“Chiantulongu / Piantolungo” di José Russotti. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

L’ultima opera in ordine di tempo del poeta siciliano José Russotti (Ramos Mejía, Buenos Aires, Argentina, 1952) è Chiantulongu (Edizioni Museo Mirabile, 2022) che, in doppia lingua (siciliano variante malvagnese – comune della provincia di Messina – e italiano), propone un suggestivo percorso poetico tra le vene più profonde dell’interiorità del Nostro.

Il suo è un “pianto lungo”, un’opera che, pur snodandosi in varie sottosezioni, è idealmente e potenzialmente un percorso lirico continuo e infinito, un canto di dolore e malinconia per l’età andata che tratteggia il passaggio del tempo, l’assenza delle persone amate, il ricordo nitido dei momenti del trapasso dei suoi cari.

Con quest’opera si propone quella polarità studiata dalla critica lorchiana, in ambito spagnolo, attorno a un componimento elegiaco quale il noto Pianto per Ignazio Sanchéz Mejías che il celebre Granadino dedicò nel 1934 all’amico torero deceduto per una cornata di un toro. Se il titolo originale dell’opera parlava di Llanto (ovvero Pianto) nel procedimento di traduzione nella nostra lingua vide prediligere la forma di Lamento. Non sempre il lamento, però, è assimilabile a un vero pianto. Sta di fatto che – per smarcarsi da Bo e Rendina – Caproni decise di mantenere fedeltà all’originale traducendo con Pianto. L’opera di Russotti mi fa pensare a tutto questo: il suo è un Pianto vero e proprio ovvero un componimento che, pur non avendo la forma del poemetto ma delle singole poesie, muove attorno all’idea del dolore e del compatimento, della sofferenza lacerante e della costernazione. Il lutto, pur individuato in specifici piani temporali, non si stempera col passare del tempo e i versi contengono, come raggrumate, le lacrime di disperazione e strazio dell’uomo. Siamo dinanzi a una sorta di romanzo di formazione in versi: l’esperienza del dolore è elemento di cerniera, si configura come un rito di passaggio ineliminabile. Passando per questa fase l’individuo non sarà più come prima della sperimentazione del cordoglio, dell’assenza. Della pena. Ecco che Russotti, poeta versatile grande amante della lingua orale della sua zona, ci consegna una delle opere più sentite e personali che abbia mai scritto, più accorate e dolenti, più strazianti e, proprio per questo, più vivida e potente.

Il volume si apre con una dotta prefazione a firma di Maria Nivea Zagarella e si chiude, come in un percorso circolare innervato su riflessi poetici e bagliori esegetici attorno al percorso dell’Autore, con un nutrito apparato critico nel quale sono riportati estratti di analisi, recensioni e valutazioni ermeneutiche di altrettanti poeti, scrittori e intellettuali sull’opera di Russotti. Tra queste “considerazioni amicali sulla poesia” vi sono, tra le altre, note del professor Tommaso Romano e dei poeti Santina Paradiso, Pietro Cosentino e Francesco Giacalone.

Possiamo dire che José Russotti è poeta – in italiano e in lingua siciliana – per nascita e vocazione, per spirito innato, per caparbietà, per la sua grande diluizione nel mondo socio-etno-antropologico della provincia di Messina che ha contribuito a narrare anche in altre forme: con la musica (ha pubblicato un cd su sonorità etniche dal titolo Novantika, Ballate sulle rive dell’Alcantara edito da Novantika nel 2004) e mediante un’apprezzatissima opera fotografica (Malvagna miain bianco e nero, tra suggestioni e fantastici ricordi edita dal marchio da lui stesso creato denominato Fogghi mavvagnoti, nel 2022.

Tuttavia è in campo letterario che Russotti ha raccolto i maggiori consensi[1] grazie a una intensa attività autoriale di libri ma anche di curatore editoriale: notevole la pubblicazione di tre tomi della Antologia di Poeti contemporanei siciliani edita per i tipi di Fogghi mavvagnoti (I volume, 2020; II volume, 2021; III volume, 2022)[2]. Come autore la sua produzione si è dispiegata in varie sillogi: Fogghi mavvagnoti (autoedizione, 2000), Spine d’Euphorbia (Il Convivo, 2017), Arrèri ô scuru / Dietro il buio (Controluna, 2019) ai quali ora si aggiunge quella che – senza infatuazioni o piaggerie – definirei opera magnum ovvero Chiantulongu (Edizioni Museo Mirabile, 2022).

Parlando della sua poesia il poeta, scrittore e saggista modicano professor Domenico Pisana ha sottolineato che «i suoi versi hanno il sapore di un sincero scavo interiore che si fa dono e che la sua anima traduce in canto poetico di autenticità e di vita». Ce ne rendiamo conto piuttosto bene inoltrandoci con adeguata attenzione e spirito di riflessione nelle pagine che compongono Chiantulongu.

Il libro si snoda tra poesie dedicate agli affetti: il padre, la madre, la moglie e la figlia Elyza. Una sezione è anticipata dall’iscrizione “Nei giorni chiusi” dove si ritrovano riflessioni che sembrano essere state partorite nel tempo infausto del Covid-19 (leggiamo, infatti, in una di esse «In questi istanti di morbo infame / il cuore si gonfia a mantice e scoppia», p. 59); segue “A Malvagna, il paese della memoria ritrovata” con liriche di pregevole caratura euritmica riferite al borgo – se non natale, dato che l’Autore è nato in Argentina – ancestrale, del suo ceppo familiare.

Cospicua è, infine, l’interrogazione dell’io lirico sulle questioni di ampia risonanza che coinvolgono l’approfondimento esistenziale, inserite nella sezione conclusiva, “Sulla vita e sulla morte”. Il pensiero attorno al trapasso si fa qui particolarmente pronunciato: intere poesie sono dedicate a sorella morte come “Ci sono giorni” il cui explicitQuando morirò! (Se morirò!) / vorrei restare per sempre / nel cuore e nella mente di chi mi ha voluto bene, / come un qualcosa che mai si marcisce / o un lampo splendente, / prima del buio!», p. 83) ricorda, ancora, il Lorca del Cantejondo (la struggente “Memento”) quando scrisse: «Quando morirò, / lasciate il mio balcone aperto. / Il bambino mangia aranci. /Dal mio balcone lo vedo». Quello di Russotti è un richiamo alla terra, all’estrema volontà di ricongiungersi anche in un al di là alle tracce del suo passato ma anche un desiderio di essere ricordato. Da notare la vena autoironica e giocosa dell’autore quando, tra parentesi d’incisi e non di specificazioni, annota vagamente e con un fare illusorio, «Se morirò».

La morte non è solo un’immagine, pur nella forma vacua di un’idea, ma diviene in Russotti uno dei motivi principi che muovono l’esigenza del dettato lirico da farne un topos, un elemento ricorrente, un vero e proprio assillo che, comunque, tratta di volta in volta con velature inedite, mai repliche delle stesse. In “Questa morte che ci teniamo addosso” è possibile fruire di questi versi: «Quando spunti nel buio della notte / come la morte quando vuole arrivare, / nera di scorza dura, con il mento / che trema e il sangue che ghiaccia. / Questa morte che ci portiamo addosso / come il vinavil appicciato fra le dita / o un vecchio motivo che frulla in testa» (p. 95).

Viene alla mente una celebre frase dell’attrice Anna Magnani che ebbe a dire: «Morire è finire: perché si deve finire? Un uomo dovrebbe finire quando decide di finire, quando è stanco, pago di tutto: non prima. Oddio, c’è una tale sproporzione tra la dolcezza con la quale si nasce e la fatica con la quale si muore». Eppure per Russotti la morte, pur cantata, fatto oggetto dei sui lamenti per i genitori venuti a mancare, non sembra concepita realmente come destinazione ultima, come atto definitivo e concluso in per se stesso. Vita e morte, come nella più alta letteratura di tutti i tempi – innervata su un sentimento cristiano – non sono facce di un Giano bifronte, antipodi invalicabili e recalcitranti ma, al contrario, l’una contiene l’altra, ne è una sua progressione e sfaccettatura. La morte s’iscrive nella vita e non è solo il completamento finale, inderogabile e ultimo. Ecco perché Russotti parla di vinavil, di qualcosa che è attaccato al nostro essere, inglobato alla nostra epidermide di esseri coscienti. Volenti o nolenti.

Toccante il ricordo della morte del padre (citiamo in italiano ma ricordiamo che l’intera opera è proposta anche – anzi in prima battuta – è in lingua siciliana nella variante malvagnese): «Quanto ti chiamai quel mattino. Quanto? // […] / ma tu non sentisti e mai ti voltasti» (p. 15). Il dolore di quell’addio persevera al presente, in ogni momento che l’Autore riflette sul percorso del padre e lo ricorda nei momenti di condivisione: «[P]iango aspettando ancora / il canto dell’ultima volta. / Vivo e mi consumo / dietro il ceppo di un sorriso amaro / inseguendo il tempo che sfugge. // […] [F]in quando insacco ricordi / e mi nutro di malinconia» (p. 21). Di grande intensità è anche la successiva poesia “Grappolo d’amore”, questa volta dedicata alla figura della madre: «La morte è una croce da sopportare, / un canto amaro che mai si spegne / in questi giorni di calca e pianto» (p. 29).

La poesia rimane comunque imprescindibile, una costante sicura, un faro nel quale appigliarsi in ogni circostanza della vita, in ogni ora della giornata. Russotti ne è convinto. Sa che il canto lirico vive della contemplazione e della solidarietà dell’uomo, dell’impegno all’ascolto e alla conoscenza dell’animo. Ne è certo. Come quando in “L’ora sospesa” annota «Si vive d’amore e di nulla, / di stenti e sostentamenti / ma non toglietevi la poesia dal cuore!» (p. 87). E persuade anche noi lettori.

LORENZO SPURIO

Jesi, 15/04/2022


[1]Consensi che sono giunti tanto dalla critica che dal giudizio di numerosi premi letterari nazionali, contesto nel quale ha ottenuto numerosi e importanti riconoscimenti tra cui: Premio “Vann’Antò-Saitta” di Messina, il Premio “Città di Chiaramonte Gulfi – La città dei Musei”, il Concorso letterario “Salva la tua lingua locale” di Roma; il Premio “Pietro Carrera” di Catania, il Premio “Luigi Einaudi” di Paternò (CT), il Premio “Poesia Circolare Epicentro” di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), il Premio di Poesia “L’arte in versi” di Jesi (AN) e l’ambito Premio “Città di Marineo” a Marineo (PA); il Premio di Poesia “Colapesce” di Messina.

[2] Al primo volume ho dedicato un’articolata recensione pubblicata su varie riviste: «Lumie di Sicilia» n°150 (65 online), maggio 2021, pp. 19-20; «Culturelite», 03/05/2021; «Tony Poet – Dialogo con la rete», 03/05/2021, «Xenia», anno VI, n°1, marzo 2021, pp. 82-86; «Vesprino Magazine», n°129, aprile 2021, pp. 33-35. Nel secondo volume di quella che, per il momento, è una trilogia, figura un mio contributo critico quale Prefazione del volume.


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“Ti sogno, terra 3”: è uscita la nuova opera del noto progetto editoriale a cura della prof.ssa Laura Margherita Volante

Articolo di Lorenzo Spurio

È uscita – sempre per i tipi de I Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche e con un breve nota di Dino Latini, Presidente del Consiglio della Regione Marche – la terza parte del prestigioso progetto editoriale Ti sogno, terra a cura della poetessa, scrittrice e pedagogista Laura Margherita Volante. Dopo i due precedenti tomi, che sono stati rispettivamente dedicati alla poetessa camerte Rosa Berti Sabbieti (che si firmava nella personale corrispondenza con la Volante come “Noce”) e Don Giovanni Ghilardi, salesiano responsabile della Comunità Giovanile “Don Bosco”, ora è la volta di Ti sogno, terra 3 – composto da due volumi – opera dedicata al noto poeta e filosofo Padre David Maria Turoldo. Avevo avuto modo, qualche anno fa, di parlare già dell’opera apripista di questo interessante progetto in un articolo apparso su «Blog Letteratura e Cultura» il 31 ottobre 2017 dove, pure, si dava conto dell’imminente presentazione del volume a Pesaro presso il prestigioso Salone degli Specchi dell’Alexander Palace Museum Hotel dell’eccentrico artista e mecenate il Conte Alessandro “Nani” Marcucci Pinoli di Valfesina[1].

La copertina del volume, che riporta una celebre poesia di Salvatore Quasimodo, vuole essere un chiaro omaggio alla multiforme terra di Sicilia: vi è ritratto, infatti, uno scorcio della Valle dei Templi di Agrigento, nella fulgida ricchezza delle testimonianze storico-archeologiche del mondo greco. Il testo, come avvenuto con le precedenti opere del medesimo progetto, è un ricco almanacco di aforismi (della Nostra e dei classici), citazioni, poesie, analisi, recensioni, letture e approfondimenti, saggi e interviste e non disdegna neppure l’elemento grafico-visivo di numerose pagine a colori che contengono sia copertine di opere letterarie che foto di autori, incontri, eventi, momenti di celebrazione e tanto altro ancora.

Riassumere in un articolo la vastità degli interventi risulta non solo difficile ma anche qualcosa di delicato perché si rischia immancabilmente di dimenticare qualcuno (per una completezza ed esaustività d’indagine, rimando all’indice del volume che ben delinea, in opportuni sezioni e sotto-capitoli) i tanti autori di cui la Volante si occupa.

Ed è un vero viaggio in lungo e in largo per la nostra Penisola: ce lo indicano le sezioni del volume che, in maniera anticipatoria e didascalica, ci informano sulle varie regioni a cui appartengono gli artisti, gli autori, le voci distinte di cui la professoressa-pedagogista ha deciso di occuparsi con acribia e grande fluidità comunicativa. Per la Sicilia figurano Licia Cardillo, Marco Scalabrino e Vincenzo Marzocchini. Il capitolo della Calabria è per lo più dedicato ad Angelo Gaccione di «Odissea» col quale la Volante collabora attivamente dalla sua fondazione, nel 1999; la Puglia è rappresentata dall’organizzatrice culturale Regina Resta, presidente di Verbumlandi-art di Galatone che annualmente indice il Premio d’eccellenza “Città del Galateo”; nel Lazio ritroviamo Jean Bruschini. Particolarmente ricco appare il capitolo V, dedicato alle Marche, con contributi dedicati a Valeria Dentamaro, Marusca Montalbini e alla versatile artista Lilian Rita Callegari. Pure non è dimenticata la regione Piemonte – della quale la Volante è originaria – con ampi saggi e validi accenni a Cesare Pavese.

Di pregio e degno di menzione è anche il secondo volume che compone Ti sogno, terra 3 dal titolo Volando al massimo che contiene favole della Volante accompagnate da efficaci illustrazioni di Massimo Tartaglini. L’obiettivo specifico di questo tomo è assai lodevole ed è principalmente teso ad avviare un processo di educazione sentimentale fin dall’infanzia, con la consapevolezza dei docenti che, oltre il programma, c’è la relazione. La Volante è certa nel sostenere che si gioca tutto sulla relazione e sue criticità culturali al fine di affrontare l’analfabetismo emotivo e lo sviluppo di un linguaggio affettivo e costruttivo. Questo perché assistiamo ormai da troppo tempo a fenomeni sociali inquietanti che vanno dal bullismo ad altre forme di violenza gratuita sui soggetti deboli. Il messaggio è chiaro: non vogliamo una società robotizzata che generi mostri, ma una società dove il diverso rappresenti una ricchezza, dove al centro ci sia la persona quale soggetto di diritto. Quindi gli adulti, educatori ed educandi, assieme ai fanciulli devono dialogare, conoscere per conoscersi per una crescita civile. Dove non c’è dialogo non c’è amore e – in nessun modo – si vuole che vinca l’odio, generatore malefico di violenze di omicidi, suicidi, guerre e altre nefandezze.

Laura Margherita Volante è nata ad Alessandria e vive ad Ancona. Professoressa di ruolo nella Scuola Media Superiore e docente presso l’Università Politecnica delle Marche, pedagogista certificata, impegnata in ambito formativo ed educativo presso enti e scuole, anche con progetti di propria ideazione, fra i quali “Favolando-Premio Montessori”, “Nel mondo di Rodari” rivolti ai bambini delle scuole materne, elementari e medie. Ha collaborato con il Centrodonna di Cesena su temi di grande attualità, fra cui la violenza e l’immigrazione. Ha pubblicato non solo diversi testi poetici ottenendo numerosi riconoscimenti (fra cui il Premio Manzoni), ma anche racconti, articoli e aforismi, con pubblicazioni su varie antologie e riviste culturali. Come poetessa risulta inserita nell’antologia Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) a cura di Lorenzo Spurio. Per il Premio “Tre Gocce d’Inchiostro – Aforisma” è stata citata su «La Repubblica» nel 2014. Da due anni con la rivista «Odissea» di Milano, diretta dallo scrittore Angelo Gaccione, per cui è anche corrispondente per la regione Marche. Collabora altresì con la rivista «Polis» ed è membro di giuria del Premio Letterario “Città di Ancona” organizzato dall’Associazione “Voci Nostre” del capoluogo dorico. Il progetto editoriale Ti sogno, terra – di sua unica ideazione e curatela, presentato in varie città italiane – ha visto la pubblicazione di vari volumi: il primo nel 2018, il secondo nel 2019[2] e ora, in una veste di due tomi, esce Ti sogno, terra 3.

Come avvenuto per i precedenti tomi dell’avvincente progetto editoriale della Volante, l’opera verrà presentata al pubblico sabato 27 novembre p.v. alle ore 17 presso la Sala Convegni delle “Grotte del Cantinone” di Osimo (Via Fontemagna n°12). Oltre alla scrittrice interverrà, nel ruolo di presentatore, la giornalista Valeria Dentamaro (ingresso solo dietro esibizione del Greenpass, con mascherina indossata e fino a esaurimento dei nr. 40 posti totali). L’autrice ha informato, inoltre, che seguiranno ulteriori presentazioni ad Ancona e Pesaro di cui darà conto, mediante locandine e note a mezzo stampa, sulle relative date e location.

Lorenzo Spurio

Jesi, 21/11/2021


[1] L’articolo è disponibile a questo link: https://blogletteratura.com/2017/10/31/laura-m-volante-ti-sogno-terra-il-progetto-culturale-dedicato-a-rosa-berti-sabbieti-che-celebra-lunica-regione-al-plurale/ (Sito consultato il 21/11/2021).

[2] Anche a Ti sogno, terra 2 ho dedicato un articolo: “Ti sogno, terra 2. Il lungo viaggio dei sognatori di Laura Margherita Volante. Il 12 dicembre la presentazione nel capoluogo dorico”, in «Blog Letteratura e Cultura», 09/12/2019, link: https://blogletteratura.com/2019/12/09/ti-sogno-terra-2-il-lungo-viaggio-dei-sognatori-di-laura-margherita-voltante-il-12-dicembre-la-presentazione-nel-capoluogo-dorico/ (Sito consultato il 21/11/2021).

Pubblicato il nuovo libro di Rita Stanzione, “Da quassù (la terra è bellissima)”, con prefazione di Lorenzo Spurio

Nelle scorse settimane è uscito il nuovo libro di poesia della poetessa campana Rita Stanzione, Da quassù (la terra è bellissima) per i tipi di 4 Punte edizioni. Sono stato felice e onorato di aver ricevuto dall’autrice l’invito di scrivere la prefazione a questa ricca raccolta poetica. Estraggo, per una breve presentazione, qualche parte dalla prefazione che apre il volume.

La poetica garbata e incisiva della Stanzione non può essere quella dell’uomo assuefatto dalla cronaca dolorosa dell’oggi né del vivisezionatore della realtà, così pesantemente occupata dagli oggetti, dai segni e dalle direzioni piuttosto che dai significati, dalle profondità e dai contorni di (possibile) luce.  […] La prima sezione, Siamo tutti migranti, affronta con grande rispetto e acribia stilistica il dramma endemico dell’immigrazione e le sue tante fosche ombrature. Da ogni testo è netta la riprovazione dinanzi a un atteggiamento incivile e omertoso dell’uomo contemporaneo. […] I motivi della speranza, del cambiamento, di un futuro migliore, di una società ravveduta e realmente partecipe ai drammi del singolo in difficoltà vengono via via posti in risalto nei componimenti innervati non solo da una grande pietas cristiana ma da un reale desiderio di porre sulla carta realtà apparentemente inenarrabili e di certo inaccettabili.  […] Nella seconda sezione dell’opera, Se questi sono uomini, è evidente l’eco di Levi nel descrivere una condizione di negazione dell’uomo in relazione alle condizioni di prigionia, violenza e sottomissione vissute nel secondo conflitto mondiale.

L’autrice del libro

[…] Impressivo il poemetto Dal seno acerbo e storie mute, dedicato alla truce abitudine delle spose bambine dove tutto tende a rimarcare la violenza delle azioni dell’uomo, la fine dell’innocenza e il predisporsi alla vita con urgenza e implacabilità a seguito di condotte comandate. Il tema della donna, del suo silenzio e della sua segregazione, ritorna in altre liriche con le quali cerca, con remissione e grande spirito partecipativo, di far parlare le povere martoriate. […] Un accenno va posto anche alla sezione Compluvium, un vero e proprio Famedio. Qui l’Autrice colleziona testi dedicati a esponenti delle arti e a poeti, ma anche a musicisti: dall’arte sociale di Grosz che palesava sulla tela degenerazioni della classe nazista a efficaci omaggi al surrealismo di Dalì e al cubismo nelle distorte visuali delle celebri prostitute della tela di Picasso. Camei anche della sfortunata Frida Kahlo, dal rigorismo di Piet Mondrian (l’ordine tutto compreso / in un semplice foglio di luce), dal realismo di Guttuso con una poesia dedicata al quadro “La Vucciria”. È gran parte della tradizione artistica contemporanea a venir omaggiata: omaggi anche su opere del viennese Klimt, dello sculture Rodin, dei fotografi Julia Margaret Cameron e Robert Capa. […] Se devo pensare a quest’opera nel suo complesso, mi vengono in mente due artisti che con le loro produzioni hanno reso grande la letteratura e l’arte. Mi riferisco a T.S. Eliot, che con la sua opera magistrale, La terra desolata, dimostrò le multiple sfaccettature ed echi di linguaggio tra i tanti autori rievocati, citati, richiamati, in una realtà multipla, a mosaico. Dall’altra parte penso a un artista totale come Christo che con il suo genio è riuscito a dare applicazione a un’arte concreta su grande scala dagli ampi significati. Ciò che interviene in maniera folgorante in operazioni d’arte sul posto come furono quelle di Christo nel determinare fascino e shock è la dimensione preventivamente strutturata della temporalità. Vale a dire l’effetto estemporaneo e diretto – automatico un po’ com’era per il Dalí ribelle – che crea sull’uomo, che diviene fruitore dell’opera.

Una poesia scelta dal volume:

Non ha muri la mia casa

(a Marina Cvetaeva)

Lascia che vada

paesaggio dai fronti deformato,

sia il letto cespuglio

per uccelli dal canto straniero

a me prossimo. Lascia

che a Tarusa sigilli ogni squarcio

e affidi al sambuco le soglie

dove ha pace la voce.

Che al custode consegni

le case vuote, il freddo

di ponti arcani,

la mano mancata dal bene.

Le non confessioni di libertà

sotto vesti logore, lasciale

armarsi di primavera

quando anche il corpo avrà gioia

in una piana

di blu, per confine.

“La ragazza di via Meridionale”: esce il saggio di L. Spurio sulla poesia di Anna Santoliquido

È uscito poche settimane fa, per i tipi di Nemapress Edizioni di Roma, il volume saggistico dal titolo “La ragazza di via Meridionale”, opera del critico letterario marchigiano Lorenzo Spurio interamente dedicata all’attività poetica della poetessa, scrittrice e saggista Anna Santoliquido.

L’opera si apre con un contributo critico del professore Vincenzo Guarracino posizionato quale prefazione, testo che apre e anticipa ai tanti argomenti trattati nel corso del libro. Il volume, che porta quale sottotitolo “Percorsi critici sulla poesia di Anna Santoliquido”, è nato ed è stato sviluppato nel corso del 2020, a continuo contatto con la stessa autrice destinataria delle pagine del saggio, spiega l’autore.

Ad arricchire ulteriormente l’opera, organizzata in vari capitoli dove risalta, per ricchezza di contenuti l’intervista condotta da Spurio all’Autrice, è la postfazione del critico Neria De Giovanni, presente nel triplice ruolo di responsabile di Nemparess Edizioni, Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari e di amica della Santoliquido. Pregevole l’immagine di copertina, opera del noto pittore serbo Zoran Ignjatović, attentamente scelta dalla Santoliquido che, nell’est Europa – come ricorda Spurio nel corso del saggio – è molto stimata, conosciuta, letta e tradotta.

L’idea del volume – come spiegato da Spurio nell’introduzione – è nata nel corso di un approfondimento sull’opera della Santoliquido iniziato qualche anno fa e che ha portato nel 2019 ad attribuirle il prestigioso Premio alla Carriera in seno al Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi. Competizione di prestigio che annualmente celebra la poesia e che ha visto, negli anni, premiati autori di spicco dello scenario letterario nostrano tra cui Dante Maffia, Donatella Bisutti, Marcia Theophilo e Matteo Bonsante.

Nel volume ben viene posto in evidenza il lungo, saldo e apprezzato percorso poetico pluridecennale di Anna Santoliquido, lucana di nascita, barese di adozione, ideatrice del Movimento Internazionale “Donne e Poesia” che negli anni ha prodotto un’attività di promozione culturale e di solidarizzazione assai importante, finanche convegnistica ed editoriale, in tutta Italia.

Ulteriori contributi che arricchiscono il volume non venendo mai meno all’unitarietà dell’opera sono alcune liriche della Santoliquido proposte in versione latina, tradotte dal professore Orazio Antonio Bologna e un contributo del critico romano Cinzia Baldazzi sull’opera della Santoliquido “Una vita in versi. Trentasette volte Anna Santoliquido” da lei presentato tempo fa nella Capitale.

Anna Santoliquido dal 1981 ha pubblicato ventuno raccolte di poesia un volume di racconti e ha curato diverse antologie. È autrice dell’opera teatrale “Il Battista”, rappresentata nel 1999.  Le sue poesie sono state tradotte in ventitré lingue. È presente in numerose riviste, saggi critici e antologie nazionali e straniere. Ha conseguito numerosi riconoscimenti letterari nazionali e internazionali. Nel 2017 le è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dall’Università Pontificia Salesiana di Roma. Numerose sono le pubblicazioni critiche sulla sua attività poetica tra cui: “Anima mundi. La scrittura di Anna Santoliquido” (2017) e “Una vita in versi – Trentasette volte Anna Santoliquido” (2018) entrambe a cura di Francesca Amendola. Ad esse va ad aggiungersi, ora, il ricco e articolato volume di Lorenzo Spurio.

“Immagino… un bambino chiamato amore” di Luigi Bulla. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Immagino… un bambino chiamato amore (Edizioni Letterarie Il Tricheco, 2020) è il nuovo libro di poesie di Luigi Bulla, autore catanese classe 1978. Esso segue la raccolta Le pellicole del cuore, pubblicato per il medesimo marchio editoriale, del quale è responsabile, nel 2017.

Luigi Bulla è una persona versatile, grande amante della cultura, strenuamente impegnato nella difesa e promozione della letteratura, con particolare attenzione alla poesia, compresa quella in dialetto di cui, pure, come vedremo, è autore. Ha alle spalle una nutrita produzione libraria raccolta in varie pubblicazioni che, dal 1996 – anno del suo primo libro edito per i tipi di A.P. E. di Terni – ad oggi contempla vari generi: da pubblicazioni di taglio specialistico concernenti la sua sfera professionale, quali L’Arcano Sentiero della Cartomanzia, edito per i tipi di Kimerik di Patti (Messina) nel 2015, a volumi di più ampio respiro nei quali, pur fornendo proprie tesi attorno a sentimenti di dominio comune nell’uomo, affronta questioni importanti della vita, non dimenticando una dimensione religiosa che risulta particolarmente pregnante e connotativa della sua persona. Si veda, ad esempio, il volume Un Messia per amico edito sempre da Kimerik nel 2015 col quale è risultato vincitore del Premio Internazionale di letteratura italiana, la cui premiazione si è tenuta nel 2015 presso il Palazzo della Cultura di Napoli.

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Nel tentativo, pur arduo, di abbozzare un po’ la sua poliedrica figura di uomo e di autore, alcuni brevi cenni sulla sua attività associativa, all’unico servizio della cultura, risultano utili e senz’altro significativi. Negli ultimi anni, infatti, Luigi Bulla si è fatto promotore, nella zona del Catanese, della riscoperta e riproposizione di un esperimento sociale e culturale molto importante per la Sicilia tutta del quale era stato protagonista suo zio Antonino Bulla (1914-1991)[1], noto cantastorie e culture locale ricordato come “u poeta do Cannalicchiu” al quale, dopo la sua morte, sono state dedicati due spazi nella toponomastica locale: una via nel paese natale di Adrano e uno spiazzo, col nome di Largo Antonino Bulla, nella parte nord di Catania non lontano da Parco Gioeni. Il suo avo aveva dato impulso, mediante le attività promosse dal Centro d’Arte e Poesia, alla promozione e diffusione culturale con iniziative quali incontri, letture e pubblicazioni, attività con le quali il verbo della Poesia era senz’altro stato celebrato in maniera nobile. Suo nipote Luigi Bulla nel settembre del 2016, sull’onda di quella esperienza “gloriosa” che si era spalmata in un ampio periodo di tempo (dal 1945 al 1991), conscio delle immancabili trasformazioni intercorse in questo arco temporale, i cambiamenti socio-economici, ma anche le introduzioni importanti nel modo di comunicare (la tecnologia e l’informatica fra tutte), ha deciso di rifondare quella stagione di prosperità culturale, di arricchimento umano, d’istruzione, di legame autentico con i propri spazi e di confessione emotiva ri-creando il Centro d’Arte e Poesia al quale, data la sua fondazione, ha fatto seguire il suo nome.

Pur essendo questa Associazione molto attiva in particolare nel Catanese, essa ha sede nel comune di Carlentini, in provincia di Siracusa, ma vale la pena sottolineare che, per dimensioni e struttura, è un’associazione a livello nazionale, potendo contare soci di varie parti d’Italia e un vasto numero di iscritti ai vari concorsi letterari che, nel corso dell’anno, indice. Tutti questi concorsi che il Centro d’Arte e Poesia organizza e segue nelle varie fasi hanno la caratteristica – non di trascurabile conto – di essere intitolati e dedicati a personaggi importanti della Sicilia, intellettuali e menti illuminate che, tramite tali iniziative annuali, vengono riletti e riproposti ai tanti, tra chi già li conosce e chi, invece, ne scopre per la prima volta la biografia e le opere prodotte. Si tratta di un elemento che consente di evidenziare, sin da subito, il profondo e radicato amore di Luigi Bulla per la propria terra di appartenenza e l’inestricabile legame con il contesto ambientale: dai paesaggi alle ricchezze architettoniche, finanche questi personaggi che hanno regalato pagine memorabili di storia, letteratura, dialetto, sapere popolare e tanto altro ancora. Beni culturali, appunto, che potremmo richiamare come “immateriali”, di fruibilità collettiva, di dominio comune, di un arricchimento condiviso, capaci di trasmettere, con le loro opere, quella veracità innata, quel senso di radicamento e di orgoglio che sono propri, tanto dell’animo siculo, quanto del mondo popolare tutto, così ricco di formule, linguaggi e di novelle.

Il Centro d’Arte e Poesia “Luigi Bulla” ha dedicato i suoi concorsi a queste figure che mi piace poter rammentare: lo scultore e architetto prof. Antonio De Francesco (1875-1963)[2], Francesca Spampinato (1909-1983), il drammaturgo Antonino Russo Giusti (1876-1956) di Belpasso (Catania) celebre per l’opera L’eredità dello zio canonico e Domenico Tempio (1750-1821) noto come “Miciu Tempiu”, poeta libertino in cui realismo e la cui denuncia sociale nel suo tempo fecero sì che venne bollato come spregiudicato e immorale (e poi, anche a motivo di questo, nel tempo per lo più dimenticato), oltre, ovviamente, ad Antonino Bulla. Alcuni di questi grandi siciliani ritornano anche nella poesia “Lu me paisi” dove, appunto, si legge: “Terra di genti ‘mpurtanti,/ Martogliu, Russu Giusti, Sava e Condorelli”. Tra questi personaggi di alto calibro, non solo per la loro prolifica e valida produzione nei relativi campi, ma per la loro umanità, merita senz’altro un posto privilegiato la poetessa messinese Maria Costa (1926-2016), voce indiscussa dello Stretto, da Bulla meglio conosciuta – non in persona, ma oramai nel suo ricordo – nel corso di un evento a lei dedicato a Gesso (Messina) qualche anno fa. Di lei, nella lirica dal titolo “Figlia del mare” l’autore ha costruito con precisione e nettezza visiva il quadro biografico della minuta donna di Case Basse di Messina: “si nutriva con i pesci che venivano in riva/ nel mare con le bombe buttate in acqua/ dai Tedeschi senza pietà/ […]/ Tra farfalle serali, prove dell’uovo e cavalli di coppe,/ ti sei distinta tra i migliori poeti,/ lasciando una testimonianza forte/ che con la tua umiltà e semplicità di donna,/ poetessa e figlia del mare,/ ti sei guadagnata una grande fama/ anche dopo la tua terrena morte”.

Ritorniamo, ora, al libro in oggetto che si sarebbe dovuto presentare nelle scorse settimane presso la Libreria Mondadori a Catania, con la presenza delle poetesse Grazia Dottore (una delle prefatrici), Angela Bono, Daniela Evoli assieme ad Alessandro Giovanni Bulla, Vice-Presidente del Centro d’Arte e Poesia “Luigi Bulla”, se l’emergenza dettata dal Corona Virus, con la quale conviviamo da mesi, non avesse imposto un blocco generalizzato e l’impossibilità di incontri in luoghi chiusi.

Il volume, del quale va accennata l’eleganza della versione editoriale, si apre con un ricco apparato critico con i contributi di Emilio De Roma, Grazia Dottore e Maria Giovanna Bonaiuti che, ciascuno secondo le proprie personali intenzioni, rimarcano con profonda padronanza del linguaggio, alcune delle peculiarità delle poesie che seguono le pagine che il lettore si appresta a leggere.

Le poesie di Bulla si fondano su una disamina attenta delle varie sfaccettature dell’animo umano, indagando sentimenti diversi, talvolta anche contrastanti, che spaziano da valori saldi come l’amicizia e l’amore, finanche alla denuncia di mal-comportamenti, ipocrisie, fenomeni di marginalizzazione diffusi e tanto altro ancora.

Analista attento delle variegate forme comportamentali dell’uomo, tanto come individuo quanto in rapporto al gruppo nel quale è collocato, Bulla nelle sue poesie affronta tematiche che potrebbero sembrare ostiche o poco poetiche e che, invece, dimostrano la sua ferma e completa collocazione nella dimensione contemporanea, dove scissioni, insicurezze e interrogativi pesanti rimangono all’ordine del giorno. Ecco così che compaiono egoismo, cattiveria, ipocrisia della gente e, in altri contesti, le forme bieche della violenza, figlia di arroganza e spregiudicatezza. Ci sono, senza miopie di sorta che sarebbero sin troppo facile adoperare, accenni a quel mondo ombroso e infamante della malavita, di universi retti dalla collusione, della mafia e delle sue infiltrazioni. Non mancano neppure versi che parlano di tristezza e di cocente delusione (non solo amorosa), per giungere a tematiche dal piglio civile quali la marginalizzazione, l’indifferenza verso i vulnerabili, la xenofobia, la precarietà, la povertà, indecorose forme di bullismo (com’è il caso di violenza nei confronti di un ragazzino audioleso che il poeta ci presenta nella poesia “Tutto il rumore del mondo”), sfruttamento e violenza di genere (ben trattato nella poesia dal titolo “’Dda fimmina putissi essiri nostra matri” ovvero “Quella donna potrebbe essere nostra madre”). Bulla parla degli invisibili (poveri, abbandonati, sofferenti, emigrati) ma anche degli accidiosi, degli invidiosi, dei maligni, invisi, spergiuri, spregiudicati, di coloro che prestano la loro voce per impegni diversi dal comune sentire; chi usa parole per apparire diverso da come effettivamente è; ci sono anche i malati, coloro che soffrono dolori, vivono nell’incertezza di un domani, si vedono il corpo cambiare e non si riconoscono allo specchio. Malattie che, inesorabili, avanzano privando intere famiglie della presenza e dell’affetto di madri, mogli, sorelle (poesie “Melinda” e “Una brutta bestia”).

Come ben evidenziato nelle pagine d’apertura, la famiglia rappresenta per Bulla il motivo e contesto primario dove nascono, s’irrobustiscono e prendono vita numerosi suoi versi. Non sono rare le poesie che ricordano familiari che non ci sono più, ora riecheggiati con piacere e nostalgia, nei momenti passati condivisi con loro. Vi sono anche poesie dedicate alla madre dove si evince questo legame atavico, pregno di passione e di gratitudine.

Vari componimenti – e sono tra quelli che maggiormente ho apprezzato – vengono proposti nel dialetto (o lingua, qui la diatriba sarebbe infinita!) siciliano, nella variante catanese della quale Bulla è originario. Cito, ad esempio, “I cosi ienu accussì” e il bel canto d’amore per la Trinacria contenuto in “Povira terra mia” dove la Sicilia, pur ricchezza indiscussa di ambienti e architetture, viene descritta ammorbata di quel male che, nell’interiorità, la offende e la deturpa, in quel conflitto intestino di lotta per l’onore, fronteggiato con difficoltà dalla catena umana di innocenti che, tra gli strali di una giustizia perforata, cercano di condurre in tranquillità la propria parca esistenza. Il messaggio di Bulla – così permeato da amore e da una sorgiva speranza che va sostenuta – non può che essere positivo: “Sicilia susiti ‘cchiù forti di prima” (ovvero “Sicilia rialzati più forte di prima”). C’è l’omaggio di un io poetico estatico dinanzi a tanta bellezza, a una delle gemme più fulgenti dell’arcipelago delle Eolie, “Lipari macari ‘ndò ‘mmennu ti fai ricordari” (tradotto: “Lipari anche in inverno ti fai ricordare”).

Uno fra i numerosi tratti distintivi della silloge è la massiccia presenza di elementi, forme verbali, condizioni e ambiti nei quali il poeta descrive o si mostra spettatore di un cambiamento: metamorfosi che si realizzano in maniera fisiologica dettate dall’imperituro avanzare del tempo, ma anche cambi di maschera, finzioni, messe in scene, atteggiamenti architettati ad uso e consumo, parvenze, situazioni della vita che, in stato di necessità o altre volte inconsapevolmente, ci impongono lenti e filtri diversi. È il gioco del palcoscenico che Pirandello descrisse magnificamente con le sue opere teatrali, raccolte in Maschere nude, alle quali, pur indirettamente il corregionale Bulla rimanda. Il concetto di identità ne risulta scisso e deformato al punto tale da rendersi difficoltosa, se non impossibile, una determinazione unica, stabile, costante, in qualche modo definitiva del concetto di individualità dell’essere. Bulla parla del mondo a lui contemporaneo sondando nel magma silenzioso – eppure così cocente – di un sistema comunicativo spesso refrattario ai buoni sentimenti, in una agorà spersonalizzata e connivente, in sordina, abile nel fomentare rancori e distanze tra i simili. Come da controcanto, però, ci sono i buoni sentimenti gelosamente custoditi, le mani amiche incrociate lungo la propria esistenza, i progetti che originano successo, ancor più piacevole perché tale nella condivisione. Su tutto questo poggia una base d’interiorità che vive nella riflessione e nel conforto, ma anche nell’autolettura e nella confessione con Dio. Il sentimento religioso è forte – non solo nelle liriche che più propriamente rimandano alla Chiesa intesa non come classe, ma come insegnamento caritatevole – anche nei versi in cui parla del debole e del diverso. È sempre possibile riconoscere la santità nelle piccole cose, la modestia è una virtù e l’amore è tale e la sua forza è incondizionata, solo quando è uno scambio mutevole e sincero. Ci sono, infine, i ricordi di festa condivisi nel calore della famiglia, soprattutto il Natale, ma anche la ricorrenza dei Defunti, momenti trascorsi in sana convivialità e mutuo affetto, tra le pareti di casa, vero baluardo di certezze, che ora il poeta rincorre, nella memoria, quali ricordi più cari, significativi, pregni di luce, per poter andare avanti quando il presente – come spesso accade – sembra poco sereno.

Lorenzo Spurio

 

[1] Per un approfondimento consiglio la lettura del saggio “Segantino, poeta e conoscitore di arti divinatorie: cenni biografici su Antonino Bulla” scritto da Antonino Magrì pubblicato, per gentile concessione di Luigi Bulla in qualità di Presidente dell’Associazione Culturale Centro d’Arte e Poesia “Luigi Bulla”, nel volume collettaneo AA.VV., Sicilia. Viaggio in versi. Antologia dei reading poetici organizzati dall’Ass. Euterpe in Sicilia (2013-2018), a cura di Lorenzo Spurio, Associazione Culturale Euterpe, Jesi, 2019, pp. 147-152.

[2] Un’approfondita nota biografica sul prof. De Francesco, curata dall’omonimo nipote, è stata pubblicata il 18 aprile 2020 sul sito ufficiale delle Edizioni Letterarie Il Tricheco: https://edizioniletterarieiltricheco.com/2020/04/18/a-giorni-il-nuovo-bando-del-iv-premio-di-letteratura-vita-via-est-dedicato-alla-memoria-del-prof-antonio-de-francesco/ 

 

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“La mia isola” di Antonietta Langiu. Recensione di Lorenzo Spurio

La scrittrice di origine sarda Antonietta Langiu, da molto tempo nelle Marche, ha recentemente dato alle stampe una silloge poetica dal titolo La mia isola per i tipi di Grafiche Fioroni. A campeggiare nella copertina di questo volume è una foto del fratello del marito, Sergio Pierleoni, che ritrae uno scorcio suggestivo della brulla terra sarda con un primo piano di una vegetazione esile e spinosa, simile al cardo.

La-mia-isola-Antonietta-Langiu-203x300Antonietta Langiu, nata a Berchidda (Sassari) nel 1936, ha alle spalle una intensissima attività letteraria, con particolare attenzione alla narrativa. Seguiamone alcuni tracciati per comprendere la fitta trama delle sue scritture. Lasciata la Sardegna (alla quale è sempre ritornata per periodi più o meno lunghi, nel corso del tempo) si è laureata in Sociologia all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”; vive a Sant’Elpidio a Mare (Fermo) assieme al marito Ottorino Pierleoni, noto pittore e incisore, autore di un libro-testimonianza, cronaca della nostra Italia del XX secolo, Tracce di un percorso. Aspettando una nuova primavera (2018).

Particolarmente legata alla sua terra natale, della quale vi è vivida e continua testimonianza nei suoi scritti (“Corre la penna/ e il mio foglio bianco/ si trasforma/ in un paesaggio/ multiforme”), la Langiu ha pubblicato varie opere, tra le quali raccolte di racconti, opere critiche di approfondimento, studio e ricerca e studi monografici: Sa contra – Racconti sardi (1992; riedito nel 2014); il libro per ragazzi con schede didattiche Dietro la casa (1993), Sas paraulas – Le parole magiche (1999; riedito nel 2008, con la traduzione a fronte in sardo); L’amica Joyce (1999), libro d’arte dedicato alla celebre scrittrice e difensora dei diritti civili di cui fu grande amica, Joyce Lussu (nata col cognome di Salvadori a Firenze nel 1912, sposa del politico e scrittore Emilio Lussu, deceduta a Roma nel 1998) da lei frequentata nella sua casa signorile di San Tommaso alle porte di Fermo e con la quale viaggiò insieme in Sardegna; il saggio, un libro di ricerca e storia orale, dal titolo Maestre e maestri in Italia tra le guerre (2003) scritto assieme a Liduina Durpetti, Immagini lontane (2005), Lettera alla madre (2005), ancora sulla Lussu l’intenso lavoro di ricerca confluito in Joyce Lussu. Bio e bibliografia ragionate (2008) scritto assieme a Gilda Traini, Lungo il sentiero in silenzio – Dalla Sardegna all’Europa: diario di vita, di viaggi e di incontri (2008), La linea del tempo (2014), Tessiture di donne (2017). Diversi racconti, corredati da incisioni e inseriti in libri d’arte, si trovano presso raccolte pubbliche e private a Fermo, Fabriano, Urbania, Ancona, Venezia, Aachen e Copenaghen. Saggi, racconti e altri testi sono stati pubblicati sulle riviste letterarie NAE, l’immaginazione, nostro lunedì, Proposte e ricerche, Sardegnasoprattutto, Euterpe, La Donna Sarda, El Ghibli. Sulla sua produzione si sono espressi, tra gli altri, il critico Giorgio Barberi Squarotti, il poeta e critico sardo Angelo Mandula, Silvia Ballestra, Maria Giacobbe, il critico e docente universitario Franco Brevini, studioso di dialetto.

 

La recensione integrale è stata pubblicata sulla rivista online Oubliette Magazine il 05/02/2020. Per leggerla è possibile cliccarla qui.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

“La terra del rimorso” di Stefano Modeo. Recensione di Stefano Bardi

Recensione di Stefano Bardi

21nNax0z7FL._SX351_BO1,204,203,200_.jpgMare! Tema questo che è stato sempre presente nella poesia italiana dal Medioevo agli anni Duemila e che negli ultimi anni del secondo Novecento è stato usato come specchio della Vita, proprio come è dimostrato dalla raccolta d’esordio La terra del rimorso del giovane poeta Stefano Modeo (Taranto, 1990) del 2018.

Un titolo questo che richiama alla memoria il saggio La terra del rimorso dell’antropologo, filosofo e storico delle religioni Ernesto De Martino (Napoli, 1908-Roma, 1965) seppur comunque con notevoli differenze, volume che tratta il tema del rimorso. Per quanto riguarda il filosofo e studioso napoletano la Terra è il Salento e il rimorso da lui studiato attraverso il fenomeno antropologico e musicale del tarantismo riguarda le ferite storico-sociali arcaiche del Salento, che erano viste da Ernesto De Martino come squarci memorialistici non più riparabili e peggio ancora del tutto estranei all’intera storia del Salento uscendo definitivamente di scena, dalla cosiddetta Questione Meridionale iniziata da Gaetano Salvemini e poi ripresa dopo anni dall’intellettuale napoletano.

Cosa ben diversa è l’opera del giovane poeta Modeo, che può essere considerata come un diario in versi e come una denuncia che riguarda la sua natia Taranto, dove l’antico rimorso è sostituito da quello odierno, ovvero il male che infetta con i sui veleni e le sue impurità questa città fino a trasformarla in un’oscura e mortale città. Un rimorso o un dolore che infetta ogni cosa dell’esistenza cittadina e che viene mostrato dal poeta attraverso il mare, da lui inteso sia come specchio nel quale vedere gli oscuri mali di Taranto, sia come elemento naturale sempre con uno sguardo sociale.

Un primo quadro, ci mostra Taranto popolata dagli offesi o più semplicemente dagli abbandonati figli di Dio che consumano una Vita senza futuro, senza etica, costretti a un’eterna vacuità psico-sociale perché hanno scelto volontariamente di non abbandonare la loro terra natia.

Un secondo quadro ci mostra una Taranto priva di affetto e d’amore, dove le piazze sono un vacuo cuore, animate da esseri umani che sono delle ombre irriconoscibili che non pronunciano più parole d’amore.

Un terzo quadro tratta un tema attualissimo, ovvero quello dei migranti; un quarto quadro riguarda il mare, che può essere visto come elemento naturale e una creatura senza vita a causa delle infezioni industriali e delle ingordigie umane; il mare è anche visto in chiave socio-lavorativa, per mezzo del popolo operaio tarantino che è costretto a lavorare fra nubi tossiche o nelle gelide battute di pesca invernali. Un popolo che a sua volta metaforizza l’intero popolo italiano dei giorni nostri dall’infausti destini, che li priva di qualsiasi ribellione socio-linguistica e che li condanna a vivere fino alla fine i suoi giorni, nell’indigenza e nella povertà.

Un quinto quadro riguarda gli operai delle acciaierie, che secondo lo sguardo del giovane poeta sono visti per la società tarantina e per i loro padroni di lavoro come dei numeri produttivi. In mezzo a tutti questi quadri di dolore, patimenti e infausti destini c’è la poesia di luce “XXII” dai toni intimi e reminiscenziali, in cui il giovane Modeo ritorna indietro nel tempo fino alla sua infanzia, per mostrarci una Taranto piena di luce, di gioia, di amore e per fare questo usa la metafora della cartolina dove è racchiusa la Taranto dalla quale un giorno tutto il male che la infetta sparirà. Insomma, un viaggio intimo e spirituale quello fatto da Modeo. Un viaggio e un urlo di denuncia per una società infettata dal male che prende il nome di sfruttamento, razzismo migratorio, droga e malavita.

STEFANO BARDI

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

Esce l’antologia poetica “Iridio” dell’autore molisano Antonio Vanni, con una dedica al prof. Amerigo Iannacone

52557726_2707644549250891_8292624324272062464_n.jpgVenerdì 8 marzo alle ore 17:30 presso il Chiosco-Caffè della Villa Comunale di Isernia si terrà la presentazione del libro “Iridio” (L’Erudita, Giulio Perrone, Roma, 2019) del poeta e scrittore Antonio Vanni. Il volume, la prima antologia dell’autore molisano, contiene al suo interno le precedenti prefazioni alla sua opera a firma del noto critico letterario Giorgio Barberi Squarotti rispettivamente del 1992 e del 1997. Il titolo del volume, “Iridio”, deriva dall’eponima lirica ivi contenuta che Vanni ha deciso di dedicare al poeta e scrittore, noto esperantista Amerigo Iannacone (Venafro, 1950-2017) recentemente ricordato, nel novembre 2018 con un Premio Speciale “Alla Memoria” in seno alla premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi. Amico e collaboratore di Iannacone, Vanni ha deciso di dedicare il volume a questo grande uomo di cultura per Isernia e il Molise tutto al quale, in apertura, scrive “Sul tardi lascerai il Caffè/ dove attendevi noi,/ corpi educati alle latomie/ degli spazi/ tra destino e amore,/ colto il più bello tra i fiori/ del chiaro giorno infinito“.

Nella quarta di copertina del volume si legge “Un insieme di poesie immerse in un immaginario irreale, in cui attraverso sogni e visioni l’autore tenta di fermare il tempo. Pensiero che tra mito ed evocazione si fa portatore del ricordo del padre. La poesia di Antonio Vanni così ha l’ambizione non solo di vincere l’irrefrenabile scorrere del tempo, ma anche di rendere meno dolorosa la perdita”.

La presentazione verrà gli interventi di Domenico Adriano (poeta) e Francesco Giampietri (scrittore e filosofo).

 

Chi è l’autore?

Antonio_Vanni.jpgAntonio Vanni (Isernia, 1965) lavora nel Reparto di Psichiatria del locale ospedale civile. Ha iniziato a comporre versi all’età di dodici anni divenendo a diciotto anni, con la raccolta “La Nube”, membro onorario dell’Accademia di Scienze Umanistiche del Brasile. Poeta e autore di racconti brevi, in parte inediti. Ha pubblicato i volumi di poesia “La Nube” (1984), “Alcadi” (1986), “Viale dei Persi” (1987), “L’albero senza rami e la luna” (1992), “Diario di una nuvola bassa” (1994), “L’Ariel” (1997), “Plasmodio” (2017). Nel 1995 il giornalista Fulvio Castellani pubblicò la monografia “Dai giardini del tempo e del sogno – Introduzione alla poesia di Antonio Vanni”. Dal 2016 al 2018 ha diretto, per il mensile “Il Foglio Volante – La Flugfolio” la rubrica di poesia dei giovanissimi, “L’Aquilone”. Cura una collana di poesia.

Ricordando Raul Lunardi (1905-2004), autore di “Preghiera del centenario”. Articolo di Stefano Bardi

Articolo di Stefano Bardi (*)

Questo breve articolo è volto a ricordare il poeta, scrittore, giornalista e insegnanteRaul Lunardi(1905-2004), cittadino illustre del comune di Sassoferrato, vicino a Fabriano. Un intellettuale di cui oggi si rammenta per lo più l’attività di scrittore con opere quali “Diario di un soldato semplice” (1952) e “Un eroe qualunque” (2000). Intensa fu, però, anche la sua attività poetica, oggi raccolta in un volume che la compendia in forma generale. La critica poco si è espressa su tale intellettuale, se si eccettuano interventi di Carlo Bo e di Teresa Ferri.

Per praticità e per una più organica presentazione della sua opera poetica, dividerò la sua produzione in due diverse fasi. Nella prima troviamo poesie che vanno dal 1920 al 1983, raccolte in “Poesie 1923-1983” (1998) e quelle dalla seconda metà degli anni ’80 al Duemila in “Preghiera del centenario: poesie” (2003).  Numerosi sono i temi da lui affrontati nelle due raccolte . Un primo tema riguarda la Politica, intesa da Lunardi come creatura dalle mani sporche di sangue e di letame, con le quali i suoi funzionari non fanno altro che denigrare la società degli Uomini, sottomettere la razza umana e trasformare lo Stato nella loro casa: un Inferno. Un secondo tema riguarda i versi poetici che sono intesi dal poeta come i flussi sanguigni, poiché come quest’ultimi, anche i versi lirici sono strutture linguistico-grammaticali frenetiche, palpitanti e meditative. C’è anche il tema della terra, della sua regione, delle Marche autentiche, da lui considerate come una Regione elisiaca, dall’eterna giovinezza, dalla viva campagna e dalle reminiscenziali primavere. All’interno di tale realtà c’è un vivido omaggio alle grotte di Frasassi, concepite dal  poeta come un Eden mistico dal quale Adamo ed Eva diedero inizio alla vita.

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Il poeta marchigiano Raul Lunardi (1905-2004)

“Preghiera del centenario” (2003) è un’opera che l’autore ha volutamente costruito come una moderna “Divina Commedia” dantesca; anche la sua opera è divisa in tre gironi: “Poesie al Neutrone” (configurabili col dantesco Inferno), “Dolce Colore D’Oriental Zaffiro” (configurabili col Purgatorio) e “Dalle Stalle alle Stelle” (configurabili col Paradiso).

Un girone infernale, quello del poeta sassoferratese, in cui possiamo vedere spiriti privi di anima che sono qui collocati, poiché da vivi hanno sostituito l’amore, la gioia e la compassione con la falsa e tecnologia figlia a sua volta della aberrante globalizzazione. Anime, queste, che sono eternamente condannate a non amare più; anime senza amore carnale e spirituale, ma anche profondamente emarginate nell’animo, poiché da vive hanno percorso la strada delle estremità.

Un Inferno che è animato da più anime dannate che saranno da me analizzate nelle loro principali figure. Una prima schiera è costituita dalle oscure ombre di Uomini violenti, che nella loro vita terrena hanno avuto comportamenti maneschi, usato parole brutali e creato leggi per passare negli sguardi degli altri, come dei santi ma pronti a morire durante la loro esistenza per ogni giudizio etico colmo di verità. Una seconda schiera è costituita dalle anime che durante la loro vita sono state avide verso i loro fratelli pensando solo alla cura della propria immagine. Una terza schiera è costituita dagli Uomini cyborg, paragonati agli orologi perché, al pari di essi, compiono le stesse cose impegnati unicamente a consumare i giorni della loro vita. Uomini, ma anche Donne, che sono meretrici, in questo inferno lunardiano. Puttane che nella loro vita hanno illuso i loro amanti donandogli solo un finto amore. Dannate a dolori fisici sono le anime lunardiane; esse sono anche costrette a lasciare nella vita il loro viso nel cuore di coloro che le hanno amate, senza riuscire a dare risposte a questi spettrali visi.

Ci sono anche le impersonificazioni dell’Europa e della Poesia. Il nostro continente è delineato quale creatura ambigua e dalle carni incomplete, che ha regnato solo per mezzo della schiavitù, mentre la Poesia è vista colma di silenzi spirituali e di brumosi pensieri.

Il Purgatorio del poeta marchigiano è contraddistinto da anime che espiano colpe per la conquista del Paradiso Celeste attraverso il ricordo di arcani sapori e ubriacanti odori. Espiazione che si deve basare sulla riscoperta della fola e sul cammino nel dolore. Un girone in cui c’è spazio anche per l’Uomo moderno e la sua vita pregna di super tecnologia, con la quale è fortemente convinto di potersi sostituire alla vita creaturale creata da Dio e crede di poter prendere il posto di Dio. Quest’ultimo, la divinità, è concepita da Lunardi come un geniale direttore d’orchestra  che dona all’Uomo i suoi occhi per farlo camminare su una strada luminosa, le orecchie per ubriacarlo con dolci melodie, i piedi per farlo camminare nella compassione e il cuore per fargli diffondere amore.

Sia Inferno che Purgatorio in Lunardi hanno delle affinità con i celebri gironi danteschi. Centrale rimane, comunque, il cruciale tema della globalizzazione quale oscura sovrana, che ha costretto l’Uomo ad abusare della tecnologia per il soddisfacimento delle sue ingordigie più sfrenate. Globalizzazione dalla quale, però, secondo il poeta sassoferratese, l’Uomo se ne libererà rituffandosi nel brodo mistico dell’Alba Tempi, dal quale ricomincerà una nuova vita nel segno della purezza e della beatitudine spirituale.

Per concludere va rivelato che il Paradiso lunardiano è abitato da angeliche creature dal brumoso anelito luminoso, dalle rosee e marmoree membra simili a quelle della dea Afrodite. Accanto a queste creature c’è spazio anche per la Donna, qui rappresentata attraverso un intimo ricordo che ce la mostra come una creatura dalla dorata capigliatura, dallo spirito garbato. Una donna, quella liricizzata dal poeta sassoferratese, intesa come un angelo che riscalda l’uomo, quale creatura sessualmente libera e vera regina che tira i fili dell’Universo.

STEFANO BARDI

 

(*) Una prima versione di questo articolo, col titolo “Cultura. Sassoferrato, città d’arte e di poesia. Omaggio a Raul Lunardi, 1905-2004”, è apparsa sulla rivista “Lo Specchio Magazine” in data 27/11/2018 (disponibile a questo link). L’articolo viene riproposto con sensibili modifiche rispetto alla precedente pubblicazione, con l’assenso dichiarato da parte del relativo autore.

 

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Ricordo del poeta canicattinese Domenico Asaro

Domenico Asaro, il poeta-contadino, della provincia di Agrigento, classe 1973, ci ha lasciato pochi giorni fa. Lo conobbi a Messina nel giugno scorso quando, al Palazzo dei Leoni, tenemmo con l’Associazione Culturale Euterpe il reading poetico “Un mare di versi” in collaborazione con l’Associazione Siciliana di Arte e Scienza (ASAS). In quella circostanza lo salutai brevemente, come spesso accade all’apertura di eventi tanto partecipati come quello e scambiai con lui poche battute. Riservato e partecipativo dimostrò continuo interesse per l’intero evento, assistendo all’intera esibizione oratoria dei vari partecipanti, e declamò una poesia in italiano dal titolo “Come un gabbiano”. Il suo testo, inviato alla nostra mail per la sua partecipazione, porta, sotto, la data del 14/06/2018 e immagino, dunque, che la scrisse in vista dell’occasione del nostro incontro poetico. Il testo era questo:

 

Come un gabbiano

di DOMENICO ASARO

 

Come un gabbiano solitario

battuto dal vento scorazzi,

in balia delle onde del mare

che indebolisce le tue forze.

 

Imperterrito continui a resistere

per attraccare e posarti

su di una solida roccia.

 

Non hai ascoltato l’avviso della natura,

che alzava con furia

nubi di avvertita tempesta,

 

e adesso stramazzi stanco

sulla spiaggia ricoperta di ghiaia,

affannoso il tuo respiro

 

fragile ogni tuo pensiero …

e scende già la notte

nell’ attesa di una nuova alba.

 

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Il poeta canicattinese Domenico Asaro

 

Discreto ed elegante nella sua poetica nativa, sedimentata nel colloquio con la terra, Asaro viene ora ricordato degnamente per la sua umiltà e genuinità, come una delle anime più propulsive e significative del canto lirico della Trinacria. Primo assoluto a Gravina nel premio intitolato a “Nino Giuffrida” dove molti poeti siciliani lo ricordano con piacere e mestizia, aveva partecipato proprio pochi giorni fa al VI Simposio “Al tempo dei poeti” al Museo Mirabile di Marsala (TP) organizzato da Salvatore “Totò” Mirabile nel quale gli era stata attribuita una Menzione di merito per la poesia presentata, “Sicilia e sicilianu”.

Il ricordo del poeta popolare, noto come fedele cantore di quella Sicilia della terra, in Facebook è universale e sostenuto da messaggi accorati, pensieri dolci e interdetti dinanzi al prematuro decesso dell’uomo. Tra di loro, il poeta José Russotti, che lo aveva premiato durante il Premio di Poesia “Salvatore Gaglio” a Malvagna (ME), così lo ricorda: “É morto Mimmo Asaro, il poeta contadino. Oggi ho perso un amico, un autentico poeta naif, una parte di me. Al reading di giorno otto dedicato a Maria Costa doveva essere tra noi. Fu uno dei primi a prenotarsi. La sera stessa lo contattai telefonicamente per ringraziarlo di persona, e lui mi rispose molto candidamente che sarebbe venuto, soprattutto, per onorare la figura della grande poetessa dello Stretto. “A costo di spararmi 250 km.” mi disse: “io ci sarò”. Mimmo, era un personaggio singolare, istruito e nello stesso tempo un umile lavoratore della terra – in questo periodo si alzava all’alba per andare a raccogliere uva – trovava nella poesia una forma di riscatto. Oltre a scrivere, componeva delle ballate nel solco della tradizione contadina siciliana, ispirandosi spesso a Rosa Balistreri. Lo scorso 14 luglio, alla premiazione di “Fogghi mavvagnoti”, ricordo che a conclusione della serata, non avendo portato con se la base musicale, eseguì uno splendido brano a cappella, mostrando delle capacità canore davvero insospettabili. Mimmo, indubbiamente, era un uomo semplice, che si era fatto da solo e che è rimasto sino alla fine schietto, autentico e divertente. Quella sera al telefono, alla domanda, perché scrivi poesie. Lui mi rispose così: “Non c’è una sola parola nelle mie poesie che non venga dal profondo del cuore. E se vogliamo entrare nello specifico, aggiungerò che la poesia del “social”, come dicono i francesi, l’ho fatta mia, con il mio cervello e il cuore da contadino: una poesia densa di richiami evocativi per la natura spesso oltraggiata e abusata”.

Sulla pagina FB di Russotti si può dar lettura anche alle due liriche che Asaro aveva mandato all’organizzatore messinese per prendere parte al Primo Raduno Poetico “Maria Costa” a Gesso (ME) al quale aveva assicurato la sua presenza. In una di essa leggiamo: “È giunto il momento che entriamo tra i filari / tagliando grappoli succosi e assai sanguigni”.

In sua memoria Salvatore “Totò” Mirabile ha subito indetto il Memorial Domenico Asaro che si terrà a Marsala (TP) presso il Museo Mirabile (Contrada Fossarunza 198) il 23 settembre 2018 alle ore 10. Nell’occasione verranno audio-diffusi brani del cd di Asaro, “Cantu sta terra” e anche dal cd “Questa terra non ha eroi” con testi di Antonio Barracato. Lo stesso Mirabile gli ha dedicato una lirica nella quale si legge: “piango il giovane poeta cantastorie/ che cantava da poeta contadino/ con tanta umiltà e grande generosità/ la sua terra nel dialetto agrigentino”.  Viva è la volontà di altri poeti, promotori cultuali e semplice gente della sua terra, di dedicargli un altro evento nella città nella quale era nato e viveva, Canicattì, che di certo accoglierà l’importante eredità umana e culturale di un uomo che, con dignità e garbo, ha cantato la sua terra di terra e di sole.

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“Puglia, un amore eterno: l’opera poetica di Cristanziano Serricchio”

Aritcolo di STEFANO BARDI

In tutto lo scenario dei poeti pugliesi, quello che fu più legato alla sua terra fu senza dubbio il poeta e scrittore Cristanziano Serricchio (Monte Sant’Angelo, 1922-Manfredonia, 1 settembre 2012).

Il 1950 fu l’anno della sua raccolta Nubilo et sereno, opera che può essere considerata come un moderno cantico francescano in cui la Puglia ne è l’ambientazione e il personaggio principale. Una Puglia vista e concepita da Serricchio come una terra colma di speranza e giustizia, in cui ancora oggi si possono difendere e salvaguardare gli affetti familiari, come un luogo in cui il poeta rivive le reminiscenze della sua esistenza passata, attraverso frammenti memoriali, e sfoghi dell’Io.

Nel 1956 seguì L’ora del tempo in cui il lessema ora si riferisce, all’alba della campagne salentine, caratterizzata da una leggera e impercettibile foschia in cui si perdono le proprie origini. Poesia della dimenticanza, ma allo stesso anche delle gioie quotidiane e degli intimi affetti. 

serricchioDiciassette anni passarono prima di una nuova raccolta, L’estate degli ulivi, che uscì nel 1973. Ancora la Puglia come protagonista. Qui, però, a differenza della raccolta del 1950, si vivono più intensamente gli affetti familiari, letti come sentimenti veri e compassionevoli. Inoltre in questa raccolta la Puglia è rappresentata in tutte le sue mistiche e meravigliose ambientazioni paesaggistiche. La Puglia, e più in generale il Meridione, vengono concepiti come degli strumenti per indagare le loro spazio-temporalità, ormai ferme e immobili nella vita e nel tempo, che in queste modo non riescono a oltrepassare la normale esistenza. Solo attraverso il canto dei sui elementi naturali la Puglia potrà liberarsi dal suo secolare ed eterno patimento sociale. Il Sud è concepito da Serricchio come l’unico custode e protettore di un universo epico immensamente “calmo” e “affettuoso”, grazie anche a una spirituale sacralità colma di moralità e di dogmaticità.

Nel 1978 uscì la raccolta Stelle daunie dove ancora la Puglia è protagonista. Regione che quest’opera è analizzata da Serricchio nella profondità delle sue vetuste radici, attraverso l’esaminazione di alcune stele ritrovate nella Capitanata (distretto storico-culturale)[1], che rappresentano immagini proto-statiche.

Nel 1991 uscì Questi ragazzi, opera nella quale stranamente non è presente la Puglia ancestrale e magica, bensì quella intima e giornaliera, attraverso poesie che il Serricchio dedica ai suoi figli, nipoti e alle nuove generazioni totalmente immerse, nella cultura anglo-americana degli anni Novanta. 

Il 1997 è l’anno di pubblicazione della raccolta Polena-Riverberi di fine millennio in cui la Puglia è vista, come la via per un viaggio etico ed esistenziale, che rapporta il Serricchio con una terra nemica e oscura, che è composta da vite schizofreniche e da vetusti bagliori del passato.

Sempre nello stesso anno uscì la raccolta Lu curle che in italiano è traducibile come La trottola. Un’opera interamente scritta in dialetto che, per la precisione, è quello della sua Monte Sant’Angelo. Così l’autore ritorna al linguaggio delle sue radici ovvero al linguaggio della fanciullezza.  

STEFANO BARDI

 

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Bibliografia di Riferimento:

G. Bertone, Inchiesta sulla poesia. La poesia contemporanea nelle regioni d’Italia, Foggia, Bastogi, 1978.

G. Zagarrio, Febbre, furore e fiele. Repertorio della poesia italiana contemporanea 1970-1980, Milano, Mursia, 1983.

M. Dell’Aquila, Puglia, Brescia, La Scuola, 1986.

M. Zizzi, A sud del sud dei santi. Sinopsie, immagini e forme della Puglia poetica. Cento anni di storia letteraria, Faloppio, Lieto Colle, 2012.

 

 

[1] Capitanata: distretto che corrisponde all’antica Daunia e all’attuale provincia di Foggia, che comprende il Tavoliere delle Puglie, il Gargano, e il Subappennino Dauno.

Dittico poetico Marcuccio-Leopardi con approfondimento critico a cura di L. Bonanni

A SE STESSO[1]
DI GIACOMO LEOPARDI

 

Or poserai per sempre,

stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,

ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

in noi di cari inganni,

non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai

palpitasti. Non val cosa nessuna

i moti tuoi, né di sospiri è degna

la terra. Amaro e noia

la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T’acqueta omai. Dispera

l’ultima volta. Al gener nostro il fato

non donò che il morire. Omai disprezza

te, la natura, il brutto

poter che, ascoso, a comun danno impera,

e l’infinita vanità del tutto.

 

 

A GIACOMO LEOPARDI[2]
DI EMANUELE MARCUCCIO 

 

Or posa, stanca mano,

e il flebil spirto ancor risuona…

riluce ancora il verso tuo immortale…

o eterno illuminator dell’uman cieco

spirto errante…

Infondi ancor, su noi mortali,

aura divina del meraviglioso

mare di mille illusioni… spira…

 

 

Angoscia, declino, ripiegamento e soffi di speranza nel ‘dittico poetico’[1] Leopardi-Marcuccio
SAGGIO A CURA DI LUCIA BONANNI 

Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma “il cimento e l’armonia” nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di “studio matto e disperatissimo”, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra “vita strozzata” e pessimismo, ma divennero “strumento conoscitivo” del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.

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Emanuele Marcuccio 

Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.

Il 1828 è l’anno dei “grandi idilli”, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la “prigionia giovanile”. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.

Leopardi muore a Napoli nel 1836 e “finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima”, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di “filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo”. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola “idillio” assume significato di “visione” più che di veduta, infatti il paesaggio, il “colle” è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la “siepe” che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. “Spazi”, “silenzi”, “quiete” con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale (“[…] mi sovvien l’eterno”) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento (“[…] e la presente/ e viva, e il suon di lei”) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.

Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del “naufragar” è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».

E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.

 

Il canto XXVIII “A se stesso” appartiene al “Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.

Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «T’acqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come “ultima dea” che Foscolo enuncia ne I Sepolcri. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.

I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della “canzone libera” leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto “per l’infinita vanità del tutto” è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.

Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.

La lirica “A Giacomo Leopardi” di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all’ “eterno illuminator” affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.

L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito “cosmico” perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello “storico”. Lo stile dell’ “infaticabile poeta palermitano” è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.

La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione (“[S]pirto errante…// […] spira…”), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo “spirto”, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo “flebil” e al participio “errante”, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo “flebil”, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del “natio borgo selvaggio”, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.

Il participio “errante” non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagne del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.

Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la “vergine luna”, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un’ “aura divina”, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura “… spira…”, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.

Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.

LUCIA BONANNI 

San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017

 

Bibliografia:

Cesare Segre; Clelia Martignoni (a cura di), Testi nella storia, Mondadori, 1992.

Angelo Marchese (a cura di), Storia intertestuale della letteratura italiana, D’Anna, 1990.

 

NOTE:

[1] Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente ‘dittico poetico’ è proposto da Emanuele Marcuccio per il prossimo quarto volume del progetto “Dipthycha”, in cui ogni dittico con autore classico sarà introdotto da un saggio breve.

[2] Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]

 

L’autore della poesia, Emanuele Marcuccio, acconsente alla pubblicazione del suo testo su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. L’autrice del saggio, Lucia Bonanni, acconsente alla pubblicazione del testo critico su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. La pubblicazione e la diffusione dei relativi testi – in forma integrale o di stralcio – non è consentita in assenza di autorizzazione da parte degli autori. Il gestore del blog è sollevato da eventuali problemi di plagio o furbeschi copia-in-colla possano presentarsi.