Potrebbe avere proprio questo titolo, Neoplasie Civili, l’ipotetico memoriale di un “inviato speciale” nelle “zone calde” del nostro pianeta. La raccolta di Lorenzo Spurio, infatti, appare come il circostanziato, meticoloso resoconto di un reporter d’assalto; ovvero di un corrispondente non allineato, non embedded, quindi non al seguito di nessuna missione, né di alcuna bandiera. Una sorta di freelance, libero e indipendente testimone del nostro tempo. E i suoi reportage sono tessere di un puzzle facilmente ricomponibile, in cui si possono nitidamente scorgere i contorni di una realtà quanto mai drammatica e inquietante.
Con Neoplasie Civili, infatti, Lorenzo Spurio apre una finestra sul mondo e sulle sue tragedie, denunciando e mettendo a fuoco eventi di notevole impatto emotivo e sentimentale. Si tratta di accadimenti che non sono da considerare, per così dire, atti “passati in giudicato”, quindi da consegnare definitivamente e asetticamente agli archivi della storia o della cronaca. Essi sono, invece, pezzi di un mosaico assolutamente attuale e in divenire, che compongono una specie di malefico work in progress da cui il poeta attinge dati, registra, assembla, seria, seleziona fatti e momenti, tutti tra loro saldamente collegati da un comune denominatore, ovvero dalla forza pervasiva e inarrestabile, cancerosa e letale della violenza, dell’ingiustizia, dell’odio, del male. Il male declinato in tutte le sue diaboliche sfumature: dalle guerre alla violenza individuale, dalle tragedie del mare ai conflitti etnico-religiosi, dalla povertà delle favelas agli orrori di ogni tipo; il tutto reso ancora più inquietante dall’indifferenza e dalla progressiva scomparsa del senso civico e di solidarietà.
Il poeta assurge, così, a “testimone oculare” dei delitti di cui ogni giorno è variamente vittima l’umanità; e in tale veste, con il furore e la forza tipici del poeta di sincera passione civile, pronuncia una condanna senza appello per gli artefici di misfatti, atrocità, nefandezze. E lo fa non solo con un linguaggio che rifugge da ipocrisie e da eufemismi, con cui egli direttamente chiama in causa assassini, torturatori, criminali e malfattori di ogni risma e latitudine; ma lo fa anche (o soprattutto?…) con un frasario che contestualmente, e inesorabilmente, interpella le nostre stesse coscienze.
Si dovrà a questo punto dubitare che l’umanità sia redimibile, e che non ci sia rimedio all’ineluttabilità e alla forza irresistibile del male? Sembrerebbe di sì, anche solo a voler considerare il valore perentorio del termine che più fortemente connota il titolo della raccolta, termine che è, per l’appunto, “Neoplasie”.
La cerimonia si svolgerà alla sala Viani della Mole Vanvitelliana. Asmae Dachan esporrà anche le sue fotografie di reportage
L’Ordine dei giornalisti delle Marche organizza per il 7 marzo 2015 (ore 17), nella sala Viani della Mole Vanvitelliana di Ancona, la consegna del premio “A passo di notizia”, dedicato in questa edizione al giornalismo in zone di guerra. Il Consiglio ha deliberato di assegnare il premio, quest’anno, alla collega italo-siriana Asmae Dachan, per i suoi reportage nelle città siriane devastate dai combattimenti e nei campi profughi di confine, per l’intensa attività di informazione e sensibilizzazione svolta in stretto contatto con agenzie e reporter clandestini, e per l’impegno profuso nell’aiuto umanitario alle popolazioni civili coinvolte nel conflitto. Alla manifestazione pubblica del 7 marzo, che ha ricevuto il patrocinio dell’Assemblea legislativa e della Giunta regionale delle Marche, della Provincia e del Comune di Ancona, dell’Ordine nazionale dei giornalisti e dell’organizzazione umanitaria Onsur, sono state invitate le massime autorità civili e religiose regionali, provinciali e cittadine. Il programma prevede il saluto delle autorità presenti, la consegna del premio, una relazione della collega Dachan sulla situazione siriana e l’inaugurazione di una mostra fotografica che resterà aperta fino al 21 marzo.
Questa nuova silloge poetica di Daniela Ferraro richiama il lettore a un’interpretazione concettuale dell’opera quale universum di contenuti, in cui le varie liriche sono in qualche modo –si cercherà di spiegarlo- non solo unite tra loro, ma si riflettono l’un l’altra. La poetessa calabrese ritorna così dopo Cerchi concentrici (a cadere dell’alba), pubblicato nel 2012, a compendiare le suggestioni che nutre verso il mondo, le emozioni variopinte e speziate dal ricordo e a svelare parte di sé e della sua esperienza di donna. Seppure è notevole il processo di maturazione che la poetessa ha effettuato in questi ultimi anni (individuabile soprattutto in una tecnica sintetica del verso, che raramente sfiora l’ermetico) credo di poter osservare che da un punto di vista meramente tematico (così come avevo accennato in una recensione alla sua precedente opera) risulta quanto mai difficoltoso sviscerare nella loro singolarità le motivazioni dalle quali questa poetica parte.
E’ chiaramente il mondo paesaggistico con le sue varietà floreali, arboricole e condizioni meteo a fare da sfondo alle varie liriche nelle quali la poetessa è come se si fermasse di colpo per donarci una sorta di diapositiva. In effetti l’io poetico sembra sospendersi più volte man mano che leggiamo le varie poesie; al lettore è richiesta implicitamente una compartecipazione all’atto della costruzione poetica (poiesis in greco significa “costruire” con le parole) superiore a quella che normalmente si pattuisce tra autore-lettore in qualsiasi atto di lettura e di interpretazione. Questo non perché le poesie siano difficili o costruite in un modo che al lettore può sembrare ostico comprenderne il significato, ma per tentare di ridurre al massimo le possibilità di incomprensione. Chi scrive poesia non si occupa (o non dovrebbe occuparsi) di come questa, nell’atto di lettura di un altro, venga intesa, concepita e realizzata concettualmente perché è chiaro che ogni lettore leggerà e interpreterà una silloge in base al suo filtro verso il mondo, in base alle sue conoscenze, in base al grado di affinità e di empatia e a tante altre cose che, in via generale, non sussistono, invece, per quanto concerne la narrativa dove, ciò che si narra è ciò che l’autore vuole farci intendere e che quindi dobbiamo essere disposti ad accettare.
Nel mondo poetico di Daniela Ferraro (ed è questo a mio modo di vedere uno dei punti di forza) ci si potrebbe in effetti perdere di continuo, ma perdersi non è mai qualcosa di negativo perché mette in moto un processo di analisi e ricerca nel quale l’animo umano è altamente cosciente e impegnato. Non è un caso che in “Farfalle” (emblema di leggerezza, ma anche di sospensione per ritornare a quanto sopra si diceva) la poetessa parli di “vita/ che ormai non ha crocicchi”, uno spazio concreto e della mente dove la destinazione, la possibilità di fuga o un eventuale punto d’incontro (tra sé e gli altri, tra l’io e il proprio sé) sembrano ormai essere impossibili.
A dominare nelle varie liriche sono ambientazioni prevalentemente fosche descritte in termini asciutti e rivelatori di una meteorologia infausta quanto inclemente, declinazione, forse, di uno stato d’angoscia con il quale si è convissuto in un determinato momento dell’esistenza. Dal punto di vista climatico, infatti, tra tante nuvole, tempeste, nebbie e pioggia, risulta sempre più difficile trovare un raggio di sole. Questo non significa che esso sia totalmente assente, ma nascosto, che va ricercato non tanto nel cielo, ma dentro di noi. Il vento, poi, è padrone indiscusso di una lirica nella quale non tanto si traccia un momento del passato con il ricordo dello sferzare delle fronde o il lambire della pelle, ma si incita alla sua forza, quasi cantandone l’importanza e decretandone il bisogno del rispetto nei suoi confronti, affinché, “imprima il bacio/ per morire in silenzio”.
L’impalcatura del libro è quella di un viaggio nel tempo (concreto) del giorno (dall’alba al suo tramonto o crepuscolo, come indicato in una lirica) e di un anno con le varie stagioni che ritroviamo nella diversa tipologia della flora anche se –in linea con l’ombrosità meteorologica di cui si diceva- è l’autunno a dominare, quel momento fatto di scurezza, desolazione e apparente morte naturale (gli alberi si spogliano, alcuni animali vanno in letargo). Non è assolutamente un caso che una delle parole più ricorrenti in tutto il libro sia quella di ‘ombra’ (con le sue naturali derivazioni ), che sta a delineare da una parte una realtà cupa, nella quale la luminosità sembra una recondita utopia, dall’altra una sorta di frontiera sospesa, in un universo dove a tratti è difficile fuoriuscire dal sogno per entrare nella realtà o dove si rischia di trovarsi ingabbiati in aporie di difficile soluzione. E’ richiamato a livello semantico e concettuale un modo che supera quello reale e concreto e nel quale, con l’opportuno utilizzo di vocaboli, si cerca di intessere uno stretto e affiatato colloquio tra il reale e il metafisico: “danzavanoi sogni/ su punte di cristallo/ nel viale fiorito”; altre volte la Ferraro plana sul pensiero esacerbandone la forma per rinverdire considerazioni esistenziali volte a una ricerca infruttuosa ma con la quale è oramai in pace con se stessa: “Chi ero o sono io/ vaga è importanza”.
Il linguaggio, com’era stato nella precedente silloge, si rafforza con l’uso di vocaboli che non solo trasmettono un’immagine in sé definita, ma addirittura un concetto nel quale, con una modalità simile ai versi comunicati, si riversa il significato di liriche già lette, connettendole in un percorso della psiche, forse tortuoso, caratteristico del poetare della Nostra. L’utilizzo di alcuni termini desueti non intralcia più di tanto il naturale percorso di comprensione (la Nostra è una docente di Lettere e ha un rapporto diverso con il vocabolario italiano rispetto a quello che potrebbe avere la comune “casalinga di Voghera”) né lo ingabbia in una poetica d’antan o dal gusto barocco nella resa sulla carta di situazioni, eventi e riflessioni su momenti vissuti. Per gli amanti della letteratura, inoltre, non sarà difficile ritrovare qualche cameo letterario in “lo stormir di fronde” o nel “dolore antico” di leopardiana e carducciana memoria, rispettivamente.
Alcune poesie si fanno più intime e sembrano racchiudere il nerbo di un vissuto che ha sperimentato gioie e dolori e da entrambi ne ha tratto esperienza e conoscenza del mondo. Sono poesie in cui è evidente l’afflato per la vita, il canto alla gioia e a una vita di condivisione con l’altro; se un abbraccio ultimo, unico testimone di un allontanamento (non ci è dato sapere se obbligato e dunque subito o se libero, frutto di una decisione) è vissuto in termini fortemente cromatici e visuali come “l’ortica tra il rosso dei papaveri”, è anche vero che in questo libro si leggerà molto di amore (o meglio, si scoprirà l’animo sensibile di una donna che non teme di offrirsi ai più) e in questi versi chiosa verità eclatanti sostenute da un linguaggio semplice, aperto a tutti e di impressionante resa: “Non c’è memoria quando l’amore è inganno” o ancora “L’amore è un demone santificato”. L’amore ci insegna la Nostra è un sentimento nel quale credere e affidarsi se scevro dall’inganno, frutto di una propria scelta e motivato da un reale affiatamento perché, in altre circostanze, non è poi così raro che esso possa tramutare in qualcos’altro di molto deprimente: in una scialba consuetudine, come bersaglio di un tradimento, come strumento per soggiogare mente e corpo. Ecco perché la nostra sente il bisogno di porre l’attenzione qua e là sulla necessità che il sentimento sia autentico e vissuto, anche perché il clima sociale nel quale viviamo nel nostro oggi non aiuta nella realizzazione e conservazione dei rapporti umani dove tutto, anche l’amicizia o l’amore, spesso è ridotto a mercificazione, “La gente ha fretta…/ Passa, saluta, inciampa”.
Piume di cobalto, in questa sintesi superba di itinerario poetico in cui il blu acceso e quasi metallico si sposa con una dimensione aerea, sospesa, quasi surreale, è anche un invito a saper cogliere l’attimo, a far dono non solo dei propri successi, ma anche delle proprie sconfitte, a saper rielaborare le esperienze, riviverle e ricrearle con l’atto della scrittura, un po’ per esorcizzarne le negatività, un po’ per convincersi che poi quegli “ombreggianti pensieri”, quelle “vaghe apparenze tra fluttuanti nebbie”, non siano che caricature di un vissuto che poco ci appartiene perché siamo riusciti a cogliere quel raggio di sole, pure flebile, che nascosto dietro le nebbie dell’esistenza, ha messo fine a quell’universo di ombre e incertezze.
Un concorso letterario dedicato a Pier Paolo Pasolini
Bologna in Lettere 2015
Bando pubblico – concorso di scrittura creativa
Sistemi d’Attrazione
in collaborazione con
In occasione della terza edizione del Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea “Bologna in Lettere”, che quest’anno sarà dedicato a Pier Paolo Pasolini e che avrà luogo negli ultimi tre weekend del mese di Maggio, il Comitato Promotore è lieto di annunciare l’istituzione di un Concorso Letterario di scrittura creativa denominato Sistemi d’Attrazione.
Il Concorso non prevede distinzioni tra generi letterari, per cui sarà possibile inviare elaborati in forma poetica o prosodica o saggistica.
Il Concorso è diviso in due sezioni.
Sezione A – Pier Paolo Pasolini: la diversità consapevole
Sezione B – Tema libero
Per entrambe le sezioni saranno accettati elaborati con un limite massimo indicativo di 60 versi per la poesia, 4000/5000 battute per la prosa, 6000/7000 battute per la saggistica.
A Poesia Domani (come ogni mercoledì sulle frequenze di Radio Domani alle 11.15) ancora si respira aria carnevalesca, con l’ironia, lo schiamazzo e l’irriverenza che essa porta con sé. Perciò, grazie allo spunto di un evento che accadrà domani ad Ancona, facciamo un salto indietro nel tempo per andare a ritrovare una grande firma della poesia satirica, cioè il romano Giuseppe Gioachino Belli, vissuto nella prima metà dell’Ottocento, voce graffiante e struggente al tempo stesso dello spirito più autentico della plebe della capitale, allora sotto il potere Pontificio. Tra i tanti temi trattati nei suoi componimenti in dialetto romanesco, sono tanti i sonetti in cui Giuseppe Gioachino Belli si ritrova a parlare di donne, di ogni tipologia ed estrazione, rifacendosi anche alla sua esperienza biografica. Un elemento che le accomuna tutte è la prontezza nel rispondere a tono, nel dire la verità. In ogni testo si ritrovano tante scenette…
“Tutti abbiamo una vita interiore. Tutti sentiamo di far parte del mondo e nello stesso tempo di esserne esiliati. Bruciamo tutti nel fuoco delle nostre esistenze. Abbiamo bisogno di parole per esprimere ció che abbiamo dentro.” (P. Auster) e Spurio riesce a fissare ogni parola dei suoi racconti sulla pagina, in un miraggio, in un dubbio, in un grano di luce, nei cuori appassiti, nei silenzi del tempo, tra le spume del mare e negli sbuffi di vento per comunicare ciò che hanno dentro i personaggi delle sue scritture che altro non sono che lo specchio letterario di quelle persone in cui incontriamo noi stessi. Se ne “La cucina arancione” la dominante cromatica erano i due colori primari, il giallo e il rosso, mescolati insieme a formare l’arancione, in questa nuova fatica letteraria, “L’opossum nell’armadio”, la dominante cromatica è il bianco. Il bianco è dato dalla somma convenzionale di tutti i colori dell’iride, ma in esso tutti i colori scompaiono perché tale colore è un muro di silenzio, un non-suono, è la pausa tra una battuta e l’altra di un’esecuzione musicale che preclude ad altri suoni. Il bianco è uniforme e immobile, ma sa addolcire i dissidi di una vita difficile; resta pur sempre un topos pauroso, incognito, vuoto, indefinito, ambiguo, rifugio anche del proprio doppio mostruoso. Colore che spaventa gli artisti perché crea l’angoscia della pagina e della tela vuota, una superficie in attesa di un segno, di una parola, di un colore. I poeti futuristi usarono gli spazi bianchi in maniera forte e visiva per dare maggior rilievo alle analogie mentre per i poeti ermetici gli spazi bianchi rappresentavano pause lunghe, attesa, silenzio. Nelle arti visive il rapporto tra vuoti e pieni crea tensione e immaginazione, infatti l’uso del chiaroscuro é finalizzato ad inserire le figure nello spazio; in letteratura il vuoto coinvolge chi legge nella narrazione. L’ambiguità del colore bianco è annullamento, quiete, riposo dall’infelicitá e precorre le maggiori opere della letteratura fantastica per cui il contrasto che si nota in una certa letteratura “perturbante” non è il bianco opposto al nero, che è un non-colore, ma che fa risaltare qualsiasi colore, ma è il bianco opposto al rosso che è il colore del sangue, figure al contempo di contenuto e di significato, rintracciabili nelle opere di M. Shelley, B. Stoker, J. Verne, E. Melville. Nell’antichità classica la bellezza era Leukos e Omero ci dice che bianche erano le braccia di Nausicaa; ma candido è anche l’abito delle spose e quello dei comunicandi; di un bianco mortale sono gli spettri, il viso e la camicia dei condannati, le solitudini glaciali e il freddo, i denti del vampiro, la pelle della balena bianca, ed anche la dentatura dell’opossum che ha denti acuminati e taglienti. Chi ama il bianco tende al fatalismo, ma non per questo è privo di idee creative e sa andare oltre il visibile. Come ho già detto, a dominare il testo di Spurio è proprio il colore bianco, dalla copertina a quelle pagine interne che fanno da spartiacque tra un racconto e l’altro , fogli bianchi a creare suspance, pausa, attesa e dove la definizione scientifica del piccolo marsupiale, l’opossum, fa da contraltare e da nota introduttiva al titolo di ogni singolo racconto. Nella narrazione il bianco è per lo più alluso, evocato e soltanto poche volte nominato come nel caso della rosa bianca, delle particole dell’ostia, della velina dei confetti, delle foto in bianco e nero… La stessa copertina è uno spazio bianco, una distesa di ghiacciai millenari, le cime innevate, una maschera veneziana, il vestito di Pulcinella e il viso di Pierrot. È anche una pagina bianca, una tela bianca su cui sono caduti i segni grafici del titolo a significare una specie di archetipo dell’assoluto, lo spazio labile ed evanescente della mente su cui si è posato il tratto grafico di un armadio in stile antico, stilizzato nelle linee, ma angosciante per i rimandi di senso; un disegno preparatorio di un quadro più ampio, allusivo, ad indicare un ingresso verso l’ignoto, il vuoto, il niente, l’illusione e l’oblio che è la mente umana. Ma è anche un richiamo ineludibile alla lettura che essa offre e riesce a mediare. Il significato intrinseco delle diverse definizioni scientifiche dell’opossum si palesa solo a posteriori con epifanie intuitive, manifeste ad una seconda lettura veramente analitica, successiva ad un primo approccio che si appoggia alla globalità della narrazione. Ogni citazione trova posto in cima alla pagina un maniera da lasciare vuoto lo spazio bianco per creare attesa e dare modo al lettore di annotare le proprie impressioni e creare un sunto introduttivo delle caratteristiche di ciascun personaggio coinvolto nella storia e completamento del titolo stesso. Quelle che Spurio enuncia sono come proporzioni matematiche del tipo 36:9 = 24:x e in cui esiste sempre un’incognita da risolvere e ciascuna caratteristica del marsupiale si rivela non solo in linea col titolo del racconto, ma ambedue si annullano e si completano a vicenda in una circolarità temporale. Ed ecco allora che la coda prensile rimanda alla corda con cui il povero Saverio pone fine alla propria vita, è un animale che patisce la luce sta a comportamenti e fatti che non avvengono alla luce del sole e sono attuati da animi scuri, è un animale opportunista rimanda al cinismo del protagonista che da bravo giovane qual era, divine un approfittatore senza scrupoli. Ancor prima dei racconti Spurio colloca citazioni letterarie a lasciar presagire le tematiche del testo: “… non avrei potuto chiederlo a qualcun altro perché dopo tutto era sangue mio” e “Il manicomio è pieno di fiori, ma nessuno riesce a vederli” sono i periodi estrapolati dalle opere di J Laughlin e M. Tobino. Quindi sangue e mente, le due essenzialità dell’essere umano , quali argomenti introduttivi e “nervatura psicologica dei personaggi”; quindi il colore del sangue, il rosso, e quello della mente, il bianco, a delineare i contenuti di un testo che si configura come una sorta di diario, scritto non dall’autore, ma dagli stessi protagonisti-persone “apparentemente slegati fra loro, ma uniti da un senso esistenziale” all’interno di quel manicomio chiamato vita. “A volte cade un nome in questo spaventoso deserto, e ogni granello di sabbia fiorisce” (E, Canetti). “Recuperare le strutture di significato, il segno cifrato dell’angoscia e dell’invisibile e dell’oltre realtà che ci circonda”(E. Borgna) richiede di attenzionare gli orizzonti tematici di ombre, contraddizioni, antinomie, speranza, disperazione, possibilià, impossibilità, angosce. deliri, naufragi, trionfi.
Lorenzo Spurio
L’uomo inserito nei rapporti con la comunità diviene consapevole della sua persona, della propria coscienza e della propria intimità per cui la solitudine come scelta personale e come libertà di scelta nei confronti di certe situazioni, smorza il sopraggiungere del disagio e favorisce la riflessione. L’angoscia è corrosiva e spesso è la solitudine che innesca comportamenti devianti ed è sempre la solitudine come lontananza e separazione dagli altri a portare solitudine interiore in cui tutto si riflette in modi ambigui e abbaglianti da cui si liberano sofferenze acute e dolorose. Ma anche”solitudine di nascondimento e come difesa dalle angosce e dalle aggressività spietate e opache”(E.Borgna). “… fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dalla fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dal fracasso degli uomini piccoli” sono le parole di F. Nietzsche a dire la propria condizione. Nell’isolamento l’individuo fa esperienza di vuoto che tende a riempire con forme esistenziali effimere e prive di senso. “La solitudine e l’isolamento come metafore dell’ansia. Nella solitudine il tempo interiore scorre nella sua tensione di passato, presente e futuro, nell’isolamento si frantuma e passato, presente e futuro si rincorrono inutilmente”.(E.Borgna). “Sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: il presente del passato che è memoria, il presente del presente che è visione e il presente del futuro che è attesa” dice S. Agostino. Ma nel nelle vicende dell’esistenza e nel linguaggio delle cose, l’ansia, che fa parte della vita, può far emergere possibilità nascoste e nuove negli individui che presentano sintomi di tal genere anche perchè “la sensibilità e l’intelligenza sono molto più alte e questo accresce la sofferenza”(E.Borgna) e conducono ad uno Stimmung (stato d’animo) in cui “Quando tu fissi Medusa, è lei che fa di te quello specchio dove,trasformandoti in pietra, ella guarda la sua orribile faccia e riconosce se stessa nel doppio, nel fantasma che tu sei diventato dopo aver affrontato il tuo occhio”. (J.P. Vernaut). Nel testo di Spurio ci sono le tante persone “lontane dal rumore della terra e dal silenzio del cielo”(F. Pessoa), ci sono i vagabondi dell’anima, i reitti, i derelitti, ci sono quelle fasce sociali emarginate a cui non si dà spazio in un programma di aiuto e reinserimento nel tessuto etico-sociale. Si potrebbe anche eccepire, dicendo cosa ha che vedere il discorso sull’ansia, se quella che si nota nei racconti è una gamma di comportamenti per lo più dettata da veri e propri istinti. Però c’è da dire che l’istinto, che deriva dal verbo “eccitare”, è la spinta ad agire in un determinato modo, è un impulso, un’esigenza naturale senza l’intervento del ragionamento e che determina le conseguenti reazioni. “La contemplazione del tempo è la chiave della vita umana. È il mistero irriducibile sul quale nessuna scienza fa presa”(S.Weil) e sono “Le esperienze letterarie come quelle artistiche (che) ci fanno cogliere immagini diverse e radicali dell’ansia e dei modi di viverla… e le esperienze poetiche e narrative ci consentono di viverle come condivise e come vissute da altri in una circolarità che oltrepassa la distanza del tempo e dello spazio”(E.Borgna). “Nella casa tutto rimaneva fermo ai tempi andati (e) l’olio si guastò dentro quei silos di acciaio” (da racconto Livello –1). L’immobilità del tempo che si protrae nel piano sotterraneo, ovvero nel livello –1, in cui la famiglia aveva riposto sempre cianfrusaglie; la fissità del tempo del vecchio pentolame di rame che contrasta con oggetti della modernità; lo stereotipo del tempo che rende indifferenti al dramma interiore, vissuto da Saverio allorché è costretto a licenziare del personale; l’inesorabilità del tempo che esplode nella violenza delle immagini che Manolo è costretto a vedere; la crudeltà del tempo che innesca una certa insensibilità nell’animo di Mariuccia che “pianse qualche giorno, ma poi tutto tornò come prima; le fauci spalancate del tempo “in (quella) cantina (dove) i vetri infranti non vennero rimossi e nessuno vi si recò più”. “Quando la cattiveria trova validi alleati, allora si è spacciati” e Valentina si ritrova a dove subire tormenti e offese con momenti di esclusione e profonda solitudine perché “era bastato un attimo per catapultarla nel mondo infelice delle donne, manipolate dai vigliacchi inganni degli uomini”. Lei che mai aveva incespicato a causa di quella incoerenza emotiva che contraddistingue gli adolescenti; lei che si era persa a fare una cosa senza pensare e non aveva fatto molta resistenza a Renato, suo coetaneo, che altri non era,se non un “ingannatore seriale; lei che “era stata una conquista maledettamente facile” e adesso vedeva le sue foto sui cellulari degli altri compagni; lei che aveva provato grande vergogna, ma che poi era tornata a rinascere proprio come l’Araba Fenice. (dal racconto Un paio di scatti). ”… e col ricavato me ne andai con i miei amici a Forte dei Marmi. Non riuscii a bagnarmi in quell’acqua, sapendo che la diffusione della nonna ormai era completa e che abitava ogni parte dle pianeta”. In questo racconto, Dal fiume al mare, Spurio più che trattare il tema della morte, tratta quello della sepoltura; ne “La cucina arancione” lo fa con ironia e una punta di scetticismo, parlando dell’ibernazione, ma qui affronta quello della cremazione ed il protagonista pur non avendo verso di lei un affetto profondo per “una questione di intenti taciuti, di messaggi empatici, (per) un sapersi guardare negli occhi e accettarsi per come siamo” si costruisce come persona che dimostra pietà e compassione per la nonna defunta e si distingue per “un qualcosa di indignato” verso le cugine che per mancata accortezza fanno scivolare l’urna e spargere la cenere sui tappetini dell’auto. (dal racconto Dal fiume al mare).
La definizione dello yapok acquatico richiama l’acqua, sia essa di fiume che di mare; l’uno come metafora della vita che scorre e l’altro come simbolo della vita nel suo ritmo immutabile, ma anche di nutrimento, di maternità, di misteriosità dell’animo e desiderio di entrare in contatto con le proprie emozioni. “ Di là del finestrino sfilava un mare scuro e fisso, difficile da comprendere del tutto. Alla mente non affioravano ricordi e quell’acqua oleosa sembrava pretendere alla mia coscienza una condanna spaventosa: l’annegamento”. Studente in medicina, il protagonista del racconto Due o nessuna, si impegna in ogni modo a trovare un rimedio efficace per il “riavvio del sistema cognitivo” della propria madre che ha perso la memoria, “nostra coscienza e nostra ragione”, e poi, preso dallo sconforto, la asfissia col gas, tenta egli stesso il suicidio e alla fine, pur non ricordando più nulla, cerca di “far capire al mondo che (mia) sua madre era già morta da tempo e che (io) lui non (sono) è un assassino” “ Mi ero ribellato. Qualcosa dentro di me aveva deciso di mettere fine alle caricature del mio compleanno.” E il ragazzo di buona famiglia, dalla reputazione immacolata, si defila, cerca degli escamotage per negarsi ai parenti, diviene insofferente, se ne va a vivere per conto suo e proprio mentre girovaga alla ricerca della “calma interiore” si scopre “quale animale opportunista” verso le “seducenti professioniste del lavoro più antico del mondo” mentre egli stesso le ricompensava adeguatamente. Così, per propria convenienza, convince la ragazza a “continuare il suo lavoro” cosa che a lei “sembrò una buona idea” senza minimamente pensare che “aveva solo cambiato città e padrone” mentre lui, l’uomo dabbene, lascia gli studi universitari, si trova un lavoretto e passa le ore a casa a sorseggiare birra, “visto che il buon stipendio di Klara consente (loro) di vivere agiatamente”. (da L’ultimo compleanno). “A sedici anni aveva già letto più di quaranta romanzi e non sapeva chi fosse sua madre”. La sua era una vita monotona, triste, solitaria, talmente immutabile e vuota che un giorno che arrivò persino ad immaginare che dietro al bancone del bar a servire la Coca Cola non ci fosse una vecchia arcigna, ma Luana, la bella ragazza, con la quale poteva parlare e confidarsi. Certo quella era soltanto una visione “smelancolata” come le circonferenze che cercava di tracciare a mano libera e “Le due valigie”, lasciate in eredità dalla nonna in cui si aspettava di trovare una cospicuo vitalizio che permettesse a lui e al padre di condurre una vita più rilassata. Continuò comunque gli studi e all’università non scoprì “una legge sulle circonferenze smelangolate”, ma dalla letteratura imparò molto di più. “La vita è ciò che immaginiamo in essa”, dice F. Pessoa, e Spurio non dimentica di trattare l’inquietudine e il disagio in modo partecipe e accessibile per veicolare temi e contenuti quantomai attuali e lo fa con grande maestria senza mai perdere di vista il piglio felice della propria scrittura. All’interno dei dialoghi narrativi di questa silloge, “dal taglio leggermente più intimista”, non ci sono i vari Franknstein, i Dracula, le Moby Dick, le ballate dei vecchi marinai, gli spettri luminosi e neppure il gusto per l’orrido, ma tali stralci di contenuto appaiono sotto forma di ansia, solitudine, abbandono, pazzia, indifferenza, distanza, cattiveria, cinismo, violenza di genere, erotismo, sfruttamento, atti di carattere che sfociano in equilibri fugaci, tradimenti, pedofilia, suicidio, disagio giovanile, vulnerabilità, isolamento e conflitto interiore. Attraverso la connaturata sensibilità e l’attenzione alle problematiche sociali, l’autore delinea un quadro autentico del dinamismo sociale, vero nella stesura dei contenuti che talvolta possono fornire motivo di sconcerto, ma che alla fine si rivelano sempre discreti nella forma didascalica per profonda riflessione in un progetto che non è soltanto narrativo, ma anche scientifico. E non manca nelle parole di Spurio l’attenzione all’ambiente, alle città, ai luoghi, all’ecologia, ai danni ambientali, ai disastri, alle marginalità ed egli ne scrive in maniera sobria, discreta, velata, quasi accennata. Nel racconto “L’ultimo compleanno”, fa muovere i suoi personaggi in una città, associata all’immaginario collettivo per il sisma avvenuto nel corso dell’anno 2009: L’Aquila. L’autore vi richiama l’attenzione per dire che, sì, gli eventi che l’anno investita, sono stati assai disastrosi, ma che ancor più disastroso è stato il terremoto burocratico che non ne ha permesso una vera e propria ricostruzione in un “paese di pozzi, dove sempre si beve l’acqua con la paura che sia avvelenata”(da F.G. Lorca a pag. 93 del testo), “Eppure (ognuno come) l’erica resiste, rimane attaccato alla (propria) terra, sempre e comunque) (dal film Cime tempestose a pag. 45 del testo).
Onorata di questa ulteriore lettura, per richiamare ancora una volta il bianco nella simbologia della neve e in quella del mare e rendere omaggio all’autore per questo nuovo lavoro, “L’oppossum nell’armadio”, testo di grande valore scientifico, letterario e umano, termino con i versi di due poeti del ‘900, suoi conterranei: Paolo Volponi e Franco Scataglini:
“Sono scesi i passeri a branchi/dai calanchi di neve;/si sono posati tutti insieme/sulle peste davanti a casa/come se la tua veste/tenessero per gli orli,/sfrenati nel volo/quasi per una pena nel cuore”.
“Le case sopra un lembo/de scoio, i pini a vento;/ansava il mare,/ el grembo de l’aria in movimento”.
Per ricordare la Giornata in memoria delle foibe che ricorre oggi propongo a continuazione una poesia drammaticamente bella, profondamente espressiva dedicata proprio al massacro che riguardò gli esuli istriani sotto il regime comunista di Tito.
Carso
di NAZARIO PARDINI
Sopra i suoli dei declivi
del Carso, ci apparve poi una donna
novantenne, coi fiori nelle mani
tremolanti. Sopra quella neve
(rossa neve di morte fu il suo dire
del quale noi restammo assai perplessi
e certamente avvinti) rovistava
per dissodare un varco. Poi si aprì
ai nostri occhi una voragine di un
cunicolo di monte. Sono tipiche,
in quei pianori carsici, le foibe.
Pochi i raggi di sole incastonati
in quei tepali brevi di stagione
tra la neve macchiata dal livore
delle rocce supreme. Con la voce
rotta dall’emozione volse l’occhio
al nascosto strapiombo: “Inverne fosse
che contenete i resti di mio figlio
in fondo al ventre buio, ricevete
questi colori memori di luce.
Fate che questi sprazzi di giardino
che vide i nudi piedi barcollanti
di lui che fu bambino,gli ricoprano
i resti mescolati assieme a tanti
di cui conosco i nomi. Il solo cippo
al quale posso dire una preghiera
è questa nuda pietra, silenziosa
compagna di due legni messi in croce
che solo io conobbi e solo io
ne eressi l’esistenza. Troppe voci
non si udirono più, troppo potere
si scordò di quel sangue”. La mia anima
si rivolse alla donna che in silenzio
chiedeva solamente
rispetto del dolore. Ripeteva
le solite parole un po’ sconnesse
tra di sé. “Coi camion, mi dicevano,
li portano al lavoro. Camion zeppi
di giovani, di vecchi. Ma tornavano
vuoti. E vuoti ritornavano dai lividi
sentieri. Mi dicevano che i camion
li avrebbero portati sul lavoro
in cima al monte. E muti ritornavano,
ritornavano vuoti verso il piano”.
Poesia estratta da NAZARIO PARDINI, “Si aggirava nei boschi una fanciulla”, ETS, Pisa, 2000, pp. 43-44.
Con questa nuova opera Alessandro Moschini si misura con un genere diverso, quello del romanzo breve. Ogni genere ha canonicamente delle sue strutture tipiche e dei modi con i quali saper colloquiare al lettore che si differenziano gli uni dagli altri e che motivano il grande divario che esiste tra chi è ad esempio uno scrittore di racconti, o quella che potremmo definire narrativa breve, come pure Alessandro è e chi, invece, sa destreggiarsi con un metro narrativo più denso, intricato e padroneggiare la forma del romanzo. Chiaramente il racconto e il romanzo non si differenziano solamente per la diversa lunghezza narrativa ossia per la corposità del materiale, ma per una serie di altri fattori imprescindibili e caratterizzanti, ma non è questo l’oggetto della presente recensione.
Il portagioie di Alessandro Moschini secondo me condivide molto di più con la forma archetipica del racconto che non con quella del romanzo propriamente detto e, comunque, anche da un punto di vista meramente quantitativo (delle pagine) potremmo ad occhio definirlo romanzo breve, novella, o racconto lungo. Aspetti questi che possono sembrare viziati o ossessivi nella ricerca di una analisi critica di rispetto, ma che a mio riguardo debbono essere tenuti in viva e attenta considerazione.
Dal punto di vista concettuale Moschini dipana una storia-fotogramma attraverso dei flash spesso molto veloci che si realizza perlopiù in un ambiente domestico in un intervallo continuo di zigzaganti spostamenti tra la casa del padre e la città dove lavora e il luogo di residenza dell’ammaliante Jennifer, una ragazza che fa letteralmente infiammare il nostro protagonista nei sui balzi di sensualità, erotismo e animo protettivo e rassicurante della donna.
I personaggi sono prevalentemente dei caratteri fissi secondo una terminologia carica alla critica strutturalista ossia connotati in maniera forte, demarcante e che non ravvisano una completa evoluzione nel corso della storia se non fosse per gli eventi improvvisi e incredibili che accadono nel plot.
Il portagioie che campeggia nella prima di copertina è il vero protagonista, emblema di un passato tormentato e che ora esige di riaffiorare con forza, ma anche suppellettile legato al ricordo di un caro che, per le travagliate leggi dell’esistenza, è poi venuto a mancare lasciando dolore ed incertezza nel tessuto familiare. Ed è forse qui –a mio avviso- proprio nella componente oggettuale di questo protagonista amorfo e immobile che si carica di un vissuto travolgente tanto da rompere la pace del protagonista ed azionare in lui un atteggiamento allontanatorio e fobico (sembrerebbe) nei confronti della sorella, vago e incomprensibile in Jennifer, omertoso nei confronti del padre la vera ricchezza del romanzo breve di Moschini, ancor più che nella impalcatura da qualcuno definita assonante a quella del giallo.
L’introspezione del protagonista sembra arrestarsi laddove il rapporto soprannaturale con l’oggetto in grado di trasportalo in un altro tempo quale osservatore non visto di accaduti violenti si ripresenta con forza inaudita a tormentarlo e a costringerlo ad attuare in qualche maniera. In questa accezione è possibile vedere una componente investigativa del Nostro nei confronti di un tessuto passato difficile da annodare e dove ha dominato il vizio (accenni a un protagonista pedofilo) e la crudeltà (un assassinio).
La storia prosegue molto lentamente per la prima parte del romanzo ed oltre dove l’autore si sofferma in maniera particolare e reiterata sui gusti, tanto alimentari quanto musicali del Nostro, per conoscere poi una spaventosa accelerazione nella seconda metà dove, senza che siano dati al lettore gli elementi per inferire la verità (come nel giallo), si provvede man mano a dipanare i vari fili della storia passata, prima ammassati in un groviglio unico e che poi vengono portati alla luce ricostruendo la vicenda traumatica avvenuta anni prima nella sua interezza.
Senz’altro buona l’idea o l’ispirazione che ha mosso la stesura di questa storia familiare che è chiamata a fare i conti con un passato doloroso e colpevole; con più probabilità i frequenti laconici se non addirittura serrati interscambi dialogici tra i personaggi sembrano poco curati e sfiorare la convenzionalità, come pure la scelta di alcune azioni che spesso portano a una consequenzialità della storia in parte intuita già dal lettore.
Un esperimento che arricchisce il percorso di scrittura di Moschini e che, laddove possa trovare un maggiore approfondimento nella stesura in prosa, di certo potrà traghettarlo a una dimensione narrativa ancor più compiuta e consapevole.
La Giuria del I Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” presieduta da Lorenzo Spurio in unione con il presidente del premio, Marzia Carocci, e composta dai seguenti giurati:
Sez. A – Poesia – Sandra Carresi, Michela Zanarella, Annamaria Pecoraro e i due presidenti
Sez. B – Racconto breve – Luisa Bolleri, Susanna Polimanti, Martino Ciano Iuri Lombardi, Giuseppe Bonaccorso e i due presidenti
Sez. C – Saggio breve/Articolo – Jacopo Chiostri, Fabio Fratini, Francesco Martillotto, Rita Barbieri e i due presidenti
dopo lunga e attenta opera di lettura e valutazione dei tanti materiali arrivati da ogni regione italiana per le tre sezioni, ha deciso di conferire i seguenti premi e riconoscimenti.
SEZIONE A – POESIA
Vincitori assoluti
1° PREMIO NADIA DE STEFANO con la poesia “A mia madre”
2° PREMIO ROBERTO RAGAZZI con la poesia “Una lunga notte d’inverno”
3° PREMIO EX-AEQUO LUCIANO GENTILETTI con la poesia “Li giochi moderni”
3° PREMIO EX-AEQUO MARIA TERESA PIERI con la poesia “Mi faccio bastare”
Menzioni d’onore
CLAUDIA MAGNASCO con la poesia “Madre”
MARIA CARMELA DETTORI con la poesia “Laura (Francesca Wronoski)”
PATRIZIA SOCCI con la poesia “Alle Giubbe Rosse”
ROBERTO BORGHETTI con la poesia “Luci su Gaza dove sei già nata”
STEFANIA PELLEGRINI con la poesia “Amàli”
Segnalazioni
ANTONELLA SANTORO con la poesia “Ago”
ANTONIO CIRILLO con la poesia “Fiore reciso”
ANTONIO COVINO con la poesia “’Na stella”
BARTOLOMEO BELLANOVA con la poesia “Cenere”
BRUNO BINI con la poesia “La casa di Peter Pan”
GIANNI DI GIORGIO con la poesia “Canto di capinera”
GIUSEPPE GAMBINI con la poesia “Mondo silente”
LUCIA BONANNI con la poesia “Chi”
NUNZIO BUONO con la poesia “Appartenenza”
Premi speciali
PREMIO SPEC. PER LA POESIA IN DIALETTO – MAURO MARCHESOTTI con la poesia “Ul me laagh”
PREMIO SPEC. PER LA POESIA SU FIRENZE – EUGENIO BORGIOLI con la poesia “Gli angeli del fango”
PREMIO SPEC. PER LA POESIA CIVILE – LAURA MANAO con la poesia “Non muore mai un poeta”
PREMIO DEL PRESIDENTE DI GIURIA – GAETANO CATALANI con la poesia “Il tarlo”
PREMIO DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – EGIZIA VENTURI con la poesia “La ragazza sui gradini”
PREMIO ALLA CARRIERA POETICA (fuori concorso) – NAZARIO PARDINI
PREMIO PER L’IMPEGNO SOCIALE IN LETTERATURA (fuori concorso) – PINA PICCOLO
SEZIONE B – RACCONTO BREVE
Vincitori assoluti
1° PREMIO MARCO BERTOLI con il racconto “Dita”
2° PREMIO MAURIZIO MARI con il racconto “Lungo ritorno a casa”
3° PREMIO EX-AEQUO ANTONELLA CONCETTI con il racconto “Annina”
3° PREMIO EX-AEQUO MARCO CAPUTI con il racconto “La micia e il gabbiano”
3° PREMIO EX-AEQUO BRUNO CONFORTINI con il racconto “Sarebbe bello, sarebbe estate”
Menzioni d’Onore
ALESSANDRA POZZI con il racconto “Adele”
RENATA MARIA LUCARELLI con il racconto “Il cuore ovunque”
ROBERTA SELAN con il racconto “Il ricordo dei sensi”
STEFANO GAMBACURTA con il racconto “L’arancia”
STEFANO RIZZI con il racconto “Caligine”
VINCENZO MELINO con il racconto “Il merlo inquieto”
Segnalazioni
ALESSANDRO ZAPPULLI con il racconto “Blitz”
CINZIA VITELLO con il racconto “Cristina. Una nota di bellezza”
ISMAELA CAPECCHI con il racconto “Il muretto”
KATIUSCIA NARDINI con il racconto “Due mesi”
MANOLA FREDIANI con il racconto “Gabbiani malati”
VALENTINA GERINI con il racconto “Storie da supermercato – La vigilia di Natale”
VALENTINA TORRINI con il racconto “L’ultimo caso”
Premi speciali
PREMIO ALLA CARRIERA NARRATIVA (FUORI CONC.) SUSANNA TAMARO
SEZIONE C – SAGGIO BREVE/ARTICOLO
Vincitori assoluti
1° PREMIO RAFFAELE GUADAGNIN con il saggio “In questo Purgatorio de L’Inferno…”
2° PREMIO FRANCESCA LUZZIO con il saggio “I comportamenti possibili”
3° PREMIO EX-AEQUO DONATELLA MARCHESE con il saggio “Lezioni di concretezza”
3° PREMIO EX-AEQUO GIOVANNI GALLI con il saggio “Beppe Mariano, l’inesorabile rivincita”
Segnalazioni
ALICE CANDON con il saggio “L’indelebile dicotomia umana”
ELENA TRAINA con il saggio “Il gioco di scrivere”
FRANCESCA SANTUCCI con il saggio “Amalia Liana in arte Liala”
RAFFAELLE ROVINELLI con il saggio “S. sulla novella ‘La patente’ “
Premi speciali
PREMIO ALLA CARRIERA SAGGISTICA (fuori concorso) – SIMONE VENTURINI
Consistenza dei Premi
Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:
1° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€
2° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri
3° Premio di ciascuna sezione: Targa e diploma con motivazione della Giuria.
La Giuria in conformità di quanto espresso nel regolamento del concorso ha deciso di attribuire altri premi di varia classe che consisteranno in:
Menzioni d’Onore: Coppa e diploma con motivazione della Giuria
Segnalazioni: Diploma con motivazioni della Giuria
Premi Speciali: Targa e diploma con motivazione della Giuria
Pubblicazione in antologia
Tutti i testi dei Vincitori Assoluti, dei Menzionati, dei Segnalati e dei Premi Speciali verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti e i Menzionati il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio e da una nota biobibliografica di massimo 5 righe Times New Roman che il partecipante dovrà inviare entro e non oltre il 10 febbraio a premiopontevecchio@gmail.com Per coloro che non la invieranno entro la data indicata, la nota biobibliografica non sarà pubblicata in antologia.
Per i segnalati sarà accompagnata solamente della motivazione della Giuria e per i pubblicati semplici (vedi sotto) si darà pubblicazione solo del loro testo di partecipazione.
La commissione di Giuria, data la grandissima partecipazione al Premio, ha inoltre deciso di provvedere a pubblicare altri testi meritevoli in antologia. Essi sono:
POESIA ANNAMARIA STROPPIANA DALZINI “Giramondo”
POESIA ANTONIO BICCHIERRI “Poetare”
POESIA ANTONIO COVINO “E ffeneste”
POESIA BARTOLOMEO BELLANOVA “Fucilatemi”
POESIA CLAUDIA PICCINI “Se vuoi”
POESIA FRANCA BENI “Stasera non parliamo”
POESIA GIANNI DI GIORGIO “Sfiorare con le dita”
POESIA GIUSEPPE GAMBINI “Il nuovo viaggio”
POESIA LUCIANO GENTILETTI “Chissà perché”
POESIA LUCIANO GENTILETTI “La scampagnata”
POESIA MARIA CARMELA DETTORI “Fotogramma”
POESIA MARIA GRAZIA TOMASSINI “Fanno dolore i sogni”
POESIA MARINELLA PAOLETTI “La tempesta”
POESIA NADIA DE STEFANO “Una volta, mille ancora”
POESIA NADIA DE STEFANO “Di sostanza effimera”
POESIA NUNZIO BUONO “Luoghi non detti”
POESIA PATRIZIA SOCCI “La mia vita”
RACCONTO ALESSANDRO MARZETTI “L’apertura”
RACCONTO ALFREDO SANT’ANGELO “Primavera del ‘43”
RACCONTO ANNA FERRARI SCOTT “Viaggio di nozze”
RACCONTO ANTONIO FRAGAPANE “Cinquantasette”
RACCONTO CRISTINA TONELLI “Vita per vita”
RACCONTO ENZO QUARANTA “Il caffè”
RACCONTO GABRIELLA BAMPO “Il viaggio”
RACCONTO GIANFRANCO IOVINO “Lì”
RACCONTO LAURA POLETTI “Da una panchina”
RACCONTO SIMONE ROCCHI “Custodi silenziosi”
Ritiro dei Premi
Come indicato al punto 11 del regolamento i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.
Stessa cosa è da intendersi per coloro che hanno ottenuto una Menzione d’Onore, una segnalazione o un Premio Speciale.
I pubblicati semplici in antologia potranno, qualora ne facciano richiesta e siano presenti alla Cerimonia di premiazione, richiedere l’attestato di partecipazione.
Si ricorda, inoltre, che l’antologia del concorso sarà disponibile all’acquisto il giorno della cerimonia di Premiazione. Il ricavato derivante dalla vendita della stessa verrà donato in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze e verrà data comunicazione del versamento fatto a tutti i partecipanti dopo la Cerimonia di premiazione.
Ultime informative
La cerimonia di Premiazione si terrà sabato 14 marzo a partire dalle ore 17:30 a Firenze presso la Sala Congressi denominata Sala Firenze del Grand Hotel Adriatico situato in Via Maso Finiguerra 9.
L’evento, che è liberamente aperto al pubblico e al quale sarà possibile portare parenti ed amici, sarà allietato dall’arpista Giulia Petrioli.
Tutti i vincitori, i menzionati, i segnalati e i vincitori dei Premi speciali sono tenuti a confermare o meno la loro presenza a mezzo mail entro e non oltre il 4 marzo p.v.