“A notte” e “A sera” di E. Marcuccio con un saggio comparativo a cura di Lucia Bonanni

“A notte” e “A sera” di Emanuele Marcuccio

Una lettura comparata  a cura di Lucia Bonanni

I calendari che si usavano a Roma, Ab Urbe condita, nel 46 a.C. furono sostituiti dal calendario giuliano. In origine il giorno era diviso in dodici ore e la loro durata dipendeva dal tempo effettivo di luce, quindi era variabile, iniziava in media nox e terminava a l’hora duodecima che era l’ultima ora di luce del tramonto.

Per vigilia, il cui sinonimo è la parola veglia, si intende il giorno che precede un determinato evento oppure la guardia notturna, la veglia del cavaliere prima della vestizione ovvero l’astinenza e il digiuno e la notte trascorsa senza dormire.

In ambito militare presso i Romani la notte era divisa in quattro vigiliae o turni di guardia di tre ore ciascuno e Vespero, media nox, gallicinium e conticinium erano le denominazioni che corrispondevano a ciascuna vigilia.

e annotta la notte

e profonda si inerpica

su per le ore

 

e corre al suo centro

 

quelle tre

quella nona vigilia

che si perde

 

e giunge l’aurora

e poi l’alba

 

è di nuovo giorno

Il significato lessicale del verbo annottare è quello di “fare notte, farsi notte” mentre il suo contrario corrisponde a “fare giorno, farsi giorno, albeggiare”.

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La recente poesia “A notte” di Emanuele Marcuccio, come spiega l’autore in nota a piè di pagina, è una meditazione sulla notte e il tempo che corre lungo le sue ore. Non è infrequente che il poeta rivolga la propria attenzione al tempo quale scansione delle ore come ad esempio nella lirica “A sera”[1] del 2014 e già edita in «Dipthycha 3»[2] e prima ancora in chiusura della silloge «Visione», facente parte del volume collettaneo I grilli del Parnaso.

a sera/ e luminose/ scandiscono/ le ore”. Nella lirica “A notte” si possono identificare le peculiarità del periodo che va dal tramonto all’alba con espliciti riferimenti al calendario romano e ad alcune liriche d’autore. “e profonda si inerpica/ su per le ore”, usando la personificazione, Marcuccio fa diventare umana quella notte che dopo il tramonto si fa sempre più densa, più fitta, più intima e radicata nel buio, una notte che a guisa di uno scalatore faticosamente si arrampica sulla parete rocciosa delle ore. Poi, dopo aver superato le difficoltà della salita, “corre al suo centro” cioè a quella parte mediana che di ora in ora dà vita ad un nuovo giorno, iniziando proprio dalla seconda vigilia. Alla “nona vigilia”, dalle tre la notte scema, il buio diminuisce di intensità, dilegua per far posto all’aurora e poi alla luce dell’alba, ed “è di nuovo giorno”.

La lirica si apre e si chiude con due immagini quasi in antitesi; nella prima terzina a dominare è l’oscurità, mai tenebrosa, mentre nell’ultimo verso è la luminosità crescente a far chiaro il giorno, portando con sé una nota di speranza. Il nucleo del componimento è essenziale e delinea la tematica del ricordo sia nella dimensione individuale che nella forma storica. Con l’espressione “quelle tre”, locuzione assai incisiva e intensa, l’autore ha inteso evocare la fatalità dei terremoti di L’Aquila e di Accumoli (RI) che alle 3:32 e alle 3:36 si sono abbattuti su quei centri abitati tra il 6 aprile 2009 e il 24 agosto 2016. Scrive sempre l’autore in nota che, con l’espressione “nona vigilia”, ha voluto creare un corrispettivo notturno con l’ora nona canonica del giorno, quella che va dalle 15 alle 16, e l’antico calendario romano. Ma io nel sintagma “nona vigilia” rilevo l’echeggiare dei versi dell’idillio leopardiano “La sera del dì di festa”, “io, doloroso, in veglia/ premea le piume”ed anche “dolce e chiara è la notte e senza vento” versi la cui ripresa va ad abbracciare anche le strofe del componimento “A sera”. Ma l’impiego della parola vigilia contiene anche la ripresa di uno dei Canti del recanatese, “Il sabato del villaggio”, dove si annuncia l’approssimarsi della festa, “ornare ella si appresta/ dimani, al dì di festa, il petto e il crine”. E nella lirica di Marcuccio la festa si configura nel fascino degli elementi paesaggistici e nelle cadenze cromatiche, sfumate nella progressione del nuovo giorno che si apre alla luminescenza del sole. Dopotutto, parafrasando Umberto Eco, la poesia è una macchina per generare interpretazioni. (Cfr. Postille a Il nome della rosa, Bompiani, 1984)

a sera

e luminose

scandiscono

le ore

 

vanno

lente

lente inanellano

ricami

ricolmi

 

ricolme d’anni

passano

le ore

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Se nei versi di “A notte” le ore denotano la faticosa ascesa della notte verso il proprio centro, in quelli di “A sera”, le ore sembrano di buon animo e quasi sagge per quel loro andare pacato che elabora e arriccia “ricami/ ricolmi” di un piglio felice, ma anche della fiumana di vicissitudini che attraversa la vita in cui sempre “ricolme d’anni/ passano/ le ore”.

Nel primo verso del componimento “A sera” si riflette il pianeta Venere che si affaccia poco dopo il tramonto ed è di nuovo visibile poco prima dell’alba. “Dove Espero già striscia mattutino” scrive Salvatore Quasimodo in “Strada d’Agrigentum”.

In entrambe le liriche di Marcuccio il sentimento dell’autore si accorda con le diverse possibilità degli eventi ed affiora in un ventaglio di sensazioni di edificante sentire mentre la poetica denota la compostezza dei versi per un dire intenso e immediato, arcano e quasi oracolare che opera una sintesi di verità, ispirata al mistero che da sempre circonda L’Uomo nel divenire.

LUCIA BONANNI 

 

San Piero a Sieve (FI), 6 settembre 2016

 

[1] Emanuele Marcuccio, Visione, in I grilli del Parnaso, PoetiKanten, 2016.

[2] Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3, PoetiKanten, 2016.

Concorso Letterario “Città di Chieti” poesia/narrativa

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CONCORSO LETTERARIO “CITTA’ DI CHIETI” – 1a Edizione

La poetessa e scrittrice teatina Rosanna Di Iorio ha deciso di dar vita al Concorso Letterario “Città di Chieti” per dar impulso nella sua città natale a un valido progetto culturale e di diffusione della letteratura contemporanea che possa servire a creare, nel capoluogo teatino, un arricchimento del clima sociale mediante la promozione di una iniziativa concorsuale a dimensione nazionale per amanti della scrittura, sia in poesia che in narrativa.

Il Concorso è dedicato alla memoria dell’intellettuale di origine aristocratica Federico Valignani (1700-1754) che a Chieti fondò la Colonia “Tegea”, una derivazione dell’Accademia dell’Arcadia di cui fu vice-custode sino al 1723 quando suo zio, Papa Innocenzo XIII, lo nominò Presidente di Regia Camera di Cappa e Spada del Regno, incarico che lo costrinse a ritornare a Napoli. Nel 1735 fu di ritorno a Chieti dove si dedicò all’attività letteraria e storica nonché alla costruzione e restauro di vari edifici di famiglia (la torre di Cepagatti e la villa-castello di Torrevecchia Teatina)

Il Concorso “Città di Chieti” è organizzato con la collaborazione della Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) e del Centro Culturale Smile di Vallecrosia (IM) ed è patrocinato dalle varie amministrazioni locali: Regione Abruzzo, Provincia di Chieti e Comune di Chieti ed è regolamentato dal presente bando.

REGOLAMENTO

Art. 1 – Sezioni

Possono partecipare cittadini italiani o stranieri maggiorenni con testi rigorosamente in lingua italiana. Non verranno accettati testi in altre lingue o in dialetto, anche se provvisti di relativa traduzione. Le sezioni di partecipazione sono:

Sezione A – Poesia inedita a tema libero

Sezione B – Racconto inedito a tema libero

Per inedito si intende che il testo non sia mai stato pubblicato in un’edizione cartacea o digitale di un’opera propria o collettiva od antologia provvisto di codice identificativo librario ISBN.

Art. 2 – Esclusione

Non saranno accettate opere che presentino elementi razzisti, offensivi, denigratori e pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, irrispettosi contro la morale comune e che incitino alla violenza di ciascun tipo o che fungano da proclami ideologici e politici.

Art. 3 – Requisiti

Sezione A – Il partecipante prende parte al concorso con due testi poetici di lunghezza non superiore ai 30 versi ciascuno senza conteggiare il titolo. Ogni componimento dovrà essere provvisto di titolo e dovrà essere anonimo pena l’esclusione.

Sezione B – Il partecipante prende parte al concorso con un unico racconto di lunghezza non superiore le 4 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute). Il racconto dovrà essere provvisto di titolo e dovrà essere anonimo pena l’esclusione.

 Art. 4 – Contributo di partecipazione

È richiesto un contributo di partecipazione per spese organizzative pari a 10€. È possibile partecipare a più sezioni corrispondendo la relativa quota. Tale contributo dovrà essere inviato in contanti da allegare con la documentazione cartacea.

Art. 5 – Scadenza ed invio

L’invio andrà fatto per posta e contestualmente per e-mail, come di seguito indicato.

Per posta cartacea si dovrà inviare le poesie/il racconto in numero di 6 copie in forma anonima, la scheda dei dati e il contributo di segreteria in contanti o la ricevuta del pagamento dello stesso. La scheda dei dati e il contributo dovranno essere inseriti in un’ulteriore busta chiusa all’interno del plico. Il tutto dovrà essere inviato a:

 

Concorso Letterario “Città di Chieti”

c/o Sig.ra Rosanna Di Iorio

Via Piave n°99

65012 – Cepagatti (PE)

 Contestualmente il partecipante dovrà inviare i soli testi delle poesie/racconto a mezzo mail su file separati per ogni opera presentata in forma anonima alla mail premio.cittadichieti@libero.it specificando nell’oggetto della mail “Concorso Città di Chieti”.

La scadenza di partecipazione è fissata al 28 maggio 2017. Per le spedizioni in cartaceo farà fede la data del timbro postale. Partecipazioni giunte dopo tale data non verranno prese in considerazione.

Art. 6 – Commissione di Giuria

La Commissione di Giuria è composta da esponenti del panorama letterario nazionale: Rosanna Di Iorio (Presidente del Premio), Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria), Francesco Mulè (Presidente Onorario del Premio), Elisabetta Freddi, Elvio Angeletti, Lucia Bonanni.  Il giudizio della Giuria è definitivo ed insindacabile.

Art. 7 – Premi

I premi, per ciascuna sezione, saranno così ripartiti:

1° Premio – 200€, targa e diploma

2° Premio – 100€, targa e diploma

3° Premio – targa e diploma

Premio della Critica – targa e diploma

Premio del Presidente – targa e diploma

Menzioni d’onore – diploma

L’Associazione Culturale Euterpe metterà in palio un premio speciale definito “Targa Euterpe” che verrà conferito a un partecipante che si è distinto particolarmente. 

A sua discrezione la Giuria potrà provvedere all’attribuzione di ulteriori premi per opere ritenute meritevoli d’encomio.

Nel caso non sarà pervenuta una quantità di testi congrua per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito per determinate opere, il Presidente del Premio può decidere di non attribuire alcuni premi.

Art. 8 – Premiazione

La premiazione si terrà il 22 Luglio 2017 alle ore 17:30 a Chieti presso il centrale Grande Albergo Abruzzo (Via Asinio Herio 20). Il detto albergo ha stipulato una convenzione con l’organizzatrice del Premio per il pernottamento con colazione a costo di 35€ (camera singola) e 50€ (camera matrimoniale).

È richiesto ai vincitori di partecipare alla cerimonia di premiazione durante la quale Manuela Odorisio Paone Di Simone (Direttore Artistico della Scuola di Recitazione del Teatro Marrucino di Chieti) interpreterà i brani degli autori risultati vincitori. In caso di impossibilità a intervenire potranno delegare una persona di fiducia che dovrà darne comunicazione al Presidente una settimana prima della premiazione. I premi –eccettuati quelli in denaro- potranno essere spediti a domicilio ai rispettivi vincitori, dietro richiesta esplicita e comunque a loro spese.

Art. 9 – Privacy

Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente Legge 675/1996 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’organizzatore e della Associazione Culturale Euterpe di Jesi per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso e altre finalità culturali afferenti.

La partecipazione al Premio è subordinata all’accettazione del presente bando comprensivo di 9 (nove) articoli che potrà, in caso di necessità ed al solo giudizio dell’organizzatore, subire qualche variazione.

 

Rosanna Di Iorio – Presidente del Premio

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

Osvaldo Riccioletti – Segretario  

 

Info:

Mail: premio.cittadichieti@libero.it

Tel. 085-9153030

 

 

Scheda di Partecipazione

 

Nome/Cognome ____________________________________________________

 

Residente in via ____________________________Città_____________________

 

Cap _________________ Provincia _______________Stato_________________

 

Tel. ____________________________ E-mail ___________________________

 

Partecipo alla/e sezione/i:

□ A –Poesia inedita a tema libero

  1. _____________________________________________________________

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  1. _____________________________________________________________

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□ B – Racconto inedito a tema libero

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Le opere presentate sono iscritte alla SIAE da parte dell’autore o figurano in opere in cui l’editore ha previsto l’iscrizione alla SIAE?        □  SI                 □  NO

Specificare: _________________________________________________________________

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□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

 □ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) allo scopo del Concorso in oggetto e per iniziative organizzate dalla sig.ra Rosanna Di Iorio e dalla Associazione Culturale Euterpe.

  

Firma____________________________ Data ___________________________

 

VERBALE DI GIURIA CON LA GRADUATORIA DEI VINCITORI DIFFUSO SU “ALLA VOLTA DI LEUCADE”

“Eppure” di Amerigo Iannacone, recensione di Lorenzo Spurio

Amerigo Iannacone, Eppure, Edizioni Eva, Venafro, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

In ordine meramente cronologico il volumetto Eppure del noto poeta e scrittore di Venafro è uno degli ultimi arrivati. Pubblicato dalla casa editrice Edizioni Eva diretta dallo stesso Amerigo Iannacone nel 2015, la plaquette poetica si apre con una nota critica incisiva ricca di rimandi al testo dell’autore a firma di Giuseppe Napolitano. Tale testo, posto nella posizione preliminare della prefazione, porta il titolo al tempo descrittivamente chiaro quanto enigmatico di “L’immagine sullo specchio”. Il volume si trova volutamente ripartito dal Nostro in due sezioni, una prima parte più corposa per il numero dei componimenti che la rappresentano, sotto il titolo che è quello dell’intero libro e una più minuta sezione, in appendice, dal titolo “Nuptiae”, che presenta brevi testi poetici dedicati al figlio e alla sua futura vita matrimoniale proprio nel giorno delle nozze.

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Il poeta molisano Amerigo Iannacone, autore del libro di poesie “Eppure” (2015)

La poetica di Iannacone si contraddistingue per una linearità della forma assai palese, per l’affiatamento verso la costruzione e la trasposizione di immagini consuetudinarie, colte nel loro evolversi, per la riflessione serrata e reiterata condotta sul tema del tempo. Vi è un insopprimibile attaccamento materno verso Venafro, Isernia e la sua regione natale, ma anche una sollecitazione continua data dal riaffiorare di memorie e dalla ricerca, nostalgica, di momenti o di persone che non abitano più l’attualità.

L’andamento fortemente descrittivo ne fa una poetica visuale che si caratterizza, più che per la sofisticazione emozionale, per la restituzione di un mondo oggettuale, pure di provincia, ritratto però con enfasi e compartecipazione perché parte inscindibile dell’esperienza terrena del Nostro.

Non c’è asprezza né rabbia nelle liriche di Iannacone sebbene in molte di esse spesso fa capolino un’ombra, un’evanescenza che produce dolore, un’assenza lancinante o semplicemente l’elaborazione di un sentimento d’abbandono, di limitata gioia, di esistenza gravata spesso anche da dubbi, dolori, momenti non felici e, comunque, fasi dettate in qualche modo da un periodo ammorbato dalla tristezza. Non si cade mai nel baratro nero e senza fine perché Iannacone intravede anche barlumi di speranza, aperture positive, vagheggia provvidenziali ritorni, auspica il decisivo ritrovamento di uno stato di benessere. Quell’ “eppure” del titolo dà speranza permettendoci di comprendere che niente va visto nella forma della staticità e della compiutezza, piuttosto in un processo di continuo mutamento. Ecco perché nelle liriche di Iannacone la pesantezza emozionale di alcune immagini non degrada in vittimismo e c’è sempre, comunque, una sorta di scappatoia, seppur non ben descritta. Va ricordato, poi, che “eppure” è una particella assai impiegata nel comune utilizzo della lingua –soprattutto nel parlato- e che ha una duplice funzione: un valore avversativo, ossia simile alle subordinate introdotte da “ma”, ma anche un valore esortativo o di incitamento come avviene in esclamazioni del tipo “Eppure dovrò leggere!” In questa biunivoca possibilità d’intendimento del titolo credo che vadano lette anche le intenzioni, più o meno manifeste, che hanno portato il Nostro alla stesura di questo lavoro poetico.

Non mancano componimenti che si discostano leggermente da questa poetica di tipo impressionistico per situarsi su una dorsale che ha fatto suoi motivi di indagine psicologica, ontologica e filosofica propriamente detta come i dubbi e le considerazioni che spesso vengono snocciolate, il ricorso, a volte provvidenziale altre ad incitamento, verso la religiosità ed, ancora, l’adorazione verso la poesia, carme antico che traccia l’esperienza vissuta dell’uomo. Iannacone riconosce nella poesia doti ineguagliabili, difficilmente riscontrabili in altre discipline del sapere, vale a dire quelle di essere sintomo e apertura per la felicità, ma anche valido antro di protezione, baluardo di sicurezza, confidenza con sé stessi, forma pedagogica di conoscenza del proprio mondo interiore, nonché di quello esterno. Attribuisce, insomma, alla poesia il ruolo che essa ha avuto dalla notte dei tempi, vale a dire quella di fornire un tracciato emozionale e di dare la diagnosi di un’esistenza calata nel suo cosmo, microcosmo diluito in un non ben specificato universo liquido, spesso straniante.

Lorenzo Spurio

Jesi, 18-01-2017

“A tempo e luogo” di Angelo Andreotti, recensione di Lorenzo Spurio

Angelo Andreotti, A tempo e luogo, Manni, Lecce, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La casa aveva radici di pietra

le pietre si consumavano nel tempo

ma il tempo non la finiva di edificare (31)

cop andreotti - a tempo.jpgSulla scia di una poesia contemporanea che rigetta la sperimentazione per ancorarsi a una tradizione d’impostazione perlopiù classica, Angelo Andreotti nel suo nuovo libro A tempo e luogo (Manni, 2017), compone il continuo percorso dell’uomo in un corollario mitico di essenze imbevute in uno scenario che più naturalistico non potrebbe essere. La natura non è, però, il locus romanticamente preso in esame quale elemento-simbolo, archetipo indivisibile dall’intensità emotiva; neppure è richiamata per motivazioni che potrebbero addirsi a dimensioni marcatamente agresti e sublimi, incantante e leggiadre, nemmanco di civica riflessione improntata all’interesse di salvaguardia ambientale. La natura di Andreotti s’identifica negli emblemi in sé ricchi delle figure-simbolo del bosco (contrapposto alla città mai nominata ma che intuiamo e al focolare domestico), del fiume, della terra e della presenza di corpi celesti che annunciano ciclicamente l’avanzata della sera, piuttosto che la vigilia del giorno come le succose “cosce nude della notte” (71).

 La natura, allora, non è propriamente cornice vegetativa della narrazione sensoriale finendo per apparire in maniera assai più distinta e pregnante come un sodale compagno col quale intrattenersi a discutere, una presenza costante che è lì non solo perché qualcuno di più Alto ce l’ha posta ma per essere la volitiva protezione del tormento dell’uomo nella sua spersonalizzante condizione che lo porta a rincorrere quel desiderio mitico, primordiale, di ritorno alla natura. Se esso non la interpella direttamente, se il poeta non ci dice di sedersi su una roccia al margine del fiume, è perché visivamente il lettore è in grado di comprendere da sé questa simbiosi inverosimile tra la componente vegetale, e più in generale dotata di una linfa equorea, e l’uomo in un sodalizio che viene ravvivato dal clima di calma dell’ambiente capace di amplificare la comprensione di sé stessi, di incenerire dubbi o arroventare incomprensioni. Ed è lì che si ravvisa quel sentimento di fuga e di ricerca, in quello spazio liminare che separa la casa dal bosco, la vita del rumore e della abitualità da quella armonica e fruttuosa del mondo silvestre.

Due gli aspetti centrali dell’intera silloge sui quali il lettore è chiamato a fare una riflessione più ampia a partire dagli elementi che ricorrono con spasmodica frequenza, quasi in ogni lirica, a dettare il filo rosso di un percorso che è poetico ma anche e soprattutto umano, di carattere evolutivo. Da una parte il mondo della liminarità, vale a dire di tutto ciò che s’identifica a livello simbolico nella forma della soglia, del margine, del limite ovvero di uno spazio che, paradossalmente, è un non-spazio, privo di identificazione e caratterizzazione proprie essendo, per sua collocazione, un avamposto sincretico di prima e dopo, di qua e di là, degli elementi che trova a congiungere e, al contempo, limitare. La poetica di Andreotti è un mare magnum di espressioni che con perizia e ricorrenza s’imperniano nella meticolosa resa di immagini e situazioni nella forma di un limite: un varco da passare, un baratro sconosciuto, un abisso provvidenziale, un’apertura potenzialmente salvifica. Si tratta, allora, di ricercare negli spostamenti dell’io lirico, nel groviglio sofisticato di pensieri che non di rado hanno del filosofico (echi eraclitiani, ma anche alla saggezza di S. Agostino) verso un oltre in un tragitto che è in continuo divenire tra partenze, soste, ritorni e ripartenze, nella complessità mobile del flusso inarrestabile dell’esistenza. Il fiume, che nel suo emblematico corso sinuoso fa ricordare l’immagine di un serpente, diviene allora la forma più esplicita di questa rabdomantico percorso di fuga, ricerca e crescita che si compie in quei momenti in cui l’animo del Nostro libra flessuoso o salpa convinto, piuttosto di arrendersi all’evidenza di un dubbio insolvibile. “È che in fondo tempo e fiume si assomigliano:/ entrambi scorrono/ restando/ nel punto esatto da cui se ne sono andati” (61) annota Andreotti, anticipando quello che è il secondo nucleo tematico: il tempo.

Andreotti lo richiama continuamente ed esso lo sentiamo vivo e pulsante, come un ticchettio rumoroso e inarrestabile, mentre leggiamo i vari versi. Una presenza tacita ed ubiqua, in ogni singola stanza delle varie poesie che si fa talora motivo d’elucubrazione, monito di sfida, riflessione amara, considerazione ineluttabile e dolorosa, portando con sé non di rado un carico pesante di immagini legate a un passato ormai lontano. Nella poetica di Andreotti è evidente quanto il tempo, ossia la riflessione sul tempo, possa essere condotta in maniera serrata e vigorosa partendo dalla considerazione che esso c’è, non visto, anche per chi non se lo pone come dilemma o come costruzione astratta da discutere ed elaborare in termini razionali.

Ecco allora che entrambi gli elementi investigati in vari modi e da angolature differenti nel corso di questo piacevole percorso poetico si ritrovino in sé uniti più di quanto sia possibile credere. La poetica di Andreotti, infatti, si assesta sulla consapevole ricerca di un dialogo con l’Assoluto per mezzo dell’interrogazione di filtri di consapevolezza legati alle canoniche categorie logiche di kantiana memoria, che sono il tempo e lo spazio. Del luogo, che è quello atavico e primitivo identificabile nella Dea Madre, l’analisi è condotta puntualizzando la discontinuità e frammentarietà degli spazi da lui evocati nei loro distingui e separazioni, nelle aree di intersecazione e promiscuità, negli ambiti interstiziali e comunicanti che descrivono la figura del limite. Immagine paurosa e indescrivibile in toto perché configurabile mentalmente secondo i parametri del mistero e, dunque, del terrore.

Contestualmente, il tempo non è quello lineare o descrivibile nelle tre accezioni di passato, presente e futuro, preferendo assestarsi attorno a un piglio diaristico e diretto, personale e al contempo condiviso (la narrazione poetica è spesso affidata a un imprecisato “noi” piuttosto che a un sottinteso soggetto di prima persona). È il tempo del ricordo, ma anche dell’attesa, il tempo del cambiamento, un tempo che ritorna e che si ripercorre per la capacità avuta di donare emozioni che si rincorrono. In varie poesie percepiamo l’idea di una confusione temporale che è chiaramente voluta a rendere, forse, un periodo di sbandamento o di noia, di anoressia sentimentale o di ripiegamento del proprio animo. Ad ogni modo la riflessione sul tempo quale presenza, minaccia, quale concetto filosoficamente ed umanamente parlando, pervade l’intera raccolta. Eccone alcuni esempi chiarificatori: “Di notte le ore contano di meno/ se aggrovigliamo il tempo alle parole” (45); “Noi continuiamo a essere dove siamo già stati/ e già siamo là, dove andremo, poiché viviamo/ anche la vita che avremo potuto vivere” (78). Ecco perché l’autore non poteva rendere in termini sintetici al meglio del titolo che ha scelto per l’opera: A tempo e luogo. Ha il sapore di una promessa, resa tramite una forma idiomatica pregna di speranza o, forse, di malcelata remissione verso un’esistenza che, pur in lento e continuo cambiamento, è un reticolo difficile e non a vista, fatto di soglie da varcare e abissi da cui star lontani.

La resa impressionistica di alcuni versi (“silenzio spaccato/contro l’orlo acuto della memoria”, 16) permette di sfiorare poesie lorchiane, soprattutto quelle notturne e in presenza di luna, di percepire vaghi echi luziani in quel vento spesso irruente, capace più di gelare l’animo che far venire la pelle d’oca: il vento che “tutto toccava/ma nulla afferrava” (10). L’impostazione assertiva di alcune costruzioni fa pensare anche al primo Saba sebbene sviscerato della componente prettamente civica e ideologica. Fascino verso la captazione frammentaria di un mondo ricostruito mediante fotogrammi fortemente visivi e dalla resa cromatica impressionante. Non è un caso che la seconda parte del volume si apra con una citazione in esergo di Giovanni Testori che recita: “Noi conosciamo/ solo per frammenti/ e solo per frammenti/ possiamo profetare”.

Con aplomb e un fare rassicurato Andreotti parla della limitatezza dell’uomo nel conoscere l’immensità del creato, visibile ed invisibile, che lo rende, come ogni altro essere, imperfetto e incompleto dalla nascita. Preveggenza e totalità dello scibile che è data, forse, solo a Dio e che l’uomo difetta clamorosamente rendendosi egli stesso spesso autore o fautore di circostanze in sé perigliose, frutto d’avvedutezza, eccessiva spontaneità e di incontenibile vibrato emozionale.

Il tempo è chiaramente la soglia più grande e terrificante. Un tempo che sa di perduto e di consumazione, ma anche di ricerca mitica, di ferrea convinzione, di smodata e incontrovertibile prestanza. Esso non solo è trascorso ma è percorribile come uno spazio. Andreotti ce lo caratterizza in tutte le gradazioni possibili inimmaginabili, comprese quelle più convulse ed atipiche, quelle ideogrammatiche e capaci di registrare la convulsione del pensiero dell’uomo: il tempo sa essere “rapido” (26) ma anche “sospeso” (28) nonché “vuoto” (29), pieno di “insidie” (12) e di “dimenticanze” (29) tanto da essere una sorta di evanescenza (Andreotti parla della “opacità del tempo”, 41) o recrudescenza della stessa vita: esso è “soltanto l’inganno di un presente/ sottratto alla sua assenza” (36). Soprattutto esso è un crudele spartiacque, una soglia impetuosa perché, da qualsiasi punto lo si osservi, esso “divide e distingue” (61). Bonario come un fanciullo esso mostra “pazienza” (74) che non è che una forma ambigua di “illusione” (76) che lo maschera a qualcosa d’altro, difatti come un temporale furibondo o un mostro infido esso “s’incurva” (86).  A tutto ciò Andreotti contrappone una granitica certezza, un’impareggiabile verità che sembra aver maturato da una affiatata e pervicace analisi introiettiva col tempo: esso “ci accade” (22) ovvero, per usare altre sue parole ad effetto, “ci trascorre in mezzo” (23). Verità che si fa, però, assai vacua e indistinta se incalzata da un dilemma profondo con il quale ci si chiede: “Ma noi lo sappiamo/ che scambiamo la vita con il tempo?” (68).

Lorenzo Spurio

Jesi, 16-01-2017

Lucia Bonanni sul secondo e quarto omaggio a F.G. Lorca di Emanuele Marcuccio

I due componimenti, come specifica Marcuccio nella silloge «Visione», “fanno parte di un ciclo di quattro omaggi al grande poeta Federico García Lorca, scaturiti dopo la lettura di un’antologia delle sue poesie in traduzione italiana e in cui h[a] cercato di rivisitare il suo stile1.

Ali di vaporoso verde,

pettini concentrici

si schiantano nel mare

in rigurgito azzurro.2

La lirica del secondo omaggio, già pubblicata in «Per una strada», presenta versi sintetici ed essenziali per definire visioni fugaci che traguardano il reale e si raggrumano in una poiesi intrisa di naturalezza e originalità espressiva. La lettura rapisce per l’ariosa disposizione dei lemmi come a voler eludere descrizioni e racconti ed evocare immagini mediante forme allusive, analogie e simbolismi. Il mare con le sue voci, i suoi colori, i suoi ambienti e le sue creature è elemento ricorrente nella poesia marcucciana, un archetipo in cui il poeta specchia se stesso per ritrovare esigenza di scrittura insieme alla dimensione di un colloquio interiore mai dimenticato.

«Azzurro! Azzurro! Azzurro!/ ci inganna, poderosa/ la potente luce del sole»3.

Nella poetica lorchiana come nel teatro il cromatismo assume una funzione fondamentale per enunciare e descrivere l’inestricabile groviglio di sensazioni di vissuti e accadimenti; ne sono esempio il verde della bandiera cucita da Mariana Pineda e quello del vestito di Adela, il giallo e il bianco della casa in «Nozze di sangue», il nero della notte e quello dell’abito della sposa.

Con le sinestesie “vaporoso verde” e “rigurgito azzurro”, affiancate alla originalità della metafora “pettini concentrici” il Nostro descrive forse il volo dei gabbiani che in modo repentino si tuffano in mare “ad acciuffare il cibo4 e ne riemergono come rigurgitati da una bocca invisibile. Il verde e l’azzurro simboleggiano la libertà e la meditazione; così quelle ali sembrano librarsi nel tulle vaporoso del cielo mentre le penne remiganti facilitano il volo ed i ripetuti tuffi nell’acqua.

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Federico Garcia Lorca

«[I]l tormento delle anime/ è azzurro e la ragione/ si oscura dinanzi allo spazio e alle stelle»5. Anche il Nostro alla maniera del poeta Andaluso trae linfa vitale dal contatto con la Creazione e sa conciliare i drammi interiori con i dissidi della mente che si flette dinanzi al trionfo del bello in cui sono le stelle a segnare il confine con la malinconia. Il verbo “schiantare”, “stiantare” nella parlata popolare toscana, è usato con significato lessicale di “rompere con violenza, staccare, cogliere, provocare forte dolore, morire dalla fatica e dalle risa”. Nella descrizione marcucciana i gabbiani si tuffano in mare con schianto secco e fragoroso e di riffa rompono l’azzurro liquido e in modo altrettanto impetuoso fuoriescono dai mulinelli spumeggianti. Al pari di Cardarelli anche il Nostro non sa “dove i gabbiani abbiano il nido/ ove trovino pace6 e nella rifrazione del vivere come gli stessi gabbiani si ritrova “in perpetuo volo [prendendo atto che talvolta] il destino è vivere/ balenando in burrasca7.

Per Dante, Petrarca ed anche per Leopardi “ragionare” equivale a “poetare” e non per niente il Nostro ragiona per dare voce al proprio animo e fare poesia, proponendo al lettore un linguaggio nobile e innovativo. Secondo Mario Luzi “[ermetismo] è una parola convenzionale, di comodo, che non risponde a nulla. Il problema è un altro; è riconoscere la poesia come momento discriminante nella vita dei singoli, della cultura e dell’umanità8. Quindi quella di Marcuccio non può essere definita poesia criptica, ambigua e misteriosa; in essa si ritrovano frammenti di verità e scelte ben precise che si connotano nella rivelazione poetica anche in merito ad aspetti umani e culturali.

 A strapiombo sul mare

si staglia l’ombra

d’un’alga rinsecchita,

l’ombra d’un orizzonte

chimerico.9

La fonte dell’infinito/ è l’ombra10, ombra che è assenza di luce, zona non esposta ai raggi solari, figura proiettata su una superficie da un corpo, effetti di chiaroscuro, zona scura su un qualcosa di trasparente. E l’ombra che nei versi del Nostro “[a] strapiombo sul mare/ si staglia [è quella]/ d’un’alga rinsecchita”, una pianta acquatica marina non più fulgente, ma appassita e di aspetto misero e rugoso. Ma anche “l’ombra d’un orizzonte /chimerico11, una linea apparente dove il cielo sembra toccare il mare. Tale limite immaginario a causa della foschia che riduce la visibilità, è chimerico, fantastico, illusorio, utopistico, un’ombra appena intravista, un sogno che mai si avvera.

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Il poeta Emanuele Marcuccio autore dei due omaggi lorchiani analizzati in questo saggio.

Se nel secondo omaggio i campi semantici sono costruiti intorno alle parole “si schiantano” e “rigurgito”, in “Distanza: quarto omaggio a García Lorca” si imperniano sulle accezioni di “strapiombo” e “chimerico”. Per definizione linguistica lo strapiombo è costituito da una conformazione verticale che alla sommità presenta una sporgenza verso l’esterno mentre l’aggettivo “chimerico” implica l’idea del mostro mitologico il cui corpo risulta assembramento bizzarro di parti anatomiche di altri animali. Inoltre alla fisionomia delle ali libere che volano libere, qui intese anche nel traslato di speranza, si oppone quella di un’alga ormai priva di vita a mutuare la metafora di desideri che non trovano accoglimento e per inerzia si trasformano in foschia per cui l’orizzonte sperato appare sempre più distante. I lemmi “si schiantano” e “strapiombo” combaciano perfettamente in un assioma geometrico di verticalità, assimilato sia al volo naturale che a quello meccanico. Anche “ali” e “si staglia” combaciano nel loro sillogismo interpretativo; le ali offrono senso di leggerezza e permettono il fluttuare nell’aria come accade ai pensieri assiepati nella mente. È il sintagma “si staglia” a mediare il senso di un qualcosa di nitido, inconfondibile e ben definito, dovuto al fascio di luce che investe e si frange dietro al soggetto ad esplicitare la nebulosità di voleri negati. Ed è in tutto questo che trova campo la parte intimista in cui l’autore mette su carta il proprio sentire. In matematica la distanza tra due punti è data dalla parte di retta che li unisce oppure dallo spazio da un luogo e un altro, due oggetti, ovvero la lontananza anche affettiva tra due persone per differenza e carattere. “La tua assenza che tumultuava,/ nel vuoto che hai lasciato,/ come una stella12, scrive Cardarelli nella lirica “Attesa” per definire la distanza emozionale, creata da un incontro mancato.

Ritornando a Federico García Lorca (1898 – 1936), artista immenso in umanità e produzione letteraria”, come ricorda Jorge Guillèn (1893 – 1984), “fu una creatura straordinaria [che] metteva in contatto con la Creazione” e Vicente Aleixandre (1898 – 1984) afferma che lo si poteva “paragonare ad un’acqua o una roccia [e] la sua presenza suggeriva sempre associazioni con elementi naturali”. I componimenti del Nostro a lui dedicati, sono caratterizzati da elementi naturali e da istanze affettive mediante l’uso di stilemi simbolici che si fanno organismo e colloquio nel momento in cui le immagini della fantasia vengono trasfigurate nelle finezze poetiche. Originali e incisive le rappresentazioni del poeta andaluso che Marcuccio realizza con le immagini dell’acqua e della roccia, il volo dei gabbiani e l’orizzonte chimerico anche in ordine a quella che viene definita poetica del duende.

Boscaiolo,

tagliami l’ombra.

Liberami dalla pena

di vedermi senza pompelmi.13

L’ombra descritta da Federico nella lirica “Canzone dell’arancio secco”, è quella prodotta da un albero ormai seccato nella linfa vitale e quindi incapace di poter dare tenere fioriture e frutti aranciati. Il richiamo ad elementi naturali quali l’alga e l’albero ormai sterili, più che ad una sterilità fisiologica, fanno pensare a quella omologazione delle idee in ambito socio-culturale che tende a far scomparire tracce di umanità e lascia che prenda piede l’ombra di un proclama mirante a soffocare aneliti di libertà e di uguaglianza. Nei due omaggi, in colloquio intimo e appassionato, l’autore incontra la scrittura lorchiana e rammenta che in un giorno assolato d’estate al bivio di Alfacar la luce si è macchiata di ombre mentre nei campi andalusi ancora grondante di freschezza è lo scrosciare della presenza del poeta.

Composizioni lodevoli e sincere, partecipate e avvincenti quelle scritte da Marcuccio in un rondò di evocazione panica e rimembranze emotive.

LUCIA BONANNI 

 

San Piero a Sieve (FI), 6 novembre 2016

 

 

Note:

[1] Emanale Marcuccio, Visone, in I grilli del Parnaso. Alterne Stratificazioni, PoetiKanten, 2016, nota n. 13, p. 81.

2 E. Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 75.

3 Federico García Lorca, Poesie, a cura di Claudio Rendina, Newton Compton, 2007, p. 441.

4 Vincenzo Cardarelli, Opere, Mondadori, 1981, p. 60.

5 F.G. Lorca, Op. cit., p. 443.

6 V. Cardarelli, Op. cit., p. 60.

7 Ibidem.

8 Michele Miano, Una testimonianza su Mario Luzi, cit. in Mario Luzi: l’uomo e il poeta, PoetiKanten, 2015, p. 15.

9 E. Marcuccio, Op. cit., p. 91.

10 F.G. Lorca, Op. cit., p. 441.

11 E. Marcuccio, Op. cit., p. 91.

12 V. Cardarelli, Op. cit., p. 53.

13 F.G. Lorca, Op. cit., p. 173.

“La donna e il mare. Gli archetipi della scrittura di Corrado Calabrò” a cura di C. Di Lieto

15994360_246036682474855_2041955627280408494_o.jpgCOMUNICATO STAMPA

Mercoledì 8 febbraio alle ore 18 presso  Palazzo Ferrajoli a Roma (Piazza Colonna 355) si terrà la presentazione al pubblico del saggio critico La donna e il mare. Gli archetipi della scrittura di Corrado Calabrò scritto da Carlo Di Lieto (Vallardi Editore). L’intervento sarà introdotto e coordinato dal prof.  Antonio Filippetti; interverranno il prof. Roberto Nicolai (Preside della Facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza”, l’onorevole prof. Gerardo Bianco, il prof. Carlo Di Lieto (autore del volume), il dott. Giuseppe Manitta (Critico letterario ed editore). Maria Letizia Gorga e Corrado Calabrò leggeranno alcuni testi poetici scelti. 

 

 

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“Vuoto, circolarità e stravaganze in ‘La cantatrice calva’, ‘La lezione’ e ‘Le sedie’ di Eugène Ionesco” – a cura di Lucia Bonanni

Vuoto, circolarità e stravaganze in La Cantatrice Calva, La Lezione e Le Sedie di Eugène Ionesco

a cura di LUCIA BONANNI 

Tra Ottocento e Novecento la realtà culturale si apre a nuove forme di espressione artistica. Pittori come Edvard Munch e James Ensor con la loro forza espressiva anticipano aspetti dell’assurdo, dell’enigma, del grottesco e del visionario. Come nella poetica simbolista anche nel filone “onirico” della pittura affiora l’artista veggente che attinge dal proprio immaginario. La pittura di Giorgio De Chirico (1888-1978), preceduta da quella di Arnold Böcklin (1827-1901), esprime il nonsense della vita e insieme all’arte figurativa influenza anche la letteratura. Si sviluppa così il Surrealismo col manifesto ideato da André Breton, che intende dare spazio a meccanismi di nuove modalità di espressione, nuovi mondi “automatici”, “casuali” e “meravigliosi” in cui la frattura manifesta tra linguaggio e realtà si connota di opposizione verso il pensiero tradizionale. Altri pittori, come ad esempio Magritte, Dalì e Sorino, nelle loro opere con l’uso dell’inganno ottico descrivono l’aspetto ambiguo della realtà, aspetto determinante anche per l’inganno psicologico.

 

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Il drammaturgo di origini rumente Eugène Ionesco

Nelle commedie di Eugène Ionesco (1909-1994) continuità e discontinuità sono “briciole” di memoria affettiva, filtrate dall’autore attraverso la scrittura letteraria. Dualità e traumi emotivi segnano l’infanzia e l’adolescenza del drammaturgo e sono tali contrasti che anni dopo danno vita a pièce come Jaques ovvero la sottomission, Vittime del dovere, Viaggio tra i morti. Negli anni di formazione Ionesco predilige Croce, Proust e Flaubert; è la lettura di quest’ultimo che gli fa “comprendere che la letteratura non consiste in ciò che si dice ma in una certa maniera di dirlo, in una qualità che rimane indefinibile[1]. Alla fine del secondo conflitto mondiale Ionesco torna a Parigi e nel 1949 scrive La cantatrice calva a cui segue La lezione, testi emergenti nella storia del teatro come categoria di “antiteatro” o “avanguardia”. Al pari di André Gide e di A. Breton, il drammaturgo sfronda l’azione teatrale dell’intreccio, i tratti dei personaggi, l’aspetto psicologico, le motivazioni apparenti del conflitto drammatico in quanto nell’opera d’arte contenuto e forma devono coincidere per una linea innovativa dove l’opera diventa importante “nella misura in cui inventa le proprie regole[2]

Tra le varie informazioni sulla genesi de La cantatrice calva alcune sono riportate dall’autore in Note e contronote. Nel 1948 egli inizia lo studio della lingua inglese, servendosi del metodo Assimil; nel manuale sono presenti i tipici elementi dei dialoghi inglesi: frasi brevi, banalità, espressioni idiomatiche e luoghi comuni. Nella trascrizione e lettura l’autore pensa di trasporre i dialoghi in testo teatrale ed è portato ad accrescere gli effetti fino al paradosso e all’esagerazione mentre per il titolo trasforma una “maestra bionda” in una “cantatrice calva”. Oltretutto il dinamismo della commedia è la risultante del senso innato di Ionesco per il ritmo ed anche in assenza di azioni l’opera presenta azioni, sviluppo e progressione drammatica.

«Già le nove. Abbiamo mangiato minestra, pesce, insalata inglese. I ragazzi hanno bevuto acqua inglese. Abbiamo mangiato bene, questa sera. La ragione è che abitiamo nei dintorni di Londra e che il nostro nome è Smith. […] Il Signor Smith, continuando a leggere, fa schioccare la lingua» reiterazione anaforica, questa, che l’autore ripete per ben otto volte. A motivo di in contenuto dialogico insipido sembra che nel punto d’attacco della scena prima non si 9788806068745_0_0_300_80riesca a percepire una struttura di base dei personaggi ovvero nessun tipo di orchestrazione e movimento; al contrario, il permanere del soliloquio della Signora Smith e il continuo schioccare della lingua, accompagnato alla lettura ininterrotta da parte del Signor Smith, suggeriscono la goffaggine egocentrica della donna e l’indifferenza ostentata dell’uomo. Quindi sarà sufficiente che il marito contraddica la moglie con tono di irascibile superiorità per dare avvio ad un conflitto che troverà il proprio culmine nel bel mezzo della conversazione con i Signori Martin e i due coniugi non esiteranno a scambiarsi epiteti, garbatamente a vicenda: «Non bisogna interrompere, cara, screanzata. […] Non bisogna interrompere, cara, sei disgustosa. […] Caro, sei stato tu a interrompere per primo, bestia». L’atmosfera che si respira in casa degli Smith non è certo delle più argute e sagaci, ma le caratteristiche di ciascun personaggio sono talmente esagerate da non mostrare nessun tipo di aspirazione da parte di ciascuno di loro. La transizione, però, esiste e si incentra non sul movimento e neppure nel dialogo, bensì sul personaggio cardine, qui ravvisabile nel capitano dei pompieri, giunto in casa Smith con l’ordine di spegnere tutti gli incendi presenti in città: «Non ci sarebbe per caso il fuoco qui da voi?»[3]

È il pompiere con i suoi aneddoti strampalati e le battute a doppio senso a colmare, se pure in maniera transitoria, i vuoti comportamentali dei coniugi Smith che inutilmente cercano di dare un senso alla loro vita, e dei coniugi Martin confinati e confusi nel loro stanziamento relazionale da richiedere stimoli esterni per tornare a riconoscersi nel loro flusso di coscienza: «Vi conoscete? […] E come no! […] È stata lei a spegnere i miei primi fuochi. […] Sono il suo spruzzetto d’acqua»[4].

Mary, la cameriera degli Smith, è un personaggio secondario come lo è il pompiere, però nell’economia della commedia è questo binomio che enfatizza le relazioni e scatena ostilità e nervosismo; comportamenti accentuati anche dal battere forte della pendola.

«Abbasso il lucido. […] Niente frecciata; è già sposata»[5]. Il registro esasperato degli Smith introduce ad un finale a dir poco parossistico in cui l’autore, servendosi di una sintassi nominale, interscambia i ruoli delle coppie e al pastiche comico sovrappone una recitazione seria: «Cactus, cocco, coccola, coccarda, cocorita/ il papavero non è un vero papa/ bazza, bizza, bozza/ Mariella fondo di scodella/ ciuff, ciuff, ciuff»[6]. La progressione delle battute presente nell’ explicit, scardina il linguaggio, portando alla luce il vuoto che investe il linguaggio e la vera natura dell’essere dopo la dissolvenza della razionalità. I personaggi litigano e si accapigliano; poi la luce si smorza e le voci cessano. Quando c’è di nuovo luce, i Martin sono seduti al posto degli Smith come all’inizio della commedia che ricomincia con le medesime battute mentre il sipario cala lentamente.

«È lo spettacolo più insolentemente intelligente cui possa assistere chiunque ami il teatro, la sapienza, la tragedia e la farsa» riporta “Le Figaro” nel 1952, riconoscendo il valore di questa anti-commedia, “[f]iore all’occhiello di un autore che pratica l’umorismo a freddo, si compone di scenette spassose culminanti in un finale clamoroso, che non sarebbe dispiaciuto ai surrealisti[7]. Autore di un teatro d’avanguardia ossia di uno “spettacolo-provocazione”, Ionesco toglie dal testo teatrale gli orpelli della tradizione, mantenendo, però, quella che è la struttura archetipica: prologo, azione, epilogo.

Se la scrittura de La cantatrice calva prende origine da un manuale di inglese, per La lezione sono il libro di aritmetica della figlia e la caricatura del professore di filologia a suggerire al drammaturgo una nuova commedia. Entrambe le opere si innestano su stravaganze e anomalie, nella “gemella” il dialogo dei personaggi si svolge su un doppio registro e le due discipline di studio diventano veicolo di lubricità e manie che trovano sfogo nel delirio erotico e nelle pulsioni omicide.

«Buongiorno, signorina […] Buongiorno, signora. Il professore è in casa?»[8]

Con i piedi sotto la sedia l’allieva aspetta il professore con atteggiamento compunto; sembra beneducata, gaia e spigliata. Il professore ha la barba bianca, gli occhiali, una papalina nera, indossa una casacca nera con un solino bianco. Sembra assai timido e molto corretto. Si frega di continuo le mani ed è assai abile a respingere i lampi che appaiono nei suoi occhi. “Buongiorno, signorina… È lei la nuova allieva, nevvero? […] Sì, professore, buongiorno, professore[9]. Ionesco fornisce indizi precisi, appoggiando l’attenzione sui colori, l’abbigliamento quasi grottesco, il tono della voce, la mimica gestuale, quella delle posture e l’ambiguità metaforica delle battute. Nel corso dell’azione scenica, però, la timidezza del professore cede ad una progressione di comportamento aggressivo e dominante: «Silenzio. O le spacco la zucca» mentre la ragazza sarà sempre più pallida, inerte e passiva. “Mi scusi, signorina, volevo dirle… che ci si può aspettare di tutto […] Indubbiamente, professore… Sono brava, vero professore? […] Sicuro, signorina… o quasi. Lei riuscirà a conoscere bene tutte le stagioni, ad occhi chiusi. Come me[10]. L’inquietudine creata dal silenzio del professore che guarda l’allieva implica una inversione comportamentale che passa attraverso una ampia gamma di sentimenti: comicità e tragicità, patologia e furore, timidezza e sicurezza, fiducia e inganno. “No, professore, no… È meglio di no…[11]

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Uno scatto di una delle varie rappresentazioni italiane dell’opera “La lezione” per la regia di Tonio Logoluso. Foto tratta dal sito: http://www.teatrodelleonde.altervista.org

 

Il misterioso personaggio di Maria, la governante, è deputato a preparare e scandire i vari momenti dell’azione, a dispensare consigli e avvertimenti come pure a concedere il perdono. Nonostante il professore cerchi di dissimulare il proprio stato d’ebbrezza, la situazione sembra talmente inverosimile da costruire attorno all’atto osceno dell’uomo un intero paradosso di suggestioni. In una specie di danza egli gira intorno all’allieva, brandendo un coltello invisibile: «Ripeta, ripeta: coltello… coltello… coltello»[12]. L’allieva cade su una sedia vicino alla finestra mentre il professore si asciuga la fronte, poi in preda al panico chiama la governante che prontamente gli torce il polso, facendo cadere a terra il coltello. “Ed è la quarantesima volta, oggi… E tutti i giorni è la stessa musica. Tutti i giorni[13]. Il professore,piagnucolando, si giustifica, dicendo che non è colpa sua e che l’allieva era disubbidiente e non voleva imparare; addirittura sollecita la sua complice di non fare del male alla giovane mentre prendono il suo corpo per portarlo fuori dalla stanza. “Subito, subito, arrivo”. Come all’inizio della commedia la governante prima di aprire la porta alla nuova allieva, getta un quaderno ed una cartella nell’angolo dove sono ammucchiati altri quaderni e quando cade il sipario si odono nuovi colpi di martello. 

63

La scrittura di Ionesco trova fondamento anche sul fenomeno della “proliferazione”; nei suoi testi possiamo trovare accumuli di sedie, tazze e mobili, mucchi di uova, cadaveri che si ingrandiscono, rinoceronti vaganti per le vie cittadine. Neppure il linguaggio è privo di questa regola e tutto ciò che si enuncia si dilata fino alla soglia del fantastico mentre l’innovazione è data da un immaginario stravagante che stupisce ed estranea, disorienta e delude, si contraddice e afferma. Lo sproloquio, il significante, la prolessi e il nonsense lasciano spazio ad una logica “fittizia” che conduce verso l’assurdo. Di conseguenza lo spettatore è chiamato ad esplorare anche le linee del mostruoso. In questo dramma comico si rinnova il genere drammatico con l’uso dissimulato di quelli che sono i dettami dell’arte drammaturgica: come unità degli opposti, tridimensionalità dei personaggi, orchestrazione, conflitto adombrato e crescente, scena obbligatoria, inseriti nella commedia in una consolidata logica astratta con l’uso di limerik e nonsense

«La scelta di un tono ha molto in comune con la creazione di un’atmosfera»[14]

671676L’atmosfera tematica percepita nella farsa tragica Le sedie, è quella dell’assenza, del nulla, del vuoto, dell’irrealtà del reale. Le sedie restano vuote perché non c’è nessuno ad occuparle. L’opera oscilla tra ilarità e spavento e fa aggallare un qualcosa che il censore interno tende a tenere nascosto. La vecchiaia impersonata dai due protagonisti non è quella propria dell’età bensì corrisponde ad una condizione esistenziale. L’interpretazione di senso della commedia si dipana tra personaggi invisibili, sedie vuote, gestualità e linguaggio, ambiente e rimpianto. Seppure il drammaturgo non si pone la visuale psicologica, egli afferma che gli invitati invisibili sono allegoria delle angosce, dei sensi di colpa, della sconfitta, della vanità, dell’umiliazione dei due vegliardi. Le sedie vacanti simboleggiano il vuoto della vita, dilagante sulla scena come se fosse deformato.

Mediante l’uso di linguaggi non verbali e mutamenti di tonalità l’autore racconta gli aspetti negativi dell’animo umano e la qualità della vita. I due protagonisti vivono soli, senza amici, isolati dal contesto sociale, rivivono ricordi, annullano la speranza e dimenticano la trascendenza ed il loro ciclo vitale si chiude con un gesto tragico e incredibile: «Su, tesoro, chiudi la finestra. L’acqua stagnante fa cattivo odore […] Io voglio guardare. Le barche sull’acqua fanno delle chiazze al sole […] Ma non puoi vederle! Non c’è il sole, è notte, tesoro mio, […] ne restano le ombre»[15]. Da queste battute si evince l’oscura realtà in cui vivono i due vecchi mentre l’elemento acqua e i lemmi “stagnante” e “ombra” lasciano presagire un’enfasi di crisi e conseguente risoluzione. “Il Papa, i pappagalli e i papiri? […] Li ho convocati. Annuncerò il mio messaggio[16]. Il fruscio delle barche sull’acqua, le scampanellate, l’accoglienza ai nuovi venuti, il continuo va e vieni, il trasporto delle sedie, l’intreccio e la sospensione dei dialoghi, sono motivo di agitazione per il vecchio che, similmente alla moglie, sembra muoversi su pattini a rotelle. Il tramestio, il frastuono delle voci, il suono di fanfare contrastano col fascio di luce viva che dalla porta di fondo inonda il palcoscenico. Il sopraggiungere dell’Imperatore è salutato da immobilità, stupore e riverenze da parte degli astanti: «Non capisco… non credo… è impossibile… ma sì… inverosimile… eppure… sì… sì… s»[17]. Secondo la logica interpretativa la luce che ravviva l’ambiente e la figura dell’Imperatore possono o non possono richiamare immagini del trascendente ossia la grazia concessa in una visione di pace; secondo il senso e non senso ai due vegliardi non resta altro che compiere quel “sacrificio supremo”, la morte per acqua, che nessuno o qualcuno domanda. “Noi lasceremo delle tracce perché siamo delle persone e non delle città[18]. Inneggiando all’imperatore i due si gettano dalla finestra; i loro corpi cadono nell’elemento liquido, forse desiderio implicito di ritorno al grembo materno, provocando un tonfo udibile dall’interno della casa. Una volta scomparsi i due vecchi, scompare anche la luce, le finestre sono buie e sul palcoscenico resta soltanto la luce fioca dell’inizio.

E quali finalità sono da attribuire a quell’oratore che si sforza di farsi capire dalla folla con suoni strani e segni bizzarri?

«Mmm, mmm, mmm, Crr, rrr, rrr. Ggg, ggg, guerr»[19]. Stelle filanti e coriandoli, le sedie, il podio, rimangono ad ingombrare il pavimento dopo che l’oratore con “andatura da fantasma” è uscito di scena e il buio fitto scherma la porta di fondo. Poi dalla folla invisibile in ordine crescente e decrescente si alza un suono di voci. La farsa dura finché il pubblico vero, inevitabilmente chiamato a risolvere l’enigma, non lascia il teatro e il sipario si chiude lentamente come ad unire i punti noti e meno noti di una stessa circonferenza.

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Uno scatto della rappresentazione dell’opera “Le sedie” tenutasi al Cinema-teatro Lumiere di Ragusa nel 2012 per la regia di Vittorio Bonaccorso.  Fonte della foto: http://www.ragusanews.com 

Con espedienti scenici Ionesco si diverte a depistare i lettori da ciò che vuole veramente dire nelle sue opere che all’apparenza possono risultare scialbe e prive di senso, ma che al contrario nascondono una ben precisa morale e inducono a riflettere sui temi cardine della condizione umana.

LUCIA BONANNI 

San Piero a Sieve (FI), 14 gennaio 2017

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:

EUGÈ IONESCO, Teatro completo, Einaudi, 1993

LAJOS EGRI, L’arte della scrittura drammaturgia, Dino Audino, 2003

LORENZO SPURIO, “L’anti-opera di Ionesco: il teatro che smitizza la vita” (inedito)

 

Note:

[1] Eugène Ionesco, Teatro completo, Einaudi, 1993, p. XXXVII.

[2] Ivi, p. XLVI.

[3] Ivi, p. 25.

[4] Ivi, p. 33.

[5] Ivi, pp. 37-38.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, p. 707.

[8] Ivi, p. 44.

[9] Ivi, p. 45.

[10] Ivi, p. 47.

[11] Ivi, p. 57.

[12] Ivi, p. 69.

[13] Ivi, p. 70.

[14] Lajos Egri, L’arte della scrittura drammaturgica, Dino Audino, 2003, p. 165.

[15] E. Ionesco, Op. cit., p. 142.

[16] Ivi, p. 149.

[17] Ivi, pp. 173-174.

[18] Ivi, p. 183.

[19] Ivi, p. 184.

VI Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”: il bando di partecipazione

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VI Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, con il Patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Ancona e del Comune di Jesi, con la gradita collaborazione della Associazione Culturale Le Ragunanze di Roma, della Associazione Verbumlandi-Art di Galatone (LE) e della Associazione CentroInsieme Onlus di Napoli, bandisce la VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” regolamentata dal presente bando.

Art. 1 – SEZIONI

Sez. A – poesia in lingua italiana

Sez. B – poesia in dialetto (accompagnata da traduzione in italiano)

Sez. C – haiku

Sez. D – critica poetica

Art. 2 – ESCLUSIVITÀ

Le opere presentate a concorso dovranno essere INEDITE pena l’esclusione.

Per inedito si intende che il testo non è mai apparso in precedenza in un libro stampato in cartaceo o in digitale dotato di codice identificativo ISBN e parimenti in nessuna rivista cartacea o digitale dotata di codice ISSN. Poesie pubblicate ed apparse su siti personali, blog, pagine di Social e Facebook sono da intendersi inedite.

Le opere presentate non dovranno aver ottenuto un 1°, 2° o 3° premio in un precedente concorso, pena l’esclusione.

È fatto divieto ai soci fondatori ed onorari della Associazione Culturale Euterpe di prendere parte al concorso, pena l’esclusione.

Art. 3 – MINORI

I minorenni possono partecipare al premio ma è necessario che la scheda dati venga firmata in calce da un genitore o da un adulto che ne ha la potestà indicando tra parentesi, in maiuscoletto, il grado di parentela o il legame al minore.

Art. 4 – STRANIERI

Gli stranieri che vivono all’estero partecipano gratuitamente al premio.

Art. 5 – REQUISITI

È possibile partecipare a una o più sezioni.

Alla sezione A si partecipa con un massimo di 3 poesie in lingua italiana a tema libero che non dovranno superare il limite di 30 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi).

Alla sezione B si partecipa con un massimo di 3 poesie in dialetto a tema libero comprensive di traduzione in italiano che non dovranno superare il limite di 30 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi).

Alla sezione C si partecipa con un massimo di 3 haiku (5-7-5 sillabe) in lingua italiana.

Alla sezione D si partecipa con un testo critico su un’opera poetica, una silloge, un libro o una poesia singola nella forma di critica letteraria, recensione, analisti testuale o studio di approfondimento. Tale testo non dovrà superare 4 cartelle editoriali pari a 7.200 battute spazi compresi (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica, né la bibliografia).

Art. 6 – CONTRIBUTO

Per prendere parte al Premio è richiesto il contributo di € 10,00 a sezione a copertura delle spese organizzative. È possibile partecipare a più sezioni corrispondendo il relativo contributo indicato.

Bollettino postale: CC n° 1032645697

Intestato ad Associazione Culturale Euterpe    –    Causale: VI Premio “L’arte in versi”

Bonifico: IBAN:   IT31H0760102600001032645697

Intestato ad Associazione Culturale Euterpe    –    Causale: VI Premio “L’arte in versi”.

Contanti: Nel caso si invii il materiale per posta tradizionale, la quota di partecipazione potrà essere inserita in contanti all’interno del plico di invio.

Gli associati della Associazione Culturale Euterpe regolarmente iscritti all’anno di riferimento (2017) hanno diritto ad uno sconto del contributo pari al 50% per sezione.

Per i partecipanti che vivono all’estero la partecipazione è gratuita.

Art. 7 – SCADENZA E MODALITÀ DI INVIO

Il partecipante deve inviare entro e non oltre il 15 maggio 2017 alla mail arteinversi@gmail.com il seguente materiale:

  • Le poesie/la critica poetica anonima in formato Word (.doc o .docx), ciascuno su un file distinto
  • La scheda di partecipazione appositamente compilata in ogni sua parte
  • La ricevuta del versamento

In alternativa, l’invio di detto materiale potrà essere effettuato in cartaceo (per la scadenza fa fede il timbro postale di invio), e dovrà essere inviato a:

VI Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”

Associazione Culturale Euterpe

c/o Dott. Lorenzo Spurio

Via Toscana 3

60035 – Jesi (AN)

La segreteria del Premio notificherà a mezzo mail la ricezione dei materiali e la corretta iscrizione al concorso.

Art. 8 – ESCLUSIONE

  1. Saranno esclusi dalla Segreteria tutti quei testi che non siano conformi alle indicazioni contenute nel presente bando e in maniera particolare i testi che riportino il nome, il cognome, il soprannome dell’autore o altri segni di riconoscimento e di possibile attribuzione dell’opera.
  2. Saranno esclusi tutti quei testi che non rispettino i limiti di lunghezza indicati.
  3. Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, xenofobi, denigratori, pornografici, blasfemi, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo o che fungano da proclami partitici e politici.

Art. 9 – COMMISSIONE DI GIURIA

La Giuria è composta da varie commissioni designate dal Presidente del Premio a rappresentare le varie sezioni a concorso di cui verrà data conto della composizione in sede di premiazione.

Art. 10 – PREMI

Verranno premiati i primi tre vincitori per ciascuna sezione. I premi consisteranno in:

Primo premio: targa, diploma con motivazione, tessera socio Ass. Euterpe anno 2018 e 150€

Secondo premio: targa, diploma con motivazione e 100€

Terzo premio: targa  e diploma con motivazione.

La Giuria procederà a individuare per opere particolarmente meritorie non entrate nel podio ulteriori premi che saranno indicati quali “Menzione d’Onore” e “Segnalati dalla Giuria” e attribuirà altresì il Premio Speciale del Presidente di Giuria, il Trofeo “Euterpe”, il Premio alla Carriera Poetica, il Premio alla Memoria e i premi gentilmente offerti da associazioni amiche che appoggiano il Premio: Premio Speciale “Le Ragunanze” offerto dall’Associazione di Promozione Sociale Le Ragunanze di Roma presieduta da Michela Zanarella, il Premio Speciale “Verbumlandi-Art” offerto dalla Associazione Verbumlandi-Art di Galatone (LE) presieduta da Regina Resta e il Premio Speciale “Centro Insieme” offerto dall’Associazione CentroInsieme Onlus di Scampia (NA) presieduta da Vincenzo Monfregola.

Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi congrua o significativa per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito, l’Associazione Culturale Euterpe si riserva di non attribuire determinati premi.

Tutti i testi risultati vincitori verranno pubblicati nella antologia del Premio.

Art. 11  – PREMIAZIONE

La cerimonia di premiazione si terrà a Jesi (AN) in un fine settimana di novembre 2017. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso le indicazioni circa la data e il luogo della premiazione.

I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio o per mezzo di un delegato. In caso di delega questa va annunciata a mezzo mail almeno una settimana prima della cerimonia all’attenzione del Presidente del Premio.

Il delegato avrà diritto a ricevere il premio, ma non il premio in denaro che verrà consegnato solamente al legittimo vincitore.

I premi non ritirati non verranno spediti a domicilio e rimarranno all’Associazione che li impiegherà in successive edizioni.

Si ribadisce che nessun premio in denaro verrà consegnato a persone diverse dal legittimo vincitore.

Art. 12 – PRIVACY E ULTIME

Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente Legge 675/1996 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi.

Il presente bando di partecipazione consta di dodici articoli, compreso il presente. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

Lorenzo Spurio – Presidente del Premio / Presidente Ass. Euterpe

Susanna Polimanti – Presidente di Giuria

Elvio Angeletti – Segretario

 

Info:

Associazione Culturale Euterpe – www.associazioneeuterpe.com –  ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327-5914963 –  Pagina FB: http://tinyurl.com/jkxk2gu

Segreteria Premio “L’arte in versi” – www.arteinversi.blogspot.itarteinversi@gmail.com  – Pagina FB

SCHEDA DI PARTECIPAZIONE

Nome/Cognome ____________________________________________________________________

Residente in via ____________________________________________________________________

Città _____________________________ Cap ___________________Provincia__________________

Tel. _____________________________________ E-mail ___________________________________

Partecipo alla sezione:

□ A –Poesia in lingua italiana                           

con il/i testo/i dal titolo/i_____________________________________________________________________________

_________________________________________________________________________________

□ B – Poesia in dialetto   (specificare dialetto: _______________________________)      

            

con il/i testo/i dal titolo/i________________________________________________________________

__________________________________________________________________________________

□ C – Haiku

□ D – Critica poetica

con il testo dal titolo  

__________________________________________________________________________________

L’autore è iscritto e tutelato dalla SIAE?         □  SI               □  NO

I testi presentati al concorso sono depositati alla SIAE?        □  SI               □  NO

Se SI indicare quali testi ______________________________________________________________

__________________________________________________________________________________

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono inediti, in linea con quanto richiesto dal bando all’art. 2.

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

□ Autorizzo l’Associazione Culturale Euterpe a pubblicare il/i mio/miei testo/i all’interno dell’opera antologica del Premio senza nulla avere a pretendere né ora né in futuro.

□ Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy ( L. n. 675/1996; D.Lgs n. 196/2003) allo scopo del concorso in oggetto e per le iniziativa organizzate dalla Associazione Culturale Euterpe.

□ Sono a piena conoscenza della responsabilità penale prevista per le dichiarazioni false dall’art. 76 del D.P.R. 445/2000.

Data_____________________________________ Firma ___________________________________

“Il mare”, poesia del palermitano E. Marcuccio

IL MARE[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO 

per_Il Mare, foto di Edoardo Pisani.jpg

Come i nostri pensieri è il mare,

scroscianti acque,

ondeggianti flutti,

onde che vanno senza ritorno

e i nostri pensieri così,

vanno, vanno…

in questo ondeggiar,

in questo scolorar

d’acqua salata…

Così, in un mare

d’immenso

il cor s’inabissa

e dolce mi viene all’anima

una suprema quiete.

[1] Scritta il 27 gennaio 1991, poi edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, viene qui presentata in una seconda versione da me rivista il 7 settembre 2016. [N.d.A.]

Francesca Luzzio su “Dipthycha 3” di Emanuele Marcuccio

Questo che segue è l’intervento di Francesca Luzzio (poetessa, scrittrice, critico letterario) tenuto a Palermo presso Villa Trabia il 12-6-2016 nell’occasione della presentazione del volume «Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito….» (PoetiKanten, 2016) a cura di Emanuele Marcuccio.

Dipthycha 3 è un’antologia poetica curata da Emanuele Marcuccio; ma forse, è meglio leggere il numero tre come avverbiale, ter, ossia tre volte perché è la terza volta che viene pubblicata una raccolta di poesie con questo stesso titolo, se si prescinde dal numero che ne indica la successione e da qualche variante verbale presente nel sottotitolo.

Il progetto trova la sua matrice nel manifesto dell’Empatismo nato a Busto Arsizio (VA) nel 2014. I soci fondatori considerano la poesia “come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo”; inoltre fra l’altro si legge che “i poeti empatici eleggono il dittico poetico a due voci come forma per eccellenza di empatia poetica”. Orbene in Dipthycha 3 il curatore continua a immedesimarsi “in ogni vita vivendo mille vite in una”, come si legge ancora nel manifesto, e sicuramente ad esprimere questa “corrispondenza d’amorosi sensi”, come spesso Emanuele suole dire, citando il famoso verso dei Sepolcri di Foscolo, non poteva non nascere un terzo volume, a cui sicuramente ne seguiranno altri.

Ma la corrispondenza qui i vivi non l’istaurano con i morti, ma con la natura quale amica e confidente, con la vita attuale, con il presente, con il rifiuto dei disvalori che la caratterizzano, aspetto quest’ultimo fra l’altro dichiarato esplicitamente nel manifesto programmatico di cui si è detto, non solum sed etiam i poeti comunicano inconsapevolmente tra loro perché ispirati dalla stessa realtà, dallo stesso contesto naturale ed umano in cui tutti viviamo e rivelatore di tale corrispondenza è il computer, è internet che Marcuccio chiama “foglio di vetro impazzito” e di cui i poeti del passato, certo, non potevano fruire. Grazie alla tecnologia, grazie a questo moderno dittico, quale è il portatile, possiamo corrispondere, dialogare tra noi stessi e con il mondo. Emanuele per primo ha messo in evidenza l’importanza di internet a tal fine e, in qualità di curatore delle tre antologie nei sottotitoli ne ha rilevato il ruolo e l’importanza. Così i diptycha, le tavolette cerate d’epoca romana diventano metafora della comunicazione virtuale la cui importanza viene ribadita nel sottotitolo di questa terza antologia senza l’aggiunta di avverbi, considerata l’acquisita certezza della sua idoneità alla scoperta delle affinità elettive in poesia. Ciò detto ci resta di calarci dentro il testo e vedere come Emanuele con naturalezza empatica scopre non solo affinità elettive tra lui ed altri poeti, ma anche tra poeti diversi da lui stesso, grazie a quel meraviglioso strumento di cui abbiamo testé parlato. Affinità elettive si è detto ed “elettive” deriva dal latino “eligo”che fra l’altro significa scegliere ed Emanuele ha scelto ed ha saputo alimentare, dare vita attraverso questa antologia a quella empatia che esiste tra poeti che magari senza internet, non si sarebbe scoperta.

dipthycha-3_original-cover_front_900Robert Vischer, studioso di arti figurative e problematiche estetiche di fine Ottocento definisce “empateia” la capacità fantastica di cogliere il valore simbolico della natura, sentir dentro “con-sentire”, ossia percepire la natura esterna come interna, appartenente al nostro stesso corpo, proiettare da noi agli altri e alle cose che percepiamo. Teodor Lipps pone anche lui l’empatia al centro della sua concezione estetica e filosofica e la considera quale attitudine al sentirsi in armonia con l’altro, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d’animo e quindi in piena sintonia con ciò che egli stesso vive e sente. Entrambe le definizioni sono idonee a definire i dittici poetici presenti in questa antologia, dove Emanuele non propone solo corrispondenze tra sé ed altri poeti, quali Silvia Calzolari con la quale ha condiviso il primo dittico presente in tutte le tre antologie, quasi come dittico programmatico dedicato alla telepresenza (leggere), ma anche dittici di poeti diversi, dove egli ha semplicemente avuto il ruolo di rivelarne “l’empatia telematica. I primi ventuno componimenti vedono interagire Emanuele con Silvia Calzolari e altri poeti, quali Giovanna Nives Sinigaglia, Lucia Bonanni, Maria Chiarello, Ciro Imperato, solo per citarne alcuni e non fare una lunga elencazione, ma tutti profondamente ispirati nel rivelare sempre i profondi moti dell’animo e proiettarli in una natura complice ed amica o nel denunziare le problematiche sociali dei nostri giorni. Ovviamente ogni poeta pur trattando lo stesso tema, tende a proporlo secondo le proprie modalità espressive, il proprio stile. Ad esempio, Silvia Calzolari, è una delle poetesse con le quali Marcuccio ha trovato molte affinità elettive, ma se prescindiamo dall’unità tematica che ha dettato l’ispirazione, notevoli sono le divergenze stilistico-formali, infatti se da un lato Emanuele propone dei versi subito intellegibili per la stringatezza morfo-sintattica e per l’immediatezza lessicale che talvolta risente di influsso leopardiano, Silvia Calzolari talvolta adopera tecniche fono-espressive futuriste, come ad esempio nelle lirica “Marcio”, giocando sul doppio senso che le parole acquisiscono grazie alla presenza o assenza di una lettera; affinità anche in ambito stilistico invece ci pare che siano ravvisabili nelle liriche “Dormivano le stelle” di Grazia Finocchiaro e “Serena e di stelle…” di Emanuele Marcuccio, dove la natura si anima e l’io si naturalizza, in una sorta di panismo dannunziano.

La corrispondenza esistenziale e panica con la natura è sicuramente la nota distintiva della prima parte dell’antologia e persiste anche nella seconda, dove tuttavia diventano significativi e più rilevanti le tematiche sociali. Dopo i primi dittici in cui prevalgono le poesie di Giusy Tolomeo in corrispondenza con Teocleziano Degli Ugonotti e poi ancora con Maria Rita Massetti, Lorenzo Spurio ed altri poeti i cui nomi sono rilevabili anche più volte nella raccolta, è presente anche qualche dittico in cui almeno uno dei due poeti è presente solo una volta, come, ad esempio, il dittico “Al piccolo Aylan sulla spiaggia” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio. Come si è già rilevato, in questa sezione sono prevalenti tematiche attuali, legate anche alla cronaca di questo triste momento storico che stiamo vivendo, come il problema dell’immigrazione presente nel dittico testé citato o in quello di Lorenzo Spurio e Giusy Tolomeo, la violenza contro le donne, come nel dittico tra Rosalba Di Vona e del già citato Lorenzo Spurio, ma c’è anche l’esaltazione della donna, della sua capacità di vivere, di sapersi adattare alla pluralità delle sue mansioni: madre, amante, casalinga, etc., come nel dittico Tagliente – Massetti con cui si chiude la seconda sezione.

Dulcis in fundo a convalidare la corrispondenza, l’empatia eterna tra i poeti di ogni tempo, concludono la raccolta tre dittici tra autori del Novecento(d’Annunzio, Montale e Palazzeschi in corrispondenza empatica rispettivamente con Aldo Occhipinti e Lucia Bonanni.

FRANCESCA LUZZIO 

Palermo, 12 giugno 2016

Esito di selezione dell’antologia poetica “Non uccidere” a cura di I.T.Kostka e L. Spurio

14212560_1659700617680470_2508908360777544444_nCon la presente siamo ad inoltrare l’esito finale della selezione di testi poetici per l’antologia tematica “Non uccidere” a cura di Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio. L’iniziativa, volta a raccogliere testi poetici che a loro modo forniscano elementi di riflessione su episodi sociali in cui il tema della violenza è al centro dell’interesse, ha una sua finalità benefica, volendo destinare il ricavato derivante dalla vendita della antologia, detratto dei costi di stampa a cura della The Writer Edizioni di Milano, all’Associazione contro la violenza sulle donne “Pronto Donna” di Arezzo (http://www.prontodonna.it).

Vi ringraziamo tutti per aver voluto aderire a questo progetto che ci ha dato grande soddisfazione per l’ampia quantità dei materiali pervenuti ed onore nel leggere i vostri componimenti ai quali è seguito un commento serrato di entrambi i curatori. Il lavoro di selezione non è stato semplice né veloce e ha coinvolto i curatori con ulteriori riletture, scambi di opinioni e quant’altro.

L’esito derivante da questo attento processo di selezione e valutazione è contenuto nella lista che fa seguito a questa comunicazione.

Ricollegandoci a quanto contenuto già nel bando di selezione alla antologia, è nostro interesse ricordare alcune cose importanti che regoleranno lo svolgimento dell’iniziativa verso il successivo cammino editoriale.

1. La selezione operata dai curatori è insindacabile e non verranno fornite motivazioni circa l’esclusione al progetto di determinati testi od autori.

2. Ogni autore selezionato si impegna, con successivo modulo-liberatoria che verrà poi inviato, all’acquisto minimo di 2 (DUE) copie della antologia al prezzo di 20€ (VENTI EURO) comprensivo di spese di spedizione mediante piego di libro ordinario.

I curatori

Izabella Teresa Kostka
Lorenzo Spurio 

● LA LISTA  DEI POETI E DEI BRANI  SELEZIONATI PER L’ANTOLOGIA  “NON UCCIDERE. CAINO E ABELE DEI NOSTRI GIORNI” (in ordine casuale):

1. Candido Meardi 2 brani: “Felicità a Berlino 1945”, “Recitativo Ruanda 1944”

2. Francesco Battaglia 2 brani:  “Il cappio”, “Il patto”

3. Maria Rosa Oneto 2 brani: “È tempo di misericordia”, “Il tuo perdono” 

4. Maria Pompea Carrabba 2 brani: “Gaza”, “Noi e la vita da niente”

5. Anna Fresu 3 brani: “Il marchio di Caino”, “E poi venne lo sparo”, “Polvere”

6. Grazia Fresu 3 brani: “Datemi i vostri bambini”, “Guerra”, “Tacchi forti” 

7. Maria Luisa D’Amico 2 brani: “Come le onde”, “Dedicata a…”

8. Danila Oppio 3 brani: “Delicate suggestioni”, “Ululato”, “Violenza”

9. Lucia Bonanni 2 brani: “Foglia nel vento”, “Maschera veneziana” 

10. Lucia Audia 1 brano: “Perle nel buio” 

11. Maria Giulia Mecozzi 1 brano: “Lo stupro” 

12. Tania Scavolini 3 brani: “La bimba con l’orsetto”, “Chi proteggerà la mia ombra”, “Terra”

13. Tania Di Malta 1 brano: “Anime nere”

14. Fernanda Campagnuolo 2 brani: “Giochi perversi”, “L’acro odore dei pregiudizi” 

15. Antonella Vara 1 brano: “Olocausto” 

16. Luigi Maione 2 brani: “Canto muto”, “Il nostro tempo” 

17. Rossana Angeli 2 brani: “Donna”, “Noi bambini della guerra”

18. Carla Abenante 1 brano: “Silenzi” 

19. Maria Teresa Tedde 2 brani: “I bambini di Aleppo”, “Rauca la mia voce di pianto” 

20. Cecilia Minisci 2 brani: “L’urlo di Angelo”, “Un novembre di Fossoli”

21. Susan Moore  (Paola Carriera) 3 brani: “Se fossi tu”, “Qui non si scappa”, “Ci saranno ancora fuochi” 

22. Luigi Balocchi 3 brani: “Botte”, “Il pasto di Dioniso”, “Compere d’amore”

23. Franca Donà 2 brani: “Malika”, “Tracce di rossetto” 

24. Mariella Bernio 2 brani: “Da allora”, “Una storia come tante”

25. Giuseppe Leccardi 2 brani: “Bataclan”, “Mai più la guerra” 

26. Pasqualina Di Blasio 1 brano: “Nutrire il pianeta” 

27. Carlo Zanutto 1 brano: “Quanto odio puoi avere” 

28. Laura Piazza 3 brani: “Nell’abisso”, “In nome di quale Dio”, “In attesa di un segno” 

29. Michela Zanarella 2 brani: “Pugni sul cuore”, “Io non ho paura” 

30. Bruno Daga 2 brani: “Il sangue degli dei”, “Sposa” 

31. Laura Barone 2 brani: “Per ogni donna uccisa”, “Vengo da guerre lontane” 

32. Enzo Bacca 3 brani: “Ti porterò un fiore, Ahmed”, “Kamal, dieci anni”, “Al sole della controra”

33. Elvio Angeletti 3 brani: “Libera il tuo sorriso”, “Mani di cera”, “Non tacere” 

34. Patrizia Varnier 1 brano: “A che serve un aquilone?”

35. Tina Ferreri Tiberio 1 brano: “Chicca, ti chiamavano Chicca”

36. Emanuele Marcuccio 1 brano: “Ad Astianatte” 

37. Gaetano Catalani 2 brani: “La malerba”, “E le stelle stanno a guardare”

38. Salvatore Greco 1 brano: “Occhi stanchi di piangere”

39. Sergio Camellini 2 brani: “L’orgoglio della femminilità”, “Male, perché?”

40. Francesca Luzzio 1 brano: “Indietro” 

41. Doris Pascolo 1 brano: “Un pianto nel silenzio” 

42. Rosanna Di Iorio 3 brani: “Turbe dei nostri tempi”, Numero quattrocentoottantatre, maschio, appena tre anni e forse meno”, “Senza voce”

43. Margherita Bonfilio 2 brani: “Amore malato”, “Una sera come tante”

44. Gianni Palazzesi 1 brano: “Il bambino sulla riva” 

Partecipazione Straordinaria di Fabrizio Romagnoli (attore cinematografico e teatrale, regista, drammaturgo e insegnante) con un monologo teatrale sul bullismo che verrà pubblicato all’interno della raccolta.

Congratulazioni a tutti!

I curatori dell’antologia: 

Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio 

3 gennaio 2017

L. Spurio su “Eva non è sola” progetto contro la violenza sessuale di Lorena Marcelli

 

eva

In questo volume antologico curato dalla scrittrice abruzzese Lorena Marcelli trovano posto racconti e poesie di vari autori contemporanei che hanno aderito alla causa di denuncia contro l’inarrestabile fenomeno della violenza di genere. In particolar modo è nei contributi narrativi che i vari autori sono riusciti a rendere con tocchi di alta qualità linguistica e perfetta padronanza del genere, i degradati ambiti relazionali e sociali, le aridità umane e i nevrotici meccanismi della mente che sono protagonisti di storie inenarrabili e dolorose dove è la sregolata azione umana a dettare le esistenze dei suoi simili.

Uomini soli o scontenti, delusi e incompresi o più spesso maneschi ed ossessionati, profondamente gelosi e dalla cultura fondata su una impostazione retrograda e patriarcale, come i peggiori mostri o caratteri maligni della fiaba più terrificante, mostrano tutte le loro ambiguità di fondo, le debolezze mascherate dall’adozione della violenza e dalla manifesta supremazia. Sono descritti scenari familiari e relazionali alquanto difficili dove la comprensione per le donne sole e dominate sembra essere la grande assente, tanto da spingere le malcapitate a una fuga dal contesto domestico che difficilmente riesce a compiersi perché –per citare dal racconto di Corinne Savarese- “la sofferenza è un mantello gelido che cala addosso e toglie il sole”.

Due date importanti nella legislazione del nostro Paese che hanno concesso alla donna una maggiore possibilità di tutelarsi e di rivendicare il proprio stato d’abnegazione indotta e di vera e propria schiavitù sono rappresentate dall’abrogazione del cosiddetto delitto d’onore[1] (1981) e dal riconoscimento del femminicidio quale reato propriamente detto (2013) che prevede un inasprimento della gravità nei confronti degli atti persecutori (stalking) commessi od omicidio contro il partner, coniuge o convivente.

Un programma televisivo come “Amore criminale” (Rai3), il prossimo anno alla decima edizione, risulta essere uno dei format di denuncia alla violenza sessuale più seguiti e sarebbe senz’altro stato impensabile solamente venti o venticinque anni fa quando la violenza sulla donna veniva denunciata molto meno, malcelata o sviata in modi e forme che contribuivano alla decolpevolizzazione del gesto verso l’uomo e alla mancata protezione sociale verso la donna. Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di violenza sessuale anche per mezzo di un’ampia campagna volta alla denuncia e alla coscienziazione su quanto sia ulteriormente peggiorativo e lesivo della persona interessata e della società celare, tentare di annullare o archiviare un dato episodio di violenza. La casistica che si presenta all’interno di una coppia dove l’uomo giunge all’adozione spregiudicata della violenza è per lo più similare se non addirittura un copione ormai troppo noto che si ripete assai frequentemente.

Denunce di stalking fatte ed archiviate, denunce di violenza che impongono l’uomo a stare lontano dalla casa e dal raggio d’azione della donna, affido unico dei minori alla madre e soprattutto l’evidenza della fine del rapporto sono i temi cardine dai quali si sviluppa furiosa l’energia dirompente e annullante dell’uomo. Compreso che l’altra metà non è più in qualche modo suggestionabile e assoggettabile, l’uomo –come sospinto in un retrogrado recupero dello stato di natura- perde ogni peculiarità propria del genere umano e si brutalizza. Come un animale selvaggio impiega la forza per ottenere ciò di cui ha bisogno, una volta che il ragionamento, il dialogo, il desiderio di una crescita hanno dimostrato l’inefficacia nel suo ferino percorso di depredazione. Ecco che gli istinti di morte sopravvengono in maniera incontenibile sfociando su ciò che fino a poco prima era stato l’oggetto dell’amore, la donna della propria vita, la compagna di un’intera esistenza. Non sono infrequenti, infatti, fenomeni di femminicidio anche all’interno di coppie unite in matrimonio da vari decenni. Il femminicidio non è un fenomeno mappabile per età, livello culturale, geografia, condizione economica, confessione religiosa, etc. perché –lo si è visto dalla cronaca- interessa fasce generazionali diverse, intacca persone dall’alto profilo umano come pure persone modeste, che conducono una vita semplice. Se la cultura potesse intervenire a sanare questo difficile problema, che ha assunto i tratti di una realtà endemica, allora si potrebbe lavorare in questa direzione per non consentire che strati disagiati ed emarginati della società cadano in questo baratro ma purtroppo il livello culturale, l’apertura nei confronti della società, il grado di istruzione etc. non sono paradigmi che incidono direttamente su questo tipo di relazioni malate, su questi accecamenti della psiche quando tutto viene travolto da un annebbiamento pauroso della mente dal quale non è possibile mettersi in salvo.

Ecco, allora, che progetti come questo curato da Lorena Marcelli possono essere utili nella società frammentata dell’oggi dove il problema è sempre più concreto tanto da poter riguardare la nostra vicina di casa come pure una nostra amica che, per vergogna, riesce a tenere tutto nascosto sino a che non si presenta un episodio critico che palesa la situazione di inadeguatezza e sofferenza.

Parlare del femminicidio e della violenza in genere non serve a risolvere né a sanare un problema talmente vasto e radicato, purtroppo, in un certo tipo di cultura che, se per molte cose può dirsi all’avanguardia e innervata su un rimarchevole sviluppo umano, dall’altro canto è essa stessa erede di una forma pregiudiziale, maschilista e patriarcale, di quel patriarcato austero di provincia relegato in famiglie spesso numerose ma dove l’orrore è un fatto facile e genetico da nascondere.

La società d’oggi, suggestionata da continui casi d’inciviltà e di sfruttamento è ben informata su cosa è richiesto di fare, rispondendo alla propria coscienza e all’impegno etico di chi è cittadino del mondo, dinanzi a casi d’abuso, di violenza, di sottomissione e, in ciascun modo, di emarginazione e annullamento dell’identità altrui. Permangono delle nocive sacche di resistenza rappresentate dall’omertà e dall’indifferenza, le due spregevoli sorelle che ancora sembra difficile da battere, complice quella cultura della tradizione e della strenua difesa dell’onore che in molti ancora non sono in grado di svilire, neppure al costo del salvataggio di una vita.

C’è poi la questione religiosa che non è da sottovalutare. La vecchia Europa è da anni il bacino d’approdo di numerose famiglie di altre parti del mondo, spesso di fede musulmana. Figlie di berberi che in Europa cercano di condurre la vita familiare nella piramidale organizzazione della società com’è nella loro cultura patriarcale e dispotica che, invece, fanno loro il nuovo stile di vita, quello italiano per l’appunto, senza indossare l’imposto velo, ricorrendo ai trucchi, scegliendo abiti colorati e moderni e dedicandosi in maniera particolare alla cura del corpo. Indimenticabile la vicenda della povera Hina Saleem che alcuni anni fa venne massacrata dal padre, dallo zio e da altri uomini della sua famiglia con la colpa di aver voluto vivere all’occidentale, di aver voluto indossare jeans e prendere parte alla normale vita sociale come le sue coetanee. Si tratta, allora, in questo caso di adoperare una piccola rettifica in merito a quanto esposto precedentemente circa il fattore culturale quale elemento incidente o meno in episodi di violenza di genere. La questione si fa oltremodo articolata tenendo in considerazione che in quella circostanza, come pure in altre simili, alcuni esponenti della comunità islamica non mancarono di prendere le distanze dall’esecrabile gesto.

Con questa opera si dà voce a chi l’ha perduta perché gli è stata tolta, alle donne che sono state imbavagliate, malmenate e costrette al silenzio, a tutte quelle persone che vivono nel tormento una condizione di profondo dolore, depressione e la convinzione di essere nulli per se stessi e per il mondo tutto. Vittime sacrificali di una crudeltà che è la vita degenerata della società d’oggi dove il sentimento e il rispetto finiscono per essere poca cosa quando si viene accecati dalla gelosia, dal risentimento, dall’odio e dalla necessità di rivalsa.

Il volume Eva non è sola curato da Lorena Marcelli si avvale del sostegno di amministrazioni pubbliche locali che hanno apprezzato l’esimio lavoro promosso riconoscendolo come degno di spessore a livello sociale, tra di loro la Provincia di Teramo e il Comune di Roseto degli Abruzzi dove si è tenuta la presentazione ufficiale del volume il 25 novembre u.s. presso la Sala Consiliare. A seguire l’antologia è stata proposta anche a Campobasso, Termoli e Pescara e tra le prossime tappe che la vedono protagonista figurano L’Aquila (il 18 gennaio) e Giulianova (il 20 gennaio). Il costo contenuto del volume (10€) permette una lettura non facile né dolce ma ricca di spunti di analisi tanto da rinvigorire quell’impegno socio-civile spesso tiepido e vacuo, a favore di una battaglia che è indistintamente di tutti. Affinché Eva non sia sola è necessario, però, sradicare il pregiudizio, archiviare i superomistici spiriti d’orgoglio maschile ed impiegare il cervello, unico mezzo che può consentire di comprendere la realtà. La violenza non è dell’uomo e quando egli se ne appropria deve essere condannato duramente senza scusanti di sorta.

 

 

La curatrice del volume

Lorena Marcelli vive in Abruzzo. Con lo pseudonimo di “Laura Fioretti” ha pubblicato i romanzi Uno strano scherzo del destino (2014), Per averti (2014) e Avrò cura di te (2015). Nel 2014 è risultata vincitrice assoluta del Concorso Nazionale indetto dall’editore Marcelli di Ancona nell’occasione del 50esimo anno di attività con il thriller storico L’enigma del Battista. In digitale ha pubblicato, con i tipi della Casa Editrice EEE, i romanzi La collina di girasoli (2015) e Un’altra direzione (2016).

Lorenzo Spurio

Jesi, 22-12-2016

 

[1] In Italia, come in altri paesi dell’Europa, veniva riconosciuto un attenuamento sensibile di pena o addirittura la cancellazione di pena in determinate circostanze nelle quale un crimine commesso interessava questioni di difesa dell’onore familiare. Vale a dire il genitore che uccideva la figlia perché questa si era unita sessualmente con un uomo diverso dal marito da lui ordinatole, contravvenendo a infangare il suo onore e la rispettabilità della famiglia, non era propriamente un reato ma un’azione preventiva e sanzionatoria in qualche modo concessagli dallo stato. Il crimine non veniva considerato in quanto tale ma era valutato in base alle logiche relazionali tra gli intervenuti e le ragioni che portavano all’assunzione di quel dato gesto omicida.

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