“La tendenza alla nullificazione del prodotto poetico. Diamoci una spinta, prima che la poesia si estingua” di Ninnj Di Stefano Busà

di Ninnj Di Stefano Busà

                                               

Un discorso sulla Poesia torna opportuno oggi più che mai…visto che la stessa si muove incerta per difficili sentieri, impedita da lassismi libertari e fuorvianti, mode e linguaggi sconclusionati, culture e  capricci della moda votati a portare avanti la parte più deteriore e rivoluzionaria del prodotto linguistico, quella che risente di forme più o meno imbarbarite o troppo progressiste: come informatica, rampe satellitari, video games, che distolgono l’attenzione dalla poesia, divenuta obsoleta e fuori tempo. Questa mia nota, altro non è che una proposta, un invito a pensare, a discutere, a promuovere iniziative atte a diffondere la Poesia e portarla tra i giovani: la poesia può appartenere a chiunque la ami.

L’evoluzione delle forme poetiche nella storia della cultura è stata continua e costante. Anche nei periodi bui di stagnazione e di regressione o in altri di avanguardia o di pseudoavanguardismo estremo, di rinnovamento forzato, quasi traumatico perché sotto dettatura di impellenti bisogni scardinatori della lingua, ha mantenuto (per fortuna) alcune categorie universalizzanti che fanno della parola poetica una realtà necessaria, non del tutto superflua per l’uomo e la sua specie.

Oggi il mondo dell’arte subisce i contraccolpi di quasi due secoli di rivoluzioni e controrivoluzioni ed è travagliato e stritolato dalla pretesa del tutto moderna di un giovanilismo rinnovatore quanto anarcoide che scambia l’arte col capriccio e l’arbitrio, la libertà di scelta e d’ispirazione nel momento creativo, con una sorta di soggettivismo-individuale impazzito, di relativismo assolutizzato, quanto esasperato, che rifiuta non solo ogni canone esterno, ma anche ogni più elementare regola derivante da un fondamentale sentire estetico, che viene non solo negato, ma forzato, ripudiato e violentato da mode più libertarie.

Diciamolo, subito, che non esistono due linguaggi: uno per la Poesia surreale, magico, ermetico, inaccessibile ai molti, e uno feriale, per i comuni mortali. La poesia può vibrare ovunque in maniera del tutto naturale, anche nelle lasse di un’espressione lontana dalla ipertrofia delle metafore o dalle ambiguità emergenti dall’inconscio, dagli assurdi e dagli arbitrii delle avanguardie ad ogni costo. E <per ogni costo> s’intenda anche quello di inquinare il linguaggio, impoverirlo e strumentalizzarlo in modo deleterio e anarcoide.

coverantologiaD’altra parte bisogna riconoscere che il linguaggio comune non è certo meno efficace di quello colto, o immaginifico, che anzi il suo fondo realistico-logico, sentimentale può essere ben compreso, ma notevolmente più apprezzato, ammettiamolo, sarà il linguaggio ricco di ambivalenze, di metafore, di tensioni allusive proprie di una discorsività che ha varianti emozionali ricercate e volutamente sensazionali. È necessario avvertire chi mi legge che la nostra epoca è dominata dalla pianificazione, dagli orologi, dai computer, dalle costrizioni collettive, dai network, dai condizionamenti psicologici, dai modi ambigui, dalle persuasioni occulte e, pertanto, la Poesia  non può porsi in funzione di antidoto e di corroborante della personalità, nello stesso tempo in cui esprime lo sdegno per un mondo nel quale l’industria e la tecnologia hanno fatto il loro guasto, riducendo l’uomo a realtà <minima>, a manovratore di pulsanti, a robot senz’anima né coscienza, registratore meccanico di impulsi e pulsioni interni ed esterni, frammenti ormai di un “essere” decapitato e privato dalla dignità di pensiero e di coscienza.

Si devono altresì tener presenti le condizioni nelle quali la poesia si è trovata ad operare, all’interno della realtà sociale creata dall’industria e dalla massificazione intellettuale della cultura, che ha livellato gli strati meno abbienti dell’intellettualità, riducendoli a meri contenitori privati di pensiero.

L’industrializzazione ha finito per colpire e dissolvere le strutture, i canoni, gli schemi e le categorie estetiche di un sapere logico, massificandone gli strati di una società in sviluppo che non si è trovata alla pari con l’evoluzione dei tempi tecnologici. Così mentre le forme storiche della vita pratica, politica, economica tendevano alla pluralizzazione di codici diversificati, la cultura artistica (soprattutto poetica) s’incamminava verso un destino nebuloso e asfittico.

La comunicazione si orientava ad una sorta di omogeneizzazione o omologazione monodica, in netto contrasto con la varietà dei canoni estetici, delle forme poetiche e dei generi letterari che s’ispirarono ad un modulo linguistico meno sofisticato, più totalizzante e massificato, fondato quasi esclusivamente sull’informazione nuda e cruda, in contrasto con gli elementi pedagogici che avevano costituito i poli della comunicazione del passato.

La comunicazione di oggi appare un modello standardizzato con una fondamentale tendenza a tradurre in evasione pura e in libertà arbitraria quello che prima era la comunicazione, il linguaggio tra le genti. Inoltre si deve denunciare il divorzio che nel frattempo si è andato consumando tra Poesia e Scuola. Tale divorzio ha provocato un lassismo linguistico, una sproporzionata condizione di arbitrio lessicale e di costumi, un allontanamento dal “bel parlare”.

La proposta della letteratura finisce col percorrere un sentiero sterile, inadeguato e non in linea con le esigenze spirituali dell’individuo che, nel suo dispiegamento anarcoide, rifiuta volentieri la domanda culturale (in particolare la Poesia) per intraprendere sentieri tortuosi di un linguismo più depauperato, banalizzato e frustrato che non dà nulla in termini di elevazione culturale.

Questo  — consuntivo — oggi non ha la pretesa di essere “il vangelo”. Si presenta con l’intraprendenza e il rischio di un tentativo di storicizzare la produzione meritevole di essere trasferita alla pagina della Storia della Letteratura, sintetizzare, (magari in modo opinabile) un referente storico che intende essere un censimento dei poeti dell’ultimo ventennio, una sperimentazione “in limine” una sorta di indicazione che pone il fattore lirico a livelli di Storia e di percorsi epocali, includendo le varianti, gl’innegabili riferimenti sul piano ricostruttivo delle neoavanguardie linguistiche fino ai ns. giorni. Nell’introduzione di questo copioso documento storico avrò l’opportunità di proporre e indicare alcune tra le massime espressioni dell’oggetto poetico, e questa mi appare una generosa offerta di quanto la realtà del momento può disporre.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

QUESTO TESTO VIENE PUBBLICATO SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE IL PRESENTE TESTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Le braci” di Sándor Márai, recensione di Anna Maria Balzano

Le braci 
di Sándor Márai
Adelphi, Milano, 1998
ISBN: 9788845913730
Pagine: 181
Costo: 12€
 
 
Recensione di Anna Maria Balzano

images“Le braci” di Sándor Márai fu pubblicato per la prima volta nel 1942. Più che un romanzo, lo definirei un trattato sull’amicizia: in questa prospettiva si possono riscontrare alcuni punti in comune tra l’opera di Márai e il De Amicitia di Cicerone.

La scena, e mi si conceda il termine “scena”, dal momento che la narrazione ha un’impostazione teatrale, con  pochi personaggi e un lunghissimo monologo interrotto solo da brevi battute, si apre sulla visita del generale-protagonista alla cantina del suo castello per spostarsi immediatamente, solo dopo qualche riga all’interno del castello stesso.

Il luogo è estremamente importante: una sorta di microcosmo, avulso dal resto del mondo, dove i personaggi hanno trascorso le loro vite dibattendosi tra passioni, amori, odi e dove è giunto attutito il rumore di cadute di imperi, di rivoluzioni e guerre: dei tragici eventi, cioè, che sconvolsero il mondo esterno all’inizio del novecento.

Dopo quarant’anni di separazione il generale si accinge a ricevere e a rivedere l’amico Konrad a cui era stato legato da un’amicizia profonda interrottasi per cause che al lettore non è dato conoscere, almeno per il momento.

Di ciò che sia accaduto tra le mura di quel castello sembra essere a conoscenza solo la vecchissima balia Nini, testimone e depositaria della verità.

L’incontro tra il generale, il cui nome è Henrik, e Konrad vuole essere, probabilmente nelle intenzioni di entrambi, chiarificatore d’una separazione improvvisa e apparentemente incomprensibile. Esso offre certamente lo spunto per approfondire il concetto di amicizia, ponendo un drammatico interrogativo: può davvero esistere l’amicizia?

Qui si inserisce il lungo monologo di Henrik, che rievocando le esperienze della vita che i due giovani hanno condiviso, si sofferma su speculazioni di tipo filosofico sulle condizioni che permettono all’amicizia di resistere al tempo.

È subito chiaro che Henrik e Konrad sono completamente diversi l’uno dall’altro: Il primo è di gracile costituzione, ma ciononostante assolve il suo compito d’ufficiale con scrupolo e passione, ama la caccia e le frivolezze della vita; il secondo Konrad, il cui fisico sembrerebbe più idoneo ad affrontare  la carriera d’ufficiale, considera questa solo un mestiere, un mezzo per sopravvivere, mentre la sua natura lo porterebbe piuttosto a coltivare le arti e in particolare la musica.

Henrik e Konrad. La caccia e la musica. La ricchezza e la povertà. 

Qui dunque il primo interrogativo: può esistere amicizia tra esseri tanto diversi?

Henrik afferma di essersi sempre adattato allo stato di inferiorità sociale dell’amico, offrendogli la possibilità di condividere con lui le sue disponibilità.

Nel De amicitia di Cicerone (XIX cap) troviamo un concetto del tutto simile : “Ma requisito essenziale dell’amicizia è che il superiore si faccia inferiore.”

Henrik si chiede se l’amicizia esista veramente e su cosa si fondi: sulla simpatia? Troppo poco.  C’è un pizzico di eros alla base dell’amicizia?  “L’eros dell’amicizia non ha bisogno dei corpi,  essi anzi lo disturbano più di quanto non lo attraggono. Ma si tratta pur sempre di eros, c’è eros in tutte le relazioni umane.”

Vediamo ora Cicerone (cap. V): “..l’amicizia è superiore alla parentela, in quanto alla parentela si può togliere l’affetto, dall’amicizia no: perché tolto l’affetto il nome dell’amicizia scompare, mentre quello della parentela no.”

Dunque l’amore, l’affetto sono indispensabili all’amicizia: la sua fine può, con molta probabilità, generare odio. Questo concetto si trova sia in Cicerone che in  Márai.

Gli eventi accaduti tra Henrik e Konrad hanno cancellato il forte vincolo giovanile, trasformandolo in odio. Ora davanti al fuoco del camino che simbolicamente divampa come le passioni esplose e represse nel cuore dei protagonisti è giunta l’ora della verità. Avranno i protagonisti il coraggio di affrontarla? L’unica verità incontrovertibile sarà quella che trasformerà il fuoco delle passioni in brace, ma solo quando la brace sarà cenere l’animo umano troverà pace.

ANNA MARIA BALZANO

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“La ballata del vecchio marinaio” di S.T. Coleridge, un commento di Pina Vinci

Samuel Taylor Coleridge e “La ballata del vecchio marinaio”
di GIUSEPPINA VINCI

imagesCA9KT07TAmico di Wordsworth,  S.T.Coleridge esprime un mondo interiore molto diverso. Alla appassionata convinzione di una Natura consolante il primo, si affianca una dimensione soprannaturale e talvolta non benevola, avversa alla umana sorte. La razionalità occupa uno spazio ridotto nella Ballata del Vecchio Marinaio. The Rime, pilastro della letteratura romantica inglese, ci introduce in un viaggio esistenziale tormentato e fantastico, tutti gli elementi della Natura concorrono a sorprendere il lettore, ora incantato ora ansioso per la sorte del Marinaio e l’equipaggio. Il Marinaio, personaggio antico, remoto,  come il titolo dell’opera ricorda, e immaginario, dagli occhi scintillanti, dalla lunga

barba grigia, dalla mano scarna, ha il potere di determinare la volontà del  giovane invitato alle Nozze, costretto ad ascoltarlo, a rivivere insieme a lui il viaggio verso una meta sconosciuta e il dolore patito dopo l’uccisione dell’albatros. L’Albatros richiama l’Albatros di Baudelaire, metafora del Poeta incompreso, annientato per la sua stessa genialità.

In The Rime, l’Albatros venuto da lontano, potrebbe rappresentare la Immaginazione, la Luce, la sfera del non razionale, del sorprendente, Fantastico, meraviglioso, sublime. Il Sublime inteso da Edmund Burke in De Consolatione Philosophiae.

Il lungo viaggio verso il Sud e poi inspiegabilmente verso il Nord, e senza una meta, la nave immobile su un oceano talvolta rosso, talvolta verde, simbolo di una umanità consapevole del proprio viaggio terreno ma non del fine o dello scopo.

imagesLa nave fantasma apparsa improvvisamente e senza ragione apparente, le due donne, la Morte e la Vita  nella Morte che decidono della vita del Marinaio e dell’equipaggio, la schiera di angeli, serafini e cherubini, la pioggia purificante e rigenerante, come un battesimo a nuova vita l’elemento soprannaturale e irrazionale, la forza dirompente della Natura a volte benevola, a volte avversa, non consolante, come leggiamo nella poesia di Wordsworth, ne fanno un’opera robusta e uno dei pilastri della letteratura non solo inglese.

Uomo complesso, colto, il Coleridge sembra cercare nella Ballata la sua stessa Verità, il suo fine e destino. L’anima del marinaio costretto a raccontare le vicende  drammatiche del Viaggio per espiare la morte dell’albatros, ‘the bird of good omen’’, rappresenta il cammino del cristiano verso la propria purificazione e redenzione.

Dobbiamo credere a un Coleridge cristiano?

Personalmente non credo.

Le infinite domande del perché dell’uomo sulla terra, del suo pellegrinaggio breve e sofferente sì.

Il Poeta non sa darsi una risposta, il giovane che si allontana più triste e più saggio, ha smesso di sognare, di pensare a una vita spensierata e anch’egli inizia un  cammino esistenziale personale di cui non possiamo prevedere gli esiti.

Il Coleridge è riuscito nel suo proposito di suscitare meraviglia, sgomento, incredulità. Quel ‘’willing suspension of disbelief’’quella volontà di condurre il lettore verso un mondo irrazionale e soprannaturale ha il potere di affascinare gli uomini di ogni tempo.

 

GIUSEPPINA VINCI è nata a Lentini nella provincia di Siracusa e Insegna letteratura  inglese al Liceo classico Gorgia della sua città. Lentini è la città di Gorgia e di Notaro Jacopo, di F.Bonfiglio, psichiatra, e di F.Insolera, matematico.

Ha  già pubblicato due libri di racconti e poesie ‘’Battito d’ali’’ (2010) e ‘Chiara è la sera’ (2012).  Battito d’ali ha ottenuto il premio divulgazione da La Pergola arte di Firenze nel 2010. Riconoscimenti da Roberto Antonelli e Tullio De Mauro. ‘Chiara è la sera’ ha ottenuto un buon successo di pubblico. Appassionata di letteratura inglese intende pubblicare un libro  contenente tutti i commenti ad opere della letteratura inglese.

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“La luce oltre le crepe”. Cinquanta poeti insieme per finanziare le biblioteche terremotate

Titolo: La luce oltre le crepe
Genere: Poesia
Curatori: Roberta De Tomi, Luca Gilioli
Autori: AA.VV.
Prefazione: Giuseppe Pederiali
Progetto grafico di copertina: Stefano Bisognin, Natascia Grazioli
Casa editrice: Bernini
Pagine: 65
Prezzo: 10,00 euro
Codice ISBN: 9788895822075

Comunicato stampa

ImmagineLa luce oltre le crepe, oltre cinquanta poeti pro-terremotati
Più di cinquanta poeti da tutta Italia riuniti intorno a un progetto editoriale indipendente, finalizzato alla raccolta fondi in favore delle biblioteche modenesi colpite dal sisma del maggio 2012 nell’ambito del progetto della Provincia di Modena “Biblioteche da Salvare”. S’intitola La luce oltre le crepe e si tratta di un lavoro collettivo che si avvale della prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali e della collaborazione di due artisti visivi mantovani, la scultrice Natascia Grazioli (anche autrice di una poesia) e il fotografo Stefano Bisognin, autori del suggestivo progetto grafico della copertina. L’antologia, pubblicata dal modenese Bernini Editore, comprende componimenti inerenti al tema del terremoto raccolti dai due curatori, il poeta modenese Luca Gilioli e la giornalista e scrittrice concordiese Roberta De Tomi, autori a loro volta di un contributo. All’interno del volume sono presenti anche poesie in portoghese, albanese, sardo , romanesco e finalese (dialetto di Finale Emilia, MO), tutti corredati dalla relativa traduzione in lingua italiana.
«L’idea della creazione de La luce oltre le crepe – spiega Luca Gilioli –  è nata in seguito al sisma che lo scorso mese di maggio ha colpito il Nord Italia, e in particolar modo l’Emilia Romagna. Nei giorni successivi alla prima scossa, quando era già evidente la drammaticità dell’accaduto, e impellente la necessità di fondi per la ricostruzione, ho pensato a quale modesto contributo potessi offrire assieme ad altre persone attive nel mondo della scrittura, e la risposta è giunta istintivamente: tentare la realizzazione di un libro (nello specifico, un’antologia poetica dedicata) per donarne i proventi della vendita a sostegno di iniziative benefiche per la ricostruzione. Oltre a questa finalità primaria, La luce oltre le crepe si presenta come contributo “storico”, in quanto le voci dei suoi autori rendono una preziosa testimonianza del dramma vissuto».

«Il primo passo nello sviluppo del progetto – continua Gilioli – è stato contattare Roberta De Tomi, pensando che avrebbe potuto abbracciare la mia idea e aiutarmi nel suo sviluppo: pur trovandosi nella difficile situazione di terremotata, non ha avuto alcuna esitazione nell’accettare. Da quel momento siamo diventati curatori di un’iniziativa editoriale che numerosi autori (da tutt’Italia) hanno onorato: a tali artisti è stato inoltrato un invito che descriveva le linee guida per redigere il componimento – una su tutte, la necessità che esso trattasse di “terremoto”, inteso nelle sue molteplici accezioni – e la finalità benefica del progetto». Un progetto benefico appunto,  ma anche un’operazione volta a far sì che i territori colpiti dal sisma non vengano dimenticati; il tutto unito a un messaggio teso verso un futuro di ricostruzione. «Il titolo – sottolineano i curatori – fa proprio riferimento al messaggio positivo che tutti i componimenti, anche quelli dai toni più cupi, vogliono trasmettere ai lettori. La luce oltre le crepe è la luce del futuro, cui i terremotati vogliono guardare con speranza e fiducia».
In quanto progetto indipendente, la distribuzione non sarà effettuata attraverso i canali tradizionali, ma sarà gestita direttamente e nella massima trasparenza, dai curatori. Per informazioni e acquisto si deve scrivere a: laluceoltrelecrepe@libero.it. Inoltre, per l’acquisto diretto a Modena, è possibile recarsi ai seguenti punti vendita: Unicopia Bernini, via Giardini 456; Eliofoto Bernini, via Badia 18 (in centro storico); Fotocopiefaidate, via Canalino 75 (in centro storico, dalle ore 10 alle 13).

Contatti per informazioni e acquisto: laluceoltrelecrepe@libero.it
Acquisto diretto a Modena:
Unicopia Bernini, via Giardini 456

– Eliofoto Bernini, via Badia 18 (in centro storico)
– Fotocopiefaidate, via Canalino 75 (in centro storico, dalle ore 10 alle 13).

Firenze, 9-10 febbraio: i nostri appuntamenti letterari

loghi promotori arte in versi 2013

sab. 09-02-2013 ore 10:00

Biblioteca Villa Bandini – Via di Ripoli 118 –  FIRENZE (zona Gavinana)

Presentazione antologia poetica “L’arte in versi” 2012

Interverranno: Lorenzo Spurio, Iuri Lombardi, Massimo Acciai, Marzia Carocci, Monica Fantaci, Martino Ciano e gli autori delle poesie

sab. 09-02-2013 ore 11:00

Biblioteca Villa Bandini – Via di Ripoli 118  –  FIRENZE (zona Gavinana)

Presentazione La riva in mezzo al mare di MONICA FANTACI

Relatori: Lorenzo Spurio, Sandra Carresi

Interverranno: Marzia Carocci, Iuri Lombardi, Massimo Acciai

sab. 09-02-2013 ore 17:00

Biblioteca Comunale di Compiobbi – Via Aretina 45 – Compiobbi (FIRENZE)

Poesia e musica con i Poetikanten

Gruppo formato da Paolo Ragni, Massimo Acciai, Iuri Lombardi, Alessio De Luca.

dom. 10-02-2013 ore 10:00

Cabina Teatrale – Via Romagnosi  13/a    –  FIRENZE (zona Rifredi)

Presentazione di Iuri dei Miracoli di IURI LOMBARDI

Relatori: Paolo Ragni, Lorenzo Spurio

Interverrà: Massimo Acciai

Tutti gli eventi sono completamente gratuiti.

La S.V. è invitata a partecipare.

“La poesia è un itinerario complesso della scrittura” di Ninnj Di Stefano Busà

La poesia è un itinerario complesso della scrittura

di Ninnj Di Stefano Busà 

 

La vita è fatta di poesia e la poesia è un itinerario complesso e variegato, una riflessione mnemonico-lirica, che tocca le corde del cuore e dell’intelletto, innesca il processo di scrittura che origina dal pensiero e si realizza nella sapienza del cuore che si nutre di essa in particolare.

Di fatto non si hanno dubbi. La poesia è per il poeta quello che per il medico è la malattia, fatti salvi: l’estro, l’immaginazione, la fantasia, il verbo, il poeta indaga nell’espressione poetica come lo sciamano coi suoi aruspici. Ogni esistenza si avvale della poesia, come un pianista, un musicista con le note dello spartito. In verità studiare o leggere un poeta è come indagare e indugiare sulle occasioni che una fulminea espressione imprime alla scrittura. Nessuna poesia è uguale all’altra, nessun poeta può essere simile ad un altro, e tutti colgono nel loro intimo concetto la realizzazione di un piano di scrittura, che collochi la poesia nello scavo privatissimo della parola, dell’emozione o dell’immagine che ogni individuo riformula al suo esterno.

La poesia è un atto di puro coraggio; è un voler far emergere in superficie ciò che rimarrebbe oscurato o retrocesso al ruolo di “ latebra del pensiero”.

Il tentativo persistente di portare alla luce la percezione lirica che accompagna il mistero della parola, fatta luce essa stessa di una luce che trascende il mistero.

Poesia è ciò che ci pone ad auscultare con caparbia intuizione e capacità d’indagine il pensiero nelle sue estreme necessarie verità e, strenuamente, ne assolve, ne compone l’intellettualità che si pone a confronto della sua narrazione più intima e autentica. Scrivere poesia è come l’alba di un giorno nuovo su un terreno accidentato e sterile, da cui, come un astronauta su pianeti sconosciuti, deve estrarre il materiale che occorre per ritornare alla normalità della terra da cui proviene. Il terreno incolto e sconosciuto è battuto palmo a palmo nell’intenzione di poter capire o interpretare al meglio enigmi che lo oscurano.

E il frammento lirico è come l’estrazione di un nuovo minerale, di una nuova geofisica che gli impone una riflessione: saprà trovare la pietra filosofale? saprà individuare lungo il percorso terreno quella piccola, infinitesimale molecola di vita che l’esistenza propone? saprà capire l’universo invisibile? leggere in un libro scritto in una lingua sconosciuta? dare un senso alla storia? scoprirne i misteri del contingente.

La voce del poeta è forma immaginaria di un sistema di luci/ombre che scandaglia a 360° la realtà, spesso ai confini indefinibili tra il relativo e l’assoluto, con la consapevolezza di un linguaggio che aspira con tutto se stesso ad un’inconfondibile risorsa conoscitiva.

 

Chi è l’autrice?

ninnj_di_stefano_busa_00001_bis_formiaNinnj Di Stefano Busà (Partanna), poetessa, scrittrice, saggista, giornalista e operatrice culturale, vive a Segrate.

Laureata in lettere ha pubblicato numerose opere: Oltre il segno tangibile (1987, poesia), Il valore di un rito onirico (New York 1991, saggistica), Lo spazio di un pensiero (1988, poesia), Quel lucido delirio (1989, poesia), Sortilegio di riflessi (1990, poesia), La parola essenziale (1990, poesia), Abitare la polvere (1990, poesia), L’Area di Broca (1993, poesia), L’attimo che conta (1994, poesia), …Anche l’ipotesi (1995, poesia), L’estetica crociana e i problemi dell’arte (1996, saggistica), Quella dolcezza inquieta (1997, poesia, prefazione di Vittoriano Esposito), Le lune oltre il cancello (1997, poesia, con prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti, vincitrice del premio “Libero de Libero”), Il deserto e il cactus (1998, poesia), A tanto dolce inganno (1999, poesia), In altro luogo (2001, poesia), Tito Corsini (2001, saggistica), Adiacenze e lontananze (2002, poesia), L’Arto fantasma (2005, poesia); Tra l’onda e la risacca (2007, poesia), L’assoluto perfetto. Meditando in Cristo (2010, poesia), Quella luce che tocca il mondo (2010, poesia, prefazione di Emerico Giachery).

Ha curato cinque antologie della collana “Poeti e Muse” (dal 1991 al 1995). Le sono stati assegnati numerosi e autorevoli riconoscimenti in concorsi letterari, ultimi in ordine di tempo: 1997, “Goffredo Parise” per la saggistica con pubblicazione ( “Latmag”,  Bolzano); 2001, “Sìlarus” Salerno, medaglia d’oro per la saggistica; “Poeti nella Società” Basilea primo premio assoluto; “Casalguidi” primo premio assoluto per una silloge poetica inedita. Ha fondato e dirige il “Centro Iniziative Letterarie” ed è presidente di giuria nei premi o membro in varie città d’Italia. Ha collaborato ad autorevoli riviste italiane e straniere: “Il Ragguaglio Librario”, “Corriere di Roma”, “Miscellanea”, “Tribuna Stampa”, “Arenaria”, “Talento”, “La Ballata”, “Sìlarus” “La Procellaria”, “Punto di Vista” e molte altre. È responsabile dell’Unione Nazionale Scrittori della Lombardia e inserita quale membro rappresentativo dell’Italia nell’American Biographical Institute degli Archivi Librari statunitensi. Intorno alla sua produzione letteraria sono state pubblicate tre monografie: Silvano Demarchi L’itinerario estetico, la produzione letteraria di Ninnj Di Stefano Busà (1998), Rosa Berti Sabbieti L’ala del condor. Viaggio itinerante nella poesia di Ninnj Di Stefano Busà (2000) e Antonio Coppola Mare forza “otto”. La poetica di Ninnj Di Stefano Busà (2001).

Profilo Literary completo della scrittrice

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“Un passaggio verso le emozioni” di Giorgia Catalano, recensione di Lorenzo Spurio

Un passaggio verso le emozioni (2010-2012)

di Giorgia Catalano
Prefazione a cura di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012
ISBN: 978-88-6682-321-6
Pagine: 63
Costo: 8,14 €
Link diretto all’acquisto
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

A piccoli passi, andiam
verso la vita
verso noi stessi,
verso lo specchio
della nostra anima
(in “Anima”, p. 7)

 

IDU21258_IDO20072_IDE20009_IDV19939#_CopertinaAnterioreCon Un passaggio verso le emozioni Giorgia Catalano esordisce nel mondo della poesia, sebbene abbia già pubblicato varie liriche in antologie. Come sottolinea in maniera acuta il poeta e aforista palermitano, nonché curatore della silloge, Emanuele Marcuccio, la sua poesia è ricca di musicalità grazie alla presenza di forme retoriche e di stratagemmi metrico-poetici che rimandano a una poetica di tipo classico.

Le liriche condividono un senso di nostalgia e tristezza per un passato ormai andato: nella lirica che apre la raccolta, “Fioco lamento” c’è desolazione, silenzio e un senso d’abbandono che, però, porta la poetessa a prendere una decisione importante: “Rubo un sorriso/ ad un cucciolo d’uomo,/ spezzo l’affanno del tempo/ che fu” (3). E nella lirica che segue, “Ripenso”, i pensieri dolorosi assumono materialità e vengono equiparati a dei panni: per rinverdire quei momenti passati e per privarli dell’angoscia ai quali erano legati sarà necessaria una purificazione: “Così, odorosi di bucato/ li indosserò come abito nuovo” (4). Bastano due semplici liriche per comprendere quali sono le tematiche profonde che caratterizzano un poeta e queste due, scelte non a caso, ne sono la prova: la Catalano affronta i temi del tempo e del suo indissolubile scorrere, del passato e del ricordo, del dolore e dell’assenza e del bisogno che l’uomo ha nella sua contemporaneità di “fare i conti” con quello che è stato. Siamo quelli che siamo stati ed è impossibile annullare il passato, è vero, ma la Catalano ci insegna che forse il presente fluido dell’oggi può insegnarci a ricomprendere il passato, a rivederlo, a riviverlo, sempre che siamo disposti a farlo, prendendo le distanze da quel dolore vivo che invece caratterizzò quei momenti.

Nella poesia “Tremo”, quella che a mio modesto parere tocca l’apice dell’espressività lirica e al contempo è in grado di trasmettere la violenza delle immagini, Giorgia Catalano ci “narra” dell’angoscia che può nascere in una persona che viene ferita psicologicamente e fisicamente, un dolore vergognoso che genera disperazione e incomprensione: “Tremo/ vicino alle tue mani/ percosse e deturpate” (8).

Ovviamente la poetessa ci regala liriche anche più lucide ed ottimistiche, come “Per te, piccola” ispirata alla nascita della piccola Martina e che, in qualche modo, celebra il mistero della vita che puntualmente si rinnova. Ci sono liriche colorate e profumate come “Porta Palazzo” dove la poetessa riflette su culture ed etnie diverse guardando una donna in burka “dallo sguardo cupo” (10) per poi riflettere anche sulla presenza cinese nel nostro paese: “Gente che va e che viene,/ che s’adopera in acquisti” (10) e anche la poesia “Tasselli”, una sorta di manifesto della sua poetica, dove le canoniche attività del libero pensatore (leggere, pensare, sperare, poetare) vengono considerate tasselli, ossia parti che solo uniti tra loro danno forma e unità a un qualcosa che, lentamente, “si fa/ immagine” (19). In “A te, poesia”, la poetessa annuncia il suo amore per questo genere letterario che è consolazione, guarigione e custode di mali tanto da portarla ad utilizzare un linguaggio iperbolico: “Vivo per te” (28) che ben mette in luce quanto il rapporto della Catalano con la poesia sia vivido e autentico.

Mi piace concludere questo mio breve commento con la speranza che trasuda dalla lirica intitolata “Anime spoglie” dove la morte di un ragazzo viene accolta dal Cielo con un lampo che “squarcia/ l’unica bianca nube seppellita da cumuli/ anneriti dalla disperazione” (12) descritto come un fiore che di colpo appassisce, all’improvviso per tramontare per sempre. Dov’è allora la speranza in una lirica luttuosa come questa? La speranza è il dolore stesso che, ormai come un fardello che la madre del protagonista porterà fino alla fine dei suoi giorni, “abita/ nel suo cuore” (13) come un tremendo compagno e un dolce nemico che, tuttavia, le farà compagnia. Così come avviene in “A chi non c’è più” dove l’idea di un aldilà è in grado di mitigare quel dolore e quell’assenza: “Ci sarà sempre/ un tuo sguardo/ amorevole e attento,/  posato su di me” (15).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 01-02-2013

 

imagesGiorgia Catalano è nata a Ventimiglia (IM) nel 1971. Nel 1989 ha conseguito la maturità magistrale. Inizia a scrivere poesie in età adolescenziale. A partire dal 2010 varie sue liriche sono apparse in diverse antologie poetiche e riviste letterarie online. L’autrice ha un suo blog che prende il nome dal titolo di questa sua prima raccolta poetica dove pubblica poesie, foto, pensieri e altro.

 

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“La luna e i falò” di Cesare Pavese, recensione di Anna Maria Balzano

La luna e i falò
di Cesare Pavese
Newton & Compton, 2010
ISBN: 9788854118911
Numero di pagine: 143
Costo: 10 €
 
Recensione di Anna Maria Balzano

LA_LUN~1Non mi sembra un paradosso affermare che La luna e i falò di Cesare Pavese è un romanzo in bianco e nero. Scritto nel 1950, appartiene al miglior neorealismo italiano: si pensi a Roma città aperta di Rossellini (1945), Ladri di biciclette (1948) e Umberto D (1952) di De Sica. Nel romanzo di Pavese, però, non è la città, ma il mondo contadino che fa da sfondo ed è protagonista al tempo stesso della narrazione. Una prosa limpida rende la lettura immediata e scorrevole: la parola corrisponde esattamente al suo significato, senza alcun abbandono a metafore o allegorie, ma con qualche sporadica libertà dialettale.

La narrazione procede in prima persona, nella migliore tradizione autobiografica, che lascia il dubbio sulla perfetta coincidenza tra protagonista e autore; come sempre in questi casi, il racconto viene filtrato dal punto di vista del narratore. Qui la storia procede come un viaggio nella memoria di un giovane emigrato che torna al paese d’origine dopo aver fatto un po’ di fortuna. Ma è proprio sull’origine che si richiama immediatamente l’attenzione del lettore: del protagonista-narratore non ci viene detto neanche il nome, ma solo il soprannome Anguilla; di lui si sa però che è un bastardo, allevato da contadini con la prospettiva di disporre in futuro di braccia valide da impiegare nei lavori dei campi.

Radici fragili, dunque, quelle di Anguilla, radici superficiali come quelle delle viti piuttosto che profonde come quelle di altri frutti. Eppure l’esigenza di un ritorno alle origini è così naturale nell’uomo che Anguilla non esita a tornare nei luoghi dell’infanzia anche a costo di rinnovare umiliazioni e ferite sofferte; e il realismo descrittivo di Pavese suscita profumi e odori penetranti, crea immagini di corpi deformati dalla fatica dei campi, dipinge scene di coralità campestre, con una tecnica quasi cinematografica, dove la parola fa da supporto all’immagine e l’immagine dà significato alla parola.

imagesI ritmi della vita contadina sono inevitabilmente legati al succedersi delle stagioni e alle credenze popolari:  dunque la luna non è solo l’astro che diffonde il suo raggio luminoso accentuando il mistero nascosto tra le vigne delle Langhe, ma è il punto di riferimento per le attività contadine, così come i falò vengono accesi per evocare la pioggia con l’umidità evaporata dal terreno.

Il racconto di Pavese, però, non concede nulla all’idillio: la tragedia della guerra civile che dilania l’Italia degli anni quaranta, è in agguato nel racconto ed esploderà alla fine, come esplode la vita di chi, consumato da ritmi faticosi e stressanti, non regge alla durezza del lavoro quotidiano e compie una strage: è il caso di Valino, che lascia il piccolo storpio Cinto alle cure di Anguilla e Nuto.

L’amore stesso s’accompagna alla morte, come nel caso di Irene e Silvia le cui esistenze si concludono tragicamente: quasi un presagio nella storia personale di Pavese. E la più bella delle tre sorelle, Santa, non sfugge a un tragico destino. In cerca d’una felicità sempre negata, come le sue sorelle, si lascia andare ora all’uno ora all’altro, incurante se siano d’opposti schieramenti politici. Il suo corpo straziato dalla fucilazione verrà arso sul luogo stesso dell’esecuzione: da esso si alzerà il più crudele e macabro dei falò. Come a voler affermare che non c’è luogo, neanche il più lontano dalla lotta civile e politica, dove la pace possa regnare se essa non alberga nel cuore dell’uomo. 

ANNA MARIA BALZANO

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“Volevo fare la casalinga” di AA.VV., recensione di Anna Maria Folchini Stabile

VOLEVO FARE LA CASALINGA

di AA.VV.

Albus Edizioni, 2012

Recensione di ANNA MARIA FOLCHINI-STABILE

 

Copertina (Albus) - Volevo fare la casalingaIn tempi di dibattiti politici sulle quote rosa, ottima versione attuale della disputa medioevale sul fatto che le donne avessero o no l’anima,  in un momento in cui le donne non si chiedono mai perché la metà del cielo numericamente più consistente demandi a quella meno consistente di decidere sulle loro persone e spesso del loro destino, alcune scrittrici hanno raccolto la proposta di Albus Edizioni partecipando alla stesura di un libro sapientemente curato da Chiara Santoianni, a sua volta scrittrice e blogger, sempre molto attenta alle problematiche del mondo attuale e femminile.

Ne è nato un libro a mezzo tra l’ironia e la cronistoria di come le donne di oggi vedono se stesse e la loro vita lavorativa, familiare e affettiva in un quadro divertente e arguto sulle giornate delle donne moderne che nell’arco delle ventiquattro ore si dividono in molteplici ruoli adattandosi agli impegni che nel prosieguo della giornata le vedono protagoniste infaticabili e insostituibili.

L’opera si rivela una satira di costume su un mondo che le vuole come professioniste in carriera, madri affettuose, mogli devote, amanti appassionate, ma sempre in equilibrio funambolico tra doveri inderogabili e sogni personali.

Con un sorriso tra le labbra leggiamo le avventure di Principesse di ogni età che inseguono il principe dei loro sogni e che, lancia in resta, vivono vite frenetiche nelle quali di principesco c’è poco e ogni spazio personale è difeso con intelligente coraggio.

Sarà così per sempre? Non so, ma è così per tutte, se sedici autrici radicate nelle diverse regioni italiane sembrano esprimere tutte insieme e sorridendo il disagio comune, sebbene nessuna rinuncerebbe alla vita che ha.

Non è facile essere donna.

Qualche giorno fa chiacchieravo con un’anziana e affermata imprenditrice che mi raccontava di quando all’inizio della sua carriera difendeva la sua professionalità e mi diceva che per lei l’essere stata donna è significato, nel suo ambito lavorativo, la nautica, valere come almeno due uomini.

Le credo, siamo quasi coetanee e allora, da ragazze, per noi le cose non erano facili.

Ma siamo sopravvissute e sono convinta che ce la faranno anche le protagoniste dei racconti di questo libro, come di certo ce la faranno le nostre figlie e le nostre nipoti.

Ad un’unica condizione, che ricordino sempre che non esistono scorciatoie ed essere donna è un valore in più: pensiamo, progettiamo, creiamo, lavoriamo come un uomo, ma in più diamo la vita.

Non è poco, per una che è “solo” una donna!

Ooopppsss… dimenticavo: uno dei racconti, il diciassettesimo di questa silloge, è scritto da un autore maschio….Tutti i miei complimenti a quell’uomo che riesce a comprendere l’animo femminile e a descriverlo.

Onestamente, anche questa non è cosa da poco!

 

Anna Maria Folchini Stabile

Angera, 28 gennaio 2013

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“Tu”, poesia di Fiorella Carcereri con un commento di Lorenzo Spurio

 Tu

di FIORELLA CARCERERI  

 

Tu, che sei entrato nel mio cuore,

senza fare rumore,

con la grazia e la leggerezza

di un fiocco di neve,

 

 

Tu, che mi hai rubato anima e cuore

in un piccolissimo attimo di distrazione

e li ha nascosti nella cella dorata

di un carcere inaccessibile,

 

 

Tu, che fingendo di lasciarmi libera,

controlli da lontano con occhio vigile

ogni mio pensiero,

movimento e respiro,

 

 

Ma chi sei, tu?

 

 Commento a cura di LORENZO SPURIO  

ombraLa lirica della Carcereri si compone di quattro strofe di tre versi ciascuna e un verso sciolto finale sottoforma di interrogazione che funge da esortazione, ma anche da riflessione per la stessa scrittrice. La poesia, dall’andamento lineare e pacato, si concentra su rapporto io-tu e l’apertura di ogni strofa con un “Tu” sembrerebbe a prima vista una sorta di amonimento all’altro; in realtà le divagazioni della donna, chiaramente innamorata e consapevole del suo amore, non sono altro che ulteriori attestazioni di stima e sottolineano il suo estremo coinvolgimento in questa storia vera, totalizzante, tanto da portarla a chiedere nel finale “Ma chi sei tu?”.

A volte, infatti, definiamo noi stessi perché in relazione con gli altri, con l’ambiente o con le cose che ci appartengono. Ma chi siamo realmente?

LORENZO SPURIO

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“La poesia non è soltanto atto creativo in sé” di Ninnj Di Stefano Busà

LA POESIA NON E’ SOLTANTO ATTO CREATIVO IN SE’

di Ninnj Di Stefano Busà

Bisogna tener presente innanzitutto che Poesia non è soltanto atto creativo in sé che trascende l’oggetto stesso e i suoi contenuti. Essa si realizza entro i termini più trasfiguranti di tale atto e deve anche riflettere il mondo e la sua oggettivante natura, deve essere pulsazione di una incontestabile, innata creatività reale, sempre valida nel tempo come relativo oggettuale della sua storia e del suo compimento.

In altri termini, la Poesia ha davanti a sé due obiettivi: inventare e reinventarsi.

L’itinerario della comunicazione poetica è spesso tortuoso, labirintico e si insinua tra universi di cultura che in qualche misura confliggono tra loro e vengono coinvolti all’interno del fatto creativo come deterrente.

imagesSi può immaginare di avere un cannocchiale a due lenti: chi guarda e chi è guardato finiscono per configurarsi entrambi e proiettare la loro visione al di là del contingente e ritrovare la stessa immagine reale valida ed ineluttabile per entrambi.

In altri termini, la Poesia deve essere non soltanto espressione, ma anche comunicazione, o come osserva Wladimir Holan nel suo poemetto: “Una notte con Amleto”, un dono.

La Poesia finisce con l’essere lo specchio della realtà nel tempo.

Si finisce con l’essere moderni senza saperlo e senza volerlo, perché la poesia si adegua. Ogni artificio o arbitrio perpetrati sulla Poesia, soprattutto se tecnico programmatico, finisce per essere una forzatura, un’assurda pretesa di novità, perché ne compromette chiarezza e spontaneità: L’arte ponte tra individuo e individuo (M. Proust).

Allora, non basta esprimere: è necessario comunicare, come altresì è necessaria l’adeguazione espressiva del poeta agli schemi mentali (categorie) ai simboli che ne rappresentano i modelli e le sollecitazioni.

La poesia è forma nella quale si coagulano contenuti che scaturiscono dal rapporto tra noi e le cose.

L’atto creativo deve realizzarsi attraverso un processo che implica una fase di filtrazione catartica dell’elemento emotivo che la genera e, di trasfigurazione che non eluda l’esigenza della comunicazione ad altri.

Si configura così quella sintesi a priori che la istruisce e la determina, come del resto accade in altre discipline: nella scienza e nella filosofia.

La Poesia potrà così comunicare, non solo esprimere sensazioni e suggestioni, perché pur all’interno di un’esigenza di purezza, potrà creare un sistema di trasmissione di dati sentimentali e pratici, potrà cogliere i riferimenti oggettuali, i referenti dell’umanità, della società e della storia, al di là della snaturalezza o distorsione dell’atto creativo.

Il prodotto siffatto potrà dunque sostenersi da sé, in virtù della sua inventiva originaria, fondata su moduli irripetibili, che rifuggono da luoghi comuni, dai decorativismi, dagli sfoghi privatistici, dalle confessioni di scarsa incidenza logica.

La Poesia è sorretta dalla fiducia in taluni valori che ne determinano la rivelazione, che è traccia ed essenza oggettuali, non deformazione o mistificazione retoriche della non verità.

Una siffatta visione si regge, pertanto, sulla libera autodisciplina del poeta, capace d’intuire nella profondità del proprio sistema ontologico, le categorie universali e universalizzanti su cui si determina l’arte della parola, rigettando quelle mostruose corruzioni arbitrarie, quei soggettivismi alogici, pretestuosi, anarcoidi di un reale-irreale trasfigurativo, nel quale la fantasia si perde, accendendosi di figure astratte, a volte, mortificanti che si accendono di misteriose volute, senza chiusura di linguaggio, senza circolazione di comunicazione  in una tensione colloquiale fortemente inquinata da <non sense>  destinato quasi sempre a sfociare in un sogettivismo o liberismo estetico individualistico e sperimentalistico d’assalto, che rifiuta e rinnega canoni estetici della tradizione più illuminata.

Ninnj Di Stefano Busà

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Esito finale del Concorso “Segreti di Pulcinella”

Rivista Segreti di Pulcinella

RIVISTA SEGRETI DI PULCINELLA

Fondata a Firenze nel 2003 da Massimo Acciai e Francesco Felici

http://www.segretidipulcinella.itsegretidipulcinella@hotmail.it

 

GRADUATORIA FINALE DEL CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE “RIVISTA SEGRETI DI PULCINELLA”

Firenze, lì 31 Gennaio 2013

La giuria del Premio Letterario “Rivista Segreti di Pulcinella” composta da MASSIMO ACCIAI (direttore della rivista “Segreti di Pulcinella”, poeta e scrittore), LORENZO SPURIO (vice direttore della rivista “Segreti di Pulcinella”, scrittore, critico letterario e direttore della rivista online “Euterpe”), ALESSANDRO RIZZO (vice direttore della rivista “Segreti di Pulcinella”, scrittore e direttore della rivista on-line “Le voci dell’Agorà”), IURI LOMBARDI (poeta, scrittore e redattore della rivista “Segreti di Pulcinella”), ANNAMARIA PECORARO (poetessa, scrittrice, director di Deliri Progressivi e redattrice della rivista “Segreti di Pulcinella”), ROSSANA D’ANGELO (poetessa e redattrice della rivista “Segreti di Pulcinella”), IVANA ORLANDO (poetessa, collaboratrice della rivista “Segreti di Pulcinella”), ADRIANA GLORIA MARIGO (poetessa), CRISTINA VASCON (poetessa), MARIA LENTI (poetessa, scrittrice, critico), SARA ROTA (poetessa, recensionista)

decreta l’esito finale di graduatoria:

POESIA

1° posto – “Sono nata a mezzanotte”

di ANNA ALESSANDRINO

 

2° posto – “Vite nascoste”

di DONATO LADIK

 

3° posto – “Ricamo di ossa senza natura”

di DAVIDE ROCCO COLACRAI

 Segnalazioni: “Dall’Ucraina” di GIUSEPPE MANDIA;

  

RACCONTO

1° posto – “Io non lo farei”

di ALICE AMADEI

 

2° posto – “L’oro di Don Raffaele”

di MASSIMO SENSALE

 

3° posto –“Consonanti in vacanza”

di EMANUELA BOBBIO

“L’ascensore”

di PIETRO RAINERO

 

Segnalazioni: “5 dita” di MARCO CANELLA

“Il sogno dell’incubo” di SERENA GOBBO

 

SAGGIO

1° posto – “Spesso il male di vivere ho incontrato di E. Montale: una lettura”

di FRANCESCO MARTILLOTTO

 

2° posto – “La maledizione della nona e il club 27”

di STEFANIA LAMANNA

 

3° posto – “Il coraggio della scrittura: John Fante tra umanità e deserto”

di IVAN POZZONI

 

Si ricorda, come scritto nel bando di concorso al punto 8, che “Il giudizio della Giuria è definitivo e insindacabile”. Ciascun partecipante al concorso potrà richiedere il verbale finale con tutti i punteggi che la Giuria ha assegnato. Non verranno, però, fornite spiegazioni sul motivo di dette valutazioni e l’autore si rimette come ha sottoscritto nella scheda di partecipazione alle regole contenute nel bando di concorso.

Come stabilito dal bando di concorso al punto 10, “Al primo vincitore di ciascuna sezione verrà dato il diploma e una copia gratuita dell’Antologia. Ai secondi e terzi vincitori verrà dato il diploma e a tutti gli autori segnalati verrà dato diploma di segnalazione”.

La cerimonia di premiazione del concorso congiuntamente alla presentazione dell’antologia dei dieci anni della rivista si terrà a Firenze il 9 marzo 2013 a partire dalle ore 18:00 in un luogo di cui verranno fornite per tempo tutte le indicazioni.

Per info: segretidipulcinella@hotmail.it

 

Il Presidente del Premio                                                                   Il direttore della rivista

                         

      Lorenzo Spurio                                                                                   Massimo Acciai

 

 

Firenze, lì 31 Gennaio 2013

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