A favore delle biblioteche modenesi: “La luce oltre le crepe”. Recensione di Lorenzo Spurio
Un profondo, cupo brontolio di nostra, amata, madre terra e più nulla sarà come prima: perch’io qua… non son più! (“Il muto fantasma” di Tommaso Campera, p. 10)
La luce oltre le crepe raccoglie poesie di numerosi poeti contemporanei che si sono uniti in questa esperienza lodevole per un fine umanitario: quella di finanziare e salvaguardare le biblioteche modenesi dopo il forte sisma che la provincia emiliana ha subito nel maggio del 2012. I proventi derivanti dalla vendita di questo libro, infatti, verranno interamente dedicati a questo fine benefico (nel colophon, inoltre, è riportato il codice IBAN sul quale è possibile inviare del denaro per questa causa).
I curatori del testo, Roberta De Tomi e Luca Gilioli, hanno deciso di fare un lavoro di qualità: ce ne rendiamo conto guardando l’immagine di copertina, semplice e significativa, quella di un muro scrostato, rotto e infranto dalla grande forza della natura. L’interno è altrettanto curato e si susseguono liriche potenti in versi per lo più asciutti, scarnificati, dai quali il lettore non farà difficoltà a percepire la sofferenza del poeta che ne ha steso sulla carta quei versi. Perché una crepa è sempre sinonimo di qualcosa che divide, si rompe, che ci conduce a una realtà diversa dalla precedente, poiché ogni rottura in fondo non potrà essere mai più risanata completamente. Rimarranno segni, cicatrici, tracce indelebili nel tempo e soprattutto nella memoria di chi quei traumi li ha vissuti sulla propria pelle. L
’intero progetto che sta alle base di questa pubblicazione, come ricorda egregiamente Giuseppe Pederiali nella nota di prefazione, è quello di “non essere dimenticati, perché qualcuno non faccia finta di non conoscere la gravità di quanto è accaduto”. Il libro si apre con una bellissima poesia di Giuseppina Abbate che tratteggia il misto di sensazioni di quella notte tremenda in cui “il buio divenne veglia e morte” e poi la terra che trema, le macerie, le urla e la polvere tanto da far pensare che sia davvero arrivata la fine del mondo, “come se il maestro avesse rotto l’incanto” (p.2). La poetessa conclude speranzosa che la notte che si succederà sia “senza paura di scosse e lamelle” (p.3), ma sappiamo che non lo sarà: tanto il terrore di chi ha ancora la morte negli occhi che non consentirà nel breve e forse mai di non aver paura: “Mi addormenterò ancora,/ ma chi ho fatto sussultare/ vivrà sempre con quel singulto/ nel cuore” scrive Miriam Ballerini in “L’Italia che trema” (p.5).
Perché la natura si accanisce sull’uomo? C’è una ragione? C’è un disegno che sottende alle calamità naturali? Il poeta Alfredo Bruni in “Terremoti” fa sue queste considerazioni chiedendosi se eventi come questi siano “legg[i] di natura” (p.8) per passare a vedere poi nell’uomo stesso e nella sua attività spregiudicata l’origine di catastrofi come queste, mentre Roberta De Tomi, riferendosi alla natura, si chiede: “E’ davvero matrigna?” (p. 21). L’immagine della madre natura come divinità del Creato, florida e fertile, lascia il posto a un’arcigna creatura degli inferi che genera male e dolore: “madre terra diventi maligna/ più non ci abbracci/ ma di dosso ci scrolli/ come fastidiosi insetti” scrive Giovanni Degli Esposti in “Ricominciare a contare ancora” (p. 22). Daniela Gregorini in “Ricostruire” scrive: “S’arrende, questa pianura/ all’autorità della Madre. Despota” (p. 39).
Luca Artioli nella sua “E siamo stati come case” sottolinea l’inesistenza e la perdita stessa d’identità dell’uomo privato della sua dimora, il complesso di affetti, ricordi e speranze. L’elemento fisico e materiale è ormai perduto, infranto, deteriorato tra le macerie; rimane lo spirito abbattuto dell’uomo: “le poche cose rimaste/ora si radunano in gesti” (p.4), e Marzia Carocci nella sua “Tutto tace” ci da’ l’immagine di un paese nel quale non si ode più nessun rumore dopo la tragica scossa che ha prodotto un atroce boato e fatto crollare case. C’è silenzio e assenza: la poetessa cerca di dare senso all’esistenza, ma i chiari simboli della normale vita dell’uomo sono ormai violentati e scomparsi: “Le case senza tetti,/ le chiese senza Croci/ la Croce che tu invochi/ per riveder la luce” (p.12).
Respiriamo i colori e i profumi di un territorio locale, quello della Bassa, della provincia modenese (“quella terra che amo/ e che mi ha tradito” per usare i versi di Maria Michelina Castelli, p. 13) in uno scenario desolante dove sembra che non ci sia più speranza e possibilità di rialzarsi. Quelle suggestioni che questa terra infonde in chi l’ha vissuta, l’ha conosciuta o tutt’ora la vive, sono esse stesse motivo per andare avanti a testa alta, rifuggendo spiccioli atteggiamenti vittimistici che non porteranno a niente.
Il terremoto non è solo morte e desolazione, ma anche una riflessione sulla vita per chi rimane su questo mondo, una chiamata non-voluta a riscrivere se stessi, una sfida potente lanciata dalla natura che violentemente detterà per sempre l’esistenza della società. Le macerie, la polvere, le grida, il sangue e le lacrime sono immagini ricorrenti in questo scenario apocalittico dove ogni certezza è ormai sfumata per sempre lasciando l’uomo in un inquietante limbo alla mercé del freddo, della mancanza di riparo, della privazione di cari e del delirante dubbio alla ricerca della ragione per la quale la natura prima da’ all’uomo, per poi togliergli tutto, compresa la vita stessa. Il sisma è così sinonimo di cesura tra un prima e un dopo, tra la spensieratezza e la depressione, tra la felicità e l’angoscia. Anche se la terra ha tremato per una manciata di secondi, gli uomini rimarranno scossi per sempre: “Mentre la vita cambia,/ il dopo prevale sul prima/ di una serenità incrinata/ come un bicchiere di cristallo” (“Dopo” di Roberta De Tomi, p. 21).
La forza destabilizzatrice che si sprigiona dal centro della terra, il terremoto, viene descritto dai poeti nelle forme più varie, utilizzando parallelismi, metafore o analogie: per Pierina Cilla è “il dubbio che corre nel filo del tempo” (p. 15), per Vincenzo Ciminello è “[l’] attimo prima del boato” (p.16), per Giovanni Degli Esposti è “un sisma universale delle anime” (p. 22), per Andrea Garbin è “una sorta di tonfo” (p. 31), per Giorgio Mancinelli è “il rimuginare della Terra” (p. 46), mentre per Pietro Pontieri è “un’anteprima d’Apocalisse” (p. 55).
In “Tremuli pioppi” di Pietro Erasmo Fasani (p. 25) il poeta mette in luce la cattiveria umana che si sprigiona in un momento tragico come quello del dopo-sisma: lo sciacallaggio tra i detriti delle case mentre in “Terremoto”, Silvano Fini (p. 27) ricorda l’impegno umanitario di civili e forze dell’ordine per cercare di salvare vite: “Tanti angeli si sono prodigati/ rischiano la medesima vita/ per soccorrere, aiutare e salvare” (p. 27). E sono queste due poesie, poste una di seguito all’altra a mostrare la doppiezza dell’animo umano di fronte alla tragedia e alla distruzione di tutto: chi si è salvato e furtivamente ruba qualcosa tra le macerie o si introduce nelle case dichiarate inagibili e chi, invece, consapevole del rischio che corre, si dona alla società cercando di salvare vite.
C’è voglia di fare e di ricostruire.
Ricostruire una casa è come ricostruire se stessi e rinascere: “Bambino mio, sogna ancora/ e non piangere non piangere/ c’è tanto da rifare/ dal sorriso alla carezza/ ricostruire tutto nuovo” (“!SPACCA CASCA SPACCA!” di Serse Cardellini, p. 11). Maria Grazia Fabbri in “La tua Finale” (Finale Emilia fu la città più interessata dal sisma) chiude la lirica con speranza, voglia di andare avanti, come uno spiraglio di luce che, seppur fioco, riesce a rompere le tenebre: “Appena la terra smette di tremare/ ci mettiamo tutti d’accordo/ e pietra dopo pietra/ con le nostre braccia/ lo tiriamo su il nostro paese.// La torre dell’orologio e il castello/ il duomo, il municipio e il teatro/ e vedrai papà che lo torniamo a fare/ ancora più bello” (p. 24). Forte è il bisogno di ricostruire il passato per dar senso al presente e per affidarsi al futuro.
Questo libro è un mattone importante nel processo di ricostruzione delle coscienze del dopo-sisma emiliano che può e deve essere preso come modello di quel desiderio insanabile dell’uomo di celebrare la vita anche quando sembra che la disperazione sia ormai padrona di tutto.
La terra ha urlato -ma oggi ha ancora il suo domani- avvolto il cuore nell’abbraccio siamo vivi –vivi!- Figlio. (“29 Maggio” di Sara Bellingeri, p. 6)
(scrittore, critico-recensionista)
Jesi, 14-02-2013
E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.
“Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile”, Edizioni Agemina (2012)
Uomo! Riprendi il tuo posto, evita il danno e l’imbarazzo di un mondo spogliato. (“Uomo” di Sandra Carresi, p. 91)
Appena una settimana fa ho avuto il piacere di conoscere la signora Pina Vicario, poetessa e dirigente di Edizioni Agemina, una realtà editoriale di piccole dimensioni ma che sta seguendo numerosi e validi autori del panorama culturale contemporaneo. In quell’occasione la signora Vicario mi ha omaggiato di una copia del volume poetico-antologico dal titolo Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile, edito per l’appunto dalla sua casa editrice. Ne sono stato molto contento, perché un’antologia di poesia civile è probabilmente quello di cui avevamo realmente bisogno in questo oggi difficile e alienante, come pure la stessa Vicario osserva nella sua interessante nota di prefazione. Parlare di poesia civile significa imboccare un percorso il cui inizio va rintracciato in decenni e secoli a noi distanti perché, anche se i testi di storia di letteratura dedicano uno spazio approssimativo al genere, la poesia civile, voce dell’uomo e del popolo (ossia dell’uomo che si unisce) sulle problematiche che soffre sulla sua pelle, è sempre esistita. Diversi i problemi, le esigenze, le denunce o gli “inganni sociali”, ovviamente, uguale, invece, il senso di oppressione, emarginazione e sconfitta del “povero cristo” che soffre direttamente sulla sua pelle condizioni d’indigenza che contrastano, invece, con l’opulenza di chi comanda per il bene del paese. O che dovrebbe farlo.
Per questo l’antologia si apre con una prima parte nella quale si da’ spazio ad alcuni grandi poeti di sempre: William Blake, il precursore del romanticismo inglese, l’esistenzialista Ungaretti, il pessimista Leopardi, Neruda e vari altri scrittori di altissima levatura che, a loro modo, danno la rappresentazione del dramma sociale. Tra questi ci sono versi “potenti” e dolorosi come quelli di San Martino del Carso di Ungaretti e delle considerazioni amare sul senso del nascere, il genio recanatese scrive in “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: “Nasce l’uomo a fatica,/ ed è rischio di morire il nascimento” (cit. p. 10).
La seconda parte del volume, quella più ampia, da’ invece voce ai poeti contemporanei, più o meno noti, presentando anche una scheda biografica per ciascuno di essi. Un’analisi esaustiva dell’intero volume presumerebbe una scrittura critica attenta per ogni componimento; mi soffermerò brevemente solo su alcuni testi e versi, invitando però il lettore a leggerli tutti, con altrettanto interesse ed attenzione.
Marzia Carocci, poetessa e critico-recensionista fiorentino, celebra il valore della donna nella lirica “8 Marzo 1908” che rievoca la tragica morte in un rogo scoppiato in una fabbrica americana, evento attorno al quale poi nacque la “festa della donna” che tutti gli anni celebriamo. La Carocci ammonisce il lettore invitandolo a ricordare quel sacrificio e il valore-dono che la Donna stessa rappresenta: “E tu donna, che ancora lotti invano/ musa, mistero, madre del tuo tempo/ ricorda che quel fiore profumato/ è rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere” (p. 31). Rosalba Satta Ceriale in “Ma la poesia non muore” riconosce il valore di questo genere letterario: difesa, approdo, consolazione e forza per concludere “Ma la poesia non muore con l’inganno” (p. 39). Nicoletta Corsalini, invece, dipinge in una lirica incalzante con dei versi reiterati, la violenza dell’uomo che si macchia di peccato, reato e prepotenza con le sue atroci azioni senza rendersi conto che ferisce se stesso nel momento in cui le compie.
Parlare di sociale non significa parlare solo di povertà, ma di tutte quelle realtà che pongono l’uomo in una difficoltà inarrestabile nel condurre una vita dignitosa: abbandono, esilio, l’essere orfani, la violenza sessuale (si legga la poesia “Broken” di Davide Rocco Colacrai, basata su di un doloroso episodio d’incesto, p. 67), l’offesa ricevuta, la prostituzione (si legga la bellissima lirica di Loretta Giannangeli intitolata “La giovane prostituta nera”, p. 55), la denigrazione, lo schiavismo, lo sfruttamento lavorale (leggere “La fabbrica che uccide” di Paolo Tonelli, p. 114), la sofferenza per la guerra (leggere “Partigiani” di Giorgia Francesconi, p. 105 che si chiude con dei versi magnifici: “Fammi lottare per il meriggio della Vita”), il vagabondaggio, la mancanza di un lavoro, la discriminazione religiosa, il razzismo e così via. C’è dolore, ma non rassegnazione in queste pagine, le lacrime si mescolano alla nuda terra, alla polvere e le grida sembrano squarciare il silenzio. In “11 settembre” Maria Grazia Castagna rievoca l’attacco più doloroso che la società contemporanea abbia mai subito scrivendo “l’umanità si accartoccia/ opulente e sciocca/ nel delirio” (p. 108).
Questo volume regala al lettore pepite d’inestimabile valore, pagina dopo pagina. Solo dalla riflessione sul mondo e dalla comprensione, che giungono solo grazie alla compartecipazione e alla condivisione d’idee, si può modificare la società nel bene, proprio come “L’uomo di fumo” di Daniele Carboni in cui l’uomo, dopo aver “emarginato, rifiutato e cancellato”, giunge a una riflessione aperta sul senso dell’esserci.
Non ci sono migliori parole che quelle usate da Anna Maria Folchini Stabile nella sua poesia “Corrono gli anni…”, un quadretto di consapevole e riconoscente storia dell’uomo, dell’italiano nella fattispecie, con riferimenti ad eventi storici dolorosi. La speranza e l’ottimismo, che sono elementi comuni in molte poesie di questo libro, non sono una manifestazione effimera dell’utopia che tutti i giorni rincorriamo, ma sono esse stesse rivelatrici di una lucida volontà di migliorarsi, aiutarsi e scoprirsi utili all’altro a partire dai più piccoli gesti:
Ci saranno giorni migliori quando tutto avrà compimento, quando ognuno, conosciuto il suo ruolo, farà della storia il suo Credo (p. 113).
Jesi, 13-02-2013
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“Recanati”, poesia di Giuseppina Vinci
Recanati
POESIA DI GIUSEPPINA VINCI
quando nacque non sapevi
che il tuo figlio più insigne
ti avrebbe eternata
Recanati patria dell’infinito
del dolore e della morte
Recanati oggi
devo renderti onore
devo inchinarmi ai Suoi versi
alla immortalità della Poesia
alla Speranza della Poesia.
DI GIUSEPPINA VINCI
QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.
La poesia rosa in unplugged: Liliana Manetti e Giuseppe Giulio a Roma
Giovedì 21 febbraio alle ore 18:30 presso il teatro Giovanni Paolo II (GP2) avrà luogo una serata incantata e magica dedicata alla poetica e al mondo femminile. La voce elegante e l’interpretazione passionale di Sarah Mataloni, presenteranno La mia Arpa dell’autrice Liliana Manetti con la partecipazione di Rosalba Anzalone, madre spirituale dell’autrice, la quale leggerà alcuni suoi versi in lingua portoghese. Liliana Manetti è co-protagonista dell’incontro insieme con Giuseppe Giulio, autore e creatore dello spettacolo teatrale “Brontë: i nostri più antichi segreti” che presenterà alcune delle poesie scritte in lingua inglese, incluse nella raccolta inedita dal titolo Little Women.
La mia arpa di Liliana Manetti è l’espressione dell’anima, in cui l’autrice si scopre con le sue problematiche, e con i suoi amori più nascosti, tra questi: la natura e le emozioni che trasmette, che come definisce l’autrice: le emozioni che mi danno le stagioni sono cosi diverse ma cosi complementari. L’amore emerge molto nelle sue poesie, velate sempre dal romanticismo che traspare nelle parole dell’autrice. La sinossi termina con una frase, che racchiude l’essenza e la passione, che vedremo protagoniste sul palco del teatro GP2, il prossimo 21 febbraio: Le corde mute della mia anima se le ascolti in un giorno di settembre dall’aria frizzantina come questo sapranno suonarti una melodia bellissima: ma solo se vuoi, solo se le rispetti e le ami profondamente, altrimenti come dico nei miei versi, giaceranno nel loro dolore.
Venti poesie inedite, scritte in lingua inglese, per raccontare per la prima volta in prosa temi sociali, al centro della società odierna. Dalla Fede, alla femminilità, dal genocidio siriano allo sfruttamento minorile, dall’omosessualità alla morte, questi sono solo alcuni dei temi affrontati nella raccolta poetica dal titolo Little Women. Il titolo s’ispira al celebre romanzo dell’autrice statunitense Louisa M. Alcott, ma anche dal profondo desiderio personale, di trasformare le poesie come se fossero delle piccole donne, che passo dopo passo, raccontano la storia della nostra società, viaggiando nell’inconscio di ognuno di noi, tra le città passando anche tra continenti più remoti del nostro pianeta. Una raccolta che per la prima volta mette nero su bianco un inedito manifesto letterario, in cui la società, per la prima volta, si racconta attraverso la poesia di oggi, semplice, cristallina e soprattutto scritta in un linguaggio, oggi divenuto universale.
Una serata all’insegna della femminilità e della creatività, della passione e del talento. Ancora una volta queste caratteristiche appena elencate salgono sul palco del GP2.
“Le parole sono segnali stradali” di Veronica Liga, recensione di Anna Maria Folchini Stabile
Commentare una silloge poetica implica due aspetti : l’attenzione a comprendere il messaggio di chi scrive in versi affidando alle parole il proprio sentimento e la disponibilità di chi legge a guardare alle proprie esperienze di vita attraverso l’eco che i versi del poeta avviano nella propria anima.
Sarebbe troppo facile dire che l’opera di Veronica Liga è un punto fermo nella sua crescita affettiva, perché si perderebbe di vista ciò che la poesia, quando diventa arte, riesce a comunicare al lettore e, cioè, il richiamo a quel percorso individuale che ogni persona fa lungo le strade della vita fino raggiungere la consapevolezza che il cammino è stato fatto.
Il titolo della silloge non è casuale e l’acme comunicativo di Veronica Liga è completo nella lirica finale intitolata “Contifacendo” che si conclude con due versi che ben illustrano la valutazione su quella sua parte di vita già vissuta:
Chiedi: “E cosa hai fatto di bello?”
“Ho cercato di non fare male”.
Perché incentrare un commento sulla poesia finale di una raccolta?
Perché tutti noi siamo portati a ripercorrere con la memoria le nostre azioni, a valutare la nostra vita e a ripensarci in maniera spesso ingenerosa.
Avremmo voluto essere, fare, pensare, agire in modo “altro” giocando una partita differente, come se vivere fosse un match infinito in cui non si ammettono sconfitte.
Invece, scrive poetando la nostra Poetessa, si può arrivare a definirsi felici ( “Un abbozzo dispettoso”) se si prende atto con umiltà di tutti i cambiamenti, anche dolorosi, attraverso cui passiamo e che servono a costruire sì un passato, ma anche un bagaglio di esperienza che contribuirà a fortificarci.
” Le parole sono segnali stradali” , sia le nostre, che quelle altrui, perché scandiscono incontri, amori, passioni, addii, ma sempre momenti di vita, dice Veronica Liga che riesce a fare un bilancio di tutto in quella splendida lirica , in cui io personalmente mi ritrovo, intitolata “Laghee” dedicata al suo lago e forse anche al mio lago, luogo reale e ideale, luogo di arrivo e di partenza, in cui ci si ritrova a vivere, esclusivamente privato eppure frequentatissimo, immagine definitiva del ritrovarsi Persona tra le persone che inevitabilmente costituiscono “il muro” contro cui tutti noi finiamo prima o poi , ma che può essere, perché no? , luogo di appuntamento per un nuovo inizio.
ANNA MARIA FOLCHINI STABILE
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Scopriamo la Puglia con il nuovo romanzo di Ilaria Goffredo
Martina Franca, Puglia, gennaio 1943.
L’Italia è entrata in guerra da tre anni e la vita della popolazione peggiora di giorno in giorno. Gli stenti gravano anche sull’esistenza della giovane Elisa, una diciottenne piegata dal terrore del fascismo e dei bombardamenti alleati, dalla fame. Un giorno Elisa conosce Alec, il figlio di una vicina di casa, un uomo misterioso e dallo strano accento; incute in lei un’adorazione che talvolta si tramuta in timore.
In un romanzo che ha il sapore di sole e calce, terra e pane nero, la vita rincorre e sfida gli orrori della dittatura e dei campi di concentramento, spera nelle attività antifasciste e incassa le perdite.
Il coraggio di una ragazza che diventa donna. La tenacia di un amore in bilico sull’abisso. Il ritratto di un’Italia che non c’è più. La coscienza di ciò che siamo stati nel flusso della grande Storia.
“Capacità di narrare di buon livello e storia decisamente bella. Leggo tanti libri, questo uno dei migliori.” Toni D’Angelo, regista
“Il suo libro spesso prende le sembianze di un abbraccio avvolgente per poi mutarsi in un pugno nello stomaco. Dire che è bello è riduttivo e limitato.” Luca Mastinu, scrittore e compositore
“Un’opera degna del realismo degli anni ’50 che sta assai bene insieme ai testi di Primo Levi, di Pavese e di quanti si sono distinti per merito nel raccontare gli orrori della seconda guerra mondiale.”Giovanna Albi, docente e scrittrice
“Polvere che viene tolta da una serie di fotografie in bianco e nero. Il ricordo che campa nell’aria rarefatta di un’Italia persa e ancora incredula su quanto le sta capitando.” Enzo D’Andrea, scrittore
Sabato 9 febbraio a Firenze si è parlato di poesia
Sabato scorso, 9 febbraio 2013, a partire dalle ore 10:00 presso la Biblioteca Villa Bandini di Firenze si sono svolti due importanti appuntamenti con la poesia contemporanea.
Si è presentato, infatti, il volume antologico “L’arte in versi”, libro che contiene i testi risultati migliori dall’omonimo concorso ideato ed indetto nel 2012 da Blog Letteratura e Cultura, la rivista Euterpe, la rivista Segreti di Pulcinella e il Blog Intingendo d’Inchiostro.
Relatore della presentazione è stato Lorenzo Spurio, scrittore, critico-recensionsita e direttore della rivista Euterpe. Sono intervenuti Massimo Acciai, poeta e scrittore, direttore della rivista Segreti di Pulcinella, Iuri Lombardi, poeta e scrittore, Marzia Carocci, poetessa e critico-recensionista, Monica Fantaci, poetessa, Sandra Carresi, poetessa, scrittrice e vice-presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta, Anna Scarpetta, poetessa, Massimo Grilli, Lenio Vallati, poeta e scrittore, Luisa Bolleri, poetessa e scrittrice ed Elisabetta Audino, poetessa.
Durante la presentazione del volume si è parlato del ruolo della poesia e dell’importanza di iniziative come queste. Si è poi passati a parlare e presentare il bando della nuova edizione del premio.
A partire dalle 11:00 invece, nella stessa location, si è presentato il libro d’esordio della poetessa palermitana Monica Fantaci, dal titolo “La riva in mezzo al mare” edito da TraccePerLaMeta Edizioni.
Interessanti gli interventi e le questioni che sono state portate in dibattito.
Di seguito il video della presentazione:
Prima Ragunanza del 28 aprile 2013 di letture poetiche
La POESIA che sarà da Voi scritta, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente.
La POESIA che sarà da Voi scritta, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente.





