“The Call Center”: spavento Vs curiosità nella poesia-telefonata della performance di Francesca Fini e Davide Cortese. Articolo di Lorenzo Spurio

Articolo di Lorenzo Spurio 

Ben dice Antonietta Tiberia in un recente articolo apparso sulla rivista romana Il Mangiaparole: «Ogni tanto qualcuno ci informa che la poesia è morta. Ma non è vero: la poesia è ben viva e lo sarà finché la porteremo nel cuore. Per questo, dobbiamo ringraziare quei poeti che tanto si adoperano, con mezzi diversi, per renderla accessibile a tutti, per portarla nei luoghi dove non arriverebbe oppure proporla a persone che non la cercherebbero mai di loro spontanea volontà».[1]

Senz’altro curiosa e innovativa la performance poetica di Francesca Fini[2] e Davide Cortese[3] che lo scorso novembre (esattamente il 3 novembre 2019)[4] si è tenuta presso la stanza media del Macro Asilo a Roma. Il progetto, dal titolo inequivocabile “The Call Center”, aveva a che vedere con l’idea di un contatto diretto tra un produttore di poesia e un ipotizzabile ricettore. Un pubblico qualsiasi, trasversale, non scelto, non dotto (non necessariamente), frutto di nessun tipo di scelta e selezione, volutamente indistinto e potenzialmente teso verso un qualsiasi identikit umano. Si tratta dell’evento-avvenimento che Cortese e Fini, con le istallazioni della stessa Fini, hanno voluto portare in scena: una sorta di reading poetico cadenzato, a colpi di cornetta. Performance che non può non far pensare all’invettiva del poeta americano John Giorno (1936-2019) che in Dial a Poem, munito di una cornetta nera (esposta in mostre con suoi reperti e opere) provvedeva a chiamare a random un pubblico declamando poesie di William S. Burroughs, Allen Ginsberg, Diana De Prima, Clark Coolidge, Taylor Mead, Bobby Seale, Anne Waldman e Jim Carroll.[5]

Nel progetto di Fini/Cortese era previsto che il performer, in questo caso non semplice dicitore ma poeta egli stesso, fosse munito di un elenco telefonico della Capitale dal quale trarre numeri di casuali destinatari. Si apprestava così a chiamare, in maniera ordinata, una platea incognita di possibili fruitori della poesia, dietro sua sollecitazione. Viene fatto il numero, la cornetta dall’altro capo del filo squilla e si attende quel tempo, normalmente assai breve, affinché il destinatario si approssimi a rispondere alla chiamata. Ma chi trova dall’altra parte? Non un familiare, non un amico né un collega di lavoro. Oppure – se vogliamo – al contempo tutto questo e anche dell’altro. Trova una voce qualsiasi, di una persona sconosciuta, che chiede di poter recitare una poesia.[6] Una beffa? Forse sì per alcuni. Una perdita di tempo? Altrettanto plausibile nel pensiero di altri. C’è chi storce il naso e, sbigottito, non perde tempo a riattaccare per ritornare alle sue mansioni credute di rango superiore all’ascolto di alcuni sani e gratuiti versi. Chi, intimorito (come non poterlo essere in questa società che grida e inveisce, fatta di persone che ti cercano sembrerebbe solo per un proprio fine di qualche tipo, non di rado economico?) intuisce una possibile inchiesta su prodotti, su tendenze e usi nelle famiglie o, al contrario, di un probabile call-seller, un venditore, un molesto ripetitore di formule persuasive, procacciatore di intercalari di cortesia per cercare di allontanare la discesa della cornetta e la rottura del contatto. È ciò che accade nella gran parte dei casi, è vero, come dar torto a chi, preso in un momento di piccola pausa dal lavoro o chi, tra gli sforzi del seguire un familiare malato, riceve una chiamata imprevista il cui contenuto è nullo, privo di significato, astratto? Ed è proprio in ciò che risiede la potenzialità di questo progetto: nel cercare in uno sconosciuto – potrebbe essere il nostro vicino che mai salutiamo – di farsi accogliere nella propria casa, senza nessun fine disgiunto dal contenuto del messaggio. Quello di usufruire di un bene immateriale, collettivo, gratuito e non deteriorabile quale è la poesia. Se è vero che sono pochi coloro che possono rispondere positivamente a una chiamata di questo tipo, nel lasciarsi coinvolgere da una relazione misteriosa, nel concedere un po’ di tempo all’altro fornendo il solo ascolto nel recepire il messaggio, non c’è neppure da biasimare la poca confluenza e propensione dell’altro a rendere praticabile questo tipo di esperimento.

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Le variabili, i contorni, ne abbiamo già accennati alcuni, possono essere innumerevoli, tutti plausibili e più o meno onesti anche se, dopo che il mittente chiarifica che non si tratta di una vendita telefonica ma di una persona che si offre di leggere una poesia, non si capisce il perché della diffidenza nel continuare a sentire per qualche altro minuto. Si comprende che, al di là dei canonici motivi del poco tempo, della frustrazione collettiva, della poca fiducia nell’altro, si assommano una serie di altri motivi quali l’incomprensione propriamente detta, la considerazione della poesia alla stregua della vendita dell’enciclopedia Treccani, l’inutilità dei contenuti, finanche la paranoia vera e propria. Tutti aspetti che nascono, si fortificano e si estremizzano nel brevissimo tempo del rapporto comunicativo che intercorre tra l’alzata della cornetta e la chiusa della chiamata, in alcuni casi davvero una manciata di secondi.

Le poesie che il performer legge sono di sua produzione o appartengono ad autori del mondo classico ai quali lui (e la curatrice, come il caso di Lowell)[7] si sentono particolarmente legati; tra di essi Walt Whitman, Gregory Corso, Emily Dickinson e Amy Lowell. Cito dalla descrizione della iniziativa: «L’esperienza alienante[8] dei call center, dove il poeta Davide Cortese ha lavorato per un periodo della sua vita, si trasforma in un’azione surreale che capovolge completamente il significato delle telefonate commerciali, instaurando con lo sconosciuto dall’altra parte del filo un’inaspettata relazione poetica priva di scopi utilitaristici». Il funzionamento di questo attacco d’arte, questa performance poetico-sonora, di questo esperimento sociologico: «Davide si siede al tavolo e apre le pagine bianche. Senza pensarci troppo sceglie un numero a caso e chiama. Quando intercetta una presenza umana dall’altra parte del filo, comincia a recitare una poesia, dalla pila di libri che tiene accanto al telefono. Una roulette russa poetica, inaspettata, imprevista e imprevedibile, scevra da mediazioni, presentazioni, preliminari, filtri e formule di cortesia. Ogni nuova telefonata, una poesia: contemporanea, viscerale, secca, dura, tra i denti. Le reazioni degli sconosciuti sono altrettanto sorprendenti e inaspettate: silenzio, sconcerto e, come qualcuno ha avuto poi il coraggio di confessare, puro terrore. Nella maggior parte dei casi, appena Davide comincia a recitare le sue poesie, la gente reagisce ammutolendo. Immagino occhi sgranati e fronti aggrottate, in qualche angolo della città, davanti a qualcosa di evidentemente inimmaginabile e incomprensibile: uno sconosciuto che ti chiama per dedicarti una poesia». 

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Pur vero, come sostiene Giulia Bertotto in un recente articolo dedicato a questa performance, che la lettura di una poesia – in questo contesto e con tali modalità – è «un’azione invadente ma non prepotente».[9] Come dire, è vero… la telefonata può scioccare (oltre che scocciare!) tanto da far rimare il destinatario alla cornetta senza un filo di voce, interdetto e curioso al contempo, da motivarlo in pochi frammenti di secondi a chiudere quella telefonata-boutade o a dare qualche secondo aggiuntivo “omaggio” al chiamante per farsi meglio interpretare. Eppure, per quei pochi che lo scopriranno (che crederanno nel beneficio del dubbio), noteranno che non avranno niente da perdere: nessuno li minaccerà, nessuno chiederà firme elettroniche, pin del proprio bancomat, né dovrà sorbirsi gli intercalari osannanti e mielosi di un venditore di fumo. O forse sì, perché, in fondo, cos’è la poesia? Perché si usa la telefonata se non per comunicare qualcosa di urgente, utile o necessario? La poesia possiede qualcuna di queste caratteristiche? Sì per alcuni (pochi), no per tutti gli altri (la stragrande maggioranza). La telefonata – che giunge imprevista, puntuale, aprendo a un incognito – desta sempre un grande mistero (chi si celerà dall’altro capo del filo?; adesso, che cosa sarà successo?!; lo sapevo che mi avrebbe trovato, ora cosa faccio?!) solo una volta alzata la cornetta può svelare la sua vera natura ma nel caso di questa poetry-call (che nulla ha a che vedere con un call for paper accademico con una sua deadline) non dissipa il suo gradiente di mistero e suspence anche una volta che l’interlocutore ha chiesto “chi è?”, “cosa vuole?” dal momento che sta proprio all’interlocutore – unico padrone del mezzo, ma non del meccanismo nel quale indirettamente è stato introdotto – decidere se continuare questo “gioco”, chiamiamolo così, nella sua accezione di qualcosa di infantile e di indescrivibile al contempo, o per lo meno tentare di comprenderne un po’ meglio i contorni. Cosa che, come Cortese stesso ha rivelato, in pochi hanno deciso di fare.

Frenesia del vivere, disinteresse, disattenzione e fastidio, ma anche mancanza di coraggio – bisogna rivelarlo – nel predisporsi al nuovo, nel gettarsi verso l’incognito. Spazio sconosciuto che si può conoscere e abitare, semplicemente lasciando qualche secondo in più al mittente per recitare qualche altra battuta. E poi, in fondo, anzi in principio, la questione cardine: la poesia. Ovvero quella strana materia scolastica fondata sul ripeti a memoria, fai copia-incolla cerebrale e ripeti alla bisogna, usa e getta… quella cosa pedante da libri a rilegatura pesante di stoffa scura che prendono polvere in qualche angusta libreria di legno che sembra scricchiolare al passaggio, come un qualche lamento di anime. Può destabilizzare una poesia? Può arrecare disturbo, disagio o addirittura spavento l’assistere alla lettura di una poesia? Semmai può creare incomprensione per questa proposta che avviene in maniera incisiva e invadente… Lo spiazzamento che si crea tra l’apertura della chiamata e la decisione istintuale di mettere fine alla conversazione improbabile e assurda, viene coperto da un tempo brevissimo. In pochi – stando alle dichiarazioni dello stesso Cortese caller-poeta, poet-performer che viaggia sulle linee telefoniche – decidono di accettare la sfida e di dedicarsi tempo (non è solo un dedicare tempo all’altro, allo sconosciuto mittente, ma a se stessi, ed è questo il bello) pervasi dai propri dilemmi, ammorbati dal temperamento bizzoso di chi, con una telefonata di quel tipo, si è in qualche modo visto offeso, disturbato, quasi violato nel suo universo domestico. Ci sono anche le eccezioni, è vero e, in quanto tali, non vanno dimenticate e sono meritorie di menzioni; come ha riportato Antonietta Tiberia nel suo articolo «[Alcune] persone, specialmente donne anziane sole, hanno ringraziato per il piacevole intermezzo nel loro pomeriggio di solitudine domenicale».[10] Lo spettro delle risposte è assai ampio: dalla prepotente indifferenza che non dà scampo al performer e che lo silenzia subito chiudendo la chiamata dopo pochi secondi, a un atteggiamento di curiosità mista al tormento che, invece, motiva l’apertura della chiamata… vale a dire il destinatario non interviene (in nessun modo, in nessuna forma) ma resta in ascolto, un po’ inebetito e un po’ affascinato. Dall’altra parte ci sono casi che evidenziano un reale interesse, finanche (raro) una reale partecipazione dell’interlocutore che fa domande, interviene, commenta, addirittura (rarissimo) esprime un giudizio critico o un parere su quel testo o che, avendo introiettato il meccanismo e avendolo trovato utile e divertente al contempo, chiede di poter recitare lui stesso una sua poesia. Nel chiamare a caso i numeri tratti dall’elenco, in effetti, c’è la stessa possibilità di chiamare un meccanico che un poeta, un chirurgo appena rientrato a casa da una dura giornata di lavoro o un modesto carpentiere, come pure un italiano o uno straniero, un anziano o un bambino (e potremmo continuare così all’infinito!) ad ulteriore evidenza di questa applicazione fortemente libera e partecipativa, democratica, scevra da parametri di qualsiasi natura. Così come sono variegati i profili umani dei destinatari, altrettanto lo sono le loro risposte, le loro non risposte, le loro esitazioni, fughe, riprovazioni e condanne.

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Alcune considerazioni dello stesso Cortese in merito alla performance possono aiutarci a comprendere ancor meglio il raggio d’azione e gli intendimenti di questo procedimento, finanche gli esiti raggiunti. In una recente intervista da me condotta al poeta, questi ha rivelato che «Le mie aspettative non sono state deluse. Ero convinto che in molti sarebbero rimasti ad ascoltare, anche solo per curiosità, e così è stato. […] Certamente l’avere all’altro capo del filo un perfetto sconosciuto fa mettere sulla difensiva. Ma lo avevamo messo in conto. Faceva parte del gioco. […] Da questa performance si può desumere che anche tra quelli che non si professano amanti della poesia ci si può ritagliare uno spazio d’attenzione per quest’arte meravigliosa». 

Chi meglio della stessa ideatrice della performance può parlarcene? A continuazione qualche mia domanda posta a Francesca Fini e le sue preziose risposte.[11]

1) Com’è nata l’idea di questa performance e quali obiettivi si proponeva? Essi possono considerarsi raggiunti?

La performance è nata in seguito ad una riflessione che personalmente porto avanti da moltissimo tempo sulla possibilità concreta di realizzare una performance interattiva e immersiva, in cui la separazione tra pubblico e privato, spettacolo e spettatore, venga realmente abbattuta. La risposta a questo eterno quesito, nel caso delle performance che implicano un coinvolgimento del pubblico presente nello stesso spazio del performer, è chiaramente no. Nel senso che il coinvolgimento viene condizionato dalla consapevolezza dello spettatore di essere coinvolto nell’azione artistica, dalla sua preoccupazione di calarsi in una parte e, quindi, di vestire la maschera di ciò che ci si aspetta da lui in quanto spettatore-attore. Comincia quindi, inevitabilmente, a recitare una parte. E dove c’è recitazione, dove c’è rappresentazione, non c’è più performance art. Ho notato come quasi sempre le performance cosiddette interattive, realizzate cioè coinvolgendo il pubblico presente nello spazio performativo, consapevole di diventare parte dell’opera, naufraghino in una sciatta mistificazione concettuale, in una maldestra simulazione di spontaneità e autenticità. Ho quindi immaginato un performance radicale che si basi sul coinvolgimento di un pubblico veramente inconsapevole, ignaro di diventare parte di un’azione artistica. L’idea del telefono è stata prodotta da queste riflessioni, e da lì si è poi sviluppato il concept generale della performance “The Call Center”, con la collaborazione di Davide Cortese, che in scena è semplicemente se stesso, nella doppia veste biografica di poeta e di operatore di call center. Gli obiettivi credo siano stati felicemente raggiunti.

 

2) Porterete questa performance in altri contesti, riproponendola, con la partecipazione di un pubblico come fatto al Marco Asilo di Roma?

La performance “The Call Center” è pensata come dispositivo portatile, adattabile a qualsiasi contesto espositivo e a versioni site-specific. Sono già in contatto con altri festival interessati ad ospitarla, anche all’estero, e con una società per realizzare un vero e proprio set, con gli stessi strumenti e arredi che vengono utilizzati in un call center, lavorando con veri operatori di telemarketing commerciale, che affronteranno una sfida assolutamente nuova, quella di tenere al telefono il potenziale cliente con la poesia.

 

3) La performance può essere definita come un esperimento sociologico? Se sì, ora che è terminata, quali dati di lettura e analisi possono essere dedotti e riferiti?

Ogni opera di performance art pubblica è, di fatto, un esperimento sociologico: innesca una serie di domande, a cui spesso non si trovano risposte esaurienti, sul rapporto tra arte e vita, tra esperienza e rappresentazione, tra verità e finzione. Nel caso di “The Call Center”, questo principio è del tutto evidente. Naturalmente nessuno di noi ha scelto di registrare i dati prodotti dalla performance per una sua lettura analitica, e neppure abbiamo sviluppato preventivamente un criterio scientifico per la registrazione di questi dati. Perché abbiamo scelto di rimanere nel campo effimero dell’arte performativa, il cui impatto è sempre transitorio, la cui narrazione si apre a infinite possibili letture e il cui criterio fondamentale non è quello del senso ma della sensazione. La sensazione più clamorosa che sicuramente questa performance ci ha dato – comunicandola con forza al pubblico presente in sala, quello sì, vero spettatore oltre la quarta parete – è che oramai siamo abituati esclusivamente a comunicazioni di carattere utilitaristico e commerciale. Da cui, ovviamente, abbiamo imparato a difenderci. La comunicazione puramente empatica, priva di secondi fini, tra sconosciuti, non è più considerata qualcosa di possibile per lo stile di vita contemporaneo. Si cerca dietro la strategia, la fregatura, il trucco. La chiacchiera inutile ma utile, senza scopo ma con un fine, per ammazzare il tempo e così dargli un senso, quella dei nostri nonni e di quelli prima di loro, è severamente bandita. Con Davide abbiamo provato che invece questo tipo di comunicazione fa parte del nostro DNA già antico. Ce ne siamo accorti ascoltando lo scambio con quegli interlocutori – pochi ma buoni – che hanno deciso di far cadere il sospetto, di stare al gioco, di farsi trascinare in una situazione così insolita e surreale. E quando riattivi quella latente porzione di codice del nostro DNA, in un sonnacchioso pomeriggio domenicale, scoppia la magia.

Lorenzo Spurio

 

Bibliografia

Bertotto Giulia, “L’arte contemporanea nella poesia: The Call Center”, Slam Contemporary, 3 novembre 2019, https://slamcontempoetry.wordpress.com/2019/11/11/larte-contemporanea-nella-poesia-the-call-center/

Di Genova Arianna, “John Giorno, l’artista che regalava poesia al telefono”, Il Manifesto, 13/10/2019, https://ilmanifesto.it/john-giorno-lartista-che-regalava-poesie-al-telefono/

Tiberia Antonietta, “Poesia al telefono. Call Center poetico al MACRO asilo”, Il Mangiaparole, n°7, luglio/settembre 2019, p. 44.

Intervista a Francesca Fini per performance novembre 2019: https://www.youtube.com/watch?v=DfJ1okAHKRI

http://performart.altervista.org/the-call-center-performance-art-tv/

https://abitarearoma.it/the-call-center-davide-cortese/

https://vimeo.com/groups/21825/videos/385885170

 

Note di riferimento 

[1] Antonietta Tiberia, “Poesia al telefono. Call Center poetico al MACRO asilo”, Il Mangiaparole, n°7, luglio/settembre 2019, p. 44.

[2] Francesca Fini è un’artista interdisciplinare la cui ricerca spazia dalla video-arte al documentario sperimentale, dal teatro alla performance art, dalle arti digitali all’installazione pittorica, inoltrandosi in quel territorio di confine dove le arti visive si ibridano, cercando di proporne una sintesi nuova proprio nel linguaggio performativo contemporaneo. Negli anni ha performato ed esibito il suo lavoro in numerosi contesti di alto livello sia in Italia che all’estero tra cui al MACRO (Roma), Manege Museum (San Pietroburgo), Schusev State Museum of Architecture (Mosca), Arsenale (Venezia), a Toronto, Chicago, San Paolo, Rio. Ha realizzato “Ofelia non annega”, un lungometraggio sperimentale, che mescola il linguaggio della performance art a quello dell’archivio storico. I suoi video sono distribuiti da Video Out di Vancouver e VIVO Media Art Center.

[3] Davide Cortese è nato sull’isola di Lipari (ME) nel 1974 e vive a Roma. Per la poesia ha pubblicato ES (1998), Babylon Guest House (2004), Storie del bimbo ciliegia (2008), Anuda (2011), Ossario (2012), Madreperla (2013), Lettere da Eldorado (2016) e Darkana (2017). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui Poeti e Poesia e I fiori del male. Nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro”. Autore anche di raccolte di racconti.

[4] Non si è trattata della prima performance di questo tipo dato che già due anni prima, nel novembre del 2017, venne realizzato, sebbene in una dimensione domestica nello studio di Francesca Fini. Qui si trova il video di quella esperienza: https://www.facebook.com/performancearttv/videos/544181842601278/ mentre a questo link un estratto della performance romana: https://vimeo.com/groups/21825/videos/385885170

[5] «Dial-A-Poem scaturì da uno scambio con il sodale Burroughs; all’inizio, le linee previste erano dieci, poi crebbero: bisognava strappare più persone possibile dalla banalità del loro everyday», in Arianna Di Genova, “John Giorno, l’artista che regalava poesia al telefono”, Il Manifesto, 13/10/2019, https://ilmanifesto.it/john-giorno-lartista-che-regalava-poesie-al-telefono/

[6] In altri casi il perfomer declama direttamente la poesia senza nessuna richiesta in tal senso e il messaggio poetico, l’attacco d’arte, anticipa un qualsiasi tipo di rapporto dialogico tra mittente e destinatario.

[7] Davide Cortese in una recente intervista privata da me fatta ha dichiarato che «Amy Lowell è un’autentica passione di Francesca Fini e piace molto anche a me. Francesca ha dedicato a questa affascinante poetessa un film meraviglioso: Hippopoetess». Nessuno dei destinatari, come rivelato dallo stesso Cortese, è stato in grado di accennare o intuire l’autore di determinate liriche lette durante la performance.

[8] L’uso del corsivo è mio per sottolineare alcune parole-chiave nella descrizione del progetto fatta dallo stesso autore-performer.

[9] Giulia Bertotto, “L’arte contemporanea nella poesia: The Call Center”, Slam Contemporary, 3 novembre 2019, https://slamcontempoetry.wordpress.com/2019/11/11/larte-contemporanea-nella-poesia-the-call-center/

[10] Antonietta Tiberia, “Poesia al telefono. Call Center poetico al MACRO asilo”, Il Mangiaparole, n°7, luglio/settembre 2019, p. 44.

[11] Intervista condotta a livello privato per e-mail il 24-01-2020.

 

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“Post sisma” di Alessandra Prospero, recensione di Lorenzo Spurio

P.S. Post sisma
Di Alessandra Prospero
Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2012
Pagine: 35
ISBN: 978-88-7351-551-7
Costo: 8 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Nelle notti d’estate quasi m’illudo
che questo cielo non si stacchi cadendo
sulle nostre povere teste inermi
che questa terra non ci tradisca più (24).

 

untitledIl 6 aprile 2009 un potente terremoto colpì l’Aquila e la sua zona limitrofe. Nella tremenda scossa, che avvenne nel cuore della notte, molti edifici non ressero all’impeto della natura e caddero, si sfasciarono come strutture di cartapesta. Moltissimi i morti e i feriti; come non ricordare le giovani vittime della Casa dello Studente? La morte e il terrore si diffusero a macchia di leopardo tra gli aquilani e gli abruzzesi tutti che, anche nei giorni successivi, furono sottoposti ad altre scosse telluriche seppur di minore entità.

Quando si vede la morte con i propri occhi ci si domanda due cose. La prima è perché siamo stati risparmiati e la seconda è perché dobbiamo assistere alla morte degli altri. Chiaramente nessuna delle due domande può trovare una risposta, neppure se decidiamo di abbracciare una particolare religione. La Natura esiste ed è buona con l’uomo perché gli dà tutto: il calore, necessario per vivere, l’acqua, la fonte primaria di vita, il cibo e tutto il resto, ma essa sa anche essere cattiva come dimostrano appunto le calamità naturali. Ci si potrebbe chiedere allora perché ci sia costituzionalmente nella figura della Natura questa paradossale antinomia di bontà-cattiveria, dono-privazione, gioia-terrore, così come già molti anni fa si era domandato Leopardi. Sappiamo, però, che spesso i cataclismi e le cosiddette calamità naturali in fondo proprio “naturali” non sono o per lo meno non sono solo tali, nel senso che la sconsiderata azione umana dell’uomo sul territorio è con-causa determinante se non addirittura causa propulsiva di simili tragedie. Si pensi al disboscamento volto a una più ampia edificazione, alla cementificazione e a tutte le altre sfide che l’uomo pone di continuo alla natura, offendendola, sfruttandola e seviziandola. La Natura, poi, essendo un immenso vivente, vive la sua vita fatta di spostamenti tellurici tra placche, eruzioni vulcaniche, flussi oceanici e tanto altro: movimenti che sono naturali e che non possono essere né governati né pronosticati, sebbene una branca della sismologia crede di sì salvo non aver mai aiutato seriamente in questo senso. Ed ecco dunque che se una frana si presenta è causa dell’uomo che ha sfruttato quel territorio senza metterlo in sicurezza, ecco dunque che se la lava finisce per raggiungere delle abitazioni è causa dell’uomo che ha edificato (e speculato) in territori che, invece, sarebbero dovuti rimanere incontaminati proprio in virtù della vicinanza dal vulcano, ecco infine che se una casa, o una città non sopporta le spinte che vengono dalla Terra che l’uomo può/potrebbe avere delle responsabilità che non sono seconde a nessuno (si veda appunto il processo contro gli ingegneri della Casa dello Studente dell’Aquila).

E’ ovvio, però, che sia la Natura, la Terra, ad essere presa come capro espiatorio delle nostre malefatte perché essa è il mezzo con il quale si manifesta la tragedia che poteva essere evitata. E’ ciò che accade nelle liriche di Alessandra Prospero contenute in P.S. Post sisma. La poetessa, aquilana, ha visto con i propri occhi la sua città cadere come fosse di cartapesta, ha subito il trauma delle scosse e la violenza delle immagini che si sono prospettate dopo l’evento sismico. Tutta la silloge ha come fonte concettuale proprio l’esperienza traumatica e dolorosa del terremoto dell’Aquila; il libro si divide in due parti, una prima parte dove è la distruzione, il terrore e l’angoscia opprimente a dominare, dal titolo “Il dramma” e una seconda parte scritta con coscienza di causa, a posteriori dal tragico evento, con la consapevolezza della grande fortuna spettata a lei e ai suoi cari dal titolo “La speranza”. Andiamo per gradi.

La lirica che apre la raccolta è un pugno allo stomaco. Non esistono trasfigurazioni o ispirazioni a distanza, ma ciò che Alessandra Prospero mette sulla carta è la cronaca di cui lei fu spettatrice di quella atroce calamità. In quel momento è come se la vita si spaccasse e il tempo si bloccasse di colpo trasmettendo a tutti una sospensione invivibile e preoccupante (“quando un buio senza tempo/ diviene eterno”, 11). L’eternità a cui la poetessa si riferisce può avere una correlazione già di per sé all’idea di morte che la stessa può aver configurato nella sua mente nel momento in cui ha realizzato la gravità del momento e la difficoltà di salvarsi. C’è una fuga: si fugge dalla casa in potenziale pericolo di crollo, si fugge dalla notte, si fugge da se stessi per cercare una via di salvezza dove ci si auspica di trovare anche i propri cari (“ e fuggi verso la notte”, 11). Ma il dramma è assillante, la Natura mostra un temperamento sadico e ossessivo non permettendo una tregua, una calma da quella violenza: “il salto continuo/ il tremito perenne” (11). Tutto d’intorno è desolazione, paura, appello d’aiuto e preghiera accorata affinché la Natura smetta di “tradire” l’uomo.

C’è la consapevolezza, però, nella prima lirica della fortuna (o del destino positivo) o piuttosto della coincidenza che ci si è salvati. Si è attori della tragedia, è vero, ma non si è vittime e questo intensifica ancor di più l’attaccamento dell’uomo nei confronti della vita: “Respiro ancora,/ vedo ancora/ vivo ancora,/ palpitante” (11). Significativa è la reiterazione di “ancora” che sottolinea un certo stupore nell’esserci nel presente dopo quanto di drammatico accaduto.

I protagonisti della tragedia sono tutti: i bambini, gli adulti, gli anziani, gli animali, le case, la città e le coscienze della gente. Solo il bambino, inconsapevole di quanto è realmente accaduto, può conservare ancora un sorriso sulle sue labbra (“Il mio bambino biondo ride”, 12), mentre il luogo dove è accaduto il fatto è definito “una città fantasma/ gremita di spettri”, 12).

E’ la Morte la vera protagonista del dramma che si insidia nel privato delle famiglie, di soppiatto, traditrice e infingarda, a portare via corpi con una famelica ingordigia: “Ne potevo avvertire il fiato,/ ne ho udito i passi pesanti,/ potevo sentirla dietro di me/ senza per questo voltarmi”, 12). La Morte è un’onnipresenza concreta in quell’ambiente, temuta e aborrita, seppur invisibile.

Si domanda alla Terra il perché di quanto accaduto. Ci si appella di smettere, perché niente del genere può essere sostenuto ancora. Si prega, con poca convinzione, si piange, e si ringrazia, non senza stupore, un qualcuno che ha deciso di risparmiarli: “La nostra preghiera/ è un lamento,/ una paura,/ un ringraziamento” (13).

E così come si diceva poc’anzi cambia la fenomenologia del tempo, da categoria logica e da determinante dell’essere esso diventa vago, indistinto, non-catalogabile né definibile: il buio può esserci anche di giorno perché è il buio delle coscienze e del tormento; il giorno e la luce rimangono esistenze flebili che sembrano essere offuscate dal buio. Ci si attacca al passato, al ricordo, al vissuto (“E ieri diviene per sempre”, 14) anche se le case che costudiscono le memorie sono venute giù, distrutte e ora, più che essere custodi dell’intimo sono diventate rovine alla mercé di tutti (“La mia casa divenne/ un ossario di speranze”, p. 15). Il presente è un tempo senza-tempo, incalcolabile, sospeso, che viene vissuto nel tormento, nella paura che ciò che è accaduto, riaccada, che il Mostro tentacolare torni a reclamare altre vite (“E l’oggi non è mai domani”, 14).

E’ duro il commento della poetessa nei confronti di quanto accaduto e non potrebbe essere diversamente: rabbia e dolore si cementano in questo cuore scalfito dalla violenza degli accadimenti. Impossibile capire perché certe cose inutili e dolorose accadano: “Troppo presto vanno via le carezze, i sorrisi/ e i gesti accoglienti/ senza un perché umano/ che ci motivi questo abbandono” (16). La disperazione è tale che la poetessa nella lirica “Delusa” non può che abbandonarsi a una considerazione che dimostra lo sconforto nel credere che un domani potrà esserci: “Morta/ giace in un angolo/ la mia voglia di ricominciare” (18).

La seconda parte della silloge apre alla speranza e permette di intravedere la luce. Dopo aver conosciuto la Morte da vicino e dopo aver superato una grande prova con la propria coscienza, la poetessa è in grado di intravedere un futuro nella figura del bambino a cui è dedicata la lirica “Figlio” nella quale in chiusura scrive: “Figlio,/ di te vivo,/ gemma viva nella polvere,/ nenia di paradiso” (30). L’immagine del bambino, che sta ad indicare il futuro, la nuova generazione che cresce e che poi sostituirà quella precedente, è necessaria alla donna per ricevere un influsso positivo, “di te vivo”, del quale alimentarsi proprio come una gemma che, pur nella polvere, riesce a sbocciare a portare la vita. Non è un caso che in copertina ci sia un muro spaccato di una casa dove si vede la muratura e vicino un ramo di un arbusto con alcune foglie, simbolo della vita che incessante torna a rioccupare anche i territori morti come la poetessa aveva già consacrato in un’altra lirica della prima sezione: “L’edera freme e resiste strenua/ ai lati del mio cancello,/ a proteggere i miei ricordi/ come le bocche di Bonifacio” (15).

Un libro da leggere con il cuore e da fare proprio, dando il giusto peso a ciascuna parola, a ogni aggettivo e colore che Alessandra mette sulla carta. Non è una poesia da interpretare, Alessandra già fornisce tutto nei suoi versi lunghi, come una cronaca rimembrata e allo stesso tempo sempre attuale.

In questo libro c’è l’attaccamento per la propria terra e lo sgomento di chi vede i suoi simili sopraffatti dall’Ignoto.

In questo libro c’è l’amore, l’orgoglio, la speranza.

In questo libro c’è tutto.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 22-10-2013

 

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