“Eppure” di Amerigo Iannacone, recensione di Lorenzo Spurio

Amerigo Iannacone, Eppure, Edizioni Eva, Venafro, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

In ordine meramente cronologico il volumetto Eppure del noto poeta e scrittore di Venafro è uno degli ultimi arrivati. Pubblicato dalla casa editrice Edizioni Eva diretta dallo stesso Amerigo Iannacone nel 2015, la plaquette poetica si apre con una nota critica incisiva ricca di rimandi al testo dell’autore a firma di Giuseppe Napolitano. Tale testo, posto nella posizione preliminare della prefazione, porta il titolo al tempo descrittivamente chiaro quanto enigmatico di “L’immagine sullo specchio”. Il volume si trova volutamente ripartito dal Nostro in due sezioni, una prima parte più corposa per il numero dei componimenti che la rappresentano, sotto il titolo che è quello dell’intero libro e una più minuta sezione, in appendice, dal titolo “Nuptiae”, che presenta brevi testi poetici dedicati al figlio e alla sua futura vita matrimoniale proprio nel giorno delle nozze.

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Il poeta molisano Amerigo Iannacone, autore del libro di poesie “Eppure” (2015)

La poetica di Iannacone si contraddistingue per una linearità della forma assai palese, per l’affiatamento verso la costruzione e la trasposizione di immagini consuetudinarie, colte nel loro evolversi, per la riflessione serrata e reiterata condotta sul tema del tempo. Vi è un insopprimibile attaccamento materno verso Venafro, Isernia e la sua regione natale, ma anche una sollecitazione continua data dal riaffiorare di memorie e dalla ricerca, nostalgica, di momenti o di persone che non abitano più l’attualità.

L’andamento fortemente descrittivo ne fa una poetica visuale che si caratterizza, più che per la sofisticazione emozionale, per la restituzione di un mondo oggettuale, pure di provincia, ritratto però con enfasi e compartecipazione perché parte inscindibile dell’esperienza terrena del Nostro.

Non c’è asprezza né rabbia nelle liriche di Iannacone sebbene in molte di esse spesso fa capolino un’ombra, un’evanescenza che produce dolore, un’assenza lancinante o semplicemente l’elaborazione di un sentimento d’abbandono, di limitata gioia, di esistenza gravata spesso anche da dubbi, dolori, momenti non felici e, comunque, fasi dettate in qualche modo da un periodo ammorbato dalla tristezza. Non si cade mai nel baratro nero e senza fine perché Iannacone intravede anche barlumi di speranza, aperture positive, vagheggia provvidenziali ritorni, auspica il decisivo ritrovamento di uno stato di benessere. Quell’ “eppure” del titolo dà speranza permettendoci di comprendere che niente va visto nella forma della staticità e della compiutezza, piuttosto in un processo di continuo mutamento. Ecco perché nelle liriche di Iannacone la pesantezza emozionale di alcune immagini non degrada in vittimismo e c’è sempre, comunque, una sorta di scappatoia, seppur non ben descritta. Va ricordato, poi, che “eppure” è una particella assai impiegata nel comune utilizzo della lingua –soprattutto nel parlato- e che ha una duplice funzione: un valore avversativo, ossia simile alle subordinate introdotte da “ma”, ma anche un valore esortativo o di incitamento come avviene in esclamazioni del tipo “Eppure dovrò leggere!” In questa biunivoca possibilità d’intendimento del titolo credo che vadano lette anche le intenzioni, più o meno manifeste, che hanno portato il Nostro alla stesura di questo lavoro poetico.

Non mancano componimenti che si discostano leggermente da questa poetica di tipo impressionistico per situarsi su una dorsale che ha fatto suoi motivi di indagine psicologica, ontologica e filosofica propriamente detta come i dubbi e le considerazioni che spesso vengono snocciolate, il ricorso, a volte provvidenziale altre ad incitamento, verso la religiosità ed, ancora, l’adorazione verso la poesia, carme antico che traccia l’esperienza vissuta dell’uomo. Iannacone riconosce nella poesia doti ineguagliabili, difficilmente riscontrabili in altre discipline del sapere, vale a dire quelle di essere sintomo e apertura per la felicità, ma anche valido antro di protezione, baluardo di sicurezza, confidenza con sé stessi, forma pedagogica di conoscenza del proprio mondo interiore, nonché di quello esterno. Attribuisce, insomma, alla poesia il ruolo che essa ha avuto dalla notte dei tempi, vale a dire quella di fornire un tracciato emozionale e di dare la diagnosi di un’esistenza calata nel suo cosmo, microcosmo diluito in un non ben specificato universo liquido, spesso straniante.

Lorenzo Spurio

Jesi, 18-01-2017

“Sfinito”, poesia di Lorenzo Spurio

SFINITO
POESIA DI LORENZO SPURIO
imagesCA2LQSE5Ma poi le avevano detto che era tutto vero:
 poche speranze
 e l’apice dei pianti, ormai pietrificati.
 L’enigma era stato svelato.
 Nubi corpose di dubbio
 mi sovraccaricavano;
 il mio intelletto inquinato da quelle voci
 s’era assuefatto.
 Stordendosi,
 non era più stato quello di una volta.

 

FOTO: “GRIEF” DI JANOS ANDRASSY KURTA

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Un passaggio verso le emozioni” di Giorgia Catalano, recensione di Lorenzo Spurio

Un passaggio verso le emozioni (2010-2012)

di Giorgia Catalano
Prefazione a cura di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012
ISBN: 978-88-6682-321-6
Pagine: 63
Costo: 8,14 €
Link diretto all’acquisto
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

A piccoli passi, andiam
verso la vita
verso noi stessi,
verso lo specchio
della nostra anima
(in “Anima”, p. 7)

 

IDU21258_IDO20072_IDE20009_IDV19939#_CopertinaAnterioreCon Un passaggio verso le emozioni Giorgia Catalano esordisce nel mondo della poesia, sebbene abbia già pubblicato varie liriche in antologie. Come sottolinea in maniera acuta il poeta e aforista palermitano, nonché curatore della silloge, Emanuele Marcuccio, la sua poesia è ricca di musicalità grazie alla presenza di forme retoriche e di stratagemmi metrico-poetici che rimandano a una poetica di tipo classico.

Le liriche condividono un senso di nostalgia e tristezza per un passato ormai andato: nella lirica che apre la raccolta, “Fioco lamento” c’è desolazione, silenzio e un senso d’abbandono che, però, porta la poetessa a prendere una decisione importante: “Rubo un sorriso/ ad un cucciolo d’uomo,/ spezzo l’affanno del tempo/ che fu” (3). E nella lirica che segue, “Ripenso”, i pensieri dolorosi assumono materialità e vengono equiparati a dei panni: per rinverdire quei momenti passati e per privarli dell’angoscia ai quali erano legati sarà necessaria una purificazione: “Così, odorosi di bucato/ li indosserò come abito nuovo” (4). Bastano due semplici liriche per comprendere quali sono le tematiche profonde che caratterizzano un poeta e queste due, scelte non a caso, ne sono la prova: la Catalano affronta i temi del tempo e del suo indissolubile scorrere, del passato e del ricordo, del dolore e dell’assenza e del bisogno che l’uomo ha nella sua contemporaneità di “fare i conti” con quello che è stato. Siamo quelli che siamo stati ed è impossibile annullare il passato, è vero, ma la Catalano ci insegna che forse il presente fluido dell’oggi può insegnarci a ricomprendere il passato, a rivederlo, a riviverlo, sempre che siamo disposti a farlo, prendendo le distanze da quel dolore vivo che invece caratterizzò quei momenti.

Nella poesia “Tremo”, quella che a mio modesto parere tocca l’apice dell’espressività lirica e al contempo è in grado di trasmettere la violenza delle immagini, Giorgia Catalano ci “narra” dell’angoscia che può nascere in una persona che viene ferita psicologicamente e fisicamente, un dolore vergognoso che genera disperazione e incomprensione: “Tremo/ vicino alle tue mani/ percosse e deturpate” (8).

Ovviamente la poetessa ci regala liriche anche più lucide ed ottimistiche, come “Per te, piccola” ispirata alla nascita della piccola Martina e che, in qualche modo, celebra il mistero della vita che puntualmente si rinnova. Ci sono liriche colorate e profumate come “Porta Palazzo” dove la poetessa riflette su culture ed etnie diverse guardando una donna in burka “dallo sguardo cupo” (10) per poi riflettere anche sulla presenza cinese nel nostro paese: “Gente che va e che viene,/ che s’adopera in acquisti” (10) e anche la poesia “Tasselli”, una sorta di manifesto della sua poetica, dove le canoniche attività del libero pensatore (leggere, pensare, sperare, poetare) vengono considerate tasselli, ossia parti che solo uniti tra loro danno forma e unità a un qualcosa che, lentamente, “si fa/ immagine” (19). In “A te, poesia”, la poetessa annuncia il suo amore per questo genere letterario che è consolazione, guarigione e custode di mali tanto da portarla ad utilizzare un linguaggio iperbolico: “Vivo per te” (28) che ben mette in luce quanto il rapporto della Catalano con la poesia sia vivido e autentico.

Mi piace concludere questo mio breve commento con la speranza che trasuda dalla lirica intitolata “Anime spoglie” dove la morte di un ragazzo viene accolta dal Cielo con un lampo che “squarcia/ l’unica bianca nube seppellita da cumuli/ anneriti dalla disperazione” (12) descritto come un fiore che di colpo appassisce, all’improvviso per tramontare per sempre. Dov’è allora la speranza in una lirica luttuosa come questa? La speranza è il dolore stesso che, ormai come un fardello che la madre del protagonista porterà fino alla fine dei suoi giorni, “abita/ nel suo cuore” (13) come un tremendo compagno e un dolce nemico che, tuttavia, le farà compagnia. Così come avviene in “A chi non c’è più” dove l’idea di un aldilà è in grado di mitigare quel dolore e quell’assenza: “Ci sarà sempre/ un tuo sguardo/ amorevole e attento,/  posato su di me” (15).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 01-02-2013

 

imagesGiorgia Catalano è nata a Ventimiglia (IM) nel 1971. Nel 1989 ha conseguito la maturità magistrale. Inizia a scrivere poesie in età adolescenziale. A partire dal 2010 varie sue liriche sono apparse in diverse antologie poetiche e riviste letterarie online. L’autrice ha un suo blog che prende il nome dal titolo di questa sua prima raccolta poetica dove pubblica poesie, foto, pensieri e altro.

 

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