“Oreste a Elettra”, poesia di Emanuele Marcuccio

ORESTE A ELETTRA[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO 

Oh quale dolore provasti

per la tua

trista sorte:

reietta, percossa, disprezzata!

Ma ora,

felicità insperata

giunge

alle tue pupille stanche:

tuo fratello,

creduto morto,

giunto è alfine

a liberarti,

ad abbracciarti,

dolce sorella;

quanto hai sofferto…

aspra guerra…

quale battaglia…

fosti risoluta!

Come montagna

che giammai trema

sotto le sferze del ciclone,

come cascata,

che vasta

erompe precipite,

non t’arrestasti!

Pronta eri

anche a morire,

cara sorella…

pronti erano

a seppellirti viva,

pur di

serrarti la bocca…

una bocca che nacque

ad indorare baci

quando sposa…

casta fanciulla,

ambra di rose…

non soffrir più…

riposa

sul mio cuor…

non soffrir più…

non soffrir più…

 

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[1] Ispirato da un episodio dell’Elettra di Sofocle. Scritta il 9 ottobre 1996, poi edita in Emanuele Marcucio, Per una strada, SBC, 2009, pp.72-73, viene presentata in una seconda versione riveduta del 4 dicembre 2016. [N.d.A.]

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“Le regole del controdolore” di Valentina Meloni, recensione di Lorenzo Spurio

nanita (pseudonimo Valentina Meloni), Le regole del controdolore, Temperino rosso edizioni, Brescia, 2016

Recensione di Lorenzo Spurio  

 

Tutte le parole

sono scivolate fuori

dalle tasche (27)

downloadComplicato approcciarsi in termini critici a un libro come questo recente di Valentina Meloni, la poetessa di origini romane oggi naturalizzata umbra, che ha dato alle stampe Le regole del controdolore (Temperino rosso edizioni, 2016) sotto eteronimo di “nanita” come è piuttosto nota nel web. Lo è non tanto per la vastità delle ambientazioni intime investigate o le tematiche che sottendono ai vari componimenti,ma proprio per un motivo basico, che si ravvisa alle fondamenta e che obbliga a una domanda di fondo: perché un libro come questo?

L’autrice in nota di apertura ci informa che forse questo non è neppure un libro di poesie quando, in realtà, esso lo è eccome. La poesia non si riconosce solo visivamente dall’organizzazione in versi che spezzano frasi ma dall’intensità del linguaggio che i contenuti evocano.

Le regole del controdolore è un libro divertente e giocoso, intimo e fanciullesco, scanzonato e proiettato verso il mito dell’infanzia, ma al contempo riflessivo, denso di immagini e pillole che consentono al lettore di riflettere e di riscoprire la sua componente meno razionale. Al suo interno il lavoro è stato diviso in numerosi raggruppamenti che non possiamo definire con esattezza vere e proprie sillogi ma che si configurano, piuttosto, come livelli progressivi di un gioco a fasi, intervalli di esperienze e approcci al mondo, raffronti riavvicinati con la propria genialità repressa che fuoriescono e che la Nostra ci consente di percorrere con soavità, privi di quell’aurea pesante e seriosa che spesso i lavori poetici impongono.

Dell’autrice c’è molto: l’amore forte e la profonda preparazione sugli aspetti fondanti a quella che –forse impropriamente ma in maniera generalizzata- possiamo definire la letteratura dell’infanzia (a renderlo palese una citazione della scrittrice Vivian Lamarque), ma anche di una letteratura che ha in qualche modo posto l’interesse sulla necessità di rompere il disincanto per allietare ed affabulare, arricchire in senso positivo e gioioso, sottolineando in maniera rimarchevole quanto un approccio di tipo ludico e spensierato dinanzi all’esistenza possa spesso costituire, se non la risoluzione pratica ed efficace ai problemi, di certo un lenitivo significativo.

Inevitabile il riferimento al “controdolore” del geniale Palazzeschi, esponente di spicco dell’avanguardia italiana ed europea che in quel manifesto audace e strampalato, di certo irriverente e pretestuoso, aveva stilato un programma –dai tratti anche macabri- di purificazione e ringiovanimento della società mediante il riso. Attraverso la riscoperta del divertimento e del ridere, anche dinanzi a situazioni sconvenienti e nelle quali il riso non sarebbe di certo la risposta più spontanea e riguardevole.

Palazzeschi, per gran parte della sua esistenza letteraria, è stato uno di quegli autori  ardimentosi che forse hanno tirato un po’ troppo la corda ma di certo ha operato a livello delle coscienze umane in maniera notevole: le estremizzazioni più repellenti di cui dava sfogo nel celebre manifesto erano invocazioni provocatorie, biechi tentativi di far rinascere autostima e motivare una risposta di sdegno e appropriazione di coscienza come, appunto, la società del periodo necessitava.

Il fatto che Valentina riprenda un autore come Palazzeschi è cosa assai curiosa; l’intero suo volume è in fondo un validissimo strumento avanguardistico dove con impulsività la voce più forte che si sente è quella dell’impavido ragazzino alle prese con scorribande o a salire grandi alberi nonché a stupirsi dinanzi alle stelle e alla morfologia delle nuvole. Ad accompagnare le varie riflessioni poetiche della Valentina bambina sono una serie di raffigurazioni grafiche a matita che completano il percorso che al lettore è consentito di fare tra cui un paio di disegni formati da tessuto sintattico che tanto fanno pensare alle celebri poesie visive di un altro avanguardista, Corrado Govoni.

La traiettoria principale di questo libro è forse quella di non avere nessuna traiettoria. Non vi sono binari che conducono in maniera ordinata e lineare un percorso tra le varie emozioni del narrato. In questo recondito mare di assenza di certezze e determinazioni –che è poi il setting ideale della fiaba o delle narrazioni per bambini- l’io poetico si perde e con esso anche il lettore si dimena in un bosco di difficile fuga (vien quasi da pensare, a tratti ad Alice di Carroll o a Pinocchio disperato che fugge i suoi spazi domestici per trovarsi poi, sbadatamente e colpevolmente, in situazioni di precarietà), vivendo un disorientamento che è dolce perché vivifica il tempo ormai annullato, quello della memoria dell’infanzia.

Queste poesie fuggono dal foglio nel momento in cui le leggiamo, si nascondono, prendono vita in oggetti animati, in presenze indistinguibili, popolano la nostra stanza. Ci accompagnano e ritornano: ad intervalli ritornano nella nostra abitualità, altre volte riaffiorano d’impeto e ci terrorizzano.

Le parole si intrecciano e scorrono veloci, si mischiano in maniera convulsa, si sciolgono e si dilatano, s’infiammano ed esplodono, si rincorrono e poi ancora, nel momento in cui avevamo creduto di afferrarle e farle nostre, ci sfuggono librandosi nel cielo, in forma di stella o diventano polvere.

Bisogna saper/ ridere/anche del dolore” appunta la Nostra in apertura a una delle liriche dall’aspetto filiforme, chiosando il già citato Palazzeschi. Non hanno, però, i suoi versi intenti arroganti e sconsiderati –come potevano apparire le enunciazioni del Palazzeschi del manifesto-, piuttosto racchiudono l’esigenza di una riscoperta, la voglia di ritrovare il cantuccio dell’infanzia, di poter credere che quella spensieratezza e gioia incontaminata degli anni verdi possano in qualche modo continuare nel presente spesso fosco di problemi e preoccupazioni. Il mito dell’eterna infanzia di cui Barrie in Peter Pan ci parla non è allora una scriteriata utopia, un progetto imbelle di inapplicabile forma, ma desiderio stesso di vivere la vita con il pennello in mano per colorare ogni cosa con le tinte più luminose e ridenti.

In questo modo quella “bambina/ -prigioniera-/ chiusa in un corpo/ di donna” (65) uscirà da una reclusione dolorosa e privativa del suo inderogabile diritto di essere. La chiusa del libro si apre con una citazione del Baudelaire dei nefasti e marci Fiori del male che, per una volta, ci dà un messaggio di apertura: “Felice chi […] comprende senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute”. La Nostra, con il dono che le è proprio, con la sua genetica predisposizione al canto e all’osservazione, alla maliosa fuga dal reale, alla simbiosi vegetale e all’affratellamento al regno degli alberi, sembra esser una fata che comprende meglio di ciascun botanico il linguaggio della natura, tutta impegnata ad abbracciare bruchi e far il solletico ai variopinti funghi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-09-2016

“Maria Teresa Manta e il tempo dell’attesa”, a cura di Lorenzo Spurio

Maria Teresa Manta e il tempo dell’attesa

Recensione a Fisse le stelle in cielo, ilmiolibro, 2016

a cura di Lorenzo Spurio 

La salentina Maria Teresa Manta non è alla prima pubblicazione e, nel corso degli anni, ha avuto più volte occasione di raccogliere suoi testi –sia poetici che narrativi- in vari libri, oltre ad aver preso parte in collettanee di autori ed antologie. Una donna che fa poesia con il cuore, lasciando trasparire, pure nei riverberi d’angoscia e nelle ore di tormento, la sua femminilità e il disagio esistenziale di chi è destinato a vivere con un peso addosso. E’ questa l’impressione principale che si ha leggendo il suo ultimo libro, la silloge poetica Fisse le stelle in cielo dove, sin dal titolo, è difficile non notare l’elemento della fissità, dell’immobilità che non è una costernazione che prende piede nell’incomunicabilità, piuttosto una necessità di ancorarsi a un passato che, pur andato, è necessario rievocare e rivivere giorno dopo giorno, ora dopo ora.

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I libri pubblicati dalla poetessa salentina Maria Teresa Manta tra cui Fisse le stelle in cielo oggetto d’analisi della presente recensione.

La grande maggioranza delle liriche di Maria Teresa Manta raccolte in questa silloge sono contraddistinte da un dolore irrevocabile, da un canto di angoscia dovuto a una mancanza lancinante, quella di un figlio che l’imperscrutabile percorso della vita ha voluto a sé prima di ogni lecita scadenza.  I versi sono intrisi di quella desolazione emotiva che è propria di chi quotidianamente si arrovella sul perché di un accaduto tanto infausto nonché sui motivi per cui i destini si compiano in maniera tanto precipitosa senza aver il tempo di potersi prima salutare, tributare il giusto affetto. Tutto ciò crea un disagio emotivo assai pesante che è ancor più gravato dal rimorso dal non fatto o dal non detto a rimarcare ancor più quanto l’abitualità alla vita ci fa dimenticare anche delle cose più semplici che, in un batter d’occhio, possono diventare una condanna pesante con la quale dover sopravvivere.

La poetessa parla di questo figlio scomparso, allontanatosi da lei e dal ceppo familiare, non si capisce bene perché e in che modo, ma in fondo non è questo che interessa a livello poetico, piano comunicativo al quale la donna ha trasmesso il subbuglio emozionale, l’atarassia e l’ha condotta a rivivificare il passato, nelle tante schegge di ricordo, nei sorrisi ricevuti, nei momenti d’unione o semplicemente nella lieta convinzione di vivere in mancanza dell’assenza.

La morte allora si configura non tanto come momento accidentale di un percorso di vita che inesorabilmente si compie, non come fine delle speranze, piuttosto come consacrazione del tempo che non esiste. Con la morte del caro la Nostra sembra entrare in punta di piedi nel tempio dorato dell’assenza, dove tutto manca e niente ha la sua forma. Essendo l’uomo abituato per sua natura al materiale, al visibile, all’esperibile, il traghettamento forzoso alla dimensione dell’immateriale, dell’assenza del concreto non può che creare scompenso e confusione: ed è in questo limbo di pianti e incomprensioni che si attesta la lirica di Maria Teresa Manta. La poetessa fa vivere ciò che non è più, dà forma all’inesprimibile, costruisce il tempo che si è dissipato ed è in grado, con il calore materno e la pacatezza di una donna sensibile, di derogare alle scadenze imposte dall’Alto. Nessuno muore se vive nel ricordo di chi ha lasciato. Seppure non vi siano tracce che palesano il sentimento cristiano della Nostra, il messaggio che fuoriesce da questa silloge è proprio questo.

Siamo tutti in attesa di un tempo che non finisce. Un tempo che fluisce all’infinito e che è impossibile arginare, che non ha scadenze né può essere misurato. Ad esso si contrappone quell’asfittico tempo dell’attesa, un ragionare rimestato, un frenetico rincorrere a pillole di passato, l’attaccamento al mondo finito quando la vita continua e necessita che noi la viviamo al presente.

L’attesa, che è anch’esso tempo dell’immateriale, è costellata da continui atti di dolore e pentimento, ma anche fondi silenzi dove la confessione con sé stessi si struttura in un tormento afono che è impossibile fronteggiare con la nuda ragione.

Lorenzo Spurio

Jesi, 08-06-2016

“Herzog” di Saul Bellow, recensione di Anna Maria Balzano

Herzog di Saul Bellow

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

imagesCA7ZGSPEHo riletto Herzog dopo molti anni, spinta dal desiderio di capire perché ricordassi ben poco di questo romanzo, opera di un grande scrittore americano, Saul Bellow, Premio Nobel per la Letteratura. I primi capitoli mi hanno indotto a credere di aver rimosso sia la trama che il significato del libro, a causa della lentezza narrativa e di quella che mi era sembrato un eccessivo sfoggio di erudizione, con le frequenti citazioni di artisti famosi, letterati, filosofi, storici. Procedendo nella lettura, ho dovuto ammettere, con un doveroso atto di umiltà, di non aver affatto colto, anni addietro, diciamo pure capito, il vero significato di quest’opera, grandiosa, non solo nella sua qualità espressiva e nell’impianto narrativo, ma soprattutto per il messaggio drammatico, ma non distruttivo che ci consegna. Un atto di umiltà, dunque, doveroso per chi persegue la più impeccabile onestà intellettuale.

Definirei Herzog un romanzo d’analisi, un antiromanzo, se vogliamo attenerci al vero significato del termine romanzo, facendo riferimento alla sua etimologia e al rapporto con il romance. Chi si aspetta un romanzo che descriva una storia ricca di avvenimenti e di azione rimarrà deluso. Qui siamo di fronte a un’analisi approfondita del pensiero, dei sentimenti, delle schizofrenie e delle idiosincrasie di un personaggio/intellettuale, che non trova più alcuna collocazione in un mondo eccessivamente meccanicistico e materialista: quello che in qualche modo ha rappresentato Woody Allen nei suoi migliori film.

La prima questione che ci si pone é se considerare Herzog eroe o vittima del dramma che sta vivendo. Il fallimento della sua vita sentimentale, due divorzi, numerose relazioni occasionali, fanno di lui il modello dello psicotico depresso; saranno i suoi insuccessi, il suo annientamento come uomo/amante la molla che lo indurrà ad iniziare il suo viaggio spirituale che dovrà condurlo alla sua Terra Promessa. E certamente la scelta del nome Moses non è casuale. Né il personaggio Moses disdegna di essere considerato addirittura pazzo: d’altronde nella tradizione letteraria anglosassone spesso la follia viene considerata il mezzo attraverso il quale si può giungere alla conoscenza del vero. Non si dimentichi il Lear di Shakespeare, uno per tutti.  

Sarà proprio nella casa di Ludeyville, che aveva acquistato per Madeleine, per farne il loro nido d’amore e che si era in breve trasformata in un inferno, dove ritornerà alla fine delle sue peregrinazioni più spirituali e intellettuali che fisiche: quello stesso luogo che lo aveva visto infelice, quando era  ben curato, ora, invaso dalle erbacce e nido di insetti e animali selvatici, nonché luogo di ritrovo di coppie occasionali introdottesi per consumare approcci sbrigativi, diventa l’ambiente ideale in cui può ritrovare la sua serenità a contatto della natura più spontanea e incolta, realizzando il sogno del beau sauvage  che alberga in ogni artista/intellettuale. Qui dopo aver ricostruito come una sorta di puzzle la sua vita, dall’infanzia, senza tralasciare, anzi insistendo sulle sue origini ebraiche, abbandonato dagli affetti più cari, senza amore e senza amicizia, ricomincerà a vivere con l’aiuto di Ramona, l’unica donna che forse avrebbe potuto accettarlo per quello che era. Diversa Ramona da Madeleine, che nella sua superficialità, era stata attratta dal suo spessore di uomo di cultura, solo per soddisfare un’esigenza snobistica.

Vivendo e sopravvivendo alla sua profonda sofferenza, Moses Herzog affida questa difficile operazione di riscatto alle numerose lettere che scrive a personaggi illustri, viventi o deceduti, senza mai spedirle, in cui analizza sentimenti, teorie, avvenimenti storici. Sarà lui stesso a confessare di andare alla ricerca della realtà attraverso il linguaggio.

In conclusione non si può certo affermare che questo grande romanzo di Bellow sia di facile o amena lettura, ma certamente è un’opera illuminante sulla sfera intellettuale e sentimentale dell’individuo, che troppo spesso giace sopita nel caos involgarito della vita moderna.

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

 

 

 

“Pianto antico” di Giosuè Carducci con un commento di Giuseppina Vinci

Pianto Antico

di Giosuè Carducci

Commento di Giuseppina Vinci

 

Antico è il vecchio marinaio, antica è la torre leopardiana, “antico’’ il pianto di Carducci per il figlioletto Dante prematuramente scomparso.

Il titolo del breve componimento allude a un dolore antico primordiale. Non esiste dolore più grande affranti. Maria, la madre di Gesù  patisce la morte del Figlio. Il Suo è un dolore grande ma composto, accetta la volontà del Padre. Abramo non si pone il problema della possibile  fine del figlio, esegue gli ordini, i Voleri di un Essere imperscrutabile, inspiegabile, come è la Richiesta

di sacrificare, senza alcun motivo per la logica comune, l’ancora breve esistenza del primogenito. Non si pone alcuna domanda, non chiede, esegue, tutto viene accettato perché quella è la Volontà.

E poi, dopo la prova, il dono più grande.

2567771740_db2af1086eIl dolore del Carducci per il figlio è triste, non rassegnato, senza una speranza. Il figlioletto era la Vita per lui, uomo erudito e famoso. ‘’Il fiore della sua pianta percossa e inaridita, dell’inutil vita estremo Unico fiore’’ dopo la morte del figlioletto la vita non è più, non esiste né rassegnazione, né speranza, né accettazione della Volontà suprema. Solo la Natura continua a fiorire, a brillare, a riscaldare i cuori; non quello del Poeta. A tratti una Natura malvagia, essa sopravvive ai dolori, indifferente al sofferenza del poeta.

Talvolta rappresentata dalle stelle, lontane, gelide, ma bellissime. Essa riscalda  l’orto solitario ma non il cuore del Poeta, tutto rifiorisce, ma non nella sua anima, nel profondo del suo essere

tutto è rimasto immobile dalla scomparsa del figlioletto.

Pacato è il tono, come se il poeta avesse accettato la morte. Nel suo animo, credo,  si muova un’accusa alla Natura tutta che rifiorisce nonostante il grande dolore di un padre, nonostante

la definitiva assenza di un fanciullo innocente.

‘’l’estremo unico fiore di una pianta percossa e inaridita’’ è appassito per sempre e con lui la vita del poeta.

Non vi è spiegazione alcuna al Dolore. Necessario?

Previsto? Predestinato? Non sappiamo.

Esso è antico.

 

 

Giuseppina Vinci

docente al Liceo Classico Gorgia di Lentini

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“Col peso della Tua croce”, poesia di Monica Fantaci

Col peso della Tua Croce

POESIA DI MONICA FANTACI

preghiera

Su quei Passi
affannati e forti, pieni di Speranza e Amore Scrivi il Tempo dell’Amore
Eterno nei pensieri e nei gesti,
sguardi amorevoli,
sorrisi gioiosi.
Col peso della Tua Croce
trascini Vita lungo il Sentiero dell’Amore
e così che gira l’Amore,
fermandosi su un punto
chiamato Anima,
per risollevarsi sempre più forte.
Il peso della Tua Croce
brucia anche oggi
senza neppur un fil di voce,
il Cuore batte,
il Passo combatte,
segni di un Tempo che non c’è,
marcato da ribellioni non ascoltate,
da volgarità di gesti,
da insensibilità,
perchè l’uomo questo è
e Tu col peso della Tua Croce
a insegnar che Amore c’è,
nel credere a Speranza e a Gaiezza,
Pace e Saggezza.
Adesso con un fil di voce
son dinnanzi alla Tua Croce
a pensar a questo mondo atroce
che spara
e dall’Amore non impara,
ma ancor la speranza ha un seme
se si prende la mano del mondo e si cammina insieme.


MONICA FANTACI

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