Giuseppina Vinci torna con un saggio letterario: “Riflessi letterari”

Nell’opera parlano Leopardi, Montale, Joyce, Woolf e tanti altri autori

 Comunicato stampa

coverTraccePerLaMeta Edizioni ha appena pubblicato “Riflessi letterari” di Giuseppina Vinci: un percorso tra le pieghe della letteratura italiana ed inglese. La scrittrice analizza secondo la propria esegesi dei testi che propone, opere centrali negli studi sulla letteratura, quali ad esempio alcune liriche di Leopardi , focalizzandosi su precisi  ambiti letterari: il simbolismo, l’ermetismo, il modernismo inglese. La scrittura piana e accessibile a tutti e l’esposizione del suo pensiero critico su ciascun opera/autore è breve, preciso e condensato, capace di fornire all’attento lettore nuovi spunti di analisi e ricerca.

Dalla prefazione del critico letterario Lorenzo Spurio si legge: «Giuseppina Vinci, docente di materie classiche al Liceo Classico Gorgia di Lentini, dà prova con questo libro di come la letteratura non solo debba essere letta, possibilmente ad alta voce e senza rumori intorno, ma di come essa debba essere interpretata, riletta, vissuta e ri-creata, perché è proprio dall’interazione che si crea tra autore e lettore che si ricavano i variopinti significati e le leggiadre possibilità di indagine dell’uomo nel mondo reale».

 

L’autrice

Giuseppina Vinci è nata a Lentini (SR), città nella quale vive e insegna presso il Liceo Classico “Gorgia”. Ha pubblicato due libri di poesie e racconti: Battito d’ali (Aletti Editore, 2010) e Chiara è la sera (Angelo Parisi Editore, 2012). Oltre alle poesie e ai racconti, ha pubblicato articoli su quotidiani nazionali e locali, tutti contenuti in Chiara è la sera e è presente  in Cento voci verso il cielo, Antologia poetica e in Antologia di poesie “Il Forte”.

 

                       

TITOLO: Riflessi letterari
AUTORE: Giuseppina Vinci
PREFAZIONE: Lorenzo Spurio
EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni
COLLANA: Sabbia – Critica letteraria
PAGINE: 68
ISBN: 978-88-907190-9-7
COSTO:  9 €

Link diretto alla vendita

 

Info:

info@tracceperlameta.orghttp://www.tracceperlameta.org

Ufficio Stampa: Lorenzo Spurio – lorenzo.spurio@alice.it

“I libri di Giuseppina Vinci, tra poesia, racconti e articoli d’attualità”, a cura di Lorenzo Spurio

I due libri di Giuseppina Vinci, tra poesia, racconti e articoli d’attualità

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

La poesia più bella
è il ricordo.
(in “Un ricordo”, BDA, p. 26)
 
La tua vita
è una catena
ci tiene insieme la catena della memoria,
lei non sarà mai sepolta
mai si dissolverà.
Tutto è memoria.
(in “La memoria”, CELS, p. 30)

 

DSCF3031Solitamente riservo una recensione o commento a ogni libro singolo, ma questa volta mi sento di fare un’eccezione per varie ragioni, la prima delle quali è che ho letto i due libri di Giuseppina Vinci parallelamente e da essi ne ho tratto un significato e insegnamento molto importante e per lo più condivisibile. Giuseppina Vinci, è una docente di materie classiche al Liceo Classico Gorgia di Lentini, in provincia di Siracusa, e negli ultimi anni si è dedicata con attenzione e capacità alla scrittura. I generi che ha trattato sono molto diversi tra loro: si va dalla poesia al racconto, dal saggio letterario su opere/poesie della letteratura italiana e inglese, all’articolo di giornale. Il suo primo libro, Battito d’ali (Aletti Editore, 2010) è una silloge di poesie ed è la prima di queste a dare il titolo alla raccolta, in essa si legge:

 La natura ci ha donato le capacità

del sentire e del discernere,
appunto ali per viaggiare
nei sentimenti,
nei pensieri.
 
in “Battito d’ali”, p. 17.

 

In questa prima silloge, Giuseppina Vinci utilizza i versi e le azioni della natura (il battito d’ali, il fragore di un’onda, la forza del mare) per esprimere i concetti universali di carattere ontologico che da sempre interessano e disturbano l’essere: qual è il senso del vivere? Dove andremo a finire? Esiste la vita eterna?, questioni che in parte la poetessa riassume in maniera laconica in questi versi: “Niente rimane nel nulla/ ma tutto è legato all’eternità” (in “Tempo dell’attesa”, p. 25).

Il secondo libro, Chiara è la sera (Angelo Parisi Editore, 2012) si compone di racconti, poesie e articoli di giornale. La parte delle poesie si apre con un omaggio a un grande della letteratura inglese, Thomas Hardy, che la poetessa ricorda e celebra durante la visita della sua tomba: “Solo accanto a te ho pregato” (p. 21) e ad Hardy è indirettamente dedicata anche la poesia “Tess” dedicata all’omonima eroina del suo celebre romanzo: “Tess, creatura amata/ […] tutti siamo te!” (p. 39). Nella silloge di poesie precedente, invece, era contenuto un impareggiabile lode a Keats, uno dei più grandi poeti in assoluto della letteratura: “La tua arte per sempre/ nei nostri cuori vivrà” (p. 29), conclude Pina Vinci.

DSCF3033Molte le poesie dall’intento chiaramente sociale e civile come “Combatti” nella quale la poetessa intima il giovane e l’uomo d’oggi a combattere, a manifestare le sue idee, a non lasciarsi mettere i piedi in testa e non farsi abbindolare dai potenti che ricercano sempre più potere; lo sguardo è a tratti amaro (“la sciocca strada della vita”, p. 24), a tratti catastrofico (“il male trionfa”, p. 24) e in parte sottende a una filosofia esistenzialistica cupa ed estrema: “L’unica cosa certa è l’infelicità” (p. 17) con echi di Schopenahuer e Leopardi (si noti che al poeta romantico marchigiano è dedicata una poesia commemorativa intitolata “Recanati” nella quale si legge: “Recanati oggi/ devo renderti onore/ devo inchinarmi ai Suoi versi/ all’immortalità della Poesia/ alla Speranza della Poesia” (p. 37).

Chiari i riferimenti alla religione nei simboli dell’acqua, della tomba (“La tomba racchiude il tutto e il nulla”, p. 43), della cenere, del tempo che passa, nel Natale, e nel fascino della creazione di cui la poetessa parla in “Land’s end” (p. 34).

La poetessa celebra anche la sua terra d’origine, Lentini, celebre per i grandi natali di Gorgia e Jacopo e l’esorta a riaversi dal torpore nel quale è caduta e a risorgere: “Ritorna ai tuoi antichi splendori” (p. 22) è la chiusa di questa poesia.

I racconti sono accomunati dalla loro brevità e al contempo dalla ricchezza dei sentimenti in essi contenuti: si parla di predestinazione e di religione, ma anche di senso del dovere, dell’importanza della famiglia e del rispetto e del dolce ricordo della figura materna, che nel racconto “Una donna”, viene descritta con un parallelismo con la poetessa Emily Dickinson: “Una viva nel ricordo dei suoi cari. Dimenticata dai tanti che l’hanno conosciuta. L’altra famosa nel mondo per la Sua poesia. Ho amato entrambe” (p. 19).

La parte conclusiva, quella sotto forma di articoli di giornale, contiene riflessioni, commenti apparsi su vari quotidiani locali e nazionali dove l’autrice esplica quelle che a suo dire sono le problematiche dell’oggi, cercando di indagare le ragioni dello stato letargico e indisposto della politica italiana e il perché di tanta violenza e sopraffazione. Mi sento di dire che gli articoli qui proposti, per tema, possono essere suddivisi in almeno quattro categorie:

–          gli articoli d’attualità, che prendono spunto da un fatto accaduto e al quale l’autrice ha partecipato più o meno attivamente (un incontro di poesia nel Liceo Classico, una visita a New York del dopo 11 settembre)

–          gli articoli sull’incertezza politica e il caos sociale (con riferimenti più o meno diretti e criticità nei confronti di certe classi di governo)

–          articoli ermeneutici che partono da un’analisi-confidenza con l’insegnamento cristiano e i testi biblici, il cui studio l’autrice invoca venga fatto con più dedizione nelle scuole

–          articoli su alcuni drammi sociali: la guerra, il razzismo, l’inferiorità della donna, etc.

 

Di politica si parla molto in questi articoli datati 2008: si parla della fine del governo Prodi, del clima d’incertezza, del momento delle elezioni, della classe dei potenti che “conclud[ono] patti di acciaio o di argilla con altri potenti” (p. 45) facendo finta di non sapere che “sarà sottoposto a un giudizio supremo” (p. 45). C’è insoddisfazione nei confronti dell’oggi visitato con criticità e delusione: i giovani nominano Aldo Moro come se si trattasse di un personaggio di secoli molto distanti da noi e questo genera nell’autrice rammarico e in un altro articolo lo stallo ideologico e la mancanza di una visione oggettiva e concreta all’interno delle fazioni politiche porta a chiedersi alla donna: “E se tornassero Almirante e Berlinguer? Intanto saremmo tutti più giovani. Quelli erano politici puri nelle loro convinzioni” (p. 64).

Ma i personaggi del nostro oggi che il lettore incontrerà saranno molteplici: da Martin Luther King, martire della battaglia d’uguaglianza razziale, a Obama che incarna un po’ la vittoria della classe nera che in America è sempre stata un po’ considerata sopraffatta e minorizzata; si incontreranno i pontefici: da Montini a Giovanni XIII, il Papa Buono, sino a Giovanni Paolo II e a Papa Ratzinger ricordato nel suo messaggio d’inizio Pontificato e in quello tenuto all’università di Ratisbona che tanto creò disagio e scompiglio. Personaggi che, uniti ad Aldo Moro di cui si parlava, rappresentano la cristianità e l’importanza della religione nel tessuto sociale italiano e occidentale in genere. “Riflettevo giorni fa su quanto sia diverso il mondo occidentale da quello orientale” (p. 72) scrive Giuseppina Vinci aprendo poi alla necessità al “rialzamento” della politica italiana.

E la poetessa descrive a tinte forti quelli che sono i mali del secolo, i sistemi corruttivi e denigratori che rendono il Belpaese una nazione felice sì, ma decenni orsono (l’Italia è qui utilizzata come grancassa dell’Occidente tutto): la subordinazione e la violenza nei confronti della donna, il maschilismo, il fondamentalismo religioso e il terrorismo che è presente nel sostrato di vari articoli tra cui “America spezzata e umiliata!” in cui la Vinci scrive “Ho sentito l’America spezzata. La padrona del mondo umiliata” (p. 49) a seguito del grande attentato nel 2001; ma in questo libro si parlerà anche della cattiva legge elettorale italiana, della necessità della revisione del sistema giudiziario e di quello scolastico, di quote rosa ed ogni idea, di ogni singola persona, dovrà essere tenuta da conto perché “Le idee ci distinguono, altrettanto le opinioni; ma se le idee e le opinioni non si espongono, che vale possederle?” (p. 68).

Il messaggio è chiaramente gravato da insoddisfazione nei confronti di decenni di malgoverno e falsa democrazia e mancata meritocrazia che conduce la poetessa a servirsi di parole potenti che vennero utilizzate da J.F. Kennedy: “Non chiedetevi cosa lo Stato può fare per voi, ma cosa voi potete fare per lo Stato” (cit. p. 51). Tutti, dunque, siamo utili e dobbiamo esserlo. Basta che ce ne rendiamo conto e che ci impegniamo collaborativamente e attivamente per un progetto condiviso (tanto in politica, quanto nelle altre sfere) affinché la paura, “che testimonia la piccolezza dell’essere umano” (p. 62) venga messa fuori gioco.

E per sempre.

 

 

I due libri di cui ho parlato sono:

 

Battito d’ali
di Giuseppina Vinci
Aletti Editore, Roma, 2010
ISBN: 978-88-6498-168-0
Numero di pagine: 42
Costo: 12 €
 
Chiara è la sera
di Giuseppina Vinci
Angelo Parisi Editore, Lentini (SR), 2012
ISBN: 9788896137284
Numero di pagine: 76
 

CHI E’ L’AUTRICE?

GIUSEPPINA VINCI è nata a Lentini (Siracusa), la città di Gorgia e Jacopone. Insegna al Liceo Classico Gorgia di Lentini da circa diciotto anni, dopo aver insegnato presso altre scuole pubbliche della stessa città: anni che hanno significato momenti di formazione, crescita e indimenticabili amicizie. Attenta alle problematiche sociali, ha pubblicato articoli su quotidiani nazionali e locali. I suoi due libri sono la raccolta di poesie “Battito d’ali” (Aletti, 2010) e “Chiara è la sera” (Angelo Parisi Editore, 2012).

  

a cura di Lorenzo Spurio

scrittore, critico letterario

 

Jesi, 24 Aprile 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

La solitudine in poesia vista attraverso l’immagine del volatile: “il passero solitario” di Leopardi, il gabbiano Jonathan Livingston e l’albatro

Il passero solitario
di  Giacomo Leopardi
 
commento di Giuseppina Vinci

Grande fascino desta il primo verso ‘’d’in su la vetta della torre antica’’ la vetta, le altezze,  si allungano verso il cielo, come guglie di una cattedrale che si elevano verso l’infinito, altri spazi, altri mondi; colui che sta su una vetta non può non essere che diverso dagli altri, colui che ha desiderato raggiungere la vetta aspira a una vita differente perché è differente, aspira all’infinito, a una esistenza ‘’elevata’’.

ps_jpgpassero solitarioIl passero dalla vetta della torre può ammirare un paesaggio bello ricco di luce perché la primavera ha illuminato la campagna e intenerito i cuori, il nostro Poeta ammira la natura e la sua bellezza, non può non ammirarla perché essa ‘’intenerisce il cuore’’. La Torre simboleggia la durezza del carattere, l’impenetrabilità del dolore,  la corazza di una personalità triste, melanconica,  sente di essere forte perché se ne sta in disparte; solitario ha scelto la solitudine e crede di poter vivere da solo. Non può ammirare e gioire delle bellezze della natura come tutti gli altri passeri, come tutti gli altri giovani. Scegliere la solitudine è la Scelta della sua vita, della sua breve vita. Perché rinunciare alla gioia? Breve ma pur sempre viva e presente.

La brevità della gioia dovrebbe impedire di abbandonarsi alla solitudine. Egli si è abbandonato alla Solitudine.Pur breve, la gioia  va vissuta anche se seguita dall’inevitabile dolore. Antica, par ricordare l’ ‘’antico’’ marinaio del poeta inglese Coleridge. Antico, remoto, non vecchio, quasi intoccabile,antico come il Dolore che è sempre stato e sempre sarà, ricorda Keats ( the pain that has been and may be again)  nella sua celeberrima urna greca. Condizione comune a tutti gli esseri umani, non puoi evitarlo. Dolore silenzioso, orgoglioso, remoto come ho scritto in una mia breve composizione. Il passero canta la propria solitudine e alla fine del giorno accetta la fine. Il Poeta sente di rimpiangere i momenti non vissuti, momenti che avrebbero potuto riscaldare il cuore. Anche Jonathan  Livingstone sceglie la solitudine, ma vola, sui mari, sui monti, si stacca dal gruppo, dalla esistenza fatta di obbedienza alle regole stabilite dal capo. Il  gabbiano Jonathan gioisce, spazia, soprattutto perché lontano dal gruppo che non ama volare come lui. Volare è la vita per Jonathan, ma il passero, il Poeta non vola, si stacca dal gruppo non per volare, spaziare, librarsi, gioire ma per rimanere immobile nella solitudine e dunque nella sofferenza.

Il gruppo punisce Jonathan per non essersi adattato, per aver trasgredito, ma lui non cambia, rimarrà lo stesso, amerà volare e continuerà a volare, ossia a vivere.

Il gabbiano di Baudelaire, schernito e annientato, è il Poeta condannato per essere diverso, per essere incompreso, per essere genio. Tutti ciò che appare diverso deve essere annientato. La norma è l’istituzione, e dunque, se fuori dalla norma, deve essere emarginato.

gabbIl poeta, incompreso perché geniale deve essere mortificato e dunque morire. Qui il Nostro, forse schernito dalla comunità recanatese, deliberatamente sceglie di non condividere la sua vita con altri giovani e giovinette del paese. Avrà molto sofferto. La sua adolescenza sarà stata simile a quella di tanti altri giovani, non amati soprattutto nell’ambiente familiare; niente che possa intenerire il suo cuore; durante quegli studi matti e disperati, si affanna a trovare una causa al dolore causa che difficilmente troverà. Un Thomas Hardy che non accetta la  necessità del dolore. Una Natura, le stelle che brillano, fredde e luccicanti rappresentano una Volontà indifferente alla sorte delle umane genti.

Una Volontà immanente, non soltanto indifferente ma che scherza con gli esseri umani deboli e fragili ‘’destinati’’ alla sofferenza. Non un Dio, ma ‘forze oscure’’ come Hardy le definiva, oscure perché ne sconosci l’origine, si accaniscono per far sì che l’uomo soffra e gioiscono della sua infelicità. Raggiungono la meta, il fine. Tess perirà a Stonehenge, condannata per aver assassinato Alec, ma Tess non è altro che simbolo dell’umanità,  vittima di forze oscure. Simbolo della umanità senza speranza, condannata alla morte, alla Fine. Anche Hardy si chiederà il motivo di  tanto dolore. Non saprà mai darsi una risposta. Se non quella di credere alla grande solitudine dell’uomo e alla sua inevitabile sorte di dolore e abbandono. Il nostro Poeta, come il passero perirà, si rammaricherà della vita, della propria vita trascorsa nel rifiuto, Nessuno mai l’ha consolato,  ‘all’apparir del VERO tu misera cadesti’’ dell’altra nota poesia ‘’A Silvia’’, le illusioni che avrebbero potuto confortarlo sono illusioni; la speranza nelle illusioni è anch’essa perita.

Solo il Nulla non perirà.

 

Giuseppina Vinci

Docente di Lingua e civiltà inglese al Liceo classico Gorgia di Lentini.

“Cinquanta sfumature di grigio” di E.L. James, recensione di Lorenzo Spurio

Cinquanta sfumature di grigio
di E.L. James
Mondadori, Milano, 2012
ISBN: 9788804623236
Pagine: 548
Costo: 12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

   

La sessualità di molti esseri umani di sesso maschile contiene un elemento di aggressività –un desiderio di dominare, che la biologia sembra mettere in relazione con la necessità di superare la resistenza dell’oggetto sessuale con mezzi differenti dalla seduzione. Così il sadismo non sarebbe altro che una componente aggressiva dell’istinto sessuale divenuta indipendente ed esasperata, e che, spostandosi, ha usurpato la posizione di guida.

(Sigmund Freud, Tre Saggi sulla sessualità, 1905)

50-sfumature-di-grigio-recensioneNon sono un appassionato del genere erotico, ma ho deciso di leggere Cinquanta sfumature di grigio perché se ne è parlato tanto negli ultimi tempi e, nel bene o nel male, è diventato uno dei più grandi best seller. Purtroppo, bisognerebbe aggiungere, almeno per una serie di motivi che cercherò di tratteggiare in questa recensione.

La storia contenuta nel romanzo, prima parte di una trilogia scritta dall’autrice nel corso di un anno è mezzo, è semplice al punto di apparire ripetitiva, poco originale e ridondante. La ventiquattrenne Anastasia Steele è una studentessa di letteratura inglese che sta preparando una tesina su Tess dei d’Urbervilles, romanzo di Thomas Hardy con il quale l’autrice E.L. James credo abbia voluto costruire un rimando: la protagonista, Tess, viene stuprata dall’uomo del quale poi sarà costretta a sposare, un certo Alec, un’unione forzata che animerà nella mente di Tess l’omicidio e che la condurrà essa stessa all’esecuzione. Chi conosce la narrativa di Thomas Hardy sa che lo scrittore vittoriano ha sempre dato una grande peso alla concezione fatalistica della vita secondo la quale le cose succedono non perché conseguenza di altre o perché qualcuno le ha decise, ma semplicemente perché debbono accadere e dunque essere accettate così come si presentano, ineluttabilmente. E’ ciò che avviene alla giovane Tess che, ferita nell’onore e in condizioni disagiate dopo la morte del padre è costretta ad accettare di vivere con l’uomo che la violentò convertendosi in sua moglie, ma chi ben conosce il romanzo sa che questa situazione è impossibile da essere trasportata e genererà la tragedia. Eros e Thanatos che si incontrano.

Ritornando alle Cinquanta sfumature di grigio, l’altro personaggio centrale della narrazione è Christian Grey chiamato semplicemente Mr. Grey, un uomo spavaldo, egoista, che gestisce una grande azienda. I due personaggi non potrebbero essere più diversi: studiosa e in cerca di lavoro lei, ignorante e imprenditore lui, di modeste condizioni economiche lei, ricchissimo lui, sensibile e vergine lei e opportunista e perverso lui. L’occasione d’incontro dei due personaggi è il momento dell’intervista che Kate, l’amica di Anastasia, avrebbe dovuto fare a Mr. Grey ma che, a causa di un’influenza non può fare e per questo viene sostituita da Anastasia. L’intervista va bene, ma subito tra i due si crea un’attrazione particolare che porterà poi Mr. Grey a re-incontrare Anastasia, corteggiarla e riempirla di regali. C’è inizialmente una vera infatuazione di Anastasia nei suoi confronti: è allettata dai regali e dalle attenzioni di lui e affascinata dalla sua bellezza tanto che si lascia andare dagli eventi, convinta che quella è una occasione proprio da non lasciarsi perdere.

Ma le cose non tardano a mostrarsi essere diverse quando Mr. Grey, pur attratto ed interessato a lei, si mostra schivo e freddo, sprezzante e autoritario: Anastasia crede di poter “far l’amore con lui”, ma lui subito l’avverte che “non fa l’amore, ma fotte”. A partire da questo punto in Anastasia nasce una sorta di risentimento o dubbio che la logora: da una parte è attratta da quell’uomo e vorrebbe buttarsi a capofitto in quella storia, dall’altro lui è a tratti enigmatico, ha comportamenti bipolari, attuando a volte in maniera dolce altre in maniera sgarbata: “E’ un uomo così imprevedibile, sensuale, intelligente e spiritoso. Ma i suoi sbalzi d’umore… e la sua voglia di farmi del male. Dice che terrà conto delle mie riserve, ma mi fa paura lo stesso. Chiudo gli occhi. Cosa posso dire? Dentro di me, vorrei solo di più, più gesti affettuosi, più giocosità, più… amore” (cap. 20).

111Alla fine Anastasia deciderà di accettare il suo brutto comportamento e tutto ciò che questo comporta accettando un po’ per amore un po’ per abnegazione le sue condizioni sebbene non arrivi mai a sottoscrivere il contratto che Mr. Grey ha preparato per lei. Il contratto è una scrittura preoccupante nella quale Mr. Grey ha previsto una serie di diritti-doveri delle parti che garantiranno il loro rapporto sessuale, un rapporto di tipo sadomasochistico tra Dominatore e Sottomessa. Lì, inoltre, sono previste le modalità, le tempistiche e l’elencazione delle pratiche che verranno portate avanti all’interno di questo perverso gioco. La Stanza Rossa o Stanza delle Torture sarà la stanza della casa di Mr. Grey appositamente dotata di bende, funi, divaricatori ed altri strumenti per queste pratiche devianti. Anastasia è affascinata e impaurita allo stesso tempo, galvanizzata e tormentata, eccitata e dibattuta, ma alla fine deciderà di accettare tutto questo un po’ alla volta, convertendosi in una serva silenziosa e pronta a tutto.

La narrazione, come si diceva, è abbastanza ripetitiva nelle scene che vengono fornite e, benché la varietà delle perversioni e degli atteggiamenti sessuali sia abbastanza eterogenea, nella lettura si ravvisa una certa piattezza nel tono. Il linguaggio, pure, è semplice e colloquiale –nel corso del romanzo i due protagonisti parlano spesso attraverso il linguaggio della posta elettronica- ma di certo consono per una storia di questo tipo: arcaismi o elementi retorici avrebbero di gran lunga appesantito la lettura che già di per sé è pesante. La scrittrice avrebbe benissimo potuto tagliare alcune parti –e quindi un’abbondante numero di pagine, se non di capitoli- senza mutare granché il senso del libro. Perché in fondo in un libro un senso c’è sempre, vero? E allora quale dovrebbe essere il significato di questo atlante delle perversioni sessuali? Non mi è chiaro.

In questo clima di profonda soggezione e tormento che provoca nella protagonista sensazioni completamente contrastanti c’è spazio per un momento di riflessione: l’utilizzo della violenza fisica in un rapporto bondage dà o sembra dare la convinzione alla protagonista che con quel mondo ha chiuso e che quindi ne verrà fuori a testa alta. Ma dato che il lettore sa che la storia non è che una trilogia siamo giustamente portati a pensare che la protagonista ricada in questo tunnel di sesso e violenza, apparentemente senza sbocco. C’è però uno spiraglio di luce in questa narrazione perversa: Anastasia, pur assoggettata completamente, è consapevole che l’ossessione per il sesso e per le pratiche BDSM di Christian sia segno di malattia, di un disturbo psichiatrico da fronteggiare ed è lei stessa che pensa di poter essere la sua ancora di salvezza: “Quest’uomo all’inizio mi sembrava un eroe romantico, un ardito cavaliere bianco dall’armatura scintillante, o un cavaliere nero, come dice lui. Invece non è un eroe; è un uomo con gravi, profonde lacune emotive, e mi sta trascinando nel buio. Non potrei, invece, essere io a guidare lui verso la luce?” (cap. 20).

Freud nei famosi “Tre saggi sulla sessualità” aveva avuto modo di parlare di come nascono le perversioni a partire dalla giovane età dal soggetto e da cosa sono animate o motivate. Parlando del sadomasochismo, oltre a definirne il peculiare atteggiamento di dominazione e sottomissione aveva osservato che spesso il sadomasochista ha come genesi del suo comportamento deviato un trauma pregresso e la stragrande maggioranza delle branche psicologiche che da essa dipartono sono di questo avviso: “Stoller ritiene che l’essenza della perversione sia la “conversione di un trauma infantile in un trionfo adulto”. I pazienti sono spinti dalle loro fantasie di vendicare umilianti traumi infantili causati dai loro genitori. Il loro metodo di vendetta è quello di disumanizzare ed umiliare il loro partner durante la fantasia o l’atto perverso”.[1]

L’idea che si potrebbe azzardare è che l’accecante perversione di Mr. Grey, il suo cieco sadismo e la sua voglia indomabile di dominare sugli altri (al lavoro, come nella vita privata) non solo sia frutto di un atteggiamento narcisistico, ma ha chiaramente una genesi nel periodo infantile che, come l’autrice narra, è di certo stata difficile e traumatica: ha subito maltrattamenti dalla madre che era violenta e si ubriacava ed è stato poi dato in adozione ad un’altra famiglia, episodi che fanno dire a Christian “ho avuto una dura introduzione alla vita”.

Pure non è da sottovalutare il fatto che da ragazzo abbia avuto rapporti sessuali con una donna più grande di lui, una certa Mrs. Robinson, esperienza che probabilmente l’ha traumatizzato similmente a quanto avviene ai personaggi nei romanzi di John Irving. Si tratterebbe qui di capire se questo rapporto gerontofiliaco[2] (di differente età tra i partner) sia avvenuto consensualmente, ossia con il tacito e innocente consenso dell’allora ragazzo o se, invece, abbia presupposto una certa violenza e coercizione da parte della donna tanto da diventare un atteggiamento pedofilico come Anastasia nel romanzo pensa che sia stato.

A questo punto mi viene in mente una domanda che in un certo modo ha animato la mia intera lettura del romanzo. Ma ne avevamo realmente bisogno? C’è qualcuno che ha letto il libro che possa rispondere affermativamente per qualche ragione? Trovo pressocchè banale e semplice rispolverare De Sade con il mero scopo di “far parlare di sé”. Perché se questo romanzo è uno di quelli di cui “basta che se ne parli”, allora lo scopo è di sicuro stato raggiunto. Ma perché se ne parla? Semplicemente perché il proibito affascina, l’erotico esalta e fa risvegliare sogni latenti nell’immaginario dell’uomo. C’è da augurarsi, allora, che questo non avvenga, per la salvaguardia dell’umanità tutta e soprattutto dell’archetipo femminile ampiamente degradato con questa narrazione.

Lorenzo Spurio

Jesi, 28-01-2013

BIBLIOGRAFIA

Berra, Ludovico, Le perversioni sessuali, Edizioni Libreria Cortina, Torino, 1999

De Sade, Donathien Alphonse, Le 120 giornate di Sodoma, qualsiasi edizione

Freud, Sigmund, Tre saggi sulla sessualità (1905), qualsiasi edizione

James, E.L., Cinquanta sfumature di grigio , Mondadori, Milano, 2012.


[1] Ludovico Berra, Le perversioni sessuali, Edizioni Libreria Cortina, Torino, 1999, p. 20.

[2] In realtà il termine è usato in maniera inappropriata perché la gerontofilia prevede che una persona giovane ricerchi il rapporto sessuale con un anziano e sarebbe proprio la presenza di caratteristiche senili del corpo quale malattie, affaticamento o scarsa mobilità gli elementi ricercati ed eroticamente eccitanti.

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