“Lettere mai lette” di Susanna Polimanti, recensione di Lorenzo Spurio

Lettere mai lette
di Susanna Polimanti
Kimerik, Patti (ME), 2010
Pagine: 71
ISBN: 978-88-6096-548-6
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

  

Ma la vita ti riserva grandi gioie e grandi dolori e per ogni momento felice che ci regala ce ne riserva altrettanti tristi. (p. 59)

 untitledSusanna Polimanti, amica, bibliofila e scrittrice, ha esordito nel mondo della letteratura attiva con la pubblicazione di “2 Cuori…una cuccia!!” (Lulu, 2009) ed ha pubblicato poi “Lettere mai lette” (Kimerik, 2010) e il romanzo ampiamente autobiografico “Penne d’aquila” (Kimerik, 2011).

“Lettere mai lette”, di cui mi occuperò in questa recensione, è un libro particolare nel senso che sembrerebbe un tentativo dell’autrice di rompere il legame tra privato e pubblico nel suo percorso di crescita. L’opera, infatti, si costituisce di una serie di lettere che Susanna ha scritto in diversi momenti della sua vita ed indirizzate a varie persone dalle quali traspaiono sentimenti, tormenti interiori, una profonda solitudine, ma anche l’amore per la vita, per la semplicità, per gli affetti sinceri. Chiaramente i destinatari non sono indicati espressamente, ma chi ha conosciuto da vicino Susanna non farà difficoltà a comprendere a chi erano dedicate queste missive.

La scrittura si configura –come lei stessa ha modo di osservare spesso nei suoi scritti- come una necessità dominante alla quale non si può sottrarre e questo si evince anche dalla presente raccolta epistolare che, appunto, dimostra quanto il legame tra Susanna e la penna non sia qualcosa di recente, ma di profondamente radicato già a partire dall’infanzia. Chi scrive qualcosa può avere in mente qualsiasi cosa, può trasporre il vero, cioè quello che ha realmente vissuto e sperimentato sulla sua pelle, può trasfiguralo o addirittura fingere, camuffare e inventare di sana pianta. Non è mai dato al lettore sapere quanto l’autore abbia lavorato di fantasia, quanto si sia dedicato alla costruzione di fiction piuttosto che incanalare tra le righe semplici esperienze realmente appartenutegli, dunque questo discorso vale anche per questa opera di Susanna. È senz’altro lecito chiedersi se la Susanna protagonista delle lettere che si caratterizza per grande attaccamento alla figura paterna, sincerità, animo profondamente generoso, adolescenza a tratti sprofondata in momenti di tormento e solitudine, sia manifestazione diretta della Susanna donna. È una questione che al lettore non deve importare più di tanto, ma ciò che deve tenere in considerazione, da subito, da quando cioè apre il libro e si tuffa in questa lettura interessante e senz’altro piacevole, è capire che queste lettere, come indica il titolo dell’opera, non sono mai state lette.

Perché? Perché il momento in cui la protagonista vive non si sente talmente coraggiosa di comunicare certi messaggi agli altri e quello che scrive rimane dunque muto? Perché spesso è preferibile sfogarsi con se stessi, stendere nero su bianco i propri tormenti, per ricavarne un lenitivo e fare pace con se stessi? Oppure non sono state lette nel senso che il messaggio recondito delle missive in realtà è stato mandato a quei destinatari, ma per un qualche motivo non è stato colto? Le possibilità qui evocate possono coesistere e, ad ogni modo, ciò che preme sottolineare è che queste lettere, mancando del destinatario, finiscono per essere delle pagine di un diario personale di cui l’autrice ci fa confessione.

Tra le varie lettere ritroviamo l’amore indiscusso per il padre, il dolore per la perdita dell’amica e anche per quella dell’amico a quattro zampe Strauss, a cui è dedicato interamente il primo libro di Susanna, alcuni episodi della vita universitaria e lettere d’amore, altre di rifiuto a proposte d’amore. Tra le righe si legge una grande devozione a Dio e la considerazione della famiglia quale ricchezza terrena e baluardo di difesa; l’amore e l’amicizia sono le torri imperscrutabili dell’universo di Susanna sulle quali si ergono due vessilli che sventolano con forza: la generosità e il vitalismo.

A questo punto chiedo al lettore di scusarmi se posso sembrare contraddittorio con quanto ho testé detto, ma posso assicurare che entrambi questi vessilli che sventolano alti in questo cielo metaforico non sono altro che due delle sfaccettature dell’animo di Susanna. È in quel cielo che a tratti sa essere terso, altre volte nebbioso o addirittura in rivolta, che la protagonista-autrice anela a perdersi: “Vorrei essere un’aquila per volare più in alto, per far piovere su di te la mia calda energia, piena di affetto per te” (47). E l’aquila, che pure ritroviamo –non a caso- nell’ultima produzione letteraria di Susanna, il romanzo dal titolo “Penne d’aquila” (Kimerik, 2011), è forse immagine-metafora della stessa autrice, una donna forte e dalla tempra battagliera, che è lì in alto, ad osservare imperscrutata, a volteggiare nel cielo godendosi la sua libertà.

L’operazione fatta da Susanna con la raccolta di missive è coraggiosa ed encomiabile, perché queste lettere, ripulite da nomi dei destinatari, riferimenti toponomastici e date, tornano a vivere e a trasmettere significati e sentimenti che sono universali.

Riaprire un cassetto e ripescare qualcosa del passato è sempre un’azione positiva. Il processo intellettivo della memoria, azionato da immagini e suggestioni, è in grado di far strada battuta al veloce carro delle emozioni.

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

  Jesi, 18 Agosto 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONFERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Da me a me” di Anthony M. Paglia, recensione di Lorenzo Spurio

Da me a me
di Anthony M. Paglia
Narcissus.me, 2013
Pagine: 162
ISBN: 9788867558179
Link diretto all’acquisto in formato e-book

 

Recensione di Lorenzo Spurio

41W8v4cRE+L__AA258_PIkin4,BottomRight,-31,22_AA280_SH20_OU29_E’ convinzione comune e per lo più errata che un bambino che  vive in stato di inaffettività genitoriale o sottoposto a singolare vicende durante l’infanzia, possa riportare durante il suo percorso di crescita delle problematiche psicologiche motivate da un certo trauma che ne minino la stabilità. Non è, però, quello che accade a Giacomo, il protagonista di questo romanzo di Anthony M. Paglia intitolato “Da me a me”. La storia contenuta in queste pagine non è facile perché si intesse su una serie di motivi difficili che fanno riferimento al trascorso affettivo del protagonista, un rispettabile uomo sessantenne senza figli a cui viene data in affido una ragazzina non ancora maggiorenne, figlia di un suo amico deceduto. Le immagini che contraddistinguono i vari episodi che l’autore narra si connotano per essere violente e l’autore quasi si domanda se Anthony M. Paglia non abbia in realtà calcato troppo la mano e voluto inserire troppe cose in questo romanzo.

La storia si apre con l’affido di Giulia, una ragazza che ha tentato il suicidio più volte e che è stata rinchiusa in una clinica dove, pure, i medici cercano di curarla dall’anoressia. Piano piano l’autore sviscera le ragioni del mal di vivere della ragazza rintracciandole nel grande amore verso il padre che, però, è venuto a mancare perché assassinato per la strada in circostanza mai chiarite, ma che lo vedono, forse coinvolto nella frequentazione di prostitute o legato a un sistema mafioso, e sua madre che, invece, non si è mai interessata a lei e che l’ha procreata semplicemente per adempiere a un impegno preso con il padre.

Anche la personalità di Giacomo è abbastanza complessa; è un sessantenne solo che ha avuto due grandi esperienze amorose alle spalle, entrambe finite, una a causa del ritiro della donna in un convento di clausura, l’altra a causa di suicidio assistito dopo la scoperta di un tumore. Giacomo ha trascorso la sua infanzia con il calore e l’amore deviato della sua balia con la quale, nel tentativo di ricercare l’affetto che la madre non era in grado di dargli, è finito per unirsi sessualmente. Del padre, al contrario, restano ricordi piuttosto positivi se ricordato da solo, senza la presenza della madre, alla quale era brutalmente assoggettato a livello mentale tanto da diventare una marionetta: “Mi ero convinto che quello di mia madre fosse un meccanismo perverso, dire una cosa e poi negarla, chiederne una e poi dire di non averlo mai fatto per confondere e sottomettere mio padre, rendendolo un fantoccio. Oppure semplicemente per litigarci, poter urlare, fare una scenata, dopo sembrava ricaricata, come se avesse assorbito le sue energie, succhiato la sua linfa vitale. Bastava guardarli. Lei pimpante e rilassata, la schiena dritta e lo sguardo altero, sicuro che guardava verso l’alto, la sua dimensione giusta. Lui con schiena ricurva, gli occhi verso il basso come se fosse lo straccio bagnato che si passa sul pavimento” (p. 52).

La distorsione dei rapporti che Giacomo è portato a sperimentare sulla sua pelle in un clima familiare dove dominano la sopraffazione e l’indifferenza lo porterà ad avere addirittura un rapporto sessuale con la madre quando lei, ormai, è diventata completamente pazza. Di questo il lettore ne verrà a conoscenza solo nelle ultime pagine del libro e nel racconto che fa a Giulia osserva: “Da piccolo mi mancò terribilmente una madre normale” (p. 65). Poi il doloroso e poco imprevedibile atto estremo del padre, il suicidio, l’unico mezzo con il quale riuscì a sottrarsi dalla donna che gli aveva rovinato la vita, gesto che Giacomo non è in grado di condannare, ma che condivide.

La cornice narrativa è quella dei dialoghi serrati che l’uomo ha con la ragazza che le viene data in affido e che si porta a casa con sé, all’interno dei quali si inseriscono i ricordi melanconici e tormentati del passato dell’uomo che, da subito, alla ragazza chiarifica la sua volontà: prenderla con sé nella sua casa per adempiere alla volontà del padre, adducendo che a livello sessuale non è attratto da bambine e, soprattutto, che è impotente. I due trascorreranno molte giornate insieme durante le quali si conosceranno e Giulia, seppur non lo riconoscerà mai verbalmente, comincerà a provare un vero affetto nei confronti di Giacomo. Ed è in questo modo che anche la ragazza racconta il disagio che ha vissuto sulla sua pelle e che l’ha portata in clinica: non solo l’esaurimento dovuto alla morte del padre, ma anche la relazione sessuale con un uomo molto maturo che, in virtù della sua bellezza, le aveva proposto di lavorare nel mondo della moda, forzandola però a dimagrire (“Scoprii di essere grassa, la mia 40 per loro era troppa roba”, p. 87).

L’anoressia, della quale al termine del romanzo, non ci è detto se la ragazza è guarita o no, quale disturbo alimentare non è che la risposta a una serie di condizioni alle quali è stata sottoposta che l’hanno ridotta a pesare cinquanta kili. Essa si lega a una serie di altre condizioni che evidenziano deficienze nell’utilizzo del proprio corpo quale l’impotenza di Giacomo alla quale si è accennato che, come il lettore poi scoprirà, non esiste. A livello sessuale la panoramica delle vicende che vengono raccontate è varia: si va dalla pedofilia (Giulia ha rapporti sessuali con l’uomo che la introdurrà nel mondo della moda quando non ha ancora diciotto anni), al lesbismo (di Giulia con una sua amica, osservato vouyeristicamente, non visto, da Giacomo), all’incesto (di Giacomo con sua madre) e addirittura a uno spiazzante coup de theatre che vedrebbe Giulia essere un ermafrodito.

Nel romanzo assistiamo a manifestazione inaudite di cattiveria e di violenza che possono far chiedere al lettore quale sia il reale intento dell’autore: se dipingere una realtà sociale ormai disfatta, rovinata dalle sue stesse mani o se, invece, far riflettere su quanto la vita a volte possa accanirsi con una sola persona. Suicidi, inaffettività, violenze psicologiche, episodi di pedofilia, drammi personali, amori persi e ritrovati dopo tanto, quando non c’è più tempo per poterli rivivere perché intanto la vita ha fatto il suo tempo e sono sopraggiunti mali incurabili come nella storia di Giacomo con Lucia, chiarificano al lettore quanto la vita umana sia spesso accidentata da episodi non voluti, arrivati per caso e ai quali l’uomo deve sottomettersi per cercare un futuro migliore, convivendo con essi e costruendo la sua personalità, giorno dopo giorno, su queste circostanze.

Quando la desolazione interiore per tanto male di vivere può attanagliare l’anima, la confessione dei propri tormenti a qualcuno può diventare un percorso salvifico ed è ciò che Giacomo fa nei racconti a Giulia nei quali in fondo finisce per parlare quasi sempre di lui, come il titolo del libro stesso evidenzia “Da me a me”. Il discorso è concentrato principalmente sul Giacomo di allora e il Giacomo di adesso, un rimbalzo di palla tra infanzia e maturità, dolori e privazioni che lo porterà, come si è detto ad attaccarsi a Giulia con un reale carico affettivo. Ci sarà tempo anche per un loro rapporto sessuale, è vero, ma come ricorda la ragazza, il sesso oramai nella nostra società e come siamo soliti intenderlo, non è che un gioco atto al puro divertimento: “Scopare non conta niente, importanti sono sole le parole, quelle vere e quelle finte ma comunque dette” (p. 157).

Sembra non esserci troppo spazio ai sentimenti nel personaggio di Giulia che, però, una volta che scopre l’assenza per sempre dell’uomo che ha imparato a conoscere e che con la sua terapia dialogica l’ha effettivamente curata, ne sentirà una profonda mancanza.

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 Jesi, 15-08-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“La cucina arancione” di Lorenzo Spurio, recensione di Susanna Polimanti

La cucina arancione
di Lorenzo Spurio
Ass. Cult. TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
ISBN: 9788890719080
Pagine: 238
Costo: 10 €
Link diretto alla vendita
 

RECENSIONE DI SUSANNA POLIMANTI

1012655_10201459700837819_1376616163_nLa cucina arancione: la novità libraria di Lorenzo Spurio, edito da TraccePerLaMeta Edizioni, è una raccolta di venticinque racconti che reputo in tutta onestà,  altamente creativa e singolare, nonché priva di tratti comuni e contenuti banali. Lorenzo Spurio delinea i protagonisti di ogni suo racconto quali consapevoli di una realtà parallela, costruita con appassionante dialettica in una dimensione paradossale dove ognuno narra la sua storia con struttura  paralogica, un vissuto tra esasperazione del pensiero e delle proprie fobie, tra psiconevrosi, idee deliranti, ossessioni, paranoie ed anancasmi.  La silloge di  Spurio enfatizza contenuti emozionali ed istintivi che si annidano nei rapporti sentimentali, nelle relazioni familiari, sociali  e persino erotiche, risaltandone il senso di profonda inquietudine e tensione che conduce ad una vera e propria distorsione della realtà con atteggiamenti impudenti che passano dalla spensieratezza allo sprezzo, pur tuttavia fortemente agganciati all’attualità di una società “disagiata” dove cercano di sopravvivere  figure dai caratteri emblematici con fantasiose manipolazioni dell’identità.

Continua a leggere la recensione cliccando qui.

“Nuovi autori contemporanei nr. 7” (Ediz. Pagine), recensione di Lorenzo Spurio

Collana racconti – Nuovi autori contemporanei nr. 7

Autori: AA.VV.

Editore: Pagine, Roma, 2003

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

imagesLa nuova antologia di racconti di autori contemporanei edita dall’editore romano Pagine è un ricco contributo al genere del racconto breve che, come si sa, in Italia non ha mai goduto di grande fama, sebbene non siano mancati nella storia della letteratura esponenti di spicco quali Calvino e Buzzati.

L’antologia non segue un filo tematico ed ogni racconto presenta un universo concettuale a sé, chiuso e definito e si apre con una bellissima immagine di copertina nella quale si staglia un lungo molo di cemento che si perde a vista d’occhio delimitato da una parte da una struttura blu e dall’altra che dà direttamente sul mare. L’immagine nel suo complesso trasmette un senso di apertura e di possibilità, di grandezza e di mistero del creato, sebbene l’ampia staccionata in legno blu inserisce nell’immagine un elemento di divisione che in parte occulta l’oltre.

Nell’opera sono presenti i racconti di Sara Allegrini, Aurelio Cellini, Maurizio Cervelli, Daniela Conti, Marina Frunzio, Susanna Polimanti, Gabriele Roncoli, Giulio Ruggieri, Marco S. Doria, Costantino Simonelli, Ciro Trani, Francesco Tuccio e Daniele Urro.

Leggendo i vari racconti qui contenuti ho trovato un tema dominante che, credo in maniera nolente, ne abbracci diversi. Il tema è quello della solitudine, declinata sotto varie manifestazioni. Si va, infatti, dal racconto iniziale “Violata” di Sara Allegrini in cui la protagonista, che agogna a una relazione amorosa seria e stabile, finisce per darsi piacere da sola e, nel finale, la porta a fare una constatazione nella quale non possiamo non cogliere una certa sofferenza della protagonista: “Le donne sono decisamente creature complesse, ma lei era forse una delle donne più complesse che esistevano. […] Invidiava la semplicità e la leggerezza di vivere degli altri” (p. 10). In “Il sig. Alzheimer” di Maurizio Cervelli si dà invece spazio al resoconto fatto da un figlio maturo desolato e sofferente per la situazione patologica del genitore che, affetto dal morbo di Alzheimer, perde giorno dopo giorno la memoria, la consapevolezza e finisce per comportarsi come un neonato. L’autore sottolinea come la diagnosi di tale patologia venga a significare una prima morte per il paziente: “Loro infatti muoiono due volte e, quindi, sono già morti. Di queste due morti, la prima è quella vera, la seconda è solo un cerchio che si chiude, senza lacrime” (p. 21).

Nel racconto di Susanna Polimanti, invece, che si intitola “Il mio amico Mosè”, la solitudine si ravvisa a livello di distanza sociale ed emarginazione del diverso: la nostra cultura e il pregiudizio sono corresponsabili del procedimento di etichettamento sociale che spesso svolgiamo senza neppure rendercene conto facendo, però, del male a qualcuno (si pensi ai casi di razzismo etnico e religioso, ai fenomeni di omofobia e quanto altro). Nella storia di Susanna Polimanti la protagonista è amica di quello che comunemente è il “diverso”, perché non ha la nostra lingua, religione o colore della pelle. La protagonista scopre in Mosé, un venditore ambulante dinanzi a un supermercato, una grande sensibilità e profondità d’animo che consentirà ai due di imbastire un rapporto di vera amicizia, affetto e vicinanza: “Attraverso gli occhi di Mosè osservo la parte migliore di questo grande paese […] nei suoi occhi percepisco la presenza di Dio e del suo grande amore per noi, per me” (p. 38).

La solitudine adolescenziale che si veste di incomunicabilità e di emarginazione dal gruppo è alla base del racconto “Storia di un amico” di Gabriele Roncoli dove il narratore parte dalla semplice constatazione che non ha avuto mai un fratello e crede di non averne mai sentita la mancanza, concludendo poi nell’explicit: “Io non avrò un fratello con il mio stesso sangue, ma sono sicuro che il nostro rapporto molti fratelli se lo possono solo sognare. Grazie Gaston” (p. 46).

La solitudine, infine, può diventare totalizzante e macchiare lo stato di coscienza dell’uomo portandolo all’acquisizione di comportamenti ossessivi e maniacali come avviene al protagonista di “Gioco a bigliardino da solo” di Costantino Simoncelli in cui il protagonista, depresso nella sua condizione di solitudine e isolamento, gioca con varie componenti della sua identità, finendo per giocare a bigliardino da solo.

La solitudine, dunque, è un male che può essere tanto privato, come in questo ultimo caso, quanto pubblico e sociale, come nella storia dedica all’emarginazione razziale. Ciò che è necessario sottolineare è che ciascun tipo di solitudine, se portata all’estremo e non controllata, può portare all’acquisizione di condotte pericolose, deviate e che possono anche diffondersi, come può essere la paura nei confronti dello straniero che nasce appunto dalla convinzione che ciò che non conosciamo è dannoso per noi e bisogna tenerlo a distanza.

Ovviamente questa lettura “tematica” di alcuni racconti presenti nell’antologia è una mia analisi personale e che nulla ha a che vedere con le reali intenzioni di chi ha promosso e curato il progetto antologico che, come detto all’inizio, non ha nessun tema comune alla base.

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 Jesi, 13-08-2013

 

Collana racconti – Nuovi autori contemporanei nr. 7
Autori: AA.VV.
Editore: Pagine, Roma, 2003
Pagine: 94
ISBN: 978-88-6819-184-9
Costo: 23€
 

“Due Cuori… una Cuccia!” di Susanna Polimanti, recensione di Lorenzo Spurio

2 Cuori… una cuccia!!

di Susanna Polimanti

 

Recensione di Lorenzo Spurio

imagesCAJMMMF3Quando ad una persona luccicano gli occhi mentre sta parlando di una cosa, anticipando magari qualche lacrima, è evidente il carico affettivo di ciò che sta tirando fuori, magari con grande nostalgia. Ed è questo che ho potuto vedere chiacchierando con l’amica e scrittrice Susanna Polimanti, folignate ma abitante nella provincia di Ascoli Piceno da vari anni. Il libro in questione in realtà non è solo un libro, ma un fedelissimo reportage della storia d’amicizia ed amore da lei vissuta in compagnia dell’amico a quattro zampe Strauss. Non solo. Il libricino, diviso in capitoli e corredato di varie fotografie di Strauss assieme alla sua padrona definita “capobranco”, ripercorre i momenti centrali dell’esistenza del cane: dalle sue timide perlustrazioni iniziali nel giardino della casa, al suo continuo desiderio di conoscenza e di giocare, sino alle sedute di addestramento e addirittura a un curioso episodio di clamore: la partecipazione di Strauss accompagnato dalla padrona in un noto programma televisivo.

Ma l’intenzione dell’autrice –mi pare di capire- non è tanto quella di trasmettere all’autore le vicende che ha vissuto in compagnia di un animale affettuoso e riconoscente, ma è forse maggiore. Credo che ci sia dietro a questa scrittura una sorta di processo psicologico di recupero del passato con la volontà di “eternizzarlo”, di cristallizzarlo per avere la certezza che anche con il passare del tempo e degli anni, esso sarà lì, concreto, fedele, preciso a testimoniare un rapporto che mai si perderà. Ravvedo dunque un intento oserei dire terapeutico nella scrittura di Susanna nel senso che probabilmente la scrittura di questo libro –che immagino sia stata dolorosa, ma di un dolore dolce- abbia servito alla scrittrice non solo a ricordare Strauss, ma a riviverlo superando il canonico dolore della mancanza.

A livello stilistico si ravvisa un linguaggio semplice, piano e facilmente fruibile a tutti ed è interessante sottolineare la tecnica di narrazione impiegata da Susanna: la narrazione è diretta, in prima persona, chi narra sa tutto sulla storia, non inventa, né cela niente al lettore, ma il narratore è Strauss stesso che, passando attraverso la rielaborazione della coscienza dell’autrice, dà la sua visione del suo rapporto con la “capobranco”.

Una lettura che va fatta, perché ci arricchisce sensibilmente chiarendo al lettore quanto l’amore che alberga nel cuore di persone vere, sensibili e premurose come Susanna, non conosca limiti di nessuna natura.

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

Jesi, 13-08-2013

 

2 Cuori… una cuccia!!
di Susanna Polimanti
Lulu, 2009
Pagine: 38
ISBN: 978-1-4092-7002-7

 

Susanna Polimanti (Foligno, 1956) ha esordito con 2 Cuori…una cuccia!! (Lulu, 2009). Ha pubblicato poi Lettere mai lette (Kimerik, 2010) e il romanzo Penne d’aquila (Kimerik, 2011). E’ presente in varie antologie e ha ricevuto numerosi premi letterari per la sua intensa attività letteraria. Cura il blog di recensioni “La biblioteca di Susy” raggiungibile a questo link: http://bibliotecadisusy.blogspot.it/

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

 

 

Anna Scarpetta su “Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima” di Annamaria Pecoraro

Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima
Poesie di Dulcinea – Annamaria Pecoraro –
Editrice Lettere Animate – Collana Poetica –

                                        

                imagesLa poesia, di Dulcinea Annamaria Pecoraro, Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima, Editrice Lettere Animate, vuole essere, essenzialmente, un dolce inno all’amore. A mio parere, tanti bei versi che parlano di veri, forti, sentimenti nei confronti della persona amata, verso cui ella rivolge molta fantasia e personale disponibilità, con un’apertura mentale davvero singolare. A dire il vero, ella,  dedica, con dedizione, il cuore e l’anima, con struggente, intensa, passione. Difatti nelle prime pagine del libro si legge,  con vivo piacere, nella poesia Amore: “Amore così grande ed indivisibile/che riesce a superar montagne/o a farle crollare. Amore infiamma, costruisce…/Amore s’incrocia per strani mezzi del destino. Amore dove mai avresti immaginato!”. (pag51).

                La poetessa, in effetti, riesce a definire l’amore in tanti modi, è un pregio per lei saperlo riconoscere o incrociare con il solo sguardo, intuendo, convinta, nella sua vita, un finale inaspettato, nella chiusura in un legame di vecchia data, avvenuto, forse, con effetto lacerante, come se ci fosse stato di mezzo lo zampino del destino. Ecco,  questo intende dirci, Annamaria, in tante diverse poesie, sia nello spirito che nei suoi reali contenuti,  anche se con lievi,  varie, sfumature. Sono certa che il grande tema di questo libro resta comunque l’amore come punto centrale di tutta la raccolta poetica. Ella ne dà una definizione molto più brillante e convincente in  Angelo caduto: “Sono qui, puoi sentire la mia voce/sono la tua luce e la tua oscurità./Ti sto aspettando…. Sei e sarai sempre /l’elisir della mia libertà”. (pag. 58).

                In sostanza, l’esaltazione di un amore, senza mai esagerare, che l’autrice  percepisce tra il buio del silenzio, o nella luce dei suoi giorni, resta così viva e presente nei sogni di ragazza, ancora fortemente innamorata. E, si sa, le ragazze di ogni società cercano, come nelle favole, di sognare il proprio amore con la loro fantasia, con le ali dell’immaginazione, cercando di volare in quei cieli e spazi che vanno oltre la normale realtà. La mia, minuziosa, osservazione m’induce a dire che l’intera raccolta poetica, di Annamaria Dulcinea, è particolarmente bella, e moltissimi versi intrecciano diverse visioni realistiche della vita, sia sul piano affettivo quanto espressivo. In concreto, poesie che sanno parlare di rose senza spine, quando gli occhi dell’amore non ne vedono; una particolarità a dir poco sorprendente, per chi, in passato,  ha dovuto conoscere cosa sia la vera sofferenza che lacera dentro costantemente. Ma, ella, nonostante tutto, riesce, in  taluni versi  ad essere anche un po’ ironica quanto cortese.

                Invero, nella  poesia Amor Cortese, ella, ha saputo plasmare congeniali versi  in una forma di respiro più incisivo, donando grazia e nobiltà all’immaginazione stessa, che s’apre  libera, luminosa di luce, come si legge in: “Messere mi accosto a voi/con virginale rossore/e quella sana dose di follia/che rende non vano il mio peregrinare/Terre deserte ed aride d’Amore/han percorso la mia anima/ e lo core leggiadro, nel sognare l’oasi, mira incantata Voi /Sentinella del mio errare/stella che guida ancora/e fa sperare/che lo destino abbia grandi progetti. Nonostante la stanchezza medito/come guerriera, attendo. Energizzo, nel dono del mio essere, la forza del coraggio, affondando con il sorriso, l’Alba.” (pag.65). A mio parere, questa magnifica poesia dice proprio tutto,  e non ha bisogno di alcun commento di come ella riesce a scrivere rime  col battito del cuore, attraverso i passi dell’anima.

            Non mi è stato difficile constatare che molte poesie parlano anche di altri temi sociali altrettanto interessanti, come: l’amicizia, la fraternità, l’amore per la patria e verso Cristo, nonché di marinai, di poeti. E, talune poesie, sono state già premiate in diversi autorevoli concorsi letterari e inserite in questa preziosa raccolta. Va osservato, tuttavia, che le rime del cuore della poetessa sembrano essere velate da una profonda tristezza e tanta amarezza, per un duro passato di sofferenza, probabilmente, al punto che, ella, fa fatica a superare, e  dimenticare. Ecco, dunque, che affiorano quei momenti che, inevitabilmente, impediscono al verso di essere più libero, per esprimere al meglio, con serenità, sentimenti altrettanto nuovi. A mio dire, sentimenti che potrebbero essere più inclini e congeniali di un talento, destinato a saper forgiare domani altri nuovi versi o novità in fatto di scrittura; probabilmente, con una  dialettica rinnovata più ricercata, mettendo a fuoco quella stessa forza di grandezza che ogni poeta nasconde dentro di sé.

                In effetti, in una sua speciale poesia: Milonga dell’Angel, ella asserisce con bravura:”… Il libero arbitrio, la lotta tra il il bene e male esplode/alla ricerca del suo applauso/Il finale è il resoconto del personale viaggio”(pag. 66)…” E’ vero, il male e il bene dentro di noi si combattono a vicenda in un afflato d’intenti, con troppe sfide continue, a volte avvincenti, travolgendo nell’insieme forti emozioni, che si plasmano con la sofferenza, ed è un arbitrio, visto sotto il profilo umano, e lo condivido, senza alcun dubbio. Va, comunque, un plauso alla poetessa che ha cercato di voler imprimere nei suoi versi questa reale sfaccettatura nella sua personale descrizione.  

                In conclusione, dopo un’attenta lettura, non sbaglierei dicendo che questo libro di Annamaria Dulcinea vuole essere un lungo cammino di chiarificazione dentro di sé, ovvero un processo liberatorio che adagio avanza gradualmente nell’inconscio della poetessa,  e che va delineandosi man mano per portare più luce e serenità nello spazio del suo immaginario, ma anche nella sua vita personale. Sicuramente, validi elementi necessari per poter guardare in avanti con più serenità, e scegliere così le varie opportunità, più vicine alle sue ambizioni, che siano in amore o in lavoro.

                La mia personale visione m’induce a valutare che l’autrice, in futuro, sia molto di più di questi versi forti e tenaci. Non risulta difficile, difatti, intravedere, in queste liriche, plasmate con fortezza e tenacità, un seguito di scelta più ampia, rispetto a quanto non abbia già dato o detto in precedenti sue novità, in fatto di scrittura. Mi viene di pensare, che a volte i suoi versi somigliano più a delle vere cordate di un alpinista tenace che spesso e volentieri si lancia a scalare una montagna. Io, personalmente, così intravedo l’inconscio di Annamaria, una vera forza instancabile, quasi inesauribile, pur di raggiungere una vetta o una mèta.

                Il suo animo, se pur ferito, in passato, io credo riuscirà ancora a percepire la grande spinta che va oltre l’innata sensibilità dei forti poeti, senza mai perdere di vista il punto luminoso del faro che sempre lampeggia di notte per orientare l’ingresso delle navi nel porto. In egual modo, credo, ella saprà farsi spazio e liberare la sua anima e portarla fuori dal magma di crudele sofferenza, per dedicasi ad altri nuovi versi diversi. Quel giorno sarà una ventata liberatoria, a differenza di quanto non stia già facendo, per tornare nuova, gioiosa della vita, amante dell’amore, dell’uomo che ama intensamente, con la voglia di ricominciare dalle ceneri del passato, per unire il suo canto alla Musa, che domani, dinanzi alla luce fresca dell’alba, le saprà ispirare tanti bei canti nobili e ammirevoli, così avvincenti, da sorprendere ancora i suoi fedeli lettori.

 

                                                                                                 Anna Scarpetta

 

 

LA PRESENTE RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ uscito “Il politico” di Pee Gee Daniel

SINOSSI

         IL POLITICO cop.fronte   Si tratta di un romanzo breve, dalle connotazioni fortemente attuali, scritto con quello che tecnicamente si potrebbe definire uno stile blanche. Privo di inserti didascalici o pedanterie moralistiche, esso delinea la “fortunosa costituzione” di un campione possibile della politica odierna. Il protagonista (che, in quanto sprovvisto di una personalità e di una psicologia vere e proprie, verrà indicato lungo l’intero corso del romanzo col pron. pers. m. lui, o, tutt’al più, da due nomignoli che gli verranno affibbiati nello svolgersi della storia), viene seguito sin dalla più tenera età. Lo pediniamo alle prese con i suoi disturbi sociopatici e comportamentali.

            Il romanzo, ad es., si apre sul protagonista che, alla più tenera età, strappa le ali ad una libellula per poi poterla osservare mentre viene divorata viva da un formicaio, senza che essa si possa più difendere in alcun modo. Su di lui graverà, pochi anni più tardi, anche il sospetto della morte, apparentemente accidentale, di un cuginetto, cascato giù da una rupe. Già più grande, lo seguiremo al suo ingresso in un movimento politico dalle forti tinte xenofobe, in cui si sbizzarrirà in risse gratuite e punizioni ad extracomunitari inermi. Compirà anche uno stupro, ai danni della moglie del proprio caposezione, ma nonostante tutto questo conoscerà un brillante quanto veloce inserimento nell’ambiente politico, che lo porterà, nella conclusione del racconto, all’elezione ad onorevole.

            I suoi gesti, tuttavia, sono capaci di disturbarci, ma non si rivelano così tanto eclatanti da fare di lui un vero mostro. È una mediocrità anche nel male. È vuoto. È, in una parola, un borderline. Ma – cosa stupefacente – riuscirà comunque, e neppure volendolo, a fare una carriera strutturata all’interno della società, che si aprirà, verso il finale, niente meno che all’elezione a rappresentante democratico della società civile. Il che ci vorrebbe implicitamente porre più di un rilievo critico circa l’inefficiente stato politico in cui versiamo, seppure, come dicevo, senza alcun tipo di indulgenza verso la trattatistica morale o predicozzi di sorta: questo resta il racconto, nudo e senza orpelli, della formazione di uno pseudo-individuo e della promozione di esso ai più elevati ranghi sociali. Lo stile (che va di pari passo con la nullità – sia dal punto di vista emotivo che da quello intellettuale – che si vede chiamato a descrivere) è sorvegliato, ma appositamente deprivato di qualsivoglia belluria ed erudizione: tende cioè a farsi trasparente a servizio del suo contenuto. È uno stile minimalista, insomma, scevro di ogni tentazione pedagogica o affabulatoria. A tal punto che anche un’eventuale luce ironica che si dovesse riscontrare all’interno del testo, affiorerebbe, per così dire, da sé sola: senza, o quasi interventi da parte dell’autore.

 

 LINK DIRETTO ALLA VENDITA:  http://www.qulture.it/narrativa-qulture/32-il-politico.html

“Herzog” di Saul Bellow, recensione di Anna Maria Balzano

Herzog di Saul Bellow

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

imagesCA7ZGSPEHo riletto Herzog dopo molti anni, spinta dal desiderio di capire perché ricordassi ben poco di questo romanzo, opera di un grande scrittore americano, Saul Bellow, Premio Nobel per la Letteratura. I primi capitoli mi hanno indotto a credere di aver rimosso sia la trama che il significato del libro, a causa della lentezza narrativa e di quella che mi era sembrato un eccessivo sfoggio di erudizione, con le frequenti citazioni di artisti famosi, letterati, filosofi, storici. Procedendo nella lettura, ho dovuto ammettere, con un doveroso atto di umiltà, di non aver affatto colto, anni addietro, diciamo pure capito, il vero significato di quest’opera, grandiosa, non solo nella sua qualità espressiva e nell’impianto narrativo, ma soprattutto per il messaggio drammatico, ma non distruttivo che ci consegna. Un atto di umiltà, dunque, doveroso per chi persegue la più impeccabile onestà intellettuale.

Definirei Herzog un romanzo d’analisi, un antiromanzo, se vogliamo attenerci al vero significato del termine romanzo, facendo riferimento alla sua etimologia e al rapporto con il romance. Chi si aspetta un romanzo che descriva una storia ricca di avvenimenti e di azione rimarrà deluso. Qui siamo di fronte a un’analisi approfondita del pensiero, dei sentimenti, delle schizofrenie e delle idiosincrasie di un personaggio/intellettuale, che non trova più alcuna collocazione in un mondo eccessivamente meccanicistico e materialista: quello che in qualche modo ha rappresentato Woody Allen nei suoi migliori film.

La prima questione che ci si pone é se considerare Herzog eroe o vittima del dramma che sta vivendo. Il fallimento della sua vita sentimentale, due divorzi, numerose relazioni occasionali, fanno di lui il modello dello psicotico depresso; saranno i suoi insuccessi, il suo annientamento come uomo/amante la molla che lo indurrà ad iniziare il suo viaggio spirituale che dovrà condurlo alla sua Terra Promessa. E certamente la scelta del nome Moses non è casuale. Né il personaggio Moses disdegna di essere considerato addirittura pazzo: d’altronde nella tradizione letteraria anglosassone spesso la follia viene considerata il mezzo attraverso il quale si può giungere alla conoscenza del vero. Non si dimentichi il Lear di Shakespeare, uno per tutti.  

Sarà proprio nella casa di Ludeyville, che aveva acquistato per Madeleine, per farne il loro nido d’amore e che si era in breve trasformata in un inferno, dove ritornerà alla fine delle sue peregrinazioni più spirituali e intellettuali che fisiche: quello stesso luogo che lo aveva visto infelice, quando era  ben curato, ora, invaso dalle erbacce e nido di insetti e animali selvatici, nonché luogo di ritrovo di coppie occasionali introdottesi per consumare approcci sbrigativi, diventa l’ambiente ideale in cui può ritrovare la sua serenità a contatto della natura più spontanea e incolta, realizzando il sogno del beau sauvage  che alberga in ogni artista/intellettuale. Qui dopo aver ricostruito come una sorta di puzzle la sua vita, dall’infanzia, senza tralasciare, anzi insistendo sulle sue origini ebraiche, abbandonato dagli affetti più cari, senza amore e senza amicizia, ricomincerà a vivere con l’aiuto di Ramona, l’unica donna che forse avrebbe potuto accettarlo per quello che era. Diversa Ramona da Madeleine, che nella sua superficialità, era stata attratta dal suo spessore di uomo di cultura, solo per soddisfare un’esigenza snobistica.

Vivendo e sopravvivendo alla sua profonda sofferenza, Moses Herzog affida questa difficile operazione di riscatto alle numerose lettere che scrive a personaggi illustri, viventi o deceduti, senza mai spedirle, in cui analizza sentimenti, teorie, avvenimenti storici. Sarà lui stesso a confessare di andare alla ricerca della realtà attraverso il linguaggio.

In conclusione non si può certo affermare che questo grande romanzo di Bellow sia di facile o amena lettura, ma certamente è un’opera illuminante sulla sfera intellettuale e sentimentale dell’individuo, che troppo spesso giace sopita nel caos involgarito della vita moderna.

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

 

 

 

“Dicotomie” di Nazario Pardini, recensione a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 DICOTOMIE di Nazario Pardini

 Recensione a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

imagesCAG2LL81Si può dire che ormai Nazario Pardini si presenti come uno dei poeti di grande e notevole spessore del secondo Novecento italiano. Ciò che colpisce di primo acchito è la sua capacità espressiva rigorosamente sintetica che ha conservato, delle prime opere, la schiettezza e l’incanto stilistico, oltre che l’efficacia di una fervida creatività e fantasia. La sua poesia è profonda, illuminata, incisiva con un nitore e una fluidità eccezionali. 

Si tratta davvero di un libro diverso, insolito e stupefacente, il suo Dicotomie perché fuori dagli schemi, nonché diverso anche dai suoi precedenti. Dunque, ritengo sia l’opera della piena maturità, il “clou” della sua attività poetica, incardinata nel senso della vita di cui ha percorso ogni tratto di strada, ogni sentiero impervio, ogni segmento vitale e ogni morte del passato, tra interiore ed esteriore, tra sacro e profano. Il poeta è perfettamente in sintonia con quell’idea di “poesia onesta” di sabiana memoria, una parola che non sia artefatta, arzigogolata e non si compiaccia del proprio potere magico che pure ha a iosa, ma che aderisca alla vita, all’idea di onestà del linguaggio, in una prospettiva storica e umana che ne contenga principi spontanei e linearità, visione della realtà e condivisione con gli altri. In questo libro Nazario Pardini raggiunge la perfezione senza nulla perdere in termini di fascino, d’eleganza della scrittura. Il poeta possiede il carisma come strumento di suggestione poetica, vi si evincono precisione d’immagini, testi memorabili e folgoranti. Sufficienti pochi versi per capire come l’autore sappia coniugare alla perfezione tutti i capitoli della sua storia con estrema semplicità, con sofferta e matura sensibilità emozionale, consegnandoci spaccati di vita e di memoria inossidabili. La poesia di Nazario Pardini è intessuta di nostalgia, si respira in abbondanza una diffusa serenità, in atmosfere calde e suggestive. “non profumano più quei bocci bianchi;/ ci sono uccelli a branchi/ che roteano largamente sui detriti/ dell’ingordigia umana”. L’accento viene posto con lucidità, ma anche con tenero distacco, con sensazioni e pensieri che si avvalgono di un linguismo chiaro, nitido, semplice, raffinato che possiede la grande capacità di testimoniare sul piano letterario un livello che salta all’occhio, per la grande compostezza del modulo espressivo, la trasparenza e la levigatezza del verso.

Segno di grande maturità e autentica vocazione, voce limpida che sa giungere direttamente al cuore del lettore:

Facemmo un ombrello di carta e la sera
ci avvicinò con l’aria
seviziata dai guizzi del tramonto.
Restammo assieme a lungo
sotto il battito
di quella volta fragile.
Poi il silenzio
di me che non sapevo il giorno,
di te che ti affidavi a sera
delle parole al volo,
ci cullò quasi vestito
dei fremiti del mare.
Andare, andare era il tuo sogno.
 
Al semaforo un emigrante lavavetri
cercava tra i colori delle case
un qualcosa che portasse al suo paese.”

 

Anche il pensiero poetante illuminato dalla luce spirituale è un tratto distintivo di Nazario Pardini: i toni epico-lirici sono pervasi da una tensione orfica e di un trasfondere di coscienza che si evince e si individua come autentico e matamorfico coacervo di storia, che indaga il tempo e gli eventi, l’umanità e la divinità dell’universale che non si limitano a descrivere momenti solo alti, ma va al di là, oltre la ferita umana, oltre la fatica esistenziale per rivendicare un po’ d’infinito, quantomeno, la sensibilità di un “perdono” a qualche nota stonata, a qualche rievocazione di silenzio trafitto, che evidenzia e mette in luce il pianto e il dolore universali, tra i riconoscibili segni di questo ottimo poeta. Insomma un libro che c’è, è presente, si fa riconoscere, raggiunge note alte, armonizzandosi alla coscienza planetaria. Si presenta carismatico col segno preminente della pietas, tra gli aneliti estremi del perdono che si configura come immagine di un simbolismo misterico assoluto che pare redimere e del quale tutti ne costruiamo la spiritualità e i sentimenti, umanizzandone solitudini e assenze e aprendo il cuore alla bellezza del creato. Superlativi ad es. questi versi in memoria della madre:

Non di rado,
alla sera, il tramonto si gonfiava
per toccare coi suoi colori d’oro
la mota di quei solchi. E mia madre
si stupiva davanti a quei colori,
davanti a quella volta iridescente.
Con il falcino in mano, e il volto stanco,
ammirava, stupita,
quei giochi del tramonto sopra il campo.
 

La straordinarietà della poesia di Pardini consiste nel voler sottrarre la bellezza della natura, del sogno, del mito agli annichilenti artigli del tempo, alle incidenze delle scoloriture e recuperarle alla vita, limitandone l’entropia e la corruzione, prolungando fin dove possibile le accensioni sublimi delle sue cromature, dei suoi riverberi, fermandone le note essenziali in atmosfera d’anima, con la struggenza ineluttabile e tragica della partecipazione, attraverso il sortilegio del ricordo o di una parola intensa e metafisica che possa limitare i danni della sua autodistruzione nei correlativi analogici oggettivi di eliotiana memoria.  

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

 

 

Giuseppina Vinci torna con un saggio letterario: “Riflessi letterari”

Nell’opera parlano Leopardi, Montale, Joyce, Woolf e tanti altri autori

 Comunicato stampa

coverTraccePerLaMeta Edizioni ha appena pubblicato “Riflessi letterari” di Giuseppina Vinci: un percorso tra le pieghe della letteratura italiana ed inglese. La scrittrice analizza secondo la propria esegesi dei testi che propone, opere centrali negli studi sulla letteratura, quali ad esempio alcune liriche di Leopardi , focalizzandosi su precisi  ambiti letterari: il simbolismo, l’ermetismo, il modernismo inglese. La scrittura piana e accessibile a tutti e l’esposizione del suo pensiero critico su ciascun opera/autore è breve, preciso e condensato, capace di fornire all’attento lettore nuovi spunti di analisi e ricerca.

Dalla prefazione del critico letterario Lorenzo Spurio si legge: «Giuseppina Vinci, docente di materie classiche al Liceo Classico Gorgia di Lentini, dà prova con questo libro di come la letteratura non solo debba essere letta, possibilmente ad alta voce e senza rumori intorno, ma di come essa debba essere interpretata, riletta, vissuta e ri-creata, perché è proprio dall’interazione che si crea tra autore e lettore che si ricavano i variopinti significati e le leggiadre possibilità di indagine dell’uomo nel mondo reale».

 

L’autrice

Giuseppina Vinci è nata a Lentini (SR), città nella quale vive e insegna presso il Liceo Classico “Gorgia”. Ha pubblicato due libri di poesie e racconti: Battito d’ali (Aletti Editore, 2010) e Chiara è la sera (Angelo Parisi Editore, 2012). Oltre alle poesie e ai racconti, ha pubblicato articoli su quotidiani nazionali e locali, tutti contenuti in Chiara è la sera e è presente  in Cento voci verso il cielo, Antologia poetica e in Antologia di poesie “Il Forte”.

 

                       

TITOLO: Riflessi letterari
AUTORE: Giuseppina Vinci
PREFAZIONE: Lorenzo Spurio
EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni
COLLANA: Sabbia – Critica letteraria
PAGINE: 68
ISBN: 978-88-907190-9-7
COSTO:  9 €

Link diretto alla vendita

 

Info:

info@tracceperlameta.orghttp://www.tracceperlameta.org

Ufficio Stampa: Lorenzo Spurio – lorenzo.spurio@alice.it

“Poesie come dialoghi” di Francesca Luzzio, recensione di Lorenzo Spurio

Poesie come dialoghi

Di Francesca Luzzio

Recensione di Lorenzo Spurio

  

Il mondo è grigio
Quasi mai blu:
la luce della luna
piange nuda la verità.
(da “Altro cielo”, p. 49)

poesie_come_dialoghiHo avuto l’occasione di conoscere Franceca Luzzio, poetessa e saggista palermitana, pochi mesi fa nel corso di un reading poetico sul disagio psichico e sociale organizzato dalla rivista Euterpe che dirigo. In quella occasione, la poetessa mi ha fatto dono di uno dei suoi libri, Poesie come dialoghi (Thule, 2008), che raccoglie un’ampia produzione poetica che la stessa ha voluto divisa in due parti: una prima parte sotto il titolo di “io e…” e una seconda parte “il mondo”. La silloge si apre con una propedeutica e approfondita analisi alle tematiche che la poetessa sviscera nel libro scritta da Franca Alaimo, altra poetessa palermitana.

Della raccolta mi hanno attratto in maniera particolare le liriche che appartengono alla seconda parte, quelle riferite al mondo, che danno uno sguardo per lo più amaro ma fortemente coscienzioso sulla presenza dell’uomo nel mondo, sui rapporti sociali, sugli accadimenti che mettono gli uomini l’uno contro l’altro. In poche parole questa sezione del libro affronta tematiche di chiaro interesse civile quali la guerra, la prepotenza e il potere dei pochi, la corruzione dei politici, la mancanza di sicurezze per il futuro e si configura, dunque, come un chiaro bozzetto della situazione socio-politica nella quale ci troviamo a vivere.

Numerosi i riferimenti alla società massificata (l’email, la tv, la New Economy) quali elementi necessari e imprescindibili nella vita frenetica e indifferenziata dell’uomo d’oggi, immerso nella sua città quale luogo-non-luogo, spersonalizzante e ormai lontano dalla sua mugnificenza storico-artistica.

Qui, in questa parte del libro, prevale il tono duro, pulito e scarnificato, un linguaggio semplice che trasuda violenza e stilla lacrime e sangue come quando in “Guardando la tivù”, la Poetessa non può fare a meno di impressionarsi (cosa che oggigiorno capita sempre con più rarità) dinanzi alle immagini di corpi trucidati: “Premi il pulsante, guarda là:/ i morti giacciono nel letame/ neanche una litania li sta a consolare” (p. 47). La televisione che è rappresentazione del mondo di fuori è portavoce in diretta di deliri, abomini e nefandezze che nel mondo si compiono di continuo. La crudeltà e l’efferatezza assurgono a programmi di un palinsesto deviato e che genera angoscia, ma che è immagine di quel mondo che uccide, violenta e perseguita il diverso e che porta la Nostra ad osservare con versi lapidari: “Il male è nei cuori, è nella mente nera” (p. 47).

Ed il mondo dei potenti e dei soprusi che la Nostra tratteggia si ritrova, molto probabilmente, all’interno della nostra stessa società, bianca, europea ed occidentale in generale che da sempre è stata caratterizzata come la storia insegna per essere fautrice di una serie di comportamenti quali la persecuzione, la deportazione, la sottomissione, la violenza, la lotta etc. E quelle “verità” pronunciate dai politici, che sono poi le voci che sentiamo alla tivù nei vari notiziari, non sono che parole che coprono bugie e travestono la reale condizione delle cose, tanto che Francesca Luzzio con un intento che oserei dire “velatamente polemico”, non può esimersi dall’osservare con lucidità e forse un po’ di disprezzo: “Fammi ubriacare di menzogne occidentali” (p. 47) e in un’altra lirica: “Roma uccide ancora/ e chiama civilizzazione/ l’arroganza, il potere, la presunzione” (p. 52).

Ma se nel mondo la cattiveria esiste, questo è dovuto solo e solamente dagli uomini, quella che la poetessa definisce “sciocca umanità” (p. 57): dal loro imbarbarimento culturale, dalla loro insensibilità e mancanza di consapevolezza, dall’allontanamento dalla religione, dalla spregiudicatezza e da tanto altro. Nel Mondo esiste il Male, perché ci sono gli uomini ad essere cattivi e a rendere l’umanità tutta una spregevole caricatura di rapporti sghembi, storpiati che non si assoggettano alle leggi di libertà del singolo: “Non incontri rondini, né uomo: solo parvenze, fantasmi smuovati/ manichini abbruttiti da grandi ferite” (p. 52). La ferita del manichino, dell’uomo non più uomo che si autolesiona, è espressione di quella malignità e indifferenza che l’uomo ha adottato come sua religione unica.

Nella prima parte della silloge, invece, troviamo delle liriche che si caratterizzano per un più ampio respiro, pur essendo allo stesso tempo particolarmente intimiste. Con un linguaggio a volte tecnico e che richiama la filosofia, Francesca Luzzio dà espressione a quelle che sono le sue idee e timori sul percorso dell’uomo nel mondo (il tempo che fugge, la morte) e lo fa con una poetica dai toni spesso grigiastri che mi rammenta lo stile crepuscolare, ma che si differenzia da quest’ultimo anche per la capacità di saper cogliere il cromatismo, soprattutto quello del verde, che viene richiamato nelle figure dell’albero e dell’arancio (“Le arance incastonano i rami/ l’azzurro cielo nel verde traspare”, p. 13). Anche qui ritorna il tema dell’impostura, anche se trasfigurato come fosse una favoletta di Esopo: “L’effetto della gara con i lupi:/ conseguenza naturale/ di normale darwinismo sociale”, p. 26).

Interessante la lirica “Rivelazione” nella quale la Nostra prende direttamente voce su una questione che a tutti noi sta molto a cuore: la poesia, il suo significato nel mondo d’oggi e la sua ricezione. La poetessa sembra essere abbastanza pessimista circa il potere effettivo della poesia su di noi: “La poesia? Nessuno l’ascolta./ Le sue voci sono effimere orme/ passi calcati su sabbiosi deserti/ senza sentieri” (p. 28). Permane l’idea che la Poetessa sia una persona stanca delle incongruenze, delle falsità e delle perplessità che l’oggi produce, ma al contempo si evidenzia con inaudita foggia la sua mai pretestuosa analisi alla critica realtà dell’oggi, dove la brama di potere, la superiorità e la bugia sembrano essere le uniche logiche che permettono all’uomo di avere un futuro. Una certa apatia e indolenzimento fanno sì che anche nel buio più pesto ci sentiamo incapaci di cogliere quella fioca luce che potrebbe aprirci a un mondo d’evasione e spensieratezza e Francesca Luzzio liricizza questo concetto in questo modo:

 Nessuno vuol più cercare

vacue scintille

intrappolate nell’oscurità”.

(in “Attesa vana”, p. 68)

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

Jesi, 1 Agosto 2013

 

Poesie come dialoghi
Di Francesca Luzzio
Prefazione di Franca Alaimo
Thule, Palermo, 2008
Pagine: 70
ISBN: 978-88-903717-0-7
Costo: 10€

 

FRANCESCA LUZZIO è nata a Montemaggiore Belsito (PA) e vive a Palermo, dove ha insegnato Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “S. Cannizzaro”.

Ha pubblicato varie sillogi di poesia tra cui “Cielo grigio” (Cultura Duemila Editrice, 1994), “Ripercussioni esistenziali” (Thule, 2005) e “Poesie come dialoghi” (Thule, 2008). Intensa anche la sua attività di saggista (si ricorda il saggio “La funzione del poeta nella letteratura del ‘900 ed oltre) e di narratrice: ha recentemente pubblicato la raccolta di racconti  “Liceali” (Genesi Editrice, 2013). Sulla sua produzione hanno scritto numerosi critici e scrittori di ampia caratura.

Ha partecipato a numerosi concorsi letterari riscotendo ottime segnalazioni.

Suoi testi sono presenti in numerose opere antologiche.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“La taverna di Alfa Ninnino” di Giovanni Sollima, recensione di Lorenzo Spurio

La taverna di Alfa Ninnino

Di Giovanni Sollima

 

Recensione di Lorenzo Spurio

Q540uesto libricino, che si compone di vari racconti tra essi legati, ciascuno con un proprio titolo e corredato di un bozzetto in bianco e nero, sono stati pensati dall’autore, il catanese Giovanni Sollima non tanto in virtù di espressione letteraria, ma come strumento da poter essere utilizzato all’interno di dinamiche psicosocioriabilitative. Lo scrittore, infatti, è uno psichiatra e criminologo, storico della medicina, oltre che poeta e saggista. Una delle peculiarità della sua scrittura si ravvisa nella ricerca di un sistema espressivo adatto, efficace e significativo all’interno della didattica pedagogica e soprattutto come sistema d’applicazione per la riabilitazione all’interno di ambiti in cui si ravvisano deficienze di vario tipo.

Ecco dunque perché di questo libro dobbiamo sottolineare una serie di elementi centrali per il perseguimento dello scopo che Sollima si è proposto con questa pubblicazione: l’utilizzo del disegno semplice e facilmente comprensibile, la predilezione per i capitoli corti, succinti e in sé chiusi, la scelta di titoli evocativi e che suscitano interesse, l’utilizzo di un linguaggio perlopiù semplice e di dominio pubblico. Lo scrittore cala le vicende del simpatico Alfa Ninnino in un mondo che non è completamente quello della fiaba e che, anzi, ha molto in comune con quello della nostra realtà odierna anche se si preferisce soffermarsi su aspetti/immagini che appartengono sostanzialmente a un universo carico all’espressione ludica, di vicinanza con il mondo animale e di arrovellamento su perché alcuni eventi sostanzialmente avvengono.

La narrativa fluida e la narrazione perlopiù incalzante incuriosiscono di sicuro il giovane lettore che sarà portato a domandarsi, proprio come i personaggi della storia, perché alcune cose sono accadute e, analogicamente, il significato recondito di maschere, azioni e accadimenti. 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 2 Agosto 2013

 

La taverna di Alfa Ninnino

Di Giovanni Sollima

Prefazione di Melania Mento

C.u.e.c.m., Catania, 2011

Pagine: 69

ISBN: 9-788866-000167

Costo: 7€

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Un sito WordPress.com.

Su ↑