Giovanna Fileccia e la “Poesia Sculturata”

Articolo di Lorenzo Spurio

Giovanna Fileccia è nata a Palermo dove ha vissuto fino all’adolescenza. Oggi risiede a Terrasini (PA). Ha frequentato l’istituto tecnico commerciale ma il suo amore per la letteratura l’ha portata verso materie umanistiche. Scrive poesia sia in italiano che in siciliano, è anche critico letterario e drammaturgo. Per la narrativa ha pubblicato il romanzo Oggetti in Terapia (2020), per la poesia ha all’attivo quattro pubblicazioni. Molte sue liriche sono state edite in varie antologie, volumi tematici e portate in scena in spettacoli teatrali diretti dal regista Riccardo Michelutti e recitate in vari luoghi e città d’Italia. In campo artistico va rilevato che è l’inventrice di una nuova espressione artistica, da lei stessa denominata (coniandone il relativo neologismo) Poesia Sculturata che consiste nell’allestimento di opere tridimensionali alle quale dà forma a partire dalle sue produzioni poetiche. Ha definito questo originalissimo approccio quale un suasivo e avvincente “mondo circolare e vasto, complesso e semplice, unico e sfaccettato”.

Per le sue opere tridimensionali generalmente utilizza materiali di recupero, materiali di risulta come peculiare della poor art, ma anche cartone, polistirolo, rame e stoffe (si veda la sedia “Imperia” esposta in più mostre personali) con prevalenza di elementi che si riconducono all’ecosistema mare (sabbia, alghe e conchiglie in primis). Con le sue opere plastiche ha tenuto molte mostre personali in vari contesti e la concretizzazione di queste sue ibridazioni tra i due codici espressivi è forte e percepibile leggendo il volume Marhanima (2017, con prefazioni del mai dimenticato Sebastiano Tusa e dell’architetto Alessandra De Caro, postfazione della psicoterapeuta Caterina Vitale) che contiene un testo poetico e le sue opere tridimensionali. Importante è il suo impegno sociale, lo testimonia la donazione della Poesia Sculturata dal titolo “Amore a due voci” tratta dall’omonima poesia, a “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” di Cinisi. È invitata di frequente a partecipare a convegni e incontri, anche nelle scuole, per parlare della sua creazione della Poesia Sculturata che richiama al rispetto dell’ambiente e al reimpiego dei materiali di scarto e di recupero, nonché al rispetto della Terra.

La Poesia Sculturata va nella direzione di una simbiosi attenta e istintiva che si crea tra parola e forma, tra suono e concretezza: le opere rappresentano il componimento poetico ma è anche vero che le opere scultore hanno una loro empatica didascalia nelle stesse liriche. Il procedimento sinottico e di ibridazioni tra arti e linguaggi apparentemente diversi fornisce risultati esaltanti e mai pronosticabili in partenza. L’artista Fileccia in questo modo fa del recupero e della conversione del residuale gli elementi di partenza per la creazione artistica dove è evidente anche il contenuto ecologico, e dunque il significato di empatia sociale e di salvaguardia ambientale. La concretizzazione del sentimento che è racchiuso nei versi e nelle strofe delle sue produzioni poetiche ben si esplica nelle azioni di plasmare, incollare, strutturare, comporre, levigare, intarsiare, sovrapporre, coniugare, ricondurre a un contesto dal chiaro significato oltre che di forte presa sul fruitore di quell’opera. Così lei stessa ha avuto modo di asserire nel corso di un’intervista: “La Poesia Sculturata mi offre, sia la possibilità di parlare ad ampio raggio della Terra, dell’ambiente, del riutilizzo, che di raccontare l’interiorità”[1].

Nel 2018 ha ideato e condotto il laboratorio artistico “Mandala: cerchio della vita” con annessa mostra di Poesia Sculturata ai Cantieri Culturali alla Zisa (Palermo). Nel corso degli anni mostre personali, incontri in gallerie e biblioteche non sono mancati. Tra i progetti più recenti citiamo la mostra online a quattro mani “Fibre di piombo”, con opere di Tiziana Viola-Massa e poesie della stessa Fileccia, che dopo la pandemia verrà allestita anche in presenza. L’allestimento virtuale ha consentito di vedere una buona quantità di opere e di visionare e leggere i testi poetici in internet dove è presente una videopresentazione[2].

A febbraio di quest’anno, con un video caricato sul suo profilo personale YouTube[3], l’artista ha dato a conoscere quella che può essere considerata un’ulteriore evoluzione e aggiunta al suo grande progetto working-in-progress ossia la “Poesia Sculturata in cartoline da donare” che sarà realizzata nel corrente anno in collaborazione con i Comuni di Palermo e Partinico. Un’iniziativa volta a una maggiore presenza sul campo, intesa a una capillarità della sua opera sul territorio, pensata come momento di condivisione e di partecipazione collettiva. Si sa – come hanno ben posto in evidenza – alcuni tra i maggiori critici – tanto letterari che artistici – che la fruizione dell’opera non è mai qualcosa di univoco e deciso sin dalle origini: suggestioni, empatia, significazioni interpretative, dialoghi ed echi, pur diversificati tra loro, possono nascere e fruire copiosi dalla partecipazione attenta e sentita del pubblico – del fruitore dell’opera – dinanzi ad essa. Ecco perché la Fileccia nel summenzionato video invita coloro che, nei vari spazi delle città che collaborano a questo “attacco d’arte”, troveranno le sue “cartoline artistiche” di fornirle un commento, un’impressione sulla data opera ritratta. È dal confronto tra autore e fruitore, tra artista e pubblico che possono nascere – non solo rapporti umani più o meno seri e duraturi – ma anche ulteriori significati, direzioni e vibrazioni per le opere interessate.

Nel suo nutrito curriculum letterario figurano anche le opere Sillabe nel Vento (2021, con prefazione di Veronica Giuseppina Billone), La Giostra dorata del Ragno che tesse (2015, prefazione di Giuseppe Oddo e postfazione di Francesca Currieri), Seta sul petto, per Alessandro che Di Mercurio aveva la forza e l’empatia (2020, con introduzione della stessa Giovanna).

Numerosi i riconoscimenti ottenuti tra i quali quello alla Cultura “Silva Parthenia” conferitole a Partinico nel 2015 e l’Encomio alla Cultura “La Biglia Verde” conferitole a Marsala nel 2017, “Diploma La Gru News” conferitole dalle maestranze del Comune di Cinisi nel 2020. È stata membro di giuria in vari concorsi tra cui il Premio Regionale “Sicilianamente” e il Concorso fotografico “Giovanni Meli” tenutosi a Cinisi nel 2015.

Numerosi e qualificati critici letterari ed esperti d’arte e di cultura si sono occupati della sua arte poetica e della sua Poesia Sculturata tra cui Maria Elena Mignosi Picone, Maria Antonia Manzella, Salvatore Maurici, Mariantonietta Mangiapane, Lidia Vitale, Pino Manzella, Giovanni Impastato, Silvio Grisafi, Francesca Currieri, Rosanna Maranto, Vincenzo Corona, Calogero Catania, Sandra Guddo, Giovanni Matta, Rosanna Maranto, Vincenzo Corona, Valentina Grazia Harè, Francesco Ferrante, Veronica G. Billone, Pippo Oddo, Caterina Vitale, Maria Rita Mutolo, Anna Barone, Cinzia Finocchiaro, Maria Antonietta Sansalone, Martina Emanuele, Vinny Scorsone, Silvio Ruffino, Vincenzo Cusumano, Giacomo Randazzo, Salvatore Mirabile, Sebastiano Tusa, Alessandra De Caro, Salvo Galiano, Pippo La Barba, Palma Civello, Santa Franco, Evelin Costa, Patrizia Iovine, Federico Baldini, Sara Missaglia, Luca Calvino, Emilia Ricotti, Sara Favarò, Cinzia Romano, Rosario Sanguedolce, Domenico Sinagra, Adriana Fresina, Antonino Schiera, Rosario Loria, Chiara Fici.

LORENZO SPURIO

La riproduzione del presente articolo, anche in forma di estratti e su qualsiasi supporto, non è consentita senza il consenso da parte dell’autore.

Bibliografia

Sito personale dell’autrice: https://giovannafileccia.wordpress.com 

Intervista a Giovanna Fileccia a cura di Chiara Fici: http://www.globusmagazine.it/giovanna-fileccia-la-coffa-simbolo-della-sicilia/#.X_yyW-DSJkw

Intervista a Giovanna Fileccia a cura di Antonino Schiera: https://antoninoschiera.blog/2020/10/09/poliedrica-e-creativa-la-scrittrice-giovanna-fileccia-si-racconta-per-noi/

Il sito\blog di Giovanna Fileccia Io e il Tutto che mi attornia: https://giovannafileccia.com/


[1] Chiara Fici, “Giovanna Fileccia e la coffa come simbolo della Sicilia”, «Globus Magazine», 25/05/2020, link: http://www.globusmagazine.it/giovanna-fileccia-la-coffa-simbolo-della-sicilia/#.YAIQinZKjIV (Sito consultato il 15/01/2021).

[2] Rimando a questo link che fa riferimento alla notizia di tale mostra, con foto, videopresentazione e premessa della poetessa, pubblicati sul suo sito ufficiale in data 23/12/2020: https://giovannafileccia.wordpress.com/2020/12/23/fibre-di-piombo-mostra-di-tiziana-viola-massa-e-giovanna-fileccia-video-e-opere/ (Sito consultato il 15/01/2021).

[3] Il video è raggiungibile a questo link: https://www.youtube.com/watch?time_continue=499&v=BpdaW2yBdJk&feature=emb_title

“Nel tempo dell’assenza. Tragitti casuali d’incomunicabili silenzi” di Massimo Massa – Testo critico di Lorenzo Spurio

Testo critico di Lorenzo Spurio

Un’operazione editoriale senz’altro riuscita, tanto è ricca e avvincente, questa di Massimo Vito Massa, curiosa voce poetica nel panorama culturale italiano della nostra attualità che con l’etichetta editoriale da lui curata e diretta – Oceano Edizioni – ha dato alla luce il volume Nel tempo dell’assenza[1]. Si tratta di un’opera in qualche modo repertativa, come ben richiama il riferimento di “Opera omnia” nell’immagine di copertina e, in quanto tale, presenta testi poetici già pubblicati altrove, letti magari in circostanze che lo hanno visto partecipante di iniziative pubbliche o presentati a concorsi letterari, ambito questo che l’Autore barese ben frequenta da anni, con grandi meriti e ampie attribuzioni di riconoscimenti per la sua capacità ideativa, stesura formale e ricchezza contenutistica. Questo nulla toglie alla freschezza dell’opera che si presenta come fosse totalmente inedita, compatta nei tanti elaborati e contributi critici che, ben cadenzati, “a intervalli”, la arricchiscono e la strutturano in maniera assai congrua alle vere “opere totali” di autori più o meno classici. Se mi soffermo su questo aspetto – oltre al fatto che non è qualcosa in nessun modo trascurabile – è presto detto. Operazioni “antologiche” come questa che ho tra le mani presuppongono non solo una meticolosa operazione di scelta – e dunque di cernita – delle tante opere di produzione propria ma anche l’individuazione di un nesso – leitmotiv o fil rouge, come si preferisce – secondo il quale l’Autore intende presentarcele. Aspetti, questi, che possono sembrare laterali, e dunque non influenti in maniera incisiva, sull’opera intesa in senso complessivo e che, al contrario, hanno la loro valenza. Massa ha manifestato in maniera molto chiara che, dietro alla compilazione di Nel tempo dell’attesa, vi è stato un ampio (non so dire se lungo, questo sarebbe eventualmente da chiedere all’Autore) lavorio di organizzazione “mentale”, ben prima che “editoriale” che ha portato, appunto, alle scelte le cui pagine ben rendono edotti chi se ne appropria.

Pure non andrebbe dimenticato di dire che – di contro al titolo che ci parla di una assenza che, ad apertura del libro, dobbiamo ancor ben concettualizzare – il sottotitolo funge da apripista, da motivo propedeutico a quel che l’attento Autore (nelle vesti anche di curatore ed editore) si appresta a rivelarci di sé. Quelle contenute nel libro sono poesie – questo è chiaro – ma esse sono solo l’abito che, di volta in volta, l’io lirico veste per documentarci e trasmetterci quelli che sono i Tragitti casuali d’incomunicabili silenzi. Addentrarsi a priori in un’appropriata significazione esegetica di questa perifrasi sarebbe senz’altro qualcosa di rischioso ma è un rischio che cercherò di limitare tentando un approccio di questo tipo non ora, ma in seguito.

Il volume si presenta ricchissimo, da ogni parte lo si voglia scrutare, da ogni angolazione ci si introduca. Ce ne rendiamo conto sin dalle prime pagine: citazioni in esergo (tra cui un’efficace chiosa sulla felicità di Romano Battaglia[2], praticamente uno dei grandi dimenticati), note di ringraziamenti, cenni bibliografici, didascalie, riferimenti puntualissimi a professioni, città d’origine o d’appartenenza dei tanti critici di cui sono presenti note, commenti, lusinghieri messaggi, attestati di stima e amicizia, squarci di recensioni e, in taluni casi, mini-saggi, approfondimenti o divagazioni di vario tipo. La meticolosità di Massa in veste di editore è tale che tutto appare dosato alla precisione: caratteri, grassetti, corsivi e rientri, organizzazione tipografica impeccabile, testo che s’interscambia – in un connubio di parola e immagine – con pagine a colori dove troviamo foto frappanti e incisive come pure fotogrammi dell’autore dai quali trasudano grande raffinatezza posturale, eleganza formale e piglio di un’espressione autentica.

Basterebbe fare i nomi di Hafez Haidar, grande promotore culturale, ex candidato al Premio Nobel per la pace e professore all’università di Pavia, e di Pasquale Panella, narratore e poeta ma soprattutto paroliere (celebre la sua collaborazione con Lucio Battisti), autore di brani immortali della canzone italiana (tra i quali “Vattene amore” di Amedeo Minghi, “Processo a me stessa” di Anna Oxa, “Giulietta” di Mango), a rivelare l’ampiezza e l’alta levatura del consenso critico riscosso da Massa nel tempo. Eppure – per onor di cronaca e per par condicio culturale – si dovrebbero fare i nomi di tutti coloro che – a vario titolo – hanno collaborato a questo volume, integrato le pagine con foto, traduzioni, inserti critici e altro ancora. Pur tuttavia nello spazio ristretto di tale recensione non mi è consentito ma il mio invito è fortemente rivolto a recuperare ben presto questo volume perché, oltre alla componente poetica di Massa, vi è un nutrito universo di luci e nastri colorati che lo contornano rappresentati da queste molteplici e variegate collaborazioni che fanno di Nel tempo dell’assenza – in aggiunta a un’opera autoriale e dunque letteraria – anche un’opera collettiva e dunque, a qualche altezza, di condivisione e partecipazione sociale.

L’autore del libro, il poeta barese Massimo Massa

Si è detto delle traduzioni: nel volume alcune poesie di Massa sono riproposte anche con l’utilizzo di un altro sistema linguistico; questo rende l’opera polifonica e internazionale, potenzialmente aperta a ogni possibile lettore e fruitore, dunque sorgiva e continua, atta ad aderire ad ambiti e contesti che esulano il domestico, il provinciale e il nazionale, per offrirsi a un oltre potenzialmente sconosciuto. Vi sono liriche tradotte in greco (Sofia Skeilda[3]), inglese (Tiziana Massa), polacco (Izabella Teresa Kostka), spagnolo (Patricia Vena), francese (Raymonde Simon Ferrier) e arabo (George Onsy).

Il volume si mostra articolato in tre sotto-sezioni e una coda conclusiva. Le tre sezioni, debitamente anticipate da alcune linee di presentazione di Massa in merito alle intenzioni di accorpamento di determinate liriche in quel gruppo – vale a dire le ragioni, le tematiche, le comunanze latenti o patenti – contengono ciascuna un consistente numero di brani poetici. Si parte con la sezione “L’assoluzione” anticipata da una dissertazione coinvolgente sul tema dell’assenza a firma del giornalista Duilio Paiano, nella quale troviamo liriche dal piglio riflessivo, sostenute da considerazioni di vario tipo che mettono in risalto le peculiarità osservative, interpretative e interiorizzatrici del poeta. Il tema ricorrente è quello dei gabbiani, con tutta la simbologia carica a questo animale e alle sue occorrenze nella letteratura, anche internazionale. In “Piove” leggiamo: «Credo ancora nei dettagli / delle prospettive, / nell’imperfezione / d’ogni figurabile / che s’avvolge in trame / come arbusti di tamerice / flagellate / ai venti di maestrale» (33). Credo che sia ben manifestato in questo estratto l’andamento – un adagio – di questa prima partizione dell’opera. Scenari prediletti sono le circostanze di solitudine e di riflessione, i momenti di pausa e di rincorsa ai pensieri, gli approfondimenti sulla vita e i suoi dilemmi, le esigenze di ascolto dell’interiorità. Ecco altri versi estratti da “Nell’attesa d’un istante”: «Passerà anche l’inverno / tra queste scie d’inchiostro / serrando nodi / nelle volute spire / di mancate assenze, / sulla pelle e nei pensieri / aspettando che marea discenda / a conciliare rena con il mare / tra le immutate sponde» (56) e da “Verrà il tempo del ritorno”: «Verrà il tempo del ritorno, / nuovi semi di accettate attese / nel cielo terso di febbraio / in quel tiepido maestrale / tra zolle arse / e l’istante delle piogge / nell’intricata geometria / del mio nulla / che fermenta prospettive» (61).

La seconda sotto-sezione del libro, “In ogni battito del mondo”, ci consegna al contesto internazionale: quello bellico delle lotte civili, delle guerre intestine, dei bombardamenti, delle violenze in genere e delle forme di sottomissione. Qui si evidenzia il piglio etico del Nostro che con poesie quali “Sotto il sole di Kabul” ha riportato numerosi premi letterari.

Troviamo liriche che affrontano problemi dei disturbi alimentari come l’anoressia (la poesia “Oltre…” dove il Nostro parla di «sguardi assenti / […] / greto informe» e della «irragionevole disarmonia / dell’esile corpo», 69), gravissime sindromi di carattere genetico («Chissà per quant’ancora / dovrò arginare ostacoli / raccogliendo cocci d’esistenza / nel perimetro di un corpo / che non s’arrende al tempo» (78) e liriche ispirate ai truci fatti di zone calde del pianeta: il Medio Oriente (la poesia “Scenderà sera sopra Gaza” dove leggiamo: «Quale guerra avrà mai le sue risposte / se non bugie vilmente sporche…/ […] // Qui si fermano per sempre / i sogni e le illusioni – / macchiate d’innocenza, / qui c’è carne da macello / su cui lasciare un fiore», 80), l’Iraq (la poesia “Sotto il sole di Kabul”: «una bandiera in terra ostile […] // […] tradita per amore a un giuramento», 87), compreso il nostro Paese con una poesia dal titolo “Quella linea in diagonale” dedicata alla nefanda strage di Capaci del 1992 nella quale morì il giudice Giovanni Falcone: «[P]rofanata speme nella terra di nessuno / che mi ha cucito addosso il tempo // […] [I]l vento disperde le parole / nell’ombra oltre il finire» (86). I contesti di violenza e di desolazione che animano il Nostro a mettere nero su bianco l’insofferenza verso tanta barbarie non punta alla denuncia ideologica né utilizza quel che sarebbe il facile tono della recriminazione o dell’imputazione della colpa. Al contrario consente un’autentica vicinanza e solidarietà verso i soggetti interessati da tanta indifferenza e devianza delle forme di potere. Difatti non di rado i componimenti di questa raccolta si chiudono – o comunque richiamano – un’attenzione generale su forme di appello e confessione nei riguardi della divinità cristiana.

Un altro scatto dell’autore del libro, il poeta barese Massimo Massa

L’ultima sotto-sezione porta il titolo “L’essenziale” ed è come la summa del percorso intrapreso; sembra di sperimentare con questo terzo “capitolo” il procedimento analitico d’evidenza di marca hegeliana contraddistinto da tesi-antitesi e sintesi. Qui, dopo lo scandaglio dell’interiorità nei suoi linguaggi spesso difficili da decifrare e dopo il verbo gridato della condanna delle aberrazioni, l’Autore annoda versi che sembrano vergati da una pacificazione maggiore, sembra quasi che la mano si sia allentata nel far seguire una parola all’altra. Qui si parla (o si cerca di avvicinarsi) all’essenziale, vale a dire a tutto ciò che non è accidentale o abituale. Al poeta, che opera di cesello con un’attitudine improntata allo scavo e alla linearità della forma, interessa esclusivamente la essentia, vale a dire la cosa in sé, quello che è, ciò che si manifesta. Senza ridondanze, abbellimenti, superfetazioni, ritocchi o magheggi di sorta. Il poeta sembra aver raggiunto un senso di benessere emotivo che gli deriva dal percepire la vita quale dono e come segno inesauribile di bellezza. Ciò gli è concesso non solo dal suo animo investigativo dei recessi interiori ma anche per mezzo di un sentimento d’amore e di condivisione con l’amata e, in senso generale, con una pluralità non meglio identificabile. Sono versi maturi che elaborano l’assenza, quella percezione di lontananza e disattenzione, di chiusura e mancata eco, in maniera diversa; ecco perché l’Autore qui ci parla dell’assenza nella forma delle sue scie. Sembrano dileguati l’ansia e il rovello esistenziale che, invece, ammorbavano pesantemente l’io lirico nella prima sezione.

In chiusura del volume c’è infine un lungo componimento bipartito, in realtà una serie di strofe con versi lunghi, disposte visivamente sulla pagina con una conformazione alternata, ad X, che vanno sotto il titolo di “Conseguenze logiche di geometriche invadenze” e – come da controcanto – di “Nell’incedere del tempo all’ora sesta”. È la giusta “coda” o explicit a tanto dire, argomentare, alludere, vagheggiare, trasporre delle liriche qui contenute e ha la forza di rappresentare, ben più che un’attestazione di poetica, una sorta di testamento umano.

Nel tempo dell’assenza è un libro che va letto e riflettuto. Credo che in questa maniera può realmente “arrivare” ed essere apprezzato come degnamente merita. Esso va a unirsi all’ampia produzione di Massimo Vito Massa – significativa e degna di menzione – contraddistinta dalle opere: Evanescenze. Dal diario dell’anima (REI, Cuneo, 2013), Geometrie d’infinito. Proiezioni e linee in divenire di concentriche spirali (Oceano, Bari, 2016) e All’ora sesta. Aspettando l’attimo che verrà (Dibuono, Villa d’Agri, 2017). Di notevole importanza per la diffusione della letteratura regionale sono i due volumi da lui curati per la serie Terre d’Italia ovvero: Poesie e dintorni di Capitanata (Oceano, Bari, 2019) e Poesie e dintorni delle terre di Bari (Oceano, Bari, 2019) oltre al corposo progetto d’impegno civile Le mani dei bambini (Oceano, Bari, 2019).

LORENZO SPURIO

La pubblicazione del presente testo, in forma integrale o di stralci, su qualsiasi supporto non è consentita senza l’espresso permesso da parte dell’autore.


[1] Una precedente edizione di Nel tempo dell’assenza è stata pubblicata da Edizioni Iod di Monterotondo (RM) nel 2020 quale opera risultata vincitrice al Premio Artistico Letterario Internazionale “Scriptura”, edizione 2020, organizzato da Anna Bruno. In questo caso si trattava della sola plaquette poetica senza inserti critici e grafici. Tutte le citazioni riportate dal testo sono tratte da Massimo Massa, Nel tempo dell’assenza. Tragitti casuali d’incomunicabili silenzi – Opera omnia, Oceano, Bari, 2020.

[2] La citazione di Battaglia riportata è la seguente: «La felicità a cui si anela / può soltanto essere sfiorata / come i gabbiani fanno con l’acqua» (4).

[3] Per ciascuna lingua indico tra parentesi il nome del traduttore.

“Fiori di poesia”: l’iniziativa dell’Ass.ne Euterpe per la Giornata Mondiale della Poesia

Per la Giornata Mondiale della Poesia che si festeggia il 21 marzo l’Associazione Culturale Euterpe di Jesi invita a partecipare all’iniziativa da remoto “Fiori di poesia”. Fino alla mezzanotte del giorno 20 marzo sarà possibile inviare la propria adesione alla mail eventi.online.euterpe@gmail.com

Gli autori che intenderanno partecipare dovranno inoltrare una loro poesia in lingua italiana o in dialetto (in questo caso con la relativa traduzione in italiano), edita o inedita, di lunghezza non superiore ai 30 versi che contenga – nel titolo o al suo interno – almeno un riferimento esplicito al mondo floreale. L’invito è esteso anche ai poeti-haijin che potranno inviare un loro haiku che contenga, come per la poesia, un riferimento esplicito al mondo floreale.

I testi dovranno avere un contenuto moralmente responsabile, non presentare forme che istituiscano o alludano a contenuti razzisti, blasfemi, pornografici o politici. L’Associazione si riterrà liberamente autorizzata, senza necessità di fornire motivazioni, a non pubblicare opere che non ritiene rispettose, dignitose, accettabili e consone, che possano urtare la sensibilità della collettività.

Si raccomanda di inviare testi in formato Word.

Le opere poetiche verranno pubblicate sulla bacheca della pagina Facebook dell’Associazione Euterpe per tutta la giornata del 21 Marzo 2021.  Data l’alta affluenza in termini di partecipazione riscontrata in precedenti iniziative analoghe, viene richiesto di prestare pazienza e di non contattare l’organizzazione per sapere quando il proprio testo verrà pubblicato. Si consiglia, pertanto, di visitare la pagina in vari momenti della giornata per visionare lo stato dei vari caricamenti

INFO: ass.culturale.euterpe@gmail.com

“Trent’anni senza te”: l’antologia che commemora il poeta catanese Antonino Bulla

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Il Presidente dell’Associazione Culturale “Centro d’Arte e Poesia Luigi Bulla” di Catania nonché poeta, Luigi Bulla, ha comunicato dell’imminente pubblicazione – per i tipi di Edizioni Letterarie Il Tricheco – di un progetto antologico che va nel segno del recupero della nostra memoria, del bisogno di testimoniare e della sana cultura: Trent’anni senza te. Recital poetico in ricordo del trentennale della scomparsa del Poeta Antonino Bulla 1991-2021. Difatti questo progetto, che nasce dalla volontà di ricordare il poeta Antonino Bulla (Adrano, 1914 – Catania, 1991) – suo avo e importante mecenate culturale nella Sicilia Orientale – si compone di una serie di testi poetici a tema, dedicati ad Antonino Bulla o che fanno riferimento alla sua ingente opera letteraria, tanto in lingua che in dialetto, prodotti da trentotto poeti.

La particolarità dell’opera – ed è cosa senz’altro degna di menzione – è che hanno preso parte all’iniziativa non solo poeti dell’ambito geografico del Catanese, luogo in cui Antonino Bulla visse e operò instancabilmente sino al 1991, anno del suo decesso, ma anche di poeti che vivono in altre regioni italiane. Il merito di questo riuscito progetto letterario è senza dubbio alcuno di Luigi Bulla – uno dei promotori culturali più convinti, assidui e tenaci di tutta la Trinacria – che è riuscito, con il suo progetto e con questa opera che ora teniamo in mano, a far conoscere – e dunque a “tramandare” in un senso buono, pulito e spontaneo, la rilevante eredità letteraria di suo prozio.

L’idea – come ha avuto modo di spiegare Luigi Bulla – era quella di poter tenere un reading poetico dedicato all’amato prozio in presenza, nella gioia dell’incontro, dello scambio di esperienze e nel piacere della condivisione di versi ma i noti motivi relativi alla pandemia in atto non l’hanno consentito. In tale contesto di profonde restrizioni sociali l’iniziativa editoriale – l’aspetto concreto del volume che raccoglie questi versi dedicati – si fa ancora più significativa; la ricezione del volume al proprio domicilio – per chi vorrà acquistarlo e approfondire un poeta importante quale Antonino Bulla che nulla ha di inferiore rispetto ai più richiamati dialettali del Secolo scorso – sarà privilegio e soddisfazione certa.

U pueta ‘dò Canalicchiu, come viene ricordato Antonino Bulla, con riferimento al quartiere di Canalicchio a Catania dove aveva la sua bottega, con le sue opere diede voce alla cultura popolare: suggestive e di grande effetto le immagini della Montagna, l’amato Etna che sovrasta superbo la piana etnea. Nel 1970 fondò il Centro d’Arte e Poesia, fucina d’idee e collettivo di letteratura, con un piglio sicuramente lungimirante per l’epoca, pervaso da un grande amore sociale e da una predilezione decisa per l’espressione poetica. Ed è proprio da quell’esperienza “gloriosa” del suo antenato che Luigi Bulla – rifondando il Centro d’Arte e Poesia nel 2016 – gli ha ridato impulso, fornendogli una naturale continuazione in un percorso di vita che ci auguriamo lungo.

Vastissima è la produzione in volume di Antonino Bulla. Tra le opere poetiche pubblicate si ricordano: Canti a lu ventu (Società Storica Catanese, Catania, 1972), L’idulu di li musi (Tip. S. Gullotta, Catania, 1974), Spiragghi di suli (Tip. S. Gullotta, Catania, 1974), Tramunti di focu (Tip. S. Gullotta, Catania, 1974), Lampi e trona (Tip. S. Gullotta, Catania, 1974), Canti di primavera (Tip. S. Gullotta, Catania, 1975), Zuccuru di sciara (Tip. S. Gullotta, Catania, 1977), Rizzi di castagni (Tip. S. Gullotta, Catania, 1978), Pampini e ficu (Tip. S. Gullotta, Catania, 1978), Giubbi di sorbi (Tip. S. Gullotta, Catania, 1978), Aranci e mannarini (Tip. S. Gullotta, Catania, 1979), Campani a festa (Tip. S. Gullotta, Catania, 1979), Spini di rosi (Tip. S. Gullotta, Catania, 1979), Nuvuoli d’oru (Tip. S. Gullotta, Catania, 1979), Sicarizzi di lugliu (Tip. S. Gullotta, Catania, 1980), Timpurali d’ottobre (Tip. S. Gullotta, Catania, 1980), Pampini novi (Tip. S. Gullotta, Catania, 1980), Friddurati di jnnaru (Tip. S. Gullotta, Catania, 1981), Cauru e Siccarizzi (Tip. S. Gullotta, Catania, 1981). Benedetto Macaronio, per la sua vasta cultura, la lungimiranza e le proprietà divinatorie, lo definì il “Socrate della poesia Siciliana”[1] nell’omonimo volume critico.

A dirci chi era Antonino Bulla[2] e il ruolo che rivestì nella promozione della cultura è il poeta e critico Antonino Magrì (Presidente dell’Associazione Marranzatomo) che Luigi Bulla ha inserito nella sezione “ospiti” dove è presente un suo esaustivo intervento di presentazione sull’esimio poeta di Adrano. In questa stessa sezione è possibile apprezzare altri contributi particolarmente pregevoli, quelli di Benedetta Rapicavoli (nipote del poeta), Santo Privitera (Presidente dell’Associazione Culturale “V. Paternò Tedeschi”), dell’avvocato Renato Pennisi e il saggio del ricercatore culturale Luccio Privitera in aggiunta alla prefazione redatta dallo stesso Luigi Bulla.

Nel volume sono antologizzate opere dei poeti (in ordine alfabetico): Sebastiana Aliberti di Saponara Marittima (ME), Giovanna Azzarone di Silandro (BZ), Giusi Baglieri di Catania, Francesco Baldassarre di Santo Spirito (BA), Giuseppe Bellanca di San Cataldo (CL), Sergio Belvisi di Fagnano Olona (VA) recentemente scomparso, Maria Grazia Bergantino di Benevento, Grazia Bologna di Capaci (PA), Maria Giovanna Bonaiuti di Fermo, Angela Bono di Catania, Renata Calabretta di Giarre (CT), Sara Celano di Catania, Paola Cozzubbo di Macchia di Giarre (CT), Elio Danzè di Palermo, Emilio De Roma di Pietradefusi (AV), Grazia Dottore di Messina, Giorgio Gandolfi di Messina, Salvatore Gazzara di Messina, Francesco Gemito di Casoria (NA), Lucia Giacomino di Messina, Lino Giarrusso di Augusta (SR), Rosaria La Fauci di Valdina (ME), Adriana La Terra di Catania, Camillo Lanzafame di Palermo, Maria Lanzafame di Messina, Francesca Longobardo di Cavriago (RE), Rossella Lubrano di Melazzo (AL), Giovanni Macrì di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), Giovanni Malambrì di Messina, Rosario Melita di Olbia, Giuseppe Nicola Morleo di Muggiò (MB), Santina Paradiso di Mazzarrone (CT), Luigi Antonio Pilo di Messina, Melania Sciabò Vinci di Catania, Giovanna Spitaleri di Varallo Sesia (VC), Lorenzo Spurio di Jesi (AN), Tina Squaddara di Canneto di Lipari (ME) e Agata Anna Valenti di Catania. Vengono riportati nel volume anche alcuni componimenti poetici di Alfredo Lanzafame (Catania, 1922 – Messina, 1991) per celebrarne il ricordo.

L’importante pubblicazione commemorativa fa il seguito al volume Antonino Bulla: una vita per l’arte e la poesia a cura di Luigi Bulla per le Edizioni Letterarie Il Tricheco del 2019, che venne diffuso in seno all’evento di premiazione del concorso letterario intitolato al celebre autore di Canti a lu ventu, giunto alla terza edizione.

Per maggiori info sul volume si consiglia di mettersi in contatto con le Edizioni Letterarie Il Trichecho che hanno pubblicato l’opera. Un articolo che segnala l’uscita di questo libro è presente qui.

LORENZO SPURIO

13/03/2021


[1] Benedetto Macaronio, Antonino Bulla: Socrate della poesia dialettale siciliana, Tip. S. Gullotta, Catania, 1981.

[2] In un recente volume è stata pubblicata una ricca nota bio-bibliografica su Antonino Bulla stilata da Antonino Magrì col titolo “Segantino, poeta e conoscitore di arti divinatorie: cenni biografici su Antonino Bulla”, gentilmente concessa da Luigi Bulla, di cui riporto i riferimenti bibliografici: AA.VV., Sicilia. Viaggio in versi. Antologia dei reading poetici organizzati dall’Ass. Euterpe in Sicilia (2013-2018), a cura di Lorenzo Spurio, Ass.ne Culturale Euterpe, Jesi, 2019, pp. 147-150. Nel volume è riportata anche un’esigua scelta di liriche di Antonino Bulla: i testi intitolati “Puisia”, “Cimi a lu ventu” e “Lu ritrattu di mè matri” (pp. 151-152).

Commistioni artistiche al tempo del Covid: tre italiani omaggiano il surrealismo di Santiago Ribeiro

Voce suadente e misteriosa quella dell’attore italiano Maurizio Bianucci, premio Crocitti 2019, il quale ha preso parte a serie importanti e di successo come Suburra, a numerose pièces teatrali e fictions RAI, e che declama la poesia nella versione italiana dal titolo “Profluvi” del poeta siciliano Vincenzo Calì, mentre quella inglese dal titolo “Flows” è declamata dalla giornalista beneventana Annalina Grasso, il quale incornicia di parole inquiete e stranianti le opere dell’artista internazionale, fondatore del movimento “New Surrealism Now”, Santiago Ribeiro, le cui opere scorrono a Times Square, New York, il quale ci mostra come probabilmente saremmo qualora liberassimo totalmente il nostro inconscio e le nostre pulsioni: nudi e ciechi, non davvero liberi, ma smarriti, euforici, non felici.

L’arte di Santiago è stata, è, e potrebbe essere ancora una visione delle menti di ognuno di noi, soprattutto in questo momento storico, fatto di lockdown, didattica a distanza, distanziamento fisico che generano in noi ansia e stress, paura per il futuro, angoscia. Cosa potrebbe esserci dentro le nostre menti stremate dalle restrizioni e al contempo dal timore del contagio? Una voglia di liberarsi delle vesti del cittadino perbene, dell’homo civile, cristiano, razionale, snobbando il libero arbitrio, e seguire solo il proprio istinto, la parte oscura di se; sfogarsi. Vivere in una società come la immaginava e auspicava il marchese De Sade dove non ci possono essere punizioni, né processi per le azioni malvagie, in quanto l’uomo segue ciò che fa la Natura che crea e distrugge.

Tuttavia il video attua ciò che si chiama eterogenesi dei fini, ovvero, attraverso “la visione di quello che potrebbe essere se”, ci induce ad aspirare ad altro e a renderci sempre più consapevole della contraddizione tra la necessità e il bene e, ritrovando il fondamento vero della dignità e del valore di noi esseri umani, per non essere né ciechi, né nudi e vagare nella perenne incertezza, bensì appellandoci all’impersonale che è presente in ciascuna persona per superare le scavalcare le nostre ansie e paure. L’arte con il supporto della tecnologia, ci aiuta a farlo, anche a distanza, mostrandoci quanto possiamo essere simili in questo momento.

Si può guardare alla pandemia, al mondo che sta cambiando, al lockdown, alle restrizioni, in un modo diverso? Quante volte abbiamo pensato di liberare le nostre pulsioni? L’artista portoghese Ribeiro ci fa vedere il nostro inconscio in un video realizzato tra tre italiani per omaggiare il suo “Nuovo Surrealismo” che può dirci molto su noi stessi in relazione al tempo che stiamo vivendo.

Michela Zanarella alla Fiera Virtual del Libro Italia con “La filosofia del sole”

Sabato 6 marzo alle ore 16 la giornalista e scrittrice Michela Zanarella partecipa alla Fiera Virtuale del Libro Italia con la sua raccolta “La filosofia del sole” edita da Ensemble. A presentarla la giornalista e autrice Fiorella Cappelli. La rassegna letteraria internazionale inizia il 5 marzo e prosegue fino al 21 marzo con numerose presentazioni di autori famosi in tutto il continente europeo e americano. L’ evento principale è costituito dal tributo commemorativo a Dante Alighieri, che sarà diretto dall’autrice Elisabetta Bagli. Michela Zanarella vinse la pubblicazione della raccolta nel 2019 con il concorso letterario “Officina Ensemble” lanciato e promosso dalla casa editrice romana. Dante Maffia che ha curato la prefazione scrive: “C’è tanto sole in questi nuovi versi di Michela Zanarella, un sole splendente, che rinnova il rapporto della poetessa con il mondo, che muta l’originario sguardo malinconico e a volte addirittura triste, in un qualcosa di dinamico, in un invito, fatto prima a se stessa e poi agli altri, a scendere a patti con i problemi della vita, affrontarli, viverli con ardore, col fiato caldo, nella dimensione di chi ha scoperto l’infinito e ci può entrare senza avere paura di nulla”. La raccolta, composta da 47 poesie, raccoglie riflessioni in versi sull’esistenza, si nutre di metafore, immagini, simboli, percezioni e il sole è la guida per accedere alla comprensione di sé e degli altri. L’autrice fa compiere al lettore un percorso meditativo di conoscenza ed esplorazione attraverso gli elementi che regolano la vita sulla terra, il silenzio e la filosofia. Un viaggio intenso, profondo e autentico che intreccia il visibile e l’invisibile.

“Grafie poetiche: versi per la donna”. Iniziativa dell’Ass.ne Euterpe per l’8 Marzo

In vista della dell’8 marzo, giorno nel quale dal 1977 a livello internazionale si celebra la Giornata Mondiale della Donna, l’Ass.ne Culturale Euterpe invita a partecipare all’iniziativa denominata “Grafie poetiche: versi per la donna”. Nella sola giornata del 7 marzo si potrà inviare un’opera a testa corrispondente a una propria poesia – di cui si è unici autori e si detiene i diritti a ogni titolo – indifferentemente se edita o inedita, di lunghezza non superiore ai 30 versi. La particolarità del progetto è che la poesia – oltre ad aderire in qualche modo al tema della festa della donna – dovrà essere scritta a mano su un supporto cartaceo. Si dovrà poi fotografare la poesia scritta a mano e inviarla alla mail: eventi.online.euterpe@gmail.com.                                 

Accortezze molto importanti:

– Si chiede di adoperare una scrittura leggibile e, qualora ciò non sia possibile, di scrivere in stampatello.

– Scrivere con penna biro o trattopen color nero, evitare i colori, i pastelli e altro genere di scrittura diversa da quella richiesta.

– Nel foglio dovrà comparire solo il testo della poesia munita di titolo, senza disegni, foto, forme geometriche, numeri, sigle, schizzi, scarabocchi, ombreggiature e altro.

– Non si accetteranno poesie scritte al pc o in altre forme diverse da quelle consentite in queste linee guida.

– Si raccomanda, infine, di fare in modo che la qualità della fotografia sia più che buona; se il cellulare non lo permette si consiglia di riprodurla in digitale mediante lo scanner.

Ogni autore potrà mandare un unico testo. Si ricorda che le opere dovranno essere mandate solo nella giornata del 7 marzo (non verranno fatte proroghe e non si accetteranno testi giunti in ritardo); esse verranno poi pubblicate sulla pagina Facebook dell’Associazione Culturale Euterpe nel corso della giornata dell’8 marzo. .

INFO: ass.culturale.euterpe@gmail.com

E’ uscito “Liriche scelte” di Ada Negri che contiene una selezione dell’opera della poetessa ravennate

La casa editrice milanese Miano Editore ha recentemente dato a conoscere l’uscita del volume Liriche scelte della poetessa ravennate Ada Negri – omonima della nota poetessa accademica lodigiana del Secolo scorso – all’interno della prestigiosa collana “Analisi Poetica Sovranazionale del Terzo Millennio”. Il volume è arricchito dalle prefazioni di Enzo Concardi, Michele Miano e Mario Santoro.

Nella dotta e particolareggiata prefazione del critico letterario Concardi leggiamo: “Se vogliamo fare un tuffo nel passato, ma un passato di grande valore, possiamo seguire Ada Negri nel suo amore per la classicità, che è l’argomento, lo stile, il sogno di questa prima sezione del libro. Sono testi d’altri tempi, nel senso che tale genere di poesia non è propria dei contemporanei e costituisce un viaggio comunque di scoperta per l’autrice, catturata e incantata dal mondo greco-latino.

La lirica è descrittiva e neoclassica, raffigurando, in modo quasi classificatorio, le conquiste artistiche e civili di quelle culture, la cui grandezza è per la poetessa eterna e universale. È altresì una lirica oggettiva, che lascia poco spazio ai sentimenti personali, in quanto, forse, l’intento della scrittura è didascalico e rivolto a trasmettere il vero e il bello secondo i parametri antichi. I tesori ellenico-romani sono cantati per il mito che rappresentano, il fascino che ancora emanano, la forza epica delle opere.

Anche la scelta di scrivere quasi sempre con l’uso di strofe tradizionali, costituite da quartine in rima, fa parte del canone neoclassico riesumato per l’occasione. Fanno eccezione alcune composizioni, come ad esempio la Parodia della tragedia greca. “Antigone” di Sofocle, che ha una struttura dialogica tra Ismene, Antigone e il Coro; e Il classicismo nella poesia di Giosuè Carducci, che invece d’avere le quartine con rima a-b / c-d si sviluppa con un rimare a-c / b-d. Così troviamo in Crociera in Grecia,strofe di questo tipo: “…Aleggiava una vaga atmosfera / trepidante tra sogno e chimera. / Ci sembrava di vivere ancora / con Omero una fulgida aurora”. Mentre nell’omaggio al Carducci: “…Nelle ‘Elleniche’descrisse, / con profonda competenza, / gli elementi che rivisse / con piacevole frequenza…”.

Il suo percorso culturale-classico inizia proprio dai banchi di scuola. Ricordando quel periodo formativo scrive: “Per me il classicismo è innato …// A scuola mi fu sviluppato / con notevole risultato: / mi piacquero Greci e Romani / coi loro costumi lontani…”.

Qui accenna anche alle opere immortali dei classici, all’origine della nostra lingua dagli etimi greco-latini, allo splendore di quelle civiltà che coltivarono scienza, filosofia e le arti. Continua poi con un viaggio in Grecia per toccare con mano ciò che aveva studiato sui libri: rimane colpita da zone archeologiche mai viste, a cui seguono altre mete, come Rodi con l’Afrodite, Olimpia, Delfi, Sparta, Micene, l’Acropoli, ove immagina le abitudini care a Socrate. Indi tutti i monumenti e i colonnati di Atene storica, l’Attica e il Peloponneso. Un’altra lirica è dedicata a La parola, alla sua funzione nella vita della comunicazione, alla sua importanza come mezzo per trasmettere pensieri, messaggi, stati d’animo, sentimenti tra le persone e lessico in cui il popolo si riconosce. Troviamo nel libro anche una lunga composizione riservata a Il classicismo nella poesia di Giosuè Carducci, dove ripercorre le tappe della sua esistenza riferite al propugnato ritorno al classicismo e al suo patriottismo.

 Ora scomodiamo un grande della letteratura per attestare assonanze d’interessi neoclassici. Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) pubblica nel 1795 le Elegie romane, venti pezzi poetici in esametri e, nella prima elegia esalta la grandezza di Roma: “… Sì, qui un’anima ha tutto, fra queste divine tue mura, / eterna Roma!…// Tuttor chiese e palagi, rovine contemplo e colonne…// In vero, o Roma, un mondo sei tu; ma pur senza l’amore / non saria mondo il mondo, e nemmen Roma, Roma” (da Elegie romane, Giusti Editore, Livorno 1896, Traduzione di Luigi Pirandello). Ada Negri scrive una lunga Ode a Roma in cui risuonano anche questi versi: “… Palazzi e templi, archi e colonne, / attestan l’opera davvero insonne, / livelli alti di vita civile, / il culto del bello e un tipico stile”.

 Quindi “Roma caput mundi”esercita in ogni epoca e su chiunque un fascino indiscutibile: nel nostro caso l’autrice rimane integralmente legata al classicismo, mentre Goethe inserisce nel giudizio finale l’elemento sentimentale dell’amore e si proietta verso il Romanticismo, creativo e non imitatore di poesia”.

Ada Negri è nata a Conselice (RA) e residente a Ferrara, laureatasi in lettere classiche a Bologna, ha insegnato per oltre trent’anni greco e latino nei Licei. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Viole del pensiero (1993), …E la luce fu (1994), Il mare della vita (1996), Paesi e città del cuore (1997), I girasoli (1998), Opera Omnia (1999), Realtà e fantasia (2000), Verso il terzo Millennio (2001), Il fascino di Ferrara (2002), La bandiera italiana (2002), La Vita Umana (2003), Arcobaleno (2004), Nuova stagione poetica (2010); i testi di saggistica: Litterarum latinarum fragmenta (1999), Il kommós delle «Coefore» di Eschilo (2000), Limpide voci (2001), Saggi classici (2003), Saggi ferraresi (2003), Sintesi storico-letteraria dell’età ellenistica e greco-romana (2006), L’Età Classica della Grecia antica (2009), L’età Jonica della Grecia antica (2017). La biografia e l’attività letteraria di Ada sono trattate in due monografie curate da Fulvio Castellani: Dentro e attraverso la quotidianità (2003), Il racconto di una vita (2006).

“Lettura di testi di autori contemporanei” vol. 5 di Nazario Pardini. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

È appena uscito, per le edizioni The Writer, il nuovo corposo volume del poeta, scrittore e critico letterario toscano Nazario Pardini che raccoglie la sua attività critica, di lettura e approfondimento, su testi e autori italiani della nostra età. Si tratta del quinto volume che viene pubblicato sotto il titolo “Lettura di testi di autori contemporanei”, collettanea di studi critici, saggi, recensioni, commenti e vari altri generi di testi dove Pardini ha fatto dell’atteggiamento speculativo, elucubrativo e di scandaglio lessicale le sue prerogative principali. Il macilento volume, che conta ben 1055 pagine, (un vero catalogo, si dirà, ben al di là di un’enciclopedia chiusa, essendo l’opera in continuo divenire data l’attività frenetica e instancabile del Nostro) è stato pubblicato in seno alla collana di saggistica “Il Melograno” e ricostruisce, nelle pagine che lo compongono, il repertorio attento di tutte le sue disamine e investigazioni critiche – soprattutto nel mondo poetico ma non solo – compiute nel corso degli ultimi due anni. In copertina, infatti, viene bel delineato il periodo (2018-2020) nel corso del quale i testi sono stati vergati e poi – chiaramente – diffusi tanto in rete, sul suo spazio frequentatissimo (il blog “Alla volta di Lèucade”), che in cartaceo quale preambolo critico ai testi che ha inteso presentare, in molteplici prefazioni, postfazione, note di lettura e altro ancora. Un consuntivo su carta e in un volume unico – agevole, per quanto la copiosità delle pagine lo rende formalmente “pesante” – che compendia l’intensa e assai apprezzata carriera di critico letterario e che si misura con testi in genere medio-brevi in cui l’autore – moderno Virgilio che accompagna in un percorso sconosciuto – prende per la mano il lettore facendogli vivere mille storie, percorrere tragitti diversi, tra le pieghe delle esistenze altrui che sono riflesso anche delle Nostre.

Non è possibile presentare in questa sede i tanti contenuti raccolti nel volume perché ciascuno meriterebbe il giusto spazio, tanto è democratico l’apporto di Pardini alla letteratura, ben restio a vedute settarie o di congreghe particolareggiate, di supposte aristocrazie poetiche e di circoli elitari. Dispensa con generosità e grande acume il suo sapere, indistintamente, a tutti quei poeti e autori – che, sì, reputa validi – gli propongono in lettura i suoi testi sapendo di trovare in lui, oltre che una persona magnanima e attenta, anche un vero e proprio oracolo. Ma anche un chirurgo delle emozioni. La sua penna attenta e sempre circostanziata non manca, neppure, in molti ambiti, di relazionare gli scritti e i versi degli autori a noi contemporanei con alti nomi della classicità e, finanche, con rimandi – sempre apprezzati – al mondo mitologico e della tradizione greco-romana.

La piccola immagine che sembra posta “ad incastro” nella cover si riferisce a un particolare di una raffigurazione miniata del periodo medievale. In essa è ritratto Sant’Agostino e Volusiano e fa riferimento al “Amanuense di Vichy” del XII secolo, opera conservata nell’Archivio Diocesano di Vichy, in Francia. È, in effetti, proprio quella dell’amanuense contemporaneo la figura di Pardini: non solo ricopiatore di versi (tanti ne vengono citati e richiamati nelle sue scritture) ma chiosatore, commentatore, osservatore e analista stesso del testo. Oltretutto, ed era questo lo scopo primario dei laboratori di scrittura in seno a biblioteche di conventi ed abazie, la sua attività – scrittoria – è tesa a una raccolta sapienziale di note e informazioni, per una raccolta dello scibile che possa avere testimonianza nelle epoche successive. È per tale ragione che un’opera come questa non è un archivio (una sterile raccolta, fissa e soggetta al decadere della polvere) quanto, piuttosto, un museo molto frequentato. Mi piace richiamare il contesto museale, più che quello ben più attinente del mondo bibliotecario, perché in effetti i suoi testi vanno al di là della letterarietà dello scritto, promanano liricità anche da un punto di vista meramente artistico, visuale, di creazione dell’opera e di figuratività.

Nel volume, oltre a un ricco numero di interventi critici di Pardini su altrettante opere poetiche, sono presenti numerosi testi critici che, invece, di riflesso, altri hanno scritto su di lui, tra cui un mio intervento dal titolo “Il colloquio con Thanatos. Il poeta toscano Nazario Pardini nell’ultimo volume della trilogia dell’approccio “ai dintorni” della vita” già apparsa su “Blog Letteratura e Cultura” il 31 gennaio 2020 e dalla quale – molto generosamente – l’Autore ha anche estratto un frammento che ha deciso di inserire nella quarta di copertina del suddetto volume.

Tra gli autori a cui Pardini ha dedicato sue riflessioni in questo volume, cito ad libitium (senza pretesa né velleità alcuna) dacché per extenso sarebbe complicato e didascalico: Ester Cecere, Claudia Piccinno, Antonio Spagnuolo, Carmelo Consoli, Anna Vincitorio, Orazio Antonio Bologna, Gianni Rescigno, Francesco D’Episcopo, Luciano Domenighini, Maria Grazia Ferraris, Maddalena Leali, Rossella Cerniglia, Edda Conte, Enzo Concardi, Marisa Cossu, Pasquale Balestriere, Sandro Angelucci, Ugo Piscopo, Umberto Cerio, Vittorio Verducci, Michela Zanarella, Pasqualino Cinnirella, Patrizia Stefanelli e Carmen Moscariello.

Un corposo tomo che va, dunque, in doppia direzione: la critica di Pardini sui testi di autori contemporanei e quella di questi ultimi sulle sue opere poetiche, in un diorama di vedute assai diversificato, esegesi a tratti particolareggiate, in altri casi lievemente didattiche e concentrate attorno a linee sinottiche che rappresentano le chiavi di svolta delle rispettive opere. In questa interrelazioni di voci, nessuno sale in cathedra, ed è questa la cosa bella di questo libro dove, ciascuno con le proprie competenze e l’acquisizione di un linguaggio più confacente al suo narrato, trasmette su carta sensazioni e amplia riflessioni, tutte in qualche modo collegate – in origine o in divenire – alla prolissa e mai scontata opera di un grande della letteratura nostrana, qual è Pardini.

Lorenzo Spurio

Jesi, 13/02/2021

E’ severamente vietato copiare e diffondere, su qualsiasi tipo di supporto, il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. La citazione, con gli opportuni riferimenti ad autore, blog, data e link è, invece, consentita.

“Profumo di fascismo e sali del Mar Morto” di Vittorio Pavoncello, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Profumo di fascismo e Sali del Mar Morto è il titolo del nuovo romanzo dello scrittore e artista romano Vittorio Pavoncello, pubblicato da poco per i tipi di All Around edizioni nella collana Flipper. Un titolo che di certo non passa inosservato, tanto per la presenza della parola ingombrante di “fascismo” che richiama cupe pagine della Storia nazionale, quanto per l’ambigua congiunzione di piani sensoriali diversi (quello olfattivo, nella parola di “profumo” e quello del gusto dalla parola “Sali”) oltre che un’iterazione curiosissima dal punto di vista meramente geografico: dal contesto italiano, embrione e culla del fascismo stricto sensu, all’esotismo, invece, del medio Oriente nel riferimento al Mar Morto.

Va subito detto che è un romanzo sui generis, senz’altro molto particolare, non tanto nei contenuti – che traggono dalla storia e dall’esigenza della memoria il motivo trainante dell’opera – ma proprio nella diversificazione di stili impiegati. È lo stesso autore ad avvertirci, sin dalle prime pagine, che quel che il lettore ha tra le mani “non è un romanzo” poiché, chiarisce poco dopo, “sono parole costrette a farsi narrazione per esistere”. Vi sono piani temporali diversi che vengono richiamati, in un dialogo serrato e continuo tra la storia – tanto quella familiare che collettiva – e l’attualità. L’autore, infatti, ha dedicato le pagine di questo libro a suo nonno, Vittorio Emanuele Pavoncello, uomo che a causa dei deliri del regime totalitario, mai poté conoscere. Vittorio Emanuele Pavoncello era nato a Roma il 30 giugno 1893, venne arrestato nel 1944 e, dopo un periodo di detenzione in un carcere romano, venne smistato nel campo di Fossoli. Fu deportato in uno dei lager dell’infamia più noti, Auschwitz, dove giunse nel giugno del 1944 dopo quattro giorni di viaggio su un convoglio ferroviario. Morì, come ricorda la puntuale scheda biografica presente nel volume, appena tre mesi dopo. Vengono tracciate con linee sicure, cariche di mesto affetto verso una figura che si percepisce cara, pur non avendola mai potuta avvicinare fisicamente, alcuni degli aspetti cruciali della vita dell’uomo e della sua famiglia.

La narrazione si focalizza e si esplica dal di dentro e non dall’esterno come molta critica indifferenziatamente nel corso del tempo ha fatto, per narrare le tristi vicende di una famiglia ebrea, nel contesto della capitale italiana, nel periodo della firma delle schizofreniche e pericolose Leggi razziali. La narrazione si fa ora storia, ora canto, soprattutto ha la forma della denuncia convinta verso un mondo vetusto e illiberale che ha condotto a uno dei bagni di sangue più spaventosi di sempre e che ha tentato di relegare nel ghetto la popolazione e la cultura ebraica.

Un volume che è lucido testamento, ma anche ricerca storica tra i documenti dell’epoca, attento nelle descrizioni e al contempo mai pesante per il fruitore. Con l’espediente di un dialogo ultracorporeo, quasi in un rapporto medianico che non conosce limiti di spazio né tempo, l’autore intrattiene una fitta conversazione con suo nonno. Lo sente parlare, gli pone domande, c’è un confronto continuo che è, in altri termini, quello che l’autore forse avrebbe condotto se ne avesse avuto le possibilità. Il tutto è cadenzato da risposte che non sono mai evasive ma, al contrario, ricche di riferimenti, citazioni a opere, richiami di persone, tante dell’universo familiare che sociale, precetti e rituali tipici della cultura ebraica. Utilissimo risulta il glossario-lista dei nomi nella parte centrale del libro rivolto ad ambiti, costumi, pratiche e personalità del mondo ebraico, che aiutano la comprensione di alcune vicende e terminologie.

È un romanzo perché della fiction ha questa impalcatura espressamente ricercata e voluta dall’autore che gli consente di rapportarsi all’augusto progenitore, eppure è anche un’agile e mai semplicistica dissertazione storica, finanche un’analisi lucidissima su quanto l’impegno dell’uomo, il suo senso di consapevolezza e il suo monito di responsabilità siano delle piante vulnerabili, che la collettività deve curare, nutrire e far crescere e prosperare. Difatti viene chiarito sin dalle prime pagine l’intento del volume, che non è tanto meramente personale quanto corale o, ancor meglio, sociale: “Le pagine che seguono sono una vicenda di famiglia, la mia, e non solo la mia”.

La narrazione – e l’idea stessa del libro – parte da un episodio quanto mai preoccupante accaduto nel 2019 quando l’immagine della ministra alla Giustizia di Israele, Ayelet Shaked, venne diffusa in uno spot pubblicitario (quanto elettorale) mentre si spruzzava addosso il profumo “Fascism”; episodio, questo, che oltre a campeggiare sulla stampa mondiale, aprendo a commenti indignati, polemiche e originando prese di posizione durissime, ha esasperato lo stesso autore. Ed è il profumo di quella stessa ministra che Pavoncello richiama nel titolo del libro, dove pure può essere letto nei termini di uno spauracchio, di una presenza latente di quell’ideologia che spesso riaffiora con rigurgiti spaventosi e inaccettabili.

Il negazionismo – che è la peggiore forma di un revisionismo storico, sempre e comunque insostenibile perché fazioso – è il punto nodale di questa opera di Pavoncello nel corso della quale ben si percepisce l’animo mesto del Nostro, la riprovazione, lo sdegno, finanche la sfiducia verso una società tendenzialmente disattenta, improntata più a un lassismo diffuso (si veda il riferimento alla manifestazione di convinti assertori no-Covid) e alla facile persuasione per leader apparentemente carismatici. Tutto ciò che, nel secolo scorso, ha condotto il nostro Paese a vivere un ventennio di privazioni, violenze, negazioni della persona, che avrebbe condotto la Nazione a una grande ecatombe e rovina. “Profumo”, quello fascista, a suo modo assimilabile agli “olezzi” nazisti e agli “aromi” ingloriosi di ogni altra dittatura che la vecchia Europa ha vissuto, esportato anche quale supporto in guerre civili, come fu il caso della guerra in Spagna.

In questo percorso di recupero della memoria in relazione alla comunità ebrea Pavoncello richiama nomi importanti quali, ad esempio, Taché Gaje Stefano, il bambino di appena due anni che rimase vittima dell’attentato alla Sinagoga di Roma nel 1982 (ricordato recentemente in un discorso anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella), il rabbino capo della Sinagoga di Roma Elio Toaff e la scrittrice Lia Levi, autrice della Trilogia della memoria (2008) che raccoglie tre narrazioni che si dipanano nel contesto della promulgazione delle tristemente note leggi razziali.

Pavoncello con questo libro non solo tenta di ricostruire pagine fosche (e incancellabili) del passato della sua famiglia, attorno soprattutto alla figura del nonno, suo omonimo (con l’aggiunta del nome Emanuele; erano tempi, quelli di onomastiche sabaude) ma si spinge ben oltre. Difatti dà al suo avo voce. Gli consegna, pur se attraverso la parola scritta, una seconda vita. Lo fa parlare, ce lo narra in prima persona, tra sue tribolazioni e perplessità per il momento storico che visse, ne rintraccia comportamenti, dialogici, pensieri. “Molti sopravvissuti ai campi sono tornati e hanno parlato. Tu sei fra quelli che taceranno per sempre. Ho deciso, però, che questo leggero vento che agita le foglie sarà la tua voce. Io so tradurre il vento in voce e la voce in parole”. Ed è così che la narrazione s’adagia sulle forme invisibili di un passaggio – quello del vento – invisibile all’occhio, ma in grado di mutare l’ambiente in cui s’insinua. Piante che pendono, foglie che vibrano, passaggi d’aria che portano polvere, sono il filo conduttore di un colloquio intimo e amoroso con il proprio avo, sull’onda di un’aria che circola misteriosa, ma che può essere tradotta come l’autore ha fatto mirabilmente.

LORENZO SPURIO

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“Specchio a tre ante” di Annella Prisco. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

L’elemento fisico, e con esso la metafora, dello specchio risultano, se si volesse fare una disanima in termini cronologici, senz’altro uno dei temi, tanto da divenire topos, della letteratura di tutti i tempi e di ogni luogo. Si pensi, solo per accennare in maniera alquanto vaga, quanto la sua presenza sia importante nel mondo della favola e della tradizione popolare in generale ma anche nel mondo del teatro dove, probabilmente, non si può eludere di ricordarsi di Riccardo II, il povero regnante plantageneta che, nella penna del Bardo Inglese, assiste alla sua decadenza proprio dinanzi a uno specchio che non dà più il riflesso di quell’immagine sicura del sovrano e che, nella rottura del vetro riflettente, palesa l’ineludibile disintegrazione della sua identità e, con essa, del suo regno. Questo per dire quanto lo specchio, oggetto del quale oggigiorno non possiamo assolutamente fare a meno, sia rilevante nell’ordinario di ciascuno di noi per la sua capacità di rivelare un altro da noi che, però, ne è sembianza. Nel nuovo romanzo della campana Annella Prisco, Specchio a tre ante (Guida Editori) ciò si evidenzia sin dal titolo che “rispecchia” – si consenta il doppiogioco – la centralità di questo oggetto che, ben al di là di mero suppellettile, diventa rivelatore dell’identità, della realtà circostante, confidente, presenza tacita che accompagna la protagonista Ada nel corso delle sue varie vicende. Addirittura è uno specchio a tre ante, che si specchia nello specchio, accrescendo il sistema di prospettive e di vorticismo, in base al grado di apertura di una delle ante e, ovviamente, alla posizione dell’osservatore.

La citazione del portoghese Pessoa, genio degli eteronimi (che non sono che specchi d’identità), in apertura al volume va subito nella direzione della particolarissima capacità dello specchio di recepire immagini per trasfonderle e duplicarle e, al contempo, per riflettere spiragli e bagliori imprevisti a seconda delle fasi di luce del giorno e alla posizione del soggetto. Qui, infatti, si parla dell’esigenza di “dare ad ogni emozione una personalità”, ne discende che lo specchio, in questo continuo – a tratti ricercato, altre volte fortuito – percorso volto a una ricerca di confronto non può che assurgere a catalizzatore primario della storia contenute in questo romanzo.

Le vicende di Ada sono narrate con perizia e grande padronanza del linguaggio dall’autrice Annella con un escamotage utilissimo e agevole, tanto per chi scrive che per chi legge, che è quella d’istituire, man mano che la narrazione prosegue, due piani temporali differenti. L’intenzione non è propriamente quella di dare un plurimo punto di vista su una medesima storia – come tanta narrativa ha fatto e continua a fare – né di prendersi gioco del lettore. Tutt’altro. L’avvicinarsi alla materia narrata talora in prima persona e il distanziarsene – sembrerebbe – in terza persona dà alla narrazione quel respiro che diversamente non avrebbe e non farebbe l’opera così ben riuscita, compatta, fluida, da portare il lettore a leggersela senza staccare mai gli occhi dalle pagine. Questa doppia impalcatura ha anche un altro effetto molto positivo che è necessario sviscerare: nei periodi che segnano un cambio di piano temporale, nell’avvicendarsi tra un “qui” e un “lì”, tra un “io” e un “sé”, tra un presente e un passato prossimo, il lettore intuitivamente mette in moto tutta una serie di processi intellettivi e mnemonici che gli consentono di “collaborare” fattivamente alla costruzione della storia. Ciò sembra qualcosa di paradossale si dirà: la storia è quella che ha scritto l’autore e non è che il lettore può leggere in essa ciò che, sulla carta, non appare. E questo è immancabilmente vero. Ma è anche vero che ogni buon libro di letteratura – non solo di narrativa, dunque – come già osservava Umberto Eco – è in grado di fornire una lettura ampia e allargata, potenzialmente infinita, proprio grazie a quel procedimento di mimesi e di riconoscimento (che spesso ha davvero qualcosa di analogo all’empatia verso un personaggio) che si origina (e viene mantenuto) tra lettore e la storia. C’è, in altre parole, un qualcosa d’inspiegabile che porta, nel profondo coinvolgimento che si vive leggendo una storia d’altri che potrebbe essere la nostra, quella del nostro vicino o quella di nostra sorella, a una sentita esigenza di leggerla (per intero, subito) e farla propria con foga, di viverla proprio come gli stessi protagonisti.

La narrazione segue la storia di una donna matura che, pur dotata di un carattere ben solido e dall’animo intraprendente, non ha remore di affrontare la vita e di rimboccarsi ogni volta le maniche dinanzi alle delusioni, agli scoramenti, ai momenti che potrebbero aprire a una depressione e che, invece, lei sperimenta ed elabora con coscienza e grande animo. Annella Prisco con questa narrazione affronta numerose tematiche che, in fin dei conti, non sono che sfilacci della vita odierna di tante famiglie, di tante donne alle prese con dissidi interiori, velleità, desideri che sempre più s’imprimono e che necessitano un felice appagamento. Ritroviamo in questo romanzo – arricchito in chiusura da una sintetica ma puntuale nota critica della scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti – le ragioni e le criticità che s’impongono tra le mura domestiche dinanzi alla verità – scottante e spesso difficile da accettare – della fine di un matrimonio con tutto ciò che questo comporta. Anche le recenti statistiche non hanno mancato di sottolineare come le coppie, per una miriade di ragioni, sono sempre più vulnerabili e non solo quelle di recente formazione. Può succedere, infatti, che ci si scopra annoiati dalla vita, veramente frustrati, insoddisfatti della propria relazione coniugale data un po’ per scontata, sterile e fossilizzata, priva di grande entusiasmi, solamente quando una nuova occasione s’interpone al normale e ossidato corso degli eventi. Ecco che Ada, sulla spinta di uno stato di disagio col quale vive da tempo (forse come fanno tante madri solo per non dare un dispiacere al proprio figlio evitando che la decisione della rottura col padre agisca in termini negativi sulla sua crescita) dinanzi a un marito disattento e completamente abulico. Deciderà di non lasciarsi scappare una possibilità di rivincita. Comprende, infatti, che la felicità non è qualcosa di distante e impensabile per lei ma che può ritornare ad albergare in lei: dovrà solo concedersi agli eventi favorevoli che si prospettano. Dinanzi a una storia che, pur tra molti bassi e tanta indifferenza, si è protratta per anni si comprende che non è affatto semplice – soprattutto per non minacciare il benessere del figlio – prendere una decisione drastica, che in un istante, come con un colpo di spugna, cancelli tutto il “prima” ed apra a un “poi” radioso.

L’incontro fortuito con Libero (importante questo nome che, già in sé mostra il segno di una ritrovata libertà e pacificazione per la protagonista) è il preludio a una storia d’amore che, come la Prisco ben narra, non mancherà di mostrarsi nelle sue pieghe più passionali e ardenti. È il recupero di quella voglia dimenticata forse perché rimossa dalla quotidianità appiattita e dal disinteresse generale che la coppia pluridecennale in taluni casi può produrre. Tuttavia nulla è lasciato al caso e questo personaggio, ai fini della storia, è molto più di questo. Vengono richiamate altre tematiche come il dolore per la malattia e la morte della moglie, i disturbi alimentari dell’unica figlia che vive in una struttura che se ne prende cura. Entrambi, Ada e Libero, sono anche esempi di persone intraprendenti in campo professionale, spinte da nuove sfide, dalla ricerca, dalla continua voglia di migliorarsi, mettersi in gioco, approfondire studi, che danno dimostrazione di una grande capacità intellettiva e di resilienza. Sono, infatti, gli incontri di questo percorso di formazione che avvengono a Firenze – una città che non è la loro – i primi piccoli germi di questa veloce conoscenza che ben presto sboccerà in un amore vigoroso.

Una particolare nota di merito va manifestata nei confronti dell’attenta descrizione degli spazi: la protagonista vive a Roma, sebbene nel suo cuore abbia un posto intatto l’infanzia e i ricordi della casa di Acciaroli, nel Cilento, dove pure ritorna, per staccare la spina e ritrovare se stessa, ritrovare i suoi spazi, interpellare la sua anima. La gran parte della narrazione vede come scenario il capoluogo toscano con attentissime descrizione degli spazi (bella la scena al noto Caffè “Le Giubbe Rosse” di Firenze in Piazza della Repubblica), delle caratteristiche vie cittadine, dei colori, degli effluvi che si sentono passeggiando finanche delle pietanze prelibate che rendono caratteristiche determinate città. Molti degli incontri, dei dialogici e dunque delle occasioni di confronto e di conoscenza si sviluppano proprio durante appuntamenti per pranzare o cenare insieme e gli alimenti assieme ai vini vengono ad assumere un significato che è quello comunemente inteso: di gusto per il bello (e il buono) e di un piacevole conversari. Tra le città citate non va dimenticata neppure la porzione di testo che ha come ambientazione Bologna dove i due si recano per visitare la figlia di lui.

Continui, nel corso del romanzo, i riferimenti all’oggetto specchio sul quale Ada, nelle varie città dove si trova, di varie abitazioni e anche della cabina della nave crociera dove andrà con Libero, non può fare a meno di richiamare. Si tratta, come si vedrà, di un oggetto che nutre un fascino particolarissimo in lei, sempre nuovo e accentuato, che amplifica di volta in volta quel desiderio di ricerca interiore e di confronto con un’alterità che va ricercando da tempo. Vediamo a continuazione le varie occorrenze dello specchio nel corso della narrazione e i relativi universi semantici e simbolici che essi arrecano. La prima volta che viene richiamato lo specchio è alle pagine 20-21 dove leggiamo: “Da sempre, ancora quando era un’adolescente acerba e prossima ad affacciarsi alla vita, Ada aveva avuto un rapporto molto forte con lo specchio, forse per il bisogno di ritrovare in quell’immagine che le restituiva la superficie levigata di un portacipria, di uno specchietto da borsa o ancora di più di uno specchio di ampie dimensioni, una conferma alla propria identità”. A questa citazione, poche pagine dopo, entriamo nel mondo autentico di Ada bambina, ora che ha fatto ritorno nella casa d’infanzia nel Cilento, dinanzi a un possente specchio tripartito molto particolare: “Un oggetto d’altri tempi, ma in perfetta sintonia col suo temperamento, e che aveva esercitato su di lei da sempre un richiamo particolare perché le tre ante nelle quali sin da ragazza amava specchiarsi, le restituiscono in questa serata di giugno la sua immagine di oggi, ritrovando il suo viso di donna interessante, certo non più giovanissima, con quelle pieghe d’espressione accentuate stasera ancor di più dalla stanchezza del viaggio […] Sorseggiava un succo di pomodoro estratto dalla borsa termica sistemata nel fondo dello zaino, pur non avendo ancora trovato la risposta al perché la sua vita si sia scissa su due binari, le due ante laterali di quell’oggetto antico, che riflettono i due profili diversi, ma combacianti del suo viso” (pag. 39). Lo specchio si mostra rivelatore dello stato fisico della donna: oltre a definirne i caratteri fisiognomici e somatici ne detta in qualche modo l’età e il grado di stanchezza. Nelle occorrenze successive, invece, quando il rapporto tra Ada e Libero si concretizza ed esplode in amplessi appassionati, lo specchio diviene talora elemento di soddisfacimento d’immagine e di esuberanza, di un sano narcisismo e di godimento della bellezza, fino a una vera esaltazione del corpo, dell’intreccio dei corpi che, nella sua sembianza riflettente, invade la stanza e amplifica l’ardore e il coinvolgimento dei due. Vediamo gli esempi più distintivi di quanto si sta dicendo. Alle pagine 98-99 così possiamo leggere: “Liberatasi rapidamente dagli abiti che indossava, Ada scavalcando il bordo del piatto doccia in ceramica bianca, si accorse di un lungo specchio verticale che era posizionato proprio di fronte alla cabina a cui si era accostata incominciando a far scorrere l’acqua […] Vedere l’immagine del suo corpo completamente spogliato riflesso nel lungo riquadro che la fronteggiava, accelerò la pulsione erotica che da più ore le bruciava dentro, e contemporaneamente ravvisava nell’immagine riflessa la sagoma del suo corpo che le appariva gradevole con la certezza di poter suscitare attrazione e interesse” e poi, ancora, alle pagine 125-126[1]: “Fu una notte lunga e appassionata in cui fecero l’amore in più riprese, dapprima in piedi contro la parete a specchio che restituiva, nel riflettere le immagini dei loro corpi abbracciati, messaggi densi di erotismo, e poi abbandonati sul letto a baldacchino”.

La scrittrice napoletana Annella Prisco, autrice del romanzo “Specchio a tre ante”

Attratta dagli specchi quasi fino ad esserne ossessionata, anche durante l’unione carnale che si consuma nella stanza privata durante la crociera Ada non può mancare di vederne uno. In questo momento, però, succede qualcosa diverso: la donna sembra non riconoscersi. La stanza non è avvolta da una luce completa, è vero, e la visibilità potrebbe essere ridotta ulteriormente anche dal fatto che ha bevuto del vino e dunque non riesce a visualizzare in maniera distinta. Ma è anche vero che qualcosa del genere, come si è visto nell’elencazione degli estratti dove lo specchio viene richiamato, non era mai accaduta. Esso aveva sempre rappresentato un mezzo per vedere, per riconoscersi, Ada lo aveva impiegato per ritrovarsi, per vedersi riflessa e avere visione del suo corpo, della realtà. In questo momento, invece, è come se si fosse anteposta della foschia, una cappa indistinta che occulti la libera visione dell’oggetto. È un qualcosa che ha, se non proprio del premonitore, senz’altro del preoccupante: viene da pensare l’azione di chi si sporge verso la cavità di un pozzo volendone scorgere il fondo, o per lo meno vedere l’acqua, e non trova che il nero più fitto. Si tratta di un’increspatura di quel libero vedere, mostrarsi e riflettersi, che Ada ha sempre dato e ricevuto dal rapporto con lo specchio. Riportiamo i relativi estratti: “L’abitacolo era caldo e accogliente, con le pareti rivestite di radica, un comodo armadio a muro dagli sportelli a soffietto e un confortevole letto ad una piazza e mezzo ricoperto da una morbida trapunta di piume d’oca, e su di un lato uno specchio stilizzato, con faretti luminosi sugli angoli” (pagine 156-157) e “Spensero ogni interruttore, lasciando acceso soltanto un faretto posizionato in un angolo dell’abitacolo. Ada attratta dalla superficie dello specchio che fronteggiava il letto, per qualche attimo quasi non si riconobbe, perché l’effetto del vino già si faceva sentire” (pag. 161).

Il ritorno alla casa di Acciaroli, con il quale si apre e al contempo si chiude il romanzo, in questa narrazione che non solo è ciclica ma per scaglioni e frastagliata come s’è detto, è significativo perché è un ritornare a vedere. Dopo l’offuscamento sperimentato dello specchio e l’interdizione dinanzi all’accaduto (…) Ada, donna di grande forza che ha imparato a ergersi sopra alle ingiustizie della vita fortificandosi, ritrova la luce che riconsegna l’immagine di sé. Così scrive Annella Prisco nella pagine finali di questo stupendo romanzo: “Intontita si avvicina al comò e guarda fissa l’immagine del suo volto disfatto e segnato, riflesso nelle tre ante della toilette antica. I due profili del viso, pur con impercettibili differenze, combaciano e si ricompongono nell’interezza dello specchio centrale” (pag. 167) e “L’enigma si scioglie nel suo specchio a tre ante, dove da sempre, tante volte, si è rispecchiata… Il suo, uno dei rari nomi palindromi, racchiude il significato di una vita intensa, doppia, che si legge e si vive su un percorso di andata e ritorno, su due piani speculari, paralleli e complementari” (pag. 169).

Questo ritorno ad Acciaroli, questo ritornare a specchiarsi (e a vedersi) nello specchio a tre ante non è una conclusione in quanto tale, ha più la forza di un’illuminazione catartica e salvifica al contempo, motivo trainante di un ulteriore gradino della vita superato, pur con difficoltà. Lo specchio a tre ante che fa dialogare passato e presente e che pone in superficie non solo la Ada del momento, ma la summa delle Ada che fin lì l’hanno contraddistinta, permette quella ripartenza necessaria verso un oltre a cui la protagonista dovrà darsi per cercare di seguire in quel cammino di luce nel quale ha creduto e dovrà distinguere tra le fosche ombre che l’attorniano. Lo specchio per la protagonista – un po’ come per noi tutti nella nostra vita – mostra la sua duplice funzione – speculare, appunto – nel rimandare l’immagine che gli si para innanzi ma anche, in maniera meno visibile, di ricercare e rimestare nell’interiorità del singolo, permettendo l’auscultazione del profondo, come una radiografia dell’anima.

Le vicende che la Nostra dipana nel corso del libro sono quelle della vita ordinaria dell’uomo che è improntato sempre alla ricerca della felicità. Elaborate le ragioni che dettano l’impossibile conservazione della felicità (o il ripristino della stessa) Ada – come in una progressione da Bildungsroman – comprende che non ha senso (e non andrebbe a suo beneficio a lungo andare) essere remissivi nei confronti della vita e adagiarsi passivamente su quel che di poco si ha e saggiamente mira altrove perché sa che la vita è una e la felicità è un qualcosa che sempre può essere conquistato. La completa apatia del marito è un lasciapassare vigoroso in questo lento processo di autoconsapevolezza che, pian piano, le permette di fidarsi di un altro uomo, di innamorarsi e di donarsi a lui. È la seconda possibilità che tutti abbiamo (o che dovremmo avere), la grandezza di una donna sola come Ada (si parla sempre e solo di lei in funzione dell’assente marito e dell’amorevole figlio, ma mai di un’ipotetica amica, cosa che la fa essenzialmente una donna sola) è quella di sapersi reggere autonomamente sulle proprie forze, di osare, di non darsi per vinta. Questo amore che nasce con Libero, allora, non può che essere considerato come il traguardo più benevolo e meritato dinanzi alle tante delusioni e i foschi avvilimenti che la vita negli ultimi tempi le ha donato. Ecco perché – non si svelerà qui il finale perché sarebbe ingiusto e tutti i lettori hanno il diritto di sorprendersi dall’explicit tutt’altro che pronosticabile – questo è un romanzo d’amore ma è anche un romanzo di formazione, finanche una sorta di diario personale che prende nota dei vari spostamenti tra città, regioni. Ha il sapore di una storia che conoscevamo già ma che avremmo voluto leggere. Un romanzo che accompagna anche a riflettere in chiave psicodinamica su atteggiamenti e passività umane, su debolezze e sogni che, pur non avendoli rincorsi come avremmo fatto da adolescenti, prima o poi arrivano e stravolgono in bene quel presente asfittico e monotono dal quale pensavamo di non uscire più.

LORENZO SPURIO

Jesi, 31/12/2020


[1] Prima di questo citato vi è un ulteriore estratto nel quale è richiamato l’oggetto dello specchio; esso compare alla pagina 110 e in esso possiamo leggere: “Cercava come sempre di stemperare tensioni ed ansie guardandosi allo specchio, per leggere una risposta in quel pomeriggio da quella lastra quadrata che sovrastava il lavabo nel piccolo bagno dell’appartamento”.

E’ severamente vietato copiare e diffondere, su qualsiasi tipo di supporto, il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. La citazione, con gli opportuni riferimenti ad autore, blog, data e link è, invece, consentita.

ll Manifesto della EcoPoesia (2005)

Con l’autorizzazione della poetessa Maria Ivana Trevisani Bach[1] pubblichiamo a continuazione il Manifesto di Ecopoesia Italiana[2] redatto e ufficializzato nel 2005 aventi quali firmatari, oltre alla poetessa Maria Ivana Trevisani di Albisola (Savona), Luciano Somma di Napoli, Salvatore Infantino di Palazzolo (Siracusa), Maria Luisa Gravina di Genova e Luciana Bertorelli di Savona. Il Manifesto è stato presentato all’Università Oneonta (Stato di New York), all’Università Federale di Paraiba (Brasile), all’Università di Worcester in Inghilterra e al Congresso di Ecocritica a Valladolid (Spagna).

MANIFESTO DI ECOPOESIA ITALIANA (2005)

Definizione

Ecopoesia è un nuovo genere letterario che trae ispirazione dall’attuale emergenza ambientale. Inoltre, l’Ecopoesia si prefigge di “dar voce” ai viventi che non hanno voce e di testimoniare i loro diritti.  L’Ecopoesia è una parte del vasto universo della Poesia e non si pone in posizione di supremazia rispetto alle altre tradizionali espressioni poetiche. È semplicemente diversa, e non alternativa.

Premessa

Dopo le confuse ed eterogenee esperienze artistiche postmoderne della seconda metà del XX° secolo, si vanno delineando alcune nuove tendenze che prendono origine:

  • dalla velocità e dalla facilità della comunicazione;
  • dai processi di globalizzazione, anche culturale;
  • dalla sempre più drammatica criticità ambientale del nostro pianeta.

In questo contesto alcuni artisti italiani hanno sentito l’esigenza di esternare in un Manifesto le linee guida del loro modo di fare poesia o, più in generale, di esprimersi attraverso l’arte.

Questa scelta è il frutto di alcune considerazioni:

L’attuale sovrabbondante tempesta mediatica di notizie ha avuto come conseguenza una reazione difensiva tendente a separare dalle emozioni le informazioni e le immagini dei fatti. Si creato quindi un conflitto tra il pensiero razionale che cerca di comprendere gli avvenimenti e l’enorme quantità di emozioni che su tali eventi vengono represse. L’assuefazione a rappresentazioni virtuali ha progressivamente saturato le menti di miliardi di uomini rendendoli passivi spettatori dei fatti. La passività ha generato, specie nei giovani, una abulia nei confronti di ideali e di valori, che ci ha privato dell’entusiasmo necessario ad affrontare i problemi del nostro tempo. A seguito di tali considerazioni, alcuni artisti decidono di cimentarsi in un tipo di poesia che liberi, apertamente e senza pudori, l’emozione repressa per utilizzarla quale forza motrice per realizzare gli obiettivi suggeriti dai nuovi valori.

Nuovi valori

La salvaguardia dell’ambiente si impone come valore ineluttabile del XXI secolo a causa dell’attuale, critica situazione del nostro pianeta. Caduta l’idea di una Natura, intesa come risorsa inesauribile, entra anche in crisi la visione antropocentrica e verticistica dell’Uomo padrone senza limiti, di tali risorse. La nuova visione prospettica della Terra, suggerita dalle nuove conoscenze in campo astronomico e dalle affascinanti immagini che ci provengono dallo spazio, ci rende coscienti del nostro piccolo posto nell’Universo e della nostra non privilegiata presenza sulla Terra. L’Uomo, perciò, prende atto del suo ruolo di attore di distruzione o di protezione di questa casa comune e delle sue responsabilità nei confronti di questo fragile pianeta. Da questa consapevolezza di responsabilità nasce una nuova etica di rapporto; non più esclusivamente fra uomo e uomo, ma fra Uomo e Natura. Questa nuova filosofia morale s’inserisce in quella recente cultura che, dopo la destrutturazione post-moderna delle ideologie, ricerca nuovi valori e fini senza però ingabbiarli in rigide sovrastrutture gerarchiche o ideologiche.

Ruolo dell’Ecopoesia in questo scenario

Ogni genere di poesia sa creare emozioni. Tocca corde segrete o dimenticate. Stupisce con associazioni di suoni o di immagini inattese. Ci fa meditare con una metafora. Coglie l’essenza nascosta delle cose o delle nostre esperienze.  Sfruttando la potenza di queste suggestioni, l’Ecopoesia diventa comunicatrice di emozioni e, attraverso di esse, risveglia le coscienze predisponendole all’ascolto dei problemi dei nostri giorni. Questo tipo di poesia coinvolge contemporaneamente razionalità e sentimenti superando il pregiudizio del pensiero bipolare del XX secolo  che  fissava una netta separazione fra ragione e creazione artistica. Nell’Ecopoesia, accanto al tradizionale momento emozionale di comunicazione poetica, compare il momento razionale della presa di coscienza della criticità ambientale e della necessità di porvi rimedio. L’Ecopoesia è pertanto multidimensionale in quanto ripara la scissione di queste due dimensioni espressive e risulta essere più vocina al modo di pensare e di sentire degli uomini d’oggi. Le scienze ambientali sanno dettagliatamente analizzare gli attuali problemi ecologici, ma non è detto che esse, da sole, riescano a farci agire per risolverli.   Il linguaggio poetico che su questi temi è così diverso e nuovo, potrebbe ottenere più efficaci risposte risvegliando le coscienze e preparandole all’ascolto dei problemi del XXI secolo quali:

  • la salvaguardia del nostro pianeta e un nuovo rapporto con tutti gli esseri viventi (Ecopoetry)
  • la testimonianza dei diritti fondamentali dell’uomo e la pacifica convivenza fra i popoli (Art & Peace)
  • una nuova e diversa introspezione del proprio io (Ecopsicologia,  ecc.)

Questa bisogno di poesia nuova è stato colto in diverse parti del mondo. Sono nati così nuovi movimenti poetici che associano la Poesia alle attuali istanze etiche come Art and Peace, Eco Art e, appunto, l’Ecopoetry.

Ma chi è l’ecopoeta?

L’ecopoeta non è l’aedo che canta la Natura, ma è colui che parla per la Natura. Dà voce alla Natura. Testimonia i diritti di quei viventi che non hanno diritti. È colui che si sente interconnesso con la creazione e ne riporta emozioni dal di dentro; l’animale torturato, l’albero sradicato, l’intera terra inquinata, parlano direttamente attraverso i suoi versi. In definitiva, l’ecopoeta parla per questa casa comune, unica ed irripetibile, che va salvaguardata nella sua peculiarità e nella sua bellezza.

Proteggeremo la Natura se avremo imparato ad amarla, se avremo imparato a sentirci empatici con essa. Ed è proprio questo che l’Ecopoesia intende fare: trasmettere questo amorevole desiderio di protezione. Aiutarci a sentirci animali, alberi, foresta. A vivere il loro dolore come nostro. A vedere nella bellezza di un paesaggio incontaminato un modello da salvaguardare. A capire che il destino della Terra è anche il nostro destino. L’ecopoeta è, quindi, il tramite fra comunità umana e mondo naturale.  È colui che, invece di macerarsi sul proprio tormentato io o sulle complesse dinamiche interpersonali, s’immerge nella pace dell’unità della creazione, si apre al mondo, agli altri esseri viventi e si compenetra con essi.

Il linguaggio

L’Ecopoesia non è una poesia celebrativa, enfatica, che si erge da un piedistallo ad indicare la via da seguire, ma è la poesia empatica di chi si sente interconnesso con la Natura e ne riporta emozioni dal di dentro. Una poesia semplice, umile come lo sono i soggetti oppressi che parlano attraverso di essa.

La comunicazione

Esiste anche una specificità dell’Ecopoesia in questo campo.  Nel tempo della comunicazione globale, anche la poesia deve saper comunicare globalmente, deve essere accessibile a tutti, deve essere aperta alle differenti realtà culturali del mondo e condividere e diffondere i valori del suo tempo. L’Ecopoesia si libera dall’isolamento delle chiuse culture letterarie erudite, dalle vecchie mode sibilline delle avanguardie e dalle tradizioni poetiche locali e utilizza una comunicazione poetica semplice e chiara, comprensibile a tutte le culture – quindi anche facilmente traducibile – per diffondersi tra un pubblico sempre più allargato come richiesto dall’UNESCO nel messaggio della   Giornata Mondiale della Poesia. L’Ecopoesia deve saper comunicare globalmente perché vive in un tempo in cui, tutti i pensieri, tutte le emozioni e tutta la creatività del mondo vengono universalmente e contemporaneamente a contatto. Essa si alimenta di questa immensa linfa collettiva per creare nuove sollecitazioni che a loro volta verranno, per le stesse vie, universalmente trasmesse e raccolte. Questa nuova Poesia, da taluni provvisoriamente definita post-post-modern poetry perché recepisce alcune tendenze delle correnti post-moderne, in questo Manifesto viene invece semplicemente definita ECOPOESIA. Queste riflessioni sono estensibili a qualsiasi forma di arte che abbia al suo centro la Natura e l’Ambiente. Nel Manifesto questo tipo di Arte viene definita: ECOART.

Primi firmatari:

Maria. Ivana Trevisani Bach – Albisola (Savona)

Salvatore Infantino – Palazzolo (Siracusa)

Luciano Somma – Napoli

Maria Luisa Gravina – Genova

Luciana Bertorelli – Savona


[1] Maria Ivana Trevisani Bach è biologa, ricercatrice, insegnante di Scienze nei licei. Scrive poesie aderendo al Movimento letterario dell’ecopoetry di cui ha scritto il Manifesto Italiano di Ecopoesia. Gli animali, la Natura, l’ecologia, sono i temi prevalenti della sua attività letteraria. Ha pubblicato articoli su riviste scientifiche e letterarie e libri editi da Serarcangeli di Roma, Mursia di Milano, Europa di Roma e Genesi di Torino.

[2] Il presente Manifesto può essere letto sul sito ufficiale della Ecopoesia Italiana a questo link: http://www.ecopoems.altervista.org/manifesto%20it.html dove, pure, si trova tradotto in altre lingue. A questo Manifesto ha aderito il Movimento Artistico “Irrealismo” che propone di “Rivalutare la Natura con l’Arte e l’Arte per la Natura”.