Il presente “trittico poetico” -naturale evoluzione del dittico a due voci perfezionato da Emanuele Marcucio- attorno al tema della strage di Nizza si compone delle poesie “Sulla Promenade des Anglais” di Lucia Bonanni, “L’ultimo battito” di Lorenzo Spurio e “Nice” di Emanuele Marcuccio.
SULLA PROMENADE DES ANGLAIS
DI LUCIA BONANNI
Iridescente
il suono delle parole
libertà-fraternità-uguaglianza
che nella sera si fonde
in giochi di polvere esplosiva
specchiati sulla battigia
edulcorata dalla festa.
Non sono insorti
i cittadini che annullano frontiere
sul lungomare illuminato
la Bastiglia, la prigione-fortezza,
è già stata presa in un martedì 14 di luglio
la carestia annullata e la miseria sconfitta.
Ma la violenza è cancrena inesorabile
e la verità che impatta gli occhi
ha vettori simili a punte acuminate
per reiterate stragi di innocenti.
Il mare vomita lo scempio.
La schiuma urla e si addensa.
Le stelle e le onde
hanno il volto distorto
da smorfie di dolore.
Sull’asfalto bagnato
insieme ad una nuvola di zucchero filato
è rimasto un sandalino rosa.
Dal giornale al teatro
dal museo alla Promenade des Anglais
il tricolore francese
è listato a lutto e la pietra scagliata
più non dà animo alla rivoluzione della Pace.
Il blu della bandiera si fa cielo
e il bianco è strada di campagna
invasa da primule rosse e silenzi senza peso.
L’ULTIMO BATTITO
DI LORENZO SPURIO
A chi darà la mano
la bambola nuova
acquistata ieri l’altro?
È appena diventata orfana.
L’invertebrata bambola
sfregiata dal secco asfalto
i capelli smossi da fiati:
ma non è vento.
Ogni corpo falciato è
piombato d’aria fradicia
a terra ancorato, greve
in pose turbolente.
Il fantoccio amico
non accetta il lutto
del pargolo padrone.
Lambisce il minuto indice,
gli sussurra una nenia,
gli strizza l’occhio:
anche il cuore di plastica
ha cessato il battito.
(Liquefatta la passeggiata inglese
In una pozione di odio fluido.)
La Nike di Samotracia, conservata al Museo del Louvre a Parigi
Commento a “Nizza” di Emanuele Marcuccio – a cura di Lucia Bonanni
Il verbo “mietere” è proprio del grano e dei cereali maturi. La mietitura richiama l’azione del tagliare a mano, fa vedere la fatica e l’impegno nel lavoro dei campi e il beneficio che ne deriva. Ma nella propria estensione lessicale il verbo “mietere” può indicare anche l’azione di una forza distruttrice quale può essere la furia della guerra oppure quella di eventi catastrofici.
Nel componimento “Nice” l’autore colloca il verbo “mietere” in un verso isolato dall’inarcatura proprio dopo la parola “furia”, personificazione della violenza qui attuata non da un carro agricolo, destinato al carico di mannelli del grano, ma da un carro d’acciaio, armato per distruggere.
La prima terzina introduce un’immagine di guerra, una desolazione aspra, consumata su un fronte dove non ci sono schieramenti opposti a fronteggiarsi col fuoco delle armi, ma persone inermi e del tutto ignare del pericolo incombente su quella costa lambita dalle onde.
“[E] l’azzurro/ la costa/ e sangue” è questa strofa la chiave di volta dell’intero componimento, una terzina di analisi e sintesi, orchestrata su accostamenti cromatici e orientamento spazio-temporale dove sembra esistere una voce fuori scena a narrare il disastro degli eventi che sembrano essere rappresentati su un palcoscenico dove gli attori recitano, seguendo un canovaccio usuale. “[E] l’azzurro”, archetipo del cielo, è immenso, si flette e si fonde nell’elemento liquido e in quello aeriforme; “e sangue”, elemento vitale che vortica e fluisce, inzuppa il selciato mentre l’emoglobina si spezza in molecole perse nel vuoto di una sera riverberata dai fuochi d’artificio.
L’azzurro del cielo e quello del mare, il rosso del sangue, il bianco della costa che si fa sudario di pianto, formano il mosaico di una bandiera, costretta a patire ancora e di nuovo un lutto atroce.
«[E] il suo nome/ ricorda vittoria»: la denominazione di quella città è “Nice”, appellativo che deriva dal ben noto termine greco “Nike”col significato di “Vittoria”, un risultato conseguito non dopo una battaglia bensì in una contesa determinata a vincere le forze del male e conferire foglie di alloro a quel bene spesso usurpato alle umane genti.
Sono versi sintetici, essenziali, concreti, quasi scarni, sobri, ma non eterei e sfuggenti, quelli che scrive Marcuccio che in rappresentazioni di forte impatto visivo ed emozionale e con un lessico ben curato e ben misurato nella forma espressiva e di significato, pongono il lettore dinanzi ad un groviglio di sensazioni che occorre esaminare attraverso l’amore per la parola in un rapporto dialogico col Mondo affinché la bellezza cardine delle parole “libertà”, “fraternità” e “uguaglianza” sia sempre invitta nel percorso etico e sociale di ciascun Uomo.
NOTA:
I tre testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei rispettivi autori e con la loro autorizzazione.
Le immagini presenti su questo post hanno fini esclusivamente culturali e non commerciali.
[1] Una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica.
[2] Scritta in memoria della strage di Nizza del 14 luglio 2016, in cui persero la vita 84 persone di varie nazionalità, tra cui 10 bambini.
Per il titolo ho preferito utilizzare la lezione francese del nome della città, perché etimologicamente più vicina al greco antico “νίκη” (nike), “vittoria”. [N.d.A.]
Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca di Lorenzo Spurio
Commento critico di Luciano Domenighini
Il volume
Undici titoli (di cui uno,”Nella magnolia”, anche tradotto in spagnolo da Elisabetta Bagli) a raccontare la vita e la morte di Garcia Lorca, via crucis, elegia, epitaffio, epicedio.
In una lingua lussureggiante, naturalistica, piena di colore e di luce, e insieme erudita, disseminata di ricercatezze lessicali e di inedite soluzioni retoriche ad estendere ed arricchire l’ambito simbolico, Spurio dipinge questo polittico multicolore, intesse i ricami
di questa porpora riprendendo e citando lo stesso Lorca, a celebrare il poeta, l’uomo, il martire civile.
Il risultato letterario è ragguardevole, sia per i pregi sopra menzionati, sia per la capacità di coniugare e fondere il proprio modus poetico, manifestamente espressionista, con i riverberi del tragico e spregiudicato lirismo proprio della poesia del genio granadino.
Lorca è immenso, incalcolabile. Fantasioso e ridondante, è una macchina inesauribile di invenzioni verbali, nel suo simbolismo ostinato, nel suo surrealismo acrobatico eppure fortemente naturalistico, nel suo inesausto vitalismo, acquatico e terrestre, astrale e floreale, tragico e festoso.
Lorenzo Spurio
Spurio con la sua lingua poetica aspra e perentoria ma altrettanto incline all’ideazione simbolica, in qualche modo ne echeggia le valenze più crude, ne riproduce i connotati più scabrosi.
I versi impiegati sono di varia lunghezza, con predilezione per l’alessandrino, ma non è la cadenza a intrigare il poeta marchigiano quanto piuttosto la consequenzialità della trama sintattica, il fascino della raffinatezza verbale quando non il gusto per il neologismo, il varo del tropo inedito, elaborato, spiazzante.
Di taglio accademico e come rivendicando un’anima aristocratica, questo linguaggio poetico ha qualcosa di orfico, di iniziatico, non solo per la citata ricercatezza verbale ma anche e soprattutto pere la sua natura bifronte, ossimorica e, di conseguenza, sibillina, tutta giocata sui contrasti e sugli imprevisti accostamenti.
In definitiva la breve raccolta di “Tra gli aranci e la menta”, omaggio e tributo a Garcia Lorca, rappresenta di fatto un’originale riproposta letteraria, una rilettura alquanto stimolante della poetica del grande poeta andaluso.
Due importanti lemmi linguistici coniugati a costituire una sembianza al contempo astratta e concreta costituiscono il titolo integrale della nuova silloge poetica di Katia Debora Melis, Figli di terracotta. Da una parte i “figli” richiamano quella corporeità di immagini legata al senso concreto dell’esistenza e di un vissuto che si tramanda nel corso delle generazioni mediante l’atto riproduttivo (una sorta di palingenesi continua dell’umanità), dall’altra, la “terracotta” quale materiale che esiste non in quanto naturale (come può esserlo la roccia lavica o lo zolfo) ma quale prodotto di lavorazione dell’uomo ci introduce immancabilmente a un universo plastico caratterizzato per la fragilità della materia, per la connaturata finezza dello stesso soggetta a un deterioro e che necessita, dunque, di una maneggiabilità attenta, se non addirittura severa e rigorosa.
A fare da apripista a questa raccolta poetica è una poesia iniziale che funziona come preludio a ciò che la Nostra andrà occupandosi nel corso del volume, non è un caso che essa sia intitolata “Genesi” quasi a voler intendere che questo libro non è che una poeticizzazione dell’atto esistenziale, di analisi di ciò che accade fuori di noi, fatta però con viva coscienza non solo della finitezza delle cose e della loro corruttibilità, ma anche dell’importanza rivelatrice di fatti prodromici, genetici, che hanno in un certo senso permesso l’avvio dell’umanità: bellissima la resa iniziale del “Sole/ [che] ha ingravidato la Terra/ […] [dalla quale] nacquero i figli di terracotta”. Colpisce da subito l’utilizzo di un linguaggio quanto mai diretto e quasi materico, cadenzato in versi per lo più brevi al fine di rendere plasticamente tanto la materialità geofisica (Terra) che celeste (Sole) a descrivere un percorso tra i due emisferi del reale e dell’aldilà, del concreto e dell’ignoto.
Si ravvisa un senso a volte più marcato altre volte meno di desolazione, ma -intendiamoci- non è quella desolazione che priva l’animo di speranze e ammorba in cupe incertezze o conduce alla noia titanica, piuttosto è una desolazione misurata, figlia di un’indifferenza sociale che sembra aver perso misura nei comportamenti e che vive -volente o nolente- in una sperequazione diffusa nei confronti del senso di civismo, una disattenzione (o piuttosto si tratta di incapacità?) nel colloquiare con il proprio ambiente, le proprie emozioni, se stessi. Ed ecco che le farfalle, più che anticipare la bella stagione e arricchire l’idillio di una giornata campestre, finiscono per risultare compromesse in quel sistema perverso della contemporaneità dove ogni cosa sembra aver perso logica e finalità e così le intuiamo volteggiare stanche o distratte anche se la Nostra non ce le indica e, piuttosto, ci parla della loro disarmante assenza: “Neanche le farfalle/ ormai/ escono di giorno”.
In questa silloge Katia Debora Melis sembra aver approfondito, e di molto, le tematiche che nel corso del tempo ha trattato nelle sue varie sillogi precedenti tanto da giungere a una poetica in cui l’evoluzione matura di scelte linguistiche, sistemi poetico-architettonici e resa di immagini con relative suggestioni conoscono una espressività più diretta che nel lettore produce soprattutto in relazione a certe liriche un’empatia della quale egli stesso può rimanere felicemente impressionato.
La poetessa ravvisa una fragilità di fondo tipicamente accomunata all’età post-post-moderna nella quale siamo chiamati a vivere, fragilità che non concerne solo il tortuoso sentimento nei confronti dei propri quesiti esistenziali ma che guarda oltre, spesso con criticità anche i rapporti umani che sembrano essersi deteriorati, falsificati (c’è un riferimento al “sorridere falso” nella poesia “Suggestioni”) e plastificati, cioè resi in forma in-autentica, surrogata, sostitutiva in maniera imperfetta. Una perplessità di fondo tendente a un grigio pessimismo cuce la silloge intera dove non mancano i riferimenti a una società manchevole, disinteressata o, ancor più colpevole, tanto da far “latitare” (linguaggio della nostra) il “seme dei nostri giorni”, vale a dire il significato della nostra vita, la ricerca della nostra esistenza, la compiutezza del nostro Sé cosciente. L’utilizzo di un determinato lessico è nella Nostra di fondamentale importanza e non potrebbe trovare la stessa forza espressiva e presa sul lettore se, ad esempio, si impiegassero dei sinonimi. “Latitare” di cui si diceva appena sopra, è un chiaro esempio: il “seme dei giorni” latita, cioè manca fuggevolmente, come se l’uomo stesso fosse in fuga da sé, disorientato e fuggiasco, ma allo stesso tempo sta ad individuare qualcosa di non visto, di nascosto, di celato, che sappiamo esserci stato e che, per qualche ragione, è invisibile ai nostri occhi.
L’uomo -dai versi della Nostra- ne esce come un automa quasi irresponsabile nei confronti di quell’apparato cerebrale che, se in passato è stato in grado di usare con profitto, al presente sembra aver sofferto una qualche calcificazione tanto da renderlo “ergastolano del tempo”, cioè relegato alla spoliazione del proprio essere, indifferente ed apatico di un’apatia assordante che dà fastidio chi, invece, ha fatto dell’attivismo e della consapevolezza i suoi cavalli di battaglia. La Melis ravvisa un’inettitudine di fondo nella realtà contemporanea che non è quella inettitudine caratteristica dei protagonisti dei grandi romanzieri italiani del primo ‘900 (Pirandello, Svevo) ma che è, piuttosto, la conseguenza di un disinteresse per la vita e la società in senso generale, più che per questioni prettamente familiari o personali. Ciò talvolta prende addirittura la forma di una preoccupante manifestazione anosognosica ossia di uno stato di disaffezione o disturbo del quale si è coscienti ma che facciamo di tutto per negare ed eliminare dalla nostra mente pensando, forse, che il processo di oblio forzato possa in effetti condurre a un ritrovato stato di sanità o, per lo meno, di tranquillità. Sembra non essere così e gli uomini nella silloge della Nostra sembrano pedine mosse dalla volontà di qualcuno che ha una capacità beffardamente ipnotizzante, sono esistenze sbiadite che neppure hanno nulla di caricaturale (la caricatura, per quanto possa sfociare nel mondo dell’ironia e dell’assurdo, ha pur sempre una connotazione particolare che la identifica), spaventoso o che reclama una data verità. Ed è bene a questo punto osservare che il “ridicolo” di cui la nostra parla nella lirica “Lamentazione” non ha parentela alcuna con il mondo del paradosso o del grottesco, dove il riso ne rappresenta la manifestazione concreta di un atteggiamento di stravaganza, ma piuttosto è viva in questa terminologia una volontà accusatoria (in senso generale, la nostra non punta il dito contro nessuno in particolare) e di denuncia.
Katia Debora Melis, autrice dell’opera
A tratti quell’oscurità della silloge che cuce le varie poesie travalica il grigio, la zona d’ombra di cui si parlava, per sprofondare in una desolazione più ampia e che sembra priva di una qualsiasi consolazione: “Regna/ il lamento/ ovunque” scrive in “Linfa nera”. All’uomo d’oggi, a cui è venuta meno anche la consapevolezza della sua esistenza e nel quale si ravvisa una debolezza attitudinale, una passività fiaccante e un’idiosincrasia nei confronti di un atteggiamento sano e responsabile nei confronti della vita, sembra che non resti altro da fare che perseverare nel nutrimento da quella “linfa nera” che degrada ulteriormente l’essere inquinandone il corpo e marginalizzando ulteriormente l’anima. Ancora una volta la Nostra contrappone l’astrattezza delle forme (la linfa) alla quale l’uomo, stolto ed ignavo finisce per essere soggetto e poi vittima, alla necessità di concretezza (di vedere, di toccare, di sapere che esiste materialmente ciò di cui parliamo) come avviene nella lirica “Berlino 27 gennaio” dove la Nostra utilizza una delle pagine più amare della storia europea in una chiusa altamente significativa e da un punto di vista etico-civile e in maniera polisemica istituendo allegorie che possiamo intuire: “La più dura realtà/ è che abbiamo bisogno/ di pietre/ per ricordare”.
Il tema della falsità connaturata nella natura umana è riproposto in maniera ancor più approfondita in una sorta di lamentazione interrogativa nei confronti di un pubblico condiviso, che è la società tutta, nel quale la Nostra senza avvisi di retorica, ma piuttosto con crudeltà, chiede: “Perché è bugiarda la vita?” per passare poi a darsi la risposta, contenuta già nella domanda, chiarificatrice di quel pessimismo concreto di cui si è sin qui parlato: “La tua mente fragile e offesa/ non lo capirà”.
Parole chiave della presente raccolta di poesie restano nero, falsità e fragilità ad individuare una esistenza depressa, incapace di colloquiare razionalmente, improntata all’ipocrisia, alla scappatoia e alla bugia rendendo ancor più l’uomo schiavo di se stesso, privo di punti di riferimento, in balia delle onde di quella incoscienza alla quale egli stesso si è votato, in quel “gorgo indefinito dell’ottundimento”, inconsapevole del pericolo e del deterioramento di tutto.
È importante soffermarsi a una disanima più attenta e circoscritta attorno alla poesia “Spudorata” che contiene quelle che sono le leggi morali della poetica della nostra. Si riscontra, nella forza e nell’urgenza che la nostra ravvede nel bisogno di sincerità della poesia, un richiamo sabiano al celebre saggio “La poesia onesta” nel quale il grande poeta parlava della poesia quale espressione di autenticità (nel bene e nel male) nelle forme d’essere dell’uomo; onestà e sincerità che debbono esser messe in campo per il benessere stesso della poesia affinché questa non diventi macchinazione edonistica o deteriorata rappresentazione della realtà già di per sé abbastanza restia al concetto di onestà. La nostra parla della “spudora[tezza] di sincerità” che deve avere la poesia. Non esiste, dunque, una scala di sincerità: o essa è presente oppure non lo è; non si può essere sinceri in parte o solo su alcune cose, ed ecco, allora, che la nostra con questa attestazione di poetica del vero non fa altro che denunciare la realtà fondata sull’ipocrisia e il doppiogiochismo. Affinché la poesia parli del vero, è necessario che nella vita ci sia il vero e si attui per ricercarlo e conservarlo. Questa necessità di realtà (e non di realismo, che è diverso) ricorda un po’ anche i crepuscolari la cui poetica era semplice, effimera, tristemente casalinga, ma quanto mai reale e concreta.
Completando la lettura di questo nuovo lavoro poetico di Katia Debora Melis di cui l’ultima sezione è fortemente intimista e legata al ricordo, si ha l’impressione di avere tra le mani qualcosa di estremamente fragile, addirittura friabile, che potrebbe danneggiarsi di colpo con un brusco movimento. Questa sensazione ci è data non dall’essere fisico del libro che teniamo tra le mani che ovviamente, per quanto possa essere di fattura delicata non risentirà del nostro strofinio delle pagine, ma piuttosto per il complesso delle immagini che la poetessa descrive, ci fa immaginare o alle quali allude fornendoci flash veloci, ma ricchi di suggestione. Per rispetto a una scrittura così squisita e profonda è bene, allora, che ci approssimiamo a leggere questi versi con cautela, che non significa solo con calma ed attenzione, ma anche con quel senso di scrupolo e di riverenza verso un’esperienza poetica, immagine di un vissuto, talmente ricco e degno di analisi. Proprio come “I passi/ [che] sempre/ devono essere leggeri/ sulla terra/ come se volassimo/ radenti/ sull’acqua”.
ANTOLOGIA DELLA ASS. CULTURALE EUTERPE A SCOPO BENEFICO “L’AMORE AL TEMPO DELL’INTEGRAZIONE”
La nostra Associazione nelle scorse settimane ha pubblicato una antologia di poesie e racconti a tema che si raccoglie attorno all’indicazione del titolo (proposto dalla Socia Alessandra Montali) che recita “L’amore al tempo dell’integrazione”. Nell’antologia figurano i lavori di 55 persone di ogni parte d’Italia.
Nell’antologia sono presenti testi di: Elisabetta Amoroso, Elvio Angeletti, Cristina Biolcati, Sergio Cardinali, Gioia Casale, Pietro Cerioni, Maria Salvatrice Chiarello, Maria Rosa Chiarello, Marinella Cimarelli, Anna Maria Rita Daina, Assunta De Maglie, Franca Donà, Franco Duranti, Lorella Fanotti, Giuseppe Gambini, Luigi Gennari, Giorgio Giaccaglini, Melita Gianandrea, Paolo Giannattasio, Salvatore Greco, Maria Teresa Infante, Izabella Teresa Kostka, Anna Maria Lombardi, Leonardo Longhi, Liliana Manetti, Donatella Marchese, Emanuele Marcuccio, Massimo Vito Massa, Maria Rita Massetti, Emanuela Meldolesi, Valentina Meloni, Antonio Merola, Laura Moll, Vincenzo Monfregola, Alessandra Montali, Guido Nardinocchi, Gianni Palazzesi, Michele Paoletti, Daniela Pellino, Patrizia Pierandrei, Matteo Piergigli, Francesca Quaglieri, Cinzia Ricci, Maria Lucia Riccioli, Oscar Sartarelli, Anna Scarpetta, Stefano Sorcinelli, Enza Spagnolo, Teresa Spera, Lorenzo Spurio, Michela Tombi, Stefano Vignaroli.
L’immagine che campeggia nella copertina è un’opera di Andrea Carducci. Abbiamo avuto già occasione di presentarla a Jesi (AN) e a Caltanissetta e nei prossimi mesi seguiranno nuove presentazioni. Ciò che di più ci sta a cuore è il fatto che si tratta di un progetto benefico, infatti parte dei ricavati a fine anno verranno destinati a sostenere le attività dello IOM (Istituto Oncologico Marchigiano) – sede Vallesina. Il volume può essere acquistato direttamente da noi, scrivendoci una mail o un messaggio qui, ed ha costo di 20€ comprensivo di spese di spedizione con piego di libro raccomandato. Grazie a chi vorrà aderire alla iniziativa a scopo umanitario.
La barbarie dell’incomunicabilità nello scempio igneo di Mosul
Il 7 giugno 2016 viene data notizia nei canali di informazione che un gruppo di estremisti islamici a Mosul (Iraq) ha imprigionato diciannove donne curde in gabbie metalliche e gli hanno dato fuoco perché avrebbero rifiutato di concedersi sessualmente a loro.
PIANTO DEL FUOCO
POESIA DI LUCIA BONANNI
In ricordo delle diciannove donne Yazide
barbaramente uccise a Mosul da un gruppo di estremisti islamici
Se il fuoco dilata e distrugge
l’acqua si espande
cambia forma e di adatta.
Nel caos non più primordiale
ogni elemento si muta nell’altro
e vestali d’acqua
ancora vegliano il fuoco
per mantenere viva
la sua forma violenta.
Nel giudizio di un culto tremendo
urla selvagge immolano
vergini spose
su altari di ruggine e pietra
e la legge è involuzione
di passioni e materia.
Il dolore si contorce in fumo luttuoso
e lo scempio porta squallore
anche al paesaggio di ossido e fango.
Secco e caldo, umido e freddo.
Il pianto del fuoco
guarda il bruciante metallo
che devasta e corrompe il nitore vanito
mentre nei ruvidi pozzi
l’acqua è ancora sussulto
che purifica e salva.
LUCIA BONANNI (C)
La poetessa ha concesso di pubblicare su questo spazio il suo testo poetico dandone facoltà al gestore di questo blog in data 17-06-2016.
Il titolo è già una poesia e verrebbe da pensare che questo libro covi violenza e manchi di pudore, invece è proprio il contrario. Tragicamente rosso è una suite per parola e silenzio scritta da passione e pensiero. La suite è composta da cinque movimenti: rosso donna, rosso shoah, rosso mondo, rosso natura e rosso guerra. Ogni movimento è composto da un minimo di sei e un massimo di quindici poesie. Si chiude con un monologo che ben si presta ad adattamenti teatrali, e infatti è stato già più volte rappresentato riscuotendo numerosi successi.
Ma veniamo al libro: potrebbe essere definito una silloge, un libro di poesia, una raccolta, ma in realtà è ben altro, perché raccoglie in un corpo perimetrico cinque fascicoli molto ben delineati, come se le sillogi fossero cinque, oppure cinque fossero i temi trattati con intonazioni diverse, quindi, come dicevo, una suite che in cinque movimenti racchiude l’estro creativo di un musicista romantico.
Cosa dice l’autrice in questa suite? O meglio, cosa cerca? Già, perché dire e cercare sono due cose molto diverse. Dire significa imporre un proprio suono e ritmo, esprimere idee o proporre pensieri. Da -> a, mai al contrario, l’ascolto non è contemplato nel dire. Cercare significa scavare, esplorare, scoprire, scoperchiare, spostare i mobili, alzare i tappeti e… guardare, ascoltare, toccare, annusare con attenzione, quindi ricevere tutti gli stimoli sensoriali, attivare i neuroni dell’ascolto e rendersi disponibili a ricevere. Ricevere cosa? Per ora basti sapere che cercare è anche predisporsi a ricevere.
La parola è lo strumento, ma non solo, c’è il silenzio, la pausa, l’intenzione… il tutto condito da interiorità inespressa che attende di farsi spazio nella luce.
Bene, allora, la poesia? È questo: ricerca! Leggendo i versi di Michela Zanarella non si trova, ma si cerca. Le poesie non sono risposte ai nostri quesiti, ma scaturigine di altri quesiti. Per questo non occorre capire, ma solo lasciarsi andare già dall’inizio:
Appesa ad un silenzio
nel precipizio di un amore
tragicamente rosso
cedo e m’adeguo
alle forme del dolore.
L’autrice non descrive luoghi o contesti, semmai definisce una presenza che si identifica con la nostra. E quando dice
La pelle cosparsa di dolore
Non grida
E cede il respiro
Ad un silenzio
Che lacera e nasconde
Vuoto intorno
Non denuncia, ma comunica con le fibre più intime di ogni lettore rendendolo protagonista della lettura.
Molto più esplicita, invece, quando scrive
Aggrappata al sangue dell’odio
Anche la neve ha sguardi neri
Hanno inghiottito il grano e le epidermidi
Le oscurità di Auschwitz.
Il linguaggio che sembrerebbe tenue invece stringe come una tagliola. Già, non è un linguaggio facile, non è chiaro né immediato, ha qualcosa di subdolo, perché ti accerchia con le sue poco effusive moine, e se fai attenzione ti accorgi che il messaggio veste un velo di seta che lo rende all’apparenza dolce. Ma si sa, il velo è anche un simbolo profondo: ciò che si squarcia quando muore Cristo, è l’imene custode della verginità, è il pudore che si stende come l’ombra delle nuvole, è ciò che nel suo “velare” giustifica la menzogna, perché sotto il velo c’è la verità che non ha pudore, che è cinica, che è sempre preferibile alla falsità, ma che atterrisce!
Non ha motivo
di insistere il dolore
nei palmi tesi del mendicante
nelle infanzie infrante
di un bambino
nel respiro muto
di una terra
che inciampa tra le mine,
nel grembo in croce
di una donna
dove il falso amore
ricalca prepotente
lividi e promesse.
La vita
non ha bisogno di lacrime
o avidità del tempo.
Dove piange il mondo
è debole la radice di ogni uomo
che ha macerie
incise sulla pelle,
come silenzi
addestrati ad ignorare
il sangue e il sudore
delle epoche.
L’autrice non sentenzia né impone il suo pensiero, ma attraverso un verso libero, quasi scarno, assolutamente privo di pizzi e merletti, apre le porte della percezione e mette l’uomo di fronte all’abisso, là dove non sapevi che un giorno saresti arrivato e dove potresti cadere. Del resto questo deve proporre la poesia: l’abisso! Quindi
Toglietemi la vostra giacca
D’incenso,
il furore assurdo,
l’intreccio di logiche assenti.
E lasciatemi così, mentre
Intorno a me follie bellissime
Rovesciano la mente
E mi schiantano nel buio
Ad imparare l’assurdo.
Perché nell’assurdo c’è verità nuda, e imparando l’assurdo saluto questo libro che disegna un percorso poetico dipinto di tragico e meraviglioso rosso, e musicato da un iride di parole e silenzi.
La poetica di Michela Tombi, poetessa pesarese che negli ultimi anni ha ottenuto vari riconoscimenti in premi letterari, si caratterizza per la soavità dei contenuti e la descrizione attenta del suo mondo personale e ambientale. Il linguaggio, sempre sostenuto da introspezioni molto profonde, sembra manifestare una certa allergia nei confronti delle forme retoriche che spesso, banalmente e smodatamente, vengono impiegate in poesia con lo scopo unico di impressionare il lettore o di sviarlo da una più diretta interpretazione.
Nelle poesie di Michela Tombi non c’è niente di ermetico né di ostico, tutto è felicemente trasposto sulla carta con una forma semplice in grado di raggiungere tutti, con un’esattezza descrittiva che si sposa a un’efficace restituzione di immagini. Sebbene siano presenti in alcune liriche versi che reiterano la parte introduttiva, non siamo dinanzi a delle vere e proprie anafore, piuttosto –sembrerebbe- all’esplicitazione di un ragionamento che la Nostra va facendo, man mano, a voce alta, rendendoci partecipi delle sue disquisizioni e pensieri.
La prima plaquette pubblicata si trova sotto il titolo di Dedica al mistero (2013) ed è ben evidente da questo titolo quanto la Nostra, oltre ad essere particolarmente affezionata –come si vedrà- al mondo naturale, sia legata anche al mondo della filosofia, dell’elucubrazione, della religione ossia a tutte quelle brache dello Scibile che non hanno direttamente prova concreta di applicazione. In maniera particolare è necessario osservare che tutte e tre le sillogi poetiche si aprono con varie citazioni poste in esergo, in apertura al testo, che la Nostra deve aver selezionato con particolare cura sentendosi molto riconosciuta in tali definizioni sul senso dell’esistenza, sulla complessità umana, sul valore della natura. Ho sempre riconosciuto in chi cita una persona concreta e riconoscente che fa a meno di dar sfoggio delle sue conoscenze e studi per impiegare, invece, passi ed estratti particolarmente rilevanti per il suo percorso, necessari per arginare un discorso che si intende fare, come mezzo accessorio e collaterale per poter introdursi in una data piega dell’esistenza. La Nostra cita esponenti del mondo filosofico molto distanti da noi: Erasmo da Rotterdam, Epicuro, Talete di Mileto, Platone, Aristotele, Plutarco e letterati quali Oscar Wilde e il poeta del Dolce Stil Novo, Guido Guinizzelli.
Le tre sillogi poetiche della poetessa Michela Tombi, oggetto di analisi del presente saggio
La prima silloge si apre con una poesia dal titolo “La mia follia” dove la pazzia che la Nostra –mi pare di capire- intende come libera genialità, creatività senza limiti (e non in termini patologici) viene esaltata quale ingrediente necessario di un’esistenza spensierata e amorevole che la porta a dire: “La follia è la mia maestra”[2]. Concetto distillato nella citazione che, nel secondo volume dal titolo Lo scrigno dell’anima (2014), è contenuto nella chiosa di Erasmo da Rotterdam che così riporta: “Le idee migliori non vengono dalla ragione ma da una lucida, visionaria follia”. Si capisce, allora, quanta importanza Michela Tombi riconosca non solo alla libertà di immaginazione ma all’esigenza che l’uomo senta su di sé di farsi artefice di qualcosa: “Senza creare/ non ha senso esistere”.[3]
È possibile riscontrare varie immagini e tematiche di ampio respiro che pervadono trasversalmente gli interessi della Nostra ravvisabili in una poetica efficace e schietta, libera da orpelli, votata all’essenzialità delle esperienze senza liturgie semantiche né arcani linguistici. Una delle costanti è la presenza delle forme antinomiche, quelle che più generalmente potremmo definire ‘contrasti’ od ‘opposti’. Si tratta di tutte quelle figure che, poste in risalto ed accomunate in versi contigui, la Nostra impiega per sottolineare la doppiezza e la multiformità dell’esistenza. Nella poesia “Contraddizioni”, il cui titolo esplica già molto bene questa tendenza all’impiego di una semantica manichea, la Nostra esprime la totalità dell’animo umano nella figura di un sorriso e delle lacrime, testimoni di gioia e dolori. Altri contrasti di cui la Nostra si serve nelle sue divagazioni liriche sono quelle tra entità angelica-diavolo che possiamo semplificare in Dio-Satana, maschio-femmina, vita-morte, padre-madre, occhi-cuore, terra-cielo, acqua-fuoco, inverno-primavera in due liriche messe a specchio tra “la fine di un ciclo”[4] e la “dolce stagione”,…
Di particolare suggestione la lirica “Verde emozione” nella quale la Nostra ci parla dello spazio verde della sua città al quale sono legati momenti felici e dove spesso si ritrova a proteggersi e a colloquiare col suo animo. “Credo che ognuno debba avere il proprio bosco”[5] dice la Nostra e ci fa venire in mente il giardino segreto del celebre romanzo di F.H. Burnett, luogo di spensieratezza e pacificazione dove la bambina ritorna e si sente libera e felice. Del mondo dell’infanzia la Nostra richiama, nella poesia “Le tue violette”, una propensione ludico-disincantata del suo essere affine alla genuinità e incontaminazione del pensiero tipica dei ragazzini: “Quel fanciullino che tanto Pascoli cantò,/ in me è ancora e sempre vivo”.[6]
La seconda silloge presenta varie liriche dedicate a persone care alla Nostra, i genitori, i nipoti, la sorella, etc. nonché dei componimenti dove ancor meglio, rispetto al precedente libro, si riscontra una profonda spiritualità che si unisce a una poetica viscerale e delicata, dai toni colorati che mostra un fervido incanto verso la natura alla quale appartiene, pacata ed intelligente, in cui la Nostra è in grado di osservare il mondo con gli occhi dell’amore e della speranza. “L’altalena della vita”[7] può essere percorsa in maniera lenta od impetuosa, a strattoni o in maniera più regolare. Soprattutto, deve esser condivisa con qualcuno.
Il sentimento del paesaggio tipico nei poeti marchigiani più radicati alla terra è ben presente e si delinea per mezzo di alcune liriche che descrivono egregiamente e in maniera assai impressionistica paesaggi, ambienti, la natura incontaminata del Pesarese e della zona del Montefeltro caratterizzata dai “fiabeschi paesaggi”[8]. Dai promontori alle valli che degradano verso la costa caratterizzate dal corso dei fiumi di cui le Marche sono percorse secondo una conformazione a “pettine”. Dal “Monte delle Cesane” leggiamo dei “pini, […] le ginestre, belle/ altere come regine,/ lucenti come stelle”[9] mentre ne “Il mio mare” la sua città costiera diviene il punto privilegiato di un rapporto verso un’alterità difficilmente percettibile che si staglia indisturbata “verso l’orizzonte infinito”.[10]
In questa intimità appassionata della Nostra col mezzo naturale non possiamo non notare l’importanza affidata al silenzio percepito come elemento necessario non solo per la contemplazione e una sana riflessione sul proprio microcosmo e macrocosmo, ma soprattutto quale condizione di tregua dal mondo rumoroso e indistinto di fuori: “Il mondo ha disprezzato il silenzio/ anche per questo la nostra esistenza/ non ha più un vero senso”.[11] Tutto accade oggigiorno nella frenesia impellente, nella foga comunicativa, nell’abuso della comunicazione, nel fastidio e nel rumore dissacrante che non consentono il sano colloquio e raffronto, la giusta percezione dell’altro. “Sì,/ perché nel silenzio soltanto,/ i segreti nascono e fioriscono,/ e portano sempre/ nuova ricchezza e respiro/ ai nostri pensieri”.[12] Ed ecco, allora, che il silenzio diviene quel tempo-spazio sospeso, privato e salvifico, per l’allontanamento dal tran tran consuetudinario, dal mondo di fuori e riscoprire sé stessi e ritrovare la pace dell’anima: “Avevo bisogno di silenzio,/ la collina è stata fatale”[13] con la consapevolezza che la natura silente e immota è partecipe alla nostra presenza in essa, imperscrutata ma costante: “I fiori ascoltano i tuoi silenzi”.[14]
L’autrice, Michela Tombi
Nell’ultima raccolta, Con gli occhi della luna (2015), sembra scorgere una dedica sottaciuta unica delle varie liriche che parlano delle e alle donne. La lirica d’apertura, “L’arpa” ci parla, infatti, dell’ “incanto poetico di Saffo,/ la devozione di Penelope,/ la saggezza di Ipazia,/ la forza di Cleopatra,/ il coraggio di Giovanna d’Arco,/ la passione di Artemisia”[15] associando a sei celebri donne della mitologia e della storia (l’unico personaggio storico citato è Giovanna d’Arco) altrettante virtù e caratterizzazioni del gentil sesso quali, appunto, l’ardore della passione e la sublimazione poetica. La stessa presenza della luna, citata nel titolo, è ulteriore collegamento alla sfera femminile, alla simbologia mitica della Grande Madre dove i cicli lunari e i cicli femminili si manifestano con una tendenza analoga.
Importanti e ricorrenti i moniti sociali della Nostra che da una parte attestano una civiltà imbarbarita, automatizzata e dal sentimento annichilito e dall’altra intimano a una maggiore solidarietà, attenzione, connivenza sociale e interesse verso l’altro. La presa di coscienza non di rado è abbastanza scoraggiante, la Nostra non cela la perplessità verso una società che, alla tumultuosa rincorsa al soddisfacimento di ogni genere di egoismi, ha perso di vista i valori autentici e basilari alla difesa del bene comune: “Il più grande, radicato mito del nostro tempo/ temo sia il vuoto/ e l’apparenza che lo anticipa/ come una veste regale”.[16] Di grande impatto questi versi dove la vuotezza, la mancanza di moralità e la depravazione che dilagano si presentano in alta foggia, impreziosite da un abito di sfarzo che illusoriamente alletta e richiama, ma svia e depista finendo per fagocitare chi, privo di baluardi e punti di fermezza, è in balia di meccanismi annichilenti e mendaci.
In “Spreco” la Nostra si rivolge in maniera mesta ai “nostri fratelli del mondo”[17] mentre nella poesia scritta nell’occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, dopo un sintetico panegirico sulla grandezza fisica e culturale del Belpaese, non manca di mostrare fastidio per la mancata coesione e collaborazione delle genti che lo abitano, serrando il componimento con un anticlimax discendente di delusione e dolente scoramento. Sensazione fastidiosa che si amplifica ancor più nella dolorosa presa di coscienza di un mondo sociale distante e disattento, pericoloso e incapace di ascoltare: “L’umanità senza coscienza/ della propria anima/ mi spaventa”.[18]
Ancora uno scatto dell’autrice dei tre libri, la poetessa pesarese Michela Tombi
L’animo speranzoso della Nostra è accentuato, però, in quelle liriche in cui l’edenicità della natura non è inquinata dalla presenza indecorosa e malevola dell’uomo come in “Certezza” dove la Nostra si appiglia con virulenza a una celebre chiosa di dostoevskijiana memoria: “La bellezza salverà il mondo!”[19] Alla natura amica, alla sua presenza costante, con la quale non di rado la Nostra agogna a un vero e proprio discioglimento panteistico, Michela Tombi intravede una possibile traccia di effettiva apertura e di percorribile speranza: “Madre natura, alberi,/ è bello vivere con voi/ sotto lo stesso cielo”.[20] Da culla protettiva a spazio d’evasione, la natura incontaminata è quell’ambiente che va preservato ed ascoltato, nei suoi tanti silenzi, annullando dalla propria testa i ritmi incalzanti e le cacofonie stancanti dei giorni l’uno uguale all’altro: “Il fiore sboccia/ nonostante tutto./ Nonostante la guerra, la violenza./ […]/ Per un momento/ dimentico le miserie umane,/ il loro spaventoso lezzo”.[21]
Non tutti sono così disposti a trovare del tempo per osservare un fiore che sboccia e stupirsene. A farsi trascinare da un processo naturale che ha in sé tanta magia e poesia al contempo. La Nostra, che ha sposato la pacificante idea che la “Poesia è vita vera, vissuta”[22], come una silfide contemporanea ama perdersi in quella natura che, seppur poco distante dalla città, è in grado di farla star bene, rinvigorire i pensieri, rinforzare ogni volta di più quel patto segreto con la terra.
Il concorso di poesia “Città di Porto Recanati”, fondato e organizzato per quasi trent’anni da Renato Pigliacampo, poeta, scrittore e professore sordo, è uno dei più longevi d’Italia e interessanti delle Marche. Negli anni ha raccolto testi poetici di elevato valore civile, incentrati sulle difficoltà sociali, sulla disuguaglianza, sulla denuncia delle ingiustizie e sul riscatto degli emarginati. Oggi il premio continua, nonostante la scomparsa del fondatore, la missione di dare voce in forma poetica alle problematiche sociali.
BANDO DEL CONCORSO
1 – Ogni poeta partecipante può inviare una sola poesia.
Il tema è libero, tuttavia l’organizzazione consiglia di trattare tematiche relative alle problematiche sociali, alle disuguaglianze, alla disabilità, alla povertà, alla solitudine degli anziani, all’odissea dei migranti e dei profughi, ecc., tematiche per le quali fu istituito il Premio quasi trent’anni fa.
La poesia non deve superare i 35 versi, può anche essere stata edita, ma non vincitrice del primo premio in altri concorsi.
2 – La Giuria del concorso sceglierà dieci poesie vincitrici.
I primi tre classificati riceveranno premi in denaro, così ripartiti: 1° Classificato 500,00 € e Pergamena; 2° Classificato 300,00 € e Pergamena; 3° Classificato 200,00 € e Pergamena. I poeti classificati dal 4° al 10° posto riceveranno una Targa.
La Giuria assegnerà il Premio Speciale Renato Pigliacampo 2016 ad una poesia che sarà particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati.
Infine, la Giuria si riserva la facoltà di riconoscere premi speciali o di incoraggiamento.
3 – La Giuria è composta dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio (Presidente) e da Susanna Polimanti (scrittrice, recensionista), Rosanna Di Iorio (poetessa) e Rita Muscardin (poetessa). Oltre a stilare la graduatoria dei dieci poeti vincitori, la Giuria scriverà e renderà pubbliche le motivazioni relative ai primi tre premi del Concorso e al premio ‘Renato Pigliacampo’. Il Verbale delle decisioni della Giuria, con l’elenco di tutti i premiati/segnalati, sarà inviato via e-mail a tutti i poeti partecipanti.
4 – Ogni poeta partecipante dovrà inviare la propria poesia esclusivamente per posta elettronica all’indirizzo e-mail: poesia.portorecanati@gmail.com La poesia dovrà essere inviata entro il 25 luglio 2016.
Il poeta dovrà inviare un’unica e-mail con tre documenti allegati (word o pdf):
testo della poesia senza riferimenti alla propria identità;
testo della poesia con i propri dati personali (nome cognome, indirizzo domicilio, e-mail, telefono) e con dichiarazione di autenticità (“Dichiaro di essere l’unico autore della poesia”);
ricevuta di versamento della quota di partecipazione di 20 €.
5 – La quota di partecipazione al concorso è di 20 € e può essere versata con con una delle seguenti modalità:
versamento su PostePay n. 5333 1710 2372 6843 intestata a Marco Pigliacampo, Codice fiscale PGLMRC75E07E958C. Il versamento si può fare dagli Uffici Postali e dai tabaccai abilitati.
bonifico bancario su conto IBAN IT29J 07601 05138 276234476237 intestato a Marco Pigliacampo.
La quota è necessaria per la copertura del monte-premi e delle spese di organizzazione.
6 – La cerimonia di premiazione con il recital delle poesie premiate/segnalate si terrà a Porto Recanati, un sabato pomeriggio del mese di settembre 2016. Tutti i poeti partecipanti al concorso saranno informati per tempo, via e-mail, e invitati all’evento.
L’evento culturale sarà pubblicizzato sulle televisioni e i quotidiani regionali, sulle riviste nazionali specializzate e i siti web di poesia, sul sito www.ilsalottodegliartisti.it
L’organizzazione potrebbe decidere, in base al numero di partecipanti, di pubblicare un libro di raccolta delle poesie, eventualmente presentato il giorno della cerimonia.
Cosa resta è il titolo della recente silloge di Enrico Marià edita per i tipi di puntoacapo editrice. Il potenziale lettore si introduce nel percorso costituito dalle varie liriche del libro con un rovello iniziale: quella condizione di residualità, di scarto a cui il titolo vuole riferirsi.
La poetica di Enrico Marià, livida al punto tale da sprofondare nei toni meno lucidi, rifiuta la dimensione melensa e retorica del mondo per arginare i dilemmi e le problematiche del vivere mediante un linguaggio estremamente vivido e incalzante, con l’impiego di una sintassi spesso a-poetica e più in linea a un raccontare in prosa, alla cronaca propriamente detta.
Nella libertà del verso che Marià adotta è svincolato, così, dal tracciare sulla carta –quasi come un estemporaneo taccuino di un’esistenza travagliata- momenti di angoscia e depressione, vedute ciniche dinanzi a un mondo dove la miseria e la debolezza sembrano far da padroni.
L’universo del disagio esistenziale ben riconducibile al cancrenoso fenomeno della droga si ravvisa in un gran numero di componimenti, quasi una catena di episodi cruciali che hanno significato delle vere e proprie discese a baratri più o meno fondi, più o meno privi della luce del giorno.
La citazione in esergo di Vittorio Sereni ben traccia il tragitto che Marià intende farci fare con la restituzione di fotogrammi di momenti di delirio e di asfissia della ragione, in momenti di vita vissuti tra un incalzante abbandono sociale e una frenetica, ripiegata fuga da sé stessi. L’impossibilità della definizione spazio-temporale dell’uomo, la sua indicibile fisicità, la scivolosa immanenza nel Creato sono, per dirla alla Sereni, una condizione di impossibilità che, in quanto tale, grava ancor più sull’uomo provocando o incrementando un fiaccante senso di imperscutabilità, inettitudine e di impermanenza.
Il linguaggio, come si è già detto, è assai istintivo e iconico, fotografico e dolente, a trasmettere le scene di una domesticità che non si vive nel calore di una famiglia o nella rassicurante compagnia di persone amiche, piuttosto è l’assordante e inclemente periferia, quale spazio di per sé difficilmente mappabile e vivibile e dove lo scempio, la sregolatezza, la devianza si compiono e prolificano.
La sensazione più forte che si prova dinanzi a tale opera di Marià – che, pure è attento in una nota finale al libro nell’asserire: “l’empatia nei confronti di un forte e universale sentire declinato in fatti appartenenti ad uno spaccato di mondo che ho visto, respirato, toccato, conosciuto” – è quella di sentirci continuamente in balia di un vento freddo che ci scompiglia i capelli, ci infastidisce e non ci dà tregua. Non è tanto il freddo a pungere e a rappresentare l’elemento di fastidio maggiore, piuttosto è lo stesso sommovimento dell’aria che, puntualmente, ci fa barcollare, distogliere le attenzioni, che ci obbliga a ricevere gli influssi di queste ondate impetuose.
Enrico Marià, l’autore del libro
Nelle liriche di Marià troviamo quasi sempre la vita fronteggiata alla morte, le due vengono spesso citate in antitesi, altre volte l’una contiene l’altra in maniera infingarda e totalizzante come quando asserisce “la morte è l’unica vita/ che io conosca” (15).
Il messaggio che sembra provenire da simili lapidari versi, mai idilliaco e nemmanco speranzoso, incrementa ancor più quel senso di tormento dell’io lirico che sperimenta una condizione di anomalia esistenziale, automatismo, nichilismo e vero e proprio vittimismo indotto.
Perplessità e una vaghezza ampia di sentimenti coinvolgono l’io lirico nei confronti del genitore paterno, figura a tratti assente a tratti descritta come odiosa, a rappresentare un continuo duello psicologico tra negazione e desiderio di riconoscimento.
Marià, come un arcano premonitore, avverte la vita morente e passata che si vive al presente, ne dà manifestazione, l’attesta, vi riflette, conscio che la morte non sia un episodio ultimo che riguarda la dimensione celeste, ma un qualcosa di abituale che riguarda chi, proprio come ciò di cui lui scrive, ha un percorso accidentato, che svia verso la perdizione, che fa difficoltà a immettersi in un cammino meno problematico. La morte sta nell’errore che si compie senza avvedersene, sembra dirci il Nostro così come la violenza non è l’adozione di un comportamento irruento e manesco, istintivo dinanzi a sé stessi o al mondo, ma è esso stesso una via salvifica (pur nel paradosso) per risparmiarsi ulteriori tribolazioni. Non va dimenticato che la poesia è sempre qualcosa di molto personale e che diventa difficile poter dare un giudizio critico, obiettivo e pacato, dinanzi alla lettura di un testo che contiene in sé un percorso esistenziale, morale ed educativo che ha una sua genesi e sviluppo. Dinanzi alla dicotomia incalzate di morte-vita, di disperazione ineluttabile e di tranquillità il Nostro sembra focalizzato maggiormente a concettualizzare il complesso che fa riferimento a un inabissamento delle possibilità sebbene non manca di gettare un disperato SOS che, in mezzo a tanto deperimento morale e dissipazione esistenziale, va sicuramente colto: “Mi piacerebbe scegliere la vita” (34).
Tra rincorse verso illusori paradisi artificiali, abusi di droghe e difficili riscatti, indigenza e ripiegamento su sé stesso, il Nostro lancia il suo disperato e pure indefesso “grido della carne” (55) scoraggiato da una verità pesante come un macigno che innalza “la morte [a] unico riparo” (57) dando sfoggio a un inesauribile spirito apollineo che incalza con nettezza ogni tentativo di riparazione, rivincita e di sana resilienza.
Per accentuare il tono di asprezza e la netta composizione di spiriti di morte, Marià impiega un linguaggio preso in prestito alla politica parlando di “dittatura della vita” (62) e di “fascismo della bellezza” (67) costruendo definizione quanto mai ricche e dense nelle loro possibili accezioni nell’analisi esegetica.
L’abbiamo già detto, quella di Marià è una poetica ventosa. Non fumosa, vacua, leggera né sospesa. È il prodotto di un sommovimento impetuoso che coinvolge l’io lirico, una sorta di fenomeno shock dove l’onda d’urto, ancor meglio che da un punto di vista contenutistico, è data da quel verso secco e tagliente, insindacabile e imperituro, di una asciuttezza seriosa ed intemperante. Non il vento luziano, nemmanco quello verde di García Lorca, ma refoli che ostacolano ma al contempo instillano coscienza.
IL RICAVATO DALLA VENDITA VERRA’ DONATO ALLO IOM (ISTITUTO ONCOLOGICO MARCHIGIANO)
L’Associazione Culturale “Euterpe” di Jesi (AN) raccoglie poesie e racconti sul tema dell’amore e dell’integrazione (l’amore al tempo dell’integrazione) per creare un’antologia, i cui ricavi saranno devoluti in beneficenza allo IOM (Istituto Oncologico Marchigiano). Possono partecipare autori di tutta Italia, inviando un racconto sul tema di massimo 36.000 battute spazi inclusi o una poesia di massimo 40 versi, da spedire entro il 31 Marzo 2016 all’indirizzo e-mail stedevigna@gmail.com.
REGOLAMENTO 1 – Ogni autore che voglia partecipare all’antologia dovrà inviare un’email a stedevigna@gmail.com entro e non oltre il 31 marzo, indicando se vuole inserire un componimento poetico o letterario (unico limite: 40 versi per i componimenti poetici, 36.000 battute per i racconti);
2 – Gli organizzatori potranno scartare, a loro insindacabile giudizio, lavori che non siano consoni al tema o che violino palesemente diritti di terzi o che non siano accettabili dalla morale comune;
3 – Sarà cura degli organizzatori elaborare l’editing e rispedire le bozze ai rispettivi autori per l’approvazione delle correzioni (fase che verrà realizzata nel mese di aprile). A ogni autore verrà richiesta la liberatoria alla pubblicazione.
4 – La realizzazione dell’antologia sarà fatta nella massima economia (autopubblicazione o casa editrice interessata a pubblicare l’opera), in modo da devolvere i profitti all’Istituto Oncologico Marchigiano. Agli autori sarà chiesto un contributo una tantum di € 15,00 in cambio di una copia dell’antologia (la prima; le ulteriori copie saranno acquistate da chi vuole a prezzo autore da definirsi).
5 – La pubblicazione dell’opera è prevista in Maggio, e gli organizzatori si impegneranno entro Giugno a presentare la stessa durante un evento con la partecipazione degli autori e dei rappresentanti dello IOM. In seguito gli organizzatori promuoveranno tutte quelle iniziative atte a diffondre il libro, per poter rigirare i ricavi all’Associazione beneficiaria.
6 – Per qualsiasi dubbio o domanda ci si può rivolgere a Stefano Vignaroli o a Lorenzo Spurio.
La Commissione di Giuria presieduta da Lorenzo Spurio e formata da Marzia Carocci (Presidente del Premio), Flora Gelli, Sandra Carresi, Annamaria Pecoraro, Iuri Lombardi, Fabio Fratini, Francesco Martillotto, Lucia Bonanni, Vincenzo Monfregola, Michela Zanarella, Katia Debora Melis, Rita Barbieri, Luisa Bolleri, dopo lunghe ed attente operazioni di lettura e valutazione dei materiali pervenuti (770 poesie, 135 racconti, 49 saggi/recensioni) in questa Seconda Edizione del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” – Firenze, rende noto l’esito del Premio:
SEZIONE A – POESIA
Vincitori assoluti
1° PREMIO – MICHELE GINEVRA (Caltanissetta) con la poesia “Il crepuscolo della vita”
2° PREMIO – DANIELA MONREALE (Pian di Sco’ – AR) con la poesia “Dedica”
3° PREMIO EX-AEQUO – MARIA TERESA PIERI (Cocchio/Greve in Chianti – FI) con la poesia “Serate domenicali”
3° PREMIO EX-AEQUO – BRUNO SANTINI (Lastra a Signa – FI) con la poesia “In via de’ Georgofili”
Menzioni d’Onore
ALESSANDRO PERUGINI (Castel del Piano – GR) con la poesia “Barba bianca”
ANNA BARZAGHI (Seveso – MB) con la poesia “Apparire”
CLAUDIA PICCINNO (Castelmaggiore – BO) con la poesia “Figli di un Dio Minore”
DARIO MARELLI (Seregno – MB) con la poesia “Sogni verticali”
IZABELLA TERESA KOSTKA (Melegnano – MI) con la poesia “Le memorie di una prostituta”
MARGHERITA PIZZEGHELLO (Rosolina – RO) con la poesia “Vorrò un vestito leggero”
MARIA PENSO (Mestre – VE) con la poesia “I vecchi”
MASSIMO VITO MASSA (Bari) con la poesia “Ti chiamano Shamira”
NICOLINA ROS (San Quirino – PN) con la poesia “E mi incanto”
ROBERTO RAGAZZI (Trecenta – RO) con la poesia “Cosa ho fatto mai di male?”
Segnalazioni della Giuria
ALDO TEI (Latina) con la poesia “Ustica”
ALVARO STAFFA (Roma) con la poesia “L’amore mancato”
ANDREA VANNI (Livorno) con la poesia “Ritorno”
CARLA MARIA CASULA (Alghero – SS) con la poesia “Ultimi ricordi di guerra”
EGIZIA VENTURI (Savona) con la poesia “Senza parole”
EMANUELE ZAMBETTA (Bari) con la poesia “Asselùte trìdece anne”
GIANNI CALAMASSI (Firenze) con la poesia “Le ali ammaccate”
GIUSEPPE BLANDINO (Rosolini – SR) con la poesia “I due alberi”
GUIDO DI SEPIO (Roma) con la poesia “Novembre 1966”
SANTE DIOMEDE (Bari) con la poesia “Parole al veleno”
Premi speciali
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – RITA MUSCARDIN (Savona) con la poesia “Il destino degli altri”
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – ANNA SANTARELLI (Rieti) con la poesia “M’attende la poesia”
SEZIONE B – RACCONTO
Vincitori assoluti
1° PREMIO – NATALIA LENZI (Quarrata – PT) con il racconto “Perdita”
2° PREMIO – LEONARDO SANTORO (Collegno – TO) con il racconto “Mio padre”
3° PREMIO – MAURIZIO MARI (Prato) con il racconto “Lo schiaffo”
Menzioni d’Onore
ALESSANDRO VANZAGHI (Sedriano – MI) con il racconto “Fuori scena”
ANDREA MAURI (Roma) con il racconto “Principessa”
MARCO AUSILI (Ancona) con il racconto “Gabriele Sporangi”
MASSIMO SENSALE (Napoli) con il racconto “Il treno e le nuvole”
MATTEO LUCII (Borgo San Lorenzo – PI) con il racconto “Fides”
MAURA RABOTTI (S. Polo d’Enza – RE) con il racconto “Ciao!”
OLIMPIA PICCOLO (Marano – NA) con il racconto “L’armadio di Chloè”
PAOLO SBOLGI (Firenze) con il racconto “L’archiano”
SUSANNA GORI (San Giuliano Terme – PI) con il racconto “Una, nessuna, trentamila”
Segnalazioni della Giuria
ALESSANDRO LOGLI (Roma) con il racconto “Le vipere non esistono”
ANTONIO FRAGAPANE (Santa Elisabetta – AG) con il racconto “Terra promessa”
GIOVANNA POTENZA (Napoli) con il racconto “31 Agosto 1943”
IVANA SACCENTI (Pozzuolo M. – MI) con il racconto “Olio e aceto”
LAURA VALLINO (Livorno Ferraris – VC) con il racconto “Oltre il buio”
LUCIANA CENSI (Foligno – PG) con il racconto “Riflessioni al femminile”
MANOLA FREDIANI (Livorno) con il racconto “La casa di Tina”
MICHELE PROTOPAPAS (Prato) con il racconto “Solo un uomo”
SARA ALICANDRO (Latina) con il racconto “Una vita in un istante”
SIBYL VON DER SCHULENBURG (Trezzano Rosa – MI) con il racconto “Verna”
Premi speciali
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – FRANCA DONÀ (Cigliano – VC) con il racconto “Il profumo dell’amore”
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – VINCENZO MELINO (Campobasso) con il racconto “Giro del cigno”
SEZIONE C – SAGGISTICA
Nota: A seguito della non elevata partecipazioni per le sezioni C (saggistica/critica letteraria/articolo) e D (recensioni) la Giuria ha deciso di istituire in sede di Premiazione una unica Sezione identificata dalla definizione “Saggistica” provvedendo, comunque, ad individuare un Premio Speciale per la “Miglior Recensione”.
Vincitori assoluti
1° PREMIO – ANNALISA SANTI (Colognola ai Colli – VR) con il saggio “Sogni sulla spiaggia: le modelle di William Henry Margetson”
2° PREMIO – VIRGINIA MURRU (Girasole – OG) con il saggio “Una perla nella letteratura del Novecento: Antonia Pozzi”
3° PREMIO – ELGA BATTAGLINI (Pescaglia – LU) con il saggio “La befana e dintorni”
Menzioni d’Onore
ALEX CREAZZI (Bressanone – BZ) con la recensione al libro “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco
FRANCESCA SANTUCCI (Dalmine – BG) con il saggio “L’ultima regina di Napoli”
GIUSEPPE GUIDOLIN (Vicenza) con la recensione al libro “Le parole sono segnali stradali” di Veronica Liga
SONIA GIOVANNETTI (Roma) con il saggio “Il tempo ritrovato della poesia”
Segnalazioni della Giuria
DAVIDE DOTTO (Villorba – TV) con il saggio “Gli haiku tra Oriente ed Occidente”
FERNANDO DELLA POSTA (Pontecorvo – FR) con la recensione al libro “Oltreverso – Il latte sulla porta” di Doris Emilia Bragagnini
VALTERO CURZI (Senigallia – AN) con la recensione al libro “Donna è poesia” di Anna Maria Boselli Santoni
Premi speciali
PREMIO SPECIALE “MIGLIOR RECENSIONE” – PAOLO PAGNOTTA (Avellino) con la recensione al libro “Quando il gioco si fa duro” di Nadia Toffa
Consistenza dei Premi
Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:
1° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€
2° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri
3° Premio di ciascuna sezione: Targa e diploma con motivazione della Giuria.
La Giuria in conformità di quanto espresso nel regolamento del concorso ha deciso di attribuire altri premi di varia classe che consisteranno in:
Menzioni d’Onore: Coppa e diploma
Segnalazioni: Diploma
Premi Speciali: Targa e diploma con motivazione della Giuria
Pubblicazione in antologia
Tutti i testi dei Vincitori, delle Menzioni d’Onore, dei Segnalati dalla Giuria e dei Premi Speciali verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti e i Premi Speciali il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio.
Premiazione
La cerimonia di Premiazione si terrà domenica 22 maggio a partire dalle ore 17:30 a Firenze presso la Sala dei Marmi del Centro Anziani “Parterre” in Via del Ponte Rosso 2 (Quartiere 2).
L’evento, che è liberamente aperto al pubblico e al quale sarà possibile portare parenti ed amici, sarà allietato dall’arpista Giulia Petrioli.
Tutti i vincitori, i menzionati, i segnalati e i vincitori dei Premi speciali sono tenuti a confermare o meno la loro presenza a mezzo mail entro e non oltre il 10 maggio p.v.
Ritiro dei Premi
Come indicato al punto 11 del bando di partecipazione, i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle relative spese di spedizione, mentre coloro che avranno ottenuto un premio in denaro e non potranno intervenire vedranno decadere il proprio premio monetario.
Si ricorda, inoltre, che l’antologia del concorso sarà disponibile all’acquisto il giorno della cerimonia di Premiazione.
Il ricavato derivante dalla vendita della stessa verrà donato in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze e verrà data comunicazione del versamento fatto a tutti i partecipanti dopo la Cerimonia di premiazione.