A Márcia Theóphilo il premio internazionale alla carriera
Dal 7 all’11 ottobre l’undicesima edizione del festival di Vercelli con eventi a Milano, Novara e Ascona (Svizzera). In programma anche un omaggio a Orelli, reading sui temi del buddhismo e un evento con il premio Viareggio Buffoni pro e contro la Germania, con un incontro-laboratorio sulla poesia nella Lingua dei segni e uno spettacolo di Roberto Piumini.
Una voce dall’Amazzonia candidata al Nobel si alza nell’XI edizione del Festival internazionale di poesia civile “Città di Vercelli” che ha già premiato in passato poeti come Harrison, Evtushenko e Adonis: è la voce di Márcia Theóphilo, poetessa e antropologa brasiliana che ritirerà il premio alla carriera giovedì 8 ottobre 2015 alle 19,30 a Vercelli durante un reading sul nuovo libro Nel nido dell’Amazzonia edito da Interlinea, con intermezzi musicali di Laura Mancini e introduzione di Giusi Baldissone. È prevista un’anteprima mercoledì 7 ottobre in Università Cattolica a Milano, in largo Gemelli 1 alle ore 17,30.
Márcia Theóphilo
Nelle poesie di Márcia Theóphilo ci sono voci che lei trascrive ispirata o che traduce da un linguaggio (magari musica di tamburi e flauti o i suoni della natura ora affidati alle onomatopee) cui bisogna trovare parole che vanno oltre il semplice significato. Per aderire allo spirito del luogo non basta la ragione, che tuttavia non è esclusa dal racconto. La poetessa ci ha messo tutta l’anima – e magari anche la psicanalisi – in questi versi in cui la cultura più sofisticata si fa natura “primordiale”: quello che siamo diventati senza mai smettere di essere “selvaggi”, nel senso del “pensiero selvaggio” di Claude Lévi Strauss. Per convincerci più profondamente, coinvolgendoci come esseri capaci di scovare e intendere il nostro più remoto passato, l’autrice usa non una lingua – il suo portoghese di nascita – bensì due, cioè anche l’italiano, lingua di ormai antica elezione. Márcia scrive per ricordare agli uomini quello che hanno dimenticato, dal rumore della pioggia al resto.
Alla cerimonia del premio a Márcia Theóphilo parteciperanno a Vercelli anche Luigi Di Meglio presidente dell’associazione culturale “Il Ponte” promotrice del festival, il sindaco di Vercelli Maura Forte, il sottosegretario di Stato Luigi Bobba, il rettore dell’Università del Piemonte Orientale Avogadro Cesare Emanuel e il rettore del seminario monsignor Cavallone. Per l’occasione sarà distribuita in omaggio fino a esaurimento scorte la plaquette pubblicata da Interlinea e sarà inaugurata la mostra, aperta per tutta la durata del festival, Vercelli un po’ americana e il festival. Immagini e poesie, progetto di Andrea Cherchi. La poetessa sarà a Vercelli anche nella mattinata di giovedì 8 ottobre, quando incontrerà gli studenti delle scuole superiori presso il Museo Leone in via Verdi 30 alle ore 11.
Il Festival internazionale di poesia civile di Vercelli, ammesso alla UNESCO’s World Poetry Directory e dedicato nella sua XI edizione (7-11 ottobre 2015) al tema Poesia. Energia per la vita, ha come ospiti anche la poetessa Chandra Livia Candiani che con Vivian Lamarque parlerà della poesia al femminile e del buddhismo venerdì 9 ottobre alle 18 a Novara, presso il Circolo dei Lettori (Broletto), e il premio Viareggio 2015 Franco Buffoni che lo stesso giorno a Vercelli, alle ore 21 presso l’Abside San Marco, piazza San Marco 1, presenterà la raccolta poetica O Germania(Interlinea) assieme alla scrittrice tedesca di lingua italiana Helena Janeczek nell’incontro Pro e contro la Germania. Una nazione da rileggere.
L’XI edizione del Festival di Poesia civile è dedicato anche a dare voce a chi di solito non l’ha grazie a due appuntamenti a Vercelli sabato 10 ottobre: alle 10,30 al museo Leone si parlerà di L.I.S. con Pietro Celo e Giacoma Piacentino nell’incontro La materia di cui sono fatte le parole: la traduzione letteraria in Lingua dei segni, mentre alle 15,30 al museo del Tesoro si darà la parola ai detenuti della Casa di reclusione di Bollate assieme a Maddalena Capalbi e Paolo Barbieri. La voce dall’Africa del piccolo Bumba sarà invece protagonista venerdì 9 ottobre alle 10 al teatro dell’istituto Lanino di Vercelli grazie a Roberto Piumini e a Monica Rabà con uno spettacolo-laboratorio per i più piccoli basato sulla storia del libro L’acqua di Bumba (Le rane Interlinea) che sostiene un progetto Unicef:http://buonacausa.org/cause/l-acqua-di-bumba-con-unicef-per-un-pozzo-in-tanzania
Fra gli altri appuntamenti del festival si segnalano la consegna del premio “Brassens” alla Fondazione Gaber e al suo presidente Paolo Dal Bon sabato alle 21, Seminario Arcivescovile di Vercelli, e la lectio di Paolo GarbarinoAttualità dell’antico. Temi civili in Giovenale venerdì alle 11 in Aula Magna dell’Università del Piemonte Orientale, via Duomo 6, oltre al premio di traduzione poetica promosso dall’Università del Piemonte Orientale A. Avogadro.
L’evento finale che chiuderà il festival, domenica 11 ottobre alle 17 ad Ascona, Svizzera, sarà il reading-omaggio a più voci al poeta Giovanni Orelli, nella cornice del suggestivo Teatro San Materno (via Losone 3), con musiche eseguite al flauto da Nicolò Manachino, introduzione di Maria Grazia Rabiolo e presentazione della plaquette promossa dal festivalAccanto a te sul pavimento (Interlinea).
il programma completo del XI festival di poesia civile di Vercelli 2015
MERCOLEDÌ 7 OTTOBRE
ANTEPRIMA A MILANO
Ore 17,30, Università Cattolica, largo Gemelli 1
Poesia civile ed editoria: Márcia Theóphilo e l’Amazzonia
La poetessa a colloquio con Giuseppe Langella
Presentazione di Giorgio Simonelli e Roberto Cicala
SERATA INAUGURALE Ore 21, Teatro Civico, via Monte di Pietà 15, Vercelli
Poesia energia per la vita. Concerto di Carlot-ta
In collaborazione con il premio Viotti. Alla presenza di Márcia Theóphilo
GIOVEDÌ 8 OTTOBRE
Ore 11, Sala del Museo Leone, via Verdi 30, Vercelli
Márcia Theóphilo incontra gli studenti presentata dai docenti delle scuole superiori vercellesi
EVENTO CENTRALE Ore 19,30
Salone del Seminario Arcivescovile, piazza S. Eusebio 10, Vercelli
Cerimonia XI Premio festival internazionale di poesia civile città di Vercelli
a Márcia Theóphilo
Reading con intermezzi musicali di Laura Mancini. Saluto del presidente dell’associazione culturale
Il Ponte Luigi Di Meglio, del sindaco di Vercelli Maura Forte, del sottosegretario di Stato Luigi Bobba, del rettore dell’Università del Piemonte Orientale Avogadro Cesare Emanuel e del rettore del seminario monsignor Cavallone. Introduzione letteraria di Giusi Baldissone.
Distribuzione omaggio della plaquette Nel nido dell’Amazzonia (Interlinea) fino a esaurimento copie.
Per l’occasione:
inaugurazione della mostra
Vercelli un po’ americana e il festival. Immagini e poesie
progetto e realizzazione di Andrea Cherchi (mostra aperta nei i giorni del festival)
VENERDÌ 9 OTTOBRE
Ore 10, Teatro dell’Istituto Comprensivo Lanino, corso Tanaro 3, Vercelli
L’acqua di Bumba. Spettacolo-laboratorio di Roberto Piumini Con la partecipazione di Monicà Rabà.
Da un libro edito da Le rane Interlinea. In collaborazione con Unicef
Ore 11, Aula magna, Rettorato Università del Piemonte Orientale, via Duomo 6, Vercelli
Attualità dell’antico. Temi civili in Giovenale Lectio di Paolo Garbarino, Università del Piemonte Orientale Avogadro
Ore 15, Cripta di S. Andrea, Università del Piemonte Orientale, Vercelli
Premio di traduzione di poesia civile inedita in Italia A cura dell’Università del Piemonte Orientale Avogadro
Cerimonia di premiazione con letture. Saluto introduttivo del rettore Cesare Emanuel con i docenti responsabili del Premio: Laurence Audéoud,
Giusi Baldissone, Andrea Baldissera, Cristina Iuli, Carla Pomarè, Marco Pustianaz, Miriam Ravetto, Stefania Sini
Ore 18, Circolo del Lettori, Broletto, Novara
Il buddhismo è una sconvolgente poesia. Incontro con Chandra Livia Candiani Presentata da Vivian Lamarque
Ore 21, Abside San Marco, piazza San Marco 1, Vercelli
Pro e contro la Germania. Una nazione da rileggere Franco Buffoni, premio Viareggio 2015 per la poesia, parla del suo libro O Germania
a colloquio con Helena Janeczek e Darwin Pastorin con intermezzi musicali a cura della Scuola Vallotti
SABATO 10 OTTOBRE
Ore 10,30, Museo Leone, via Verdi 30, Vercelli
La materia di cui sono fatte le parole: la traduzione letteraria in Lingua dei segni
Intervento di Pietro Celo, Università Milano Bicocca. Presenta Giacoma Piacentino
Ore 11,30, chiesa di San Lorenzo, corso Libertà angolo via Cagna, Vercelli
L’albero della vita. Installazioni e letture poetiche A cura dell’Ufficio beni Culturali dell’Arcidiocesi con il liceo artistico Alciati e il liceo
classico Lagrange, a cura di Carla Barale e Emanuela Pensotti
Ore 15,30, Museo del Tesoro del Duomo, piazza D’Angennes, Vercelli Un libro dietro le sbarre: poesia e libertà
Intervengono Maddalena Capalbi, Paolo Barbieri e i detenuti che partecipano al Laboratorio di poesia della II Casa di reclusione di Bollate
Ore 21, Seminario Arcivescovile, Vercelli Premio “Brassens” alla Fondazione Gaber
Omaggio a Giorgio Gaber con video, canzoni, riflessioni.
Presentazione di Giorgio Simonelli con interventi di Paolo Dal Bon e Darwin Pastorin
DOMENICA 11 OTTOBRE
EVENTO FINALE
Ore 17, Teatro San Materno, via Losone 3, Ascona (Svizzera)
Omaggio a Giovanni Orelli
Reading a più voci con musiche eseguite al flauto da Nicolò Manachino
con presentazione di plaquette promossa dal festival di poesia civile. Presenta Maria Grazia Rabiolo
Ieri sera nella Sala Biagetti del Castello Svevo di Porto Recanati si è tenuta la premiazione della XXVI edizione del Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” fondato trent’anni fa dal professore Renato Pigliacampo.
Per volontà dello stesso Pigliacampo, poeta, scrittore, saggista e professore universitario sordo dall’età di dodici anni, il Premio si è caratterizzato negli anni all’interno del panorama dei concorsi poetici in Regione per dar particolare attenzione nei confronti sociali facendo parlare persone che vivono o che hanno avuto esperienza di discapacità sensoriali, disabilità fisiche, emarginazione, solitudine o che hanno a cuore le tematiche civili della nostra contemporaneità.
Il professor Pigliacampo, che ci ha lasciato nei mesi scorsi, è stato esempio encomiabile del serio impegno a difesa dell’universo dei diversamente abili e di tutte quelle classi disagiate ed emarginate che necessitano di maggiore ascolto, aiuto e coinvolgimento nella nostra società. La sua storia personale che l’ha condotto a diventare paladino in numerose battaglie sociali volte all’equiparazione dei diritti, strenuo difensore della LIS e ad impegnarsi anche in campo assistenziale, hanno fatto di lui un animo ribelle e convinto, dal pensiero forte e lungimirante, uomo dalla complessità tipica di un intellettuale d’altri tempi, profeta della parola e vate della poesia, un esponente della cultura che ha cantato con foga le sue Marche contribuendo ad ispessirne immagini e metafore di questa terra connotata al plurale.
La Giuria del Concorso in questa edizione era composta da Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti, Lella De Marchi ed Elvio Angeletti con Marco Pigliacampo, figlio del Professore, quale Segretario del Premio.
Le letture delle poesie vincitrici e segnalate sono state fatte prevalentemente da Tiziana Bonifazi e Giuseppe Russo del Salotto degli Artisti; l’interprete della Lis è stata Sara Magistro.
La Commissione di Giuria: da sinistra Marco Piglacampo (segretario), Lella De Marchi, Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti ed Elvio Angeletti.
In questa ventiseiesima edizione l’organizzazione ha deciso di dedicare una prima parte al ricordo del professore Pigliacampo con l’attribuzione del Premio Speciale “Renato Pigliacampo” a Rita Muscardin di Savona con la poesia “Il Guerriero del Silenzio” come appunto il Professore era noto. A seguire si è avuta la consegna di diplomi speciali alla memoria di Renato Pigliacampo tra cui quello a Pietro Carenza di Turi (BA) con la poesia “I segni della LIS”.
Franca Bernabei, referente dell’Istituto di Riabilitazione S. Stefano di Porto Potenza Picena ha ritirato una targa conferita ai numerosi concorrenti del Centro nel quale lavora che per una sopraggiunta impossibilità dell’ultima ora non sono potuti intervenire direttamente.
Il professor Guido Garufi di Macerata ha tenuto un suo intervento vertente su alcune caratteristiche fondamentali della poetica di Pigliacampo che conosceva da tantissimi anni essendo stato lui stesso in Giuria del premio in passate edizioni. In particolare ha parlato dell’intimità della poesia da intendere come fatto prettamente personale e, ricordando i libri di Pigliacampo, non ha mancato di sottolineare la componente polemica-di denuncia, spesso tumultuosa e accecante, di cui i versi di Pigliacampo sono pieni e di cui tutta la vera poesia dovrebbe partire: da un atto violento, da un urlo, da una dichiarazione difficile fatta con coscienza.
A seguire la lettura di Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) della poesia scritta e dedicata al Professore dal titolo “Idioma visuomanuale” vertente appunto sul linguaggio gestuale-iconico della Lingua dei Segni della quale Pigliacampo fu insegnante e fiero difensore.
Il 1° Premio conferito a Rosanna Giovanditto. Nella foto da sx: Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria), Delfina Pigliacampo, Rosanna Giovanditto e Marco e Luca Pigliacampo
Nella seconda parte della Premiazione si sono conferiti attestati di merito ai poeti presenti Marina Montagnini, Patrizia Portoghese, Rosanna Spina e Maria Pia Silvestrini e le targhe a Michele Izzo (4° Premio), Gaetano Catalani (5° Premio – assente), Sandro Orlandi (6° Premio –assente), Flavia Buldrini (7° Premio – assente), Francesca Costantini (8° Premio), Maria Carmela Dettori (9° Premio – assente) e Vito Sorrenti (10° Premio – assente).
Sul podio i poeti Rosanna Giovanditto di Spoltore (PE) con la poesia “Notte e Sole” (1° Premio) letta da Tiziana Bonifazi e segnata nel linguaggio della LIS dalla vincitrice; Carmelo Loddo di Reggio Calabria con la poesia “Sola andata” (2° Premio), lirica sugli immigrati che varcano il mare con grande speranza ma privi di certezze e Cesarina Castignani Piazza di Monte S. Vito (AN) con la poesia “I giorni dell’odio” (3° Premio) ispirata a un caso di abuso sessuale in una situazione di guerra.
In sala presente la famiglia Pigliacampo: i figli Marco e Luca Pigliacampo e la signora Delfina, gli ex sindaci di Porto Recanati dott.ssa Rosalba Ubaldi e l’avv. Sabrina Montali intervenuti a premiare alcuni dei vincitori.
In sala un nutrito pubblico che ha seguito con interesse e partecipazione l’intera premiazione, ripresa dall’emittente tv locale Tv Centro Marche.
Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria)
3° Premio conferito a Cesarina Castignani Piazza
La commissione di Giuria
2° Premio conferito a Carmelo Loddo
La sala
Il 1° Premio conferito a Rosanna Giovanditto
A seguire le motivazioni della Giuria per il conferimento dei primi tre premi e del Premio Speciale.
1° Premio – “Notte e Sole” di Rosanna Giovanditto
Rosanna Giovanditto in questa lirica commemorativa in ricordo di Renato Pigliacampo condensa in maniera stupefacente e assai riuscita una serie di immagini cariche al prof. Pigliacampo e in campo poetico e in campo umano. Come non notare il riferimento alla toponomastica locale alla quale Renato sempre faceva riferimento oserei dire con meticolosità (le “contrade di Recanati”) e il Leopardi citato è il suo intramontabile amico, maestro e confidente. Il “segreto di Giacomo/ che mai sarà svelato” e che appartiene, ora, anche a Renato ha di certo a che vedere con una dimensione mitico-conoscitiva, direi gnoseologica, ma anche allegorica e d’impostazione religiosa. In trentuno versi spigliati, tanto da creare immagini visive se non addirittura iconiche, la Nostra è come se passasse in rassegne l’esistenza di Renato descrivendolo, dunque, nel suo incedere dal giorno alla notte rappresentata da quegli accoglienti “siderei cieli” che si stagliano ora sulla “collina di Montecassiano” dove riposa. Impareggiabile è anche l’inserzione nella lirica di strascichi civici delle battaglie di Renato a favore delle minoranze sensoriali da leggere in quei “figli di un dio minore” per i quali sempre combatté con foga ed orgoglio. Con grande sensibilità artistica e profonda espressione, la poetessa ha interpretato un complicato percorso di vita di un uomo nonché amico speciale, condividendone lo stesso ascolto dell’anima, superando i vincoli di una differente normalità. Il disagio uditivo diviene pura condivisione di emozioni e d’intenti. Anche dal punto di vista stilistico è possibile osservare che la lirica ha adottato alcune delle tecniche formali della poetica matura di Pigliacampo: la ‘e’ in corsivo a fine verso quasi dovesse essere allungata nella lettura o sospirata, l’uso del corsivo che visivamente marca in maniera ragguardevole parole chiave, l’impiego di maiuscole all’interno del verso per morfemi sui quali Renato aveva eretto il suo mondo creativo (la Speranza, la Luce) ed ancora l’impiego di puntini sospensivi che di fatto rimpiazzano un verso ellittico che si è deciso di risparmiare al lettore. Rosanna Giovanditto con la sua poesia non solo parla di Renato e ci permette, dunque, di ricordarlo, ma fa parlare lui stesso da quella indomita isola di Silenzio dalla quale lui, ancora oggi, è tutto indaffarato e smanioso nel segnare la realtà, segni in ardente attesa della nostra comprensione.
2° Premio – “Sola andata” di Carmelo Loddo
Nel canto accorato e dolce di Carmelo Loddo respiriamo la drammaticità degli eventi della cronaca di questi giorni, settimane e mesi: il fenomeno migratorio. Il poeta non utilizza il mezzo poetico per lanciare manifesti messaggi di denuncia, sebbene essa sia connaturatamente presente essendo questa una poesia civile. L’autore tenta di rintracciare nella cupa mestizia il sistema di corrispondenze nell’esperienza esistenziale della donna: dalla terra natale emblema del passato e ormai lontana e la terra che si anela, nuova e profumata, se solo si riuscisse ad approdarvi. Ciò che risalta con nettezza è l’acme di disperazione che si alimenta del silenzio e l’indifferenza generalizzata alla vita; tra immagini comuni come quella dei cani, lacerti di vita e di un mondo che non c’è più. Dalla conscia scelta di dipartire e lasciare la propria terra, all’avventura della speranza dettata da quella “ricerca del futuro”, il tutto macchiato da un’unica grande e invalicabile infamia: “non c’è spazio nel cuore di nessuno” che ne marca ancor più strettamente il doloroso sentimento di estraniamento e derelizione.
3° Premio – “I giorni dell’odio” di Cesarina Castignani Piazza
Un vile episodio della compagine dolorosa dei momenti di guerra: lo stupro delle donne operato in periodi, appunto, di conflitto quale sistema di violenza. Cesarina Castignani Piazza costruisce attorno a questo tema delicato e oserei dire assolutamente non-canonico all’interno della poesia civile, un travalicante canto d’angoscia che al contempo raggruma una concreta voglia di espiazione. La poesia si presenta come una lettera scritta da madre a figlio, testimonianza certa di un padre incerto, vale a dire il frutto di una violenza subita. Ed è così che la Nostra totalizza nei versi centrali del componimento le sensazioni di impotenza, disgusto, inclemenza e un preponderante desiderio di abluzione dell’anima. È allora la rugiada, quale acqua condensata a rappresentare una purità naturale e al tempo universale ad essere invocata quale possibile repellente all’onta del “seme” del conquistatore. Sono questi, i “giorni dell’odio” ossia i momenti del tormento che investono la donna, che la straziano infiammandole l’anima e che la portano, in una chiusa di intensa commozione, ad arrovellarsi sull’aporia ultima: crescere il futuro che nasce dall’odio (ma che può essere mitigato in bene) o darsi la morte per metter fine al vilipendio della carne.
Premio Speciale “Renato Pigliacampo” – “Il Guerriero del Silenzio” di Rita Muscardin
Una testimonianza in versi di un intenso valore umano per una struttura ritmica e fluida, che predilige passaggi morbidi da un simbolo all’altro, con affettuosa ricerca della chiave di quella porta, dietro cui viene accentuato il già palese omaggio alla memoria di un uomo stimato. Attraverso le potenti immagini di un mondo senza suoni, la lirica è in grado di evocare immediate sensazioni di disorientamento, vacuità, assenza e oppressione, che fondono gli echi del silenzio con la misteriosa e infinita soddisfazione a cui l’uomo, anche inconsapevolmente, anela: una vita migliore in un altrove. Un inno alla reale sostanza di vita e sentimenti dove da sempre è prevalso il solo sguardo di una tangibile poetica, che non ha necessità di essere compensata con il senso dell’udito, poiché appartenente all’unico e vero silenzio, tra le pieghe del cuore, che non conosce disparità. Mancate speranze e intrecci di ghirigori si annullano nella commovente chiusa, ove un nuovo orizzonte restituisce voce alle più amare battaglie di un’esistenza incompleta. Un grido finale “per raccontarestagioni mai sbocciate” che abbraccia la memoria di quanti al contrario rimangono i veri “diversi”.
a cura di Giovanni Dino – Introduzione di Rita Cedrini
Fondazione Thule Cultura, Palermo, 2015
Lettera di GIOVANNI DINO
La poesia in quanto arte può contribuire a fare qualcosa contro la crisi economica? I poeti, come comuni mortali ma anche come uomini dotati di estro e di particolare sensibilità, possono fare qualcosa contro la crisi? Questi sono le domande che mi pongo da alcuni anni e che solo da alcuni mesi mi hanno spinto a proporre una nuova antologia d’impegno civile. Credo che mai come adesso sia il momento di dare la parola all’anima dei poeti perché esprimano, al riguardo, la propria visione. Da tempo è in corso, in lentissimo e quasi invisibile stillicidio, un processo inteso a svuotarci di quegli elementi di certezza ai quali fino, fino ad ora, avevamo fatto sicuro riferimento, a principiare dal posto di lavoro a da quella, anche piccola, sicurezza economia che ne deriva e che ogni singola persona o le famiglie avevano avuto modo di procurarsi. Lo stillicidio è stato così perfettamente studiato e con raffinato acume che risulta quasi difficile credere che tutto sia stato teorizzato più di 30 anni fa da menti diaboliche, con dottrine truccate di virtù, trovando terreno fertile in Europa e in certe politiche comunitarie. Alcuni studiosi (filosofi, economisti e ricercatori vari) dispongono di dati e di nomi di fautori di questo piano, ma anche di nomi di politici che hanno segretamente appoggiato questa colossale truffa. Mentre solo ora, a distanza di quasi venti anni dall’avvento dell’Euro, è agli occhi di tutti che si siano scesi parecchi gradini all’indietro, che non se ne sia avvantaggiata la dignità dell’uomo, che sia stato favorito l’impoverimento economico sia individuale che familiare. Fino a pochi anni fa appariva difficile accorgersi del percorso a passo di gambero che era iniziato e che ancora continua, verso lo svuotamento e l’impoverimento. Oggi è tutto leggibile da chiunque: è vita quotidiana. Nessuno deve spiegarci che le grandi schiere di lavoratori e di pensionati, le masse popolari, le braccia che spingono la ruota della grande macchina economica, i settori primari e secondari delle attività produttive, si trovano in ginocchio e non certo per pregare. Solo oggi ci si accorge che un lavoratore con il suo normalissimo stipendio (di bidello, di guardia giurata, di poliziotto, di operaio edile o di fabbrica etc.), che fino a metà degli anni ’90 riusciva a mantenere dignitosamente la propria famiglia (con affitto o mutuo da pagare e tutto quello che potesse occorrere per il fabbisogno di una casa), oggi non riesce ad arrivare a fine mese, vivendo con la febbricitante angoscia di non farcela. Può immaginarsi quale possa essere la situazione di quelle famiglie in cui non esiste un reddito sicuro, come uno stipendio. Si pensi ai cassintegrati, in mobilità, che stanno “come foglie in autunno sull’albero”, pronti a perdere lavoro, buonuscite, liquidazioni. Quante sono in Italia le famiglie che vivono al limite della povertà? Mi riferisco a quelle persone e famiglie che non sono state mai povere, perché hanno potuto avvalersi di un lavoro col quale dignitosamente gestire il proprio bilancio familiare; queste, fino a meno di quindici anni fa, non avevano alcun problema poiché su quel lavoro era puntata la loro esistenza, mentre ora fanno parte del lungo elenco degli impoveriti. Quante sono in Italia le persone che vivono nello squallore più terribile percependo modesti sussidi di povertà? Forse non è compito del poeta occuparsi di crisi, essendo piuttosto il politico deputato ad essere garante, portavoce e intermediario dei bisogni del popolo. Ma se il politico sonnecchia o segretamente porta al suo mulino chiare fresche dolci acque, gli intellettuali che fanno? Forse le problematiche della crisi vanno combattute con le grida della contestazione, con petizioni o con i ragionamenti filosofici o con i colori, con la musica, con il cinema, con i quali si riesce meglio a coinvolgere e istruire meglio le masse. Se nessuno fa qualcosa di concreto contro la crisi è meglio per il poeta tacere o intervenire? E allora è meglio “esprimersi e morire, vivere o rimanere inespressi” (prendo in prestito una famosa frase di Pier Paolo Pasolini). Di sicuro non sarà la poesia a debellare la corruzione, il ladrocinio cannibale dei nostri politici ed amministratori o a fermare le grandi potenze internazionali che hanno stravolto e corrotto gli equilibri dell’economia mondiale e della nostra Nazione, ma è certo che la voce del poeta, attraverso il suo intervento anche di pochi versi, non sarà del tutto inutile. Concepisco quest’antologia d’impegno civile come un implicito manifesto di protesta, ma anche e soprattutto come un messaggio di speranza per il cambiamento Una lotta fatta con una pacifica e democratica ribellione, un documento di denuncia, una coraggiosa testimonianza di civiltà, di democrazia e di cultura, in cui vengono rivendicati i diritti a una vita vivibile a misura umana, secondo categoria d’appartenenza e delle leggi della democrazia e del buon vivere. Un’operazione culturale per poeti desti e coraggiosi, che possa intervenire significativamente, con l’incisività dell’espressione artistica, per suggerire possibili soluzioni ai così gravi problemi del presente.
Poeti antologizzati:Ennio Abate, Massimo Acciai, Nino Agnello, Domenico Alvino, Filippo Amadei, Giovanni Amodio, Brandisio Andolfi, Amedeo Anelli, Sandro Angelucci, Cristina Annino, Lucianna Argentino, Vincenzo Arnone, Andrea Barbazza, Antonella Barina, Arnaldo Baroffio, Maurizio Barracano, Mariella Bettarini, Gabriella Bianchi, Donatella Bisutti, Rino Bizzarro, Silvana Blandino, Paola Bonetti, Anna Maria Bonfiglio, Marisa Brecciaroli, Lia Bronzi, Ferruccio Brugnaro, Luigi Bufalino, Franco Campegiani, Caterina Camporesi, Maria Cannarella, Domenico Cara, Maria Licia Cardillo in Di Prima, Mariella Caruso, Franco Casadei, Maria Gisella Catuogno, Augusto Cavadi, Viviane Ciampi, Grazia Cianetti, Domenico Cipriano, Pietro Civitareale, Carmelo Consoli, Anna Maria Curci, Salvatore D’Ambrosio, Antonio De Marchi Gherini, Jole de Pinto, Luigi De Rosa, Marco Ignazio de Santis, Adele Desideri, Rosaria Di Donato, Felice Di Giacomo, Carmelo Di Stefano, Emilio Diedo, Giovanni Dino, Angela Donna, Antonella Doria, Gianfranco Draghi, Germana Duca, Pasquale Emanuele, Gio Ferri, Giovanni Fighera, Luigi Fioravanti, Zaccaria Gallo, Sonia Gardini, Serenella Gatti Linares, Daniele Giancane, Mariateresa Giani, Eugenio Giannone, Filippo Giordano, Agnese Girlanda, Elio Giunta, Enza Giurdanella, Grazia Godio, Eugenio Grandinetti, Maria Luisa Gravina, Francesco Graziano, Diego Guadagnino, Gianni Ianuale Alfio Inserra, Carmine Iossa, Gianfranco Isetta, Giuseppe La Delfa, Stefania La Via, Giuliano Ladolfi, Alessio Laterza, Enrico Mario Lazzarin, Maria Grazia Lenisa, Maria Lenti, Aldino Leoni, Giacomo Leronni, Salvatore Li Bassi, Nicola Licciardello, Stefano Lo Cicero, Gianmario Lucini, Francesca Luzzio, Mauro Macario, Annalisa Macchia, Marco Giovanni Mario Maggi, Roberto Maggiani, Gabriella Maleti, Angelo Manitta, Nunzio Marotti, Sara Martello, Viviana Mattiussi, Vito Mauro, Senzio Mazza, Anita Menegozzo, Alda Merini, Giancarlo Micheli, Alena Milesi, Ester Monachino, Marina Montagnini, Ardea Montebelli, Alberto Mori, Maria Pia Moschini, Lorenzo Mullon, Antonio Nesci, Clara Nistri, Sergio Notario, Guido Oldani, Claudio Pagelli, Giacomo Panicucci, Nazario Pardini, Ezio Partesana, Guido Passini, Edoardo Penoncini, Guglielmo Peralta, Rosanna Perozzo, Mariacristina Pianta, Andrea Piccinelli, Laura Pierdicchi, Domenico Pisana, Marina Pizzi, Giorgia Pollastri, Paolo Polvani, Davide Puccini, Paolo Ragni, Alessandro Ramberti, Enzo Rega, Gianni Rescigno, Flora Restivo, Alain Rivière, Nicola Romano, Mario Rondi, Angelo Rosato, Ottavio Rossani, Ciro Rossi, Pietro Roversi, Stefano Rovinetti Brazzi, Marcella Saggese, Anna Santoliquido, Loredana Savelli, Marco Scalabrino, Maria Teresa Santalucia Scibona, Antonio Scommegna, Liliana Semilia, Giancarlo Serafino, Luciano Somma, Italo Spada, Antonio Spagnuolo, Santino Spartà, Marzia Spinelli, Lorenzo Spurio, Fausta Squatriti, Gian Piero Stefanoni, Anna Maria Tamburini, Luigi Tribaudino, Carmela Tuccari, Luca Tumminello, Adam Vaccaro, Mario Varesi, Anna Ventura, Emanuele Verdura, Anna Vincitorio, Ciro Vitiello, Fabrizio Zaccarini, Carla Zancanaro, Adalgisa Zanotto, Guido Zavanone, Lucio Zinna
Per info e ordini del volume, si forniscono i seguenti contatti
La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (2015)
di Lorenzo Spurio
Commento di Lucia Bonanni sulle “Nuove voci poetiche” e il prof. Renato Pigliacampo
“Perché io possa essere felice è necessario che ogni giorno mi occupi un po’ di letteratura. Chi (come me) ne è dipendente, non desidera la letteratura per salvarsi la vita ma soltanto per superare la difficile giornata che sta trascorrendo” scrive Orhan Pamuk in “La valigia di mio padre”. Quindi poter leggere e avere il gusto della lettura mi fa sentire una privilegiata. Nei libri trovo informazione, motivazione al confronto, fantasia, passaggio verso l’immaginario personale e quello collettivo. Attraverso la lettura non sono mai sola e posso instaurare un colloquio silente con l’autore e il protagonista, seguendo il faro luminoso che si erge nel tempo. La letteratura, a detta di Italo
Michela Zanarella
Calvino, “Non sarebbe nulla se non ci permettesse di capire meglio la vita” poiché con essa si impara ad essere esperti della condizione umana ed il libro viene a costituire il tesoro che ci tornerà utile in ogni attimo di vita; nella interpretazione di Stephen King i libri “sono una impareggiabile magia portatile”, sono luce, colore, viaggio, accettazione, condivisione, conoscenza, meraviglia e nelle parole di Gesualdo Bufalino “Ogni concepibile luogo di intimità collettiva”. Ho qui accanto a me La parola di seta in cui Lorenzo Spurio, curatore dell’opera, riporta le “interviste ai poeti d’oggi”, testo che risulta essere “viaggio nella conoscenza poetica”. Ma prima di aprire questo “dialogo sulle poetiche (e partecipare a questa) festa corale di tutti coloro che ancora credono a scrivere e a progettare una poesia onesta”(Sandro Gros-Pietro), nella invocazione alla Musa chiedo che il mio scrivere sia autentico così da poter omaggiare tutte le voci che parlano di Poesia e in questa prima parte approfondire le tematiche in relazione al professor Renato Pigliacampo e quelle che Spurio indica come “Nuove voci”. “Coloro che pensano che la poesia è disperazione, non sanno che la poesia è una donna superba e ha la chioma rossa” ed io, seguendo il pensiero di Alda Merini, senza per questo dimenticare le voci maschili, e prendendo spunto anche dal titolo del libro di Michela Zanarella, Meditazioni al femminile, in questo mio viaggio all’interno de La parola di seta voglio iniziare dalle voci poetiche al femminile, ponendo l’avvio dalle “Nuove voci”.
Quella delle poetesse che fanno parte di questo novero è una produzione molto ricca e comprende componimenti lirici e raccolte raffinate e di impegno civile, anche dettati da un profondo senso religioso e verso la Natura. Lucide, concise, essenziali, sempre animate da forte passionalità, fanno della poetica un universo che è cultura di ansie e struggimenti, estasi e gioia di vivere, evocazione di suggestioni e forti emozioni, un compendio di quella “gioia terrena, non concessa agli dei”. Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere Annamaria Pecoraro e Michela Zanarella in veste di Presidente e componenti di Giuria in occasione di Premi Letterari a cui ho preso parte. Annamaria, conosciuta con lo pseudonimo di Dulcinea, poetessa e scrittrice, autrice di testi per canzoni, speaker radiofonica e appassionata cultrice di musica, giornalista, direttrice di Deliri Progressivi e Direttore Artistico di eventi culturali e dell’Associazione N.O.S.M. Michela, poetessa e scrittrice, presidente dell’Associazione “le Ragunanze”, giornalista free lance, presente in antologie e testate giornalistiche, dirige la collana di poesia ARTeMUSE.
Annamaria Pecoraro, in arte “Dulcinea”
Di Annamaria Pecoraro ho letto la raccolta Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima e altre liriche presenti in varie antologie e pagine web “Passi lenti/passi distratti/ passi volanti/rassicuranti cercanti sguardi” (Passi), “Sei roccia, sale, mare/brezza tagliente,/ancora vivente./Sei scoperta che fa tremare,/arte unica per sognare” (Sei roccia), “Tutto è avvolto dal silenzio/Passi in una cella vuota”(La risiera di San Sabba).
Di Michela Zanarella ho conosciuto il nome già dalle raccolte antologiche in cui erano presenti miei lavori e la poetessa partecipava anche con il testo Sensualità. “Ha ragione la pelle che trema;/è breve la strada che dal desiderio/porta al mare” (Dolcezza di altre epoche), “Ci sono emozioni/come donne abbracciate al fuoco” (Come prima di un sorriso).
Mi affascina molto la loro poetica, una scrittura che, come afferma Annamaria, è “l’arma bianca che disarmata arma” e di rimando Michela definisce la poesia come “un dono che (le) è stato affidato, una sorta di concessione”. E dell’una vorrei avere la grande forza d’animo e dell’altra la timida dolcezza, dall’una vorrei imparare a calcare passi sulla sabbia bagnata e dall’altra il percorso di riflessione sull’esistenza. Due poetesse autentiche, veraci, di grande suggestione che nel mondo al femminile seguono, come dice Michela, “tutta la purezza e l’autenticità di un sentimento forte e prorompente” una sorgente mai prosciugata da cui scaturiscono splendidi versi per un messaggio poetico che nel pensiero di Annamaria, è “base di tutto (come lo sono) la fede, il rispetto, i valori, (che) possono passare per cosa antica o forse possono avere la vera trasgressione nel mondo moderno”. Ritrovo nella poetica di Annamaria forza espressiva e purezza di pensieri, bisogno di espandersi oltre i limiti della pagina bianca, offerta tacita dello sguardo dall’alto, attenzione dichiarata alle vicissitudini incontrate oltre il proprio io. Vedo nella poetica di Michela lirismo che si fa certezza, un dimostrare discorsivo, teso alla bellezza dell’agire, un dire che srotola nastri per coniugare nodi di passione. Mi piace scoprire nei loro versi l’impronta sacra della Musa che ha ispirato i luoghi poetici di altre donne. Per le due poetesse scrivere poesia è rito, impegno, silenzio, azione di pensiero, è trovare l’autentico, ricercare verità, riflettere su se stesse, attuare modi di anticonformismo e coraggio dello sguardo, è enunciare il genuino nel significato di “generare” per la vicinanza atavica di ogni donna alla terra, segno di Anodos “dal liquido amniotico alle lacrime”.
Tornando alle voci maschili, presenti in antologia nelle “Nuove voci”, c’è da dire che sono voci roboanti, forti, robuste, possenti e cavernose; hanno l’erranza dei chierici vaganti e la gentilezza dei trovatori cortesi, l’ardore dei romantici e la smania dei poeti maledetti. Sempre in cammino e sempre prese perse in vortici di vita, sono come i “nomadi del vento”. Nel loro universo referenziale non includono teoremi di incompletezza e riescono in ogni modo a porsi nei punti di una circonferenza immaginaria. Come per la poetica al femminile, anche in questo caso vorrei iniziare dalle “Nuove voci”, quelle di Iuri Lombardi che “da Firenze prende tutto in continuo
Iuri Lombardi
dinamismo nelle arti e nelle lettere” e per gioco di squadra è fondatore e presidente dell’Associazione PoetiKanten” e poi Emanuele Marcuccio, “Un infaticabile palermitano d’oggi” come l’ha definito Lorenzo Spurio in un saggio monografico, poeta e aforista, ideatore e curatore del progetto poetico Dipthycha del quale sono edite due antologie. Poeti incontrati nelle pagine di libri e riviste on-line. Così, si esprime Iuri Lombardi: “I ragazzi si fingono tristi per non farsi/scoprire felici” (La veglia dei ragazzi), “Il padreterno è un folle/ e la mia coscienza non dispone/di un grillo parlante che mi giudica/(che) mi osserva di spalle” (A Giacomo), “Chiamai qualcuno per nome/finsi di chiamarlo Paolo./non ero pronto per la folgorazione,/a Damasco/non risono stato neppure/a prendere un caffè”(Apologia di un cattivo) ed ancora: “Penso che è impossibile dare un significato alla poesia (che è) espressione vitale (e) vertigine (e) penso che sgusci via appena le diamo (una ) definizione”. I versi di Iuri Lombardi si rivelano sempre vitali e vertiginosi, istintivi e variabili, liberi nell’espressione verbale, interventisti in senso pacifico e reali, calati nel realtà del tempo e ribelli ad un conformismo che incatena la scrittura al ceppo della consuetudine. Occorre andare in profondità per scoprire quante e quali emozioni si celano dietro quella patina ombrosa, portando alla luce “amore incondizionato per il mondo, per il prossimo, per lo stato delle cose” in un “Blackout”[1] di sensi che non lascia al buio, ma è tentativo esistenziale e personale di “dono per gli amici”. Andando a leggere La parola di seta mi sono imbattuta in pensieri in cui mi sono persa e mi sono ritrovata, proprio come è successo anche nel ragionare di Emanuele Marcuccio dove son rimasta sorpresa nel constare che nella sua creazione di versi (anche) “la mia inspirazione è furtiva e svelta e se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i versi che metto su carta, passa e vola via”. Io stessa mi sono ritrovata a scrivere su tovagliolini di
Emanuele Marcuccio
carta e buste delle posate liberamente “Per una strada”[2], titolo che rimanda alla poesia che l’autore scrisse “avendo come unico foglio di carta su cui appuntarla sul retro di uno spiegazzato scontrino della spesa”. “Per una strada senza fronde/si aggira furtivo e svelto/il nostro inconscio senso,/passa e non si ferma,/continua ad andar via/e non si sa dove mai sia”. Ecco, questa è una di quelle poesie che ti ammalia come una Circe e alle quali giri intorno fino a farti male al cuore perché, come dichiara l’autore, “la poesia vuole sempre uno sguardo pieno di stupore e di meraviglia”. Mi ha colpito l’uso puntuale dell’articolo indeterminativo che non è affatto generico, bensì determinante per tutto il componimento. Se Marcuccio avesse scritto “per la strada”, l’espressione sarebbe risultata usuale e non avrebbe sortito il medesimo effetto, catturando l’attenzione del lettore verso una riflessione maggiormente profonda. Un po’ come negli ultimi versi della poesia in cui Corrado Govoni usa il verbo essere al singolare per due soggetti. “Ma il sorriso e la tua calda pelle/è il fuoco della terra e delle stelle”. Fellini ha girato il film “La strada” in cui una folla di personaggi variegati stupisce lo spettatore e in questo caso l’articolo determinativo è metonimia per indicare vissuti che si collocano tra lo stato surreale e la realtà da cui non si può esulare. Nella poesia di Marcuccio quell’articolo indeterminativo evoca domande e viene spontaneo chiedersi di quale strada si tratta, dove si trova e si pensa che potrebbe trovarsi tanto in una grande città come in un piccolo paese o addirittura essere una trazzera di campagna. A me piace immaginare che sia via Maqueda in quel di Palermo, una via lunghissima che, attraversando i Quattro Canti di città, giunge fino alla piazza denominata della Vergogna a per le nudità delle statue intorno alla fontana. “Per una strada” e mi pare che nel titolo siano racchiusi anche i versi di Dino Campana, “Poeta –come ha scritto Vassalli- in cui scrittura e vita coincidono”; “La stradina è solitaria:/non c’è un cane:qualche stella/nella notte sopra i tetti/ e la notte mi par bella” (“La petite promenade du poète” per Firenze) e in questo come in altri frangenti la strada di Campana, parimenti a quella dell’uomo contemporaneo, era un percorso davvero “senza fronde”. “Senza fronde”, immagine plurima, mosaico di sensazioni esplose per via, tavolozza cosparsa di colori, iter temporale in veste ciclica, paesaggio mostrato e non descritto, stagione pensata in accezione di metafora, specchio concavo che riflette il paesaggio interiore, “scrittura di ricapitolazione” ove poter ritrovare i versi di altri autori. Immagine plurima a significare da un lato l’apparato dei fenomeni naturali e dall’altro quello connesso ai fenomeni emozionali di straniamento e smarrimento che investono l’essere umano. Nelle parole di Marcuccio “La scrittura è trasfigurazione di quel caos del proprio vissuto (e) deve esserci (la) scintilla iniziale” per questo è indispensabile e di fondamentale importanza appuntare subito i pensieri che salgono alla mente, quando l’ispirazione è lampo di luce e il bisogno di scrittura diviene azione compulsiva.
La copertina del libro “La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi” di Lorenzo Spurio (2015)
Esiste dentro ciascun autore, quello che viene indicato come “censore interno”, una presenza ambigua, fuorviante, di impedimento che nella pratica della scrittura ostacola la creatività e l’espressione. Dedicare tempo alla scrittura significa dedicare tempo alla propria esistenza nella sua interezza. Sono i primi pensieri ad avere un’energia incredibile ed è il censore interno che li reprime. Quando si manifestano e si entra in contatto con la loro energia e si inizia a scrivere, occorre lasciarsi andare, diventare guerrieri. Bisogna addestrare la mente a superare le resistenze, a ignorarle e scrivere in ogni modo per se stessi, anche in luoghi diversi, Bertolucci scriveva, passeggiando per i boschi di Casarola, e sarà la scrittura a creare se stessa. Dobbiamo prima di tutto imparare a “sbucciare gli strati che ricoprono il nostro cuore” e i risultati saranno accettabili. Sappiamo che di per sé, i sensi sono muti e che assorbono l’esperienza, ma questa per potersi manifestare deve prima passare al vaglio della mente. Rastrellare la mente per raccogliere i primi pensieri rivoltarli in una composta di emozioni. Così, meglio si impara a riconoscere il revisore interno, più agevole sarà non tenerne conto. “La vita vera sta nello scrivere” e a rendere grande un poeta è sempre la capacità di essere in sintonia con i ritmi del linguaggio ed è ottimo sistema scrivere e leggere, leggere e scrivere. In tutto questo è utile sapersi apprezzare, avere fiducia in se stessi e amare ciò che si fa. “E m’abbandono all’adorabile corso/ leggere, vivere dove conducono le parole” (P. Valery). E questa è arte! Pensare che in età giovanile Leopardi mi diceva poco e niente e Manzoni mi era di peso. La mia tensione emotiva era tutta volta a certe forme di spleen e alla protesta; mi era congenita e identificarmi con l’Ortis, il Werther, Malte (di Rilke) e quella di Padre Cristoforo era la figura dei Promessi Sposi che più mi piaceva. Forse questa mia ritrosia era dovuta alla ridondante continuità degli esercizi di grammatica e sintassi, i riassunti fiume, le versioni in prosa che non trovavano chiusa. Pratiche di studio che non offrivano certo la possibilità di poter assaporare in ogni sfaccettatura la bellezza di quelle pagine sublimi. Talvolta l’istituzione scolastica costringe a seguire un percorso obbligato e nega approcci culturali di ampio respiro anche a causa di stereotipi che non favoriscono, come dichiara Renato Pigliacampo, “una rivoluzionerei processi d’apprendimento (e di certe realtà) lo Stato non è in grado di rispondere ai bisogni”. “Odo imposizione di parole/nasconde dittatura di pensiero” (Canto per Liopigama), “Sono andato nell’ultimo volo/per imitare il gabbiano sfiorare le onde” (Cuore di Porto Recanati), “Questo ragazzo è poeta:la sua voce/ha foga di profeti” (Aggrappato al silenzio). Mi sembra di vederlo quel “gobbuto Conero”, la “rude campagna” quella di Bagnolo che per Pigliacampo diventa la Macondo di Cent’anni di solitudine, e vedo anche le “vorticose mani segnanti negli atoni ghirigori” come dice Lorenzo Spurio (nella foto sottostante) nella sua lirica inedita “Idioma visuomanuale”, dedicata all’uomo e al Poeta. Mi traspongo e mi immedesimo nel sentire dell’uomo Pigliacampo, lo sento vicino e gli rendo omaggio come Poeta, sapendolo eroe che “combatte da solo (acquistando) fama d’eroe”.
Renato Pigliacampo
Forse a chi non conosce le tinte della sofferenza il componimento di Spurio può risultare anche non adatto, ma è al contesto che si adatta il linguaggio e non viceversa. Ad una espressione aulica che si dipana nei versi, si alterna un dire più austero e maggiormente terreno. “Di rivincite e pregiudizi da sgozzare”, scrive Spurio, e quel verbo “sgozzare” mi sembra pregnante , è la chiave di volta dell’intero enunciato e ne dà una chiave di lettura netta e precisa. Ai pregiudizi non è dato fare carezze e non si possono che sgozzare, soprattutto come rivalsa, rinascita e rivincita dell’uomo sulla “pietra della vita”. In questo caso mi viene in mente il quadro della Gentileschi “Giuditta e Oloferne”, conservato agli Uffizi; pensiero e azione in vorticoso sentire! In un parallelismo empatico rinvengo nelle parole del professor Pigliacampo quella “vita dei campi” che appartiene anche al mio immaginario. Vi ritrovo l’infanzia e la fanciullezza a contatto con la Natura inviolata, “rispettata come una dea”. Il piccolo Renato poteva ammirare il Colle dell’Infinito, io le cime del Gran Sasso e del Velino. Come lui ascoltavo suoni e voci dell’ambiente, pizzicavo “l’astuzia dei contadini nel fregare il latifondista”, imparavo che le famiglie erano conosciute per lo più per soprannome che per registro anagrafico e che “nella cognomizzazione (era) prevalente il soprannome di provenienza o dell’attività svolta”; tanto mi piaceva nelle fredde sere d’inverno stare a veglia davanti alle braci del camino. Mi inserisco nella sua corrente di pensiero, prendendo a braccetto il suo agire perché anch’io a dirla tutta, (come lui) “sono una ribelle, una rivoluzionaria in senso positivo, ossia di cambiamento” e riferirmi “come ricorda in varie poesie (che) combatté in prima linea le battaglie del ’68 italiano” (L. Spurio), “Contestando signori capitalisti./Compagni col fazzoletto rosso al collo” (Canto per Liopigama); in questi versi sento echeggiare il Pasolini de Le ceneri di Gramsci come sento echeggiare l’attenzione del poeta verso lo studio del folklore e tradizioni popolari.
E quanto avrei potuto imparare da questo “Guerriero del Silenzio” teso a relazionarsi “con le persone e le cose, gli esseri animati, con specifico linguaggio viso-manuale di codici” di cui si giova nella sua poetica. E quante cose come insegnante avrei potuto dirgli in merito a certi contrasti che ero costretta a sostenere con “specialisti”, scempi come stoffe di poco conto. Quanto mi rattrista sapere che in alcune occasioni è stato “usato (soltanto) per raccogliere voti” senza che fosse tenuta presente la sua disabilità “non migliorando la partecipazione dei sordi” alla vita socio-politica del Paese. “Cattivi pensieri/per i giganti/che colpiscono alle spalle,/per la follia del Mondo e gli sguardi indifferenti/per quello specchio/interno/ che ci parla di noi/ e degli altri”(Sandra Carresi, Cattivi pensieri). Sono del parere, come sostiene Pigliacampo, che “L’inclusione deve passare nel superamento dei pregiudizi”, i medesimi pregiudizi che Spurio definisce “da sgozzare”.
Lorenzo Spurio, autore del libro “La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi”
Mi riconosco nell’uomo Pigliacampo, gli rendo omaggio come Poeta e lo vedo irraggiungibile come studioso e insegnante, divulgatore di esperienze e comunicazione di LIS (lingua italiana dei segni), della genesi del linguaggio poetico viso-manuale dei “disagi sul mondo audioleso” nonché fondatore del Premio di Poesia “Città di Porto Recanati”, giunto alla sua XXVI edizione. “Considero la condizione del poeta simile a quella dello straniero che partecipa ai simulacri della realtà” (Amedeo Di Sora) ed io non starò qui a distinguere tra gineceo e androceo, starò qui a costruire una cantoria per queste voci che si intavolano come registri d’organo; starò qui, ispirandomi a Tiziano Terzani, a istituire una congiura di poeti in modo che “si senta la poesia, che si ascolti la sua voce, che permanga il suo spirito”(E. Marcuccio) perché mi piace e voglio pensare che le sorti del mondo trovano migliore collocazione nelle mani di chi è capace di far volare la fantasia e pensare diversamente, anche tenendo presente che La parola di seta non è un testo ordinario, ma un vademecum da tenere sempre con sé, uno Zibaldone di pensieri dove la poesia è vestita davvero di seta come nella splendida poesia che Emanuele Marcuccio ha voluto dedicare a questo lavoro.
DI SETA
di seta
la parola
di poesia
l’anima mia
investe il verso
e para
i colpi
verga
veloce il rigo
leggero
pieno
Lucia Bonanni
San Piero a Sieve, 14 agosto 2015
[1] È il titolo della sua nuova raccolta che compendia tutta la sua produzione poetica, pubblicata con PoetiKanten Edizioni nel 2015 di cui è riportata l’immagine di copertina.
[2] È il titolo della prima raccolta dell’autore edita da SBC Edizioni di Ravenna nel corso del 2009 di cui è riportata l’immagine di copertina.
La Commissione di Giuria della XXVI edizione del Concorso Internazionale di Poesia «Città di Porto Recanati» composta da Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti (Componente), Lella De Marchi (Componente) ed Elvio Angeletti (Componente), dopo attenta operazione di lettura e valutazione delle 181 operepresentate a concorso, ha stabilito la graduatoria finale dei vincitori e dei premiati a vario titolo. Sono stati definiti 3 vincitori assoluti, 7 premiati, 8 riconoscimenti ulteriori.
Inoltre, per ricordare degnamente il prof. Renato Pigliacampo, poeta e scrittore, fondatore del premio di poesia, che recentemente ci ha lasciati, il Presidente di Giuria, d’accordo con la famiglia Pigliacampo, ha deciso di introdurre il “Premio Speciale Renato Pigliacampo”, assegnato a un partecipante che si è particolarmente distinto con la sua poesia per tematiche, aspetti, elementi o rimandi all’opera e alla vita di Renato Pigliacampo. Contestualmente sono consegnati Diplomi Speciali “In memoria di Renato Pigliacampo” per opere poetiche significative su tematiche relative all’universo della sordità o dell’impegno civico volto all’ottenimento di giustizia ed equiparazione sociale per le persone con handicap e disabilità sensoriali.
Vincitori assoluti
(Ricevono targa e premio in denaro: 1°premio: 500 €; 2°premio: 300 €; 3°premio: 200 €)
1° Premio: ROSANNA GIOVANDITTO con la poesia “Notte e sole”
2° Premio: CARMELO LODDO con la poesia “Sola andata”
3° Premio: CESARINA CASTIGNANI PIAZZA con la poesia “I giorni dell’odio”
Premiati con targa
4° Premio: MICHELE IZZO con la poesia “Custode di un delirio”
5° Premio: GAETANO CATALANI con la poesia “Una nebbia sui ricordi”
6° Premio: SANDRO ORLANDI con la poesia “È mio figlio”
7° Premio: FLAVIA BULDRINI con la poesia “Avrei voluto esserti accanto”
8° Premio: FRANCESCA COSTANTINI con la poesia “Luci di Natale”
9° Premio: MARIA CARMELA DETTORI con la poesia “Autismo”
10° Premio: VITO SORRENTI con la poesia “I derelitti”
Riconoscimenti con attestato
– MARINA MONTAGNINI con la poesia “Piera cara”
– ROSANNA SPINA con la poesia “Lettera a Gesù”
– ENZO BACCA con la poesia “Sai cosa penso”
– GIOVANNI TROIANO con la poesia “Palingenesi”
– CARLA SPINELLA con la poesia “La musica segreta”
– ROSANNA DI IORIO con la poesia “Spiega l’ala la notte”
– PATRIZIA PORTOGHESE con la poesia “Desaparecidos”
– MARIA PIA SILVESTRINI con la poesia “L’indifferenza”
Premio Speciale “Renato Pigliacampo”
Premiato con targa: RITA MUSCARDIN con la poesia “Il guerriero del silenzio”
Diplomi Speciali“In memoria di Renato Pigliacampo”
GIUSEPPINA AMATO con la poesia “Renato”
MARIA ELIA con la poesia “Tra i rami del silenzio”
PIETRO CARENZA con la poesia “I segni della LIS”
Riconoscimento Speciale
al team di concorrenti dell’Istituto di Riabilitazione “Santo Stefano” di Porto Potenza Picena.
Coordinatrice FRANCA BERNABEI
Tutti i vincitori ed i premiati a vario titolo sono invitati a partecipare alla Premiazione che si terrà sabato 19 settembre 2015 a partire dalle ore 17:30 nella Sala Biagetti della Biblioteca Comunale (Castello Svevo), sita in Piazza Fratelli Brancondi a Porto Recanati (MC).
Si segnala che i premi in denaro saranno consegnati solamente in presenza del vincitore o eventuale delegato e che non saranno inviati a mezzo posta in un secondo momento.
Tutti gli altri premi (targhe e attestati), qualora non vengano ritirati il giorno della premiazione, saranno spediti a domicilio dopo pagamento da parte del vincitore delle spese di spedizione.
È richiesta comunicazione di conferma sulla presenza alla cerimonia di premiazione del premiato o di suo eventuale delegato, che dovrà pervenire a mezzo e-mail al Presidente di Giuria all’indirizzo lorenzo.spurio@alice.it entro il 12 settembre p.v.
Il progetto letterario ideato e curato dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio, Dipthycha 2, pubblicato da TraccePerLaMeta Edizioni si è distinto per aver donato, secondo le volontà dello stesso Marcuccio, il ricavato ad AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. L’accredito a FISM (la fondazione che si occupa di raccogliere le donazioni inviate ad AISM) è stato di 250 € come si può vedere dal documento di ricevuta allegato.
L’autore, in un suo comunicato diffuso a mezzo mail e sui suoi blog, invita gentilmente a diffonderne la notizia, onde incentivare gli ordini del libro e poter così avviarne una ristampa, essendo le copie esaurite da qualche mese, cosicché per la seconda edizione si possa procedere a una donazione più consistente. Il libro può essere ordinato agevolmente presso lo store della casa editrice che spedisce anche in contrassegno o presso altri store on-line, oppure presso la propria libreria di fiducia essendo dotato di regolare codice ISBN a tredici cifre: 9788898643257.
Hanno partecipato a questo volume critico-antologico di poesia gli autori Silvia Calzolari, Ilaria Celestini, Ciro Imperato, Grazia Finocchiaro, Rosalba Di Vona, Donatella Calzari, Aldo Occhipinti, Marzia Carocci, Lorenzo Spurio, Francesco Arena, Maria Rita Massetti, Giorgia Catalano, Giusy Tolomeo, Grazia Tagliente, Rosa Cassese, Daniela Ferraro, Antonino Natale, Anna Alessandrino, Teocleziano Degli Ugonotti.
Su questo stesso blog si possono leggere varie recensioni ed interventi critici su quest’opera; basterà scrivere “Dipthycha” nella barra di ricerca.
A cavallo tra il 2010 il 2011, quando decisi di venire allo scoperto con qualche mio racconto breve, cominciai a proporli ad alcune riviste i cui riferimenti trovai online: fu così che conobbi la rivista fiorentina Segreti di Pulcinella e il suo direttore Massimo Acciai, col quale poi divenni amico, la rivista Parliamone di Bartolomeo Di Monaco e vari altre riviste, anche cartacee, come Kenavò[1], il cui nome mi incuriosì subito. Documentandomi trovai molte informazioni tra cui un articolo di Tommaso Patti nel quale parlava della rivista: «[Fausta Genziana Le Piane[2]] incontra artisti e ve li propone, luoghi e li descrive per voi, gusti e ve li fa condividere, talenti e ve li regala a piene mani; incontra pure il mondo, Fausta, e l’amore per la cultura francese, che genera frequenti riferimenti, ne è una prova. La sede di questi incontri, il castello di cui è regina incontrastata in termini culturali, magici e fantastici al tempo stesso, è “Casa Duir”. Idealmente un angolo di terra celtica trapiantato in Sabina, per la precisione in una bellissima campagna nei pressi di Casperia. E già! Perché se la Sabina è il luogo reale, amato intensamente dall’autrice e vissuto con spirito bucolico, oltre che come rifugio per ogni fuga da Roma, il mondo celtico rappresenta la dimensione ideale di riferimento, l’insieme di suggestioni che trasfigurando ogni cosa la rendono elemento d’arte e di poesia, la cifra un po’ esotica di cui si nutre il bisogno di magia».[3]
Fausta Genziana Le Piane
Riuscii a contattare la responsabile di questa rivista, Fausta Genziana Le Piane, con la quale inaugurai un veloce e frenetico scambio di mail che da subito perse ogni formalità per diventare ben presto una conversazione spigliata e interessante. Pubblicai un raccontino su questa rivista che poi mi venne gentilmente inviata a casa con mia grande soddisfazione. Nella stessa si dava principalmente spazio a notizie o ad appuntamenti legati al clima culturale che si concentra attorno a Casa Duir, a Casperia, in provincia di Rieti. Ho ben presto scoperto che Fausta Genziana Le Piane è aperta e sensibile alle varie arti: a partire dalla poesia, sino al racconto, dalla critica letteraria alla recensione, fino all’articolo giornalistico per non dimenticare anche il suo grande impegno nel campo della traduzione dal francese. Un’artista, dunque, impegnata a tutto tondo e compromessa con le varie forme artistiche ed espressive della quale, poi, nel tempo ho avuto modo di conoscere e leggere alcuni suoi testi: recensioni di libri, di film e qualche poesia che di tanto in tanto pubblicava sul suo blog letterario.
Nel 2010 la poetessa curò un libro contenente una serie di interviste fatte a grandi poeti della nostra epoca contemporanea, lavoro che di certo si è rivelato importantissimo e una delle fonti di ispirazione per un mio progetto antologico di interviste commentate ai poeti del secondo Novecento, di prossima pubblicazione.
Devo confessare che delle varie sillogi della poetessa ho avuto l’occasione di leggerne solo una, Gli steccati della mente (Penna d’Autore, 2009), una delle più recenti, oltre ad aver letto altre poesie pubblicate sul suo sito. Il commento che, dunque, mi sento di fare sulla sua poetica sarà principalmente concentrato su questa opera, conscio del fatto che una singola lettura può risultare insoddisfacente per dare un giudizio il più preciso possibile, ma sicuro anche del fatto che ogni poeta mette se stesso in ogni sua produzione: in ogni libro, in ogni poesia, in ogni verso.
“Gli steccati della mente” di Fausta Genziana Le Piane
Innanzitutto va detto che questo libricino –non arriva neppure alle quaranta pagine- è risultato vincitore del Premio “Le rosse pergamene” con questa motivazione di Anna Manna, Presidente del Premio: “Il verso di Fausta è quello dello sguardo adulto capace di smantellare gli steccati della psiche e scavare l’anima bambina”, ma va anche detto che si apre con una ricca nota introduttiva di Italo Evangelisti nella quale si analizza il tema del labirinto come rappresentazione della coscienza.
La poesia di Fausta Genziana Le Piane è lucida ed evocativa, a tratti essenziale, ma sempre caratterizzata dal punto di vista delle ambientazioni: si respira un fascino nei confronti dell’arte e architettura pre-cristiana con riferimenti al folklorismo celtico (la pietra celtica) e medievale (la figura del falconiere) e rimandi a luoghi quasi mitici e che ci immettono nella grande tradizione cavalleresca: l’isola di Saint Kilda, la collina di Tara, e che evocano ambientazioni degne di Camelot (si parla di «isola selvaggia»[4], di «bosco sacro di querce»[5], del «cerchio magico»[6]). Ma la sua poesia non è solo questo perché nel libro si dà spazio anche a liriche più intimistiche e personali, come quella dedicata alla madre o quella che, dando una immagine della sua Calabria natia, è dedicata a Pina Majone Mauro.
Un poeta non è tale se si esime dal narrare la realtà che lo circonda con i suoi drammi e le sue esigenze. Un intento sociale, critico o di denuncia nei confronti della società in cui il poeta vive è necessario non solo per evidenziare il suo rapportarsi agli altri, ma anche e soprattutto per indagarne il percorso di analisi e di ricerca che l’animo poetico fa. E a questo riguardo troviamo una poesia dai contenuti forti in questa raccolta e non potrebbe essere diversamente in quanto parla di morte, strage e annientamento; essa è “Beslan” ed è il doloroso ricordo della strage compiuta dai ceceni in una scuola dell’Ossezia del nord nel 2004. Impressionante e struggente il contrasto che la poetessa gioca tra «il primo giorno di scuola»[7], cioè l’inizio del nuovo anno scolastico, e «l’ultimo viaggio»[8], cioè l’ultimo giorno di scuola, ma anche l’ultimo giorno di vita sulla Terra. Morte e puzza d’esplosivo sono delle idee che la lirica non fornisce esplicitamente, ma che aleggiano nell’aria mentre leggiamo e ricordiamo le tragiche immagini che la stampa ci fornì in quei dolorosi momenti.
Il libro si raccoglie attorno a un raffinato percorso concettuale che la poetessa fa e che si realizza a partire dall’utilizzo di termini-tematiche quali la solitudine, la segretezza, il senso di chiusura: Fausta Genziana Le Piane parla, infatti, di “barriere”, “recinti” e di “steccati”, come il titolo stesso del libro suggerisce, ma trascende la materializzazione fisica dei concetti per fornirci pensieri e divagazioni che si librano leggere e incorrotte, al di là di ogni restrizione.
Note
[1] La parola “Kenavò” in celtico significa “arrivederci” e fa riferimento a un saluto di distacco che invita, però, i due attori a re-incontrarsi. Per la rivista si tratta, dunque, dell’invito a continuarla a seguire numero dopo numero.
[2] Fausta Genziana Le Piane è nata a Nicastro (CZ) nel 1951, ma da molti anni vive a Roma. E’ poetessa, scrittrice e giornalista. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne con Specializzazione in Francese all’università “La Sapienza” di Roma nel 1974 e ha insegnato lingua francese per molti anni in ogni tipo di istituto, anche sperimentale. Ha curato le schede di lingua francese per la grammatica italiana comparata di Paola Brancaccio e adattato classici francesi per la scuola superiore: Légendes bretonnes, La Maison Tellier, La Vénus d’Ille. Ha collaborato con Il Giornale d’Italia, la rivista Poeti e Poesia diretta da Elio Pecora, Il Corriere di Roma, Corus e Calabria Online; ha fondato la rivista bimestrale Kenavò nel 2011 che viene distribuita a Roma e in Sabina e che contiene il diario delle attività culturali che si svolgono a Casa Duir, a Casperia (RI) e parallelamente ha dato alla luce una serie di quaderni intitolati “I Quaderni di Casa Duir” (Enrico Benaglia, Il pifferaio magico; Artisti calabresi a confronto; Le fave dei Re ecc.). Ha pubblicato vari libri di poesia: Incontri con Medusa (Calabria Letteraria, 2000), La notte per la maschera (Edizioni del leone, 2002), Gli steccati della mente (Penna d’Autore, 2009; anche e-book) e Stazioni/Gares (Eventualmente, 2011). Con Tommaso Patti ha pubblicato la raccolta di racconti Duo per tre (Edizioni Associate, 2005; anche in e-book Dante Alighieri) alla quale è seguita una nuova pubblicazione a quattro mani dal titolo Al Qantarah-Bridge – Un ponte lungo tremila anni fra Sicilia e Cariddi (Calabria Editore, 2007). Sempre per la narrativa, da solista ha pubblicato La luna nel piatto (Edizioni Associate, 2001) con annesso un sedicesimo dedicato alla pittura di Pinella Imbesi, autrice della copertina e per l’attività giornalistica –dato che è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2004– ha curato un’edizione di interviste a poeti contemporanei dal titolo Interviste ai poeti d’oggi (Eventualmente, 2010; anche in e-book Dante Alighieri)[2]; si è inoltre occupata di critica (La meraviglia è nemica della prudenza, Invito alla lettura de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, Eventulmente, 2012; anche in e-book Dante Alighieri) mediante la scrittura di saggi, recensioni e articoli. E’ risultata vincitrice del Premio “Mediterraneo” per il libro edito Incontri con Medusa nel 2001; ha ottenuto il Primo Premio assoluto “Le rosse pergamene” per la silloge inedita nel 2005 e il Premio “Donna e Cultura” per il Giornalismo nel 2007 e nel 2013; si è classificata quinta al XVI Premio Internazionale “Torre d’argento”, sezione Poesia, Comune Castelnuovo di Farfa (RI) nel 2002 ed ha ricevuto la Menzione Speciale al Premio Nosside per la poesia nel 2005. Alcune delle sue poesie sono state musicate dal compositore Giorgio Fiorletta mentre altre sono state oggetto di studio del professore Patrick Blandin, docente della Facoltà di Lingua e Cinema Italiano dell’Università di Tolosa e di Bordeaux. Sulla sua produzione hanno scritto Dante Maffia, Italo Evangelisti, Plinio Perilli, Massimo Colesanti, Giorgio Barberi Squarotti e vari altri scrittori, poeti e critici.
[3] Tommaso Patti, “Parliamo del quindicinale Kenavò o di Fausta Genziana Le Piane?”, Calabria Online.
[4] Fausta Genziana Le Piane, Gli steccati della mente, Torino, Penna d’autore, 2009, p. 17.
Non è semplice azzardare un commento critico organico sulla vasta opera poetica di Anna Scarpetta, poetessa di origini orgogliosamente partenopee che vanta di un’ascendenza familiare di tutto rispetto nel mondo del teatro napoletano e italiano, quella dei De Filippo-Scarpetta. Questa teatralità congenita nel sangue di Anna Scarpetta è una delle sue componenti fondamentali e, per chi la conosce, sa bene che la sua genuina spontaneità condita da un frequente ricorso a una mimica facciale evocativa, ne contraddistingue fortemente la persona e, oserei dire, anche il personaggio. Ci occuperemo qui, in questo contesto, della sua natura di poetessa che nel corso degli anni l’ha vista “scoprirsi” delle sue convinzioni esistenziali, credenze religione, vedute sul mondo e un recupero attento di luoghi e momenti che sono stati consegnati al ricordo. In questo breve percorso tra le suggestioni della sua poetica, sostenuta spesso da un fervido animo confessionale, ci soffermeremo sulle sue produzioni più recenti in ordine di tempo sottolineando da subito che la difficoltà incontrata dal critico nel fornire un giudizio analitico sulla sua opera è dovuta da una sorta di effetto di sospensione (e che necessiterà in futuro di rilettura e rivisitazione) essendo l’opera della Nostra un cantiere aperto, un working in progress che non ci consente di criticare, qui ed ora, in maniera insindacabile.
In Le voci della memoria (2012) si chiarifica subito una delle sfere semantiche-concettuali pregne di importanza nella produzione della Nostra, ossia quella che fa riferimento al mondo del tempo andato collegato al ricordo. Questo ricordo, palpabile pagina dopo pagina, a tratti trasfonde una sensibilità nostalgica e quasi crepuscolare, altre volte, invece, è il motivo d’indagine sociale del presente. La prima poesia raccolta nella silloge, “Le voci della memoria”, quella che dà il nome all’intero libro, ci inserisce subito in questa dimensione: il ricordo è forte e sempre vivo “ad ogni stagione, ogni amaro inverno, sempre”[1]. Il ricordo, sembra suggerire la poetessa, ci appartiene sempre, anche quando non ne siamo consapevoli ed è la somma di tutti i ricordi, di quelle pietre preziose, che danno senso al nostro esistere.
Anna Scarpetta
La lirica “Io sono qui” si configura come una sorta di preghiera laica nella quale la Scarpetta sottolinea l’importanza del hic et nunc: sono qui ora, penso, rifletto, mi faccio domande, considero il nulla, vaglio il mistero, sempre consapevole di quella cosa che ogni secondo si autodistrugge, il tempo. È questa una presenza costante nelle poesie di Anna Scarpetta: il tempo presiede ed osserva tutto, invisibile e a volte impercettibile e, come la morte –che poi è la fine del tempo-, è un’entità che ci rende umani e tutti uguali: “così tu, alla fine, tempo/ sei uguale per tutti dovunque” (11).
Le liriche della poetessa ci consegnano una poesia vivida e riflessiva, solo a tratti filosofica, di semplice lettura, frutto di un’attenta e continua analisi dell’inconscio di una donna ricca dentro, consapevole del trascorso del tempo e che ha fatto e fa tesoro dei momenti passati, per imprimerli sulla carta. È un tentativo, questo, di affrescare la vita anche se – come sostiene lei stessa- “ci vorrebbe un’altra vita/ per capire cos’è la vita” (12). Anna Scarpetta è una donna che non rifugge il passato, né che ci ha litigato, ma che ci dialoga, lo interroga e lo richiama quasi che esso fosse lì, personificato, davanti ai suoi occhi. È un passato fatto di gioie e dolori, come quello di ognuno di noi ma che in più punti appare come una grande mamma che accoglie, riscalda, protegge con la sua “calda memoria” (14).
Un interessante omaggio e lode al nostro paese è contenuto in “Italia bella patria” dove si fa riferimento alla grandezza del popolo italiano e dei suoi uomini illustri. Il canto dell’inno è –forse- il momento in cui l’Italia si riscopre fiera della sua italianità; per la Scarpetta l’Italia è “bella e sospirosa” (18), segno forse che c’è qualcosa negli italiani che provoca disinteresse, tormento, affanno e credo non sia errato leggere un riferimento alla presente crisi economica, causa di tanti disagi sociali. È infatti forte il tema sociale in “Soffrono i bambini del mondo”, un canto accorato dai toni cupi e mesti che parla di bambini orfani, soli, non amati, abbandonati, affamati, che la poetessa affida nelle mani della Madre: “avvolgi e consola” (21). Nella figura della Madre va vista la Vergine, la nostra madre celeste ma anche la Madre Terra, la divinità precristiana che si identificava con la Terra e ogni manifestazione attiva nella natura. Scorrendo da una poesia all’altra la poetessa mantiene un dialogo continuo con il dio Chronos “con il suo sguardo regale di marmo” (23).
La Scarpetta è una donna che dà tutto alla poesia e che, al tempo stesso, da essa riceve tutto. La poesia è fonte di conoscenza del mondo e di noi stessi, dà senso alle cose ma sa anche “lenire in silenzio e quietare il dolore/ di chi si accusa con colpa e patisce” (24).
Nella bellissima poesia “Chi siamo noi” la poetessa risponde che siamo dei sognatori, dei lavoratori, delle anime sensibili. Siamo ammassi di memorie, eredi del passato, viaggiatori. In “Verranno tempi migliori” si respira, forse, l’atmosfera più ottimista e speranzosa dell’intera silloge: la poetessa intravede tempi più felici e prosperi per tutti che saranno capaci di soprassedere alle logiche materialistiche e personalistiche dell’oggi (narcisismo, consumismo) attraverso la fede, unica vera arma di salvezza. In “Il tempo è di Dio”, Anna Scarpetta ci ricorda che il tempo non è nostro ma che “è innanzitutto di Dio” (32) e che ci è dato sotto forma di un regalo. C’è l’implicito avvertimento a non sprecarlo, a dargli il giusto valore e a utilizzarlo bene. Rallentamenti, ellissi, retrospezioni, acceleramenti sono segni dell’utilizzo umano del tempo mentre il Signore ce lo ha affidato come una materia bianca, compatta e unica.
Insieme ad Anna Scarpetta
Nella successiva silloge, Sono soltanto un granello di sabbia (2013) si respira un’aria soave e pacata dove a dominare sono le immagini che fanno riferimento al mondo cattolico: molte delle poesie, in realtà sembrano delle vere preghiere, proprio per la profondità dei richiami e per la pervasiva e credente considerazione della vita quale percorso terrestre che si caratterizza per la sua finitudine.[2] La parola nelle poesie di Anna Scarpetta si fa lode, invocazione, condanna, rinuncia ed esortazione, ma essa è anche appello alla sensibilità dell’uomo, elogio dei sentimenti e apologia del credo cristiano. Non è un caso che sia proprio la prima lirica della silloge, “Io sono soltanto un granello di sabbia” che è quella che dà il titolo all’intera raccolta, che esordisca con questi versi: “Io sono, soltanto, un granello di sabbia,/ dell’immenso deserto, Signore” (7) in cui la poetessa, partendo dalla constatazione della minuziosità del suo essere in rapporto alla mondialità delle esperienze, evidenzia e rende grazia al Divino per il “dono” che le ha fatto: quello della poesia. Ma, siccome sappiamo che la poesia non è che la forma più autentica, vivida e sofferta di espressione umana, con questa espressione la poetessa non fa che eguagliare la poesia alla vita. E come si evince in questa prima lirica c’è una grande attenzione nella poetessa nei confronti del tentativo di auoto-definirsi, di identificarsi e di svelare agli altri chi è, come avviene anche nella poesia “Non so più chi sono”.
Centrale, come era stato per la precedente silloge poetica della poetessa, è il tema del tempo. Il colloquio che la poetessa intrattiene con esso si fa qui più aspro e si nota un certo indurimento del linguaggio dovuto, molto probabilmente, dalla desolante constatazione che esso è l’unico “eterno vincente” nella continua lotta della vita. La poetessa fornisce le più ampie caratterizzazioni per evocarlo (“il tempo,/ silenzioso, con la sua faccia di marmo scolpito”, 12; “il tempo, col suo volto annoiato”, 22; “il tempo, così infame e crudele”, 25; [tu], come statua regale”, 46, ecc.), e nella gran parte di esse si intuisce un certo disprezzo e sconsiderazione, che fanno seguito alla presa di coscienza della sua pericolosità e al contempo della sua tragica ineluttabilità. Ed è così che esso non è altro che “il vero palco delle pittoresche scene degli orrori” (8), cioè esso è un davanzale verso il mondo che assiste indisturbato e senza fretta alle rappresentazioni della vita, del mondo, delle famiglie, agli inganni e ai tormenti, alle guerre e ai sistemi di vendetta, ma anche ai momenti più belli che solo nel ricordo potranno conservare la loro leggiadria.
Il sentimento religioso è facilmente intuibile anche attraverso i chiari riferimenti alla vita intesa come percorso, come cammino errante e l’uomo come misero “abitante delle fatiche umane”, come pellegrino per le vie del mondo, a volte consapevole, altre volte meno ed obbligato ad esodi carichi di dolore a causa di guerre, scontri religiosi, deportazioni. Perché va subito osservato che varie liriche qui contenute hanno un forte intendimento civico, morale e mettono il lettore di fronte a realtà sociali endemiche, cancrenose, corrotte e ignominiose. Ècosì che Anna Scarpetta fotografa i massacri che avvengono al silenzio dei governi e dei mass media europei, come in Libano, dove la poetessa ci “narra” dei pianti e dei lutti di Beirut. Il pensiero non può non andare anche ai massacri in Sudan e quelli leggermente più conosciuti perpetuati da Assad, in Siria. Nella poesia “Libano” la speranza sembra esser ormai abbattuta e tutto ricade su una tortuosa domanda la cui impossibilità di risposta ferisce ancor più gli uomini di quella terra e demoralizza il mondo: “Agli occhi del mondo, tra due fuochi, ardi muto Libano,/ c’è chi si chiede, invano, ma tutto questo perché” (14).
Il tema sociale ritorna nella lirica “Berlino est”, quadretto chiarificatore del senso di giubilo l’indomani dell’abbattimento del Muro che divise i berlinesi a seguito di un conflitto ideologico disprezzabile ed era presente anche in Le voci della memoria (2012) nella poesia che la poetessa aveva dedicato ad Anna Frank, la povera ragazza olandese nascostasi con la sua famiglia nell’appartamento di Prinsengracht ad Amsterdam per vari mesi prima di essere scoperta e mandata in un lager. Con un ricco complesso aggettivale, la Scarpetta ripercorre i vari momenti dell’esistenza della ragazza, dalla giovinezza spensierata e felice mai avuta che, in altri contesti, le avrebbe di sicuro consentito di sviluppare una vita di soddisfazioni e di gioie terrene.
Si susseguono liriche più dolci e positive nelle quali la poetessa rievoca momenti passati e ricorda i suoi cari, soprattutto la madre, celebrata in due liriche e in maniera particolare nella bellissima “Sei volata via, madre” dove l’atroce ricordo della dipartita della madre è associata a una colorazione bianca, quasi accecante, che la poetessa vede e riconosce nella neve e nei gabbiani dal piumaggio candido. Ed anche qui, dove la lirica è pensata come commemorazione della madre, Anna Scarpetta non si risparmia per criticare la spietatezza di questo mondo nel quale siamo chiamati a vivere: “Sola sei andata via da questo strano mondo” (18). La “stranezza” del mondo è spiegata nella lirica “Il male del mondo” che è un vero pugno allo stomaco. In essa la poetessa plasma la parola in maniera meditata affinché sia acuminata, folgorante e distruttiva proprio come è l’efferatezza del mondo, la cattiveria diffusa negli animi imbarbariti nel nostro oggi: “Il male ha mostrato tutta la sua malvagità agli occhi del mondo/ coi suoi aguzzi artigli, graffiando volti di sfide verso il futuro/ ricacciando all’indietro tempi nuovi, che non sanno avanzare” (23). La poetessa non esplica quali intende essere i “mali” del mondo e lascia volutamente aperta la questione al lettore che può facilmente leggerli nell’aumento di femminicidi, nei suicidi per colpa della crisi economica, nelle inspiegabili tragedie familiari, nella bestialità di alcuni atteggiamenti umani e nelle invidie logoranti, negli abusi, nelle catastrofi naturali, ma anche nelle dolorose e fulminanti patologie a cui spesso non vi sono rimedi.
Per ultimo, ma non per importanza, ci sono liriche curiose dove Anna Scarpetta chiarifica la sua felice propensione nei confronti delle nuove tecnologie, esplicate soprattutto nel mezzo informatico al quale la poetessa riconosce grande capacità: con Facebook, ad esempio, si può ritrovare amici e parlare con loro, anche dopo tanti anni di lontananza e silenzio, e il web è molto positivo perché accorcia le distanze e fa viaggiare più veloce le notizie come sottolinea all’apertura di “Grazie a te web”. La versione digitale del libro, che oggigiorno sta combattendo una prima battaglia con il suo progenitore cartaceo –battaglia che a mio modesto parere sta perdendo e clamorosamente- è motivo addirittura di una lirica, “Ebook”, dove la poetessa ricorda, elogia e innalza il valore del cartaceo, custode di tradizione, fruitore di un contatto diretto e dispensatore del fresco profumo di stampa o acre di invecchiamento.
Il pensiero finale che la poetessa fornisce al lettore e sul quale si appella a una sua maggiore considerazione è quello che verte sul futuro: che cosa ci aspetta nei tempi a venire? Riusciranno le persone veramente brave e sincere a farsi valere in un mondo dominato da tante nefandezze? Anche la poetessa trasmette un sentimento d’incertezza al riguardo: “Da dove dovranno venire questi nuovi tempi/ carichi di profili, scolpiti di albe boreali, rinchiusi/ nell’immane destino che ancora non si profila” (41).
C’è bisogno di cambiamento e di gente valida che possa proporre una svolta. Subito. I tempi attuali sono fermi e stantii, pur nel loro ineluttabile incedere. Un plauso alla poetessa per darci tanti spunti su cui riflettere, predisponendo sulla carta timori che sono di tutti come quello dell’ombrosità di un futuro che si annuncia quale copia sbiadita di un difficile e depresso presente. A dominare incontrastato su tutto sono la centralità del passato e della tradizione, il senso e la validità dell’istituto familiare e la forza dell’insegnamento cristiano. La poetessa è talmente coraggiosa da pronosticare addirittura un futuro scenario che la riguarderà nel suo rapporto con la poesia: quando la memoria verrà meno – e con essa tutti i vari ricordi- allora non sarò niente ed avrò perso tutto; in un’altra poesia osserva “voglio ricordare tutto, senza azzerare mai nulla”. È la parola che si fa testimonianza e che vive ogni volta che torniamo a leggerla.
LORENZO SPURIO
[1] Anna Scarpetta, Le voci della memoria, Ismeca, Bologna, 2012, p. 9.
[2] Aggiungo che Anna Scarpetta è stata recentemente premiata al I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta per la sua poesia religiosa dal titolo “Sulla via di Damasco”, ulteriore segno che evidenzia questa sua nuova apertura nei confronti di un genere poetico molto diffuso e seguito.
Raccontare la guerra ai bambini. È più facile o più difficile? Mi chiedevo questo ieri sera mentre osservavo Matthias seduto di fronte a un bel gruppo di bambini di 6, 7 anni o poco più, a mostrare le sue foto scattate in Siria, Ucraina e altri luoghi sulle cronache di questi tempi. Eravamo al campo di rugby di Falconara, questo il titolo dell’incontro: “Verso Est, mini laboratorio di disegno narrativo con Matthias Canapini; il giovane rugbista, esploratore, scrittore coinvolgerà i mini atleti in un epico racconto di paesi lontani”.
Verso Est, come il titolo del suo primo libro, autoprodotto per essere più veloci, perché Matthias già riparte, dopo domani, questa volta si spingerà ancora più a est, attraverserà Croazia, Bosnia e Serbia, poi Romania, Ucraina e ancora, fino all’India e al Nepal. Conta di rientrare verso ottobre o novembre.
È arrivato “il viaggione”, quello grosso, che progettava già…
LS: Sensualità, poesie d’amore e d’amare, tua silloge poetica pubblicata nel 2011, affronta il tema dell’amore in maniera molto intima. Quanto di personale, di riferimenti autobiografico c’è?
MZ: Considero Sensualità una raccolta poetica molto intima e personale. Ho racchiuso in versi tutta la mia sensibilità femminile, mettendomi a nudo davanti al lettore, senza paure. Questo libro nasce come promessa d’amore al mio compagno. Ho voluto gridare al mondo tutta la purezza e l’autenticità di un sentimento forte e prorompente. Ogni poesia rappresenta un frammento di vissuto; ogni espressione appartiene ad emozioni profonde e reali.
LS: Nelle liriche c’è una presenza fissa che è quella del destino. Come dobbiamo intendere questo concetto, in maniera religiosa come “disegno provvidenziale” oppure come semplice casualità?
MZ: Secondo me ogni situazione avviene per un disegno già tracciato; gli stessi incontri che facciamo nel corso della nostra esistenza non sono e non possono essere casuali. Vedo la poesia come un dono che mi è stato affidato, una sorta di concessione divina. Ogni istante è un bene unico e prezioso che Dio mi offre per renderlo speciale. Scrivere è dunque salvezza e protezione per mente e spirito.
LS: Alcune scene che dipingi magistralmente nella tua poesia sono cariche di erotismo. Credi che a tutt’oggi nella cultura letteraria italiana o mondiale ci siano tabù nel trattare un certo tipo di scene e se si perché?
MZ: Trattare temi legati alla sessualità e all’amore fisico in letteratura non è semplice, infatti ancora oggi ci sono tabù e paure quando si affrontano certi argomenti. Non dobbiamo però dimenticare che negli scritti antichi ci sono chiari riferimenti all’amore sensuale, esempi concreti sono i miti greci con Saffo ed i racconti di Le mille e una notte. Lo stesso Cantico dei Cantici contenuto nella Bibbia viene considerato “poesia erotica”. Nel terzo millennio ancora si fa fatica ad accettare la letteratura erotica; uno scrittore cinese, Yan Lianke, ha visto mettere al bando la sua opera, Servire il Popolo, perché narrando il periodo della Rivoluzione Culturale del 1966-76 parla di sesso. La società odierna non è del tutto educata al sesso come concetto naturale e spontaneo dell’individuo. Ho scelto di scrivere d’amore e di sensualità, per liberarmi da pudore e timidezza. Spero di aver creato un libro dalla buona intensità emozionale.
LS: Ci sono autori in particolare ai quali ti sei rifatta nella stesura di questa silloge? Quanto pesano per te i classici della letteratura? Qual è il tuo poeta preferito?
MZ: Non mi sono rifatta ad altri autori per la stesura della silloge, ho cercato di mantenere un mio stile, fatto di immagini, suoni, colori ed odori. I classici della letteratura sono sicuramente una guida per la scrittura, anche se devo ammettere che provo ad essere indipendente dai grandi maestri. Tra i poeti che preferisco ci sono Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Alda Merini. Leggo anche poeti meno noti ed emergenti. Sono molto legata alla figura di Pasolini, ho fatto uno studio approfondito sulla sua scrittura e sulla sua vita. Non a caso è stato una figura intellettuale che ha anticipato i tempi. Pasolini ha condotto un’inchiesta dove per la prima volta si parlava di sessualità, alla telecamera furono intervistate persone comuni che esprimevano il loro pensiero su prostituzione, divorzio, rapporti sessuali.
LS: Uno degli elementi che ho notato ricorrere spesso nella silloge è il continuo riferimento a una materialità liquida, sia in relazione al paesaggio (ruscelli, mare) che ad esempio alle lacrime versate. Che senso dai a tutto questo?
MZ: L’acqua è l’elemento primordiale, dalla genesi dell’uomo alla natura che lo circonda. È come se mi sentissi legata in modo indissolubile a questo elemento, che ha dato vita a numerose tradizioni spirituali. Il mio segno zodiacale è un segno d’acqua, quindi credo che questa simbiosi non sia casuale. L’acqua è ciò da cui tutto nasce. Nella sua imprevedibilità possiede la calma, la gravità e la profondità, ha il potere di fecondare, è segno generatore nell’universo femminile, dal liquido amniotico alle lacrime.
“L’estetica dell’oltre” di Michela Zanarella
LS: Com’è maturata l’idea di scrivere questa raccolta di poesie? C’è stata una genesi particolare?
MZ: Questa raccolta è nata come dedica alla persona che amo, l’ho custodita per mesi, fino a quando ho trovato una casa editrice, la Sangel Edizioni, che mi ha accompagnato nella realizzazione di questo piccolo sogno. L’amore è diventato una sorgente a cui abbeverare la mente ed il cuore quotidianamente. Raccogliere in un libro tutte le poesie d’amore dedicate al mio compagno mi sembra la migliore promessa per l’eternità.
LS: Per i giovani autori è spesso importante l’originalità e non ripetere temi e formule che si sono già adoperate per evitare il rischio di incorrere in critiche poco positive. Credi che un autore debba continuamente rinnovarsi nel suo stile e nei suoi temi o che possa mantenere un suo personalissimo e comunque originale “marchio di fabbrica” che lo contraddistingua?
MZ: Penso che un autore debba seguire un suo stile, non tralasciando comunque la possibilità di tentare altre forme espressive. Uno scrittore può essere sempre originale, anche non abbandonando le caratteristiche di formazione. Per quanto mi riguarda, posso dire che sono sempre alla ricerca di nuove frontiere, ma tengo ben salde le particolarità stilistiche che mi identificano.
LS: Nella nostra contemporaneità sono tutti scrittori. È un dato di fatto che ci sono più scrittori che lettori. La silloge poetica sembra conoscere, come genere, una grande diffusione e, forse, una minore attenzione critica. Pensi sia difficile per un nuovo autore oggi imporsi sulla scena? Se si perché? Quali sono gli ostacoli maggiori?
MZ: È davvero difficile imporsi nel panorama letterario attuale, come tu stesso hai detto, ci sono più scrittori che lettori. L’importante penso sia scrivere perché si crede in se stessi e nel contenuto del libro che si propone, indipendentemente da un buon successo editoriale o meno. La poesia è un genere poco commerciale, è raro trovare un poeta emergente che riscuota consensi dalla critica e dal mercato librario.
LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?
MZ: Amo Alda Merini e Pier Paolo Pasolini, sono due figure che hanno segnato il mio percorso di scrittura. Vivo a Monteverde, il quartiere in cui Pier Paolo ha vissuto ed ha ambientato Ragazzi di vita. Ripercorrere quotidianamente le strade dove anche lui è stato, mi porta ad essere ancora più legata alla sua figura, lo considero l’ intellettuale del sociale. E’ comunque una mia ispirazione l’opera di Henry James, alla quale ancora tutti attingono per la letteratura e il cinema moderno. Logicamente Baudelaire, Rimbaud, Verlaine sono gli angeli custodi della mia penna.
LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?
MZ: Il libro che più amo è Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, perchè la sua scrittura è visiva, riesce a coinvolgermi e mi fa vedere le situazioni descritte dall’autore. Ambisco ad una scrittura del genere.
Michela Zanarella e Lorenzo Spurio durante la Cerimonia di premiazione del 3° Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2014
LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?
MZ: Ho pubblicato sette raccolte di poesia, una raccolta di racconti, un romanzo, sono presente in più di cento antologie. La prima silloge è Credo ed. MeEdusa nel 2006, sono seguiti Risvegli ed. Nuovi Poeti nel 2008, Vita, infinito, paradisi ed. Stravagario nel 2009, Convivendo con le nuvole ed. GDS nel 2009, Sensualità Sangel Edizioni nel 2011, Meditazioni al femminile Sangel Edizioni nel 2012, L’Estetica dell’oltre ArteMuse Editrice nel 2013, Le identità del cielo Lepisma Edizioni nel 2013 e Nuova identità. Il segreto. Twins Edizioni nel 2015. Ho pubblicato la silloge Una farfalla in volo nel libro Creare Mondi edito da Fara Editore nel 2011. Credo ha segnato il mio ingresso nel mondo della poesia, la scrittura in versi è molto semplice, dettata dall’istinto. Risvegli è una raccolta intrisa di ricordi, la considero molto descrittiva, meno acerba rispetto al primo volume. Vita, infinito, paradisi è un libro a cui tengo molto, le poesie sono quasi tutte vincitrici di premi letterari e lo considero un volume di qualità. Convivendo con le nuvole è una raccolta di brevi racconti, ha avuto una buona diffusione nel web e devo ammettere che mettermi alla prova in narrativa è stato stimolante. Sensualità è un libro di poesie d’amore, tutto rivolto ai sentimenti. Meditazioni al femminile è un volume di maturazione dello stile e di forte intensità per il contenuto. L’Estetica dell’oltre raccoglie cinquantatre poesie ed è la mia visione di ciò che va oltre la vita, è una silloge molto spirituale dove è forte la simbologia ed il riferimento alla religione. Le identità del cielo è un proseguimento del mio percorso di riflessione sull’esistenza, sempre con chiari rimandi alle mie origini, alla famiglia, a quei valori che considero indispensabili e di respiro universale. Nuova identità. Il segreto è la biografia della giovane cantautrice Linda d, racconto la sua storia, un percorso di vita non facile, dove ogni scelta diventa atto di coraggio per crescere.
LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?
MZ: Ho seguito dei corsi di scrittura creativa per affinare lo stile e per migliorare il linguaggio. Conoscere la lingua italiana è fondamentale e studiare non è mai abbastanza.
Ho scritto solo qualche poesia a quattro mani, può risultare stimolante per un confronto diretto, ma preferisco comunque gestire in modo autonomo la mia ispirazione. Sono una solitaria in scrittura.
LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovata con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?
MZ: L’editoria italiana è molto vasta, ci sono tante possibilità, bisogna saper valutare bene a chi affidare la propria opera. Personalmente ho cambiato diversi editori, con tutti però ho mantenuto un rapporto di rispetto e di fiducia. Non è solo l’editore a determinare il “successo” di un libro, conta molto l’impegno dell’autore stesso. Sapersi promuovere nel mondo editoriale è sicuramente un vantaggio.
LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?
MZ: I premi e i riconoscimenti sono importanti, ottenere dei buoni risultati nei concorsi letterari può sicuramente dare una diversa visibilità.
LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?
MZ: Il confronto con gli altri autori è un ottimo metodo per valutare e comprendere le proprie capacità. Tutto è utile per migliorare.
LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?
MZ: Sicuramente chi scrive apprende o fa riferimento a qualcosa di già noto ed esistente, l’abilità di un autore sta nel saper rendere originale ciò che propone.
Michela Zanarella
LS: Quali sono i progetti, tanto editoriali quanto concorsuali e impegni e collaborazioni poetico-musicali che ti vedono coinvolta in questo periodo e nel prossimo futuro?
MZ: Tantissimi progetti, promuoverò il romanzo Nuova identità. Il segreto la biografia di Linda d, presto uscirò tradotta in Romania, è in programma anche una nuova raccolta di poesie che include il monologo teatrale con l’attrice Chiara Pavoni “Tragicamente rosso”, continuerò ad essere nella Giuria di diversi concorsi letterari, proseguirà l’attività con la mia associazione di promozione sociale “Le Ragunanze”, sto lavorando attivamente nella redazione di Laici.it e Periodico Italiano Magazine, diciamo che gli impegni non mancano e spero di portarli a termine passo dopo passo con lo stesso entusiasmo di sempre.
LS: Cosa ne pensi di questa brevissima poesia di Alda Merini intitolata “A volte Dio”
A volte Dio
uccide gli amanti
perché non vuole
essere superato
in amore
Potresti commentare per noi questa poesia?
MZ: L’amore di Dio per l’umanità è unico e Lui lo ha dimostrato su quella croce, forse Alda voleva proprio mettere in evidenza la forza e la potenza dell’amore di Dio verso i suoi figli, lei scrive infatti “a volte”, quindi non sempre, l’amore che finisce è degli amanti, non di Dio, quell’ ”uccide” non credo voglia essere di condanna, ma solo una manifestazione della grandezza del Padre che ci ama incondizionatamente. Rimane comunque una delle tante interpretazioni date dalla poetica di Alda Merini.
LS: Che cosa è secondo te la poesia? Come la definiresti o come la spiegheresti a un neofita dalla letteratura?
MZ: La poesia per me è prima di tutto essenzialità, è attenzione nella scelta di immagini e parole, purezza del linguaggio, considero la poesia una sorta di rituale che necessita di silenzio, pazienza, ed impegno. Non ci si può improvvisare in nessuna forma di scrittura, chi ci ha preceduto insegna bene cos’è la poesia, cosa significa scrivere. Leggere è un buon inizio per chiunque voglia avvicinarsi al mondo letterario.
Roma, 6 Maggio 2015
[1]La presente intervista si compone di parti di due interviste precedenti fatte all’autrice (rispettivamente l’intervista in occasione dell’uscita della silloge Sensualità, poesie d’amore d’amare, fatta il 7 Luglio 2011 e quella fatta in occasione dell’uscita della silloge Meditazioni al femminile, fatta il 14 Agosto 2012). Alle domande di queste due interviste ne sono state aggiunte alcune nuove che sono rispettivamente le ultime tre dell’intervista qui pubblicata.
Annamaria Pecoraro e Lorenzo Spurio allo Yellow Reading organizzato a Firenze a settembre 2014
LS: Ti ricordi che età avevi quando hai scritto la prima poesia? Cosa ti ha portato ad “armarti” della parola scritta per la prima volta: quale avvenimento in particolare, se puoi dircelo?
AP: In verità la prima volta che mi sono cimentata nella scrittura è stata con la prosa, alle elementari e con un racconto. Ricordo di aver sviluppato la storia come se fosse ben chiara nella mente con tutte le sue sfumature e forme. “Salto nella terza dimensione”, una sorta di viaggio in un altro mondo, parallelo al nostro quotidiano, avventuroso e fantasy, dove dall’incontro con altre creature, quelle sulla terra (in particolare sugli alberi) e quelle sottoterra, l’essere umano riesce a trovare il punto d’incontro e a fermare la guerra tra i due popoli. Ogni tanto lo sfoglio ancora. La poesia invece è nata sui banchi del liceo. Poi come un guizzo, una decina di anni fa, ero in mezzo a una piazza, osservando è nata “Passi”. Da allora non mi ha più abbandonata.
LS: Che cosa è per te la poesia e quanto è importante nella vita di tutti i giorni?
AP: La poesia è l’arma bianca che disarmata arma. Può sembrare un gioco di vocaboli, ma è l’essenza base dell’ispirazione quotidiana. Da ogni azione e reazione può nascere poesia: civile, amorosa, religiosa. Catturata dalla sensibilità e dal volere andare oltre, testimonia coraggiosamente ciò che viviamo, nel bene e nel male, sia di notte che di giorno. Credo che questa sia una grande responsabilità per chi fa delle parole un messaggio da donare.
LS: Spesso ti firmi con lo pseudonimo di “Dulcinea” che è il nome del celebre personaggio donchisciottesco. Come mai lo hai scelto per definire la tua identità?
AP: Dulcinea rappresenta l’amore immaginario nella sua universalità, e Don Chisciotte sa bene cosa e quale significato abbia, solo che è perso nella lotta contro i mulini a vento, pur sapendo di perdere. In fondo ognuno di noi, ha in sé il discernimento, solo che spesso scegliamo la strada più comoda che non sempre è quella giusta. Se solo ci guardassimo dentro e intorno, scopriremo che il mondo è strapieno di bellezza, amore e ricchezza che può darci la forza di vedere il bicchiere mezzo pieno, affrontando gli ostacoli con il sorriso. Certo non è semplice, ma nemmeno impossibile. Siamo tutti in cammino e alla ricerca e forse è vero: “Ognuno di noi, prima o poi, fa un viaggio nel suo “inferno”, forse perché in fondo non cerchiamo che noi stessi…” (A. Pignatiello).
LS: Da vari anni sei anche speaker per varie radio e sei spesso in contatto con l’ambiente musicale tramite concerti, presentazioni di artisti, recensioni e tanto altro. Puoi dirci che peso gioca la musica nella tua vita e quanto credi possa essere importante per ciascuno di noi nel corso della nostra esistenza?
AP: Ho iniziato nel 2007 collaborando con “Radio SI” di Bruxelles, radio delle ambasciate (Spagnola, Francese, Belga e Italiana) per la promozione e diffusione della poesia e della lingua italiana con Tony Esposito, poi tutt’oggi diventata Radio Napoli Emme Live nel programma “Musica e Parole”, poi con Radio Liberty in Sicilia e infine con la radio ufficiale dei Litfiba: “Litfiba Channel Radio”. Due delle mie poesie (“Amore ” e “Passi”), sono state lette anche nel programma “Big Night”su Radio Kiss Kiss, con i Dj Max Poli, Branca ed il Poeta Andrea Cacciavillani e Viva la Radio Network. Prima tremavo nel declamare poesie mie, poi ho scoperto in me anche la voce, per dare vita a quello che sentivo e a prestarla, anche chi trova difficoltà. La musica è sempre stata parte integrante: scrivo ascoltando la musica, poi è diventata parte fondamentale di quello che faccio, uno sposalizio perfetto e una complicità unica. Questo mi ha portato a conoscere e intervistare artisti che mai avevo pensato di conoscere, scoprendo che l’umiltà rende signori. Molta mole di impegni ma grandi motivazioni e crescita personale e professionale, tanto da diventare giornalista International freelance, direttore di Deliri Progressivi e collaboratrice per Toscana Musiche, oltre che per altre testate.
LS: Poesia e musica nascono geneticamente unite tra di loro, se pensiamo alle composizione che in passato venivano sempre accompagnate da strumenti dalla sonorità lieve e armonica quali cetre od arpe. Secondo te è possibile ritrovare la musica e dunque la musicalità in un testo poetico anche laddove questo sia privo di sistemi di rime, assonanze e consonanze. Che cos’è per te la musicalità del verso?
AP: “Una musica può fare … salvare”, dice una canzone di Max Gazzè, “Poi, d’improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali, quando mi chiese: “Conosci l’estate?” io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento.” (Fabrizio de Andrè,”Il sogno di Maria”), “Notti intere bruciate con anime spente solo per sentirsi migliori altre notti passate a fare finta di niente o a fare finta di non sentirsi soli …” (Giorgio Canali – La solita tempesta), “Dentro i colpevoli e fuori i nomi/ Mezzogiorno di fuoco e sangue tra famiglie onorabili/ Sul mercato canta il violino la ballata dell’immunità, oh/ Vogliamo i ladrones, vogliamo tutti i loro nomi …./ Il ladro, dimmi chi è? … Non è la fame ma l’ignoranza che uccide!…. ” (Dimmi il nome – Litfiba). Potrei fare milioni di esempi, la poesia può divenire musica più difficile il viceversa. Il testo è importantissimo per dare il senso o meglio Emozione. È un’arte magica che a mio avviso non è di tutti e non tutti i testi poetici, possono divenire poesia, poiché spesso sono ben scritti, ma privi di quell’essenza che li rende musica. È anche vero che se una musica prende, le parole possono venire come “sussurrate” dall’anima e questo mi ha portato a scrivere anche testi. Sono coautrice di testi musicali registrati in SIAE: “Alchimia d’Amore”, “ Vento della sera”, “ Oltre i divieti”, in collaborazione con il cantautore siciliano Paolo Filippi.
LS: La tua prima raccolta di poesie porta un titolo abbastanza lungo che recita Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima. Che cosa hai voluto intendere con ciò? Puoi spiegare il significato a chi è un neofita della poesia?
AP: Questo libro è in verità un doppio libro. Contiene la prima silloge “I Passi dell’Anima”, precedentemente edita in 2 edizioni (in questa sarebbe la terza), e Le Rime del Cuore. Suddivisa in due parti dal 2007- 2009 e dal 2009 al 2012. Cinque anni di cambiamenti, di salite, discese, di scoperte, traguardi, porte in faccia e muri crollati. Un percorso che analizza l’Amore, le Amicizie, l’Anima, in tutta la sua universalità sia trascendentale che terrena. Una presa di coscienza con sé stessi e con il mondo, trovando con le parole la capacità descrittiva di camminare facendo volare anche l’anima in alto a ritmo di cuore umano.
LS: Nuclei concettuali rilevanti e frequenti nella tua poetica sono quelli che si realizzano attorno a un senso di beatitudine e freschezza nella vita dell’uomo che può esserci solamente se si vive con responsabilità e sincerità le relazioni umane. È molto chiaro il messaggio della tua poetica improntato alla difesa e conservazione del bene comune, al senso unitario della società, spesso costruito a partire da un forte convincimento religioso che fa della fratellanza, dell’umiltà e dell’onestà i capisaldi. Quanto è importante il sentimento cristiano nella tua poesia e nella tua vita?
AP: Credo che sia alla base di tutto. La fede, il rispetto, i valori, possono passare per cosa antica o forse possono essere la vera trasgressione nel mondo moderno, dove ormai tutto è perso di vista o svalutato. Ci sono capisaldi che costruiscono la mia base e sono determinanti per essere quella che sono, nel bene e nel male.
LS: Sei spesso impegnata quale relatrice in numerosi eventi letterari quali la presentazioni di libri di amici e colleghi, tanto di poesia e narrativa. Cosa è che ti spinge a fare ciò e a coltivare, spessissimo, più il rapporto con gli altri piuttosto che sviluppare le tue capacità personali per un tuo progetto individuale più corposo e impegnativo?
AP: Una chiamata a testimoniare e curare i semi per farli diventare alberi dal fusto saldo e dalle chiome prosperose. Sicuramente è il senso di responsabilità che mi spinge a continuare e a riempirmi le giornate, ma al contempo è un arricchimento nelle “diversità” altrui. Dovrei trattare me e dedicarmi come se fossi uno degli autori che seguo. Ma è una cosa a cui sto lavorando, don’t worry.
LS: Tempo fa, parlando, mi avevi accennato a una tua seconda silloge che forse avrebbe visto la luce in breve e sulla quale, credo, stai ancora lavorando. Potresti parlarci di questa futura pubblicazione, quale sarà il titolo e che cosa vorrai esprimere e condividere con questa nuova raccolta?
AP: Potrei stupire con effetti speciali. Sto lavorando sia alla silloge particolare e anche a altro. Sarà un’opera nata come goccia per divenire un oceano, fatto di segni, versi, parole. Una continua evoluzione stilistica e una maturazione mia poetica. Si intitolerà “Il volo dell’araba fenice”.
LS: Da sempre seriamente attiva in campo sociale, hai sposato con le tue attività letterarie una serie di realtà benefiche che hai sostenuto e sostieni. Ad esempio il 2° Premio Internazionale Letterario e d’Arte organizzato dalla Associazione Nuovi Occhi sul Mugello (della quale sei vice-presidente) e la cui premiazione si svolgerà il prossimo 16 maggio a Barberino del Mugello, ha deciso di destinare i proventi derivanti dal concorso letterario a sostegno di una malattia rara e poco conosciuta, la Smard 1. Potresti dirci qualcosa di questa patologia e poi del tuo impegno in questo concorso letterario?
AP: L’avventura nasce due anni fa, una sfida per il territorio, la cultura e la valorizzazione protesa poi alla solidarietà. Una “missione” abbracciata con tutto il suo carico di onore ed di oneri. L’anno scorso abbiamo aiutato Casa Cristina (casa di donne maltrattate a Ronta- Borgo S. Lorenzo – FI), con cerimonia di premiazione a Vicchio, questo anno i proventi saranno interamente destinati alla ricerca scientifica sulla malattia rara SMARD1 condotta dal “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli studi di Milano, cui un caso (quello di Ginevra), appartenente al territorio del Mugello, è stato l’incipit che ci ha dato il via per intraprendere questo progetto di solidarietà.
Che cosa è la SMARD1? Fino a qualche mese fa, pensavo che fosse un nuovo modello di auto. Magari lo fosse stato invece è un’atrofia muscolare spinale con distress respiratorio. È una malattia rara (meno di 10 casi in Italia e 70 nel mondo), che colpisce i bambini. La patologia è ormai nota: la mancanza di una proteina non permette il rigenerarsi delle cellule addette al collegamento nervo-muscolo, via via tutto il corpo si paralizza. Viene dato il nome di SMARD1 perché colpisce dai 2 ai 4 mesi di vita del bambino. Da subito si rende necessario l’ausilio di un ventilatore meccanico applicato con tracheostomia. Poiché diventa molto pericolosa la deglutizione, l’alimentazione del bambino avviene tramite sondino diretto nello stomaco. Al momento in Italia esistono meno di dieci casi accertati ed è il Laboratorio di Biochimica e Genetica del Centro Dino Ferrari di Milano, che si occupa della ricerca su SMARD1: hanno ottenuto un finanziamento anche da Telethon finalizzato all’individuazione di una terapia che arresti la malattia e poi permetta di recuperare le funzionalità perdute. Attualmente è clinicamente rilevato che crescendo, almeno i fasci muscolari tra scapole e braccia si rinforzano permettendo il movimento quantomeno delle spalle.
Il mio impegno, come quello di tutti i soci e di chi ha sostenuto questo progetto, è lottare per il diritto alla vita. Sensibilizzare e umanizzare, andando contro l’indifferenza e contro chi definisce di serie A o B, le malattie. Un obiettivo che incide e segna in ognuno un punto di partenza. Si, perché all’arrivo abbiamo ancora tanta strada, ma abbiamo gettato semi di speranza, radici che potranno diventare albero dalle grandi chiome.
LS: Sei una grande amante dell’arte e in particolare della letteratura e della musica. Per quanto, invece, concerne l’arte, sia figurativa che astratta, a quali pittori ti senti più legata o a quali quadri in particolare e perché?
AP: Adoro gli impressionisti e la loro scrupolosa arte di punteggiare e saper fotografare realisticamente quello che circonda, tra sacro e profano, senza nascondere o camuffare la spinta emozionale dell’autore. Poi grandissimi Van Gogh (la notte stellata), Gauguin (opere Tahitiane), Caravaggio (tutto ma in particolare: la vocazione di S. Matteo e Bacco), Leonardo (Gioconda,il tondo de la Sacra Famiglia), Michelangelo (Giudizio Universale), Raffaello (La scuola di Atene, La sacra famiglia). Ho imparato a apprezzare Masaccio (Trittico), Cimabue, Giotto (Il cristo) e il Beato Angelico. A livello di scultura Canova, resta per me un mito con “amore e psiche”. Tra i moderni sicuramente Luis Royo.
LS: Lo scrittore e poeta urbinate Paolo Volponi sosteneva che “La poesia è la pelle della società”. Che cosa ne pensi di questa definizione? Ti senti di condividerla e, eventualmente, spiegarcela secondo la tua interpretazione?
AP: La poesia ha il potere di esprimere quello che la società vive, sicuramente sono pochi coloro che mostrano la propria pelle, poiché come diceva Pirandello “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.
LS: Nella tua poesia “Siamo tutti marinai” che fa parte della silloge d’esordio ad un certo punto scrivi:
Siamo marinai sulla stessa barca,
in cerca di sogni e speranze.
In fuga dalle sofferenze e incertezze
di questo mondo, che attanaglia menti,
inchiodandole.
Sembrano parole estremamente azzeccate se pensiamo alla tragedia continua che accade ultimamente e tutti i giorni ossia all’arrivo di barconi dal sud Africa pieni di gente che, pur di arrischiare la propria vita, decidono di lasciare il loro paese sperando in un futuro di luce. Perché equipari l’esistenza dell’uomo a quella di un marinaio e quali sono, secondo te, le tribolazioni e le ossessioni che “attanaglia[no] [le] menti,/ inchiodandole”?
AP: Siamo tutti naviganti sulla barca della vita. C’è chi ha uno yacht, chi un barcone, chi una nave, chi può contare solo su sé stesso per remare. Il futuro è la grande incognita e possiamo solo essere memori del lascito del passato con pro/contro, per guidare affidandoci alle stelle, al cielo, a Dio (per chi ci crede), come fonte di luce nel cammino. L’esistenza è un dono, cui tutti dovremo cercare di garantire nel migliore modo possibile.
Annamaria Pecoraro durante un momento della Premiazione del III Premio Nazionale di poesia “L’arte in versi” dove era in Giuria a Firenze, novembre 2014.
LS: Quali poeti, italiani o stranieri, senti più affini a te e torni ogni tanto a ripescare e a leggere perché in essi trovi una boccata d’aria sempre nuova che ti fa rilassare e al contempo comprendere le cose in maniera più lucida?
AP: Abbiamo la fortuna di essere nati nella patria della poesia e dell’arte, la culla del Rinascimento per eccellenza, invidiati in tutto il mondo per quanta bellezza ci circonda. Tra i poeti italiani, oltre a Dante e Boccaccio, ancora attualissimi per le loro visioni, adoro Calvino, Carlo Alberto Mariano Sallustri (Trilussa), Leopardi (che ho riscoperto non essere poi così tanto pessimista come lo si pensa), Carlo Monni, Antonia Pozzi, Alda Merini, Saba. Tra gli stranieri prediligo Neruda, Prevert, Hikmet, Tagore, Wilde, Bukowski, Velaine, Hesse, Dickinson.
LS: Quale è il rapporto con la narrativa? Hai scritto dei racconti o dei romanzi che per il momento sono restati nel cassetto e non hai ancora deciso di pubblicare? Puoi parlarcene?
AP: La narrativa è parte quotidiana delle mie giornate. Tra recensioni e editing, immergermi nella lettura è fonte di riflessione, crescita, critica. Questo mi ha portato anche a sviluppare capacità nella velocità della stessa memorizzazione e visualizzazione di immagini e discorsi. Una pratica che mi ha decisamente arricchita e dato modo di poter leggere anche più libri alla settimana, seppure voluminosi. Come detto in precedenza, il componimento narrativo è stato il mio primo approccio avuto con le parole, e sto lavorando a un romanzo fantastorico. È legato in particolare a una città e a un determinato periodo storico. Analizza l’ambiente, i personaggi e abbraccia un sogno. Il resto non lo dico e vi lascio con la curiosità.
LS: È un dato di fatto che almeno nella stragrande maggioranza dei casi che con la poesia, anzi con la letteratura in genere, non si mangia perché se ancora nell’Ottocento quello di poeta poteva essere una vocazione/mestiere rispettata e riverita oggigiorno con la moltiplicazione dei poeti, la crisi editoriale ed economica è sempre più difficile riuscire a crearsi un nome ed imporsi sul pubblico e la critica. Che cosa ne pensi della tanta poesia che viene prodotta e che sempre meno viene letta e capita?
AP: L’editoria ha massacrato i talenti, privilegiando i raccomandati, perché accompagnati da nomi di spicco, ma non dalla capacità reale di lasciare il segno. Sicuramente non si mangia, ma le soddisfazioni possono essere molteplici. Il poeta è una vocazione e oggi, se fortunati, diventa anche un mestiere. In ogni caso è un rispettabilissimo modo di trovare un senso e spunti di confronto con chi si accosta.
LS: Perché la massa omologata, mal informata e generalista associa la figura del poeta con quella di una persona mesta e malinconica, poco ciarliera e spesso con una ridotta empatia sociale? E’ un pregiudizio errato che proviene dai secoli passati oppure secondo te ha un qualcosa di realistico alla base?
AP: Un pregiudizio errato. I poeti sono folli e controcorrente in un mondo che poco dà peso ai rapporti e all’analisi intimistica e cosmica. Sono profondamente sensibili, poiché si intercalano in quanto avviene, vivendolo a 360°, amplificando ogni cosa empaticamente, forse per questo possono apparire “strani” o alieni in mezzo a tanta indifferenza. Ma diffidate da chi dice che i poeti sono tristi e malinconici, forse sono i primi a avere in mano la chiave della felicità.
LS: Perché la poesia e la scrittura in genere continua a richiamare un sempre maggior numero di affezionati che si cimentano con scritture, partecipano a concorsi, pubblicano libri, etc., molto di più di ciò che non avvenga ad esempio con la fotografia o l’opera lirica (solo per fare due esempi)?
AP: Mancando di dialogo e d’ascolto, la scrittura diventa terapia, sia per se che chi scrive che per chi legge. Confrontarsi diventa motivazione per trovare stimoli e così i concorsi o nel far conoscere la propria “arte sensibilis”, pubblicando libri, diventano mezzi utilissimi.
LS: Spesso si associa semplicemente il testo poetico a un canto d’amore: chi scrive una poesia è perché non ha la capacità di rivelare a voce il contenuto alla persona alla quale è indirizzata o perché è consapevole che ha una retorica di linguaggio pesante che nell’oralità non potrebbe essere sostenuta. La poesia, però, può parlare anche di dolori e tragedie, guerre e sciagure, ma anche della natura, dell’osservazione attenta degli spazi e ancor più dello scandaglio del nostro io, dei rapporti sociali e quant’altro. Come spiegheresti a una persona che vive nella convinzione (errata) che il poeta scrive solo d’amore?
AP: Il poeta è un testimone vivente di tutto ciò che accade, di bello e di brutto. Riesce a scrivere con il nero della coscienza, parlando anche dell’incoscienza che troppo frequentemente inonda. “Verba volant, scripta manent” tradotta letteralmente, significa le parole volano, gli scritti rimangono. La scrittura può essere una fonte inesorabile di ricchezza e in un paese come il nostro che ha il primato di scrittori e poeti. L’oratoria è anch’essa importante, ma spesso produce solo illusione e attesa in qualcosa che non arriverà mai. Un esempio sono anche i nostri politici, che sono bravi a parlare e poco a fare. L’amore poi è il motore della nostra esistenza, ma è costituito da miriadi di sfumature e non è solo canonizzato all’eros o all’affetto per una persona.
LS: Quale pensi possa essere il futuro della poesia?
AP: La poesia per andare avanti, dovrebbe essere intesa nella sua universalità. Racchiude in sé il messaggio di quanto preziosi siano i pregi e difetti. È testimonianza concreta, che porta un messaggio coraggioso. Non tutti sono in grado di poterlo esprimere e come diceva Hegel: “le parole sono spade possono uccidere”, ma possono anche essere la cura o fermare una guerra. Marciano e sono in continua rivoluzione o in equilibrio precario tra cielo e terra. Chi ha questo dono, non è su un piedistallo, ma scende in mezzo alla gente e nell’umana umiltà dovrebbe operare. Non ci sono appellativi ornamentali che differenziano. Spesso, più si è “nudi” e più si è veri. Solo nutrendosi di quella essenzialità, potremmo davvero capire d’avere seminato qualcosa di grande nel cuore di qualcuno.