N.E. 02/2024 – “POEVITÀSIA. Manifesto della Filosofia dell’Umafeminità”, a cura di Nadia Cavalera

La vita è il tempo che passa tra la nascita e la morte, è un passa-tempo nella semplice accezione denotativa, la più novile (niente di dispersivo, di negativo) e che ognuno imposta come meglio crede, senza dettami di specie, purché non offenda l’altrui fede.

La vita, in ottemperanza all’obbligo naturale inderogabile, avviato dal big ben iniziale, è un passa-tempo che impone il movimento, causa generata e generante da mantenere e reiterare.

La vita è azione, ma anche la poesia è azione, dunque vivere vuol dire poetare, esplicitare nel mondo una creazione sempre unica e irripetibile in ogni sua sfaccettatura, nei più svariati ambiti.

La vita/poesia e la poesia/vita si equivalgono. In un mix mutante di vasi comunicanti a volte castranti che mi piace chiamare POEVITÀSIA, dove la poesia, sulle ali della libertà seppur condizionata, è madre di tutte le arti, e ingloba la vita normale (che definisco COATTA) relegata alle comuni mansioni per garantire l’esistenza materiale, secondo il sistema economico-sociale-politico dato, e mai soddisfacente per la maggioranza (anche quando viene spacciato per tale col ricorso all’abusata e vuota parola di “democrazia” “una tecnica del potere, una tra le altre, niente di qualificante).

La Democrazia, nonostante l’emancipazione delle donne che, si sperava, lo scongiurasse, è rimasta un luogo di ipocrisia e menzogna.

POEVITÀSIA si conclude con la morte, suo completamento che apre a un nuovo ciclo infinito. Un eterno ritorno. Prima si barcamena tra un momento ludens e un momento moriens, gioca ogni sorta di giochi d’amore di successo di vizio e di virtù e TUTTO proprio per ammansire la morte. La fase successiva alla vita.

E se fosse il contrario? Se fosse la morte la vera protagonista, la dia ex machina di ogni esistenza? Veniamo dalla morte e ad essa ritorniamo. La vita è forse il sogno della morte che continua, che si perpetua nel movimento per sfuggire alla sua eternità con la nostra precarietà. Siamo fiori caduchi del male è vero. Siamo fiori della morte, la sua fervida immaginazione. La sua poesia. Consolatoria. Ma caduca. Non si può esaurire in nessuna interpretazione (e lo sapeva già Platone) perché rimanda all’agire, all’azione, a tutte le azioni in cui si produce l’umafemìno. E sono infinite.

La poesia coincide così con la vita in tutta la sua molteplicità e la vita è un gioco, in cui si impara imitando e dove non si scinde mai la realtà dall’immaginario. L’imitazione non è semplice riproduzione della realtà sulla base di una qualche tecnica facilmente assimilabile, ma è porsi in ascolto delle cose, percepire ciò che si nasconde al loro interno, coglierne il ritmo, il ritmo delle cose, afferrarlo e abbandonarvisi in un fare, in un poiéin sempre nuovo e diverso, come nuovo e diverso è ogni soggetto che si cimenta nell’operazione.

Nel mondo del gioco realtà e irrealtà trapassano di continuo una nell’altra sono inseparabili e indivisibili. E non si possono cogliere che in un unico movimento, quello dato nel LINGUAGGIO e dal LINGUAGGIO – più generalmente, nei segni e dai segni. Tant’è che è necessario che prima ci sia il gioco perché esista la realtà, e non viceversa.  Giocando col linguaggio si costruisce la realtà. Così che il gioco da eraclitea metafora cosmica, diventa simbolo del mondo. E «la lingua non solo manifesta ma anche condiziona il nostro modo di pensare: incorpora una visione del mondo e ce la impone». Quell’ attuale è maschia da sempre.

Il gioco è ricreazione della creazione, e il suo annullamento, per una ripresa continua.
Affidata al linguaggio che non va ingessato in una lingua morta e che dà oggi MORTE, ma va tenuto in un frullatore rigenerante che veda finalmente la partecipazione della donna, con la speranza che faccia man bassa della lingua che i maschi le hanno cucito addosso, e possa rinnovarne la vitalità. Orientarla al bene, alla giustizia, che latitano da tempo immemore.

POEVITÀSIA è fare agire attuare porgere attenzione alla realtà più profonda per testimoniarla, condividerla, contribuire per quanto possibile a comporre il puzzle di senso che a tutti sfugge.
È l’illusione che se tutti potessimo impegnarci a trovare la nostra piccola verità personale forse chissà finalmente ci si potrebbe avvicinare alla verità generale universale.
Ecco perché concordo con chi dice che la poesia è il gioco più serio che ci sia.
La poesia andrebbe affrontata con questo spirito di massima serietà, e da tutte e tutti. DICO Tutte e tutti.

Ecco il punctum dolens. Inaccettabile da chi fa della poesia solo uno status simbol di posizionamento sociale o di supposta superiorità morale, e di magnanima sensibilità. Da chi crede nell’ispirazione divina, dai cultori della poesia bella, orfica, infiocchettata, baciata, portatrice di successo, pratica di vanità.

A tutte e tutti dunque, secondo lo stile che meglio gli aggrada e li inquadra, la dignità iniziale di poete e poeti. Senza graduatoria alcuna, perché ciò che preme non è arrivare ai primi posti in classifica o scorrazzare ovunque nei festival, in vuoti protagonismi, ma condividere un progetto di impegno solidale nella catastrofe attuale. Anzi più che andare verso l’altro bisognerebbe assumere l’altro in sé, capire finalmente che ognuno è centro dell’universo.  Anche se non necessaria, la testimonianza di sé scritta sarebbe auspicabile per compilare quel libro unico che in un puzzle universale potrebbe aprire qualche spiraglio sul mistero dell’esistenza. Scongiurare intanto di farne SQUALLIDA sopravvivenza.

Tutti siamo poete e poeti, perché tutte e tutti agiamo nel gioco della vita e tutte e tutti abbiamo diritto di cercarci e raccontarci seppure non eccezionali (senza essere Ulisse, Enea, Orlando, Dante…). Dovremmo scavare in noi per recuperare l’orma della nostra esistenza.

Poesia è la vita di ogni donnuomo che, come l’arte, esiste a prescindere che piaccia o meno agli altri.  A prescindere che riesca a gettare ponti, che, essendo di parole, durerebbero come neve al sole. La poesia di ognuno esiste come le stelle nel cielo che non chiedono di certo la nostra approvazione per esserci. È la vita di ognuno la più bella poesia.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – La poesia tiene in vita il mondo. Intervista a Mario Narducci. A cura di Anna Manna Clementi

Esiste una dimensione dove tutti possono incontrarsi per un attimo, uno sguardo, uno squilibrio, una vertigine? La poesia è linguaggio universale?

Questa dimensione c’è ed è la dimensione spirituale dell’uomo, un minimo denominatore comune indiscutibile, a prescindere dal fatto religioso. Quando dico dimensione spirituale mi riferisco a tutto ciò che ad essa si riconduce sul piano intellettuale e sul piano della bellezza universale che chiamiamo arte, musica, poesia, letteratura. E’ questo il luogo proprio della vertigine umana ed è su questo linguaggio universale che è possibile un punto di incontro. Tutto ciò che è frutto del bello non è mai divisivo. L’armonia delle cose e dei linguaggi mette tutti d’accordo, solo a volerlo. Non è un caso che le dittature, al loro sorgere e permanere, abbiano tra le loro nefandezze i roghi dei libri. Quanto alla poesia, essa non è mai divisiva come non può essere divisivo il linguaggio del cuore. Se imparassimo di più a ragionare e a parlare con il cuore molte cose potrebbero cambiare in meglio.

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Nei marosi del mondo in tempesta, quale sentimento ti avvolge: la nostalgia per il mondo di prima, la spinta al mondo nuovo, la fuga nella poesia, l’illusione che questi ultimi anni passati siano stati solo un momento di squilibrio generale?

Ripeto sempre, quando me ne è data l’occasione, che la nostalgia è una componente essenziale della mia poesia, da distinguere dalla malinconia che è invece una nostalgia malata, quindi sterile, che fa male al cuore. La nostalgia sana è invece quella che dal passato trae solo il bene legato ai valori del vivere. Un po’ come la tradizione che è l’humus nel quale affondano le radici che si spandono lungo il futuro. Ecco perché la vera poesia non è mai una fuga dall’esistente ma una spinta verso il nuovo .

Ed ecco perché il poeta è sempre un po’ il profeta dei tempi nuovi, nel caso specifico colui che vive nella certezza che ogni turbamento è destinato a dissolversi e che gli stessi squilibri rappresentino solo crisi di passaggio proprio perché la poesia, anche quando tratta stati d’animo negativi, è sempre un po’ aperta alla speranza, non certo all’illusione.

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Comunque la nostalgia è presente in tutti noi almeno in minima parte, come la vivi in poesia?

Credo di aver già risposto in qualche modo a questa domanda. Se devo puntualizzare meglio, dirò che la vivo con una grande serenità interiore, facendovi ricorso senza problemi. Definirei la mia nostalgia come un sogno che vive nel passato, che pertanto non mi assilla ma mi trasporta dolcemente nel mondo dei desideri del cuore dove tutto è apertura schietta e solidale e dove anche il surreale ha la sua ragion d’essere.

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Per te poeta la poesia è mai stata una fuga dal reale?

La realtà contiene la poesia e la poesia contiene la realtà. Distinguerei il mio fare poesia in due tempi, quello della mia prima giovinezza e quello della maturità. Non mi vergogno a dire che nel primo tempo la mia poesia era soprattutto una fuga dal reale e dalla visione pessimistica e malinconica del mondo proprie dell’età. Il tempo mi ha guarito da questa che era una vera e propria malattia per cui fare poesia oggi è per me una immersione nel reale ma sempre con uno sguardo disincantato. Direi che la mia poesia contenga il reale, lo abbracci, lo faccia proprio. Sono le suggestioni del reale l’anima della mia poesia.

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Mario Narducci e Anna Manna Clementi in un recente evento letterario

Credi davvero che il mondo possa rinnovarsi oppure le dinamiche eterne continueranno a dominare il mondo? E la poesia può avere un ruolo in questo percorso di rinnovamento?

Per me che sono un inguaribile ottimista, la risposta è scontata: il mondo ha nel suo dna le capacità rinnovarsi. Certo, tutto è fatto di spinte e contro spinte e a tutto c’è un limite. Ma io sono convinto che essendo l’uomo solo una piccola componente di questa terra, essa saprà sempre trovare in se stessa le capacità di trarsi fuori dal pericolo. Tutto sta a non tirare troppo la corda, ma io, nonostante tutto, ho fiducia grande nell’uomo.”

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La poesia può dominare l’ansia oppure l’ansia annienta la poesia?

L’autenticità della poesia si misura dall’assenza dell’ansia. Quando ci si lascia trasportare dall’irrefrenabile, il linguaggio poetico cede il passo a quello del terrore psicologico e la poesia si annulla. Questo non significa che poesia coincida con atarassia. Significa solo che senza pace interiore non può darsi poesia, anche quando sembra che dentro abbiamo l’inferno, perché il delta della poesia è sempre questa pace che è il desiderio profondo dell’uomo.

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Le arti debbono dialogare tra loro?

Parlare di arte sottintende parlare il linguaggio della bellezza universale. Ora il linguaggio della bellezza non è separativo, non contempla muri di sorta eretti tra l’una e l’altra. La musica senza poesia e questa senza arti visive apparirebbero monche, come si volesse circoscrivere l’intelletto in un proprio ambito e chiudere gli occhi di fronte alla complessità della cultura. Le epoche di rinascita e di maggiore espansione artistica, sono sempre state quelle in cui le arti si sono incrociate dialogando tra di loro.

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La cultura europea è consapevole dei suoi tesori poetici?

Anche qui distinguerei tra passato e presente. Tra i classici e i contemporanei. Sul passato e sui classici la risposta non può essere che affermativa. Lo è molto meno, invece, quando parliamo di poesia contemporanea. E questo spesso accade perché nella valutazione generale entrano in gioco dinamiche che dovrebbero essere estranee al giudizio sincero e spassionato. Come quando si assegnano Nobel a partire dal dato geografico o politico. Questo modo di guardare alla poesia in realtà la mortifica, mentre umilia i suoi maggiori rappresentanti.

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La poesia è uno sgabello scomodo, un tappeto volante, un eremo, il riflesso delle anime nei cieli?

E’ un po’ tutto questo perché il poeta, in quanto profeta del proprio tempo, è uomo scomodo di per sé, solo che a differenza del profeta che cercava di eludere in ogni modo il mandato di Dio tra gli uomini, il poeta non si sottrae al suo compito che tiene vivo giorno per giorno con i suoi versi. La forza del poeta sta dunque nella sua ascesi, nell’essere, il poeta, sostanzialmente un anacoreta, un solitario, tutte qualità che gli permettono all’occorrenza di astrarsi da tutti, di rientrare in se stesso e di ascoltare la voce dell’anima. Ecco perché direi che il poeta è il riflesso delle anime nei cieli. Un po’ tappeto volante capace di raggiungere altezze da vertigini che altri possono solo intuire.

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Adesso fai tu una domanda al mondo. Salutaci con una domanda.

Più che una domanda la mia vorrebbe essere una preghiera, un’implorazione a non dimenticare mai il lato poetico della sua dimensione. Il mondo esiste (per chi crede) perché Dio è essenzialmente poeta, il più grande di tutti i tempi come si evince dal linguaggio biblico. E se la poesia è all’origine del mondo, solo la poesia può continuare a tenerlo in vita. E’ un’affermazione certamente di speranza. Ma è dettata dal cuore e, come dice il vecchio adagio, al cuor non si comanda.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Poesia e spiritualità, tra confronto e identità”, articolo di Valtero Curzi

Il concetto espresso nell’affermazione “Poesia e spiritualità” potrebbe essere confuso o scambiato con “Poesia è spiritualità”; ma quell’accento sulla “e”, trasformandola da congiunzione in affermazione d’identità, muta tutto il percorso concettuale che si dovrebbe prendere per parlare di Poesia. Infatti, accostare due termini (o concetti) con una “e”, congiunzione, significa oggettivarli, porli di contro, per similitudine o contrasto. Alla stessa maniera si pongono come principio identitario perché poesia è alla fine spiritualità, come espressione dello spirito. Quindi il dualismo identità-opposizione assume una dimensione concettuale che ha diverse particolarità, influenzando poi la poesia stessa come espressione della sensibilità e sentimento.

Se l’identità, nel principio cardine della logica occidentale, come vuole Aristotele, non ammette negazione, perché ciò che è se stesso non può esser altro, per contro però, proprio per dover essere se stesso, ha necessità di confrontarsi con altro, in quanto è l’esistenza di quest’ultimo a blindarlo nel suo essere assolutamente sé. Però formulare il rigido “Poesia è spiritualità” relega la poesia nel solido schema della sola espressione spirituale, intesa questa nell’interpretazione di espressione non in senso lato di espressione dello spirito, ma particolare di espressione dello spirito religioso o filosofico.

Di conseguenza dovendo poi allargare l’orizzonte interpretativo a un significato di spiritualità, ossia azione dello spirito, a ogni attività di pensiero umano, il concetto di spiritualità ne sarebbe fortemente sminuito e depotenziato come valore morale etico di vivere l’esistenza. Su questa via, percorrendola tutta, giungiamo al fondo di sostenere che la poesia al fine può non essere spirituale, nel senso di spiritualità come connotato di valore etico, ma definirsi poesia intellettiva, cioè prodotto d’intelletto e ragione e sensibilità in senso lato.

Chiariamo, ora, il concetto di “spiritualità”: particolare sensibilità e profonda adesione ai valori spirituali, in particolare l’insieme degli elementi che caratterizzano i modi di vivere e di sperimentare realtà spirituali, sia con riguardo a forme di vita religiosa, sia con riferimento a movimenti filosofici; sotto questa luce la poesia deve definirsi in canoni ben definiti e determinati. Ma se prendiamo il termine “poesia” dal latino “poesis”, e prima ancora dal derivato greco, abbiamo «fare, produrre», siamo su “capacità e “abilità” di produrre composizioni verbali in versi, cioè secondo determinate leggi metriche, o secondo altri tipi di restrizione; con un certo grado di approssimazione si può dire che il significato di poesia è individuabile nell’uso corrente e tradizionale nella sua contrapposizione a prosa, perché i due termini implicano rispettivamente e principalmente la presenza o l’assenza di una restrizione metrica. Però una poesia che si limita e rispetta restrizioni metriche, ossia di modo di esprimersi, ha necessità primaria di agire sotto l’egida e guida della ragione e forse non necessariamente della logica in quanto, attraverso la metafora può superare anch’essa, in certi limiti. Quindi deve presupporsi un qualcosa che unisca sensibilità e ragione, sentimento e coscienza critica razionale e questo ponte lo possiamo trovare nel «calcolo poetico concettuale», forma di pensiero definibile come un ossimoro, figura retorica consistente nell’accostare parole che esprimono concetti opposti, perché, in effetti, un dualismo contrario esiste.

Infatti “calcolo”, deriva da “calcolare”, ovvero determinare misure, quantità, rapporti mediante calcoli matematici, e, in senso più esteso, valutare qualcosa, metterla in conto. È una operazione transitiva di azione mentale poggiante sulla Ragione, sulla determinazione razionale di definizione logica. Il termine concetto, invece, coincide con quello di universale con il quale il soggetto crea una propria rappresentazione astratta degli oggetti percepiti ed è un simbolo mentale, tipicamente associato con una corrispondente rappresentazione in una lingua o nella simbologia. Il calcolo, pertanto, è intimamente legato al concetto di riuscire a vedere la realtà o sentirla, nel caso del discorso poetico. L’ossimoro sta nella contraddizione propria della visione di calcolo concettuale raffrontata con la poeticità, perché quest’ultima è essenzialmente facoltà della poesia, intesa sia come generica capacità creativa sia come arte letteraria e quindi tipica di ciò che ispira poesia o è degno di essere trattato in versi; attitudini proprie della dimensione sentimentale o di sentimento che nulla ha a che fare con il calcolo concettuale predefinito, sebbene anche nella poesia sia presente la concettualità come sfondo interpretativo di ciò che si vuol esprimere. 

L’incontro o scontro, quindi, fra il pensiero poetante e la poesia pensante è quel luogo in cui la Pura Emozione del sentire deve necessariamente farsi carico della sua realtà, perché non può esistere e definirsi se non si concede e accede, poi, alla materialità che la salvaguarda.

La poesia è quella forma di “esternazione” di un arcano sentire, e per “sentire” deve intendersi non ciò che i cinque sensi possono manifestare, in altre parole manifestare quel che interpretano materialmente anche se in una forma assolutamente particolare, ma piuttosto quell’“avvertire” un paradigma del vivere in una forma metafisica, oltre la fisica, e percorrerla però con quella condizione che è propria dell’ente esistenziale, cioè la ragione la quale è presa d’atto del reale contingente.

Il «calcolo poetico concettuale», pertanto, diventa l’unità di misura, e strumento di analisi e valutazione della Poesia e sue espressioni. La poesia in quel suo viaggio, fra il sentire e il dover necessariamente farsi carico del suo stato contingente di reale in cui sta, deve creare una dimensione sua, in cui interpretare un’altra realtà, questa si meta-fisica, dove la meta è oltre, altrove, e il fisico non è la realtà stessa, ma quello stato concettuale ed emozionale che decifri l’esistenza di chi attraverso la poesia comunica e trasferisce il proprio “sentimento” all’esterno di sé.

In una lettera del suo epistolario il poeta romantico inglese dell’800 John Keats si chiede se esista un luogo tra l’essere e il non essere, e se c’è, quello è il luogo della poesia. Perché se il reale non coincide con ciò che è, allora, il poeta che scrive del proprio stato guarda non in ciò che è e nemmeno in quel che non è, ma in un’altra dimensione. Lì sta la poesia! Siamo nella realtà della irrealtà della poesia.  Ed è in quello scambio di significato della “e” congiunzione con la “è” come determinazione di uno stato d’essere, il farsi esistenza di qualcosa. Per Keats, poi, la questione della Poesia è “salvezza” di compimento perché ciò che non si compie, che non arriva a manifestarsi nell’assolutezza del suo essere bellezza-verità, è fallimento; se non c’è creazione perfetta, né formazione compiuta non v’è salvezza. E questo avviene nella presa d’atto dell’Assenza e delle mancanze rispetto a un’idealità sentita e vissuta che lascia il Poeta incompiuto nella sua stessa dimensione da cui vuol uscirne. E anche in questo caso la comparazione “poesia e spiritualità” ha un suo significato profondo perché “salva” la poesia, ossia il fare, produrre del poeta in una possibilità ampia di manifestarsi in modi e forme altrettanto ampie.

Al pari la “poesia è spiritualità” chiude in rigidi schemi sia il poeta sia la sua poetica, perché non ammette diversità. Scrive sempre Keats che “il Poeta è la più impoetica delle creature” perché dovendo essere la poesia “compiuta”, che vuol dire assoluta, il poeta che non è assoluto ma mancante, non è poetico. Perché non è poesia ciò che è pensato per ricatturare ciò che è assente. Se la poesia è desiderio di ciò che non è, perché già stato, lamento di ciò che è, che è meno di ciò che speriamo, allora la poesia è impazienza del significato. L’incompiutezza cui è condannato il Poeta, per voler esprimere l’assoluto del suo sentimento e fallire in questo perché costretto a fermarsi sull’assenza e mancanza della realtà in cui guarda e sente. Ed egli, il Poeta, con la Poesia passando sopra la realtà, trasfigurandola riesce con l’immaginazione a creare una possibile realtà che seppure sia assente e mancante diviene realtà proiettata e definita. L’irrealtà della poesia diviene pertanto realtà vissuta dall’emozione del sentimento, e siccome il Poeta “vive” di emozioni, quella realtà dell’irrealtà diviene la “sua realtà”, che poi cerca di trasferirla, esternando il suo “sentire”. Passaggio, questo, dal sentire al dire, attraverso il linguaggio cui il Poeta stesso deve affidarsi per determinarlo. Ecco il significato diversivo tra la comparazione in un “e”, e l’identità di un “è”.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – Intervista alla scrittrice e antropologa Loretta Emiri. A cura di Lorenzo Spurio

Loretta, benvenuta e grazie per aver permesso questa intervista. Ha recentemente dato alle stampe un volume dal titolo “Romanzo indigenista” (auto-pubblicato sulla piattaforma Amazon), potrebbe parlarcene un po’?

Iniziai a scrivere questo romanzo nell’agosto del 2013 e l’ho ultimato nel novembre del 2019. La privilegiata convivenza di oltre quattro anni con gli yanomami nella loro lussureggiante patria-foresta, mi ha segnata profondamente; nella loro cultura il nome attribuito a una persona può variare nel corso della sua esistenza, quindi ho affidato il racconto della mia vita a quattro voci, che cambiano se rimandano a infanzia, adolescenza, maturità o vecchiaia. La scelta è stata influenzata anche dall’opera di Pirandello, che mi affascina fin da quando ero un’adolescente. Il contenuto del romanzo ricostruisce il mio andare e venire dal “primo” al “terzo mondo”, dal Brasile al mondo yanomami considerato “primitivo”, dall’Europa all’America Latina, dalla narrativa alla saggistica, dalla poesia alla fotografia, dalla lotta per la conquista e il riconoscimento dei diritti indigeni alla lotta per l’affermazione e il rispetto della mia individualità. Nella cultura yanomami il tempo è scandito dal susseguirsi delle stagioni, per cui possiamo definirlo “circolare”: la concezione indigena mi ha permesso di oltrepassare quella occidentale, che raffigura il tempo come se fosse una linea retta su cui le date appaiono in ordine cronologico. I paragrafi del libro rimandano ad ambiti geografici e temporali diversi; il criterio di inserimento in una sezione piuttosto che in altra, non segue l’ordine cronologico, né quello della stesura dei capitoli, ma è determinato dalla maggiore intensità con cui ho vissuto uno degli eventi durante un determinato ciclo della mia vita. Mi piace affermare che ho atomizzato e ricreato il tempo, così il passato è presente e il presente è già futuro.

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Per il fatto che ha vissuto a contatto vari anni con la comunità indigena Yanomami in Brasile e per aver dedicato molti studi e volumi a quella realtà è considerata una delle maggiori studiose e divulgatrici nel nostro Paese. Può raccontarci come è nato il suo amore verso il mondo indigeno brasiliano e come si è avvicinata ad esso?

La ringrazio per considerarmi una delle maggiori studiose e divulgatrici, in Italia, della vita e cultura yanomami, ma a pensarla come lei è un ristretto numero di persone. Poiché lotto contro preconcetti e stereotipi, sono poche le porte che mi vengono aperte per realizzare una sensibilizzazione più ampia circa la problematica yanomami. Case editrici e mezzi di comunicazione preferiscono divulgare notizie sensazionalistiche, farcite di stereotipi, esotismo, superficialità.

Quando ero ancora una bambina, due desideri si installarono nella mia mente: diventare scrittrice e operare nel “terzo mondo”. Quando arrivò l’età giusta per fare drastiche scelte di vita, decisi che prima avrei svolto volontariato internazionale; l’esperienza, poi, mi avrebbe fornito temi interessanti da salvaguardare attraverso la scrittura, ed è ciò che ho fatto. Nelle Marche, dove ancora non vivevo, conobbi due persone che lavoravano con gli yanomami. La loro testimonianza e le stupende foto che uno dei due proiettò, mi fecero innamorare di questo popolo; la sua situazione esistenziale, all’epoca già difficile, mi fece decidere di operare in mezzo a loro, con loro.    

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Loretta Emiri impegnata in un’attività di alfabetizzazione nel Demini, negli anni Ottanta.

Il termine “Yanomami” che contraddistingue tanto la comunità e la loro lingua, che cosa significa?

Il termine “Yanomami” è generico e fu adottato in Brasile da coloro che per primi lavorarono con questo popolo, cioè antropologi, funzionari governativi, missionari. Nel dizionario da me scritto si legge: YÃNOMAMÈ = (1) homem, pessoa, gente. (2) Yanomami de língua yãnomamè. (3) Língua yãnomamè. Per quanto riguarda la lingua, va precisato che della famiglia linguistica yanomami fanno parte ben sei lingue differenti, ognuna delle quali con molti dialetti.

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Quale peculiarità si sente d’individuare nella comunità Yanomami rispetto alle altre del contesto dell’Amazzonia brasiliana che ha conosciuto e/o studiato nel corso del tempo?

Con gli yanomami ho vissuto a lungo; con le altre etnie presenti nello Stato di Roraima ho avuto contatti sporadici, per cui non sono in grado di determinare le peculiarità di queste ultime. Posso solo dire che la differenza maggiore è lo spazio che occupano: gli yanomami vivono in foresta, la maggioranza degli altri gruppi vive nella savana. È l’occupazione territoriale e l’utilizzo delle sue risorse che determina il formarsi delle peculiarità delle società indigene. 

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Esiste un senso di spiritualità nella comunità Yanomami? In quali manifestazioni concrete si esplica?

Il senso di spiritualità tra gli yanomami è talmente forte che hanno preservata intatta la foresta amazzonica fino ai nostri giorni. Gli yanomami sono animisti, per cui credono che ogni essere vivente, compresi vegetali, animali, cose, possiede uno spirito ed esso, a seconda della situazione, può essere benefico o malefico. Questo concetto determina che la vita del popolo yanomami sia impregnata di spiritualità, anche nelle più banali e normali attività quotidiane.   

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Come definirebbe il concetto di “anima”?

Moltissimi anni fa mi invitavano a partecipare ad una riunione di preparazione del “Corso di Abilitazione al Magistero per Maestri Kaingang”. Durante l’incontro, non ricordo in che contesto, impiegai la parola “anima”. Uno dei presenti mi fece notare di averla usata in modo improprio. Dal momento che la loro religione vanta molti spiriti, sostenne che un termine intimamente legato al concetto di un solo dio non poteva essere applicato ai Kaingang. Obiezione e argomentazione vennero formulate in modo così schietto e diretto che sentii di essere stata raggiunta da una rivelazione. Da qual momento, riferendomi agli indigeni (ma anche a me stessa) non ho più utilizzato la parola “anima”, preferendo l’uso della parola “spirito”. 

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L’anima è qualcosa di strettamente legato all’umano o si ritrova anche negli altri esseri viventi? Esiste un’anima dei luoghi?

Considerando quanto detto sopra, l’anima è qualcosa di strettamente legato all’uomo di religione cristiana, che si rapporta individualmente con una sola divinità. Gli indigeni rispettano e interagiscono con i molti spiriti che popolano la foresta, con ciò riuscendo a mantenerla intatta e sana, perché la foresta tutta è il loro luogo ancestrale, sacro per eccellenza.   

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Loretta Emiri partecipa alla conferenza di apertura del Seminario UFRR, insieme a Dawi Kopenawa Yanomami, nell’ottobre del 2023

La spiritualità dell’essere ha a che vedere imprescindibilmente con il suo attaccamento alla dimensione prettamente religiosa o può concernere anche altre dimensioni avulse alla religione?

Come abbiamo visto, nel caso degli yanomami non c’è separazione tra dimensione religiosa e dimensione fisica, materiale. Questo concetto per me è fonte di ispirazione e meditazione costante. Nel mondo occidentale, succede spesso che le belle parole sostituiscono le buone azioni, così che “tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare”. E tra il dire e il non fare c’è sempre di mezzo tanta ipocrisia, superficialità, indifferenza verso gli altri. Spesso mi capita di chiedermi se io stessa sono coerente con ciò che scrivo e ciò che nella pratica faccio; quando questo tipo di dubbio mi assale, apro l’archivio e dissotterro testi, che sempre mi tranquillizzano a rispetto.  

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Lei ha curato un dizionario yanomami-portoghese. Esistono delle parole nella lingua yanomami che risultano di difficile traduzione in italiano? Quali? Può farci degli esempi?

Realizzai la mia ricerca nella lingua yãnomamè, che è una delle sei che fanno parte della famiglia linguistica yanomami. Sia in portoghese che in italiano le parole che risultano di difficile traduzione sono quelle che derivano dalla cosmogonia yanomami. Nel dizionario, per tradurre il termine rixi ho utilizzato la locuzione “alter ego”, seguita dalla spiegazione “essere simbolico che vive una vita parallela a quella dell’uomo”. Una parola corta come rixi è la rappresentazione di una serie di concezioni, fra cui: ogni individuo possiede un alter ego; vivendo vite parallele, le due entità mai s’incontreranno; la morte dell’alter ego provoca quella dell’uomo a cui è abbinato. Alla traduzione bisogna aggiungere spiegazioni e note affinché il lettore si avvicini il più possibile alla comprensione del sofisticato concetto che può celarsi dietro a una singola, semplice parola.  

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Quali sono attualmente le condizioni della comunità Yanomami? Subisce interferenze e minacce dalla società consumistica o riesce a preservare la sua anima primordiale?

Il contatto degli yanomami con i fronti di espansione della società capitalista ha i connotati di un bollettino di guerra. Nel 1974, la strada Perimetrale Nord, voluta dai militari all’epoca al potere, tagliò a sud il territorio yanomami; il contatto con i lavoratori della strada ridusse tredici villaggi a otto piccoli gruppi di superstiti, a causa di epidemie introdotte e verso le quali gli yanomami non avevano anticorpi. Nel 1977, la seconda epidemia di morbillo dall’arrivo della strada uccise la metà della popolazione di tre villaggi. Nell’agosto del 1987 oligarchie e politici locali fomentarono l’invasione del territorio yanomami, dentro il quale confluirono circa quaranta mila uomini; non si sa quanti yanomami sopravvissero alle armi da fuoco e all’avvelenamento da mercurio utilizzato per l’estrazione dei minerali. Anche se l’area yanomami è stata omologata nel 1992, le invasioni non sono mai cessate. La situazione è drasticamente peggiorata durante la presidenza di Bolsonaro, che l’invasione l’ha criminosamente fomentata. Durante il suo mandato, in territorio yanomami sono entrate macchine potenti e uomini fortemente armati legati a fazioni criminose, che hanno prodotto il disastro finale. Nel gennaio del 2023 il governo Lula ha dichiarato Emergenza in Salute Pubblica di Importanza Nazionale, in decorrenza della mancata assistenza agli yanomami. Oggigiorno il popolo yanomami è in pieno collasso territoriale, sanitario, culturale.

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Loretta Emiri prende parte in diretta alla trasmissione “Geo” di Rai Tre che ha dedicato spazio ad alcuni aggiornamenti sulla problematica yanomami. Ottobre 2023.

L’attività “storica” dei missionari cattolici del Vecchio Continente ha riguardato anche la comunità Yanomami? Quale è stata la ricezione e quali sono stati gli esiti di questa attività di evangelizzazione?

Io decisi di operare tra gli yanomami del Catrimâni perché all’epoca i missionari che con loro già lavoravano non erano preoccupati con l’evangelizzazione, ma con la sopravvivenza fisica e culturale di questo popolo. Resta il fatto che le varie chiese che tra gli yanomami hanno operato, e ancora operano, hanno contribuito a dividere questo popolo, perché ognuna di esse affronta a modo suo la situazione senza interagire, dialogare, collaborare con le altre in funzione del benessere e dell’unità del popolo yanomami. 

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Ha assistito a feste o rituali che contraddistinguono la vita sociale della comunità Yanomami? Se sì, può raccontarcene qualcuna (le principali o quelle che l’hanno suggestionata maggiormente)?

In uno dei miei racconti, descrivo il rituale funebre, a cui ho assistito, di un giovane amico yanomami. La lettura del testo risponderebbe egregiamente alla domanda, per cui vi segnalo il link:

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A quale divinità (o molteplicità di divinità) gli indios Yanomami sono votati?

Oltre al fatto che si rapportano con sacralità allo spirito insito in ogni cosa, gli yanomami tramandano la memoria dell’eroe mitologico Omá. Quando gli sciamani devono entrare in contatto con l’aldilà, cercano la collaborazione degli Hekurapè, spiriti minuscoli come la propria immagine riflessa negli occhi.  

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Esistono testi in forma scritta della comunità Yanomami che hanno affrontato il tema della religiosità, della spiritualità e del rapporto con l’aldilà?

Un libro scritto dall’antropologo francese Bruce Albert e dal leader Davi Kopenawa Yanomami è stato tradotto in italiano con il titolo La caduta del cielo. È una vera e propria enciclopedia yanomami, allo stesso tempo è una biografia e un’autobiografia; c’è dentro di tutto: società, cultura, lingua, cosmogonia, religiosità, scontro con l’invasore uomo bianco. Ne suggerisco la lettura a quanti vogliano avvicinarsi alle concezioni filosofiche della società yanomami.

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Nel 2018 ha pubblicato un libro dal titolo “Discriminati”. Può dirci di cosa si tratta e da che cosa è stata mossa per scrivere quest’opera? Chi sono i discriminati di oggi?

Discriminati è un libro che non avrei dovuto pubblicare. Il progetto iniziale includeva racconti vari e il titolo era Racconti discriminati; discriminati perché rifiutati da un’altra casa editrice. Nello sciocco desiderio di vedere un nuovo libro pubblicato, permisi che alcuni racconti fossero esclusi e un altro, che niente aveva a che vedere con la struttura del libro, vi fosse inserito. Dovetti inghiottire anche il titolo differente. Naturalmente i discriminati di oggi sono anche gli yanomami, le minoranze in generale.

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Grazie per aver risposto con attenzione e disponibilità alle domande di questa “chiacchierata” che ci hanno fatto conoscere da più vicino la comunità Yanomami.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Dall’oblio dell’essere al naufragio nell’essere”, articolo di Guglielmo Peralta

Secondo Heidegger, il pensiero metafisico da Platone in poi avrebbe determinato l’oblio dell’essere.  Ritengo, tuttavia, che Nietzsche con la dottrina del nichilismo lo abbia ancora di più condannato alla sparizione. Dopo Nietzsche, è venuto meno quell’aspetto positivo del «nichilismo attivo»: la pars costruens della sua concezione filosofica, secondo la quale al senso del vuoto, generato dal crollo delle illusioni, e alla disperazione «passiva», sarebbe subentrata la presa di coscienza del nulla come perdita di tutte le certezze, la quale avrebbe dovuto condurre a riscoprire le potenzialità della natura umana e a migliorare l’uomo elevandolo all’essere superiore annunciato, all’Übermensch, creatore di valori “al di là del bene e del male”, dotato di «volontà di potenza», capace di  pronunciare il suo ‘diktat’, di dire  «sì» alla vita.

In questo nostro tempo di profonda crisi spirituale, morale, sociale, in cui il mondo sembra avviarsi alla deriva, con la sua umanità al tramonto, minacciata dalla fantatecnologia con la creazione dell’umanoide, del ‘superuomo’ tecnologico, urge la domanda sull’essere, su come salvarlo dall’oblio. Come fare ce lo ha suggerito Leopardi negli ultimi due versi dell’Infinito, dove l’essere è il mare dell’immensità in cui “naufragare” dolcemente. Questo ‘naufragio’ è l’approdo all’essere ed è la sua rivelazione mediante la poesia, quella vera autentica, la quale ha questo potere epifanico, illuminante. Per questo Ungaretti poté dire: “M’illumino d’immenso” condensando, riassumendo in quest’unico verso i due versi del Recanatese sintetizzandone il senso. Illuminarsi d’immenso, infatti, significa immergersi nella luce dell’essere, approdarvi, rivelarlo. Questo ‘svelamento’ ad opera della Poesia è possibile perché la Poesia, come asserisce ancora Heidegger, è la dimora dell’essere e, in quanto tale, la sua natura è ontologica. La poesia ontologica, o l’ontologia poetica, allora, deve prendere il posto della metafisica. Perché essa è la sola in grado di “manifestare” l’essere, di salvarlo dal naufragio nell’oblio. Ed è l’utopia necessaria per contrastare la realtà distopica e l’intelligenza artificiale con la quale la natura umana è ‘trasvalutata’ e sostituita dalla ‘natura’ artificiale, annunciante la morte dell’uomo, il quale può ‘risorgere’ se si lascia illuminare dall’immenso, se intraprende il cammino verso l’illuminazione.  La scrittura, il processo creativo è questo cammino, è obbedire (obaudire), dare ascolto alla voce interiore, al carpe lucem: l’imperativo, l’invito a cogliere l’essere, ad approdare nella sua luce salvifica. 


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “La religiosità spirituale nelle opere delle poete lucane: da Isabella Morra ad Anna Santoliquido”, saggio di Francesca Amendola

L’opera di un poeta è fusione totale tra parole e immagine, che origina quello che Bachelard chiama retentissement, ossia  la capacità della poesia di creare una sorta di “vicinanza”  tra poeta e lettore, che mette in moto l’attività di comprensione e interpretazione. Petrarca scriveva che «la poesia, in quanto vera poesia, è sempre sacra scrittura» poiché nasce da una commistione tra ispirazione e sentimento del divino. Anche quando il poeta non tratta esplicitamente il tema religioso (qualsiasi sia la sua confessione) vi è sempre una fortissima tensione spirituale, non a caso «nel tempo della notte del mondo i poeti, cantando, insegnano il sacro» (Heidegger). Proprio Heidegger parlava della funzione della poesia come forma di conoscenza. Infatti nell’antica Grecia il poeta era l’hermeneutès, ossia l’intermediario tra gli uomini e l’Olimpo ed era l’interprete dei presagi degli Dei. La poesia perciò era parte integrante della religione e della vita spirituale.  Nasce dal “fondo profondo” (E. Montale) e nel silenzio interiore il poeta coglie il senso del mondo e lo porta in superficie attraverso la parola. Ma «i poeti non accendono che lampade essi poi spariscono» (Emily Dickinson) nel senso che il poeta non parla per sé ma per gli altri. Ne segue che l’attività poetica dà volto alle cose e rende libera la mente, aprendola alla conoscenza del mondo e alla verità dell’Essere Supremo, che è Dio, inizio e fine di ogni cosa creata.

La vita è amore e se «l’amore è movimento», secondo il pittore E. Tomiolo, verso gli altri, verso se stessi, verso la natura, verso Dio, è proprio l’amore negato che spinge la lucana Isabella Morra[1](vissuta nel Cinquecento) ad alzare un grido straziante contro l’universo per il padre lontano,[2] contro il «Torbido Siri»,[3] contro i «fieri assalti di crudel Fortuna».[4] Crollati tutti i miti: il desiderio di trovare un amore o una ragione per vivere nelle lande solitarie e ostili di Valsinni, trovò conforto in Cristo e nella Vergine. Non a caso Il Canzoniere di Isabella Morra, come quello di Petrarca, si conclude con la canzone alla Vergine. Isabella delusa e ormai libera dalla zavorra della vita, abbraccia il mistero di Cristo e in Lui proietta i suoi desideri identificandosi nella peccatrice Maddalena, redenta e pentita e con «la mente rivolta «a la Reina del Ciel, / con vera altissima umiltade»[5], l’anima si porge alla contemplazione di Dio. L’incontro con la dimensione religiosa, metafisica, le dà certezza che esiste un mondo alternativo a quello nel quale vive.  La sua poesia è parte integrante del suo breve percorso di vita, che la guida e la sostiene nella solitudine sia nel dialogo con la natura aspra e selvaggia, sia con l’unica amica: Antonia Caracciolo, moglie di Diego Sandoval De Castro, ritenuto a torto dai fratelli, suo amante.

Ben diversa è la poesia di Aurora Sanseverino[6] (vissuta nel Settecento), una delle poche donne, che fece parte dell’Arcadia con il nome di Lucinda Coritesia. Le sue poesie non vanno al di là di una pura esercitazione letteraria; in esse la spiritualità e la religiosità sono improntate dall’esteriorità. Non analizza l’angoscia e la ricerca della pace contro «gli aspri martiri»[7] non nasce dal senso vertiginoso di vuoto, che distende la sua poesia fino al grido, allo spasimo, al pianto. Non c’è vera sofferenza e il “male di vivere” è una finzione, espressa in moduli leggeri, musicali appena increspati di malinconia. Il sentimento è distaccato e astratto e si apre a un gioco di parole secondo i modelli dell’Arcadia. Le lande sconfinate dell’entroterra lucano, che fanno da sfondo ai suoi sonetti e canzoni, appaiono irreali e artificiosi; uno scenario perfetto per una narrazione idilliaca di un mondo fiabesco, e il concetto di solitudine è ben lontano da quello straziato di Isabella Morra.  Le poesie utilizzano un linguaggio semplice, musicale a tratti lezioso, in obbedienza al tòpos classico del «luogo ameno». Figlia del secolo e della cultura dei Lumi, Aurora non sente la tematica del trascendente e Dio è inteso semplicemente come un Essere Supremo, secondo il dettame del sensismo. Gran parte della sua produzione di liriche, ballate, melodrammi è andata perduta e i pochi sonetti conosciuti hanno portato la critica letteraria a dire che il suo lavoro è «non godibile e sostanzialmente artefatto».

L’isolamento e l’essere “figlia di una regione derelitta” qual era la Basilicata, dominio per secoli di “ignominioso servaggio”, porta la potentina Laura Battista[8] (Ottocento) a una consapevolezza dei problemi politici, sociali e storici della sua regione. Colta e raffinata al pari del Leopardi, del quale fu seguace, ebbe per opera del padre uno studio «matto e disperatissimo», che la portarono giovanissima a scrivere di greco, di latino, di tedesco e di francese. I Canti[9], ottanta componimenti in tutto, si muovono dalla sfera pubblica a quella privata. La passione politica spingeva la Battista a partecipare agli avvenimenti della nazione, dall’altro premeva il suo disagio esistenziale, soprattutto per la sua relegatio a Tricarico. La sua è una poesia d’occasione, legata agli avvenimenti, espressi spesso con un linguaggio religioso e enfatico, infatti usa per Garibaldi i termini «Redentore dei popoli», «Divino». I sonetti, ben costruiti tra retorica celebrativa e patriottica nell’esaltazione del momento, si spiegano come un brindisi e perciò risentono di una certa monotonia. Diventa la sua spiritualità autentica nelle liriche soggettive e private, che toccano i sentimenti di donna e di madre, che vive una condizione di solitudine in una casa senza amore e in un paese senza prospettive.

Poche son le donne che assurgono agli onori della gloria letteraria, come scrive in una lettera Laura Battista, ma «la donna o villipesa o trascurata presso le nazioni rozze di qualsivoglia età […]  non poteva[…] rimanere addietro, quasi non fosse anch’essa creatura di Dio».[10]

Poete e scrittrici da ogni parte del mondo e, dalla Basilicata, terra negletta e isolata, faranno sentire nel Novecento, la loro voce a cominciare dalla compianta Giuliana Brescia[11] definita la “Saffo lucana”. La sua poesia altalenante tra male di vivere, angoscia e senso ineluttabile della morte, abbraccia temi che la collocano molto vicina a Isabella Morra per il senso profondo d’inquietudine. In una poesia pubblicata postuma vi è tutta il dolore del male di vivere, che nasce da una sorta di prigionia psicologica, manifestatasi fin dall’adolescenza. Scriveva: «Passata la vita per me / finito il domani / le porte son chiuse / serrate / mi resta soltanto nel fianco / lo spasimo acuto di un male che è ancora / la vita». Una religiosità laica e mai confessionale contraddistingue le sue poesie, che nascono dai sogni che si scontrano con una realtà dura e problematica. Il linguaggio è semplice ma musicale e armonico fin dalle poesie giovanili. Si chiude nella sua “tela di vagheggiamenti” nei silenzi assordanti, nelle illusioni del vivere quotidiano, dove i «sogni si son persi / nel deserto desolato della realtà». Le liriche (Poesie del dubbio e della fede, Versi affiorati dai cassetti) delicate e ricche di forza interiore, diventano a tratti tenere proprio quando si chiude nell’intimismo, che riverbera su una natura umanizzata alla Pavese, al quale è accomunata dalla scelta del tragico destino. Nell’angoscia esistenziale àncora è la parola poetica, adulata, blandita, ricercata, che accende la speranza; ma essa è illusoria e non riempie quel vuoto straziante, che la porterà a porre fine alla sua breve vita.

Per  la poesia di Lorenza Colicigno[12]sono appropriate le parole di Montale «ogni volta che trovo in questo mio silenzio una parola, scavata è dentro di me come un abisso», perché le sue  liriche nascono da un profondo silenzio interiore, dove trova il senso religioso del mondo. La poesia si dispiega come preghiera perché indaga nel fondo delle cose e porta a galla l’inesprimibile.  Ma il poeta è colui che più degli altri porta nell’anima la propria terra. Si parla di poeta come del cantore di una geografia umana. Egli erige modelli, mappature, carte del proprio luogo per affermarne l’appartenenza, creando una sorta di «paesologia» (Franco Arminio) che è una forma di etnologia del paesaggio, di cui il poeta ne dà espressione. Il bello è che la paesologia non studia un paese, l’annusa, l’ascolta proprio come fa Lorenza con la sua città, Potenza: ne rende l’energia della case arroccate sulle montagne; s’immerge nella vita della città, nelle scale mobili, che salgono quasi fino al cielo; canta la «debolezza / dei vecchi e la baldanza degli adolescenti» (in Ritorno); si chiude, solitaria spettatrice, dietro una finestra o un terrazzo a scrutare l’orizzonte, che si allarga sulla valle dove il «Basento insegue albe e tramonti / e ascolta il brusio della città che lo stringe / nell’abbraccio schiumoso della sua / modernità di ciottoli e lattine»[13] e scorre sonnolento e acquitrinoso. Contempla la città da un cantuccio solitario, dove l’«aria natia», per dirla con Saba, o la «matria»[14] è pregna di gioia e dolore insieme.

Anche per Amalia Marmo[15] il compito della poesia è scavare nel profondo dell’anima ed enunciare attraverso la parola la verità. «Vedere il mondo in un granello di sabbia» per dirla con William Blake, è questo il senso dell’estro creativo. La ricerca del ‘meraviglioso’, tanto caro a Novalis»[16] che porta a Dio, così presente nell’universo, è la missione del poeta. Le sue liriche nascono dal «sapore della terra» e dal «la salsedine del mare»[17]. La parola poetica c’immette nel ‘mistero’, che è simile all’”Inconoscibile” di Spencer: una realtà assoluta che la ratio umana non può raggiungere. Il genio creativo ci fa immergere nelle acque del subconscio e riemergere “illuminati” di una verità da divulgare. La poesia per la Marmo «altro non è / che ignara ispirazione. / Un eterno aiutante / un profeta o un indovino / senza mete o ragione».[18]  La poeta sarà sempre «sentinella costante» della «memoria lirica»[19]. Filtra la ragione con il cuore, intessendo una poesia che è «distillato di vita, quasi peccato / d’intelletto tolto al tempo / per stupire se stesso e l’universo /e chiuderlo in un pugno di mistero»[20]. Il mistero non è quello religioso ma qualcosa che supera l’umano intendimento. Crede in Dio e nell’immortalità dell’anima. Ha certezza in una vita futura. Il mondo, la natura, gli accadimenti sono aspetti diversi dell’universale mistero.

L’acuta sensibilità e lo scavo interiore di Rosalba Griesi[21] danno origine a quell’inquietudine esistenziale, ordita su interrogativi ontologici, che si mescolano ai sogni quasi invisibili, alle luci lievi della speranza. L’atmosfera spirituale si riverbera sullo spettacolo della natura, sui suoi colori cangianti: dagli «spruzzi di giallo»[22] delle mimose al «bianco immacolato» delle zagare; dall’arancione delle margherite al verde dei campi, simili al mare. Il dettato lirico fluisce a volte delicato e sinuoso, altre prorompente e impetuoso nello scandagliare gli oscuri anfratti o gli abissi o i campi brulli per comprendere la sofferenza e riemergere rinnovato e dispiegare «parole taciuta / parole serrate / parole nel cuore posate / […] parole donate»[23]. Rosalba si eleva dal paesaggio naturale della terra a una riflessione escatologica, che richiama il senso della vita e la tensione dell’uomo verso l’Assoluto, che è Dio-Provvidenza di manzoniana memoria. La sua religiosità è priva di fronzoli e si distende in note scarne, quasi epigrammatiche.

Le liriche di Rosa Pugliese[24] s’inseriscono nella poesia civile, poiché sono denunzia, accusa contro l’umanità “liquida” e l’io lirico sembra arrestarsi fiaccato dagli avvenimenti della storia, dal tempo, che vorrebbe fermare nelle scatole di latta, dove trovare «una carezza materna»[25]. Le poesie nascono dall’incanto e il superamento e il dominio del dolore lo trova nella contemplazione di armonie cosmiche e naturali. La letizia travalica il vortice dell’angoscia nella magia dell’infanzia o dei luoghi amicali; nel gioco della vita; nello scorrere del tempo in stagioni e in ore, e nella Bellezza, che ancora una volta salverà il mondo. Scriveva Pablo Neruda «La poesia è un atto di pace / Di pace è fatto il poeta come di farina il pane» e la poesia per Rosa Pugliese è un atto di pace, poiché prende tutto il dolore del mondo e lo placa proprio come il fiume che s’infratta tra dirupi e forre per sfociare lento e placido nel mare. La Nostra trae dalla sofferenza l’energia creativa e la elabora superando lo stretto orizzonte provinciale per cantare il dolore della gente costretta a emigrare nei barconi. La poesia è voce dell’anima e noi diventiamo «tratturi di campagna / solcati dalla terra che li ha generati», o fiori di malva, germinati nella terra, crepata dal gelo.

Il testamento letterario e umano di Anna Santoliquido[26] è tutto racchiuso nelle sue numerose raccolte: da I figli della terra del 1981, nella quale la poesia nasce dalle vallate di ginestre e malvarose, dai campi biondi di grano e rossi di papaveri della sua Forenza, fino a Profetesha / La Profetessa, pubblicata in Albania nel 2017, dove sperimenta la dolcezza e la generosità della gente, che le riportano alla memoria i luoghi e le donne della sua infanzia. I versi limpidissimi e rigorosi aprono al lettore una nuova percezione dell’uomo, che sente l’altro non più nemico ma fratello. È questo il grande dono della poesia. «Che cosa può dare / agli altri un poeta?» si chiede la Santoliquido. Egli dona il cuore per amare, gli occhi per vedere, gli sguardi sereni, un pugno di pace.  Ed è la speranza che non l’abbandona, impegnata in una continua analisi e ricerca interiore. Sa che oltre le esperienze e le prove della vita, in fondo c’è sempre un raggio di luce, che illumina e dà forza.  Ricompone il conflitto che è alla base dello smarrimento spirituale della nostra società, alla quale manca quel “sapere dell’anima”, che oltrepassa e fonde umano e soprannaturale, sapere scientifico e visione poetica. È sorretta nel cammino elegiaco dalla fede, è questo il varco (Montale), che cancella la distanza dalla trascendenza e immanentizza l’ebbrezza ontologica e, come Sant’Agostino, supera la lacerazione tra materia e spirito. Il poeta attinge all’Assoluto e «offre parole / parole incarnate». È simile al Demiurgo platonico, creatore della realtà, che ci porta fuori dal “caos primordiale”. Diventa divulgatore di pace nel mondo e nell’anima, ma è anche colui che «muore da solo». È la forza eternatrice della poesia, di foscoliana memoria, che lo ferma «al limitar di Dite», ad afferrare la luce e liberare il canto. Il suo lavoro è simile a quello della Sibilla, il mito di cui ci parla Virgilio nell’Eneide. La profeta ispirata da Apollo, trascrive le profezie del Dio sulle foglie, che il vento disperde. Il rito rivela la missione di intermediario del vates, spesso inascoltato, tra il mondo della verità e quello degli uomini. Egli è il porto sepolto, come diceva Ungaretti, e nel profondo scopre l’inesauribile segreto, i misteri inenarrabili che il soffio del vento disperde anche se le parole sono portate dall’angelo. Anna è poeta sempre, sotto il cielo di Puglia e della Lucania, ma anche «a Belgrado e a Zagabria». I versi scaturiscono dalla sua capacità di andare dal vicino al lontano, dal microcosmo al macrocosmo. L’ispirazione nasce perché, «è l’angelo a portarmi le parole / le lascia nei vasi rotti / il vento le disperde […]»[27] e lei come una sacerdotessa vaticinante le raccoglie in «una forma di preghiera» (Kafka). Ci introduce in un mondo d’incanti quando scrive «Com’erano / piene / le mani / nodose / di mio nonno / quando / con voce roca / ma gentile / mi donava /un pugno / di noci / o di castagne»[28] o quando tratteggia in un distico toccante il ritratto della madre «Se solo potessi catturare / il sorriso delle sue rughe!»[29]. La poesia della Nostra colpisce per la forte empatia con il lettore, poiché è sempre aperta alla speranza, all’adesione con il mondo in cui vive, a nutrire attese per il futuro sulla rievocazione delle bellezze di un passato vissuto e assaporato. Il ruolo del poeta nella società è di pace perché come lei stessa scrive «è colui che porta in tasca l’universo». Egli parla una lingua nuova, toccante, rivelatrice: quella dell’anima. Per la Santoliquido valgono le parole del poeta dell’invisibile, Rilke, «Noi siamo le api dell’invisibile. Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d’oro dell’invisibile»[30].


[1] Isabella di Morra, conosciuta come Isabella Morra, nata a Favale nel 1520. Visse in solitudine sotto la prepotenza dei fratelli e segregata nel proprio castello, dove scrisse l’opera letteraria, Il Canzoniere, formato da dieci sonetti e tre canzoni. La sua breve vita si concluse con il suo assassinio, nell’inverno del 1545 o 1546, da parte dei suoi fratelli a causa di una presunta relazione clandestina con il barone Diego Sandoval de Castro, poeta di origine spagnola e barone della vicina Nova Siri, anch’egli qualche mese dopo subì la stessa fine. Quasi sconosciuta in vita, Isabella di Morra acquistò una certa fama dopo la morte, grazie agli studi di Benedetto Croce, e divenne nota sia per la sua tragica biografia sia per la sua poetica, tanto da essere considerata una delle voci più autentiche della poesia italiana del XVI secolo, nonché una pioniera del Romanticismo. Non si conoscono notizie inerenti alla sua vita precedente e alla biografia della famiglia Morra, dal titolo Familiae nobilissimae de Morra historia, pubblicata nel 1629 da Marcantonio, figlio del fratello minore Camillo.

[2] Giovan Michele di Morra riparò a Parigi, accusato di una congiura contro la corona, affidando la moglie, Luisa Brancaccio, e i cinque figli, Decio, Cesare, Fabio, Porzia e Isabella, a Marcantonio il fratello maggiore, uomo violento e rissoso.

[3]  I. Morra, Torbido Siri, in Isabella di Adele Cambria, edizione Osanna, Venosa 1996, pp. 65/64.

[4]  Ivi, I fieri assalti, pp. 45/46.

[5]  Ivi, XIII Quel che gli giorni a dietro, pp. 87/92.

[6] Aurora Sanseverino nacque a Saponaria nel principato di Citra (l’odierna Grumento Nuova, in Basilicata) nel 1669 e morì a Napoli nel 1726, da Carlo Maria principe di Bisignano e conte di Saponaria e Chiaromonte e Maria Fardella contessa di Paco.  All’età di 11 anni, sposò il conte Girolamo Acquaviva di Conversano, ma il matrimonio durò solo pochi anni per la morte prematura del marito. Ritornò a Saponaria per un breve periodo e compì diversi viaggi con il padre, a Palermo e Napoli. Un secondo matrimonio avvenne il 28 aprile 1686 con Nicola Gaetani dell’Aquila d’Aragona, conte di Alife, duca di Laurenzana e principe di Piedimonte. Dopo il matrimonio, si trasferì nella dimora del marito a Napoli, città all’epoca caratterizzata da un’intensa vita culturale. Nella sua casa napoletana ospitò vari poeti, musicisti e pittori, dando così vita a un noto salotto letterario. Oltre alla letteratura, fu un’abile cacciatrice, partecipando a battute di caccia al cinghiale sui monti del Matese. Fece parte dell’Arcadia con il nome di Lucinda Corinesia.

[7] Aurora Sanseverino, Ben son lungi da te, vago mio nume, in Scrittori lucani, Consiglio Regionale della Basilicata.

[8] Laura Battista nacque a Potenza nel 1845, figlia di Raffaele Battista di Agrigento e di Caterina Atella da Matera. Il padre fu un insegnante di lettere e segretario perpetuo della Società Economica di Basilicata e consigliere provinciale di Matera. Raffaele insegnò Latino e Greco presso il Real Collegio di Basilicata a Potenza, dal quale fu espulso a causa del suo orientamento Liberale, poiché l’istituto fu affidato alla direzione dei Gesuiti. Egli poté riprendere a insegnare solo dopo l’Unità d’Italia e, quindi, dopo la scomparsa del regime borbonico. Nel 1871, in seguito la famiglia si trasferisce a Matera, per le persecuzioni di cui fu oggetto il padre per le sue posizioni politiche, divenne consigliere provinciale della Basilicata. Autore di studi e inchieste sullo stato dell’economia agraria della provincia, era un fine latinista e autore di traduzioni e fu il primo e, per molto tempo, l’unico maestro di Laura. Ella insegnò per breve tempo nel convitto femminile di Potenza. Ben presto abbandonò l’insegnamento sia per la salute cagionevole sia per aver sposato il conte Luigi Lizzadri di Tricarico, dove si trasferì.

[9]  G. Caserta, Laura Battista, Canti, per i  tipi di Conti, Matera 1879.

[10]  G. Caserta, cit. L. Battista, Potenza 22 marzo 1875 Direzione Della Scuola Normale Femminile di Basilicata, p. 153.

[11]  Giuliana Brescia nacque a Rionero in Vulture nel 1945 e morì suicida a Bari dove viveva con il marito e la figlia, nel 1973. Nel 1962 le fu assegnato a Napoli il premio La maschera d’oro. Le sillogi sono state pubblicate postume: Poesie del dubbio e della fede, Versi affiorati dai cassetti.

[12]  Lorenza Colicigno nasce a Pesaro nel 1943 e vive a Potenza. Insegnante di Lingua e Letteratura Italiana, ha lavorato in radio e televisione a Roma e Potenza. Ha pubblicato: Questio de silentio (1992) Canzone lunga e difficile (2004), Matrie (2017), Cotidie (2021). I suoi scritti si trovano in antologie e pubblicazioni.

[13]  Lorenza Colicigno, Potenza e velo, in Cotidie, Manni Editore, Bari, 2021, p. 5.

[14]  Il termine è tratto dal latino mater matris, terra madre, termine utilizzato per la prima raccolta.

[15]  Amalia Marmo nata a Miglionico (MT) nel 1948, vive a Marconia di Pisticci (MT). Laureata a Napoli in Lettere classiche. Ha avuto molti riconoscimenti letterari. Ha pubblicato raccolte di poesie e romanzi.

[16]  Novalis affermava «La nostra vita non è ancora un sogno, ma sempre più deve diventar tale».

[17]  Amalia Marmo, Indenne paradiso perduto,  in Il vento leggerà Gradita Sinfonia, Edizioni Setac, Pisticci, 2015, p. 30,

[18]  Ivi, Visione furtiva, p. 27.

[19]  Ivi, Sentinella, p. 25.

[20]  Ivi, un pugno di mistero, p. 34,

[21]  Rosalba Griesi nasce a Palazzo San Gervasio, dove vive e lavora, nel 1958. Ha pubblicato: Il viaggio (2004), Nel mare del tempo (2011), Natale e dintorni (2014), Nicol ali di farfalla (2015), I racconti di nonna Peppa (2017). Le sue liriche e racconti sono stati inseriti in diverse antologie.

[22]  Rosalba Griesi, Mimose, in Nicol ali di farfalla, LuogInteriori, Città di Castello (PG), 2015, p. 39.

[23]  Ivi, p. Le mie parole, p.79.

[24]  Rosa Pugliese nasce a Zurigo nel 1965 e vive a Venosa (PZ). Si laurea in Lingue Straniere. Ha pubblicato due raccolte di poesie: La strategia della formica (2019) e La tana del riccio (2022). I suoi lavori sono pubblicati in varie antologie.

[25] Rosa Pugliese, Colleziono scatole di latta, in La strategia della formica, scatole parlanti edizioni, Reggio Calabria, 2019, p. 21.

[26]  Anna Santoliquido, nata nel 1948 a Forenza (Potenza), vive a Bari. Ha pubblicato le raccolte di poesia: I figli della terra (1981 – Premio Città di Napoli), Decodificazione (1986), Ofiura (1987), Trasfigurazione (1992), Nei veli di settembre (1996), Rea confessa (1996), Il feudo (1998), Confessioni di fine Millennio (2000), Bucarest (2001), Ed è per questo che erro (2007), Città fucilata (2010), Med vrsticami/Tra le righe (2011), Quattro passi per l’Europa (2011), Casa de piatrǎ/La casa di pietra (2014), Nei cristalli del tempo – poesie per Genzano (2015), Versi a Teocrito (2015), I have gone too far (2016). Ha pubblicato anche un volume di racconti e ha curato diverse antologie, tra le quali Zgodbe z juga – Antologija južnoitalijanske kratke proze (2005). È autrice dell’opera teatrale “Il Battista”, rappresentata nel 1999. Ha fondato e presiede il Movimento Internazionale “Donne e Poesia

[27] Anna Santoliquido, Incontri, in  Ed è per questo che erro, Smederevo, 2007, p. 9.

[28]  Anna Santoliquido, Mani nodose, in Figli della terra, Fratelli Laterza editore, Bari, 1981, p. 27.

[29]  Ivi, Mia madre,p.38.

[30] R. M. Rilke, dalla lettera al suo traduttore polacco Vitold von Hulevicz del 13 novembre 1925


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Dare respiro al sacro”. Intervista al poeta Luigi Carotenuto. A cura di Francesca Del Moro

La poesia di Luigi Carotenuto[1] si caratterizza fin dai suoi esordi come un cammino spirituale, che nella sua ultima pubblicazione, Farsi Fiori (gattomerlino, 2023), approda a una calma e luminosa maturità. Ne parliamo con lui in questa breve intervista.

Partiamo dal titolo del tuo nuovo libro. È tratto da una poesia che si caratterizza, come molte altre, per una sintesi epigrammatica fulminante: Farsi fuori / per / farsi fiori. Come mai proprio questo titolo? Devo ammettere che Farsi fuori mi ha subito fatto pensare a una scelta drammatica; che cosa significa per te questo “fuori”?

Farsi fiori per essere essenziali, lasciare che di noi stessi vi sia l’espressione dello sbocciare, dell’aprirsi alla vita. Farsi fuori perché, per essere veramente, bisogna rinunciare alle identificazioni. Morire al mondo, all’amor saeculi, come lo chiamava Ildegarda, per accostarsi all’amor caelestis. Forse, anche se apparentemente paradossale, per incontrare veramente gli altri, nella loro intima essenza, bisogna rinunciare a qualunque forma di attaccamento, di personalità, non in un senso nichilista però, bensì per raggiungere quella forma di purificazione che rende possibile l’evitamento di meccanismi proiettivi, investimenti sull’altro, frutto di paure, egoismi, illusioni.

*

Il tuo libro è ricco di simboli, che diventano parole-chiave, cardini intorno ai quali ruota la tua poesia – penso per esempio al cerchio, alla luce – ed espliciti richiami a filosofie orientali, come l’enso, il mudra. Quali sono i principali riferimenti spirituali della tua scrittura?

La Bhagavadgita, Il sentiero della non-dualità o Advaita Vedanta, i libri di Raphael, Meister Echkart, i Vangeli, la filosofia perenne, gli gnostici, il Tao Te Ching, i Padri del deserto, Il Libro tibetano dei morti, Steiner, Scaligero, tra gli altri, un elenco che non può essere esaustivo, perché molte verità passano da incontri inattesi e trasversali, di libri e gesti, i quali è bene custodire, e spesso lasciare riposare nel silenzio che è forse lo spazio più profondo per dare respiro al sacro.

*

Quale definizione daresti di “spiritualità”?

Definire rischia in qualche modo di intrappolare, arginare, il concetto di spiritualità, che porta in sé lo spirito aereo, il soffio, nel suo nome, e non può rimanere stretto nelle gabbie del linguaggio. Ha in sé l’inesauribile delle possibilità, ben oltre la dimensione di spazio e tempo. Mi rendo conto dell’insufficienza espressiva, nella dimensione umana la spiritualità dovrebbe portare l’infinito e l’invisibile nel quotidiano e quindi cambiare completamente la prospettiva dell’individuo che vi si accosta e la coltiva, quello stato di metanoia in termini filosofici. In una traduzione in rete di un passo dal Tao Te Ching ho trovato l’espressione “coltivare l’eterno”: ecco, forse questa potrebbe essere l’idea di spiritualità da cui partire.

*

Riconosco ai tuoi libri una forte valenza politica, nel senso soprattutto di una contrapposizione ai “rumori”, altra parola chiave, della società moderna, alla sua ricerca di beni materiali e soddisfazioni effimere. Sintetizzando, quali sono i disvalori, i mali della contemporaneità e quali valori possiamo contrapporvi?

Ai rumori contrapporre i sussurri, alle grida il canto tenue. Siamo fatti per la musica delle sfere, non soltanto per i clangori. Ma forse, più che contrapporre (anche se il controcanto fa parte della partitura in musica), che presuppone un altro, spesso nemico, il quale ci fa rimanere nella dualità, per unificare bisogna essere. C’è un libro di Thích Nhất Hạnh dal titolo Essere pace. Semplicemente essere, incarnare, ciò che si desidera, è il modo per non tradirlo, in un mondo di parole che sono il contrario delle azioni, e gesti che tradiscono le vere intenzioni. Comprendere e compatire la dimensione d’ombra in noi e negli altri, in tutte le sue sfaccettature, vale a dire accostarsi all’enigma del cuore umano senza essere né persecutori né fintamente caritatevoli.

*

Nel tuo libro, a volte usi la prima persona ma principalmente il “tu”. Come mai questa scelta?

Probabilmente, il tu a cui mi rivolgo è quella sorta di maestro interiore, la parte più saggia di noi stessi. Nell’attraversamento di testi e conversazioni spirituali, gli autori che più mi hanno convinto sono proprio quelli che riportano il lavoro a sé stessi e non a guru esterni. Anche nel lavoro psicologico, terapeutico, clinico, analitico, l’analista non può fare il cammino al posto dell’altro, può però percorrere parte del tragitto, stare al fianco, lasciare che l’altro si possa rispecchiare aiutandolo a constatare di sé stesso lati, risvolti, aspetti, di cui non si era accorto. Il tu, forse, nella scrittura del sottoscritto, rappresenta una funzione dialogica che risulta necessaria per l’indagine introspettiva e per avviare in determinate direzioni il processo creativo. 

*

Uno scatto del poeta intervistato, Luigi Carotenuto

Nei versi di questo come dei tuoi libri precedenti ti riferisci spesso ai bambini. E qui un bambino è un interlocutore ricorrente. Che cosa rappresenta per te il mondo dell’infanzia?

Mi interrogo spesso su questo, dandomi risposte che trovo molto parziali, carenti, forse perché ho un’aspettativa alta, idealistica, rispetto al mondo dell’infanzia. Hillman dice che «qualunque cosa diciamo sui bambini e sull’infanzia in realtà non riguarda mai i bambini e l’infanzia». Per tornare alla tua domanda, qui il bambino e il sapiente si fondono, il bambino diventa il sapiente per quel potenziale di espressività che porta con sé, in divenire e nel presente. Il bambino rappresenta anche quella parte interiore a cui dare voce, quindi è un dialogo sì, con il bambino, i bambini, incontrati a scuola, ma anche un auto-dialogo con il puer interno.

*

Nei versi ricorre spesso la morte e si percepisce un tentativo di inquadrarla in un percorso pieno di senso e di fiducia, mentre nei tuoi libri precedenti percepivo una dose maggiore di conflittualità con riferimento al tema della perdita. Come si è evoluto il tuo pensiero riguardo alla morte, e come si inquadra in un cammino spirituale?

Hai ragione, in questo libro vi è la calma percezione, fatta di qualcosa di tangibile, anche se sottile, che la morte sia soltanto un passaggio, che non coincida come si ritiene comunemente con l’annullamento e la fine dell’esistenza. Di questa visione si fanno portavoce numerose tradizioni spirituali, sentirla però dentro come verità cambia di molto lo sguardo sugli eventi e dovrebbe sostanziarci di compassione. Il dolore dei viventi, a prescindere dal grado di consapevolezza o stato di coscienza in cui si trovano, può essere misura e banco di prova per testare quella umanità di cui siamo o meno portatori. Riguardo al passato, ai libri precedenti, sento di essere pervenuto su questo tema a un’accettazione pacificata, rimanendo aperto agli accadimenti, alle possibilità di scoperta, senza certezze e senza l’ansia di voler risolvere gli enigmi o rivendicazioni rispetto al percorso biografico.

*

I termini “sottrazione”, “calma” e “levità” si adattano perfettamente alla tua poesia ma anche al percorso di vita che auspichi nei tuoi versi in generale e in particolare in questa pubblicazione. Come lavori sulla parola e sulla visione della vita per perseguire questo senso di pace, per arrivare a una leggerezza ed essenzialità di stile e di pensiero?

Cercando di tenere viva la curiosità per la conoscenza e tenendomi fuori più che posso dal banchetto duale e, questo sì, davvero antisociale, del buono e cattivo, della vittima e del carnefice, tanto praticato sui mezzi di iper-comunicazione dei tempi odierni, che negano la vera possibilità di comunicare e ascoltare sé stessi e gli altri, attraverso il silenzio e la misura. Il pensiero della morte, ad esempio, mi aiuta a constatare l’illusorietà di certe dinamiche, il «lutto di tutto» (mi pare sia di Zanzotto, vado a memoria). Partendo dalla fine, insomma, trovo la misura del gesto, almeno negli intenti. Sulla scrittura, non saprei, è qualcosa che avviene in buona misura inconsapevolmente, spesso sento e ho sentito, nella stesura di testi precedenti, di non avere una forma né una scrittura delineate, prestabilite, come se ogni volta partissi da una tabula rasa per iniziare un libro. Ma dallo stato di vuoto, di vacuum, può farsi spazio il molteplice delle possibilità creative: questo è il lato promettente della faccenda, che mi dona sempre nuovi stimoli.


[1] Luigi Carotenuto (Giarre, CT, 1981) è poeta, compositore e educatore. Ha pubblicato i libri di poesia L’amico di famiglia (Prova d’Autore, 2008), Ti porto via (Prova d’autore, 2011), Krankenhaus (gattomerlino, 2020) e Farsi Fiori (gattomerlino, 2023). Un suo poemetto inedito in volume, Taccuino olandese, è apparso sul n. 48 – Anno 2015- di «Gradiva». Nel 2021 è uscito in Francia, per le Éditions du Cygne, Krankenhaus suivi de Carnet hollandais et autres inédits, curato e tradotto in francese da Irène Dubœuf. Figura nell’antologia di poeti siciliani tradotti in lingua inglese, a cura di Ana Ilievska e Pietro Russo, Contemporary Sicilian Poetry. A multilingual Anthology (Italica press, 2023). Collabora con «l’EstroVerso» di Grazia Calanna e cura la rubrica “Particelle sonore” per la rivista «Niederngasse» di Paola Silvia Dolci. 


Questa intervista viene pubblicata nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionata dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Poesia e pace?”, articolo di Enrica Santoni

In questo momento di morte e guerre, nasce spontaneo chiedersi se possa bastare una poesia per salvare il mondo. Poesia come preghiera profonda, pianto intenso, ma anche inno alla vita. Siamo ormai consapevoli del fatto che le armi non potranno mai risolvere i problemi dell’umanità e che tutto si ripeterà recidivamente, come un rituale. Ma se le bombe, gli spari, i cannoni, il sangue, non possono salvarci, potrà forse farlo la preghiera?

Già sembra di intravedere un sorriso di scetticismo in coloro che leggeranno questa domanda. Tuttavia, tentare un nuovo percorso verso la pace, è necessario e urgente. Una sola piccola poesia, come preghiera umana, al di là di ogni credo religioso e filosofico, in nome dell’Uomo, della Vita, della Speranza, potrebbe trasformarsi in un seme fertile che potrebbe sbocciare dopo essere stato coltivato e curato con amore e attenzione. Come un canto antico che affiora dai pori della nostra pelle, dal nostro DNA sopravvissuto per milioni di anni ad ogni ostilità nei confronti della nostra evoluzione. È un enigma cercare di comprendere perché l’Uomo voglia trovare la pace attraverso la guerra, la vita attraverso la morte, l’amore attraverso l’odio. È un mistero nascosto nel profondo dell’ego umano, nella parte “bestiale” che caratterizza l’uomo, quella più oscura e terribile, che si sarebbe dovuta smussare attraverso lo sviluppo dell’anima unita all’intelligenza, soprattutto sociale, che contraddistingue la razza umana da quella animale e dai suoi istinti spesso crudeli.

È quindi il momento di rivalutare la preghiera. Non quella da filastrocche infantili ma quella che nasce da un sentito profondo, che punta a catturare l’essenza più spirituale e pura che ancora si annida dentro gli esseri umani e che non trova più il passaggio per fuoriuscire, alla luce, verso il prossimo.

Ci siamo riempiti di beni materiali e anche di nozioni intellettuali, di conoscenza fine a se stessa, ma abbiamo tralasciato il cuore, la sacralità anche delle nostre debolezze e delle nostre paure, della nostra capacità di commuoverci, di stupirci di fronte all’alba e al tramonto, che non sono mai gli stessi. Si è arrivati a scambiare la spiritualità per debolezza, per inutilità, per nullità, poiché non sembra portare profitti. Di conseguenza, la preghiera, l’inno alla bellezza umana e divina, hanno perso forza e sembrano spesso essere fonti di imbarazzo e incapacità. Si è giunti ad una sorta di capolinea per l’umanità. È assolutamente necessario trovare nuove direzioni e nuove motivazioni per la felicità, la pace e la convivenza sulla terra. Perché (tornare ad) essere idealisti e romantici e tentare di salvare noi stessi con la poesia, l’implorare la vita, l’amore, il nostro credo, la natura, il nostro essere più profondo?

Le prime forme di comunicazione linguistica dei nostri antenati erano simili a suoni cantati, liriche primordiali. Erano armonia e bellezza, andate perse con il materializzarsi della vita umana sulla terra, quando si ha iniziato a lottare per sopravvivere, per poi volere accumulare potere e ricchezze. Perché non tornare all’età dell’innocenza, come fossimo ancora bambini, incontaminati dalle negatività che ci circondano? Ci siamo riempiti del nulla svuotandoci. Perché non riprovare ripartendo dal poco per raggiungere una completezza e realizzazione con la semplicità e la sincerità? Basterebbe una poesia? Un canto? Un inno?

Il ritorno all’umiltà, in primis, ci potrebbe veramente salvare; questa enorme parola “umiltà”. Bisogna avere tanto coraggio ad essere umili. E la poesia è umiltà perché ci denuda di fronte al mondo e ci dona il coraggio di essere nuovamente ed autenticamente “uomini”.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

“Mare dentro”, la nuova raccolta poetica della poetessa bolognese Martina Lelli

Domenica 14 aprile a partire dalle 16:30 presso il Museo di Arti e Mestieri di Pianoro Nuova (Bologna) sito in Via del Gualando n°2 si terrà la presentazione al pubblico della silloge poetica Mare dentro (Kanaga, 2024) di Martina Lelli.

Oltre all’Autrice interverranno Cheikh Tidiane Gaye (poeta, scrittore e direttore responsabile di Kanaga Edizioni) e i poeti Stefano Baldinu e Franca Donà. L’incontro sarà moderato da Dolores Prencipe (insegnante e pittrice) e sarà allietato dalle letture della Compagnia Teatrale “L’Essere” nonché dalle musiche a cura di Massimo Pinzuti e Maurizio Speciale.

Mare dentro è la seconda opera della poetessa bolognese classe 1994. La prima – uscita nel 2014 – aveva come titolo Mosaico… di emozioni. Martina Lelli è laureata in Scienze Statistiche (2016) e in Statistica, Economia e Impresa (2019) presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. In campo letterario numerose sono le sue attività: poetessa, prefatrice e recensitrice, è membro di Giuria nel “Prix International de Poésie Léopold Sédar Senghor” dal 2021, collabora come recensitrice con Pianeta Poesia, Associazione Novecento Poesia – Centro di Studi e Documentazione di Firenze dal 2022 e fa parte dei Giurati del Premio Letterario Nazionale “Benabe – cuore a cuore” di Savona. Vincitrice di numerosi riconoscimenti letterari a livello nazionale e internazionale tra cui “PoetiInSanremo – Omaggio ad Angelo Barile” (2014), “Città di Cattolica” (2015), “Città di Corridonia” (2014, 2015, 2021), “Città di Recanati” (2015, 2017, 2019), “Giglio Blu di Firenze” (2019, 2020, 2022), “Città di Arcore” (2019, 2021, 2023), “Narda Fattori” a Gatteo (2021, 2023), “Premio Firenze” (2021), “Il dono del vento” a Castelbellino (2023), “Ubaldo Giacomucci” a Pescara (2023).

Nella prefazione a Mare dentro, a firma di Cheikh Tidiane Gaye, si legge: «L’autrice propone una visione di scrittura e una lirica fortemente percepite nell’animo. Ogni strofa invita il lettore a decodificare il messaggio del poeta; una lettura profondamente sentita nel cuore e nella ragione aiuterà a decifrarne il canone lessicale. […] Ciò che colpisce in ogni poesia, sfogliando la silloge, pagina dopo pagina, è la capacità della nostra poetessa di mettere insieme senso e ritmo che sfociano in un’estetica ammirevole».

Il poeta bolognese Stefano Baldinu nella sua attenta nota di lettura al testo ha rivelato: «La poeta ha saputo instaurare nel corso della sua vita un legame così profondo con l’elemento marino da far sì che questi potesse divenire il luogo privilegiato demandato all’accoglienza e all’ascolto di ogni suo più recondito pensiero, ogni suo infinitesimale sentimento. […] [Q]uesto percorso intrapreso da Martina lo potremmo assimilare a ciò che avviene durante la gravidanza nel grembo materno: la vita, immersa nel liquido amniotico, prende forma, cresce e “matura” fino a vedere la luce».

Due poesie estratte dal volume:

Non potrò mai dimenticarti

Non posso lasciarti andare a quelle domeniche di periferia,

nel lungomare svuotato a fermare il tempo, a zittire l’amore

in una camera a ricordi, aggirandolo ad inspirare la notte,

la nuvola di un vaporetto verso altre rotte, altri progetti:

nuovi cieli sotto cui invocherò randagia solo il tuo nome.

Non posso lasciarti andare a quei brevi tramonti invernali

che si stringono alla sera, che si assottigliano all’orizzonte

senza avere più un filo di voce in questo pezzo di cuore,

mare smorzato da una banchina che tira all’infinito,

alla tenerezza, a noi due: respiri mai divenuti vento.

Non posso lasciarti andare nei sottoscala di quella città,

nelle sue volte impregnate d’azzurro, di passi al domani

e di baci oltre il coprifuoco, oltre i codici di stelle bloccate

al buio, ad un muro di sassi, di addii che nascondono il porto

e l’illusione di vederci insieme per ridurre il mondo a una biglia.

Non voglio lasciarti andare dai miei passi sul vialetto di casa,

dai nostri vecchi sogni legati alla siepe, incatenati al lampione

che li salva dall’oblìo delle prossime estati, delle loro luci spente

in notti al profumo di pino marittimo, di pelle di un’altra vita

che, nell’ombra, tenterà silenziosamente di riportarmi a te.

*

D’oltre e d’azzurro

Nel tocco vago di una poesia

c’è una cesura di novilunio,

forse un ordine folle

in cui cogliere un sospiro,

un senso d’infinito

a cui sussurrarsi tra i venti.

Tu eri il mio tempo, la mia costellazione

di amori e inchiostro: tutta la mia nostalgia

per una vertigine d’altrove

e per chissà quale altra sete di stelle.

Io ero il tuo garbino, l’infuso dolceamaro

del mare che ci teneva in ostaggio

come fossimo uno sgarbo del finito:

ancora mi chiedo lo strano suono della mia vita

cosa avesse dipinto senza di noi che siamo d’oltre

e d’azzurro.

Sarai la mia sostanza immortale,

         le mie minuzie d’immensità

gemmate tra labbra fuggiasche,

quasi l’ubiquità di un’anima breve

che vibra nottetempo, sapendosi Musa.

Sabato 13 Aprile a Roma il seminario “Il sacro poetico”

Sabato 13 aprile p.v. a partire dalle ore 10 e sino alle 18 presso la Sala Bio-Bibliografica della Biblioteca Universitaria Alessandrina (Piazzale Aldo Moro 5) a Roma si terrà il seminario dal titolo “Il sacro poetico” voluto e curato da Marco Colletti, Tiziana Colusso e Ilaria Giovinazzo.

A patrocinare l’iniziativa culturale sono la Direzione Generale e Diritto d’Autore del Ministero della Cultura, l’Associazione per la Solidarietà Internazionale in Asia (ASIA), l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (ISMEO), la Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS) e le riviste letterarie «FormaFluens», «Metaphorica» e «Nuova Euterpe».

Questo il programma del ricco appuntamento che vedrà alternarsi vari specialisti in fatto di religione, letterati, saggisti e poeti che interverranno per un reading poetico sul tema.

Saluto

Dott.ssa DANIELA FUGARO (Direttrice della Biblioteca)


Interventi della mattina – ore 10:00 – 13:30

“La religione della bellezza”

ILARIA GIOVINAZZO (poeta, storica delle religioni)


“Presenze sufi nella poesia araba contemporanea”

SIMONE SIBILIO (poeta, docente di Lingua e Letteratura araba all’Università Ca’ Foscari)


“Giulia Niccolai, dalle avanguardie all’avventura della meditazione”

TIZIANA COLUSSO (scrittrice, direttrice di «FormaFluens Magazine»)


“La parola e la cosa”

CLAUDIO DAMIANI (poeta)


“Il verso sulla soglia dell’ineffabile”

LETIZIA LEONE (poeta, critica letteraria, redattrice di «Il Mangiaparole»)


“Poesia e critica nei sentieri del Bosco Sacro”

MARCO COLLETTI (poeta, italianista)


Letture:

ALESSANDRO ANIL, MARCO COLLETTI, TIZIANA COLUSSO, CLAUDIO DAMIANI, ILARIA GIOVINAZZO, LETIZIA LEONE, ILARIA PALOMBA, SIMONE SIBILIO


“Dall’Asia all’Italia: la salvaguardia del patrimonio culturale e spirituale del Tibet e l’educazione socio-emotiva”

LINDA FIDANZIA (responsabile di Fundraising ASIA Onlus)


Interventi del pomeriggio – 14:30 – 18:00

“La “poesia” della rinuncia. Traduzioni upanishadiche”

LAURA LIBERALE (poeta, Phd in Studi Indologici all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma)


“Sutra degli alberi”

TIZIANO FRATUS (poeta, scrittore, buddista agreste)


“Letteratura ed etica”

ISACCO TURINA (poeta, ricercatore in sociologia all’Università di Bologna)


“Ricordando Cristina Campo”

ISABELLA BIGNOZZI (poeta e saggista)


“La poesia dissacrata”

ANDREA TEMPORELLI (scrittore e poeta)


Letture:

STEFANIA DI LIO, TIZIANO FRATUS, LAURA LIBERALE, FRANCESCA SERRAGNOLI, ANDREA TEMPORELLI, ISACCO TURINA, MICHELA ZANARELLA.


Concerto di musica tradizionale indiana

a cura di KALIPADA ADHIKARY


Nell’occasione, oltre ai libri degli autori, sarà esposto il n°3/2023 della rivista «Metaphorica», con una sezione dedicata a Giulia Niccolai. Gli atti del seminario saranno editi da «FormaFluens – International Literary Magazine».  

Ad Ancona la presentazione di “Ammmorte”, volume fotografico dell’eclettica Rita Vitali Rosati

Venerdì 5 aprile 2024 alle ore 17:30 verrà presentato, presso gli spazi di Poliarte in Via Miano 4 a/b ad Ancona, il volume Ammmorte (2023) dell’eclettica artista marchigiana Rita Vitali Rosati, frutto di un recente percorso artistico che l’ha portata a raccoglie fotogrammi che attengono la realtà quotidiana. All’evento interverranno Massimo Raffaeli (critico letterario), Gianni Marasca (Presidente dell’Ordine degli Avvocati) e Paolo Monina (fotografo e docente di Poliarte).

Ammmorte, come si legge nel volantino d’invito, è il risultato di un reiterato esercizio di scatti fotografici come di altrettanti prelievi da un esuberante archivio dove ritratti e ambientazioni reali sono la trama distinta di un’operazione mentale che pone l’accento anche sulla distinzione tra fotografo tout court e fotografo concettuale. «Mi piace pensare» – rivela Rita Vitali Rosati – «che non essendo una giornalista, non sono quindi omologata per redigere denunce, né questo argomento vuole essere il presto per strumentalizzare questo gravoso problema, con immagini provocatorie». Di provocatorio c’è solo il titolo che annuncia la risposta creativa di un’artista concettuale, relazione. Il libro si annovera tra altre narrazioni fotografiche, unite sempre alla tradizione, quella che è stata la linea diretta da Luigi Crocenzi, fotografo e teorico fermano, già dagli anni ’50, vivace personaggio con intuizioni illuminanti ancora oggi attuali.

L’artista Rita Vitali Rosati

Rita Vitali Rosati (Milano, 1949) vive e lavora nelle Marche. A partire dagli anni Settanta ha esposto i suoi lavori in spazi pubblici e gallerie private tra cui il Macro di Roma e lo Studio Adriano Cavalieri di Bologna. Le sue opere sono state presentate al Dicastero della Cultura di San Marino, ad Arte Fiera di Bologna, ad Artissima di Torino, nonché all’Expo Internazionale di Basilea e a Palazzo Ducale di Zara (Croazia). Privilegiando idee e concetti l’Artista si mette in scena attraverso video e performance: “Mastica e sputa” (2009), “A me le mostre mi vengono sempre diverse da come le avevo pensate” (2017), “Mi chiamo Rita, ballo, canto, scrivo versi in notturna” (2018), “Quanto silenzio si sente a sinistra, quanto silenzio si sente a destra” (2019). La lunga frequentazione e l’interesse per la scrittura, tra convegni e reading, hanno prodotto volti e altre testimonianze condensati in abili scatti fotografici. Ha pubblicato libri fotografici e di sola scrittura: Inventario, con elenco (2000), Ahi (2010)[1], La passiflora non è una passeggiata en plein air (2013), MemoryCard (2016), Dalla naftalina alla luna (2021), Ammmorte (2023).

LORENZO SPURIO

Matera, 04/04/2024


[1] La mia recensione al volume La passiflora non è una passeggiata en plein air è stata precedentemente pubblicata su «Blog Letteratura e Cultura» il 04/05/20215 e quella al libro-catalogo Ahi sempre sul medesimo spazio online il 27/05/2015.


La riproduzione del presente testo, in formato integrale e/o di stralci, su qualsiasi tipo di supporto, non è consentita senza l’autorizzazione dell’Autore.

Pubblicato il “Vocabolario del dialetto di Matelica” a cura di Ennio Donati

La nuova corposa opera di Ennio Donati (600 pagine che contengono circa 16.000 vocaboli) è relativa alla costruzione di un vocabolario del dialetto di Matelica, comune del Maceratese dove è nato nel 1946. Dal 1980 l’Autore, pur indissolubile alla sua città natale, vive nella rivierasca Senigallia.

Ennio Donati

Laureato in Ingegneria Chimica all’Università “Alma Mater” di Bologna nel 1970, è iscritto all’ordine degli Ingegneri della provincia di Macerata. Ha lavorato nell’azienda Snamprogetti del Gruppo ENI – Milano dal 1970 al 1980 occupandosi di progettazione, realizzazione e avviamento di vari impianti petrolchimici. È stato Dirigente d’Azienda dal 1984 al 2008 in due Società del Gruppo ENI.

I suoi interessi in ambito culturale comprendono studi di fonetica, morfologia, sintassi e grammatica nel campo della glottologia della regione Marche, con particolare riferimento all’area dialettale Maceratese-Fermana-Camerte. Studioso curioso degli aspetti etno-antropologici e folklorici della cultura della civiltà contadina delle Marche.

Ha pubblicato la raccolta di racconti comici in dialetto matelicese Le confidenze de Sor Righetto (Ed. Pro Loco Matelica, 2006) e la raccolta di poesie Eraàmo ricchi – Le poesie de Sór Righetto (Bertoni Editore, 2019). Vari i riconoscimenti letterari ottenuti in concorsi nazionali di prosa e poesia dialettale tra cui il Concorso Biennale “Quinto de Martella” di Camerino, “Poesia nei dialetti marchigiani” del Festival Varano ad Ancona e, recentemente, il “Deruta Book Fest” in cui ha vinto il primo premio nel 2022.

Attivo in Facebook dove cura e gestisce due gruppi, il primo dal titolo “Dialetto matelicese” e il secondo “Credenze, usanze e dialetto della civiltà contadina (Marche)”.

Il dialetto del quale Donati si è occupato, in particolare, è quello appartenente all’area dialettale maceratese-fermana-camerte ed è possibile sostenere che il dialetto matelicese sia uno tra i più antichi dell’intera Regione plurale (e non solo) se si tiene in considerazione la sua fedeltà al tardo latino dal quale proviene.

L’opera, per una più semplice consultazione, si compone di due parti: una dialetto/italiano e l’altra italiano/dialetto e si apre con la prefazione dello stesso autore nella quale parla abbondantemente della storia pluridecennale di tale vocabolario. Donati rintraccia nella sua infanzia il primo incontro catartico con il mondo del dialetto che poi non avrebbe più abbandonato: «Il contatto quasi quotidiano con persone che parlavano solo in dialetto e la mia costante frequentazione delle nostre campagne hanno accresciuto la conoscenza dei vocaboli ed il fascino dei suoni della nostra lingua» e ricorda della sua frequentazione del Liceo Scientifico “Galileo Galilei” a Macerata dove ebbe come insegnante il prof. Flavio Parrino[1], illustre italianista e glottologo scomparso nel 1994, che «è stato decisivo per la mia formazione culturale in generale e per il mio interesse per il dialetto», ha rivelato.

Ad arricchire il progetto editoriale – che esce per i tipi di Vydia di Montecassiano (MC) di Luca Bartoli – è la dotta presentazione del rinomato docente Diego Poli, professore emerito dell’Università degli Studi di Macerata, dal titolo “Il valore di un vocabolario”. In essa, partendo dalla scena lombarda, affronta da vicino la particolarità e l’importanza del dialetto all’interno della vita e della cultura dell’uomo nel corso dei secoli, per giungere alla scena marchigiana contemporanea con citazioni ad alcuni tra i maggiori poeti dialettali: Franco Scataglini (anconitano), Leonardo Mancino (camerte) e Gabriele Ghiandoni (fanese).

Agostino Regnicoli, sempre dell’ateneo maceratese ma in veste funzionario e di studioso del dialetto locale, nella sua pregevole premessa si dedica a prendere in esame gli aspetti meramente grafici e fonetici di questa particolare parlata, fornendo delle indicazioni utili anche sulla pronuncia delle parole.

Il Vocabolario del dialetto di Matelica di Ennio Donati – nella cui prima di copertina campeggia un interessante disegno a china della pittrice e illustratrice Francesca Farroni ritraente la centrale Piazza Enrico Mattei della cittadina del Maceratese – è pubblicato con il Patrocinio della Fondazione “Il Vallato” e il Comune di Matelica. La prima presentazione dell’opera è prevista per sabato 6 Aprile alle ore 17 presso il Teatro Piermarini di Matelica.

I migliori complimenti a Ennio Donati per questa sua pubblicazione, affinché possa ricevere il meritato accoglimento dal pubblico e la curiosità di chi – di vecchia o nuova generazione – ha il desiderio di conoscere la sua storia e tradizione, come nel tempo la lingua vernacolare della zona di Matelica si è evoluta, forte di una convinzione che ben esprime nella sua nota introduttiva: «Non è bello deridere il dialetto, la nostra lingua; con il dialetto si può far sorridere, ma anche emozionare, commuovere e rattristare, come accade per ogni lingua».

LORENZO SPURIO

Matera, 04/04/2024


[1] Lo stesso prof. Parrino in “Un decalogo per il poeta dialettale” pubblicato in «Prima rassegna biennale di poesia dialettale Giovanni Ginobili» del Comune di Petriolo nell’edizione del 3 maggio 1981 alle pagine 13-20, parlando della dicotomia di lingua e dialetto, aveva avuto modo di osservare: «Dialetto e lingua sono ambedue, con pari diritto, strumenti grazie ai quali una comunità di parlanti (grossa o piccola che sia) organizza i dati della sua esperienza e della sua cultura (grezza o raffinata che sia) e soddisfa ai bisogni della comunicazione all’interno della comunità; per cui fra lingua e dialetto non sussistono differenze né di dignità, né di grado, né di funzionalità […]. La struttura del più umile dei dialetti presenta la stessa organizzazione della più prestigiosa delle lingue». Un ricordo dell’attività del prof. Parrino è contenuto nell’articolo del poeta maceratese Filippo Davoli dal titolo “Del parlare in dialetto. Ripensando Flavio Parrino” pubblicato su «Cronache Maceratesi» il 24/03/2014.


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