“Non ora, non qui” di Erri De Luca, recensione di Fiorella Carcereri

Non ora, non qui

di Erri De Luca

Feltrinelli, Milano, 2003

Recensione di Fiorella Carcereri


Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950.

Pur avendo pubblicato il suo primo libro a quarant’anni, De Luca è diventato ben presto uno degli scrittori più apprezzati, in Italia e in gran parte d’Europa. Tra le sue opere più note “Tu, mio” (1998), “Montedidio” (2001), “Il contrario di uno” (2003), “Il giorno prima della felicità” (2009). Erri De Luca è anche poeta e traduttore. Dal 1994 cura “I Classici” Feltrinelli e ha al suo attivo parecchie pubblicazioni tra cui ricordo “Vita di Sansone” (2002) e “Vita di Noè” (2004).

Ogni libro di Erri De Luca ha il suo particolare fascino.  Tuttavia, devo dire che questo suo breve romanzo autobiografico, pubblicato nel 1989, mi ha colpita in modo particolare per la straordinaria capacità dell’autore di descrivere, con realismo a volte anche crudo, scene di vita quotidiana e di scavare come pochi sanno fare nelle pieghe più profonde dell’animo umano.

La lettura risulterà “familiare” soprattutto a coloro che sono stati bambini e adolescenti a cavallo tra fine Anni ‘50 e inizio Anni ’60, a coloro che hanno vissuto con occhi disincantati le mille difficoltà economiche e sociali del Dopoguerra e hanno assistito, in silenzioso dolore e stupore, ai sacrifici fatti dai genitori per riemergere con dignità da un conflitto devastante.

La narrazione è strutturata come una lunga lettera che il De Luca ormai adulto scrive tardivamente alla madre, figura principale del romanzo, tanto amata quanto temuta, per esprimere tutto ciò che il De Luca bambino aveva sempre tenuto dentro.

 “Quand’ero solo nella stanza la palla mi saltava addosso per la gioia e giocava a non farsi acchiappare. D’improvviso mia madre gridava di smetterla e la palla finiva sotto il letto per la paura.. La sua voce governava il mio respiro e lo fermava appena alzava anche di poco il tono. Quella voce era molto del mondo che avevo. Imparai a udirla anche dietro i muri”.

“Non voglio parole, io non riuscivo a dirne tra l’apnea e la balbuzie… Si impara tardi a difendersi dalle parole… Non le tue di conforto rifiutavo, ma quelle del rimprovero, date in cambio dei colpi e che volevano marcare lo scambio di queste con quelle, la differenza. Tra madre e figli non accade il progresso, non si evolve civiltà: le parole saranno sempre poche e saranno solo parole, rare, conservate. Non sostituiscono niente, né i colpi né le carezze”.

 Dopo tanti anni, in questa lunga lettera l’autore si confessa, si mette completamente a nudo, come se la madre fosse lì accanto a lui e lo stesso ascoltando.

In alcuni passaggi, sembra volerle chiedere scusa per non essere stato all’altezza delle sue aspettative.

“Il tuo era un bambino poco adatto a farsi intendere e forse poco disposto. Una fioritura di reticenze preparava la sua identità. Ti toccò un figlio non adatto ai doveri che avevi in serbo per lui, un bambino confuso che accumulava pezzi di identità nel gioco del fraintendimento con te”.

 

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

“Tenere a bada la pantera identitaria” – Una riflessione sul concetto di identità, a cura di Lorenzo Spurio

di LORENZO SPURIO

 

 

“L’intera umanità non è fatta d’altro che di casi particolari, la vita è creatrice di differenze, e se c’è “riproduzione”, non è mai in maniera identica” (p. 26).

 

 

Questo scritto-analisi a continuazione è ispirato alla lettura dell’interessante saggio di Amin Maalouf intitolato “L’identità” che venne pubblicato per la prima volta in Italia nel 1999. L’edizione alla quale mi riferisco e dalla quale sono tratte le citazioni è Amin Maalouf, “L’identità”, Milano, Bompiani, 2009. La riflessione che di seguito viene fatta sulla centralità del tema dell’identità con le conseguenti spiegazioni di carattere storico-politico-religioso sull’animosità tra nazioni, razze o religioni, serve inoltre per affrontare tematiche importanti e di dominio pubblico nella nostra attualità quali l’internazionalismo, l’intercultura, la cooperazione e la fratellanza tra paesi stranieri, l’affratellamento, l’integrazione o al contrario, fenomeni meno positivi quali la disintegrazione, l’omofobia, la violenza, la supremazia, la segregazione e così via.

L’intera dissertazione parte dall’idea che secondo Maalouf ogni persona ha sì una sua identità, ma essa stessa è a sua volta una “identità composta” che differenzia ad esempio un italiano dall’altro[1], parafrasando potremmo chiamare in causa Pirandello che con i suoi romanzi e commedie ha messo in scena proprio la complessità e allo stesso tempo la fragilità dell’identità umana. O addirittura si potrebbe far riferimento alla nascita di una corrente filosofica, l’esistenzialismo, che fa dell’analisi ripiegata sul sé la ragione primaria. Ma senza dover necessariamente citare gli altri per esemplificare un concetto, credo che il testo di Maalouf possa dar adito a una serie di riflessioni su temi cruciali per il quieto vivere e d’interesse globale.

Amin Maalouf, scrittore e saggista di origini libanesi, nel saggio  “L’identità” traccia in maniera teorica quelle che sono le basi per l’integrazione sociale, la spiegazione del contrasto tra Occidente e Oriente, l’animosità tra culture, lingue ed etnie diverse facendo spesso riferimento a particolari e dettagliati momenti storici dell’umanità (guerre, contrasti per lo più). L’intera indagine è volta a sondare quelle che sono le “apparenti insanabili” differenze tra l’io (o il noi) e l’altro. Il bisogno di riconoscere e di manifestare un’identità nasce, infatti, proprio dalla necessità di auto-differenziarsi, di descriversi, di tipicizzarsi e questo processo porta necessariamente a una comparazione con altre “auto-differenziazioni”. Se possiamo definirci italiani ad esempio, oltre alla grande ragione dell’unità d’Italia dei vari territori, è perché esiste un qualcosa esterno che non è Italia… la Francia, la Spagna o l’America ad esempio. Sono luoghi (nazioni per la precisione) che non sono Italia perché non hanno la lingua, la cultura, le tradizioni e le problematiche italiane. Ovviamente questo discorso può essere fatto all’incontrario e da ogni angolazione venga fatto risulterà valido e sensato.

Malaaouf nel saggio dice di più: ci fa intendere che è necessario partire dalla religione (dalle grandi religioni monoteistiche) per comprendere a pieno quelle che sono le culture presenti nel mondo –presenti e passate, vive o morte, maggioritarie o minoritarie, riconosciute o segregate.

L’animosità dunque tra cattolici e islamici, che tante volte viene richiamata dalla Stampa italiana o internazionale in occasione di tragici episodi deve, forse, essere rintracciata nel pensiero stesso dei due credo. Ma come hanno osservato in tanti nel corso della storia –studiosi, critici, religiosi- nessuna delle due religioni ha in sé qualcosa di negativo o di violento e laddove questo è presente è una cattiva, erronea, personalistica e pretestuosa interpretazione delle Scritture. Se ognuno di noi ad esempio ha ben a mente gli attentati terroristici che alcune cellule fondamentaliste islamiche hanno prodotto in Occidente (l’11 Settembre 2001 a New York o l’11 Marzo 2003 a Madrid, solo per citarne un paio), non deve tuttavia dimenticare la crudeltà ad esempio della Santa Inquisizione, organo “giuridico” della Santa Sede alcuni secoli fa. Allora si potrebbe opinare che quelli erano altri tempi, che si tratta del passato e che nel corso della storia l’uomo ha dato prova di crescita morale e di raggiungimento completo dei fondamenti civici per la conservazione dell’umanità. Tuttavia e purtroppo non è così perché nel mondo esistono e persistono forme di diseguaglianza, estremizzazione e di denigrazione – con forme e modi differenti- in relazione a ciascuna identità, etnia, religione o manifestazione culturale intesa come “identità”.

Il critico ricorda, infatti, il clima di profonda tolleranza che si respirava in alcune città spagnole sotto il dominio arabo: Toledo, fra tutte. Tolleranza pura tra cristiani, ebrei e musulmani. Tuttavia la storia fa il suo corso e purtroppo la storia viene fatta dagli uomini. L’uomo è per sua natura un essere imperfetto perché creato da Dio perché è puntualmente sottoposto a errori (sbagli, peccati, vizi, crimini, abusi, a seconda di come si analizzino tali “errori”). Ed è così che l’uomo in un certo momento della storia ha cominciato a farsi guerra e capendo che in realtà non poteva esserci una ragione tanto valida che corrispondesse al valore della vita umana, ha innalzato la differenza, la distinzione, la varietà a motivo di rivolta, ribellione, disputa, conflitto o guerra. In questo modo sono nati – non sto dicendo niente di nuovo- i peggiori mali della storia: l’emarginazione, la violenza, la segregazione, lo schiavismo, l’omofobia, i totalitarismi e più in generale ogni forma di odio verso l’altro.

Verso la parte finale del saggio il critico sottolinea principalmente due aspetti quali elementi fondanti, cruciali e inalienabili del concetto di cultura: la lingua e la religione. Essi sono ambiti che possono essere legati tra loro (inglesi ed irlandesi parlano inglese, ma i due popoli non hanno la stessa religione) ma il più delle volte non è così. Il critico osserva inoltre che questi due ambiti, queste due “forze motrici” sono state la causa, il motivo scatenante, la miccia che, accesa, ha originato la lotta. Non è interesse del saggio accennare in termini storici e geopolitici a guerre di questo tipo perché ciascuna persona sarà in grado di individuarne da sé almeno tre o quattro esempi.

Maalouf affronta anche i casi di bilinguismo presenti in una sola area geografica portando l’esempio dell’Islanda dove l’islandese –lingua ufficiale- viene usata per lo più in ambiti domestici mentre l’inglese –obbligatorio nelle scuole dall’infanzia- è di fatto la lingua veicolare, del commercio, della politica etc. Ciò che è interessante è l’importanza di salvaguardare le tipicità (linguistiche e di altro tipo), poiché come si estinguono le specie animali si estinguono le lingue ed è importantissimo proteggerle, tramandarle e far in modo che non si perdano. Nel caso del bilinguismo dell’Islanda –che è possibile estendere a ragione a Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia-, il critico osserva “Ciascuna lingua sembra avere il proprio spazio, ben delimitato” (p. 125) ossia ognuna delle due lingue ha una sua finalità e un suo utilizzo e per questo entrambe si conservano e si tramandano non mancando di paventare, però, l’idea che con il trascorrere del tempo la lingua meno utilizzata finisca per esserlo sempre di meno tanto da passare da lingua a dialetto popolare.

Tuttavia non avviene nel mondo esattamente ciò che Maalouf con il suo saggio descrive egregiamente. Se uno straniero che conosce un po’ di spagnolo a Bilbao ferma un passante per chiedere delle informazioni e quest’ultimo gli risponde in basco, allora dobbiamo concludere che la lingua non è esattamente ciò che il critico definisce “fattore d’identità e strumento di comunicazione” (p. 125), ma piuttosto “il perno di ogni diversità” (p. 125) che porta chiusura, marginalità e in alcuni casi emarginazione (nel caso citato motivato da un orgoglio autonomista e patriottista). Può trattarsi di un caso singolo? Può darsi. Ma essendo i casi “singoli” che dettano le leggi del comune vivere dell’umanità allora non dovrebbe essere un qualcosa sul quale sorvolare.

Il critico osserva in più punti che la ricchezza dell’uomo risiede proprio nell’apertura all’altro, nella condivisione di idee e cultura, nell’abbattimento di frontiere, nella cooperazione e federalizzazione, tutti procedimenti che almeno in campo economico-finanziario sono stati raggiunti se si pensa all’Unione Europea o in campo politico-amministrativo se si pensa agli USA, agli Stati Uniti del Messico etc. La cooperazione culturale e l’integrazione sono, invece, aspetti di carattere sociologico e antropologico che sono stati raggiunti felicemente solo in pochi ambienti e la fragilità stesso di questo procedimento –il cui segnale sono i continui fatti di cronaca che puntualmente ci informano di storie tremende- rende il raggiungimento di questo obiettivo una sorta di chimera che ogni volta si sfuma, un sogno al quale vogliamo credere ma dal quale troppo spesso veniamo svegliati. Il critico osserva nella prefazione all’opera datata 2005: “Non basta deplorare una evoluzione così inquietante, né basta scaricare la colpa sull’Altro, chiunque egli sia. Dobbiamo cercare di domare la pantera identitaria prima che ci divori. E, per iniziare, è essenziale che la osserviamo con attenzione” (p. 8).

Il concetto di identità, come si è detto o come si è cercato di far capire, si gioca tutto in un campo di frontiera, di limbo, spesso difficilmente individuabile e sfumato ai cui apici si trovano da una parte la civilizzazione nel senso completo del termine dall’altra le barbarie o per dirla con Maalouf “armonizazzioni e dissonanze” (p. 89). In molti si adoperano per cercare di avvicinare e unire culture tra loro e farle colloquiare, o semplicemente fare ammenda in maniera coscienziosa su errori ingiustificabili fatti dai propri popoli nel corso della storia. Purtroppo sono molti anche coloro che tendono a dividere e a fare delle proprie tipicità il motivo per sopraffare o soggiogare le altre, adoperando pure il revisionismo storico in maniera poco appropriata e col solo fine di portare l’acqua al proprio mulino. Per riassumere, ricorro ancora una volta alle parole di Maalouf: “Gli uomini hanno avuto tante cose in comune, tante conoscenze in comune, tanti riferimenti in comune, tante immagini, tante parole, tanti strumenti condivisi, ma ciò che spinge gli uni e gli altri ad affermare di più la loro differenza” (p. 89).

LORENZO SPURIO

Pamplona, 10/09/2012


[1] Entrambi condividono la nazionalità-cultura-lingua italiana (e questi sono aspetti importantissimi per la determinazione di una identità), ma moltissimi altri aspetti saranno sicuramente diversi: l’italiano che ha madre italiana e padre francese avrà di certo una identità differente (maggiormente composita, se vogliamo) rispetto a quella dell’italiano che, invece, è figlio di due italiani. Ovviamente esempi di questo tipo – non solo a livello linguistico- potrebbero riempire pagine intere di manuali senza fine. Per concludere: “In ogni uomo s’incontrano molteplici appartenenze che talvolta si contrappongono fra loro e lo costringono a scelte penose” (p. 13).

 

 

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“Cercami”, poesia di Fiorella Carcereri

 

Da una vita

mi nascondo

ai tuoi occhi,

da una vita

gioco

con la tua pazienza,

da una vita

ti mischio

le carte.

 

 

Ma tu cercami,

cercami ancora,

non smettere

di cercarmi mai.

 

 

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La critica su “Ritorno ad Ancona e altre storie” di Spurio/Carresi si arricchisce con la recensione di Emanuele Marcuccio, poeta palermitano

Ritorno ad Ancona e altre storie

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Lettere Animate Editore, 2012

 

Recensione di Emanuele Marcuccio

 

La silloge di racconti Ritorno ad Ancona e altre storie, scritta a quattro mani dallo jesino Lorenzo Spurio e dalla fiorentina Sandra Carresi, si apre con il primo dal titolo “Telefonate anonime”; la narrazione ha il suo esordio in medias res, con il forte rumore del tuono che “fece sobbalzare Giada dalla sedia”, una pagina avanti Giada sobbalzerà per l’arrivo dell’ennesima e sempre silenziosa telefonata anonima mentre “[…] dalla finestra opposta il glicine sembrava quasi voler entrare in casa, tanto era salito.”. Quel glicine, simbolo di amicizia secondo il linguaggio dei fiori, come a voler donare a Giada un senso di protezione nella solitudine della sua casa.

Ma presto un tragico evento sconvolgerà la sua vita: l’omicidio di un’anziana signora proprio nello stesso stabile di sua madre Clara, a Firenze.

La scrittura scorre sicura, veloce e, con abilità consumata, i nostri autori non ci annoiano mai; siamo di fronte a tre racconti, simili nella lunghezza, per esempio a quelli di Thomas Mann o di Hermann Hesse.

La descrizione fisica della protagonista, contrariamente a quello che si può immaginare, avviene alla dodicesima pagina del racconto, improvvisamente, d’acchito, quasi che sia lo specchio del bagno a volercela descrivere: “Era alta e magra, una carnagione ambrata e un bel viso ovale incorniciato da lunghi capelli lisci e neri.”

In questo primo racconto, tranne Giada, ci accorgeremo che tutto non è ciò che sembra, proprio come l’immagine che ci restituisce uno specchio, il quale ci dà solo una realtà superficiale e apparente, così ci ammoniranno i nostri autori nel corso del secondo racconto, “Ciò che trasmette la mente, che si vede attraverso uno specchio, è solo una parte della realtà, l’altra è quella che veste con gli occhi dell’anima, della sua bellezza e del suo respiro.”

Potremmo mai immaginare chi si nasconde dietro quelle silenziose telefonate anonime?

Il secondo racconto porta il titolo di “Ritorno ad Ancona”, si tratta della breve storia d’amore di una coppia non più giovanissima (Rebecca e Vincenzo) a Ischia; la prima reduce da una brutta esperienza coniugale, mentre Vincenzo è vedovo da quattro anni, entrambi però nascondono un grande e insospettato spirito giovanile. Intensamente vivono questo breve amore e, proprio il titolo “Ritorno ad Ancona” diventa metafora di un breve ritorno a una giovinezza che si credeva irrimediabilmente perduta.

Alla fine preferiranno “ritornare” alle loro abitudini, ai loro affetti, a se stessi, ognuno alla loro città che li ha visti crescere, rispettivamente Ancona e Napoli.

Proprio uno stesso spirito giovanile e nostalgico pervade il racconto, Rebecca sente le “farfalle nello stomaco” prima di incontrarsi con Vincenzo, prima che inizi il loro breve ma intenso idillio. Una mano passata sui capelli, portati sensualmente e ingenuamente dietro le orecchie e partirà un bacio.

Il terzo e ultimo racconto si intitola “Un cammino difficile”. Infatti, difficile e tortuoso è il cammino di due genitori (Eva e Alberto) per crescere i figli, ancor più difficile se quei figli sono adottivi e non in tenerissima età, bensì di quattro e cinque anni; così succede che, egoisticamente, uno dei due, il padre nel nostro caso, abbandona il tetto coniugale e lascia la sola madre ad occuparsene, nonostante sia stato lui stesso ad insistere per l’adozione.

Dal punto di vista del numero di pagine “Un cammino difficile” è il racconto più breve della silloge, solo ventuno pagine contro le quasi cinquantanove di “Telefonate anonime” e le quasi trentacinque di “Ritorno ad Ancona”; tuttavia dal punto di vista diacronico della vicenda è il più lungo (poco più di dieci anni) e il più dinamico.

Concludendo, in “Un cammino difficile” il cerchio si chiude. Anche Clara di “Telefonate anonime” era stata abbandonata, perdipiù con una bambina in grembo (Giada), che crescerà da sola e così fa Eva con i due bambini adottivi. Abbiamo quindi un elogio della donna, combattiva e madre nonostante tutto. Questo è “Ritorno ad Ancona e altre storie”, un messaggio di speranza e di felicità insperata, un ritorno a se stessi e amore di madre per i propri figli.

 

Emanuele Marcuccio

Palermo, 10 settembre 2012

 

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“Il processo” di Franz Kafka, recensione di Fiorella Carcereri

Il processo di FRANZ KAFKA

Recensione a cura di FIORELLA CARCERERI

 

  

“Il processo”, uno dei capolavori di Kafka, viene pubblicato postumo ed incompiuto dall’amico Max Brod nel 1925. La prima edizione italiana del romanzo esce con Mondadori nel 1971.

Un banchiere, il signor K.,  si accorge di essere seguito a distanza, silenziosamente, tutti i giorni, da due individui sconosciuti  ed inquietanti. Ma lui non ha colpe. Così, la sua ansia sale.  E quando finalmente chiede spiegazioni, gli viene risposto: “Le nostre autorità non cercano la colpa nella popolazione ma sono attirate dalla colpa e devono mandare noi a fare i custodi”.

Il signor K. viene a trovarsi in una situazione a dir poco singolare: arrestato e, allo stesso tempo, libero di andare a lavorare e di svolgere le sue normali azioni quotidiane.

Neppure il cappellano del carcere, nel quale il protagonista spera di trovare aiuto e sistegno, è disposto a fornirgli una spiegazione, anzi, le sue parole lo confondono ancora di più. Il sacerdote confessa infatti di appartenere lui stesso al tribunale e all’ennesima domanda del signor K. risponde nuovamente in modo enigmatico: “Il tribunale non ti chiede nulla.  Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai”.

Il sentimento dominante nelle opere di Kafka è l’angoscia. I personaggi lottano, ma poi si arrendono.

Le figure kafkiane dicono no all’esistenza, nel bene e nel male. Sono personaggi deboli, fragili, raggirati, che non si sentono mai all’altezza e provano vergogna. Sono personaggi che non hanno timore dell’ignoto, quanto piuttosto di essere ignoti, di risultare “trasparenti” al resto del mondo. 

Sono personaggi che vivono in un universo in cui incombe il caos governato da leggi quasi sempre incomprensibili. Il banchiere intuisce di essere perseguitato da un’organizzazione il cui scopo “consiste nel far arrestare persone innocenti e nell’istruire contro di esse una procedura insensata”.

Pochi come Kafka hanno saputo descrivere persone, eventi e situazioni con  precisione quasi chirurgica, con assoluta oggettività e profondo scetticismo.

Il signor K. viene prelevato a casa dai suoi aguzzini una sera, la vigilia del suo trentunesimo compleanno, senza che la visita fosse stata annunciata. “Loro dunque sono destinati a me?”, chiede con rassegnazione, già presagendo la risposta. I due uomini, cilindro nero tra le mani, annuiscono. Ed è tutto.

Il signor K. non reagisce neppure quando si rende conto di non avere più scampo: “L’unica cosa che posso fare è conservare fino alla fine il raziocinio che inquadra tutto con calma”.

Un attimo prima della fine, uno sconosciuto si affaccia di colpo alla finestra e tende le braccia: “Chi era? Un amico? Un buon diavolo? Un sostenitore? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? Dov’era il giudice? Dove il supremo tribunale?…”.

Un’ultima immagine e tante domande transitano nella sua mente, domande alle quali il signor K. non farà tempo a dare una risposta.

 

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Intervista al poeta Nazario Pardini, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Nazario Pardini

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Il suo blog letterario, porta il nome di una sua silloge di poesie, forse una tra le più fortunate intitolata “Alla volta di Leucade”. Può spiegarci il perché di questo titolo o a quale autore si è rifatto, traendo una citazione?

NP: Leucade è l’isola del sogno. Della dimenticanza. Della rupe da cui si gettavano, in mitologia, i grandi, compresa Saffo abbandonata dal suo Faone, per dimenticare appunto le pene d’amore. Ma qui rappresenta il culmine di una ascesa lirica e formale. Il viaggio tormentato di una memoria che dal ventre della terra riesce a proiettarsi in mondi di onirica bellezza non per dimenticare, ma per rivivere i grandi e i piccoli fatti della vita. Ed io ne sono uscito dal salto con tutto il mio bagaglio esistenziale. Potrei riportare citazioni di tutto il mondo classico, ma una in particolare [(Dum loquimur fugerit invida aetas (Quinto Orazio Flacco)], credo sia la più vicina al senso di fragilità della vita, terriccio fertile per la poesia.

A cosa mi sono rifatto? Alle memorie di quella cultura assorbita al liceo, e decantata nell’anima fino a farsi attuale, esistenziale, autobiografica, e decisa ad uscire a nuova vita. Mi sono rifatto alla mia storia, alla realtà di ieri e di oggi, aiutato da una natura fattasi simbolo coi suoi squarci di luce, colle sue corse di dune e ginestre, con le sue fughe e i suoi ritorni, coi suoi profumi e le sue ombre, a concretizzare segmenti di d’anima. Leucade riguarda il mio credo poetico. Che cosa sia la poesia è certamente uno degli interrogativi più annosi della storia dell’uomo. La sola certezza comunque è che necessita, volenti o nolenti, di realtà individuali, di singole esperienze, di vicissitudini ed emozioni personali, per aprirsi dal memoriale all’immaginario, dalla vita al gran senso. E questo volume io credo trovi la sua compattezza partendo dal sapore della realtà, da ciò che conserva di primitivo per ampliarsi sempre più verso prospettive di largo respiro, tese a farci aspirare a qualcosa che svincoli, sleghi. E si fanno avanti il sogno, la fantasia, l’immaginario che non riescono comunque mai a liberarsi del tutto dal bagaglio del memoriale che ci portiamo dietro sempre più vago e nostalgico, ma vera vita, vita che resta, filtrata dal tempo, scampata e per questo degna di esistere in noi nel bene e nel male. E quello che ci tormenta è proprio il pensiero del suo destino. Chi lo affida ad una fede religiosa, chi al puro sogno, chi ad una fede poetica e chi laicamente ad un’isola quale potrebbe essere quella di Leucade, tentativo foscoliano come terapia al morbo del dubbio. E Leucade rappresenta la purezza laica, la bellezza, l’isola dell’equilibrio classico, della realizzazione del supremo su questa nostra problematica terra; il tentativo di elevarci laicamente al sapore del durevole. E’ Ulisse che riprende la sua navigazione: “Ancora salperemo / oltre colonne, questa volta mitiche / d’impedimento ai sogni. Là più lucido / e più eguale all’eterno sarà il liquido / dell’Oceano aperto” (Il ritorno di Ulisse, vv 43-47.)

Il linguaggio stesso subisce un’evoluzione di adeguatezza diacronica. Si insaporisce di termini arcaici, tende sempre più alla plasticità del distacco marmoreo.  Ed è sullo scoglio di Leucade che si raggiunge il colmo di una scalata lirica che permette sia la dimenticanza degli affanni esistenziali, la ripulitura per così dire del vissuto, che l’amore del tutto, ora  veduto con altra dimensione umana, direi quasi ebrietudine dell’immagine che si fa poesia.

La circolarità si compie nei canti arcaici. Dove tutto il mondo prepericleo, in cui secondo me immensi erano i presupposti immaginativi e creativi, irripetibili per liricità poetica, dipana una visione superlativa di amor vitae che si fa plenitudine di canto e di filosofia laica dell’esistenza.

 

LS: C’è sempre molto di autobiografico in un testo per cui le chiedo, quanto  di autobiografico c’è nel suo libro? La poesia, come mezzo espressivo, è adatto per raccontare di sé?

NP: C’è molto di autobiografico. Più che altro di un’autobiografia spirituale. Io credo che la poesia sia il mezzo più deciso per parlare a noi di noi stessi. E’ qui che ci scopriamo in tutta la nostra misteriosa natura umana e disumana. E credo che la poesia sia la parte di noi che più si avvicina all’inarrivabile. E non parla agli altri. E’ un mistero che il poeta sente nella sua totalità e che prova  esternare con urgenza. Ma non si pone, il poeta, il fine di farsi capire o di educare. Sente solo l’impellente necessità di dire. Certo il linguaggio é determinante. E molte volte non è sufficiente a involucrare il grande patrimonio dell’anima. E quindi ricorrere a stratagemmi per aiutare l’esondazione dei sentimenti è indispensabile: figure stilistiche,  immagini fenomeniche che simboleggino stati d’animo e che non siano solamente rappresentazioni idilliache a se stanti.  Ma credo che gran parte delle risposte a queste domande siano già ampiamente contenute nel primo intervento.

 

LS: Quali sono i suoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più la affascinano? Perché?

NP: In narrativa tutta la nostra letteratura del neorealismo: Cassola, Bassani, Moravia, Calvino. E prima la grandezza poetica pirandelliana (la forma e la vita). E’ quella che ci ha svecchiato e che ci ha aperto le porte al mondo. Sono particolarmente affezionato aux poètes maudits. E a tutta la corrente letteraria del Decadentismo. Ed è quella su cui si regge tutt’oggi la nervatura della vera poetica: musicalità, senso del mistero, panismo, uso di figure stilistiche in funzione delle immagini e dei significanti metrici. Baudelaire affermava che il poeta è in possesso del sesto senso. Ed è con quello che riesce a percepire una musicalità nascosta, che comune a tutte le cose, offre una visione universale in questo spazio ristretto di un soggiorno. E Rimbaud: “Il faut être absolument modernes”. Intendendo per moderni: saperci avvicinare alla vita, cogliendone sempre il processo nuovo nella sua costante avventura di precarietà umana. Senza dimenticare, certamente, il Romanticismo da cui, per contrapposizione o per continuità, si sono sviluppate tutte le correnti letterarie successive: la Scapigliatura, il Verismo, il Decadentismo, il Futurismo, il Crepuscolarismo, l’Ermetismo. E anche tutta la poesia contemporanea, sebbene tenti in alcuni filoni certi azzardi sperimentali, non può di certo fare a meno del messaggio di libertà nell’arte lanciato proprio dai romantici. Fra l’altro libertà indefinita e inappagabile molto vicina al taedium vitae dei nostri giorni.

 

LS: Qual è il libro che di più ama in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che la affascinano?

NP: Vi sembrerà strano ma il libro che io amo in assoluto è Fosca del Tarchetti. E’ un libro della Scapigliatura lombarda. E  parla dell’amore per il brutto, per ciò che si differenzia da quello che comunemente appare bello. Mi piace soprattutto l’arte della parola dell’autore. La capacità di rendere semplici certi concetti di per sé astrusi. E poi ci ho trovato, nella sua contrapposizione al Romanticismo, all’ultimo Romanticismo piagnucolone dil Prati e Aleardi, una forza di reazione letteraria che sa tanto di nuovo. Devo dire anche che una preferenza è legata a momenti, a certe fasi di vita. Perché certi contenuti nel tempo acquistano un fascino memoriale di grande intensità. Ed io quel libro, l’ho letto la prima volta, assieme alla mia ragazza nei tempi dell’università. Magari in quei tempi tutto poteva apparire affascinante. Un altro testo che ho apprezzato in maniera particolare è la silloge di poesie che Pirandello scrisse nel periodo di Bon. Sono  poesie che contengono già tutto il pensiero pirandelliano in nuce; quello che ritroveremo nel Fu Mattia Pascal e nel teatro.    Ed io sono un infaticabile lettore di Pirandello.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il suo stile? E’ evidente questo dai suoi componimenti?

NP: Posso dire che il mio stile è cresciuto con me nel tempo attraverso esperienze di vita, tentativi, letture, molte letture di autori francesi, inglesi, spagnoli e, naturalmente, italiani. Il mio è uno stile classicheggiante rivisitato, con l’uso di endecasillabi spesso spezzati da misure più brevi per dare risalto alla musicalità di certi versi finalizzati a mettere in luce momenti focali. Un po’ come stacchi di romanze pucciniane nei loro acuti centrali, o finali. Se ci sono stati autori importanti nel mio percorso, mi ripeto, appartengono al decadentismo francese. Fra i poeti italiani ho apprezzato molto Saba. Nel suo Canzoniere ho trovato uno stile fluido, luminoso e quel tanto di melanconico quanto basta per una poesia umanamente fragile nel suo azzardo a superare i confini.

 

LS: Collabora o ha collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensa delle scritture a quattro mani?

NP: Ho collaborato a antologie che tenessero di conto di raggruppamenti di autori dallo stile uniforme in vista di studi su nuove correnti letterarie. Ma non ho avuto altre esperienze novative.

 

LS: Cosa pensa dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come si è trovato con le varie case editrici con le quali ha avuto modo di pubblicare nel corso degli anni?

NP: Penso che ci siano Case Editrici oneste e altamente professionali e Case Editrici che speculano sulla buona fede di autori vogliosi di pubblicare. Ma una cosa è certa: ci sono concorsi tranello che con la scusa di selezionare autori, partoriscono antologie zeppe di centinaia di concorrenti accatastati gli uni su gli altri, e vendute a trenta e più euro. Queste antologie non servono a niente. Anzi servono solamente a far fare soldi a gente che specula su giovani scrittori che pensano di essere arrivati se pubblicati. Sono nate ultimamente buone Case Editrici online che pubblicano a spese irrisorie. L’unica difficoltà consiste nel fatto che uno deve essere all’altezza di costruirsi il testo nel formato giusto, e ben corretto, perché si limitano a pubblicare. Io ho pubblicato l’ultimo mio libro con una di queste Case Editrici ed ha avuto un discreto successo. E’  stata una esperienza positiva. E’ un buon libro per impaginatura, veste grafica, copertina e altro. Ha vinto diversi Premi Letterari: Il Pontremoli, Il Forte, Il Toscana in poesia, Il Via Francigena, Arti Letterarie Torino, Il Paestum, Il Mirabella Aeclanum… Quello che conta è il contenuto, ma certamente la presenza di una buona pubblicazione aiuta. Diffidare comunque di Case Editrici che sparano migliaia di euro promettendo mari e monti.

 

LS: Pensa che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

NP: Anche qui bisogna scegliere in base a giurie qualificate. Prendere parte a tutti quei premi anonimi è sconsigliabile. Sono migliaia e migliaia. A parte i costi (20 euro minimo a Premio) che titoli danno alla fin fine? Uno deve fare una buona selezione e prendere parte a quelli che ritiene i più affidabili. Ma non esagerare. Può diventare un vizio come quello del gioco. Certamente costituiscono uno stimolo a migliorarsi. E offrono possibilità di conoscenze e di confronto. E questo è positivo.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

NP: Un autore non deve chiudersi nel suo mondo. Deve fare conoscenze, allargare i rapporti con altri scrittori. Leggere opere. Per questo è importante far parte di giurie di Premi Letterari. Offrono la possibilità di confrontarsi con plurime espressioni. Non è detto che uno debba copiare, ma tutto ciò può veramente aiutare a ritrovarci, a determinare e rifinire il nostro stile e ad arricchire il bagaglio connitivo.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensa di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

NP: La contaminazione letteraria è una cosa possibilissima e naturale. E’ innaturale prendere pezzi a manca e dritta e combinare zibaldoni impersonali. Ma uno scrittore non può fare a meno di essere contagiato da letture, vita, colloqui, incontri. Tutto ciò costituisce il bagaglio interiore, l’anima a cui attingere. Certo tutte queste esperienze contaminanti devono essere tuffate nel pozzo del nostro sentire e lì maturare con una sedimentazione memoriale fino a farsi stile. E’ proprio nelle letture e negli incontri che uno si forma, come già abbiamo avuto occasione di dire. E quanto più leggiamo, tanto più corriamo il rischio, per modo di dire, di usare termini, occasioni e riferimenti di letture. Ma questi diventano nostri, perché sono state proprio quelle letture stesse a farci maturare, e a farci rielaborare, personalizzandoli,  quadri, scenari, linguaggi, stati d’animo disposti, poi, ad uscire fuori vestiti di nuova energia.

 

LS: Sta lavorando a un nuovo libro? Se sì, potrebbe anticiparci qualcosa?

NP: In questo momento sto cercando di riunire tutto il materiale poetico inedito. Devo cercare un titolo giusto ma soprattutto devo dare un nesso logico all’opera, scegliendo sezioni che diano continuità, compattezza, organicità e che rispettino l’indirizzo  del titolo generale. Ho già trovato un buon critico disponibile per la  prefazione. In generale sono poesie molto introspettive. Forse le più legate al mio stile e alla mia poetica. Motivi d’ispirazione: ambienti e persone che rinascono nuovi dopo anni di assenza. Ma non è solo il memoriale a fare da sfondo al tutto. Credo che ad amalgamare il contesto sia piuttosto una riflessione pacata sulla vita, sull’essere e l’esistere, sul rapporto con l’aldilà, e sul valore che può dare al bagaglio del suo patrimonio esistenziale un uomo che vive ormai i colori del tramonto.

 

a cura di Lorenzo Spurio

Jesi, 28/05/2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E/O RIPRODUZIONE DI QUESTA INTERVISTA IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Blog Letteratura e Cultura: un inventario dell’attività svolta finora

Premessa

Lo spazio internet “Blog Letteratura e Cultura” (www.blogletteratura.com) è una creazione unica di Lorenzo Spurio, giovane scrittore di origini marchigiane. Il blog accoglie materiali eterogenei che vanno dalle recensioni e commenti critici di libri e film, alle segnalazioni di concorsi letterari ed eventi, interviste agli autori, sino alla pubblicazione di poesie e racconti inediti di autori. Il blog si interessa inoltre di ciò che accade nella letteratura d’Oltralpe dedicando saggi e articoli a testi o aspetti della letteratura straniera (soprattutto di lingua inglese).

 

Aperiodicità, diritti dei collaboratori e altro

Tutte le opere pubblicate in questo blog sono proprietà intellettuale degli autori e sono tutelate dagli articoli 2575 e 2576 del Codice Civile e dalle vigenti Leggi in materia di diritto d’autore.

Tutte le pubblicazioni che portano una firma diversa da quella del gestore del blog hanno ottenuto previamente il consenso degli autori stessi. Si presume che esse siano frutto esclusivo dell’ingegno di chi le ha realizzate e firmate e, eventuali casi di plagio o di “copia e incolla”, non sono da imputare al gestore del blog ma a coloro che hanno firmato gli articoli.

Tutti i testi pubblicati nel blog non possono essere riprodotti in forma intera o in modalità di stralci su altri blog, siti, riviste online e cartacee e ogni altro mezzo di diffusione senza l’esplicito consenso da parte dell’autore del testo.

Il blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non è da considerarsi come un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7-03-2001.

 

Collaboratori

Hanno collaborato al blog Massimo Acciai, Rita Barbieri, Franca Berardi, Donatella Calzari, Maria Carocci, Sandra Carresi, Elena Condemi, Anna Maria Folchini Stabile, Angela Crucitti, Monica Fantaci, Emanuele Marcuccio, Gioia Lomasti, Francesca Mazzucato, Gaetano Mustica, Nazario Pardini, Antonella Ronzulli, Cinzia Tianetti.

 

 

Alcune cifre

Il blog è nato nel Gennaio del 2011 (il primo articolo è del 22-01-2011) e ad oggi (07-09-2012)

sono stati pubblicati 407 articoli così ripartiti tra le varie sezioni:

Attualità                                 40

Cultura Francese                    1

Cultura Inglese                       4

Cultura Spagnola                   32

Interviste                                48

Letteratura americana            3

Letteratura inglese                 12

Letteratura italiana                 28

Letteratura spagnola              3

Letterature altre                     7

Lingue                                    5

Poesia                                     40

Recensioni film                      37

Recensioni libri                      139

Saggi letterari                         30

Segnalazioni                           94

Storia                                      15

Tauromachia                           20

Altro                                       17

 

Si sono utilizzati 2363 tag.

Sono stati ricevuti/fatti 414 commenti.

 

 

Visite al blog

Alla data odierna, 07-09-2012 alle ore 20:33, il blog conta con un totale di visite pari a 120.024.

Guardando le visite secondo una classifica mensile, la situazione è questa:

Settembre 2012[1]         1.590

Agosto 2012               5.983

Luglio 2012                7.123

Giugno 2012              6.740

Maggio 2012              7.888

Aprile 2012                7.858

Marzo 2012                7.925

Febbraio 2012            8.780

Gennaio 2012             9.124

 

Con una quota mensile di visite oscillabile tra 6.000 e 9.000 ca.

 

 

La media giornaliera delle visite, invece, per l’anno 2012 è stata la seguente:

Settembre 2012          220

Agosto 2012               193

Luglio 2012                230

Giugno 2012              225

Maggio 2012              254

Aprile 2012                262

Marzo 2012                256

Febbraio 2012            303

Gennaio 2012             295

 

Con una quota giornaliera di visite oscillabile tra le 190 e le 300 ca.

 

I dieci articoli maggiormente letti/visitati sono stati:

 

  1. Manolete, el torero más grande (7.835 visite)
  2. Madrid, trentasei giornate di corride (5.902 visite)
  3. Sweeney Todd, un incauto serial killer? (3.706 visite)
  4. La corrida: il toro bravo 5/10 (3.079 visite)
  5. La corrida: il torero, il picador, il banderillero 4/10 (2.984 visite)
  6. Il Palombaro di Corrado Govoni (2.849 visite)
  7. Mafalda di Savoia, il coraggio di una principessa (2006) (2.373 visite)
  8. 150 anni dell’unità d’Italia (2.333 visite)
  9. Chi sono?/Contatti (2.274 visite)
  10. Il mito della nobiltà inglese in letteratura (2.008 visite)

 

 

I dieci termini d’entrata maggiormente cercati, che hanno condotto a pagine del blog sono stati:

  1. Manolete (4.507 volte)
  2. Sweeney Todd (2.947 volte)
  3. Corrida Madrid (1.079 volte)
  4. Toro (1.000 volte)
  5. Torero (869 volte)
  6. Racconti erotici (795 volte)
  7. Torre di Pisa (765 volte)
  8. Il cigno nero (687 volte)
  9. Giuseppe Mazzini (672 volte)
  10. Blog letteratura (571 volte)

 

 

I dieci principali referenti al blog (da quale sito/social network gli utenti accedono al blog) sono stati:

 

  1. Google Search (23.889 volte)
  2. Google Image Search (23.479 volte)
  3. Facebook (7.340 volte)
  4. Liquida (408 volte)
  5. Virgilio.it (371 volte)
  6. Search-results.com (319 volte)
  7. Search-babylon.com (316 volte)
  8. Bing (312 volte)
  9. Arianna.libero.it (236 volte)
  10. Ask.com (225 volte)

 

GRAZIE!!!!!

E…. continuate a seguirci!!!!!

 

www.blogletteratura.com

blogletteratura@virgilio.it

 

Lorenzo Spurio


[1] Dove indicato, il mese di Settembre 2012 ci si riferisce fino alla data del 07-09-2012.

“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione di Michele Nigro

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione, a cura di Luciano Domenighini – Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti – Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Recensione a cura di Michele Nigro

 

Quale funzione potrebbero svolgere gli aforismi nella cultura del ventunesimo secolo? Noi, abitanti di quella grande rete, veloce e impaziente, chiamata Internet, eterni elemosinanti di tempo per fare migliaia di cose inutili travestite da necessità, alla ricerca di un’informazione liofilizzata e lampante, abbiamo perso l’istinto all’ozio creativo e alla riflessione edificante. In tale contesto l’aforisma, dal greco aphorismós, ‘definizione’, svolge una preziosa funzione di conservazione del patrimonio interiore dell’uomo pensante sotto forma di brevi sequenze testuali indipendenti e al tempo stesso di inseminazione dell’inner spacedel lettore: come una microscopica vita germinale, catturata e letta dall’occhio di un uomo nevrotico ma assetato di piccole verità, l’aforisma innesca nell’animo di chi lo riceve un’inattesa reazione filosofica che prende forza dal potere della brevità. Tra una fermata della metropolitana e la successiva, il tempo necessario per leggere, rileggere e assaporare intimamente un aforisma, è riposto il segreto per la salvezza del nostro pensiero anestetizzato.

Un segreto che Emanuele Marcuccio, autore della raccolta aforismatica intitolata Pensieri minimi e massime, dimostra di aver appreso perfettamente, sperimentando gli effetti di questa antica tecnica scritturale in prima persona, nella propria esistenza di poeta e di pensatore. Anche se ci troviamo dinnanzi a un pensatore non impegnato in sterili filosofismi accademici, i semplici aforismi di Marcuccio inducono il lettore, proprio facendo leva sulla loro struttura apparentemente innocua, alla riflessione, al voler ritornare più volte su frasi brevi, scarne, dirette, raramente articolate, non bisognose di esegesi acuminate, ma al tempo stesso “banalmente disarmanti” grazie a un meccanismo assiomatico che diviene catarsi.

L’Autore sembra quasi indicare ai suoi lettori un metodo di purificazione del pensiero, attingendo a piene mani da un immaginario collettivo, anche se di origine privata, in cui non è difficile riconoscersi: un’operazione che diventa possibile perché Marcuccio adopera gli aforismi come se fossero simboli arcaici di una mappa interiore appartenente al genere umano. Aforismi che sottolineano necessità apparentemente scontate; aforismi da ripercorrere, per non lasciarsi ingannare dalla loro semplicità e dalla nostra distrazione di cittadini già saturi di segni sintetici provenienti dall’informosfera. Aforismi da vocalizzare interiormente, per farli propri, per assorbirli, come preghiere laiche che si distinguono dal flusso compatto della narrazione di grandi storie e c’invitano ad approdare su piccole isole di riflessione.

La ricercata “ingenuità” degli aforismi di Marcuccio conduce il lettore alla scoperta archeologica e al conseguente disseppellimento di un nucleo esistenziale incrostato dalla complessità di una vita tecnologicamente avanzata ma deprivata di senso.

Solo chi ha avuto il piacere, nel corso della propria vita, di assistere allo stillicidio diaristico e silenzioso dei propri pensieri sulla carta può comprendere profondamente l’operazione effettuata da Marcuccio: il bisogno di condensare l’esperienza esistenziale in leggi personali; per ricordare a noi stessi le regole che ci hanno aiutato ad andare nel mondo, interpretandolo; per definire ciò che appare indefinibile, fissandolo. Anche se non tutti i pensieri hanno la vocazione a diventare aforismi. Come scrive l’Autore nell’aforisma numero ottantotto, l’ultimo della raccolta: «Un fotografo coglie un attimo di realtà imprimendolo nella pellicola; bisogna saper scegliere quell’attimo tra mille, da qui si percepisce la sua arte.»

Stralci privati e quotidiani scelti con oculatezza, senza cedere a una sorta di solipsistico protagonismo; sprazzi di esigenze spirituali salvate dall’evaporazione mnemonica e dall’inutile corsa verso falsi impegni che umiliano il pensiero: solo le attività umane degne di questa definizione rientrano nella ricerca di Marcuccio. L’amore, il dolore, la gioia, l’importanza esistenziale della poesia e della scrittura, i rapporti sociali, la saggezza scoperta lungo il cammino, la vita…

I pensieri minimi riecheggiano in maniera autonoma nell’animo di ogni singolo lettore e, a seconda dell’importanza che assumono nel contesto dell’interiorità ricevente, diventano miracolosamente massime.

 

 

 

a cura di Michele Nigro

4 settembre 2012

 

 

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

“Le stagioni dell’anima”, poesia di Monica Fantaci

Le stagioni dell’anima

DI MONICA FANTACI

Gli stati d’animo
stagioni dell’anima
che nel suo ciclo di emozioni
si mescola,
cade,
riappare
con i piccoli granelli di fiato nel vento,
poi con le lacrime della nuvola,
per colorarsi con le sette note
delle sette tinte
nei sette giorni
e rigenerarsi
in fruscii che si elevano dal terriccio,
non più invernale,
suonato dagli archi del sole
per dare vigore
alla radice del fiore
che gira attorno
e che cammina lungo
il corso imbevuto
dalle catene d’acqua.

Monica Fantaci

Palermo 5 settembre 2012   

 

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DELL’AUTRICE. 

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E/O RIPRODUZIONE DI QUESTO TESTO IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

“Profumo di tigli in fiore” di Maristella Angeli, prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Profumo di tigli in fiore (Poesie d’amore)
di Maristella Angeli
Rupe Mutevole Edizioni, 2012 – Collana: Sopra le righe
ISBN: 978-88-6591-220-1
Genere: Poesia
Prefazione e cura dell’opera: Emanuele Marcuccio
Prezzo: 10,00 €

 

 

PREFAZIONE

a cura di EMANUELE MARCUCCIO

 

Maristella Angeli, nota poetessa nel panorama letterario emergente, ci offre in questa sua ultima silloge, la settima per la precisione, un ampio squarcio di vita amorosa, con tutti i suoi dolci profumi e sapori che l’accompagnano, quasi palpabili, a partire dal titolo Profumo di tigli in fiore, come a denotare – ci rivela l’autrice nell’omonima lirica (incipit dell’intera raccolta) – una primavera d’amore, che si vorrebbe non finire mai.

Un’intera raccolta di poesie d’amore, in cui questo sentimento universale, come ben lo definisce la Angeli nella presentazione, viene affrontato in tutte le sue più ampie sfaccettature; dai sogni di bambina di “Amore ritrovato”, dove l’amore viene rappresentato come la concretizzazione di tutti i sogni “ricordi/ immagini di bambina/ […] fiori di campo/ ora trovo sul tavolo/ eterno amore/ ritrovato” al felice incontro amoroso di “Notte”, dove la premurosa presenza dell’amato è necessaria per non perdersi nel buio misterioso della notte: “mistero di un mondo onirico/ la tua mano stringe la mia/ dà conforto/ […] affinché non mi perda/ in quel buio”. Dall’idillio amoroso di “Boccioli di tenere rose”, dove nell’amplesso le categorie di spazio e di tempo sembrano per sempre smarrite “colgo l’attimo/ fermo l’orologio della vita/ entro nella goccia del tuo profumo/ assorbendomi in te” esprimendo così un amore incontaminato di due anime e di due corpi fusi indissolubilmente, all’ansia per la lontananza dell’amato in “Senza di te”: “così naturale è il vivere insieme/ la lontananza sembra impossibile./ Riguardo le nostre foto/ […] per non perdere neanche un attimo/ di noi”.

Non mancano, però, temi più giocosi, dolcemente ingenui e fanciulleschi, come in “Un mondo tutto per noi”, basta chiudere gli occhi per immaginare un mondo favoloso e incantato: “per tetto il cielo con stelle di meringa/ una luna di formaggio per te/ per coperta un manto/ di petali di petunia e rododendro/ […] la cucina costruita da gnomi pazienti/ odore di zenzero e canna da zucchero/ alle finestre tendine cucite con raggi di sole”. È evidente che la nostra autrice non ha mai smarrito lungo il cammino la bambina di un tempo, “quando i girasoli sembravano seguirmi”. Come scrisse il grande Pablo Neruda (1904-1973), “Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé”.

Tra tutte si stende solitaria una lirica sulla delusione amorosa “La prima delusione d’amore”: “parvenza graziosa/ solo apparenza/ sentimento non era/ […] lui è con un’altra/ e giurava amore per te”.

Degni di nota sono i vari termini inglesi, adoperati sempre con grande delicatezza e musicalità, come in “Gli attimi vissuti con te”, “se il tempo esaudisse i desideri/ apporrei dei post chiedendo/ di afferrare gli attimi/ vissuti con te”; o come nelle interessanti metonimie di “Foto di vita”, “foto in versi descrittivi/ feed-back di ieri/ flash incorniciati di fiori.

Una raccolta che vi rapirà per la sua semplicità di espressione e profondità dei contenuti, per la musicalità abilmente impiegata e la fluidità del verso, dove i segni di interpunzione sono quasi del tutto assenti, raramente l’autrice vi ricorre e, quando lo fa, esclusivamente per esigenze di musicalità e di fluidità del verso. Un poetare maturo, che concorre a costruire una mirabile architettura di passioni e di emozioni, dove l’eloquio poetico non è dato dal significato delle parole o dai correlativi oggettivi utilizzati ma dall’abile e consumata disposizione e posizione sul verso.

 

EMANUELE MARCUCCIO

 

Palermo, 7 maggio 2012

 

QUESTO TESTO VIENE PUBBLICATO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione di Paolo Ragni

Ritorno ad Ancona ed altre storie
di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi
Lettere Animate Editore, 2012
Recensione di PAOLO RAGNI

 
Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, qualche decennio di differenza tra i due, un centinaio di chilometri, tre racconti scritti insieme. Già questo incuriosisce.
Gli autori in che modo hanno collaborato? Si distinguono le parti di uno e dell’altra? Personalmente avremmo dovuto leggere tutto quel che hanno fatto singolarmente, prima di adesso, per sapere meglio chi ha fatto che cosa. Ma non ci pare che tale argomento, in astratto importante, abbia poi tanta rilevanza in riferimento ad un libro in cui i tre testi sembrano scritti realmente da una sola mano, in cui il tono è sorprendentemente omogeneo e in cui, casomai, si può intravedere solo una certa prevalenza di una componente femminile. Del resto, quando si gustano le opere scritte a più mani, ci viene sempre da pensare a Masolino ed a Masaccio, e a come ancor oggi la critica ragioni e discuta sull’apporto e dell’uno e sull’apporto dell’altro…
Ha scritto di più Sandra? No so, certo la sensibilità è più femminile, visto anche il ruolo importante che assumono i personaggi femminili: ma non si tratta di una narrativa in cui il genere acquista tanta importanza, e del resto l’immedesimazione degli autori nei personaggi e nelle storie sembra avere raggiunto un grande risultato in termini di coesione. Chiunque scrive, del resto, deve sapersi immedesimarsi nei personaggi, qualunque ne sia il sesso o l’età: chi non ha scritto almeno un racconto rovesciando pezzi di sé in ruoli e situazioni assai differenti? Magari poi scopriamo che l’interazione tra Spurio e Carresi è stata tale da superare la nostra immaginazione: come Eco che, parlando del Nome della rosa, osservò che originali erano le parti attribuite dalla critica ad Eco, e di Eco erano inserti creduti originali.
Si tratta di tre storie senz’altro quotidiane, delicate, storie prevalentemente di amore, di amori. Il tema non stanca mai, vista la bravura degli autori nel condurre le storie, anche quando in realtà non pare succedere niente che rovesci la vita dei protagonisti. In genere gli eventi sembrano destinati ad essere risucchiati nel vortice della vita quotidiana: così capita, ad esempio, proprio nel Ritorno ad Ancona, dove la circolarità di una storia estiva non permette che la straordinarietà dell’accaduto riesca a produrre Storia, come se gli incontri non fossero fondanti, ma mere increspature, belle, ma che non scavano.
Non sempre però è così. Ci sono eventi che riescono a cambiare i rapporti umani, c’è una eredità -lasciata da un padre colpevolmente distratto- che poi, in modo sapientemente verosimile, riesce a rimettere insieme pezzi di una storia cancellata o mai saputa. Ci sono tentativi lodevoli di fare qualche cosa di buono, tipo un’adozione, e poi scopriamo il fallimento di un matrimonio, il crollo della fiducia nella persona amata, ci troviamo davanti alla morte e non siamo mai pronti a sufficienza per accettarla. Quello che alla fine prevale è forse proprio questo sentimento di accondiscendenza, di accettazione, come se i protagonisti si sforzassero di ricavare sempre qualcosa di buono dalle loro storie. I personaggi, in realtà, sia che ci sia un lieto evento sia no, in fondo comprendono il senso di quel che accade. Forse la vita non può cambiare, il nostro modo di vederla lì. Il messaggio che rimane, che ci è rimasto, è che vale la pena impegnarci e conoscere situazioni e persone, anche se non sempre queste ci cambiano nel profondo: a qualcosa, misteriosamente, la vita con le sue giravolte serve, qualcosa ci insegna, non siamo più esattamente quelli di prima.
I temi trattati sono tratti da storie molto vicine a noi, di personaggi come noi, che mangiano come noi, ascoltano le canzoni come noi, si muovono etc.. L’attenzione alle piccole cose, al dettaglio, è senz’altro uno dei punti forti della narrazione, perché rende visibile ogni piccolo gesto al lettore, rende abbordabile il personaggio che si incontra, proprio come se lo conoscessimo o ne avessimo l’opportunità, come capita, ad esempio, coi colleghi di lavoro, che magari non sono amici ma buoni conoscenti.
Quello che si potrebbe osservare, come punto debole, è forse che proprio la grande attenzione al dettaglio e il procedere analitico, cronologicamente scansionato e concatenato, talvolta può levare
un po’ di fantasia: il procedere è disseminato di tracce assai circostanziate, sembra quasi di sapere tutto dei protagonisti perché l’analisi psicologica è sempre particolarmente approfondita. Sfugge invece, talvolta, la motivazione più profonda, quella che ti fa credere di non essere solo conoscente ma realmente amico dei personaggi, può saltare quella adesione emotiva, quella sospensione dell’incredulità che può rendere credibile l’incredibile. Qui è tutto realmente credibile, verosimile e ben spiegato, forse appena troppo spiegato. A noi piacerebbe una narrazione meno psicologica e assai più fatta, ad esempio, di dialoghi e di gesti che parlino da sé. Un po’ troppo si vuole dare la spiegazione di un comportamento, mediante una disamina dei perché che, alla fine, ottiene l’effetto di non lasciare molto margine di interpretazione al lettore. La chiarezza psicologica ad ogni costo toglie la sorpresa e non fa lavorare il lettore. Noi crediamo che il libro lo debbano fare in due, scrittore e lettore. Qui in tre (dato che gli scrittori sono due!).
Ecco, se ci fosse permesso dare un suggerimento, sarebbe proprio quello di insistere sulla visività dei personaggi, in maniera più dichiaratamente teatrale, che dia loro una vita propria anche senza le spiegazioni autoriali. Probabilmente questo bel libro non può in alcun modo prestarsi a questo tipo di intervento, perché così è nato e non è modificabile a tal punto senza rischiare di subirne uno snaturamento. E’ solo un invito a liberarsi un po’ dall’io narrante e far vivere con più libertà i protagonisti, che non sono oggetti o strumenti di racconti a tesi, né tanto meno uomini e donne misteriosi i cui gesti debbano essere spiegati: se sono come noi, tanto vale levare loro i binari e lasciarli muovere come meglio piaccia a loro stessi. Forse le storie si arricchiranno in termini di maggiore vivacità ed anche la lingua, molto piana e corrente, potrebbe avere quel surplus di ricchezza di cui alle volte si può sentire il bisogno.

PAOLO RAGNI

05/09/2012

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