Al via la VI edizione del Premio “Il Parnaso” in memoria di Angelo La Vecchia

L’importante competizione letteraria , nella sua edizione 2021, viene lanciata nel giorno in cui Angelo La Vecchia avrebbe festeggiato cento anni

Il 29 settembre 2020 ricorre il centenario dalla nascita di Angelo La Vecchia. Ha rappresentato la cultura nella nostra terra per oltre 50 anni diventando una icona del teatro per la nostra città. Nonostante le opportunità che la vita gli ha presentato nel corso degli anni è rimasto fortemente ancorato alla sua famiglia e alla sua terra.

Il direttore artistico ha scelto questo giorno per lanciare la VI edizione del Concorso Internazionale di poesia “Il Parnaso – Premio Angelo La Vecchia”; “L’anno scorso doveva essere l’edizione del centenario ma gli eventi hanno impedito che si svolgesse la manifestazione conclusiva prevista a marzo 2020” ci dice amareggiato il prof. Calogero La Vecchiasperiamo che questa sesta edizione si svolga in un contesto più sereno”. Le premesse ci sono tutte. Il Concorso si compone di diverse sezioni tre delle quali realizzate con paesi stranieri: Daghestan, Crimea e Macedonia. Quest’anno sarà proposta anche la II edizione del concorso per le scuole del primo ciclo “La Poesia è la mia Lingua” che nella scorsa edizione ha visto la partecipazione di tre scuole straniere e diversi istituti italiani.  Riproposta anche la sezione dedicata alla poesia Sperimentale destrutturalista.

Ringrazio l’associazione Culturale Athena che anche quest’anno sarà al mio fianco nella organizzazione del Concorso e della manifestazione finale” – ci dice il prof. Calogero La Vecchia – “e ringrazio tutti coloro che mi incoraggiano in questa bellissima ma faticosa avventura. Devo molto al conforto morale e spirituale del prof. Gaetano Augello che, in qualità di viaggiatore piazzista del Parnaso Canicattinese, mi tiene costantemente in contatto con gli Immortali del Parnaso”.

Anche quest’anno ci sarà il patrocinio del Ministero della Cultura Italiano, del Ministero della Cultura del Daghestan e del Comune di Canicattì che è stato sempre presente al Concorso.

Quest’anno ci saranno delle novità che verranno comunicate in seguito. “Speriamo di fare una conferenza stampa con alcuni dettagli e alcune importanti novità” conclude il prof. Calogero.

Regolamento alla pagina http://concorsoparnaso.weebly.com/regolamento-202021.html .

Si potrà partecipare inviando le poesie fino alla data del 15 dicembre 2020 utilizzando la pagina facebook del concorso: www.facebook.com/concorsoparnaso o l’email concorsoparnaso@gmail.com.

Esce “Tutto fu bello qui” di Maurizio Zanon

La casa editrice milanese Miano Editore segnala la recente pubblicazione del libro Tutto fu bello qui dello scrittore veneziano Maurizio Zanon. Il libro è uscito nella prestigiosa collana “Alcyone 2000”.

Maurizio Zanon (Venezia, 1954) si è laureato in Lettere Moderne, ha insegnato nella Formazione Professionale. Scoperto dal poeta Mario Stefani, la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni con la pubblicazione del libro Prime poesie (1979), cui sono seguite molte altre raccolte. Ha conosciuto vari poeti famosi tra i quali Diego Valeri, Giovanni Giudici, Ignazio Buttitta, Andrea Zanzotto, Maria Luisa Spaziani e Paolo Ruffilli. Significativa è stata anche la lunga amicizia con il pittore Guido Baldessari (Venezia, 1938-2016), le cui opere hanno ispirato talune sue poesie.

Così si è espresso il critico letterario Enzo Concardi nella prefazione al nuovo volume di Zanon, Tutto fu bello qui: “Questa silloge contenente poesie di Maurizio Zanon ha le caratteristiche di un compendio lirico elaborato dalla Casa Editrice e dal critico letterario autore della prefazione, per offrire al lettore una scelta antologica basata sul criterio – ovviamente soggettivo – dell’unità tra estetica e contenuto, come già auspicava l’autorevolissimo Francesco De Sanctis nel secolo diciannovesimo: in soldoni, quelle che a noi sono parse le poesie più belle e significative del poeta, scritte durante tutta la sua esistenza. E, altresì, vi è stata l’opzione del criterio cronologico di pubblicazione delle composizioni, senza quindi suddivisioni tematiche, onde consentire eventualmente l’individuazione di un’evoluzione stilistica dell’autore (…). Maurizio Zanon è fondamentalmente un poeta dell’interiorità che, nella riflessione e nella meditazione, va alla ricerca continua del senso della vita. È un poeta che ama le dimensioni del silenzio, sia per un suo bisogno personale che per un’inclinazione naturale. In modo particolare è vivo in lui il sentire la precarietà dell’avventura umana e consegna le sue attese alle prospettive metafisiche ed escatologiche. Dunque egli intuisce acutamente l’effimero del tempo, al quale contrappone il sentimento dell’amore come sale della vita, poiché il panta rei ci consuma: la memoria di noi sarà cancellata, rimpiangeremo giovinezza e bellezza, lasceremo anche gli amori che ci fecero vivere. L’innamoramento verso l’amore è essenza costitutiva dell’esperienza umana, con una visione totalizzante dell’eros: vale la pena amare nonostante tutto”.

Premio “Il Poeta Ebbro” 2020 – Edizione Romana

Il Premio “Il Poeta Ebbro”, pregevole creazione della nota poetessa romana Anna Manna Clementi, si svolge in due tappe in due diverse città e con diverse Commissioni di Giuria. A Spoleto, infatti, nella verdeggiante Umbria, si è appena conclusa quella che può essere considerata la prima tappa con i premi speciali che sono stati attribuiti a eminenti personalità della cultura nazionale lo scorso 29 agosto nella sontuosa sede dell’Hotel dei Duchi[1]. L’evento, che ha avuto un copioso risultato in termini di pubblico, critica e attenzione mediatica, è stato permesso anche all’importante connubio formatosi con il “Festival dei due Mondi”, appuntamento immancabile del piccolo centro umbro.

Ci si prepara ora per la seconda tappa di questo importante Premio che avrà luogo nella Capitale e che vedrà la consegna di importanti superpremi, tuttavia la data rimane ancora da scegliere e l’individuazione della stessa rimane sospesa per le note condizioni sanitarie dettate dal Coronavirus.

Ci si augura – è questa la vera volontà della frizzante organizzatrice – che la cerimonia di premiazione sia, oltre che un momento per attribuire premi a chi, con merito si è distinto nei vari campi, ma anche per gettare l’avvio di un periodo che si auspica più sereno per tutti, libero da preoccupazioni che limitano comportamenti che potrebbero favorire il diffondersi del virus.

Le nuove giurie del Premio, volutamente distinte per le due diverse “tappe”, hanno lavorato secondo lo schema organizzato con vivace fantasia dalla fondatrice la scrittrice e poetessa romana Anna Manna Clementi. Per la sezione letteraria il presidente di giuria è il poeta di fama internazionale, ex giurista Corrado Calabrò. Si è decretato, quale vincitore dell’edizione 2020 de “Il Poeta Ebbro” il poeta abruzzese (da sempre attivo nella Capitale) Renato Minore, scrittore di successo, giornalista di chiara fama e di riconosciuto impegno.

In tale contesto è stato attribuito un premio anche alla poetessa Jole Chessa Olivares che ha appena pubblicato la traduzione in portoghese del suo libro di poesie Nel finito…mai finito edito da Nemapress, volume risultato già premiato all’esordio del Premio “Il Poeta ebbro” a Palazzo Sora, sede del Sindacato Libero Scrittori Italiani.

La vulcanica Anna Manna Clementi, ideatrice e fondatrice del Premio “Il Poeta Ebbro”

Per quanto attiene, invece, alla sezione della letteratura e arti figurative è stato incaricato di presiedere la giuria il dott. Franco Leone. Premiati sono risultati Silvana Lazzarino e, per la sezione “Dal Lazio con poesia” Rosa Giordano. Per quanto attiene, invece, alla sezione fotografia la Presidente Manna Clementi ha osservato che i nominativi dei vincitori saranno resi noti al momento della cerimonia ufficiale.

“La caratteristica del Premio, che individua i vincitori a insindacabile giudizio della Giuria, consiste nel premiare la persona non tanto per una sua opera, ma soprattutto per il suo impegno globale che spesso si manifesta nel lavoro di una vita intera, nell’abbraccio che a volte accompagna la professione e i giorni della vita in una simbiosi che determina ed individua l’Artista degno di questo nome” ha rivelato la Presidente Manna a sostegno delle motivazioni che hanno dettato la nascita del Premio e la sua naturale prosecuzione – con vivo successo e partecipazione – nel corso degli anni.

Il presente testo è stato adattato, rivisto e implementato dal sottoscritto, curatore di Blog Letteratura e Cultura, in data 26/09/2020 a partire dal comunicato stampa ufficiale a firma di Anna Manna Clementi, ideatrice e presidente del Premio “Il Poeta Ebbro”.


[1] Per un approfondimento, rimando al mio articolo precedente apparso sempre su “Blog Letteratura e Cultura” il 02/09/2020 e disponibile a questo link: https://blogletteratura.com/2020/09/02/allhotel-dei-duchi-di-spoleto-e-andato-in-scena-il-premio-il-poeta-ebbro-importante-incontro-culturale-firmato-anna-manna/

“Notre-Dame” di Emanuele Marcuccio con una nota critica di Lucia Bonanni

“NOTRE-DAME”[1] DI EMANUELE MARCUCCIO: UNA LETTURA

Contributo critico a cura di Lucia Bonanni

Con la lirica “Notre-Dame” Emanuele Marcuccio aggiunge un’altra perla al suo mondo poetico. Scritta il 28 aprile 2019 e dedicata “[a]lla cattedrale di Notre-Dame di Parigi colpita il quindici aprile 2019 da un incendio che ne distrusse il tetto, la guglia e ne danneggiò la struttura”, come si legge nella nota a piè di pagina dell’autore.

Questa la lirica dell’autore che, di sotto, riportiamo nella sua originale disposizione grafica dei versi: “Madre e il suo universo// soffocato/ sotto il peso// e le fiamme/ a corrodere// il tempo/ passato/ sotto gli archi// la luce per le vetrate// risplende// non più“.

La poesia si compone di undici versi, modulati su una struttura essenziale e un alternarsi di versi lunghi e versi brevi, disposti in quattro unici, due distici e una terzina, separati da spazi bianchi per favorire la riflessione e dare respiro al componimento in quanto “[l]a sua ispirazione poetica è ‘un’ispirazione drammatizzata’ in cui egli si apre agli stimoli che gli giungono dall’esterno come ai luoghi della mente e alle nebulose che avvolgono la memoria e il ricordo, regalando sempre felicità al lettore”[2]. Concisa ma non uniforme, la lirica incanta e seduce per l’acume creativo e la molteplicità delle suggestioni che sa trasmettere. Con piglio felice l’autore descrive l’avvenimento con purezza stilistica e intensità espressiva, ponendo in apertura del testo la parola “Madre” a evidenziare il significato del termine nella sua valenza spirituale che richiama anche quella terrena. Lo splendore solenne di Maria di Nazareth si accentua nel continuum del verso “e il suo universo” come assoluto universale, un cosmo riferito alla sua originale purezza e alla sua maestà celebrata nei tanti dipinti tra cui spiccano La maestà di Santa Trinita di Cimabue, La Madonna di Ognissanti di Giotto e La Madonna Rucellai di Duccio, esposte nella medesima sala alla Galleria degli Uffizi di Firenze, e volge lo sguardo anche all’universo costituito dalla cattedrale. Già nel titolo si nota l’appellativo “Dame”, titolo onorifico, presente negli ordini cavallereschi cristiani che equivale al cavalierato al femminile. Si pensi ad esempio alla Madonna delle Milizie che, secondo la tradizione cattolica, agli inizi dell’anno Mille apparve su un cavallo bianco, vestita da guerriera per liberare la città di Scicli (RG) dalle incursioni saracene.

Uno scatto di quei terribili momenti (foto presa dalla rete)

Nel primo distico del componimento si dice che l’universo della cattedrale è “soffocato/ sotto il peso” della guglia e del tetto, crollati a causa dell’incendio. Il verbo soffocare evoca l’idea del fumo sprigionato dalla combustione, un fumo asfissiante, afoso, che reprime e sacrifica e non si riesce a sedare perché le fiamme continuano ad avvolgere e “a corrodere” la struttura del manufatto insieme a tutto “il tempo/ passato/ sotto gli archi”. Nella terzina il participio passato del verbo “passare” vibra di un percorso temporale, immaginato come ininterrotto, duraturo, permanente, ma anche trascorso ad ammirare le tante bellezze della chiesa madre di Parigi. Costruita tra il primo e il secondo secolo dell’anno Mille, la cattedrale è il primo esempio di chiesa gotica, presenta una pianta a croce latina, cinque navate, volte a crociera con archi rampanti e le belle vetrate colorate che trasformano l’edificio in un tempio splendente. E adesso che la fuliggine ne ha annerito la sfavillante bellezza, “la luce per le vetrate// risplende// non più”. Qui i complementi di moto per luogo e moto attraverso luogo nell’accezione figurata anche di fendere, attraversare, mettono in evidenza l’estetica della luce che dopo l’accaduto “risplende// non più”. Il senso dell’oscuramento luminoso è dato dalla locuzione “non più” in contrasto col verbo risplendere con l’avverbio “non” che nega, modifica e capovolge il predicato e l’avverbio “più” con funzione di cessazione dei raggi luminosi che attraversavano le vetrate.

Di ampio respiro il carattere stilistico della lirica, impostata con tono aulico, naturalezza di espressione e partecipazione emotiva. Ancora una volta “[c]on i suoi scritti [l’autore] offre senso di appartenenza, incuriosisce, si traspone nell’altro e fa vivere speranze in un modo ricco e profondo”[3] perché “l’intento della poesia è sempre quello di celebrare, costruendo un’architettura di parole nei più vari registri, dai più intimistici e introspettivi ai più altisonanti”[4].

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve (FI), 16 settembre 2020


[1] Emanuele Marcuccio, in AA.VV., Rivista di Poesia e Critica Letteraria “Euterpe”, N. 29, Luglio 2019, p. 34.

[2] Lucia Bonanni, “L’Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta.Lettura del suo mondo poetico, partendo dall’analisi della silloge, Anima di Poesia”, in AA.VV., Rassegna Storiografica Decennale. IV, Limina Mentis, Villasanta, 2018, pp. 83-84.

[3] Id., “L’Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta”, in Op. cit., p. 84.

[4] Emanuele Marcuccio, “Introduzione alla poesia”, in Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, Pozzuoli, 2012, p. 31.

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Ricordo di Anna Elisa De Gregorio

A cura di Lorenzo Spurio

Ieri sera, ad Ancona, dove viveva dal 1959, è venuta a mancare la poetessa Anna Elisa De Gregorio. La notizia è rincorsa con velocità raccogliendo numerosi messaggi di vivo dispiacere e commozione nelle pagine virtuali di Facebook dove il cordoglio e il ricordo positivo della donna hanno imperversato, oltre che sulla sua pagina personale, in quelle di gruppi di poesia, collettivi e ambienti che, nel corso degli anni, l’avevano vista partecipe.

Personalmente l’ho incontrata un’unica volta, alcuni anni fa a Jesi, dove era intervenuta, in qualità di pubblico ascoltante a un incontro di poesia. Ne avevo apprezzato la modestia e la riservatezza che, in un breve scambio di battute, l’aveva contraddistinta, particolarmente coinvolta e attenta dalla presentazione di un volume che ci apprestavamo a condurre. Era stata anche assidua frequentatrice, negli ultimi anni, del Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” – Premio Speciale “Renato Pigliacampo”, la cui giuria era da me presieduta, dove aveva riportato alcuni riconoscimenti, tanto nella XXIX edizione, nel 2018, che in quella successiva rispettivamente con le poesie “Che fanno i vecchi tutto il giorno”, vincitrice del 6° premio (XXIX edizione) e “La leggerezza dei vecchi”, vincitrice di una segnalazione (XXX edizione), che probabilmente vennero in seguito raccolte in quella che è da considerarsi l’ultima sua opera, L’ombra e il davanzale, edita da Seri Editore nel 2019. Purtroppo non aveva potuto presenziare a entrambe le cerimonie di premiazione ma aveva dimostrato sempre particolare attenzione alla manifestazione non mancando di rivelarsi entusiasta delle sue varie affermazioni, felice di sapere che la sua opera in qualche modo “arrivava” ed era oggetto di doverose analisi di valutazione.

La poetessa Anna Elisa De Gregorio

Di premi, in fondo, Anna Elisa De Gregorio ne ha meritoriamente vinti molti e lo testimonia anche la recente attribuzione del primo premio del noto Premio Ischitella “Pietro Giannone”, quello che è considerato – assieme al Giuseppe Malattia della Vallata di Barcis e pochi altri – uno dei più importanti nel nostro Paese per la poesia dialettale, alla sua diciassettesima edizione[1] con l’opera in dialetto anconetano La giungla de cartó (a seguirla sul podio Francesco Indrigo e Paolo Steffan rispettivamente al secondo e terzo posto).

Di questa sua vena dialettale, che ha contraddistinto prevalentemente l’ultima produzione della Nostra e della quale un significativo numero di testi in dialetto anconetano sono stati riproposti nell’antologia Poeti neodialettali marchigiani (Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche n°263, Ancona, 2018) a cura di Fabio Maria Serpilli e Jacopo Curi, riporto i versi di una lirica pregna di vissuto dove l’elemento del tempo che passa, col suo carico di ricordi indelebili nella mente, viene visto nel processo di decadimento e rimaneggiamento necessario della casa: «C’è na casa rimasta vòta/ ndó la luce/ c’entra solo pe sbajo,/ che mantiene sustanza/ de fumo su pi muri/ de cucina/ e te sei sciguro / d’oprì la porta e de truvà/ l stesso udore de ieri,/ e ncora l zegno/ sbianchito della cristalleria./ Na matina nvece/ trovi i muratori/ che carégiane i sechi,/ l’ombra de te/ ch’eri fiola fugita/ (da per loro i ricordi/ dó se tàca?),/ cu le scarpe/ sopro j asi de legno/ e l’umido/ de la calcina nòva/ che scancela tuto» (poesia “L’udore de le ombre”).

Tra i vari messaggi in ricordo della donna vorrei riportare quello puntuale e commosso del poeta e scrittore Alessandro Fo che così ha scritto: «Sera del 24 settembre 2020. Se n’è andata in silenzio poche ore fa Anna Elisa De Gregorio, poetessa di grande finezza, persona delicata, dolce, autenticamente e profondamente umana in questi tempi di tanto diffusa durezza di cuore. Ne piango la scomparsa con tutta l’anima. Senza di lei il mondo è senz’altro peggiore. Ma resta la sua poesia, semplice, diretta, disarmante nella sua dolente vicinanza ai nodi più intimi di ogni singola vita, con escursioni dall’umorismo brillante alla più calda pietas per le creature ferite (in sostanza, tutte le creature o quasi). Ultimamente prediligeva la forma breve dell’haiku, in cui la sua finezza d’osservazione trovava la migliore occasione per sfolgorare in subitanee, mirabili accensioni. Basterebbe ricordare la serie sui ventagli in Le rondini di Manet […] Prima dell’estate mi raccomandava di avere cura del suo ultimo splendido libretto, L’ombra del davanzale: mi ero limitato a segnalarlo su Facebook […] Lo scorso agosto ci siamo scritti, brevemente, sull’amicizia, e mi ha inviato sul tema un suo bellissimo inedito, che poi concordammo di intitolare “Una lunga amicizia”: “Gettano gli ami/ fianco a fianco ogni autunno./ Si allarma il mare”. […] Arrivederci Anna Elisa, e il più forte, commosso, affettuoso abbraccio, con il più convinto e partecipe omaggio alla tua parola poetica»[2].

Anna Elisa De Gregorio era nata a Siena da genitori campani nel 1942. Ha abitato nel capoluogo dorico dal 1959, dove ha lavorato presso una agenzia di marketing. Per la poesia ha pubblicato Le Rondini di Manet (Polistampa, Firenze, 2010, con prefazione di Alessandro Fo), vincitore del Premio Pisa nel 2010 come opera prima; Premio “Contini Bonacossi” nel 2011 come opera prima; Dopo tanto esilio (Raffaelli Editori, Rimini, 2012, con prefazione di Davide Rondoni), risultato nella cinquina finalista del premio Gradiva di New York nel 2013; vincitore del primo premio Borgo di Alberona nel 2014; Corde de tempo (DARS, Udine, 2013), plaquette in dialetto anconetano; Un punto di Biacca (La Vita Felice, Milano, 2016, con una nota di Francesco Scarabicchi), risultato nella terna del premio Metauro nel 2016; finalista al premio “Guido Gozzano” nel 2016 e L’ombra e il davanzale (Seri Editore, Macerata, 2019, con prefazione di Maria Grazia Calandrone), composto da testi poetici e haiku, arricchiti da tredici illustrazioni di Francesco Pirro e La giungla de cartó (Cofine, Roma, 2020), in dialetto anconetano, vincitore del Premio “Ischitella-Pietro Giannone”. Le sue opere poetiche sono presenti in svariati volumi antologici; ha pubblicato anche articoli su varie riviste letterarie, blog e siti di settore tra i quali «Poesia», «Caffè Michelangiolo», «Le Voci della Luna», «Clandestino», «Atelier», «L’Immaginazione», «Periferie», «Nostro Lunedì», «Poesia 2.0», «Versante Ripido», «Fili di Aquilone»).


[1] Il Premio è organizzato dal Comune di Ischitella (FG), in collaborazione con l’Associazione “Periferie”. La Commissione di Giuria si compone di Franzo Grande Stevens e Dante Della Terza (Presidenti onorari), Rino Caputo (Università Roma Tor Vergata; Presidente), Anna Maria Curci (poetessa, Redazione “Periferie”), Manuel Cohen (poeta e critico letterario), Vincenzo Luciani (poeta), Giuseppe Massara (Università Roma La Sapienza), Cosma Siani (Università Roma Tor Vergata) e Marcello Teodonio (Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli).

[2] Estratto del ricordo di Alessandro Fo tratto dal suo post caricato in data 24/09/2020 sulla pagina Facebook.

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Massimo Pasqualone esce con il “Quarto dizionario emozionale”

Si terrà il prossimo 4 ottobre, a partire dalle ore 17, presso il Palazzo Ducale di Torrevecchia (Chieti), la presentazione ufficiale del più recente libro del poeta e critico letterario abruzzese prof. Massimo Pasqualone, Presidente dell’Associazione Irdidestinazione di Francavilla, noto anche per essere il principale organizzatore del Premio letterario e rassegna d’arte “Kalos”. La nuova pubblicazione è il quarto volume del progetto relativo alla sua opera del Dizionario emozionale che porta, quale sottotitolo, Arte e poesia al tempo della pandemia. La preziosa opera si apre con una prefazione di Eugenia Tabellione mentre la copertina, curata dalle Edizioni Sigraf, è di Raf Dragani.

Nel volume Pasqualone raccoglie i testi critici d’arte e letterari scritti negli ultimi due anni attorno a una serie di autori, poeti, scrittori e artisti, del panorama culturale italiano contemporaneo, che verranno illustrati dal prefatore del libro Eugenia Tabellione, dal presidente e dal direttore artistico di Marsarte Maurizio Lucci e Francesco Subrani e dal sindaco di Torrevecchia Teatina, Francesco Seccia.

Il critico letterario prof. Massimo Pasqualone

Tra i numerosi autori del quale il critico abruzzese si è occupato in questo volume collettivo figurano:

Monica Pelliccione, Aldo Palmas, Paldo Paldo, Carlotta Desario, Mario De Santis, Lorenzo Spurio, Roberto Lasco, Lidia Mongiusti, Diana Scutti, Anmary Annah Dezio, Antonio Di Biase, Mario Di Paolo, Monica Ferri, Liberata Grilli, Rosa Mannetta, Vinia Mantini, Tiziano Viani, Bruno Dorigo, Giuseppe Pennella, Annita Pierfelice, Enza Nardi, Stefania Barile, Liliana Capone, Claudio Cirinei Siviero, Elvira Delmonaco, Bakita Demonte, Ezio Forsano, Roberto Chirico, Piera Bachiocco Feliziani, Giuseppe Orlandi, Emanuela Rocco, Liliana Fioretti, Ermete Iacovella, Vito Antonio Rossi e Mattia Rossi.

Nella prefazione, Eugenia Tabellione sottolinea: “Il Quarto dizionario emozionale contiene trentacinque testi critici d’arte e letterari redatti dal prof. Massimo Pasqualone che ha saputo brillantemente cogliere e coniugare gli aspetti personali e stilistici di ogni opera. Da sempre, attento e sensibile conoscitore delle dinamiche artistiche, ha sviscerato e svelato ogni singola cifra espressiva, affinché anche il profano possa essere guidato e illuminato. Il Prof. Pasqualone diviene, così, un facilitatore tra chi crea e chi fruisce, cercando di sanare quella frattura, che nella società contemporanea si sta ampliando sempre di più, tra artisti e fruitori.”.

Alcune poesie del romano Simone Consorti

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Simone Consorti (Roma, 1973), insegna in un liceo. Ha esordito con L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’ (Baldini e Castoldi, 1999; Euroclub 2000, Premio Linus). Ha pubblicato i romanzi Sterile come il tuo amore (Besa, 2008), In fuga dalla scuola e verso il mondo (Hacca, 2009), A tempo di sesso (Besa, 2012), Da questa parte della morte (Besa, 2015), Otello ti presento Ofelia (L’erudita, 2018), La pioggia a Cracovia (Ensemble, 2019), oltre che diverse raccolte di poesia, tra cui Nell’antro del misantropo (L’arcolaio, 2014) e Le ore del terrore (L’arcolaio, 2018). La sua piéce Berlino kaputt mundi è andata in scena al Teatro Agorà di Roma nel marzo del 2018. Si occupa di street photography; ha tenuto mostre personali in Italia e partecipato a collettive in Russia.     

Simone Consorti

Pessoa

L’imprevisto era previsto per le quattro

Io sarei arrivato in ritardo in anticipo

e tu in anticipo in ritardo

Io sarei tornato

a riprendermi una mia impronta

e tu a recuperare una tua orma

Io avrei avuto un’intuizione

magari un presagio

e tu

un deja vu

E’ tutta la vita che ci presentiamo

là dove non ci siamo

Che ci presentiamo

anche se ci conosciamo

“Piacere Fernando Pessoa”

L’imprevisto era previsto per le quattro

ma per uno sciagurato contrattempo

si è dovuto rimandarlo

*

Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto

Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto

e a chi me lo chiede

dico occupato

Dico sto aspettando

dico lei verrà tra poco

non so quando

D’altronde non c’è fila per sedere

perché nessuno vuole mettersi vicino

a chi sta aspettando qualcun altro

Ho lasciato un posto vuoto qui accanto

ma intanto pure il mio si sta svuotando

*

I tuoi occhi mi stanno lasciando

I tuoi occhi mi stanno lasciando

ma non il tuo sguardo

Non so più il colore preciso

né il taglio

ma continuo a sentirmeli addosso

ogni volta che sbaglio

Ogni volta che mi perdo il portafoglio

ogni volta che riempio

un nostro specchio o un foglio

ogni volta che non sono all’altezza

perché la tua mancanza

mi dimezza

I tuoi occhi mi stanno lasciando

ma non il tuo sguardo

*

La mia metà ha passato la frontiera

La mia metà ha passato la frontiera

e dice che mi aspetta    

senza fretta

L’altra mia metà è ancora qua

vittima di solitudine e di moltitudine

Basterebbe un passo

indietro o in avanti

per essere uno

uno tra tanti

La mia metà ha passato la frontiera

in una notte d’inverno

di un giorno di primavera

L’altra mia metà si è fatta in tre

per ritrovarsi

ma ora deve sia seguirsi

che aspettarsi

La riproduzione del presente testo e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

All’hotel dei Duchi di Spoleto è andato in scena il Premio “Il Poeta Ebbro”, importante incontro culturale firmato Anna Manna

Nella sontuosa cornice dell’Hotel dei Duchi a Spoleto, sabato 29 agosto 2020, alle ore 16:30, si è svolta la cerimonia premiativa del celebre Premio Letterario “Il Poeta Ebbro”, fondato dalla nota poetessa e scrittrice romana Anna Manna. Giunto alla sua terza edizione, il Premio ha brillato per i contenuti e i messaggi veicolati dai prestigiosi personaggi che hanno preso parte, sia in qualità di vincitori-premiati che di membri della Commissione di Giuria.

La conduzione, vivace ma misurata come nell’anima connaturata della versatile fondatrice, ha permesso il piacevole svolgimento della serata dell’importante concorso nazionale che, tra i motivi di pregio che vanno risaltati, va sicuramente citato il forte messaggio volto al dialogo e al confronto culturale.

Il Premio, che avrà la sua conclusione nell’edizione autunnale a Roma, ha puntato soprattutto sulla nuova sezione letteraria che ha portato a Spoleto nomi prestigiosi. La Giuria della nuova sezione letteraria vedeva una composizione di intellettuali aquilani: il poeta, scrittore e giornalista Mario Narducci, nel suo ruolo di Presidente di Giuria, Liliana Biondi, scrittrice e donna di cultura di grande spessore e significative iniziative culturali che trattano la figura femminile nel mondo dell’espressione letteraria, Goffredo Palmerini, scrittore e giornalista noto a livello internazionale e la poetessa Clara Di Stefano.

Mario Narducci ha salutato all’Hotel dei Duchi le scelte della Giuria attraverso premiati di grande significato e di rilevanza nel mondo della cultura. Personaggio dell’anno è stata proclamata la studiosa, giornalista e sociologa Tiziana Grassi che ha donato ai presenti un discorso di grande impatto, sulla scia dei suoi studi e delle sue pubblicazioni che mirano all’analisi dei fenomeni migratori in una visione mai faziosa, al di sopra di ogni strumentalizzazione. Discorso di pace, invito alla consapevolezza e alla maturità nell’analisi dei fenomeni sociali.

Momento centrale dell’evento è stato l’intervento dell’Ambasciatore S.E. Gaetano Cortese al quale è stato conferito il Premio Speciale per la Cultura con la seguente motivazione: “Per essere fondatore e curatore, dal 2000 ad oggi, della Collana di libri dell’Editore Carlo Colombo dedicata alla valorizzazione del patrimonio architettonico ed artistico delle rappresentanze diplomatiche italiane all’estero”.

Al Prof. Giuseppe Nicolò Brancato, invece, è andato l’ambito riconoscimento denominato Premio Leonardo, conferito per il suo libro sulle favole di Leonardo, vero gioiello di cultura, che testimoniano il suo grande e pregevole impegno di epigrafista.

La sezione poesia ha visto come composizione: Eugenia Serafini (Presidente), Anna Manna, Sandro Costanzi e Alessandro Clementi; ha deliberato di assegnare Premi Speciali fuori concorso agli artisti che negli anni si sono ispirati, o hanno dedicato le loro opere, alle poesie d’amore della poetessa Anna Manna, fondatrice del Premio “Il Poeta ebbro”. Le poesie cui sono state ispirate le opere artistiche sono pubblicate nel volume Ebbrezze d’amore, dolcezze e furori, di Anna Manna, Nemapress Edizioni, 2019. 

A Spoleto è stata premiata Giovanna Gubbiotti per il suo quadro “Partire da Roma”, ispirato da una delle poesie di Anna Manna dedicate a Roma. Un riconoscimento speciale è andato alla pittrice Eugenia Serafini, per una sua espressione pittorica legata alla città di Spoleto: ha dipinto la pergamene della poesia di Anna Manna “A Spoleto l’Oceano” che, lo scorso anno, alla Galleria Poli d’Arte, è stata consegnata ufficialmente alla direttrice amministrativa del Festival Maria Teresa Bettarini.

Ancora, a Roberta Bizzarri è andato il Premio “Dall’Umbria con amore”. Questa nuova sezione intende portare a visibilità internazionale un artista del territorio che ha conservato caratteristiche espressive di tradizioni antiche. Roberta Bizzarri, pittrice umbra di notevole talento, conserva e propone catatteristiche espressive della tradizione umbra.

Il premiato per la sezione fotografia è stato Mario Giannini, che ha firmato la copertina del libro di Anna Manna Ebbrezze d’amore dolcezze e furori.

IN FOTO : Goffredo Palmerini, Liliana Biondi, Nicolò Giuseppe Brancato,Anna Manna , Eugenia Serafini, Mario Narducci (Foto di Mario Giannini)

Sull’importante incontro letterario che si è tenuto nella città umbra risultano importanti e rivelatrici alcune considerazioni, a caldo, dell’anima di questa manifestazione, la poliedrica e attivissima Anna Manna che, oltre a ringraziare i vari intervenuti, ha osservato che “dopo tanta distanza da abbracci, sorrisi, strette di mano, progetti e speranze… ritrovare il calore e l’applauso è stato commovente. […] Da troppo tempo eravamo digiuni di poesia dal vivo. Con grazia, nostalgia, ironia, la tenerezza ci ha preso per mano e ci ha donato di nuovo l’ebrezza”.

Il presente testo è stato adattato e implementato dal sottoscritto, curatore di Blog Letteratura e Cultura, in data 02/09/2020 a partire dal comunicato stampa ufficiale a firma di Alessandro Clementi, Responsabile della comunicazione del Premio “Il Poeta Ebbro”.

Concorso di Poesia “E’ un brusio la vita” – omaggio a Pier Paolo Pasolini

BANDO DI PARTECIPAZIONE

EMUI EuroMed University in collaborazione con il Centro Studi e Ricerche Pier Paolo Pasolini (Roma- Madrid), Le Ragunanze e l’Associazione Euterpe organizza il concorso di poesia “E’ un brusio la vita”.

Art. 1 – La partecipazione è gratuita.

Art. 2 – È possibile partecipare con una raccolta di poesie inedite a tema libero (min. 10 – max. 40). Sono gradite poesie di impegno civile, con riferimento alle opere di Pier Paolo Pasolini.

Articolo 3 – Per partecipare al concorso è necessario inviare alla mail international@emui.eu la propria opera poetica in formato Word indicando nel corpo della stessa nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza completo (Via, città, cap.), telefono fisso e cellulare, indirizzo mail e le seguenti dichiarazioni:

  • Dichiaro di essere l’unico autore delle opere e di detenere i diritti a ogni titolo.
  • Acconsento il trattamento dei miei dati personali secondo la normativa vigente nel nostro Paese (D. Lgs 196/2003 e GDPR)

Articolo 5 – I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 30-11-2020

Art.6 – Le opere verranno lette e giudicate da una Commissione composta da personalità del mondo della cultura nazionali e internazionali.

Art. 7 – Il primo classificato si aggiudicherà la pubblicazione della raccolta in formato ebook nella collana ‘Poesia sotto forma di dubbio’ con EuroMed Editions (fornito di codice ISBN) e sarà inserito nel sito della piattaforma interuniversitaria www.emui.eu. Inoltre riceverà una copia dell’antologia di autori vari ‘Pier Paolo Pasolini, il poeta civile delle borgate. A quarant’anni dalla sua morte’, a cura di Michela Zanarella e Lorenzo Spurio, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino (FI), 2016, volume organizzato dalla Ass. Le Ragunanze di Roma e dalla Rivista di letteratura “Euterpe” con il Patrocinio Morale del Comune di Roma e del Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia (PN). Gli altri autori premiati riceveranno attestato di merito e video lettura di una delle poesie incluse nella raccolta.

Art. 8 – Ai sensi del D.Lgs 196/2003 e del Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali n°2016/679 (GDPR) il partecipante acconsente al trattamento, diffusione e utilizzazione dei dati personali da parte della Segreteria che li utilizzerà per fini inerenti al concorso in oggetto.

Per maggiori informazioni scrivere a: international@emui.eu e consultare il sito www.emui.eu

Scarafaggi come me. Il critico Marco Camerini su “Lo scarafaggio” di Ian McEwan

Recensione di Marco Camerini 

 

downloadDopo il colto, perspicace, ironico feto di Nel guscio e il dolente, umanissimo androide di Macchine come me, ancora una voce narrante anomala e spiazzante nell’opera narrativa di Ian McEwan, quella dal retroterra più blasonato: Lo scarafaggio (Einaudi 2020) condivide con il protagonista della Metamorfosi il nome tronco (Jim/Gregor) e un cognome graficamente identico eccettuata la “a” finale (Sams/Samsa), ma l’incipit del libro, sino a pag. 18 – a parte, evidentemente, l’aspetto inverso della trasformazione insetto-uomo che nell’autore praghese assume valenza meramente allusiva – è una ripresa fedele del racconto kafkiano che non trova, vedremo, coerente sviluppo quando l’artropode acquisirà (troppo naturalmente, pur nel contesto surreale del plot) fattezze e atteggiamenti del Primo Ministro inglese. Entrambi si svegliano da “sogni inquieti” (in McEwan compare paradossalmente la connotazione psicologica “tipo perspicace, ma niente affatto profondo”, attribuibile comunque anche a Gregor che tale appare quantomeno sul lavoro), verificano la spropositata grandezza del proprio nuovo corpo (lo scrittore inglese sceglie, sul solco della tradizione, l’aggettivo “immane”, sinonimo dell’enorme/gigantesco con il quale quasi tutti i traduttori hanno reso ungeheueren preferendolo a “mostruoso”, che è tuttavia l’accezione di natura morale del sostantivo tedesco da cui l’attributo deriva),[1] osservano costernati e distesi sul dorso rispettivamente “le numerose zampe miserevolmente sottili” e “appena quattro arti pressoché inamovibili”. In due stanze egualmente piccole – ma della tana kafkiana, in una giornata piovosa, è descritta semplicemente una fotografia (la madre?) laddove, in un “mattino di sole”, sul luogo dello scarafaggio Jim sono presenti un tavolo, delle bottiglie, un telefono…proprio l’assenza della cornice rompe la simmetria descrittiva – mentre Samsa inizia tragicamente presto la riflessione sul suo gravoso impiego di commesso viaggiatore culminante nel “farò tardi”, omettendo di fatto quella assai più logica su di una metamorfosi assurdamente accettata, Sams continua il meticoloso scandaglio del proprio involucro (“lingua ripugnante, denti infiniti, colorito azzurrino/smorto della pelle, ridotto campo visivo”) prima di giungere, con puntuale parallelismo, al “farò tardi”, ovviamente ad una ben più gratificante riunione del Parlamento di Sua Maestà. Con la verifica complementare di ambedue circa la difficoltà nel movimento e l’impossibilità a fidarsi della propria voce – nel rispondere l’uno alla madre e al procuratore, l’altro alla premurosa assistente identico è l’elemento del “pigolio” e del lamento/dolore nella faticosa emissione – si conclude la quasi testuale, intrigante parafrasi della prima parte della Metamorfosi e il modello de Lo scarfaggio diviene quello della letteratura distopica e della satira politica di J. Swift. La blatta, i cui gusti non sono certo quelli del raffinato feto citato ma “rimasugli di pizza margherita consumata vicino a sani scarichi” (con olive, possibilmente), canaline di scolo e tracce assai poco nobili dei blasonati cavalli della Guardi Reale, vittima del timore congenito per il trapestio di piedi provocato da “masse di incivili per strada a far baccano” (non contano le finalità ideali delle rivendicazioni di massa) ma anche di temibili tacchi a spillo over 10 e micidiali aspirapolveri da moquette, affezionata frequentatrice di boiserie cariate e battiscopa in legno un po’ consumati (meglio se in ambienti a luci soffuse) si ritrova, “in piedi ad un’altezza vertiginosa” e messa di buon umore dalla toilette mattutina, nelle vesti dell’affabile, esitante, bipartisan primo uomo dell’attuale scena politica britannica: il riferimento non è affatto casuale in questo velenoso, schieratissimo pamphlet anti-Brexit per il quale, alla fine, non era forse nemmeno necessario scomodare l’autore del Processo, visto che i due piani si saldano a fatica, se si eccettua la scelta del ripugnante animale come esemplificazione simbolica del disgusto dello scrittore per la linea politica di Boris Johnson. Rimane l’attrazione per  il caffé (meglio i fondi), lo zucchero, i mosconi appena morti ma immediata risulta la destrezza dell’ex-parassita nell’adattarsi alla visione “multicolore, binoculare, non composita” di una vita pubblica deformata e avvelenata da liberatorie menzogne, intrighi, bassezze, “arsenale simbolico di trappole, frecce avvelenate, mine antiuomo” e trasformare il conciliante inquilino di 10 Dawning Street in un “moderno Pericle”, scaltro e spietato leader degli Inversionisti. Orwellianamente contrapposti ai Cronologisti filoeuropeisti, da “individui eccentrici e lupi solitari” questi ultimi sono assurti, cavalcando la stanchezza diffusa e la strisciante paura dell’ignoto di chi ha affidato loro il proprio voto, a epigoni dell’idea “semplice, bella” e patriottica che orientare il flusso monetario non in direzione dell’accumulo ma di un reimpiego frenetico dei capitali affranchi il popolo inglese da una detestabile schiavitù, lo corrobori con “il dono sacro di una esaltante autostima”, elimini le disuguaglianze, il divario Nord/Sud, la stagnazione dei salari: i backbenchers (promotori dell’Inversionismo estremo) si troveranno, alla fine, d’accordo con frange significative della “vecchia” Sinistra e questo costituisce l’ultimo, peggiore tranello. La mistificazione che la vittoria autarchica risponda al grido collettivo forte e sincero di emancipazione culturale prima che economica (quanto inquietante la somiglianza degli scarafaggi con gli esseri umani “che celano dietro le varie tonalità di grigio, verde, marrone degli occhi l’essenza cangiante della loro natura blattoidea”) è la “polvere magica” del populismo, temibile composto di irrazionalità, xenofobia, cinismo mascherato da nostalgia per certe forme di purezza nazionale[2] che il protagonista, a capo di un Gabinetto improvvisamente decisionista, sparge a piene mani chiudendo i negozi il 25 dicembre per rilanciare il PIL, favorendo il quantitative easing (aumento forzoso della moneta a debito in circolazione), incrementando assunzioni nel pubblico impiego, progetti pubblici e importazioni (favorite dal presumibile crollo della sterlina post-Brexit), sancendo addirittura la perseguibilità penale per i malcapitati risparmiatori rei di non immettere denaro nell’incessante, vorticoso flusso del circuito produttivo. E mentre vengono messi in riga gli (ex)alleati francesi e tedeschi, con l’eccezione del Presidente americano (se non altro perché “uomo tutto d’un pezzo e di solide certezze morali” ricorre spesso a Twitter, “versione primitiva dell’inconscio feromonale”: strepitoso il ritratto-macchietta di Tupper/Trump), viene scelto anche l’inno – Wolking back to happiness di Helen Shapiro (?) – per una scommessa che, entro il 2050, garantirà all’Inghilterra tutta un futuro pulito, verde, fiorente, libero dagli asfissianti cavilli anti-impresa del moloch statale e transnazionale.

Scritto in punta di penna e “tanta rabbia”, per ammissione dello stesso McEwan, durante le presentazioni di Macchine come me, Lo scarafaggio è un divertissement in bilico tra fantapolitica e caustica, a tratti godibile, disamina di un presente politicamente inaccettabile per un convinto progressista di rango che, fra le brillanti, riconosciute qualità narrative, conferma la sua non comune abilità nella costruzione dei finali: svanito rapidamente, l’ingombrante riferimento alla Metamorfosi ritorna in un epilogo prevedibile ma spettacolare, sul quale non anticipiamo veramente nulla.

MARCO CAMERINI

 

[1]    Ci riferiamo alla traduzioni storiche della Metamorfosi di E. Pocar, G. Zampa, F. Fortini e Andreina Lavagetto (Mondadori, 1991), cui facciamo riferimento per questa analisi comparata. Peraltro proprio la dimensione dell’insetto, coincidente all’apparenza inizialmente con l’intero corpo, viene costantemente smentita da Kafka nel corso della narrazione, a conferma che la mutazione è del tutto metaforica e non reale. Ma il discorso sarebbe ampio e non pertiene alla presente recensione.

[2]    Cfr. pag. 106 dell’illuminante postfazione.

 

L’autore della recensione ha acconsentito e autorizzato alla pubblicazione del testo su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. Si rappresenta, inoltre, che la diffusione del presente testo su altri spazi, in forma integrale o parziale, non è consentita senza il consenso scritto da parte dell’autore.

“Eppure ancora i nespoli. Dissertazioni sullo haiku” di Antonio Sacco – Recensione di Lorenzo Spurio

In data 04/08/2020 sulla testata online “Culturelite” diretta dal prof. Tommaso Romano è stata pubblicata la lunga recensione di Lorenzo Spurio al nuovo libro del poeta e haijin campano Antonio Sacco, Eppure ancora i nespoli. Dissertazioni sullo haiku (Nulla die Edizioni, Piazza Armerina, 2020) di cui a continuazione un estratto.

Sacco2020OKISBNLa nuova opera letteraria del poeta, articolista e soprattutto haijin Antonio Sacco (nato a Vallo della Lucania, nel Salernitano, nel 1984, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento), uscita da pochi giorni per le Edizioni Nulla Die di Piazza Armerina (Enna), porta come titolo Eppure ancora i nespoli. In copertina, sul fondo di un cielo chiaro che trasmette l’idea di pulizia, sospensione ma anche di tranquillità emotiva e universale, si staglia una pianta di nespole in fiore. La conformazione dell’apparato floreale, nel suo candore e voluttuosità nell’aria, ci fa immaginare con facilità, un’atmosfera dolce e speziata che non verrà mai meno nel corso della lettura del volume.
Antonio Sacco, che ha dato alle luce in precedenza un altro volume, ovvero In ogni uomo un haiku (Arduino Sacco Editore, Roma, 2015) giunge ora, con questa nuova produzione, ad affrontare l’universo della poesia orientale haiku (ma non solo) da una molteplicità di punti di vista. Si tratta senz’altro di questo approccio diversificato e prospettico nei confronti del genere haiku (ma, dovremmo dire, di una sensibilità empatica ed olistica, influenzata di certo dalla filosofia orientale) uno dei punti di forza di questo libro agile e curioso, importante e pregno di nozioni.
Nella nostra contemporaneità di haijin se ne contano a decine, al punto tale che sono nati – in ritardo, certo, rispetto all’universo anglofono ma non per questo meno importanti – anche nel nostro Paese vari “contenitori”, vale a dire di situazioni dove l’haiku viene richiesto, pubblicato, diffuso e fruito. Riviste di settore, ma soprattutto blog specifici sull’argomento o con determinate rubriche che ne consentono un oggetto di trattamento e discussione privilegiata, finanche competizioni letterarie che non possono più far finta che lo haiku non rappresenti una sfaccettatura, una componente importante della poesia contemporanea di qualsivoglia letteratura europea.
Antonio Sacco fa di più: non è solo un haijin, vale a dire un produttore di haiku, ma è anche un attento studioso del genere, delle sue forme, manifestazioni, influenze e ambienti nei quali prende piede e si sviluppa. Lo ha studiato, e continua a studiarlo, di certo per approfondire meglio la sua ricerca ma anche – ed è notevole osservarlo – per renderlo maggiormente comprensibile e fruibile anche agli altri. È di appena pochi giorni fa un suo interessante articolo[1] che, con l’adozione di una logica privativa (atta a descrivere ciò che è un haiku a partire da ciò che non fa un haiku) fornisce nozioni in maniera semplice e persuasiva, alla portata di tutti, rendendo il genere haiku da “troppo lontano” e a noi estraneo, come spesso viene percepito, a qualcosa di ordinario.

Per leggere l’intera recensione cliccare qui

 

“Diverse modalità di approccio di fronte alla morte attraverso la poesia in Oriente e in Occidente”, saggio di Antonio Sacco

Nota al testo *

Saggio di Antonio Sacco

 

un nuovo autunno –

nascono altri colori

da foglie morte

(Antonio Sacco)

 

Questo articolo nasce da una domanda che mi sono posto tempo fa: che differenze sussistono fra il modo di approcciare alla morte attraverso la poesia in Oriente e in Occidente? Senza dubbio riflettere profondamente sul tema della morte mediante la poesia può essere un modo per rendere più piene e pregnanti le nostre vite: domandarsi, negli ultimi istanti di vita, il senso della nostra venuta al mondo, fare un bilancio delle nostre esistenze e delle nostre esperienze che abbiamo vissuto esprimendole in forma di poesia, dire una nostra personalissima “ultima parola” sul mondo può facilitare la serena accettazione della morte. In questo senso è sicuramente utile la funzione catartica e consolatoria della poesia una volta giunti al termine dell’esistenza.

download (1)
Particolare della tomba del poeta romantico John Keats al Cimitero Aconfessionale di Roma

Studiando questi tipi di poesia (trasversalmente da Occidente ad Oriente) mi è stato chiaro che possono prevalere i più disparati sentimenti connessi all’addio al mondo: dall’accettazione alla rassegnazione, dalla rabbia al crudo realismo, dalla paura al tentativo ultimo di pacificazione e così via. Questo perché l’essere umano è mosso dagli stessi moti interiori e dalle stesse passioni di fronte alla morte indipendentemente da che punto del globo si trovi. Lasciare (attraverso la poesia) un ricordo o una traccia di sé, di quel che si è stato e, quindi, un segno di un particolare modo di essere-nel-mondo è indubbiamente un bisogno intimo e ancestrale dell’essere umano. La morte, in quanto parte della vita, necessita di essere affrontata, interiorizzata, riconosciuta come un evento naturale necessario e ineluttabile e, infine, accolta e accettata.

Può la poesia avere un ruolo in questo processo? Secondo me sì, sicuramente. Almeno per chi di poesia ha vissuto e non ha mai smesso di ricercare l’unicità e l’irripetibilità di ogni cosa, guardando ad esse con occhio nuovo come un primo uomo vede per la prima volta le cose del mondo cercando di darle un nome. Per chi, per tutta la vita, ha cercato lo straordinario nell’ordinarietà delle cose, per il vero Poeta intendo, la poesia è un potente mezzo per pacificarsi con il mondo e prepararsi a riposare in pace.

 

 

Jisei o death poems

Nelle culture estremo-orientali troviamo dei tipi di componimenti, chiamati jisei, in cui il poeta si congeda, con le sue ultime parole, dal mondo. In realtà questi tipi di poesie non sono classificabili esattamente né come haiku né come senryu ma meritano una categoria a parte. Possiamo dire che i jisei che ricalcano la forma degli haiku vengono chiamati jisei no ku, mentre i componimenti sul calco del tanka (più frequenti) vengono chiamati jisei no uta. Nei jisei in generale, di solito la Natura diviene metafora del fine vita. È singolare notare come negli haiku, quasi sempre, abbiamo un rifiuto delle figure retoriche eccezion fatta per la metonimia. Il kigo di uno haiku infatti, è quella parola che con un alto grado di specificità metonimicamente, appunto, suggerisce la stagione nel quale lo haiku è composto o alla quale si riferisce. Nei jisei no ku, invece, tutto l’impianto poetico è imperniato sulla metafora che diverse immagini in giustapposizione (toriawase) in uno stesso componimento danno della vita e della morte. Per questo ricorrenti, nei jisei no ku, sono le immagini della neve che si scioglie in allusione alla vita che si dissolve per diventare altro da sé, come in questo componimento di Bokusai morto nel 1914:

una parola di addio?

La neve che si scioglie

non ha odore

 

O anche quest’altro jisei no ku di Fusen deceduto nel 1777 all’età di cinquantasette anni:

oggi, quindi, è il giorno

in cui il pupazzo di neve che si scioglie

è un uomo vero

Fusen morì in pieno inverno, e l’immagine di un uomo che si scioglie come un pupazzo di neve è un calzante riferimento stagionale (kigo); c’è da dire che l’immagine data non si ferma solo alla stagionalità ma è molto pregnante anche per dare l’idea della transitorietà e caducità della vita umana. Oppure altra ricorrente metafora sono le foglie che cadono in autunno, presupposto per creare nuova vita come in questo jisei no ku di Gohei, morto nel 1819:

una foglia solitaria di paulonia

cade attraverso

la pura aria autunnale

In questo jisei no ku è interessante notare come il kigo (aria autunnale) rimanda ad un hon’i (i.e. “sentimento originale” collegato ad un kigo) particolarmente evocativo e calzante per il fine vita. È proprio per la presenza dello hon’i che si supera l’immagine naturale espressa per arrivare alle emozioni che dipendono da tali immagini naturali normalmente non espresse direttamente in uno haiku. La paulonia (kiri), poi, è nota per lasciare cadere le proprie foglie anche quando nessun soffio di vento la sta agitando; lo hon’i al quale rimanda questo kigo è il senso di solitudine, di caducità (il “mono no aware”) collegato alla caduta delle foglie autunnali, al non-attaccamento alla vita poiché tutto è soggetto alla transitorietà e alla precarietà del divenire.

Ancora un altro esempio di jisei no ku in cui si riferisce alle foglie d’autunno è questo di Ryokan, morto all’età di settantaquattro anni nel 1831:

ora rivela il suo lato nascosto

e ora l’altro –

una foglia d’autunno

È il ciclo continuo della vita, nei jisei emerge con forza la concezione orientale rispetto alla morte che non è opposta e contrapposta alla vita bensì parte integrante di essa: è un destino ineluttabile da affrontare con dignità e consapevolezza, non senza paura, prendendolo come un dato naturale, come una “Legge di Natura”. L’Oriente, influenzato dal buddhismo Zen, fa propri i concetti di impermanenza e non-attaccamento alle cose e alla vita dato, del resto, evidente in alcuni canoni estetici giapponesi, presenti anche in letteratura, quali il wabi-sabi e il mono no aware. Emblematico, in questo senso, il jisei no ku di Senryu (1827), il quale era il fratello più giovane del poeta che diede origine alla scuola di componimenti chiamati, appunto, senryu:

come gocce di rugiada

su una foglia di loto

io svanisco

 

L’epitaffio

9788806219611_0_500_0_75Per certi versi, analogo al jisei no ku, in Occidente troviamo il genere letterario dell’epitaffio il quale è un’iscrizione funebre avente come scopo quello di onorare e ricordare un defunto (epitaphion, dal greco: “ciò che sta sopra al sepolcro”). Molte volte l’epitaffio è costituito da uno o più versi di una poesia: non a caso, in analogia con i jisei, molti poeti hanno scritto di proprio pugno, in punto di morte, i loro epitaffi. Va da sé che un buon epitaffio, come, del resto, un buon jisei deve possedere qualcosa che resti impresso nella mente del lettore o che faccia riflettere. Un esempio può essere l’epitaffio inciso sulla tomba del poeta romantico John Keats, il quale non volle scritti né il nome, né la data di morte ma semplicemente: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”.

La forte carica simbolica di un particolare significativo della Natura che ritroviamo nei jisei lo accomuna anche ad alcune poesie in versi liberi di autori occidentali come, ad esempio, questa poesia di Aleksandr Blok (1880 – 1921) il quale era solito scrivere poesie cariche di un grande significato simbolico:

Tutto muore al mondo

Tutto muore al mondo, madre e giovinezza
la donna tradisce e l’amico scompare.
Impara ad assaporare una nuova dolcezza
contemplando il freddo circolo polare.

Prendi la tua barca, salpa verso il polo
tra mura di ghiaccio e in silenzio oblia
come l’uomo ama, lotta e muore solo:
dimentica il paese dell’umana follia.

Ed all’anima stanca insegna, mentre lento
s’impossessa del sangue il brivido del gelo,
che non le serve a nulla questo pianeta spento
perché i raggi vengono dal cielo.

Chiedersi in punto di morte se questo mondo è reale, e se lo è, è realtà di che cosa diviene un tema ricorrente nei jisei no uta (jisei in forma di tanka) come viene espresso dal poeta Ki no Tsurayuki:

come la luna

che si compone sull’acqua

nella conca delle mani,

questo mondo non sappiamo

se sia o se non sia

Mero riflesso di luna sull’acqua (in turco “yakamoz”), realtà o illusione, l’Io poetante si colloca in una dimensione “altra” facendo irradiare dai suoi versi un alone di mistero e fascino (yugen – shiori). Del resto è evidente il fatto che, in Oriente, la morte è vista come un passaggio più che una vera e propria fine. Emblematico, in tal senso, questo aneddoto che troviamo nel Zhuāngzǐ in cui il trapasso è visto come ritorno al Qi (soffio vitale dell’Universo). Comprendere questo ha come diretta conseguenza la pacificazione e l’accettazione da parte di Zhuāngzǐ della morte dell’amata moglie:

 

La morte della moglie di Zhuangzi

Un amico vuole andare a visitare Zhuangzi e porgergli il cordoglio per la morte di sua moglie. Quando arriva dentro la casa di Zhuangzi, lo trova sul pavimento intento a suonare un tamburo e cantare. L’amico, fervente confuciano, rimane scandalizzato perché non rispetta il rito del lutto e chiede a Zhuangzi perché si stia comportando così. Risponde che anche lui aveva avuto un periodo di lutto in cui era stato distrutto dal pianto, ma poi aveva compreso una cosa: c’era stato un periodo in cui la moglie non era nata ed era sotto forma di Qi (soffio vitale in circolo nell’universo), poi ha preso forma, ha vissuto la sua vita come moglie di Zhuangzi, è morta ed è ridiventata qi. Zhuangzi quindi ha smesso di piangere, ha capito che non è una perdita definitiva, non perché abbia fatto un ragionamento logico o razionale, ma perché non ha sublimato le sue emozioni, è arrivato al culmine dell’angoscia ed esso ha generato il suo contrario: la calma, l’accettazione.

In questo jisei no ku di Bairju (1863) troviamo un concetto simile espresso in forma di poesia:

ortensia[1]

tu cambi e cambiando torni

al tuo colore originario

Ancora, è innegabile che in questa poesia in versi liberi del poeta russo Fëdor Tjutčev (1803 – 1873) la poesia non riesca a compiere il “miracolo” agendo come catalizzatore portando il poeta a una serena accettazione della morte:

 

Pacificazione primaverile

Oh non mettetemi

nella terra umida!

Nascondetemi, seppellitemi

nella folta erba!

Che il respiro del vento

faccia ondeggiare l’erba,

che di lontano un flauto canti,

che luminose e placide le nubi

fluttuino sopra di me!…

 

I sijo

Fra i death poems nelle culture estremo-orientali troviamo anche le poesie coreane chiamate sijo le quali vennero utilizzati anche per congedarsi dal mondo fra i tanti temi trattati. Tali poesie hanno un impianto poetico basato su un metro prestabilito: di solito nella forma di 3 versi ciascuno con 14-16 sillabe, presentano una cesura, una pausa interna al verso che lo divide in due emistichi. Per questo motivo, a volte, nelle traduzioni i sijo vengono divisi in 6 versi invece dei 3 originali, ogni mezzo verso contiene, quindi, 6-9 sillabe e spesso l’ultimo verso viene accorciato di proposito.

Esempi di sijo come mezzo per salutare il mondo attraverso la poesia:

 

Come il suono del tamburo chiama la mia vita,

giro la testa lì dove sta per tramontare il sole.

Non c’è nessuna locanda sulla strada per gli inferi.

A casa di chi dovrei dormire stanotte?

Soeng Sam- mun (1418 – 1456)

*

Se questo corpo muore e muore di nuovo centinaia di volte,

ossa bianche che diventano polvere, con o senza traccia di anima,

il mio fermo cuore verso il Signore, potrebbe mai svanire?

Jeong Mong-ju (1337 – 1392)

 

L’elegia latina

Abbiamo già avuto modo di parlare dell’epitaffio come poesia funerea ma in Occidente abbiamo altri esempi di stili e generi letterari usati come espressione di un lutto, fra essi vi è l’elegia latina. Ciò che distingue l’elegia latina rispetto ai pochissimi precedenti nei poeti elegiaci ellenistici è l’impostazione maggiormente soggettiva e autobiografica. L’elegia latina fu molto usata nei lamenti funebri, nell’esprimere un lutto tanto che l’associazione dell’elegia al pianto divenne un topos (Orazio, Ars poetica – Ovidio, Amores). Da un punto di vista dell’impianto metrico l’elegia era costituita in distici detti, appunto, elegiaci strutturati in un esametro e un pentametro. Un esempio di elegia è il carme 101 di Catullo in cui il poeta esprime tutto il suo dolore per la morte del fratello:

 

Condotto per molte genti e molti mari

sono giunto a queste (tue) tristi spoglie, o fratello,

per renderti l’estrema offerta della morte

e per parlare invano alla (tua) muta cenere,

poiché la sorte mi ha portato via proprio te, ahimé,

infelice fratello ingiustamente strappatomi via!

Ora questi pegni, che secondo l’usanza degli avi

sono stati consegnati come triste omaggio funebre,

accettale, stillanti di molto pianto fraterno,

e per sempre, o fratello, ti saluto e ti dico addio.

 

I jinsei no ku dei quattro grandi maestri haiku

Malato in viaggio:

i miei sogni vagano

sui campi appassiti

(Basho)

 

Questa è l’ultima poesia di uno dei più grandi poeti haiku. Basho si era gravemente ammalato in uno dei suoi numerosi viaggi, quando i suoi allievi gli hanno lasciato intendere che avrebbe dovuto lasciare una poesia d’addio, lui rispose che uno dei suoi haiku poteva essere il suo death poem. Tuttavia, l’ottavo giorno del decimo mese, dopo aver raccolto i suoi discepoli attorno al suo capezzale, scrisse questo jisei no ku. Basho morì quattro giorni dopo nel 1694 all’età di cinquantuno anni.

nelle ultime notti

stanno nascendo

fiori di pruno bianchi

(Buson)

La sera della sua morte, Buson chiamò il suo discepolo Gekkei e gli chiese scrivere tre poesie. L’immagine di un usignolo appare nelle prime due poesie, e nella terza (questa) quella di un pruno. Entrambe le immagini sono associate al tardo inverno e all’inizio stagione primaverile. Buson si spense nel 1783 all’età di sessantotto anni.

che importa se vivo?

Una tartaruga vive

cento volte più a lungo

(Issa)

Un antico credo orientale caratterizza la tartaruga come un simbolo di lunga vita, attribuendo a questa una vita di diecimila anni. Se l’uomo dovesse vivere fino a cent’anni, la sua vita sarebbe non più di una centesima parte della vita di questa creatura munita di guscio che trascina la coda nel fango. Perché allora un uomo dovrebbe chiedere un altro anno, un mese o un giorno?

tarai kara

tarai ni utsuru –

chimpunkan

da un bacile

ad un altro –

che stupidità

(Issa)

La parola “tarai” significa “vasca” o “bacile”. Il riferimento è, forse, ai bacili per pulire i neonati e per pulire i morti. La vita di un uomo non è altro che un linguaggio senza senso (“chimpunkan” indica, nel discorso colloquiale, i suoni incomprensibili di una lingua straniera) che inizia nella culla e finisce nella tomba. Il Maestro Issa spirò nel 1827 all’età di sessantacinque anni.

fiorisce la luffa e

io, pieno di catarro,

divento un Buddha

(Shiki)

Shiki scrisse tre death poems, tutti e tre contengono riferimenti alla luffa (hechima), una vite rampicante con vari usi pratici. Linfa di luffa è consigliata come rimedio per la tosse, e veniva data, per questo motivo, ai malati di tubercolosi. Shiki morì a causa di questa patologia nel mese di Settembre del 1902 all’età di trentasei anni.

Come abbiamo visto, i jisei per forza e pregnanza poetica rappresentano un caso unico nel panorama della letteratura mondiale. Tentativo di pacificazione, di accettazione della morte attraverso un’immagine naturale rappresentano il più alto esempio di lasciare questo mondo in modo “poetico”. Venivano spesso usati anche nel suicidio rituale del seppuku, ad esempio Yukio Mishima nel 1970 compose questo jisei no ku prima di suicidarsi:

 

a small night storm blows

saying “falling is the essence of a flower”

preceding those who hesitate

soffia una piccola tempesta notturna

dicendo “cadere è l’essenza di un fiore”

precedendo quelli che esitano

Non è neppure mancato chi, con crudo realismo, scrisse:

 

death poems

are mere delusion –

death is death

le poesie di morte

sono pure illusioni –

la morte è la morte

(Toko, 1710-1795)

Abbiamo anche gettato un occhio sui sijo coreani vedendo che questi tipi di componimenti pur non essendo strettamente legati solo ed esclusivamente al tema della morte, sono stati usati per un ultimo saluto al mondo. Spesso giurando fedeltà e lealtà al proprio Signore anche davanti all’ultimo atto della vita di una persona. In Occidente, pur non avendo nulla che possa avvicinarsi ai jisei giapponesi, abbiamo sondato, seppur brevemente, le caratteristiche dell’epitaffio e dell’elegia latina notando come spesso queste forme letterarie servivano per lasciare una frase ai posteri su chi si è stati in vita (epitaffio) o un lamento funebre in morte di una persona cara o di un parente (elegia). Anche il verso libero è stato molto usato, in parecchi casi, per redigere una sorta di testamento spirituale. Su tutti si veda la poesia di Taras Shevchenko, eroe nazionale ucraino, intitolata “Testamento”, ad esempio.  La poesia insegna che si può lasciare questo mondo onorando la propria unicità e irripetibilità, che essa può essere un aiuto persino nel momento del trapasso perché quello che, in fin dei conti, resta negli altri non è quello che abbiamo scritto ma il nostro modo di aver vissuto stupendoci di fronte alla bellezza di un fiore, di una notte di plenilunio e di tutte le meraviglie di cui siamo stati partecipi in questa vita. Questo, credo, soprattutto è quel che conta: esserci sentiti parte del Tutto e il Tutto parte di noi in commistione con ogni creatura vivente e non.  La poesia insegna che siamo parte di questo Tutto cosmico.

 

Bibliografia:

  • Poesie dell’addio, O. Civardi; Ed. SE
  • Japanise death poems, Yoel Hoffman
  • Guthke, K. S. (2003). Epitaph culture in the west. Variations on a theme in cultural history. Lewiston, NY: Mellen.
  • Paola Pinotti, L’elegia latina. Storia di una forma poetica, Roma, 2002
  • L’ululato del firmamento. 100 sijo. Nicola Perasso; Ed. Phasar Edizioni.
  • Zhuang-zi : (Chuang-tzu) traduzione di Carlo Laurenti e Christine Leverd, a cura di Liou Kia-hway, Milano, Adelphi.

 

[1] Ortensia, in giapponese nanabake o fiore dei “sette cambiamenti” questo perché muta i suoi colori, durante la fioritura estiva, per ben sette volte: da sfumature di verde al giallo, blu, porpora, rosa e, infine ritorna al verde.

 

(*) Qesto saggio è stato pubblicato sul sito del past president dell’Associazione Italiana Haiku (Dott. Luca Cenisi) in data 13/09/2018  e ripubblicato nel libro di ANTONIO SACCO, Eppure ancora i nespoli – Dissertazioni sullo haiku, Nulla Die Edizioni, Piazza Armerina, 2020, pp. 151-163.  Il saggio in oggetto viene pubblicato sul presente blog nella sua forma completa dietro consenso e autorizzazione da parte dell’autore che non avrà nulla a pretendere al gestore del blog all’atto della pubblicazione né in futuro. Eventuali riproduzioni del testo, sia in forma parziale che integrale, su qualsiasi supporto, non sono consentite a meno che l’autore, interrogato, non ne abbia dato espressa autorizzazione.

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