolta parte da un’idea di fondo semplice ma al tempo stesso sconvolgente: la quotidianità e la frenesia delle nostre vite di tutti i giorni, a volte, ci fanno dimenticare le cose più importanti che però esistono nel ricordo, nel pensiero, nella manifestazione di sentimenti e che, dunque, sono onnipresenti seppur invisibili, “in sottofondo” per l’appunto, come esordisce la Surano nella lirica d’apertura, che dà il titolo all’intera raccolta. La Surano ci fa viaggiare in un territorio geografico abbastanza esteso, dalle Alpi alla Sicilia, passando per la Liguria e poi in territori esotici come in “Donna araba” e in Marocco. E’ un percorso interessante ricco di colori, suoni e immagini, centrali nel processo di recupero di episodi passati.

In “Concerto al rifugio Guglielmina” la Surano si abbandona a una sorta di estasi paesaggistica alla quale contribuisce il verso melodioso di qualche uccello, all’interno di una cornice nella quale è difficile non intravedere riferimenti al cattolicesimo (la religione è spesso richiamata nel corso della raccolta, soprattutto sotto forma di preghiera). Significativi anche i pezzi poetici che riguardano un passato visto con nostalgia e a un desiderio di poter ritornar indietro nel tempo, segno evidente di una mentalità aperta capace di giocare e destreggiarsi amabilmente con sfaccettature della sua personalità che non appartengono più al “qui ed ora” poiché la clessidra (immagine ricorrente) è stata ormai girata e rigirata troppe volte. Tra questi alcune liriche intimistiche tra cui “La svolta” dedicata alla figlia e “A mio padre”.

La poesia della Surano nasce da immagini comuni, quotidiane, come il vedere una sposa che si approssima ad entrare in chiesa o un anziano musicista nel centro di una città ma la poetessa è in grado di utilizzare queste immagini per divagazioni e considerazioni, spesso filantropiche e d’interesse sociali, di notevole spessore.

Ma la silloge ingloba temi e contenuti diversissimi fra loro: dal senso di stasi in “L’attesa” al senso di mancanza in “La vita in sottofondo” per giungere poi a temi più crepuscolari come la morte in “4 settembre 2004” con il quale la Surano celebra il ricordo delle giovani vittime di Breslan o la malattia in “Alzheimer” raccontata con una metafora che impiega un linguaggio nautico. Ma anche quando i temi meno felici fanno capolino nella silloge della Surano, questi non sono mai connotati in maniera negativa. Vita e morte, suggerisce la poetessa, non sono due realtà distanti e inconciliabili. La morte si vanifica nel momento del ricordo, del pensiero, della rievocazione liquefacendosi in quel torrente continuo che è la vita, in linea con l’insegnamento cattolico. Ed è per questo motivo che la poetessa nella lirica “Visita al camposanto” ci consegna una singolare immagine di un cimitero che, al posto del tradizionale regno dei morti, diviene un luogo vivo, pulsante, ricco di voci, immagini e suoni.

In “Prendo il tempo” la Surano esplicita la sua poetica: il poeta ha l’animo attento e sensibile sempre pronto a sognare,  ricordare, recuperare segnali di un mondo che non è più e allo stesso tempo è in grado di utilizzare questi elementi preziosi come “piccoli sorrisi di luce” (pag. 19).

Lorenzo Spurio

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