Giorgia Deidda esordisce con l’opera intimista “Sillabario senza condono” (dedicata a Gabriele Galloni)

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Giorgia Deidda (Orta Nova, FG, 1994) dichiara di amare la poesia e la letteratura, in particolare quella russa e tedesca. Sta frequentando la Facoltà di Lingue presso l’università di Bari. Tra le sue passioni di sempre figurano le lingue straniere perché – sostiene – “attraverso di esse riesco a cogliere l’essenza del significato e del modo di pensare di popolazioni che hanno avuto influenze diverse dalle nostre”. La sua prima pubblicazione poetica è Sillabario senza condono (PlaceBook Publishing, Rieti, 2020) volume che ha dichiarato essere dedicato al suo ex-compagno il poeta Gabriele Galloni (1995-2020), recentemente scomparso. Tra le sue letture preferite si ritrovano le opere di autrici intimiste e confessionali quali Sylvia Plath, Amelia Rosselli e Anne Sexton, poetesse accomunate dal nefasto epilogo suicidario.  

Nella nota critica di Alberto Barina, che accompagna le liriche del volume, è possibile leggere: «È un esordio poetico importante quello di Giorgia Deidda che con la sua poesia ci trascina dentro una scrittura già decisamente matura […] La consapevolezza del dolore, dell’inadeguatezza al quotidiano, la lucidità di saperne cogliere attimi, sfumature, momenti e l’abilità di ‘liberarsene’ attraverso la scrittura. […] I [suoi] testi si presentano […] quali frutto di una sorta di scrittura automatica, […] poesie molto più brevi, condensate, a tratti enigmatiche, ermetiche, cariche di immagini visionarie, dove il lettore deve abbandonare le proprie certezze e la propria visione delle cose ‘in orizzontale’».

A continuazione una scelta di testi estratti da Sillabario senza condono.

Conta fino a tre e senti il mondo spegnersi;

è la fine.

La distesa nera non sa che d’inchiostro, e le luminose fisse,

le mie stelle da comodino

non spiano più i tuoi passi. E gli anni

colano sul cuscino, una chirurgica

fama di folla che si scolla come carta.

Stringo le dita a pugno, ma la ferita

mi cancella come gesso su una lavagna.

Io non esisto, se non ora,

se non nel tempo della distruzione metafisica della memoria.

Gli orologi ticchettano ed intralciano

l’ingorgo dei nervi, strappano

l’immagine perenne, la tua faccia scorticata e ferruginosa

che ancora balbetta parole di ghiaccio.

Non ti comprendo. E io continuo a dormire,

con un brillio di scaglie che mi attanagliano

la morte dei sensi, il sonno profondo.

La paralisi più soffice, l’immobile nulla da addentare

che culla

la veste nuziale del ricordo, un pallore affaticato;

inciampo in stralci di tessuti e cuori bruciati,

mentre un verminoso sorriso stentato

mi pasticcia la faccia.

***

Disinnescato l’attimo in cui

io ero preda del vuoto, ho ricreato specchi per buttare sassi al mio volto,

ed odiarlo fino a farlo diventare scarno.

Nessuno sa l’inferno,

di avere un manto prezioso e non poterlo far vedere,

di indossare collane con gli artigli mentre

il sangue sgorga viscoso e lento su tutto il corpo.

Dio, mi perdono per tutte le promesse, giuro che non ne farò altre, disegnerò il bianco del mare e la sua spuma

e poi mi rannicchierò nella paura,

l’ultima cosa che mi tiene in vita.

***

Io non voglio morire ma se possibile,

offritemi un piatto abbondante,

dove le stelle si riuniscono per farmi camminare,

e dove le bottiglie di vino sono ancora piene

e io non ho alcun bisogno di farle sparire.

Dio, ridammi il piacere del gusto, ché l’ho perso di nuovo,

ha lasciato spazio ad un’ignominia e scalfita sorte, e io la protagonista

che mi barcameno senza sosta.

In fondo ciò che chiedo è requie, senza morte,

perché io voglio vivere e sentire ed amare – ecco quello che mi manca –

e stringere con le mie dita qualcosa che non sia più etereo ma che abbia forma.

Fammi essere me stessa, o cambiami, trasmutami,

fà di me quel che vuoi.

Intanto, riposo.

***

Quest’anima mia la costruisco ogni giorno, mentre lavacri di sogno

permeano il blu delle fresche notti, passate tra le lacrime.

Questa mia anima è sovraccarica e spenta,

le ci vorrebbe

una cosa completa e ritagliata, infilata esattamente tra i bordi, nessuna sbavatura,

la si dovrebbe ricucire con cura con petali di rosa,

stirarla e re-indossarla come una vecchia giacca.

Ma io sono troppo cresciuta e mi sono fatta stretta, e per allargarmi

ci vorrebbe

una pinza grande di quelle che tagliano le bordature,

levigata per bene e fatta su misura.

Non crediate che le anime siano tutte gemelle di chi le porta addosso;

molto spesso strabordano e si fanno aria, lasciando pezzi di vuoto,

spesso scarseggiano e ci si vuole innamorare, innamorare, innamorare

per non sentirsi soli.

Beato chi, invece, ha l’anima perfetta;

eppure anche lui ha i suoi crucci.


La pubblicazione dei testi poetici su questo spazio è stata espressamente autorizzata dall’autrice senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. La riproduzione del testo ivi pubblicato, in formato integrale o di stralci, su qualsiasi tipo di supporto è espressamente vietato senza l’autorizzazione dei rispettivi autori e la citazione del riferimento dove è apparso (nome blog, data, link).

Plath, Hughes, Carver, Gallagher, Campana e Aleramo in uno spettacolo-evento a cura della poetessa Laura Corraducci

Venerdì 15 febbraio alle ore 21:15 si terrà, presso il Teatro Comunale di Gradara (PU), lo spettacolo-evento “Dell’amore, della parola e altri tormenti” ideato e a cura della poetessa pesarese Laura Corraducci.

ll recital ripercorre in modo poetico e narrativo le intense e tormentate storie d’amore di tre coppie di celebri poeti che, con il loro talento, hanno marcato in modo fortissimo la letteratura e la poesia del secolo scorso: l’inglese Ted Hughes e l’americana Sylvia Plath, il famoso autore di racconti americano Raymond Carver e la poetessa Tess Gallagher e, infine, uno dei più straordinari poeti italiani del Primo Novecento, Dino Campana e la bellissima Sibilla Aleramo.

Il filo conduttore dello spettacolo sarà la Poesia declinata nella sua forma più elevata per raccontare il tormento, la tenerezza, la passione e la follia nelle opere e negli amori di questi grandi autori. Le parole e i versi dei poeti saranno accompagnati dalla suggestione delle immagini e della musica.

INFO.

0721.3592515

366-6305500

23ec609f-feb2-47df-880e-57043b775346

“Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella letteratura, storia e arte”, è uscito “Euterpe” n°27

E’ uscito il nuovo numero della rivista di letteratura “Euterpe”, il n°27 che proponeva quale tematica di riferimento “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella letteratura, storia e arte”.

A questo numero hanno collaborato: ALIPRANDI Mario, AMARAL Ana Luísa, APA Livia, ASPREA Pasquale, BALDI Massimo, BARDI Stefano, BARENDSON Samantha, BENASSI Luca, BERGNA Anna, BIOLCATI Cristina, BOLLA Giorgio, BISUTTI Donatella, BONANNI Lucia, BONFIGLIO Anna Maria, BUFFONI Franco, CALDIROLA Stefano, CARDILLO Lucia, CARMINA Luigi Pio, CASTAGNOLI Elisabetta, CASUSCELLI Francesco, CASULA Carla Maria, CECCARELLI Liviana, CHIARELLO Maria Salvatrice, CHIARELLO Rosa Maria, CIMARELLI Marinella, CIMINO Tommaso, COPPARI Elena, CORIGLIANO Maddalena, COSSU Marisa, CUPERTINO Lucia, CURZI Valtero, D’AMICO Maria Luisa, DALL’OLIO Anna Maria, DAMIANI Claudio, DAVINIO Caterina, DE GIOVANNI Neria, DE MAGLIE Assunta, DEL MORO Francesca,  DE ROSA Mario, DE STASIO Carmen, DEMI Cinzia, DI IANNI Ida, DI IORIO Rosanna, DI PALMA Claudia, DI SALVATORE Rosa Maria, DI SORA Amedeo, DOMBURG-SANCRISTOFORO Anna Maria, DOMENIGHINI Luciano, FABBRI Angela, FERAZZOLI Andrea, FERRARIS Maria Grazia, FERRERI TIBERIO Tina, FOIS Massimiliano, FOLLACCHIO Diletta, FRESU Grazia, FUSCO Loretta, GABBANELLI Alessandra, GIANGOIA Rosa Elisa, GRECO Angela, GRIFFO Eufemia, GRILLO Emma Giuliana, GUIDOLIN Giuseppe, INNOCENZI Francesca, KEMENY Tomaso, LANDI Chiara, LANIA Cristina, LEONE Ivana, LEALI Maddalena, LINGUAGLOSSA Giorgio, LOSITO Antonietta, LUZZIO Francesca, MAFFIA Dante, MAGGIO Gabriella, MANGIAMELI Antonio, MANNA Anna, MARCUCCIO Emanuele, MARELLI Dario, MARTILLOTTO Francesco, MASSARI Raffaella, MELILLO ANTONIO, MELONI Valentina, MESSINA Raffaele, MONGARDI Gabriella, MONTALI Alessandra, MOREAL Liliana, MOSCE’ Alessandro, MUSICCO Mirella, NARDI Lucia, NICOLOSI Ada, OPPIO Danila, PACILIO Rita, PARDINI Nazario, PAVANELLO Lenny, PELLEGRINI Stefania, PERRONE Cinzia, PIETROPAOLI Alessandro, PISANA Domenico, PITORRI Paolo, PIZZALA Gabriella, PORSTER Brenda, PREDILETTO Vincenzo, PROSPERO Alessandra, RAMPINI Nazarena, RUGGIU Mariangela, SABIA Mara, SANTARELLI Anna, SANTINELLI Franca, SARTARELLI Vittorio, SCAVOLINI Tania, SIROTTI Andrea, SOLDINI Maurizio, SPURIO Lorenzo, STANZIONE Rita, TOFFOLI Davide, VALENTE Maria Laura, VALERI Walter, VALLI Donato, VARGIU Laura, VENEZIA Paola, VESCHI Michele, VITALE Carlos,VIVINETTO Giovanna Cristina, ZANARELLA Michela, ZAVANONE Guido.

Cover_Euterpe 27_bozza.jpg

Particolarmente pregevoli i contributi per le rubriche articoli/critica letteraria, segnaliamo i contenuti della rubrica “Ermeneusi”:

ARTICOLI

MARIA LUISA D’AMICO – “Ritratto di una donna coraggiosa: Frida Kahlo”

AMEDEO DI SORA – “Eleonora Duse: il teatro come vita” 

CINZIA DEMI – “Il rumore del pennino: Petronilla Paolini Massimi (1663-1726)”

GRAZIA FRESU – “Le madri coi fazzoletti bianchi”

ALESSANDRA GABBANELLI – “Una poetessa del 1500: Gaspara Stampa”                

ANNA MANNA – “Il grande affresco barocco nelle inquietudini regali di Cristina di Svezia”

ANNA MARIA BONFIGLIO – “Selma Lagerlof, la prima donna Premio Nobel per la letteratura”                                                           

CINZIA PERRONE – “Artemisia Gentileschi: una femminista ante-litteram” 

MARISA COSSU – “Grazia Deledda”   

ELENA COPPARI – “Anaïs Nin: il coraggio di esprimere la propria sensualità”  

FRANCA SANTINELLI – “Stamira, l’eroe di Ancona”         

FRANCO BUFFONI – “Emily Dickinson”              

LENNY PAVANELLO – “Louisa May Alcott, Margaret Mitchell e Jane Austen: la voce delle donne”                                                                                       

ALESSANDRO PIETROPAOLI – “Jane Austen e l’idea di romanzo al femminile”

TINA FERRERI TIBERIO – “Maria Montessori, donna coraggiosa e anticonformista”  

LORETTA FUSCO – “Tina Modotti, tra genio e passione”                         

FRANCESCA LUZZIO – “Profili da spolverare: la siciliana Maria Alaimo”                    

LORENZO SPURIO – “Ricordo minimo della poetessa Renata Sellani”                         

MADDALENA LEALI – “Ritratto di Christine de Pizan (1365-1431)”           

 

CRITICA LETTERARIA 

MARA SABIA – “Di poesia e resilienza: ritratto di Alda Merini”  

DILETTA FOLLACCHIO – “Le Novelle orientali di Marguerite Yourcenar e il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu”                                                              

NERIA DE GIOVANNI – “Grazia Deledda: il coraggio di credere al proprio destino”     

VALTERO CURZI – “Ipazia, Eloisa e Frieda Kahlo: il coraggio di vivere al femminile”    

DAVIDE TOFFOLI – “Il fascino, sempre rinnovato e indelebile, delle bulbare.  Sull’opera antologica della poetessa Biancamaria Frabotta”                      

MASSIMILIANO FOIS – “Rina De Liguoro, diva fulgente del cinema silenzioso”      

LUCIA BONANNI – “Vita interiore, immaginario e creatività nelle opere di Lauren Simonutti e Anne Sexton”                                                                                     

EUFEMIA GRIFFO – “Jane Austen e quella sottile seducente ironia”               

STEFANO BARDI – “Scritture “spirituali”. Note a margine sulle esperienze

letterarie di Patrizia Valduga, Francesca Duranti e Marguerite Yourcenar”          

PAOLO PITORRI – “Chi era Sylvia Plath? La campana di vetro e la sua costellazione”   

GIORGIO LINGUAGLOSSA – “Una ermeneutica sopra una poesia inedita di Donatella Costantina Giancaspero”                                                                        

MARIA GRAZIA FERRARIS – “Cristina, ovvero la ricerca della felicità”         

LORENZO SPURIO – “Nella casa di Maria Costa. La poetessa messinese attraverso l’universo oggettuale che ha lasciato e il ricordo commosso dell’artista Pippo Crea”    

CARMEN DE STASIO – “Virginia Woolf – leggère impressioni: breve viaggio in Le Onde

MARIA LAURA VALENTE – “Joryū nikki bungaku. Un approfondimento sulla letteratura   diaristica femminile di epoca Heian”                                                   

 

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf cliccando qui.

 

E’ anche possibile leggerla in formato ISSU (consigliato per tablet e smarphone) cliccando qui.

Come da editoriale si ricorda che:

  • Il vecchio sito della rivista non sarà più raggiungibile perché verrà soppresso. Tutti i materiali in esso contenuti sono stati caricati in una sezione dedicata del sito dell’Associazione Culturale Euterpe dove potranno essere consultati e raggiunti a partire da questo link.
  • A partire da questo numero dedicheremo ogni qual volta un evento pubblico per presentare i contenuti della rivista dove gli autori saranno invitati a partecipare intervenendo con una breve esposizione dei loro testi o lettura di stralci. La presentazione di questo 27esimo numero si terrà a Senigallia (AN) il 8 settembre 2018 presso il Palazzetto Baviera alle ore 17:30. Nella pagina che segue è possibile prendere visione della locandina dell’evento con tutte le informazioni logistiche. Gli autori che vorranno partecipare sono invitati a darne comunicazione a mezzo mail, confermando la loro presenza, almeno 5 giorni prima, di modo da poter organizzare adeguatamente la scaletta.
  • Il prossimo numero della rivista avrà come tema al quale sarà possibile ispirarsi “Musica e letteratura: influenza e contaminazioni”. L’invio dei materiali dovrà avvenire entro il 20-12-2018. Il relativo evento del prossimo numero su FB è presente a questo link.

“Venere storpia” di Sunshine Faggio, recensione di Lorenzo Spurio

Venere storpia
di Sunshine Faggio
Montedit, Milano, 2014
Pagine: 31
ISBN: 9788865874219
Costo: 6,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Ma ancora la
poesia mi salverà
ancora
fino a
l’indugiata
morte. (16)

 

2433Dopo una prima silloge poetica dalle tematiche dure e acuminate dal titolo “Infezione”[1] nella quale Sunshine Faggio poneva l’attenzione sia su una serie di espressioni di violenza, tanto nel privato quanto nel pubblico, mediante il recupero di una lirica tagliente e viscerale, la poetessa ritorna con una plaquette dal titolo “Venere storpia”, pubblicata per i tipi della Montedit di Milano.

La costruzione oppositiva del titolo di questa nuova raccolta (Venere è comunemente assunta quale emblema di femminilità, bellezza e risorgenza, mentre qui viene detto che è storpia, dunque il risultato di un processo di violenza, malattia o comunque di una invalidità motoria) è accompagnata da una immagine a carboncino dove intravediamo una donna nuda, ad eccezione degli slip. Della donna non ci è dato conoscere il volto (si tratta di un bozzetto e non di una foto) e soprattutto il volto della ragazza è stato espressamente sezionato dalla Nostra tanto che non possiamo che scrutarne solo la porzione inferiore. Di questa si avverte una sorta di smorfia innaturale della bocca, pure spaventosa o implorante; ad aggravarne l’immagine di non-attrazione è l’evidente clavicola che sporge distintamente e che, più che donarle un fascino della secchezza che tanto è in voga, fa pensare a una denutrizione non sana, a un impoverimento della carne e dunque a uno stato di malattia.

Nella raccolta il lettore non farà difficoltà a ritrovare le suggestioni carnali che ha già incontrato in “Infezione” esacerbate qua e là da una meticolosità disarmante nella descrizione di spiacevoli dettagli o incomprensibili caratterizzazioni che, congiuntamente, finiscono per donarci una poetica tendenzialmente stringata, caparbia e tumultuosa nelle immagini, violenta (di una violenza che, però, non ferisce, semmai chiama in causa una riflessione), minimale anche se non completamente minimalista, una scrittura che nutre un piacere quasi macabro verso il deperimento, il sangue e la patologia.

La poetessa riflette sulla propria anima, quasi come se adoperasse una divisione corpo-anima e potesse vedersi in questa maniera, sotto le due varie sembianze: quella della forma e quella del contenuto. Curioso è il fatto che l’anima sia sottoforma di una “gelatina rosa” (5) e che questo momento di riflessione avvenga in una circostanza forse fortuita e veloce, non preventivata e oltretutto in una condizione scomoda che dimostra un senso di malcelata auto-sufficienza: “su uno sgabello senza una gamba” (5). E in effetti l’elemento anticipatorio ha il suo naturale decorso quando veniamo a conoscenza nella seconda strofa che nell’attimo di ricerca di sé, la Nostra è poi finita per perdere quell’equilibrio instabile e cadere a terra. Una caduta precipitosa che non porta dolore, ma che decreta la rottura degli arti, “sono morti” (5) ci confessa la nostra.

Nella seconda lirica della raccolta che porta il titolo di “Le gole dei nostri polsi erano gigli coraggiosi” è presente una citazione in esergo alla poetessa americana Sylvia Plath famosa per i suoi versi concentrati e di difficile comprensione che decise di darsi la morte giovanissima. Sunshine Faggio non è nuova a intessere rimandi e riferimenti a quella che può essere considerata a ragione una delle sue scrittrici preferite, dacché anche in “Infezione” (il cui titolo rimanda a una stessa lirica della Plath) erano presenti vari cameo ed omaggi alla poetessa americana. La Nostra utilizza l’elemento generazionale, la data di morte della Plath, per instituire una sorta di riflessione sulla sua esistenza: “A trenta tu sei morta/ Io rinata” (7). Incipit che sembra voler costruire in maniera antipodale i due destini: la giovinezza distrutta dal suicidio della Plath e la riscoperta del bello e la rinascita della Faggio, ma a complicare il tutto è il verso che segue in cui leggiamo: “Entrambe sepolte sotto la neve di Londra” (7). L’universo concettuale della sepoltura presuppone una morte, un decesso, al quale farà seguito il deperimento del corpo, la polverizzazione e l’estinzione. La lirica serve invece alla Faggio  per tracciare le caratteristiche di un “ritorno alla vita” e una più concreta riappropriazione della propria volontà di donna.

Il linguaggio, com’è comune nella poetessa trapiantata a Londra da vari anni, di fonda su terminologie dure e dolorose, tendenzialmente non concepibili figurativamente nell’universo poetico: aborti, sangue, muco, pipì,tumori e quant’altro. Elementi che la rendono una poesia drammaticamente concreta e realistica, pulsante e vitale con i suoi immancabili recessi nella malattia e nella degenerazione (“nani mongoloidi/ giganti deformi”, 12).

Qua e là non mancano pensieri sofferti, considerazioni amare, delusioni e punti di vista che sembrano distorti e allucinati, la solitudine (“Anche se la libellula che mi teneva compagnia è morta”, 8), contenuti meramente scatologici (“feci la pipì e svuotai il cervello”, 8), addii imprevisti e teatralmente impressionanti (“ti accomodai su di una barca a remi/ abbandonandoti alla corrente”, 9), azioni deleterie contro sé stessi (“legavi i capelli con dell’ortica”, 10), tragiche risultanze di un amore che, come una febbre da 40° lascia senza difese e molto spossati (“E dall’amore uscivo/ massacrata e afasica”, 17), amplessi dalla forza devastante (“Mi scavi./ Mi svuoti”, 22) e aporie di impossibile risoluzione: “Bianca ed azzurra/ ancora non so/ se eri la Madonna/ oppure la Fata Turchina” (10).

Una maggiore attenzione necessita la poesia che dà il titolo alla raccolta, la più incisiva e dissacrante, quella in cui si sente con più forza quell’energia propulsiva insita nella Sunshine donna e poetessa. E’ opportuno riportarla per intero per poi passare ad aggiungere un breve commento.

 

 

Venere storpia
 
Osso per osso
ve lo sputo a dosso
il vostro canone storpio,
quella femminilità di plexiglass tanfante
cucitami sul dorso a mo’ di buccia.
Affetta dalla malattia
di quest’universo ammalato
con le mie mani m’ammalo,
vomito l’opulenza che mi circonda.
Sfuggo alla vostra depravazione
facendomi del male.

 

Una poesia di violenza e dolore dove la Nostra si scaglia contro il fenomeno della moda che incita le ragazze ad osservare supposti canoni di bellezza in cui la femminilità viene degradata e offesa dall’eccessiva riduzione delle taglie, da una magrezza disarmante emblema di in-sanità. L’asciuttezza ossessiva del corpo, la sua resa filiforme, è rifiutata dalla nostra in quella “ossificazione” del corpo che perde carne e tessuti e mostra sempre più in vista (come abbiamo detto accade nella immagine di copertina) la conformazione spigolosa (ossuta) dell’apparato scheletrico. Questa ossessiva rincorsa alla magrezza e la mercificazione del corpo a un “canone storpio”, stupido e incosciente, brutto e degenerante  che trasforma la natura femminile in un surrogato banale, in un artificialità plasticosa che è addirittura “tanfante” perché puzza di morte e ha l’olezzo della putrefazione.

La Nostra non si esime dal denunciare con una profonda violenza e stanchezza dinanzi a una realtà indecorosa come questa e punta il dito sulla società che è essa stessa “ammalat[a]” e in quanto tale non è in grado di produrre niente di sano né di benefico. La Nostra rincara la dose nei confronti di un universo collettivo che ha eretto la depravazione dei costumi e l’emarginazione del corpo a sistemi di pensiero e con un linguaggio tagliente come una lama, rifiuta l’assoggettamento alla “norma” denunciandone la pericolosità: “vomito l’opulenza che mi circonda”. Un fervido atto d’accusa, sdegnato e ben reso, su una situazione logorante e insidiosa quale è l’offesa al corpo e il soggiogamento delle menti.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 09.10.2014

 

 

[1] La mia recensione a questo volume è presente al seguente link: https://blogletteratura.com/2012/12/14/infezione-la-nuova-silloge-di-poesie-di-sunshine-faggio/

Lorenzo Spurio intervista il poeta Dante Maffia

LS: Ogni poeta ha un particolare legame con l’atto di scrittura, con le fonti della sua inspirazione e la “poeticizzazione” delle esperienze da lui vissute direttamente, perché in fondo la poesia è il genere più intimo e quello più appropriato per descrivere i propri drammi, le proprie debolezze o disagi o, al contrario, le proprie inclinazioni, passioni e sensazioni. Per Lei che cosa rappresenta la poesia, sia nell’accezione generale del termine che nel suo caso specifico di poeta ampiamente riconosciuto? Secondo Lei, quale è la funzione principale per cui essa tra passato, presente e futuro, continuerà ad appassionare e a “far confessare” gli animi sensibili?

DM: Per me la poesia rappresenta la fede e anche un atto dovuto all’eventuale lettore. Non so comunque se si tratta di “far confessare gli animi sensibili”, vedo il poeta piuttosto come un uomo capace di comprendere anche le contraddizioni e comprendere le voci del mistero. In questo senso, come diceva Nelo Risi, “il poeta è un supremo realista”.

  

LS: Sebbene Lei viva da molti anni a Roma, la sua terra d’origine, la Calabria, è vivissima in Lei sia per mezzo di un particolareggiato studio della letteratura calabrese e la produzione di un’ampia attività poetica in vernacolo, sia per mezzo di sue frequenti partecipazioni a conferenze e giornate culturali organizzate nella sua regione. La sua opera Papaciòmme, ad esempio, rivela questa volontà dell’io lirico di “calabresizzarsi” sia per ricordare momenti e ambienti cari alla sua esperienza con quella terra, sia per “dar voce” alle persone del piccolo centro dello Jonio e con la rappresentazione di farli vivere per donargli una sorta di immortalità. Sono in questo senso dei validissimi affreschi della varietà locale che danno spazio alla componente popolare e subalterna di quelle genti. Quanto è importante secondo Lei la letteratura dialettale e quali sono le principali ragioni per le quali viene oggigiorno considerata, in via generale, una letteratura di serie B?

DM:  Negli anni ‘70 e ‘80 si è discusso moltissimo di poesia in dialetto, sottolineando in dialetto rispetto a poesia vernacolare e poesia dialettale. Aveva cominciato Mario Sansone e hanno poi proseguito Titta Rosa, Ravegnani e Giacinto Spagnoletti. Questioni sottili, perfino arzigogolate, perché in genere chi adoperava il dialetto lo faceva per scolpire quadretti, descrivere scene di paese, dare voce ai grumi sociologici e antropologici delle comunità rurali o dei quartieri periferici delle città. E questa era senza dubbio versificazione e neppure poesia di serie B. Personalmente credo che non sarà mai il codice utilizzato a produrre poesia, tanto è vero che Sgruttendio, Basile, Porta, Padula, Belli, Di Giacomo, Giotti, per fare alcuni nomi, pur esprimendosi in napoletano, in milanese, in veneto, in romanesco e in calabrese hanno realizzato grande poesia. Non volevo assolutamente “dar voce alle persone del piccolo centro dello Jonio”, ero stanco un po’ del codice della lingua italiana e avevo bisogno di mutare registro e poiché conosco meglio la lingua del mio paese, più del greco, del latino e dell’inglese, me ne sono servito. Tutto qui. Ma con le intenzioni (alcuni dicono che ci sono riuscito, come Tullio De Mauro, Angelo Stella, Claudio Magris) di scrivere poesia senza aggettivazioni e connotazioni limitate.

  

LS: Ho notato nella Sua poetica un continuo riferirsi alla natura, sia animale che vegetale, quasi che è difficile trovare una lirica dove non ci sia un animale, un fiore, un verso, il vento che lambisce le foglie. Ho pensato che l’attenzione e la varietà con cui intesse le sue poesie di questo sentimento panico abbia a che fare con il suo profondo legame con la terra natia, una zona certamente florida sotto questo punto di vista e ricca di varietà di ecosistemi. In maniera particolare ho notato la presenza di due specie che ritornano spesso: per la specie animale è il geco, mentre per la specie vegetale è la ginestra. Potrebbe dirci il perché e spiegarci il significato che attribuisce a queste due forme vitali?

DM: I gechi mi hanno fatto compagnia fin da quando ero bambino. C’erano alcuni muri ciechi, al mio paese, che certe sere erano tappezzati di questi animali. E si faceva addirittura (i bambini sono feroci) il tirassegno con le fionde. Dunque erano presenze quotidiane alle quali si attribuivano molte dicerie, perfino leggende. Di conseguenza fanno parte di un armamentario consueto, della mia immaginazione.  Le ginestre, con il loro scoppio giallo, ravvivavano il paesaggio brullo e portavano la primavera. La festa del colore mi esaltava. Quando ho utilizzato (spesso, come lei ha notato) il geco e la ginestra non mi ero proposto nessuna particolare metafora, erano presenze interiorizzate. Poi Leopardi mi illuminò.

  

LS: Nel corso degli anni ha avuto l’occasione di conoscere grandi esponenti della letteratura italiana e internazionale e di collaborare a vario titolo con loro. Tra i vari nomi noto ad esempio Calvino, Moravia, Alda Merini e tanti altri. I suoi esordi furono inaugurati da una silloge di poesia dal titolo Il leone non mangia l’erba che venne prefata da Aldo Palazzeschi definito da Enrico Ghidetti “il patriarca delle avanguardie novecentesche”[1] e di certo si ravvisa un chiaro “palazzeschismo” in molte delle sue liriche più camaleontiche ed elettriche come pure in quelle che cercano di definire la figura del poeta nella società: lei scrive, infatti, “E non continuate a domandarmi chi sono”[2] che tanto riecheggia i versi iniziali[3] della poesia “Chi sono?” del famoso poeta futurista. Può condividere con noi qualcosa sulla conoscenza, il rapporto professionale e amicale con Palazzeschi e ricordarci quali furono le principali ragioni del suo “avallo letterario”?

DM: Non so se io sia palazzeschiano o gozzaniano (ho notato, negli anni, che i critici in genere attribuiscono qualità simili (pascoliano, montaliano, petrarchesco, eccetera) a seconda delle loro letture personali e quasi mai su dati obiettivi, su indagini verificate a tutto tondo. Io eviterei quelle che Tommaso Campanella chiamava i madornali abbagli dei filologi che si fermano a discutere su una parola, un’espressione, un aggettivo. Tutti i poeti, di tutti i tempi e di tutti i paesi del mondo, si sono continuamente fatti la domanda “Chi sono?”. E’ importante la risposta che si sono dati. Quanto alle ragioni dell’avallo di Palazzeschi ho poco da dire poco. Gli portai un mannello di versi che avevo intenzione di pubblicare e gli chiesi di scriverne. Mi disse che l’avrebbe fatto solo se si fosse convinto del loro valore. La prefazione c’è. Tutto qui.

 Maffia-a-Frascati

  

LS: La poetessa americana Sylvia Plath (1932-1963), considerata assieme ad Anne Sexton (1928-1974) e Robert Lowell (1917-1977), un’esponente di spicco della cosiddetta “poesia confessionale” diffusasi nella prima metà del ‘900, rappresentò di certo una grande penna che, però, per il suo tempo fu probabilmente incompresa e addirittura snobbata. Lo sviluppo della psicanalisi prima e dei vari studi di settore poi, negli anni diedero modo alle persone depresse –considerate fino ad allora affette da un male invisibile, dunque inesistente- di intraprendere un percorso terapeutico di analisi volto al rafforzamento del proprio sé cosciente. Le poesie della Plath ancora oggi vengono assunte come preghiere strozzate formate da versi dove si susseguono parole apparentemente astruse e scollegate, delle implicite richieste d’aiuto e come manifestazione concreta di quel mal di vivere fatto di apatia, desolazione e depressione, di cui il secolo scorso fu concausa. Di seguito Le propongo la poesia “Paralitico”[4] di Sylvia Plath, sulla quale sono a chiederLe un suo commento personale.

 

Succede. Continuerà? —
Il mio cervello una pietra,
senza dita per afferrare, senza lingua,
il mio dio il polmone d’acciaio
 
che mi ama, pompa
i miei due
sacchetti di polvere dentro e fuori,
non mi consente
 
ricadute
mentre fuori il giorno scorre via come nastro perforato.
La notte porta violette,
arazzi d’occhi,
 
lui,
le anonime voci
sommesse: “Tutto bene?”.
L’inaccessibile seno inamidato.
 
Uovo morto, giaccio
Intero
Su un intero mondo che non posso toccare,
al bianco, teso
 
tamburo del mio giaciglio
mi vengono a trovare le fotografie —-
mia moglie, morta e piatta, in pellicce anni ’20,
la bocca piena di perle,
due ragazze,
piatte come lei, che bisbigliano: “Siamo le tue figlie”.
Le acque ferme
mi avvolgono le lebbra,
 
gli occhi, il naso, le orecchie
cellophane
trasparente che non posso spezzare.
Disteso sulla schiena nuda
 
sorriso, un buddha, tutti
i bisogni, i desideri
mi cadono di dosso come anelli
stretti alle loro luci.
 
L’artiglio
della magnolia,
ebbra dei suoi profumi,
non chiede nulla alla vita.

 

DM: Evito sempre di commentare una singola poesia, a meno che non debba fare una lezione di carattere tecnico. I poeti mi interessano nella loro globalità, non in particole, e dunque non mi sento di azzardare un discorso per sineddoche. Sarebbe come descrivere una donna di cui si è magari innamorati soffermandosi soltanto sulle sue braccia o sui suoi capelli. Mi dispiace, io le donne le guardo nel loro insieme, nel portamento, nel loro atteggiamento e poi scendo ai dettagli. Non credo che in una breve intervista ci sia lo spazio per un’analisi vasta e particolareggiata. La Plath è una grande poetessa e non va sciupata misurando la sua metrica, il suo stile, il suo contenuto riferiti a un solo testo. Le farei un torto e lo farei a chi mi legge, anche perché la lirica è in traduzione. Dico soltanto che si tratta di una bella lirica, sofferta e coinvolgente, specchio di una condizione umana vissuta con dolore e visionarietà.

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo è della sua corregionale Fausta Genziana Le Piane[5]. La poetessa si è occupata attivamente anche di letteratura francese, narrativa breve, critica d’arte e giornalismo e di letteratura calabrese come testimonia la sua opera Artisti calabresi a confronto (Carta e Penna, 2009). La poesia che Le propongo in lettura per un commento è intitolata “Resta, poeta”[6]:

 

Rimani
parola scritta
ed essenza divina.
Resta
senza voce
né sguardo
senza fine
né limite.
 
Poeta
cavalca con me
sul dorso
del falco smeriglio,
imprimi
la silenziosa notte
di versi vagabondi
che,
emersi dalla nebbia,
hanno aspetto di isole
su un mare lattiginoso.
 
Poeta
visita con me
antiche brughiere,
per scoprire nuovi sentieri
e creare nuovi paesi.

 

DM: Conosco molto bene la poesia di Fausta Genziana Le Piane, poetessa che stimo molto per la sua serietà, per il suo impegno, per la passione che mette in ogni sua azione, per la generosità che, fuori da egoismi, si prodiga per far conoscere e valorizzare gli altri. Un raro esempio di altruismo in un mondo sempre più chiuso e ferocemente attaccato al proprio io. Ho una raccolta di oltre seicento testi di poeti sulla poesia, sul poeta, sulla parola e questo di Fausta è tra questi perché ha saputo definire il poeta con molta originalità andando a scavare nel profondo dell’anima, soprattutto attuando una vera e propria preghiera in versi che invita chi scrive a uscire dai soliti confini e d’affacciarsi sul mondo “per scoprire nuovi sentieri / e creare nuovi paesi”. Ecco, il poeta deve portare verso il futuro e Fausta ha saputo dirlo con estrema dolcezza e con semplice ma determinata forza.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia del poeta fiorentino Massimo Acciai[7] intitolata “L’onda anomala”[8] sulla quale sono a chiederLe un commento:

 

Da bambino la sognai
la desiderai
la contemplai
simile alle onde innocenti
ma smisurata
capace di spazzar via
in un istante
questa noia infinita.
 

DM: Che dire? L’onda anomala dovrebbero sognarla tutti i poeti, altrimenti non sono tali e dormono dentro assuefazioni inutili e obsolete. In otto versi brevi Acciai sintetizza questo pensiero e lo fa con pulizia, senza strascichi retorici.

  

LS: Uno degli utilizzi più praticati della poesia è quello dell’impegno civile, ossia una poesia che si dedica al ricordo, commemorazione, protesta e analisi degli eventi storici, politici, sociali di rilevante importanza del singolo in quanto parte della comunità. Quanto secondo Lei è importante condividere questa prospettiva d’esegesi e coltivare questo tipo di scrittura nei nostri giorni in cui siamo subissati di problematiche che derivano prevalentemente dalla precaria situazione economica? Lei si considera un esponente di questa branca della poesia?

DM: Spurio, mi perdoni, io non mi considero esponente di nessuna branca, non mi piace il gregge e non mi piace essere letto attraverso le lenti generiche di scuole o di tendenze. La poesia civile è una brutta gatta da pelare e spesso, quando è programmatica, diventa retorica, comizio, ideologia, pesante, noiosa e priva di quel quid imponderabile che dà le ali alla parola. Qualcuno c’è riuscito a fare poesia civile, per esempio Ugo Foscolo, ma si tratta di casi rari in cui immediatamente c’è un riscontro di carattere sociale e politico, ovviamente inteso in senso aristotelico. Io, comunque, ho un’idea diversa, ritengo che tutta la poesia, quella vera, anche quella più decisamente lirica, sia poesia civile e per il semplice fatto che nei grandi poeti l’estetica si tramuta miracolosamente in etica e quindi in programma di vita.

 

LS: La recente elezione del nuovo Pontefice ha generato grande entusiasmo all’interno della comunità religiosa e laica che vede nel nuovo Capo della Chiesa Cattolica un animo solare, umile e profondamente riformista. Qual è il suo pensiero sul nuovo Pontefice e quali pensa siano le questioni sulle quali la Chiesa oggigiorno non può più esimersi di affrontare per fuoriuscire dall’anacronismo che troppo a lungo l’ha contraddistinta?

DM: Non m’intendo di questioni squisitamente religiose o comunque attinenti alla storia della Chiesa cattolica.  Il regno dei cardinali (adopero di proposito la parola regno) è complesso, lontano dalle nostre conoscenze e quindi comprendere le ragioni per cui viene eletto uno a fare il papa anziché un altro esce dalla mia giurisdizione. Dovrei fare ipotesi giornalistiche (ne sono state fatte tante) e non mi sento di farle. Dico che la simpatia di Papa Francesco è autentica e strumentale insieme e che l’essere italo-argentino contribuisce a renderlo aperto. Sono stato a lungo in Argentina e ho conosciuto il calore di quel popolo. Comunque la Chiesa sa da sé in che direzione andare e lo fa sempre al momento opportuno. Non è casuale che imperi da duemila anni.

  

LS: Cosa ne pensa della pratica ormai molto diffusa dei premi letterari organizzati da case editrici medio-piccole spesso senza il valido supporto di centri di cultura, associazioni o enti patrocinatori locali, che si impegnano a dar visibilità agli autori vincitori mediante l’inserzione del testo in antologia e, talvolta, garantendo la pubblicazione di una silloge presso detta casa editrice? Si tratta di uno specchietto per le allodole o può essere effettivamente un modo per l’esordiente per “uscire dal guscio” e immetterlo in un serio cammino letterario?

DM: Lasciamo che ognuno faccia il gioco che più lo diverte o più lo ripaga. Credo che tutti i mezzi siano buoni per farsi conoscere e perciò ben vengano i premi letterari che permettono di conoscere gente, di fare amicizia, di scambiarsi libri e pareri. Molto andrà perduto, la zavorra affonderà, senza che nessuno si debba preoccupare se alcuni sopravanzano gli altri grazie al loro potere nella vita civile (ambasciatori, deputati, ministri, dirigenti di banche e di aziende, industriali e figli di industriali, eccetera). Se son rose fioriscono, perché ancora c’è qualche critico serio, qualche lettore autentico. Per uscire dal guscio qualsiasi mezzo è lecito, purché usciti dal guscio non ci si senta arrivati e corazzati, già eterni come una tomba di marmo cesellato. La sfida è con il divenire, con le mutazioni restando uomini integri, affidandosi alle parole della verità.

 

Roma, 8 maggio 2013

[1] Prefazione di Enrico Ghidetti a Dante Maffia, La strada sconnessa, Bagno a Ripoli (FI), 2011, p. 7.

[2] Dante Maffia, La strada sconnessa, Bagno a Ripoli (FI), 2011, p. 88.

[3] Aldo Palazzeschi in questa popolarissima lirica esordisce con «Son forse un poeta?» per concludere, dopo una variegata e curiosa analisi sul suo stato di artista, che non è altro un «saltimbanco dell’anima mia», ossia un giocoliere, un gioioso acrobata che fa arte per suo diletto, prima che di quello degli altri. Maffia, invece, descrive il poeta come colui che tanto si ingegna per costruire qualcosa finendo, però, per constatare la nullità del suo operato: «Fare paragoni e inventare metafore/ sembra essere l’esercizio da realizzare/ dai poeti, i nullafacenti», in Dante Maffia, La strada sconnessa, Bagno a Ripoli (FI), 2011, p. 87.

[4] Sylvia Plath, I capolavori di Sylvia Plath, Milano, Oscar Mondadori, 2004, pp. 161-163.

[5] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.

[6] Fausta Genziana Le Piane, Gli steccati della mente, Torino, ALI Penna d’autore, 2009, p. 18.

[7] Massimo Acciai è nato a Firenze nel 1975. E’ poeta, scrittore, paroliere e grande amante del genere fantascientifico. Nel 2003, assieme a Francesco Felici, ha fondato la rivista di letteratura e cultura varia Segreti di Pulcinella dove hanno scritto penne celebri quali Massimiliano Chiamenti, Maria Lenti e Mariella Bettarini. Per il genere poesia ha pubblicato Esagramma 41 (Faligi, 2013) oltre a un nutrito numero di poesie su riviste e in antologie. Per la narrativa ha pubblicato, invece, La sola absolvita/L’unico assolto (e-book italiano-esperanto, Faligi, 2009), Sempre ad est (Faligi, 2011), Un fiorentino a Sappada (Lettere Animate, 2012) e La nevicata e altri racconti (Montag, 2013). Per la saggistica ha pubblicato assieme a Lorenzo Spurio La metafora del giardino in letteratura (Faligi, 2011).

Collabora alle riviste L’area di Broca ed Euterpe, di quest’ultima è il coordinatore ufficiale.

[8] Massimo Acciai, Esagramma 41, Quart (AO), Faligi, 2013, p. 30.

“Itinerario Donna – Storie di dolore e di rivincita” a Roma il prossimo 4 giugno

STORIE DI DONNE RACCONTATE ATTRAVERSO

PITTURA, NARRATIVA, POESIA

“ITINERARIO DONNA”

storie di dolore e di rivincita

Roma4giugno
 
 
Roma, mercoledì 4 giugno 2014
Associazione Culturale TRAleVOLTE
Piazza di Porta S. Giovanni 10
Performance alle ore 19
Apertura mostra sino alle 22
 

Una decina di donne. Paesi diversi, epoche e storie diverse, ma accomunate dallo stesso destino: vittime della violenza e della sopraffazione degli uomini, hanno sempre reagito mettendo al primo posto la dignità, il coraggio, la difesa dei propri ideali. Dalle donne ultra famose come Frida Kahlo, Sylvia Plath, Tina Modotti, Camille Claudel, Maria Callas, Jeanne Hebuterne, Sibilla Aleramo, con le loro leggendarie vite, alle donne invisibili, le immigrate clandestine, quelle vittime di tortura, quelle vittime di stupri domestici. Un viaggio tra i ritratti dell’artista livornese Silvia Menicagli, la voce di Mariangela Imbrenda e le pagine degli scrittori Luca Attanasio, Paola Musa e Ilaria Guidantoni, che condurrà l’incontro. Pittura e letteratura, dunque, in questo primo evento artistico promosso da Albeggi Edizioni con il brand AlbeggiArtEvents. Un’ora di performance dalle 19 alle 20 e poi un brindisi con gli artisti e l’esposizione dei quadri aperta sino alle 22. Nella spettacolare cornice dell’Associazione Culturale TRAleVOLTE, in Piazza di Porta S. Giovanni 10 a Roma. Ecco i protagonisti dell’evento:

 

SILVIA MENICAGLI – Il viola, il colore della violenza; il giallo, il colore della gelosia e del tradimento. Questa la linea cromatica dei quadri con cui l’artista livornese Silvia Menicagli si presenta per la prima volta a Roma. Come pittrice ha vinto vari premi: “Provincia di Livorno” (2006), “Premio Damiani” (2009); “Mai in DispArte” (2010); premio Casciana Terme (2011); III° Biennale di arte contemporanea di Viareggio “Burlamacco 2012”. Ha partecipato a numerose collettive di arte contemporanea in varie città italiane ed estere. I suoi quadri sono presenti in collezioni private e pubbliche.

 

LUCA ATTANASIO – Luca Attanasio è giornalista, scrittore, esperto di temi sociali, diritti umani, immigrazione, conflitti, politica estera. Il suo romanzo “Se questa è una donna” ha vinto il Premio Cenacolo del Serafico, novembre 2012 e il Premio Speciale della Giuria, Premio Letterario Nazionale, ‘Scriviamo Insieme’, maggio 2013. Lo accompagna la voce di MARIANGELA IMBRENDA, attrice, critica teatrale e cinematografica, che ha portato in scena il soggetto del libro in diversi teatri di Roma.

 

PAOLA MUSA – Scrittrice, traduttrice, poetessa e paroliere. Una selezione di poesie è stata pubblicata dalla casa editrice Arpanet, recensita da Elisabetta Sgarbi. Nel 2008 ha pubblicato il romanzo Condominio occidentale (Salerno Editrice), selezionato al Festival du Premier Roman de Chambery e al Premio Primo Romanzo Città di Cuneo. Nel 2009 il suo secondo romanzo Il terzo corpo dell’amore (Salerno Editrice). Con Albeggi Edizioni ha pubblicato la silloge ”Ore venti e trenta”.

 

ILARIA GUIDANTONI – Ilaria Guidantoni è giornalista e scrittrice. Ha pubblicato poesie, romanzi e saggi. Esperta di mediterraneo, ha scritto diversi libri sulla Tunisia, in particolare l’ultimo “Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia” pubblicato da Albeggi Edizioni. Il suo ultimo racconto, “Chéhérazade non abita più qui”, è contenuto nel volume “Chiamarlo amore non si può”, un lavoro importante contro la violenza sulle donne e il femminicidio.

 

Ufficio stampa e info albeggi@libero.it tel 340 7461295 – RSVP Associazione TRA le VOLTE tel 06 70491663