“Dio e il cinema” di Donato Placido e Antonio G. D’Errico

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Esce a fine febbraio per Ferrari Editore, “Dio e il cinema”. Una vita maledetta tra cielo e terra, un libro nato dal sodalizio umano e creativo tra Antonio G. D’Errico e Donato Placido. La loro amicizia, che li ha visti firmare insieme molti progetti editoriali, ha dato vita a un profondo e sorprendente autoritratto di Donato Placido che, per la prima volta, racconta la sua parabola esistenziale.

In una recente intervista, in cui i due autori anticipano l’uscita del volume, è stato chiesto a entrambi di rispondere a due domande strutturate specularmente.

Antonio G. D’Errico, che cosa significa raccontare? “La mia scrittura è metafora e rappresentazione dell’esistenza come riflesso del mondo circostante”.

Donato Placido, che cosa significa raccontarsi? “Raccontarmi rappresenta l’eterna apertura verso verità intime che raggiungono il cuore e la mente di tutti”.

Ed è questo il traguardo emozionale verso cui ci proiettano, attraverso un libro intimistico e profondo come un memoir, lucido come un saggio di denuncia e decisamente sincero come un romanzo. Il volume è accompagnato dai testi introduttivi di Michela Zanarella e Antonio Pascotto.

 

Antonio G. D’Errico, scrittore e sceneggiatore, ha scritto numerosi saggi e romanzi, tra cui “Il Discepolo” (2008). Ha vinto il Premio Cesare Pavese per la narrativa, con il romanzo “Montalto. Fino all’ultimo respiro”, ispirato all’agente di polizia penitenziaria vittima della violenza mafiosa. Lo scorso agosto è stato premiato nell’ambito della rassegna del gran gala delle Eccellenze Irpine – organizzato dal Comune di Monteverde e la Proloco – nella Sezione Cultura per i suoi lavori e il suo profilo di alto spessore e livello culturale. Ha pubblicato “Morte a Milano” (Macchione Editore).

Donato Placido è poeta, drammaturgo, interprete di film di successo, fratello del noto attore Michele.

“Cerchi ascensionali” di Francesca Luzzio, recensione di Lorenzo Spurio

Cerchi-ascensionali-220x300.jpgLa nuova opera della poetessa palermitana Francesca Luzzio è stata recentemente pubblicata per i tipi di Il Convivio Editore di Castiglione di Sicilia e porta il titolo di Cerchi ascensionali.  Le motivazioni e le finalità della tetra-ripartizione dell’ampia opera poetica – che raccoglie gli inediti della più recente produzione, compresi alcuni testi apparsi su riviste e antologie – sono ben chiarite negli apparati critici introduttivi al volume a firma, rispettivamente, del professore Elio Giunta e di Angelo Manitta, critico letterario e responsabile della casa editrice Il Convivio. Nella progressione di questo percorso per “cerchi” che, come Manitta rivela, ricordano i canti di dantesca memoria,l’animo poetico della Nostra è tratteggiato a trecentosessanta gradi, esponendosi la poetessa tanto su questioni di carattere etico-sociale[1] (“La mia terra è piena di crepe,/ sofferente, come tanta gente che nulla ha”, 39), quanto su riflessioni personali ricollegati alla rievocazioni di memorie felici e veri e propri flussi di coscienza.

 

La recensione completa è stata pubblicata su “Oubliette Magazine” il 22-02-2019. Per poterla leggere cliccare qui. 

 

Premio Letterario “Il Calamaio d’Argento: Universo in Versi” II edizione – il bando

Premio dedicato alla Poesia
che si svolgerà durante la Mostra Premio d’Arte pittorica
“Le Tre Signorie di Calcata”
VI edizione

Palazzo Baronale di Calcata (VT)

Il Premio Calamaio d’Argento nasce per dedicare il giusto tributo ad una delle arti maestre: La Poesia

L’Associazione A.L.B.A. da anni promuove l’arte della Pittura e da tempi più recenti valorizza nuovi poeti che, attraverso i versi desiderano parlare al cuore di chi ascolta con i colori dell’anima. Per poterlo fare al meglio ha affidato la promozione della Poesia allAssociazione Culturale “La Grotta degli Artisti” di Grottaferrata che curerà il premio letterario “Il Calamaio d’Argento: Universo in Versi”.

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REGOLAMENTO

Al Premio possono partecipare tutti gli autori aventi la maggiore età e cittadinanza di un paese europeo.

Il Premio é suddiviso in due sezioni :

A: Poesia a tema LIBERO

B: Poesia a tema “I colori sono le ali della poesia”

1 – Ogni autore può partecipare ad una o entrambe le categorie presentando una o due poesie per ciascuna categoria.

2 – Le poesie presentate possono essere inedite o edite, in quest’ultimo caso l’importante è che non si siano classificate ai primi 3 posti in altri concorsi similari.

3 – La lunghezza massima di ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.

4 – Le poesie devono essere originali e composte dall’autore che le presenta; non sono ammessi adattamenti o estratti da altre poesie.

5 – Non saranno presi in considerazione i testi scorretti grammaticalmente.

6 – Verranno cestinate le opere che per argomenti trattati risultino, a insindacabile giudizio della commissione poetica, contrarie alla morale o incitanti la violenza, l’illegalità e le discriminazioni razziali, religiose e sessuali. L’autore solleva in ogni caso il Premio (e dunque le Associazioni A.L.B.A. e La Grotta degli Artisti) da ogni responsabilità per reclami di qualsiasi natura presentati da terzi, compresi quelli sulla paternità dell’opera della quale dichiara, con la presentazione, di possederne i diritti.

7- L’autore deve compilare il modulo di partecipazione al concorso con relativa dichiarazione di paternità per ogni opera presentata, attestando di possederne i diritti (vedi scheda allegata al regolamento)

8- Gli autori selezionati come finalisti saranno contattati per tempo dall’organizzazione o via e-mail o telefonicamente.

9 – La quota di partecipazione alle spese di organizzazione, lettura e segreteria è di € 10,00 per categoria , che potranno essere versati tramite bonifico :

Causale : Premio di Poesia “Il Calamaio d’Argento: Universo in Versi”

IBAN : IT66 C031 2705 0740 0000 0002 441

Banca UNIPOL Filiale 167 ROMA AGRICOLA

intestato all’Associazione Culturale “La Grotta degli Artisti”

10- Le Associazioni Culturali “A.L.B.A.” e “La Grotta degli Artisti” prevedono la realizzazione di un libro edito in cui saranno inserite le opere pittoriche in concorso e le poesie dei finalisti. Pertanto è necessaria l’autorizzazione per la pubblicazione dei testi all’interno del libro, firmando il consenso nella scheda di adesione allegata al bando.

11 – Entro e non oltre il 23 Marzo 2019 ogni autore dovrà inviare in allegato all’indirizzo e-mail lagrottadegliartisti@outlook.it, con oggetto “Premio Internazionale di Poesia Il Calamaio d’Argento: Universo in Versi”, la seguente documentazione:

• I testi poetici in forma anonima
• La scheda di adesione e di paternità dei testi compilata in ogni sua parte, firmata e scannerizzata
• La ricevuta scannerizzata di avvenuto pagamento per le spese di segreteria

12 – Le poesie saranno selezionate da una Giuria di esperti in campo letterario e artistico il cui giudizio è insindacabile. I nomi dei giurati saranno resi noti il giorno della premiazione. I membri della Giuria ed i loro familiari non potranno partecipare al Premio.

13 – Per ciascuna delle categorie verranno assegnati:

Primo premio – Targa , Attestato , Libro Edito Evento

Secondo premio – Targa , Attestato , Libro Edito Evento

Terzo premio – Targa , Attestato , Libro Edito Evento

Diploma d’Onore al IV e al V classificato – Medaglia , Attestato

Menzione di merito al VI e VII classificato – Medaglia , Attestato

Il Presidente dell’Associazione Culturale “La Grotta degli Artisti” e i Giurati si riservano di attribuire premi speciali alle poesie ritenute meritevoli aldilà dei finalisti di ogni categoria.
Un riconoscimento di partecipazione verrà dato a tutti i poeti presenti alla manifestazione.
I premi possono essere spediti all’indirizzo desiderato dall’artista, dietro pagamento della quota di spedizione prevista dal trasportatore.

14 – La Premiazione avverrà Sabato 4 Maggio alle ore 10 nel Palazzo Baronale di Calcata.
All’assegnazione del Premio interverranno le Istituzioni Locali.

Le Associazioni Culturali A.L.B.A e “La Grotta degli Artisti” ringraziano i Signori Poeti.

Per maggiori informazioni si può scrivere all’indirizzo e-mail lagrottadegliartisti@outlook.it
il sito web dell’Associazione Culturale “La Grotta degli Artisti” https://swite.com/lagrottadegliartisti
oppure si può consultare il gruppo Facebook “Associazione Culturale La Grotta degli Artisti”
o il sito web dell’Associazione Culturale A.L.B.A. http://www.albadeorum.org/

Premio Internazionale di Poesia
«Il Calamaio D’Argento: Universo in Versi»

Scheda di adesione
da compilare e allegare agli elaborati.

Spett.le Associazione Culturale La Grotta degli Artisti

Io sottoscritto/a………………………………………………

nato/a a………………….il………………..

residente a………………………………………………… CAP…………………………………..

Via……………………………………………………………………………. N…………………….

Prov………………………………………………… Tel……………………………………………

Email …………………………………………………………………………………..

presa visione del Regolamento, dichiaro di voler aderire al
Premio di Poesia “Il Calamaio D’Argento: Universo in Versi” all’interno della Mostra Premio d’Arte Pittorica “Le tre Signorie di Calcata 2019” da voi indetto.

A tal fine invio la/le poesie dal titolo:

Sez. A)
1………………………………………………………………………

2………………………………………………………………………

Sez. B)
1………………………………………………………………………
2………………………………………………………………………

Con la presente dichiaro sotto la mia responsabilità che i testi da me portati in concorso sono
frutto del mio ingegno e, pertanto, solo il sottoscritto può vantarne ogni diritto.
Con la partecipazione al concorso la proprietà intellettuale dell’elaborato rimane al
sottoscritto, ma acconsento all’utilizzo dello stesso, senza nulla pretendere, nell’ambito
delle manifestazioni culturali collegate al concorso.
Inoltre con la partecipazione accetto incondizionatamente il regolamento del concorso e
acconsento all’utilizzo dei miei dati ai sensi del D. Lgs. 196/2003.

Autorizzo sin da ora, senza nulla pretendere o dovervi, a qualsiasi titolo, la pubblicazione delle
poesie inviate.

Autorizzo che le seguenti poesie possano essere pubblicate sotto Licenza Creative Commons:
è possibile riprodurla, distribuirla, rappresentarla o recitarla in pubblico, a condizione che non
venga modificata od in alcun modo alterata, che venga sempre data l’attribuzione all’autore/autrice,
e che non vi sia alcuno scopo commerciale.

Data

Firma

Quando il narratore è… interno. “Nel guscio” di Ian McEwan, recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini

Alla fine deve ad Amleto meno di quanto sia stato fin troppo evidenziato (fra gli altri da un entusiasta Antonio D’Orrico su “La lettura” del 30 aprile) l’ultimo romanzo di Ian McEwan Nel guscio (Einaudi 2017), noir anomalo e intrigante scritto con sarcasmo, genialità, sguardo attento al nostro complesso presente: il tutto tanto più sorprendente in quanto il punto di vista narrativo non è quello di un colto e navigato intellettuale come il tono farebbe, sin dall’incipit, supporre.

Lei è Trudy (Gertrude): può contare su una bellezza piena ed indiscutibile – capelli “biondo grano di una guerriera sassone che si inanellano lucenti sino al bianco polpa di mela delle spalle e naso piccolo come un bottone di perla” (chi la descrive ha nel DNA una spiccata vena lirica ed è…di parte) – e su una formazione in pillole maturata ascoltando radio, audiolibri divulgativi, podcast eterogenei, dalla bachicoltura nelle Ardenne alla strategia attuata dal Führer nella medesima regione. Particolare non trascurabile nell’economia dell’intreccio, è al temine di una gravidanza. I “lui” sono due fratelli: il marito e padre del protagonista, John Cairncross – poeta misconosciuto idealista e premuroso, disposto a subire umiliazioni, sconfitte, delusioni in nome di un sonetto, accomodante al punto da accettare la “pausa di riflessione” impostagli dalla moglie a seguito di una mai ammessa crisi matrimoniale e lasciarle il sontuoso edificio georgiano di famiglia in Hamilton Terrace – e Claude, suo attuale convivente (Shakespeare, certo: se è per questo compare persino lo spettro), agente immobiliare a corto di inventiva e fantasia, ottuso, insulso, senza nemmeno il fascino del “mascalzone sorridente, conchiglia priva dell’ospite e, come cospiratore, più cretino di lei”.

61Obc59f4-L.jpgA riferire/giudicare/deprecare l’intento dei cognati di uccidere il legittimo genitore e ad accompagnarci nei meandri di menti adulte di volta in volta appassionate e/o disperate, edotto, suo malgrado, nelle perverse dinamiche degli amanti (“arrivano al primo bacio pieni di cicatrici, oltre che di voglie” e “non si amano in dicembre come si amavano a maggio”) non meno che nei meccanismi della vendetta (“può essere consumata cento volte in una sola notte insonne”), è la più precoce voce narrante del romanzo post-moderno che ci sia dato ricordare: un feto, ormai non più fluttuante nella bolla sognante dei propri pensieri – come…da giovane – ma pronto ad affacciarsi alla vita e spirito critico già pienamente consapevole che “l’esistenza cosciente coincide con la fine dell’illusione di non essere”…Chi legge dovrà abituarsi, il narratore si esprime così ed è merito dello scrittore aver evitato i rischi di un gioco cerebrale ed artificioso grazie ad una massiccia dose di provvidenziale, godibile ironia. Testimone suo malgrado – silenzioso sino ad un certo punto – dell’avvincente plot, su cui nulla sveliamo, amerebbe nascere in Norvegia per la munifica assistenza pubblica; l’Italia è una seconda scelta (“rovine e cibo”) che, comunque, batte la Francia, con l’autostima dei suoi abitanti e il Pinot nero, del quale è in grado di indovinare il vitigno attraverso il semplice bouquet decantatogli da una placenta in buona salute. In ogni caso predilige il Borgogna e il Saucerre Chauvignol con il suo “sentore gentile di pietrisco siliceo” (tutto la madre). Prematuramente afflitto da un senso di tedio esistenziale e non esente da tendenze suicide pre/neonatali di fronte alla disperazione per il progettato omicidio – “nascere morti”, che ossimoro – ricorre spesso al francese e ad un lessico forbito (non origine ma eziologia, non pallida, chiaro, follia comune ma diafana, epidittico, folie à deux…felicità? Meglio citare la pakistana Valle di Swat). Tutto il padre. Non si commuove ascoltando una lirica moderna (“troppo ripiegate in se stesse, vitree e sdegnose nei confronti dell’altro”), apprezza Owen e Keats, Poggio Bracciolini e l’Umanesimo italiano, Lucrezio e l’Ulisse (che fa addormentare l’adorata genitrice, Joyce non è Omero), si esprime spesso per metafore (solida comunque la conoscenza dell’intero apparato retorico) e ha confidenza, per accorata empatia con lui, dell’aubade, del pirrichio[1], del trimetro giambico e delle più recenti acquisizioni della linguistica. Esperto di filosofia – del resto “i nascituri sono stoici imperscrutabili, Budda sommersi accettano che le lacrime siano nella natura delle cose…sunt lacrimae rerum”; Hobbes, Platone, Kant, Cartesio e Confucio tornano utili per le citazioni quotidiane – lo è altrettanto delle emergenze globali sia da un punto di vista politico (tensioni sociali, strategie belliche e progettualità imperialiste di Cina, Medio Oriente, Russia, USA e Califfato islamico) che socio-economico e tecnologico: pannelli solari, parchi eolici, abbassamento del livello dei ghiacci e crisi dei mercati non hanno segreti per lui. Pacifista convinto, ecologista (stavamo per scrivere militante), antiamericano viscerale (“un popolo irritabile di obesi, dal grilletto facile e governati da una Costituzione insondabile come il Corano”…piccolo caro), sinceramente afflitto dalla prospettiva che “nove miliardi di eroi non riescano a risparmiarsi cortesie nucleari” (squadre fatte: India/Pakistan, Israele/Iran, USA/Cina: “aggiungere liberamente altre formazioni, affluiranno i giocatori dei non-stati”), si professa tenacemente ottimista (scelta troppo facile il pessimismo, “cimiero di intellettuali di ogni latitudine”) e, tutto sommato, fiducioso nelle umane sorti e progressive[2] di un pianeta abitato da esseri ingegnosi ed infantili che devono, alla fine, scontare “il complicato dono di una coscienza” ipertrofica, per dirla con un altro strenuo estimatore di se stesso rintanato nel sottosuolo – meno accogliente, certo, del liquido grembo materno – in tempi non sospetti.

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Ian McEwan. Foto tratta da: http://www.artspecialday.com/9art/2017/06/21/ian-mcewan-scrutatore-realta/ 

Con un’intensità assoluta e devota che manderebbe in estasi Freud, il nostro ama – sempre timoroso di non essere corrisposto – la “bellissima, amorevole, assassina” madre, titolare del dolore anche fisico che lui stesso inizia ad avvertire, ormai conscio di quello interiore per il quale (benedetto Heidegger) verrà gettato nel mondo. E di lei è in grado di percepire “nel rallentamento del battito cardiaco un’incrostazione di noia a livello retinico” (per le poesie che un marito ostinatamente innamorato le recita) e nel “disagio/danneggiamento di granulociti e piastrine gli accessi di rabbia” (per l’esistenza stessa del medesimo): una sorprendente ottica narratologica la sua, confinata “in un guscio di noce, in due pollici d’avorio (perché no, quando la letteratura tutta, e l’arte, e ogni impresa umana altro non sono che puntini nell’universo del possibile, puntino esso stesso in una moltitudine di universi possibili”) che lo costringe – risvolto tecnicamente inevitabile ma poco felice – ad “uscire” anzitempo dall’utero per descrivere/commentare scene e colloqui in esterno. Non incline alla chiacchiera – “espediente da adulti (!) per scendere a patti con il tedio e la malafede – possiede, come accennavamo, un raffinato senso dell’umorismo (si leggano i passi dedicati ai rapporti intimi che “lo zio verme” impone a Trudy e “buona creanza, se non buon senso clinico, sconsiglierebbero”), senz’altro una delle cifre di questo libro spiazzante e convincente. Come (quasi) tutta l’opera di un indiscusso maestro della narrativa contemporanea.

MARCO CAMERINI

 

NOTE

[1] Invitiamo il lettore a non dare soddisfazione al futuro neonato, decisamente saccente e presuntuoso, andando a cercare sul vocabolario il significato dei due termini che riguardano strutture e metri della lirica classica e trobadorica: fate finta di nulla e tirate dritto.

[2] La citazione, come la seguente, è dell’estensore di questa recensione…tanto per non sfigurare.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Quando a rubare è la vita: i racconti di Gina Berriault. Recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini 

A Gina Berriault (1926-1999) è, in qualche modo, toccata la sorte dell’umbratile J. Johnson (ci occupammo del suo unico libro Ora che è novembre, Bompiani 2017) piuttosto che quella del Nobel A. Munro, anch’essa straordinaria autrice di short stories, e questo nonostante gli apprezzamenti sinceri di alcuni fra i più autorevoli scrittori della sua generazione opportunamente riportati in quarta di copertina.

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All’editore Mattioli 1885 si deve la prima traduzione italiana dei suoi racconti, storie uniche per drammatica intensità d’ispirazione, capacità narrativa di costruire trame inquiete ed inquietanti su particolari solo apparentemente secondari, nitida eleganza formale: doveroso il tributo ad una scrittrice misconosciuta anche in America. I modelli vengono persino citati nel corso della raccolta (Gogol’ e Cechov più che Carver o Dubus, magari la Woolf, certo l’Achmatova, Whitman, Pound per la cifra poetica della sua prosa) e i piaceri sono quelli che la Vita ha rubato ad un’anonima folla di personaggi i quali solo raramente hanno saputo/voluto fare altrettanto con le opportunità di un destino assai poco generoso: la speranza in un futuro migliore (accade alla problematica Delia “dalla faccia piatta e minacciosa” e alla sorella Fleur, “riccioli color rame e aria da agnello sacrificale” de I piaceri rubati che, incapaci di “dimostrare quanto fossero preziose”, colmano un’esistenza frustrante con la reciproca e alla fine solidale confessione dei propri rimpianti),[2] il sogno della colta, fascinosa Claudia di incontrare Camus per le vie di Parigi e qualcuno “capace di spezzare le catene dei suoi sensi di colpa” (Morte di un uomo minore), le aspettative di successo del rancoroso Berger, solo “suonatore e non artista”, lui che “viveva la musica come un concentrato di tutti i desideri e le cose belle provate” (Notti nei giardini di Spagna).

Ancora ad essere sottratti senza scampo sono il recupero di un rapporto genitoriale difficile, mai rimosso né rinnegato (“colpa dello sguardo” quella di Arty che assiste, Spettatore inerte e passivo, al crollo di un padre tardivamente incontrato fra i pazienti di un ospedale psichiatrico e solo di un male inesorabile se Eli, con il suo gogoliano Cappotto “nero, poderoso e impenetrabile” non riesce a confessare al suo che dovrà sopravvivergli),[3] l’opportunità – per il cattivo/folle/solo razionale? Bambino di pietra Arnold (“Perché sei rimasto a raccogliere piselli per un’ora dopo che tuo fratello era morto?”) o la Bimba sublime Ruth, concupita dall’amante di sua madre – di vivere un’adolescenza serena, il senso ultimo della propria identità (Chi può dirmi chi sono? con la figura del bibliotecario Perera che rinvia al Tabucchi di Tutti i nomi prima che a Dickens o Dostoevskij…e non fosse per una “i”?!).

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Una foto di Gina Berriault. Fonte: https://wrongand.blogspot.com/2018/09/piaceri-rubati-di-gina-berriault.html 

Infine l’amore, il furto che scuote maggiormente e non si vorrebbe mai subire: non solo quello senile ed impossibile che nasce dalL’infinito potere delle aspettative di un anziano verso una giovane cui non serve il Kierkegaard de La pienezza del cuore per “alzare gli occhi e guardarsi intorno”, o di una donna che, per l’egoistico piacere di essere ancora desiderata (“terribile non vivere più nemmeno nei ricordi”) costringe gli altri a farlo anche se hanno 16 anni, ma l’Amore in sé, come empatico incontro di anime. Ne traccia un desolato referto la taciturna, sensibile, coscienziosa sessantatreenne de Il diario di K.W. kafkianamente ridotta alle sue sole iniziali, a parlare con un Dio che non risponde (“mi rispondo da sola e faccio tutto il lavoro al posto Suo”), a vergognarsi delle “piccole transazioni” esistenziali e sperimentare la forza rigenerante della pittura ma non quella della passione…tanto affine, in questo, alla dublinese Maria di Cenere. Accumunano le vicende di ognuno il rimpianto struggente di un passato (forse) felice, il costante senso di smarrimento e perdita, la lucida percezione del fallimento che generano rassegnazione più che rabbia, paralisi più che vitale, necessaria speranza, ripiegamento cinico ed esacerbato, mai solidale apertura alle ragioni dell’altro: amico, consorte, amante, genitore o figlio che sia.

Labili ma tenaci segnali di riscatto sembrano giungere dalla terapeutica pratica dell’esercizio artistico: non a caso due racconti vedono protagonisti degli scrittori – seppure in crisi – e la musica, in tutte le sue declinazioni, è una sorta di preziosa costante del libro. Così a Lang gli Scherzi dell’immaginazione consentono di sconfiggere “l’indifferenza per il miracolo della vita” – vera linfa dell’ispirazione creativa (e confessione di poetica) –  Kligspringer ritrova la propria dimensione di affabulatore alla Ricerca di Kruper, fantomatico, salingeriano Kurtz della narrativa e nel citato Piaceri rubati – ci limitiamo a questo riferimento – compare una bellissima definizione del jazz (oltre che…del pianoforte): “La melodia che esplode senza un vero inizio e non torna indietro per ricominciare, suonata da persone che pareva sapessero avrebbero ricevuto ciò che volevano e molto di più dalla vita” (p. 48).

L’apparente minimalismo tematico (sarebbe piaciuto a Flannery O’Connor) si traduce in uno stile mai semplicemente referenziale nella sua asciutta essenzialità (prevalgono l’indiretto – a volte libero – del personaggio o il punto di vista onnisciente del narratore sui dialoghi) con frequenti squarci lirici e splendidi finali “aperti” che raramente concludono l’esile intreccio, suggerendo intriganti perplessità/interrogativi nel lettore, sempre emotivamente coinvolto da una lettura appassionante. Gina Berriault va (ri)scoperta ed amata.

 MARCO CAMERINI

 

[2] Rimanda ad Espiazione di McEwan il rapporto di conflittualità/complicità fra le due ragazze.

[3] Questi ultimi due racconti ci sono parsi assoluti capolavori, fra i migliori della letteratura americana del secondo ‘900…ma eravamo sul punto di eliminare l’aggettivo.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Boati dal profondo” di Pasqualino Cinnirella, recensione di Lorenzo Spurio

8972e-boati-dal-profondo.pngIl poeta Pasqualino Cinnirella di Caltagirone (Catania) con all’attivo le pubblicazioni poetiche “Pieghe d’animo 1963-1977” (1978), “Fuochi sull’aia 1978-1985” (1987) e “Meditazione” (2001) è recentemente uscito con una nuova opera poetica, “Boati dal profondo”, per i tipi di The Writer Edizioni. Le liriche, tutte dotate in calce del riferimento preciso alla data della loro stesura, sono inframmezzate da commenti critici di diversa lunghezza di eminenti critici e studiosi di letteratura, tra i quali Nazario Pardini, Pasquale Balestriere e Maria Grazia Ferraris (solo per citarne alcuni), che si dedicano ad approfondire alcuni aspetti dell’arte poetica del Nostro. 

Le tematiche profonde che legano le varie liriche qui contenute sono il ricordo (di quando, affranto dalla noia e rabdomante nel campo del padre, “[s’] insaccav[a] di sole alto”,13), l’amore, la comunione con l’ambiente campestre, il sacrificio del lavoro, le figure dei cari (soprattutto quella del padre, vero e proprio maestro di vita difatti scrive in “Passaggi” che lui “impartiva alla mia coscienza, intatta allora,/ il suo modo giusto di vivere da uomo”, 23) finanche le tematiche di carattere etico-civile ad abbracciare, in un ideale girotondo di pace, le esistenze derelitte di chi, vicino o all’altro capo del pianeta, “vive[…] piegato al grigio degli eventi” (17).

La recensione integrale è stata pubblicata il 12/02/2019 sulla testata “Radio Doppio Zero” ed è disponibile cliccando qui. 

Plath, Hughes, Carver, Gallagher, Campana e Aleramo in uno spettacolo-evento a cura della poetessa Laura Corraducci

Venerdì 15 febbraio alle ore 21:15 si terrà, presso il Teatro Comunale di Gradara (PU), lo spettacolo-evento “Dell’amore, della parola e altri tormenti” ideato e a cura della poetessa pesarese Laura Corraducci.

ll recital ripercorre in modo poetico e narrativo le intense e tormentate storie d’amore di tre coppie di celebri poeti che, con il loro talento, hanno marcato in modo fortissimo la letteratura e la poesia del secolo scorso: l’inglese Ted Hughes e l’americana Sylvia Plath, il famoso autore di racconti americano Raymond Carver e la poetessa Tess Gallagher e, infine, uno dei più straordinari poeti italiani del Primo Novecento, Dino Campana e la bellissima Sibilla Aleramo.

Il filo conduttore dello spettacolo sarà la Poesia declinata nella sua forma più elevata per raccontare il tormento, la tenerezza, la passione e la follia nelle opere e negli amori di questi grandi autori. Le parole e i versi dei poeti saranno accompagnati dalla suggestione delle immagini e della musica.

INFO.

0721.3592515

366-6305500

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Addio al teatino Vito Moretti, poeta “umano” e saggista di ampia caratura

Giunge dalla stampa online[1] e dalle tante attestazioni di stima e amicizia in Facebook l’annuncio del decesso del professore Vito Moretti (nato a San Vito Chietino nel 1949) di Chieti, docente universitario, poeta e scrittore, saggista e critico letterario che da poco aveva festeggiato i cinquanta anni della sua carriera di letterato. Recentissima, di pochi giorni fa, la notizia che la sua poesia inedita “Potessi raccontare i sogni” è risultata nella rosa dei finalisti del celebre Premio Letterario “Don Luigi Di Liegro”, X edizione, di Roma.

Ingente il suo contributo al mondo della poesia contemporanea, pubblicò (l’elenco dei titoli non è completo!)[2] le opere in dialetto N’andica degnetà de fije (1982), La vulundà e li jurne (1986) e Déndre a na storie (1987), Na raggio ne e li déhe (1989), La case che nen e chiude (2013) e per la poesia in lingua, dopo alcune plaquettes confluite in Una terra e l’altra. Ristampe e inediti (1995), ha dato alle stampe Temporalità e altre congetture (1988), Il finito presente (1989), Le prerogative anteriori (1992) e Da parola a parola (1994), Di ogni cosa detta (2007), L’altrove dei sensi (2007), Con le mani di ieri (2009), Luoghi (2011), Dal portico dell’angelo (2014). I suoi interventi teorici sono stati raccolti nel volume Le ragioni di una scrittura. Dialoghi sul dialetto e sulla poesia contemporanea (1989).

Il mio ricordo è legato ad alcuni brevi episodi che ci permisero di incontrarci in quella che era la terra che lui amava più di ogni altra cosa, ovvero il capoluogo teatino. Difatti nella prima edizione del Premio Letterario “Città di Chieti”, ideato nel 2017 dall’amica e poetessa Rosanna Di Iorio nel quale figuravo per sua volontà quale Presidente di Giuria, data il lungo corso della sua unanimamente riconosciuta attività poetica, la vastità dei suoi interessi letterari, lo spessore delle pubblicazioni e degli interventi critici in conferenze, dibattiti e convegni di varia natura, ci era sembrato opportuno premiarlo con un Premio Speciale definito, appunto, “Città di Chieti” (aveva partecipato in quell’occasione con la poesia “Così è questa la traccia”). Si trattava, com’è intuitivo da comprendere, uno dei tanti  numerosissimi premi, attestazioni di merito e di riconoscimento che da decenni il professore aveva ricevuto con orgoglio e merito in ogni parte del Paese.[3] Ricordo che in quella circostanza, pur dispiaciuto, non ebbi l’occasione di incontrarlo perché doveva trovarsi impegnato fuori città per altre iniziative letterarie e il premio gli venne in seguito consegnato dall’organizzazione.

Lo incontrai, invece, ad aprile 2018 presso il Teatro Marrucino di Chieti nell’occasione della presentazione al pubblico del libro di poesie La stanza segreta (Vitale, 2018) di Rosanna Di Iorio dove ero stato chiamato, assieme a Lucia Bonanni, a intervenire sul volume. Scambiai qualche veloce chiacchiera con lui ma questo non impedì che ne apprezzassi l’impeto nell’esternazione delle sue battute nonché l’acume delle considerazioni.

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Il professor Vito Moretti. Foto tratta da: http://www.ilcentro.it/cultura-e-spettacoli/quelle-ombre-adorne-di-vito-moretti-1.21839?utm_medium=migrazione

Rimasi così in contatto con lui, esclusivamente a mezzo internet, e apprezzai – ben prima che la sua produzione poetica (vastissima e di alto profilo) – la sua attività di critico e di esegeta di testi letterari della tradizione abruzzese con particolare attenzione a Gabriele D’Annunzio. Molto interessato ad alcune sue pubblicazini sull’argomento (ormai per lo più fuori catalogo e dunque introvabili) era stato così gentile da inviarmi estratti delle opere a mezzo e-mail ed altre me le avrebbe sicuramente inviate per posta – quale dono – come mi aveva promesso avendo avvertito nelle mie parole il grande interesse verso il suo lavoro ermeneutico. Purtroppo non ve ne fu tempo. Conservo, invece, con piacere una serie di testi (capitoli estratti) di volumi[4] o di suoi studi critici vertenti il fenomeno del “dramma rurale”, del teatro rustico d’argomento abruzzese con riferimento a La Figlia di Iorio di D’Annunzio. Gli comunicai, nei mesi scorsi, infatti, che ero molto interessato ad approfondire tali questioni per una lettura più ampia e comparativa per un mio studio improntato sul tema dell’onore e del dramma rurale nell’opera dello spagnolo Federico García Lorca. Sono testi importanti e ben calibrati, i suoi, che saranno di certo utili nello sviluppo del mio saggio e che lo saranno per tutti coloro che, interessati al fenomeno agreste in oggetto, faranno ricerche in tal senso.

Ma la produzione di critica letteraria di Moretti è vastissima e non esula interessi d’altro tipo. Vorrei, infatti, ricordare alcuni dei testi della sua intensa bibliografia: Occasioni abruzzesi. Letture e pagine critiche (Tracce, 2000), Il plurale delle voci. La letteratura abruzzese fra Sette e Novecento (Bulzoni, 1996), D’Annunzio pubblico e privato (Marsilio, 2001), Le forme dell’identità. Dall’Arcadia al decadentismo (Studium, 2001),  I labirinti del Vate. Gabriele D’Annunzio e le mediazioni della scrittura (Studium, 2006), Ariel e Melitta. Carteggio inedito D’Annunzio-De Felici (Carabba, 2007), Di carte e di parole. Note, proposte e ricerche sulla letteratura dell’Otto e Novecento (Bulzoni, 2009), Le forme recitate. Aspetti della letteratura tra Otto e Novecento (Studium, 2011).

L’ultima volta che lo sentii, circa un paio di settimane fa, era per informarlo della decisione della redazione della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” di pubblicare una delle sue poesie,  giunte per la selezione dei testi, ovvero la poesia “Nel nostro campo”, che figura all’interno delle pagine del n°28 di Febbraio 2019.

Alcuni versi estratti da un’altra sua bella poesia, “Dubita, se ogni punto”, così recitano: “Nulla ha più della perfezione/ che ti impegna al perdono, alla linea che declina/ e che pure sale, e che si moltiplica, tu sai,/ dove tutto è infinito”.

 

Lorenzo Spurio

09-02-2019

 

[1] La testata “Chieti Today” così titola la notizia: “La cultura abruzzese piange il professor Vito Moretti, docente universitario e scrittore”: http://www.chietitoday.it/cronaca/scomparso-professor-vito-moretti-chieti-san-vito-chietino.html mentre l’emittente locale “Rete 8” così titola: “Chieti piange la scomparsa del professor Vito Moretti”, http://www.rete8.it/cronaca/234chieti-piange-la-scomparsa-del-professor-vito-moretti/

[2] Notizie biobibliografiche più esaustive possono essere consultate sui siti della casa editrice Tabula Fati: http://www.edizionitabulafati.it/vitomoretti.htm e “Poesie del nostro tempo”: http://poetidelparco.it/9_228_Vito-Moretti.html Numerosi suoi testi poetici sono presenti sul siti, riviste online e antologie poetiche.

[3] Solo per citarne alcuni: il “Versilia-Marina di Carrara”, il “Premio Alghero”, il “Pisa-Calamaio di Neri”. Il professore, inoltre, era presidente e membro di giuria in numerosi premi letterari nazionali sia abruzzesi che di altre regioni.

[4] Principalmente estratti di VITO MORETTI,  I labirinti del Vate. Gabriele d’Annunzio e le mediazioni della scrittura, Roma, Edizioni Studium, 2006.

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Esce “La guancia sull’asfalto” del Maestro Guido Oldani, padre del realismo terminale

Di seguito riportiamo, con il suo consenso, il commento della poetessa Izabella Teresa Kostka in merito al nuovo libro del Maestro Guido Oldani, “La guancia sull’asfalto”, già apparso su “Alessandria Today” in data 08-02-2019:

img_20190208_125321_732La mia grande conquista: l’ultimo libro del M° Guido Oldani “La guancia sull’asfalto” – raccolta calda, crudele e preziosamente ruvida. Il Realismo Terminale D.O.C. che seguo col cuore dopo averlo abbracciato nel 2015 / 2016. Nota introduttiva a cura del Prof. Giuseppe Langella, editore Mursia. Testi crudi, perfettamente sincronizzati con le onde della nostra complicata tecnologica vita moderna, gettata come un rifiuto nella discarica dei sentimenti privi di misericordia. Ci siamo persi tra vari oggetti soppressi dai codici a barre, dimenticando di essere “semplici e fragili mortali”. La poetica travolgente, geniale nella sua trasparenza e metrica, scritta con una leggerezza stupefacente e un linguaggio sobrio ed efficace, mai artificiale nonostante la difficile impronta civile dell’intero volume. Libro imperdibile che consiglio sinceramente a Tutti!

Al Maestro Guido Oldani è stata dedicata recentemente l’apertura del n°28 della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” scaricabile cliccando qui con alcuni suoi inediti gentilmente offerti alla rivista e un commento critico di Lucia Bonanni. 

 

Chi è Guido Oldani

Guido Oldani (Melegnano, 1947) ha coltivato la “discordanza culturale” collaborando con suoi studi e approfondimenti nella rivista “Acta Anatomica” e ha collaborato con il Politecnico di Milano presso l’insegnamento di Tecnica della Comunicazione. Propulsore della necessità che la poesia si faccia realmente concreta, manifestandosi nelle forme e nei temi a lei più congeniali che abbiano un rimando e un legame stretto alla realtà fisica nel 2000, durante il convegno “Varcar frontiere” tenutosi a Losanna, il poeta si dimostrò paladino dinanzi all’insufficiente espressione della realtà. Atti dimostrativi e di pronunciamento in difesa della poesia come questi non mancarono negli anni a seguire difatti nel 2001 presso la Statale di Milano, nel corso del convegno “Scrittura e realtà” ebbe modo di ampliare le sue considerazioni in materia. Ha pubblicato le raccolte: Stilnostro (CENS, 1985, con prefazione di Giovanni Raboni), Sapone (Kamen, 2001), La betoniera (LietoColle, 2005), La guancia sull’asfalto  (Mursia, 2018). Il cielo e il lardo (Mursia, 2008). È l’ideatore del realismo terminale teorizzato nel volume Il Realismo Terminale (Mursia, 2010), al quale sono seguiti La Faraona ripiena. Bulimia degli oggetti e realismo terminale (Mursia, 2013, a cura di Elena Salibra e Giuseppe Langella), Dizionarietto delle similitudini rovesciate (Mursia, 2014, a cura di Luisa Cozzi). La sua poetica è diventata uno spettacolo teatrale dal titolo “Millennio III nostra Meraviglia”, scritto e interpretato da Gilberto Colla. È direttore del Festival Internazionale “Traghetti di Poesia” e fondatore del “Tribunale della poesia”. I suoi testi sono stati tradotti in inglese, tedesco, spagnolo, rumeno, russo e arabo. Nel 2014 in seno al Salone del Libro di Torino, assieme a Giuseppe Langella ed Elena Salibra, firma e fa conoscere il “Manifesto breve del realismo terminale” che qui pubblichiamo. Oltre alla sua produzione e alle curatele è vasta la bibliografia sulla “corrente” del realismo terminale da lui fondata; tra i maggiori lavori ricordiamo: Alla rovescia del mondo (LietoColle, 2008, a cura di Amedeo Anelli), Oltre il 900 (Libreria Ticinum, 2016, a cura di Amedeo Anelli). Per il teatro ha curato una riduzione dell’opera di Carlo Porta e Tommaso Grossi, Giovanni Maria Visconti duca di Milano, e la Ninetta del Verzèe, del Porta stesso. È presente in alcune antologie, tra cui Il pensiero dominante (Garzanti, 2001, a cura di Franco Loi), Tutto l’amore che c’è (Einaudi, 2003) e Almanacco dello specchio (Mondadori, 2008), Antologia di poeti contemporanei (Mursia, 2016, a cura di D. Marcheschi), Poesia d’oggi, un’antologia italiana (Elliot, 2016, a cura di Paolo Febbraro), Una luce sorveglia l’infinito. Tutto è misericordia (La Vita Felice, 2016, a cura di Antonietta Gnerre e Rita Pacillo), Novecento non più. Verso il realismo terminale (La Vita Felice, 2016, a cura di Danila Battaggia e S. Contessini), Poesie italiane 2016 (Elliot, 2017, a cura di A. Berardinelli), Luci di posizione. Poesie per il nuovo millennio (Mursia, 2017, a cura di Giuseppe Langella). Ha collaborato e collabora ai quotidiani “Avvenire”, “La Stampa” e “Affari Italiani” (oltre a trasmissioni RAI); suoi testi sono presenti sulle riviste cartacee “Alfabeta”, “Paragone”, “Kamen” e sulle riviste e piattaforme online di letteratura “Griselda Online”, “Italian Poetry”, Sulla nostra rivista, nel n°25 (Novembre 2017), è apparsa un’intervista a Guido Oldani fatta dalla poetessa Izabella Teresa Kostka.mSulla sua produzione si sono espressi Maurizio Cucchi, Luciano Erba, Giancarlo Majorino, Antonio Porta, Giovanni Raboni, Tiziano Rossi, Cinzia Demi e numerosi altri.

(Questa presentazione è tratta dalla rivista “Euterpe” n°28 – Febbraio 2019, precedentemente citata).

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A Senigallia il 17/02/2019 il “Book Show” con M.Cesaretti, V.Curzi, C. Perrone, S. Cardinali e G. Fratini a Palazzetto Baviera

L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi con il Patrocinio del Comune di Senigallia, su proposta del socio e poeta anconetano Mauro Cesaretti, organizza l’evento culturale denominato “Book Show” che si terrà a Palazzetto Baviera a Senigallia (AN) il prossimo 17 febbraio alle ore 18. L’iniziativa, già proposta da Cesaretti nei mesi scorsi nel capoluogo lombardo con […]

via A Senigallia il 17 febbraio il “Book Show” con cinque autori della Provincia di Ancona — Associazione Culturale Euterpe

“Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”: uscito il n°28 della rivista di poesia e critica lett. “Euterpe”

Si segnala l’uscita del n°28 della rivista di letteratura Euterpe che proponeva quale tema di riferimento “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”.

L’apertura di questo numero è dedicato al poeta GUIDO OLDANI, padre del realismo terminale, con alcuni suoi inediti e un commento a cura del critico letterario Lucia Bonanni.

Nella rivista sono presenti testi di (in ordine alfabetico): Abenante Carla, Ariemma Angelo, Baldazzi Cinzia, Baldi Fabia, Bardi Stefano, Baroni Alberto, Benassi Luca, Biolcati Cristina, Bisutti Donatella, Bonanni Lucia, Buffoni Franco, Calabrò Corrado, Camerini Adriano, Camponero Francesca, Carmina Luigi Pio, Centomo Bruno, Consoli Carmelo, Conti Maria Concetta, Covezzi Miriam, Curzi Valtero, D’Arpini Paolo, D’Errico Antonio G., De Rosa Mario, De Stasio Carmen, Demi Cinzia, Di Sora Amedeo, Enna Graziella, Ferraris Maria Grazia, Fusco Loretta, Giordano Zavanone Giovanna, Giorgi Simona, Grasselli Denise, Langella Giuseppe, Lania Cristina, Linguaglossa Giorgio, Lombardi Iuri, Luzzio Francesca, Mancinelli Giorgio, Marcuccio Emanuele, Martillotto Francesco, Mongardi Gabriella, Moretti Vito, Oldani Guido, Otello Emilia, Pellegrini Sefania, Perrone Cinzia, Pierandrei Patrizia, Prediletto Vincenzo, Raggi Luciana, Santarelli Anna, Serpi Marzia, Spagnuolo Antonio,  Spurio Lorenzo, Strinati Fabio, Tabellione Marco, Tiberio Tina Ferreri, Vargiu Laura, Veschi Michele, Vitale Carlos, Zanarella Michela, Zavanone Guido,

Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

 

ARTICOLI                                                                                                                                   

MARIO DE ROSA – “Una mistica fra rock e poesia: Patti Smith”                                              

IURI LOMBARDI – “Gli scrittori nella canzone d’autore italiana”                                             

FABIA BALDI – “La querelle del Premio Nobel a Bob Dylan”                                                  

CORRADO CALABRO’ – “Musica e poesia”                                                                 

BRUNO CENTOMO – “Buonaterra e Centomo: la parola in musica”                             

CINZIA PERRONE – “Bob Dylan il menestrello del rock”                                                         

GIORGIO MANCINELLI – “Musicologia all’origine della cultura globalizzata”           

FRANCESCA CAMPONERO – “La poetica, cuore del melodramma”                          

PAOLO D’ARPINI – “Musica come espressione ecologica dell’anima”                          

DENISE GRASSELLI – “Dalla letteratura alla musica: l’enigmatica storia di Orfeo e Euridice”

CETTA BRANCATO – “Canto per Francesca”                                                                

VINCENZO PREDILETTO – “Beat in rosa: musica beat ed emancipazione femminile”           

 

SAGGI                                                                                                                               

CINZIA BALDAZZI & ADRIANO CAMERINI – “Bob Dylan tra Keats, Leopardi e Shelley”       

LUCA BENASSI – “Del testo e della musica. Un approccio storico ai problemi relativi al rapporto tra poesia e musica”                                                                                                        

STEFANO BARDI – “La nuova frontiera della poesia in Italia: Rap & Company”                    

LUCIA BONANNI – “Da La terra del rimorso di Ernesto De Martino alla “cinematografia sgrammaticata” di Pier Paolo Pasolini per un percorso interdisciplinare tra etnomusicologia, letteratura popolare e cinema etnografico”                                                  

FRANCO BUFFONI – “Ritmo sopra tutto”                                                                     

CINZIA DEMI – “La voce della fontana in Fogazzaro, D’Annunzio, nei Crepuscolari. Una musica per immagini”                                                                                                                

LORENZO SPURIO – “Approcci comunicativi e sovrapposizioni di voci nel delirio di Alice nel Paese delle Meraviglie”                                                                                                              

MARIA GRAZIA FERRARIS – “Fryderyk Chopin e George Sand. La goccia d’acqua”          

GABRIELLA MONGARDI – “Letteratura e musica in La morte a Venezia di Thomas Mann”

VALTERO CURZI – “Letteratura e musica: influenze e contaminazioni”                       

MARCO TABELLIONE – “La Musica silenziosa. La poesia e la sua musicalità”

ANGELO ARIEMMA – “Les Chansonniers ovvero poesia per musica”                                     

GRAZIELA ENNA – “Due poeti francesi reinterpretati da Fabrizio De André: François Villon e Pierre de Ronsard”                                                                                                                 

CARMEN DE STASIO – “Pienezza espressiva tra musica e letteratura”                         

FRANCESCO MARTILLOTTO – “La musica, “dolcezza e quasi anima de la poesia” in Torquato Tasso    

                                                                                                                          

RECENSIONI                                                                                                                               

GABRIELLA MONGARDI – “Come se di Luigi Santucci”                                                       

LAURA VARGIU – “Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in opere scelte della letteratura straniera di Lorenzo Spurio”                                                           

LAURA VARGIU – “Quadro imperfetto di Stefania Onidi”                                           

CARMELO CONSOLI – “Così è. Colloqui con Dio di Ermellino Mazzoleni”

 

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf collegandosi al bottone del sito dell’Ass. Euterpe (www.associazioneeuterpe.com) “Leggi i numeri della rivista” o, per maggiore praticità, può essere raggiunta cliccando qui.

Segnaliamo la possibilità di poter visualizzare e leggere la rivista anche in altri formati compatibili con altri dispositivi:

ISSUU/ Digital Publishing

 

Formati e-book:

Azw3 per Kindle di ultima generazione

Mobi per compatilità con tutti i Kindle

Epub per tutti i lettori non Kindle

Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “I drammi dei popoli in letteratura: genocidi, guerre dimenticate, questioni irrisolte, rivendicazioni e speranze deluse”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.comentro e non oltre il 31 Maggio 2019 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista che è possibile leggere a questo link

È possibile seguire l’evento Facebook del prossimo numero a questo link.

 

Euterpe n. 28 - Febbraio 2019 - Musica e letteratura, influenze e contaminazioni-page-001.jpg

“Duecento anni di “Infinito””. Articolo di Marco Camerini

Articolo di Marco Camerini

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Non è scopo di questo articolo, in occasione dei duecento anni dalla sua composizione (1819-2019), proporre un’analisi critica di un testo fra i più esaminati e discussi dalla critica post-romantica e maggiormente radicati (probabilmente Silvia perde il confronto) nell’immaginario collettivo sino a farne, discutibilmente, un veicolo mediatico e, apprezzabilmente, una delle sequenze più intense della pellicola che Martone, regista “leopardiano”, ha dedicato al poeta nel 2014. Tanto meno si intende approntare un “bilancio provvisorio” delle tendenze esegetiche successive alla fondamentale, ancorché limitativa, lettura desanctisiana[1] e sommariamente riconducibili all’interpretazione dell’Infinito come “momento di evasione sentimentale e fantastica culminante nel dolce naufragio, da intendersi come oblio del reale, distruzione voluta dei limiti che si impongono alla coscienza adulta, dolcezza dell’abbandono”[2] o, in antitesi, lucida operazione intellettuale di ordine altamente conoscitivo, condotta alla luce di una consapevole razionalità che si riflette nella “struttura rigorosamente geometrica del componimento”[3], prospettiva aperta nel II dopoguerra, in funzione anti-crociana, da Walter Binni le cui basilari acquisizioni verranno ribadite da S. Timpanaro e – con taluni correttivi – accolte e sviluppate dalla Paolini Giachery. Al contributo di quest’ultima rinviamo anche per l’esaustivo repertorio critico-bibliografico sugli ultimi studi dedicati al poeta recanatese, che non esclude riferimenti all’inaccettabile deriva metafisico-religiosa di certi sondaggi (avviata dal Figurelli) tendenti a cogliere nella lirica una sorta di mistico abbandono ad un “oltre” teologico, ben evidenziati e discussi da M.A. Rigoni, cui aggiungiamo gli eccessi di talune analisi semiotico-strutturaliste moltiplicatesi dopo l’ormai definitiva disamina dei deittici “questo” e “quello” da parte di un critico finissimo come Angelo Marchese. In fondo celebrare l’anniversario dell’Infinito significa, soprattutto, interrogarsi sulla sua modernità, magari sulle interferenze con gli esiti della lirica italiana contemporanea, su quanto riesca a comunicare non tanto al contesto scolastico e accademico ma alla sensibilità del lettore comune che, a dispetto di apocalittiche statistiche sociologiche, sembra coltivare una inconscia, tenace curiosità, se non propensione, per la parola poetica. Certamente molto. L’attuale produzione italiana in versi (senza far nomi) ci sembra in bilico fra prosastica, cruda, talora sciatta e gratuita referenzialità (attenzione esclusiva al vissuto quotidiano del soggetto poetante come attestazione di sincerità e fruibilità del discorso lirico) ed ermetica allusività che, all’esatto opposto, tende a trasfigurare il dato intimo in trame simboliche – (troppo) spesso oscure – che ambirebbero a conferirgli valenza universale depurandolo di ogni immediato, prosaico rispecchiamento. Nessuna delle due tendenze annovera maestri, la miracolosa sintesi l’ha raggiunta, per tutti e irripetibilmente, Montale, unico in grado di elevare le proprie cartelle esattoriali, il colpo di tosse della donna amata chiusa in un manichino di gesso, una coincidenza ferroviaria perduta ad emblemi del comune disordine quotidiano; desideriamo, invece, ricordare l’ultima, splendida raccolta di Elio Pecora, Rifrazioni, in cui la componente autobiografica si trasfigura nel respiro vivo della precaria, presente stagione di ognuno e, non a caso, evidenzia significativi punti di contatto tematico-lessicali – il topos del “silenzio” contrapposto al fragoroso esistere e quello del “vento”, assai frequente[4] – proprio con l’Infinito.

Nel sorvegliato impianto logico-riflessivo e calibrato alternarsi di sorprendente colloquialità e raffinata aulicità lessicale (culminante nell’immediato giustapporsi di sedendo e mirando), con le costanti arcature che impongono una misura melodica spezzata e, violando sistematicamente la struttura metrica dell’endecasillabo, traducono sul piano ritmico la dialettica finito/infinito, nel conclusivo, ossimorico naufragio (riecheggiato dall’ungarettiana Allegria di naufragi, da non leggersi, in ogni caso, come annullamento della propria identità pensante), l’idillio risulta “paradossalmente” intellegibile e capace di fondere, con naturalezza, testimonianza personale e allusione ad un sovrasenso cosmico (l’eterno, le morte stagioni), cifre caratteristiche delle due linee cui abbiamo accennato. Non solo, ci pare estremamente attuale nel dar voce alla (in)confessabile, latente esigenza di valicare i circoscritti confini di un’esistenza ristretta e sommamente impoetica,[5] “liquida”, eticamente alla deriva e drammaticamente incapace di fingere, con la forza dirompente e creativa dell’immaginazione, spazi più vasti e gratificanti che anima particolarmente i “favolosi” millennials (Leopardi amava la vita, questo lo intuì già De Sanctis e ad un giovane del XX sec. era indirizzato lo scritto incompiuto dell’ultimo periodo napoletano): quanti magari si sono incontrati, nell’ottobre 2018, in occasione del Sinodo dei Vescovi loro dedicato e quanti sono ancora alla ricerca di miti valoriali da sentire propri, seguire ed imitare.

Senza, evidentemente, cedere alle insidie di spericolati sondaggi testuali – alla fine, lo ribadiamo, sterili e autoreferenziali se non ricondotti al contesto della poetica complessiva dell’autore – concludiamo sottolineando come il fonema “a”, in grado di attribuire una sonorità ricca di echi interiori al singolo termine che ne dilata il potenziale espressivo, compare ben 34 volte in tutti i quindici versi del componimento ad eccezione del settimo, sorta di raccordo statico fra il dinamismo visivo/auditivo della prima parte e quello raziocinante della seconda (vv. 8-15). Tale vocale chiave, che si moltiplica significativamente nell’aforistica chiusa dei vv. 13-15, infonde al componimento un suggestivo tono di apertura ed ampiezza che divengono elementi tematici – non più solo stilistici – costitutivi del messaggio poetico: ansia, aspirazione, attesa, anelito all’assoluto. Una arricchente, provocatoria scommessa da accettare, oggi.

Marco Camerini

Alla memoria indelebile ed al magistero altissimo di Walter Binni,  che ha letto ed amato Leopardi per tutti noi. M.C.

 

 NOTE:

 [1] In questa prospettiva non compariranno i riferimenti relativi ai critici nominati, ad eccezione del ricco ed esaustivo saggio di NOEMI PAOLINI GIACHERY, “Il paradosso dell’Infinito”, in L’autore si nasconde nel particolare, Aracne, Roma 2015.

[2] N.P.GIACHERY, “Il paradosso dell’Infinito”, cit., p.25. Nel passo l’autrice riporta, non condividendola, la nota tesi del Sapegno.

[3] N.P.GIACHERY, op. cit., p.27.

[4] E. PECORA, Rifrazioni, Mondadori, Milano 2018. Per il lessema “silenzio” cfr. pp.75, 80, 81 e 23 (in sorprendente unione con l’aggettivo, tutto leopardiano “smisurato”). Per “vento” cfr. pp.69, 82, 110, 111, 114, 123 e 141.

[5] Zibaldone, [171], 12-13 luglio 1820.

 

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