“Gli indifferenti” (1929) di Alberto Moravia, recensione di Lorenzo Spurio

Gli Indifferenti di Moravia

di Lorenzo Spurio

 

Ho recentemente visto il film Gli Indifferenti del 1964 (regia di Francesco Maselli), tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia (1929).[1] Devo riconoscere che questo romanzo di Moravia è uno dei miei preferiti in assoluto e lo consiglio a coloro che non l’hanno ancora letto.

Come indica il titolo, i vari personaggi della storia, che si contano sul palmo di una mano, sono caratterizzati per una mancanza di una vera identità, per essere incapaci, spesso passivi, inetti ma più propriamente indifferenti. Le varie vicende che accadono alla famiglia, vengono accettate tacitamente dai vari protagonisti in maniera remissiva, senza cercar di cambiare il corso degli eventi. Tutti i personaggi della storia sono assoggettati e regolati dall’unico personaggio ben costruito della storia, il potente e corrotto Leo Merumeci, l’ingegnere.

La storia si apre a villa Ardengo, una villa dell’alta borghesia dove vivono Mariagrazia assieme ai suoi due figli Carla e Michele. La famiglia versa in condizioni economiche difficili e sulla villa è stata messa un’ipoteca a favore del signor Merumeci.

Merumeci è un uomo interessato ai soldi e al sesso. Ha una storia con Mariagrazia, ma non è coinvolto da lei e sta con lei solo per ricattarla. Lei, dal canto suo, si crede di essere amata da Merumeci. Quest’ultimo seduce la giovane Carla, mentre Michele ha una relazione sessuale che non gli da niente con Lisa, amica della madre. Ogni personaggio accetta il corso degli eventi per come si presenta (per come è stato regolato da Merumeci, che sembra gestire gli altri personaggi come marionette). Al termine della storia Michele sembra riattivarsi dal menefreghismo, dalla passività e dall’indifferenza che lo ha contraddistinto fino a quel momento e decide di uccidere Merumeci. Acquista una pistola e si reca a casa dell’ingegnere, ma quando fa fuoco contro il nemico si rende conto che l’arma è scarica. Ancora una volta si sottolinea l’incapacità di Michele – così come degli altri personaggi – di intervenire sulla storia. Alla fine, tutto rimarrà al caso, ovvero sarà come Merumeci ha deciso: Merumeci continuerà a frequentare villa Ardengo, forse sposerà Carla, Michele continuerà la sua relazione con Lisa e Mariagrazia si rassegnerà al suo ruolo di madre.

A mio parere il film, pur rimanendo fedele al romanzo di Moravia, non è capace di trasmettere in maniera completa e vivida il senso di apatia, di stanchezza, di menefreghismo, di lassismo, di passività e d’indifferenza dei personaggi. Sono aspetti questi che possono rivelarsi difficili da rappresentare in una realizzazione filmica e più facili da trasmettere attraverso le parole. I personaggi sembrano più attivi, decisi e risoluti di quanto lo siano nel romanzo, dove sono completamente in balia degli eventi, del corso del tempo, del caso, delle decisioni di Merumeci. È lì che secondo me si cela il vero significato del romanzo, in questo comportamento rassegnato e remissivo dei personaggi che Moravia è riuscito ad etichettare magistralmente sotto il titolo di “indifferenti”. Per questo motivo consiglio di leggere il libro più che vedere il film. La lettura di Moravia, molto semplice e scorrevole è frammista da elementi che sono in grado se non di farci calare nel contesto degli Ardengo, per lo meno di capirne le motivazioni del loro comportamento rassegnato e dell’incapacità di reagire.

                                                                                                                                                                                                                  Lorenzo Spurio

 


[1] Esiste una ulteriore realizzazione filmica intitolata Gli Indifferenti (1988), regia di Mauro Bolognini. Si tratta di un serial televisivo in due puntate. Non sono riuscito a reperire questa versione. La mia analisi qui presente si basa sul film in bianco e nero del 1964.

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il castello di Folclore”, racconto di Monica Fantaci

IL CASTELLO DI FOLCLORE

 di MONICA FANTACI

C’era una volta, tanto tempo fa, un castello costruito con mura solide, le tegole erano ben posizionate e i mattoni erano rustici, quasi volessero richiamare l’attenzione alla tradizione, oscurata dai valori indeboliti dalla società odierna. In questo castello risiedeva un ragazzo forte, pieno di idee. Un bel giorno decise di fare una passeggiata lungo il giardino che costeggiava la sua dimora, annusava le fragranze dei fiori, c’erano rose rosse, rose bianche, girasoli, gelsomini, viole, lilium, inoltre l’erba era ben curata: ogni mattina il giardiniere di fiducia, Lino, un ometto basso dai capelli grigi, con baffi arricciati, si divertiva a curare quel giardino; amava il suo lavoro e cantava mentre innaffiava i fiori e le piante; aveva tramandato il mestiere dal padre, erano presso quel castello da diverse generazioni.
Giulio, il ragazzo del castello, ammirava l’intero panorama, vedeva all’orizzonte pineti, casupole che ornavano i bordi delle massicce montagne, ad un tratto non si accorse di un albero e gli andò a sbattere, cadendo sopra erba soffice appena innaffiata dal signor Lino. Carlotta, una sua compagna di scuola, era proprio lì, a raccogliere le more, lo soccorse e Giulio si alzò dolorante.
Entrambi avevano 18 anni ed erano prossimi al diploma, Carlotta si sarebbe iscritta alla facoltà di medicina, era bravissima nelle materie scientifiche, aveva sempre preso il massimo dei voti, Giulio, nonostante i buoni voti, doveva rimanere al castello, lui era il principe di Folclore e doveva a tutti i costi impegnarsi per la città dov’era nato e che da diverse epoche era governata dalla sua famiglia.
Il ragazzo non sopportava che un giorno avrebbe dovuto sostituire il padre per far fronte alla situazione della città. Di anno in anno la situazione economica peggiorava sempre di più nella sua cittadina, lui si domandava se sarebbe riuscito a risolverla. Doveva a tutti i costi cambiare la corrente che trascinava tutti nel fondale. Durante il tragitto che lo portava a casa, ne parlò con Carlotta, che non gli seppe dare una risposta.
Un giorno, mentre leggeva le pagine di storia che aveva assegnato la professoressa Miranda, gli venne un’idea: aprire i cancelli del castello a tutti i cittadini di Folclore. Il castello avrebbe consentito di fare affari, proprio per la città, avrebbe incuriosito stranieri e l’economia sarebbe ritornata splendente come il sole.
Giulio iniziò a saltellare dalla gioia, ma decise di non parlarne subito con il padre, lo avrebbe ostacolato.
La mattina seguente, dopo aver fatto colazione ed essersi lavato e vestito, si diresse a tv-Folclore, la rete che trasmetteva programmi televisivi in tutta la città, in modo da far spargere la voce.
Il ragazzo fu accolto con riverenza, ma non ci faceva caso, pensava facessero così per il semplice fatto che lui era il principe, ad ogni modo accolsero l’idea e fecero pubblicità mediante spot e telegiornali.
Lui preparò il personale del castello, l’idea si sarebbe concretizzata in pochi giorni. Nel fine settimana si alzò di buonora, aspettò che il padre e la madre uscissero e aprì il cancello alla città: una massa di gente si mise in fila, si decise di farli entrare a gruppi di dieci o quindici persone, in modo da rispettare un certo ordine.
Il castello aveva un ingresso molto ampio, entrando dalla porta principale, sulla destra c’era un mobile che risaliva al trisnonno di Giulio, il portaombrelli era in ceramica e aveva ricamato nella parte superiore fiorellini, mentre nella parte bassa rametti con disegnate appena delle foglioline verdi, nella parte centrale era appeso uno specchio con la cornice di legno. La stanza attigua all’ingresso era la grande biblioteca che ospitava più di dieci mila volumi e archivi di famiglia. La storia della famiglia Clotre e la cultura erano a disposizione della città. Ad ogni gruppo che entrava, Giulio diceva che in quella stanza potevano aprire e leggere tutti i libri che volevano, il castello sarebbe stato aperto dalle 9 fino alle 18, tutti i giorni. La sera il ragazzo ne parlò con determinatezza al padre, che lo rimproverò sostenendo che era pur sempre la loro casa privata, « Ma papà, farò visitare solo il pianterreno, gli altri piani no ». Fu così che il padre si accordò, per fortuna sua e della città.
Quel castello acclamava tanta gente già dall’aspetto invitante, ricco di verde e di luce, anche quando pioveva, un vero spettacolo.
Per diversi mesi gli abitanti di Folclore si recarono al castello della famiglia Clotre curiosi ed entusiasti, nel periodo estivo iniziarono anche a far visita i primi stranieri, gli unici a dover pagare una piccola quota per entrare. Era sorprendente il numero di Francesi e Russi che entravano lì nonostante si pagasse.
Passavano i mesi e le stagioni e già era passato un anno da quando il castello fu aperto a tutti, era quasi Natale e Giulio aveva già conseguito il diploma, aveva 19 anni.
Il 23 dicembre, come tradizione, il papà del ragazzo invitò i cittadini a Piazza Allegra, la più grande della città, per gli auguri natalizi.
A fine discorso, come al solito, chiese che chi voleva poteva intervenire e dire qualcosa, naturalmente salendo sull’enorme palco disposto all’angolo dell’enorme piazza. Un signore minuto e quasi ricurvo salì i tre gradini per raggiungere il centro del palco e disse « A nome di tutti, vorrei che suo figlio prendesse il suo posto, non che lei abbia fatto male il suo lavoro, ma il signor Giulio ha idee brillanti e ha migliorato la situazione finanziaria e culturale di Folclore »
« Cari cittadini, anche io avevo pensato da circa quattro mesi a questa idea: ormai mio figlio ha raggiunto la maggiore età, si è diplomato ed ha voglia di cambiare questo nostro luogo, nonostante abbia deciso di iscriversi alla facoltà di Scienze politiche ». Il signor Clotre, re di Folclore, si avvicinò al principe e lo nominò suo successore, la signora Clotre era emozionata, il signor Lino aveva i lucciconi negli occhi, la cittadina era contenta e festeggiava con balli folcloristici. Da quella sera stessa Giulio Clotre regnò la sua città e terminata la laurea sposò Carlotta.

MONICA FANTACI

QUESTO TESTO VIENE PUBBLICATO SU QUESTO SPAZIO INTERNET DIETRO GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DELL’AUTRICE.

LA FOTO E’ TRATTA DA QUI: http://www.google.it/imgres?q=CASTELLO+FANTASTICO&um=1&hl=it&safe=off&sa=N&tbm=isch&tbnid=L19LKLZvmfdK7M:&imgrefurl=http://it.123rf.com/photo_8566781_il-fantastico-castello-nel-lago-nel-cielo-notturno-con-le-stelle.html&docid=p9DUrzsntm3_NM&imgurl=http://us.123rf.com/400wm/400/400/flamewave/flamewave1101/flamewave110100041/8566781-il-fantastico-castello-nel-lago-nel-cielo-notturno-con-le-stelle.jpg&w=400&h=379&ei=tE4KUL2uBoSxhAft8NHlCQ&zoom=1&iact=hc&vpx=661&vpy=192&dur=775&hovh=219&hovw=231&tx=89&ty=128&sig=113704477299930288473&page=1&tbnh=130&tbnw=144&start=0&ndsp=21&ved=1t:429,r:10,s:0,i:130&biw=1366&bih=632

“Condomini e cattivi pensieri”, racconto di Franca Berardi

racconto di Franca Berardi

L’aveva notata già da diverso tempo ormai.
Lei arrivava sempre alla stessa ora, si sedeva allo stesso bar e sempre al solito tavolino di fronte al lungolago…beveva un caffè , fumava una sigaretta e poi andava via in tutta fretta senza scambiare mai una parola con alcuno.
Così, lui, decise di seguirla…; l’aveva già fatto altre volte ma non era mai riuscito a vederla bene in viso; lei era sempre di schiena, mentre fumava in silenzio e camminava a passo sostenuto.
Né mai lui avrebbe osato avvicinarsi a lei visto che era timidissimo ed impacciato oltremodo.
In un freddo mattino di dicembre, dunque, lui la seguì mentre lei ,quasi subito dopo, sparì tra un dedalo di stradine strette, per poi finire nel portone di una elegante palazzina, in stile liberty, posta nel centro storico della città…
Anche lui entrò ed iniziò a salire su per le scale dietro di lei…
La donna si fermò sentendo i passi di lui e si voltò a guardarlo. 
Era bellissima! Lui rimase senza fiato.
Per giorni e giorni ,ancora, aveva tentato di immaginare quel suo volto, ma ora che l’aveva finalmente visto, appariva ancor più sublime di quel che si aspettava, anzi più di quanto egli stesso potesse immaginare e sperare.
Lei lo osservò…, indugiò con lo sguardo che pareva avesse assunto un tono interrogatorio, visto che lui, non riusciva a smettere di fissarla.
Rosso in viso , dapprima, si scusò e aggiunse, con voce tremante, che stava cercando un signore ma non ricordava più a quale piano si trovasse poi, gli venne in mente un cognome che aveva letto frettolosamente sul citofono della palazzina quando per l’appunto , l’aveva più volte, pedinata nei giorni precedenti.
“Ah! –rispose lei- cerca il professor Milo? È sopra di me, secondo piano”…e, detto ciò, continuò a salire le scale senza aggiungere altro.
Lui ringraziò e riprese, come se nulla fosse, a seguirla, mentre il suo cuore pareva dovesse scoppiargli in petto da un momento all’altro.
Continuò così altre volte: la incontrava per le scale mentre fingeva di andare a prendere lezioni di matematica dal dottor Milo…e , finalmente, un giorno trovò il coraggio di chiederle se poteva offrirle un caffé, magari proprio in quel bar che lei ogni dì frequentava con assidua costanza.
Lei sorrise con estrema grazia…sembrava una donna d’altri tempi; così imbarazzata, timida e schiva , chiusa nel suo paltò grigio…ma anche compiaciuta dalle attenzioni di lui.
E così, iniziarono a frequentarsi con il fermo intento, però, di rimanere, comunque sia, amici e solo amici.
Ma si sa che ogni migliore proposito, chissà perché, poi …prende sempre un’altra piega e ,quindi, lei , dopo mille titubanze, lo invitò a salire a casa sua ma , giusto per bere un tè; non di più.
Ed, invece, così non fu forse perché la vita non va mai come si vorrebbe o forse perché si era venuta a creare un’intensa complicità tra loro due. 
Lei così timida e riservata, lui ormai un fiume in piena…
Iniziò una storia d’amore, ma prima di approdare a questa decisione, così a lungo elaborata e sofferta, ella gli dovette confessare che condivideva la casa con una sorella dispotica ed ostile che, con lei viveva non tanto per affetto quanto per pura convenienza visto che l’appartamento era intestato, ahimè, ad entrambe.
Dunque la sorella mal sopportava la presenza di quel ragazzo che si vedeva così costretto, ad incontrarsi con il suo grande amore in momenti fugaci e soprattutto lontano da certi occhi indiscreti ed impietosi…
Ma anche il loro vicino del piano di sopra ,tal professor Milo ,non se la passava bene…
Da diversi anni era separato dalla moglie che era andata a vivere in una città molto lontana , portandosi via i tre figli. 
Lui , colto dalla disperazione, aveva iniziato a bere poiché si sentiva fallito come marito , ma ancor più come padre poiché impossibilitato a vedere le proprie creature.
Aveva tentato più volte di contattarli, ma i parenti di lei non gliel’avevano mai concesso e così il poveretto, solo e sconfitto , iniziò a fare mille strane congetture…
Intanto, non disdegnava di andare a consolarsi dalle due sorelle che abitavano sotto di lui… 
In particolare, aveva fatto presa su quella più anziana che si sentiva molto attratta sia dalla sua penosa storia, sia dalla sua fisicità…a tal punto, che sognava di poterlo incontrare nel proprio appartamento, in separata sede, senza la presenza ingombrante della “sorellina” e del suo scomodo fidanzato.
A ben pensarci, le due donne avrebbero potuto trovare una soluzione alternativa e pacifica o qualche espediente più sensato, per dirimere la questione.
Ma, si sa ,che i parenti non sono mai molto propensi ad andar d’accordo; semmai più proclivi a complicarsi la vita per il gusto e il piacere acclarato di farsi del male.
E così, le due sprovvedute, continuarono a farsi mille dispetti e ritorsioni.
Ma, anche l’inquilina del primo piano aveva le sue gatte da pelare, visto che doveva badare alla anziana madre affetta da una incipiente forma di demenza senile…
La giovane donna, nel prosieguo del tempo, vedeva sfiorire sempre di più il suo grande sogno e cioè quello di andare a studiare all’estero.
Talora , nei momenti di maggiore crisi, veniva assalita da pensieri che non le facevano onore, mentre imboccava l’esagitata mamma o le cambiava il pannolone.
Il padre, nel frattempo, se la spassava con una ragazza della sua stessa età.
Anzi ,spesso e volentieri, il “tenero” papà rimaneva fuori a cenare, se così si può dire,…con la sua nuova compagna, incurante della tragedia familiare che lo circondava.
Forse egli voleva sfuggire al dolore…oppure non era pronto ad affrontare una situazione così difficile ma, comunque sia ed ipotesi a parte, egli continuava a fare il ragazzino di sessant’anni, lasciando così alla figlia ogni onere; a scapito anche della sua stessa salute mentale. 
La figlia, del resto,più volte si era ribellata a questa forzata prigionia; più volte aveva scongiurato il padre di ritornare alla ragione, ma senza esito alcuno…
E così, ella ormai si sentiva in preda alla disperazione ,in virtù del fatto che non vedeva più un futuro per sé.
Peraltro, intorno a lei, c’era la solitudine e solo quella, poiché, al momento, nessuno poteva sostenerla nel suo arduo compito.
Quindi, per quanto tempo ancora la giovane sfortunata avrebbe potuto reggere ad una situazione così pesante?
Intanto che badava alla madre, sempre più confusa, agitata e delirante, pensava che doveva passare al contrattacco con ogni mezzo e,…se prima pregava, ora iniziava a preparare inquietanti rappresaglie.
Del resto visto che, i suoi sogni non gli avrebbe mai potuti esaudire, sperava ,almeno, di patteggiarli con il consenso e la benedizione di qualche entità superiore che dall’alto dirigeva quella sua vita così tormentata e sfortunata.
All’ultimo piano della stessa palazzina, abitava una sciccosissima ed appariscente signora che spesso e volentieri soleva litigare con la figlia. 
C’è da dire che la matura donna, si era separata da molti anni ormai ed aveva iniziato una convivenza, alquanto discutibile, con un bellimbusto che sfruttava la sua ricchezza e non più la sua bellezza quasi del tutto sfiorita.
La figlia era ,ovviamente, preoccupata poiché sapeva che prima o poi, la madre avrebbe dilapidato ogni suo bene in quanto in preda ormai ad una folle storia d’amore che pareva più che altro molto simile ad una follia pura ove l’amore non c’entrava nulla.
Ormai, la povera donna, non riusciva più a gestire nulla in modo razionale.
Preponderante era per lei l’intento di accontentare le esose esigenze dell’amante che non disdegnava ,di certo, di essere trattato al pari di un principino.
La ragazza , invece, si era messa con un giovane di belle speranze ma che apparteneva , suo malgrado, ad uno status sociale molto basso, anzi quasi scadente. Anche lei, folle d’amore, come sua madre del resto, voleva aiutarlo a studiare, visto che egli era privo di mezzo alcuno per farlo. 
Ma la madre, obnubilata irrimediabilmente dalla passione, era troppo intenta a coccolare il bell’”Antonio” per potersi curare di lei… 
Talora, la povera ragazza, in preda alla disperazione, si rifugiava a piangere in cucina dopo l’ennesimo rifiuto della mamma di concederle un aiuto finanziario. Anzi vi è da dire che , oltre ciò , la sciamannata spendacciona, contestava in malo modo il fatto che la figlia frequentasse un plebeo.
Probabilmente agiva in tal modo, per giustificare il proprio operato e non sentirsi così in colpa…
Comunque sia , perseverava in questo suo atteggiamento ostile ed impietoso.
Intanto …al terzo piano dello stesso stabile, abitava una nobildonna decaduta da molto tempo ormai, sia nel corpo che nelle sostanze economiche e così , dopo anni di fasti, di lussi condivisi con il marito ed i figli, si era improvvisamente trovata in cattive acque.
Aveva ,dunque, deciso , suo malgrado ,di vendere la nuda proprietà di quello immobile tanto amato e pieno di ricordi…
Allorquando, per l’appunto, viveva felice ed orgogliosa del suo status sociale molto invidiato, peraltro, dal resto dei condomini, che spesso si lasciavano andare a commenti sgradevoli e discutibili.
Morto il marito, però, tutto era cambiato improvvisamente; i figli avevano sperperato oltre modo ogni loro bene senza che ella avesse trovato il tempo di rendersene conto…forse distratta da una vita fin troppo agiata e facile.
Pertanto, qualcosa era sfuggito al suo controllo, ebbra com’era , di una felicità che ,ormai ,era finita prima del previsto.
E così, la improvvida anziana, si vide costretta a vendere in primis i gioielli di famiglia ed alla fine, su consiglio di molti, anche la nuda proprietà.
L’acquirente , manco a farla apposta, era uno dei condomini , quello più ostile per il vero, che l’aveva sempre detestata ed invidiata.
Ora il suo rovinoso crollo economico, era per lui una rivincita morale di non poco conto, visto che, la signora , negli anni migliori, non si era mai neanche lontanamente degnata di prenderlo in considerazione.
Giusto , talora, gli elargiva un saluto frettoloso che suonava come un rifiuto cortese ma, al contempo, raggelante.
L’uomo, ormai, sapeva di averla in pugno e non vedeva l’ora di contraccambiarle la cortesia; ed , intanto, che assaporava il piacere della vendetta, aspettava il suo trapasso per occupare l’agognato appartamento.
Ma la signora, a dispetto di tutti, godeva di ottima salute ,nonostante i suoi ottant’anni suonati…
Invero, se li portava male, era vecchieggiante sì …ma con una invidiabilissima salute di ferro. 
Il suo sguardo si era spento , così come la sua alterigia, ma il cuore reggeva con ostinato orgoglio. 
E così, va da sé che il suo vicino le faceva mille dispetti e le lanciava maledizioni di ogni tipo e che , per il loro contenuto, avrebbero spaventato anche il più consumato esperto di magia nera.
E, intanto, un’altra piccola tragedia familiare si stava consumando al primo piano dello stesso stabile, ove alloggiava una vecchietta in totale solitudine.
Aveva ,però con sé, un cagnolino che pareva persino più vecchio di lei, tant’era secco, rugoso e spellacchiato…
In compenso possedeva delle corde vocali possenti ,a tal punto, che , appena percepiva i passi di qualcuno, iniziava a latrare al pari di un alano.
Ma, quella piccola creatura, rappresentava da anni ormai l’unico conforto per quella sfortunata signora dimenticata dai figli e dalla vita.
Sullo stesso pianerottolo abitava , invece, una coppietta che mal sopportava l’anziana donna; eppure c’era da notare che, gli spocchiosi inquilini , giovani e con figli, si erano sempre dichiarati di sinistra e peroravano la causa dei più deboli, degli emarginati…
Ma ,tra le mura domestiche, palesavano le loro bassezze interiori più autentiche…
L’anziana signora, non li commuoveva per niente, anzi la consideravano antipatica e maleodorante alla stessa stregua del suo povero cagnolino. 
E , come se non bastasse gli incongruenti sinistroidi…, incoerenti anche nell’animo e nella mente, si lasciavano andare a liti furiose che riguardavano l’educazione dei figli preludio questo , ad una separazione imminente.
E, sempre , in questo condominio così variegato ed animato, abitava un giovane che
soleva litigare spesso e volentieri con la madre poiché non accettava la presenza del nuovo convivente di lei…egli la minacciava continuamente di andar via alfine di raggiungere il padre che tanto vagheggiava ed idealizzava.
Forse perché quell’uomo, più non era con lui a condividere il quotidiano…
Ed un altro giovane del piano di sotto , non dava di sé un bello spettacolo.
Reclamava a viva voce i propri diritti e, le sue parole accese ,venivano udite da quasi tutti i condomini.
Si accendevano furiose diatribe poiché egli pretendeva di sposarsi e di aprire un negozio… dimentico però del fatto, che i genitori non potevano fronteggiare le sue richieste.
Ma lui non voleva aspettare né addivenire a più miti consigli…accecato tra l’altro, da una gelosia morbosa nei confronti del fratello maggiore che in effetti aveva ottenuto ciò che gli spettava…
L’altro, rancoroso più che mai, aveva totalmente tralasciato un piccolo particolare e cioè che il suo congiunto , tanto detestato, aveva risparmiato a lungo per consentirsi alfine una vita più agiata… mentre lui, aveva vissuto al di sopra delle sue possibilità.
Ed una giovane donna che, viveva in un bilocale da qualche anno , era in preda alla disperazione più assoluta poiché abbandonata dal marito.
Ella ,dunque, non poteva più onorare le spese condominiali, tra lo sconcerto e lo sdegno degli altri inquilini, che speravano che ella venisse sfrattata al più presto…
Nel frattempo, però, aveva accolto in casa sua, il fidanzato della figlia che, nel tempo, cercava di aiutarla con il suo lavoro molto precario.
Ma, intanto , il giovane si sentiva molto attratto dalla bellezza di quella donna tanto sfortunata e non lo nascondeva, né cauto si mostrava agli occhi della fidanzata che iniziava così a manifestare, in modo acceso , il suo disappunto…
Da quella palazzina, or dunque quasi tutti i giorni, si sentivano echeggiare le voci concitate di persone infelici, che sognavano di fuggire da situazioni dolorose e spiacevoli ed intanto, più in là, di fronte al lungolago s’intravedevano due giovani seduti al tavolo di un bar.
Si baciavano e sognavano un futuro migliore, tra un caffé ed una sigaretta, mentre l’acqua del lago, sotto un’algida luna, sembrava ancor più piatta, grigia ed indifferente.

 

Franca Berardi

RACCONTO PUBBLICATO SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO RACCONTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Piccola storia algerina”, racconto di Gaetano Mustica – con un commento del prof. Vallaro, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’università Kore di Enna

PICCOLA  STORIA  ALGERINA

racconto di Gaetano Mustica  

 

   In Algeria, nella tribù Ouled Naïl, si narra che, per incoraggiare in qualche modo la figlia appena dodicenne, avviata, come d’uso, dal severo Abu presso le oasi per costituirsi la dote col meretricio, la consolatrice Oum, favoleggiasse alla fanciulla di Ain e del cobra Naja haje e che solo così la ragazzetta adolescente riuscisse ad ingoiare le lacrime, facendosi animo ed incamminandosi per affrontare il destino alla luce pur tenue della speranza.

Orbene, Vi narro questa piccola storia ad aedificationem, speranzoso non solo di non annoiarVi, ma presuntuoso di piacerVi al punto da conservare questo mio “Diwanetto” che la contiene nella Vostra biblioteca, o, comunque, nello scaffale dove riponete i libri destinati alla nepotanza, …ove e quando ne avesse voglianza.

State a sentire, adunque.

    In una misera capanna di paglia e fango, nel settentrione algerino, vicino al piccolo centro rurale di Aflou, vive la famiglia di caprai di Ain, una graziosa giovinetta bruna d’incarnato e con gli occhi chiari come l’acqua del ruscello da cui ha preso il nome.

L’alba è di già tracollata incalzata dal sole che l’ha punta coi primi raggi sfoderati, il piccolo parco pasto mattutino è stato consumato, il Padre è andato ad accudire le zebe nel caprile, i fratelli a vendere il latte e i caci, le sorelle già sono intente ai telai e la Madre, triste, lava per l’ultima volta accuratamente Ain che quel giorno compie il fatidico dodicesimo compleanno: ai rivoli d’acqua spremuti dalla spugna si frammischiano le lacrime copiose della fanciulla e la Oum si morsica il labbro quasi a sangue lavando il petto adolescente, il culetto da signorinella e il grembo (ahilei!) di donna fatta della figlia.

Dopo le abluzioni s’impone il trucco: la piccola fronte (ancora aggrumata di favole!) viene dipinta d’ocra gialla, le guance (ancora con velluto d’albicocche!) di carminio, le labbra (ancora succose come nespole!) di cinabro e gli occhi (ancora incantati di sogni!) vengono pitturati di polvere d’antimonio.

Adesso Ain è pronta all’ultima prova prima di partire.

L’Abu lascia la mungitura e siede su uno sgabello, accavalla le gambe e accende la pipa.  I fratelli, nel frattempo rientrati, danno fiato e mano ai pifferi melodiosi e ai cimbali eccitanti ed Ain inizia a danzare, prima timida ed incerta, poi, frastornata ed ubriacata dai tamburini, aumenta l’ancheggiamento, smuove il ventre sempre con più foga, convulsa lo fa roteare con l’ombelico, dimena, scatenata, i seni per far tintinnare i campanellini, insieme e, con perizia, ad uno ad uno, dondola le anche,  si gira e volteggia, mostrando, lubrica, che anche le natiche partecipano eccitate alla danza; infine, tutto il corpo contorcendo lussuriosamente, madida, ma non fiaccata, si propone sfacciatamente al Padre e l’Abu, compiaciuto della bravura della femmina, sbuffa un’ultima voluta di fumo e le appioppa una sculacciata significando: “sei pronta, donna, puoi partire, vai e fai la tua fortuna”.

Sulla soglia, l’Abu consegna alla figlia l’haik di corredo e Ain, reprimendo le lacrime, indossa la lunga camicia, la Oum sistema lo scialle a righe sopra una spalla della figlietta, fermandolo con lo spillone che, a suo tempo, ha avuto da sua Madre e che le ha portato fortuna e la sorella a lei più vicina d’età le appende alla cintura un piccolo specchio che le servirà per il trucco. La Madre spinge la donnina fuori dalla porta e un’ultima sculacciata del Padre, questa volta dolorosa, le fa muovere il passo, senza voltarsi, verso l’oasi di Bou-Saāda: salām e ognuno volge il capo prima a destra, indi a sinistra (I genitori, le sorelle e i fratelli si appartano per piangere e raccomandarla ad Allah il misericordioso e il compassionevole…, non v’è altro Dio che Iddio e Maometto è l’Inviato di Dio…amin. Le capre, i commerci, i telai e le faccende domestiche oggi dovranno aspettare che almeno una piccola parte della malinconia sia smaltita con le lacrime). 

Colà, nell’oasi prescelta -per l’intersecarsi delle carovane prima dello snodo per l’Altopiano degli Chott, o per l’Atlante Sahariano e per il deserto-, la raminga, se vorrà farsi una ricca dote e tornare a casa con catene d’oro al collo, ai polsi e alle caviglie, dovrà vincere la concorrenza delle prostitute delle tribù di Ouled Rahah e di Beni Amer, sorridendo invitante e lasciva ai viandanti, con arte danzando per loro la conturbante danza del ventre, truccata alla perfezione e pronta a soddisfare tutte le loro brame, fingendo di godere del loro impeto lussurioso.

    Ahi! Ahi! Ahi!, povera  piccola tenera  Ain…, che, andando, ti ferisci le mammelline con le unghie, strappi i peli del pube e martirizzi il culetto sedendo sui sassi più acuminati…: abbi Fede,  Allāh Akbar!  Lo vedi come t’ha sorriso lo scorpionaccio che hai risparmiato e che prima volevi spiaccicare con un colpo di pietra violento quanto la tua rabbia e pesante come la tua pena?  E quando mai occhio umano ha visto sorridere benevolo uno scorpione?! Vedrai…,  Iddio è il più grande, non lo prende mai né sopore né sonno, e saprà…: Ohè!, ma dico!, ora è a me che vuoi scagliare la pietra?  D’accordo, sei stufa di suwar: giuro che d’ora in avanti se avrai voglia di un consiglio, potrai solo aprire il sacro Qur’ān, il libro perspicuo, e sceglierti la sura che più ti aggrada.  Ma, attenta ai cobra…. Il fischio d’un sasso che mi sfiora mi zittisce; per cui darò ormai solo seguito alla storia.  E che finisca come Dio clemente e misericordioso, che ode e sa tutto,  vorrà.

    Cammina, cammina, un passo dietro l’altro, orientandosi con le stelle e sostando quando i ginocchi  minacciavano di piegarsi e i piedi di piagarsi, Ain arrivò dopo qualche tempo a una piccola oasi pietrosa nei pressi di Messaad e non volendo entrare in paese sconciata com’era dal lungo andare, si decise a dormire sotto una palma, non prima, però, d’essersi lavata, ché puzzava peggio d’un becco, rifocillata con un pezzetto di caprino, pane raffermo e qualche dattero, bevuto una lunga sorsata d’acqua, sbadigliato e preparato, alla bene e meglio, un giaciglio con delle frasche di lentischio e un guanciale con la pietra più levigata del ruscello.

S’era appena appisolata, quando udì un flebile lamento ed anzi una specie di lagna: si alzò preoccupata che non di lamento si trattasse, ma d’un qualche verso d’animale pericoloso che mugolasse alla ricerca d’una qualche preda; ma no, era proprio un lamento piagnucoloso e quasi un pianto…. Una nuvola inopportuna velò, però, la luna e Ain non poté al buio sincerarsi d’alcunchè. Rannuvolata dal timore, stentò a riaddormentarsi e così sentì e risentì lo strano rumore di pianto, finché la luna non mostrò di nuovo la sua faccia tranquilla.  Rincuorata, Ain prese a cercare fra le pietre e cerca ricerca, nuovamente a tentoni, per via di un’altra nuvola dispettosa, toccò qualcosa di viscido e freddo, oddio!: al tocco, il qualcosa aumentò i lamenti ed anzi proruppe in un pianto accorato:

–         “Sono un cobra, fanciulla; no, non scappare…, sono ferito, a morte, temo; va bene, allontanati un poco, ma stammi a sentire,. te ne supplico, un cobra …della famiglia dei Naja haie…”-

–         “Un Naja haie!, ma allora sei velenosissimo, micidiale, come m’ha insegnato l’Abu;  da te posso salvarmi solo se riesco a  incantarti con lo zufolo che la Oum m’ha messo nella sporta, dammi, ti prego –intanto fischietto, senti?- il tempo di prenderlo e d’accostarlo alle labbra: certo non sarò brava come Aronne al cospetto del Faraone, ma qualcosa suonerò… di dolce per te, cosicché tu non mi morda come il tuo crudele parente con la seducente Cleopatra consenziente…”-  

–         “No!, ti prego, lo zufolo no: mi toglierebbe le residue forze, m’imbambolerei e non saprei più pregarti, spiegarti…”-

–         “Ma io non voglio affatto che mi spieghi come m’assassinerai: ma tu guarda che killer cinico mi doveva capitare!…”-

–         “Io, ahimè, io mi sono imbattuto in un killer! –come voi giovani chiamate oggi gli assassini-, io… in un cinico cammello che, neanche l’avevo guardato –brutto e gibbuto spelacchiato pidocchioso com’era!- e m’ha calpestato, il malnato, sferrato zoccolate dovunque e, alla fine, non contento, m’ha pure pisciato addosso e lordato della sua merda, … avesse almeno fatto all’incontrario, prima lordato e poi pulito col piscio…, povero me, mi ha anche rotto gli occhiali…; che sua moglie gli faccia le corna, così lo portano allo zoo, in mostra, nella gabbia, ché non faccia più male a nessuno…”-

–         Ma che mi conti, che sibili?, tu ora mi vuoi incantare? Ti sembro una ragazzetta ingenua? E, invece, sono una donna fatta (e mostrò petto e culetto) e vado a farmi la dote coi gioielli che gli uomini mi daranno in cambio …delle mie gioie; capito mi hai, ofide dalla lingua bifida, seppur sciolta?!”-

–         “Sciii…sciii, vuoi aumentare i miei dolori, farmi morire di crepacuore?!: una fanciullina tenera come il germoglio del grano, pulita come una gattina, dolce come una tortorella, una appena svezzata dalla Oum, andare a prostituirsi?!, che ulteriore patimento per me già così sofferente….”-

–         “Senti, non siamo parenti, non t’accorare per me, come io non m’accoro per te …”-

–         “E, invece, siamo parenti, seppure non stretti –meglio per te…, dato che son cobra- perché abbiamo un unico Abu…”-

–         “Non t’offendere, ma dubito che mio Papà, abbia potuto, anche ubriaco, tradire la mia Mamma con una serpentessa, sia pure  elegante, seducente e con gli occhiali coi lustrini da sera, come doveva essere la tua Oum…: Buonanotte e che il sonno ti ristori e ti risani e…ti tenga ben lontano da me.”-

–         “Ma allora vuoi lasciarmi morire, qui, all’addiaccio -come le pecore, ma quelle hanno la lana e, comunque, s’addossano l’una all’altra, come sai-, senza il tuo conforto e il calore del tuo corpo?! Ho freddo, tremo verga a verga…, ti prego, ti supplico, per pietà, deh…, prendimi in collo, come un fantolino con la febbre,  e accucciami sul tuo grembo, cosicché io guarisca o muoia col tuo affetto.  Brrr…, ho freddo di morte nel corpo martoriato, brrr…, pietà….”-

 Ain, duro il cuore e asciutto il ciglio, tornò al giaciglio e  il serpente continuò a gemere;  e più pativa e gemeva e più la fanciulla non riusciva a prendere sonno, anzi, chiudendo gli occhi, senza volerlo, aumentava la capacità di raccogliere suoni con l’udito, sicché divisò di provare a dormire ad occhi aperti; ma s’è mai visto?, ah, i ragazzi!  La luna, intanto, prese a farle le smorfie e gli occhiacci, anzi forse solo gli occhiacci perché le smorfie di dispetto era la giovine a farle all’astro, colpevole, secondo lei, in quella spiacevole circostanza, di spandere importuno lucore. 

 –         “Ahi come mi dolgo! Non sento più il terzo, sesto, settimo e nono anello e gli altri…mi stringono…come…come se si fossero ristretti al piscio immondo di quella immonda bestia… Brrr che freddo cane! Brrr, forse è quella cucciolata di cagnolini che ho ingoiata che m’è rimasta sullo stomaco: ah l’avessi vomitata agli ululii della madre!  E ora il freddo è “cane”, ma deliro, forse sto andando…, muoio…, sprofondo, o mi sto alzando… e nessuno che mi conforti: solo come un cane: e ridalli!, delirerò, ma se me la scampo, giuro che non toccherò mai più un cane, semmai una volpe…, di tanto in tanto… Brrr…., il freddo, come fredda lama, sarà l’ultima pugnalata nel mio corpo martoriato….”-

 Ain sente gemere e piagnucolare il serpe: è insopportabile! La lagna dolente è più pungente del freddo della notte, davvero gelida da quelle parti: i brividi le percorrono la schiena… e comincia a soffrire anche lei…, per lui e…per lei.

Lui è solo ed ha paura, ma anche lei è sola e il timore per ciò che sarà è grande forse altrettanto di quello del Naja haje. Come vorrebbe stringersi a qualcuno per cercare protezione dall’ignoto…, per farsi un po’ di compagnia, darsi reciprocamente un po’ di calore, di sodale conforto affettuoso….

A mezzanotte, mezza notte e mezza, Ain non resiste più, s’alza, cerca fra le pietre, si lacera anche le mani con quelle più taglienti, si punge pure le braccia cogli spini del roveto e, alla fine, lo trova: lo raccoglie pian piano, lo bacia sul capo –sconsiderata!- per zittirne i lamenti o mitigarne i dolori e lo porta con sé, sotto la palma, a dormire, o a cercare di dormire con lei.  Ma anche a fianco ad Ain il cobra non ha requie, ormai è sicuro, trema, sta morendo! Forse davvero di freddo…, così la fanciulla, pur sudando freddo, lo riprende in mano e, con ogni cura, lo acciambella sul suo ventre, al calduccio, fra i riccioli del suo pube.

Alle cinque e mezza, un quarto alle sei, Ain si sveglia e, punta da un raggio lampante di sole, fa il punto: oddio! Ha dormito con una serpe in grembo!, o ha sognato? S’alza concitata e va al ruscello per lavarsi e chiarirsi le idee, ma, appena giunta, vede riflessa nell’acqua limpida una ricca signorina, …tutta adorna di gemme, ai lobi delle orecchie, al naso… e tre giri di catena d’oro pesante al collo, sette, otto bracciali dello stesso aureo metallo ai polsi e alte cavigliere d’oro zecchino alle caviglie snelle di gazzella.

 –         “Allāh Akbar: sono diventata ricca, sono ricca e …non sono nemmanco arrivata a Bou-Saâda….”- si mise a gridare, saltellando di gioia la nostra Ain.

–         “Se non sei ricca, hai comunque tanto per una ricca dote e per un buon marito. Tornatene, dunque, a casa dai tuoi, benedetta, l’Abu ha già tolto la spranga e aperto il bab e la Oum ha già acceso il fuoco nella dàr: la tua pietà  mi ha e ti ha salvato!  Vai con Dio Onnipotente, Ain, e sii sempre dolce con tutti, come sei stata dolce anche con un serpentaccio come me…”- disse, sbucando da un anfratto d’infra la fratta di tamarisco, il Naja haje, soggiungendo:  – “Ho detto “anche” perché io sapevo ch’eri buona per averlo appreso da uno scorpione che hai risparmiato: sai com’è, da queste parti spopolate, quasi desertiche, nei pressi del Grande Erg, le notizie, col ghibli che soffia dal meridione,  si propalano veloci come nella Kasba.  Sii benedetta, Ain, vai, vai con Dio Signore nostro e che dalle tue orme nascano gigli per la gloria di Allah clemente e misericordioso”. 

 Dal folto di tamerici esce un dolce suono di mandolino: il Naja haje con la coda pizzica il tambùa, festeggiando la salvezza sua e di Ain.-

“Quarta di copertina” redatta dal Prof. Michele Vallaro –Ordinario di Lingua e Letteratura Araba presso l’Università Kore di Enna-  per  “Il Diwanetto” di Gaetano B.G. Mustica 

A una prima occhiata questo “Diwanetto” potrebbe richiamare alla mente certe fascinose finzioni letterarie quali l’Ossian del Macpherson, il Mirza Schaffy del Bodenstedt, il Hasân-el-Tarâs di quel raffinato gran signore che fu Alberto Denti di Pirajno. Ma qui la cosa è diversa: Gaetano Mustica è contemporaneamente Ossian e Macpherson, Mirza Schaffy e Bodenstedt, el-Tarâs e Denti di Pirajno. Il suo pirotecnico affabulare, mirabolante anche dal punto di vista linguistico, crea mondi policromi e poliedrici che fanno pensare a Decameroni rappresentati con miniature persiane o Mille e una notte raccontate da Antonello da Messina. Nell’orizzonte di Mustica, parafrasando Kipling, East is West, West is East. Pura fantasia? Gusto d’un pantagruelico novellare? Forse, invece, a un livello profondo, più verità di quanto le desolate e desolanti cronache odierne possano far supporre.

Enna, 12 dic. 2010

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE E DIFFONDERE STRALCI O L’INTERO RACCONTO/COMMENTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEGLI AUTORI.

E’ uscito il nuovo numero della rivista Segreti di Pulcinella

E’ uscito il numero di Settembre della rivista Segreti di Pulcinella, diretta dal sign. Massimo Acciai. Il numero è molto ricco di contributi e si caratterizza per l’eterogeneità dei testi. Il tema del numero era “La pace” mentre il tema del prossimo numero sarà “Il tempo” (invio dei materiali scadenza 30-11-2011, vanno inviati a massimoacciai@alice.it)

Ci sono poesie di Massimo Acciai, Paolo Ragni e Anna Maria Folchini Stabile, recensioni di film e libri (tra cui testi di Sara Rota e Mauro Biancaniello), articoli sulle lingue e la segnalazione al nostro concorso “Esordi Amo”. Tra i vari testi segnalo i miei:

–       la recensione al film Amanda Knox, Murder on Trial in Italy (2011) basato sul delitto di Perugia;

–       recensione alla silloge di poesie New Yorker’s Breaths di Maurizio Alberto Molinari;

–       recensione al romanzo Pazienti smarriti di Maria Rosaria Pugliese;

–       recensione alla silloge di poesie Pensieri senza pretese di Christian Lezzi;

–       prefazione alla silloge di poesie Dalla vetrata incantata di Sandra Carresi;

–       la segnalazione “E’ nata la rivista Fucinando”;

–       il saggio “Il mito della nobiltà inglese in letteratura” per la sezione Letteratura per la storia;

–       l’articolo “Le lingue dei popoli dei ghiacci” per la sezione Lingue;

–       L’intervista a me fatta da Massimo Acciai;

–       l’articolo “La corrida è cultura?” per la sezione Tempi Moderni.


La rivista può essere letta online o scaricata in formato pdf, cliccando qui.

Buona lettura e diffondi la notizia.

LORENZO SPURIO

11-09-2011

Rivista Fucinando n°2

Esce oggi, come il 10 di ogni mese la Rivista Fucinando, mensile delle attività del Collettivo Artistico Libero e Indipendente Fucina CHI diretto da Mauro Biancaniello. Nella rivista sono presenti poesie di Anna Bonarrigo, un racconto di Patrizia Poli, recensioni al romanzo “Vedere” di Mattia Zadra, estratti di libri, recensioni a La scatola nera di Amos Oz, Cuore di pietra di Sebastiano Vassalli, design della carta di Rosamaria Francucci, foto di Matthias Bianchi e di Laura Dolfini, il racconto Vindiciae (Sentenza) di Gianluca Paolisso e la segnalazione del bando di concorso “Esordi Amo” finalizzato alla creazione di un’antologia.

Per leggere la rivista on-line, cliccare qui. Buona lettura!

Contatti:

rivistafucinando@virgilio.it

fucina.chi@gmail.com 

Concorso CHRISTMAS CAROLS – I racconti di Natale

CHRISTMAS CAROLS – I Racconti di Natale
Concorso letterario – selezione racconti

PREMESSA
Approssimandosi il periodo natalizio, da sempre caratterizzato editorialmente da uscite e proposte dedicate alle feste, abbiamo pensato di provare anche noi di Creativity Station un qualcosa che potesse inserirsi in questo filone. Vista l’esperienza che da quasi un anno portiamo avanti con le pubblicazioni in pdf del magazine Creativity Papers e gli e-book allegati “I Quaderni”, abbiamo pensato di indire un concorso per racconti che abbiano un temo natalizio o in qualche modo legato all’inverno, fra i quali selezionare i migliori e raccoglierli in un e-book che sarà scaricabile dal web. Come negli altri concorsi che abbiamo già organizzato, la partecipazione sarà completamente gratuita, così come l’editing e la preparazione dell’e-book, non richiederemo alcun contributo agli autori dei racconti selezionati.
Sottolineamo come la pubblicazione sarà realizzata allo scopo di promuovere autori e racconti interessanti, e verrà ampiamente pubblicizzata sulla rivista Creativity Papers che ha un seguito di lettori notevoli, ed è quindi un’occasione che riteniamo importante per tutti gli scrittori interessati a raggiungere un pubblico cospicuo.

REGOLAMENTO

Art. 1 – I PROMOTORI
Il concorso/selezione viene indetto dal forum letterario Creativity Station. La selezione dei
racconti viene effettuata dai membri dello Staff, e il giudizio sui testi è a loro assoluta
discrezione, e insindacabile.

Art. 2 – OGGETTO E REQUISITI DEL CONCORSO
Il concorso ha come oggetto l’invio di massimo due racconti per ogni partecipante. I
racconti possono anche essere già editi (in forma cartacea, digitale, compreso il
precedente inserimento in siti web, blog, forum, altri concorsi ecc.), purché comunque di
proprietà dell’autore che li propone, o per i quali l’autore ha il diritto di distribuzione.
L’autore si impegna a garantire che i racconti siano frutto del proprio ingegno e si assume
ogni responsabilità, anche legale, in caso di appropriazione indebita di testi altrui e
violazione di copyright.
I racconti possono essere anche di genere (fantasy, horror, fantascienza, storici), purché
rispettino il tema del concorso.
La lunghezza del testo deve essere compresa tra gli 2.000 e i 20.000 caratteri (o battute),
spazi compresi.
I racconti devono essere scritti in lingua italiana. Qualora contenessero brani in altra lingua
o in dialetto, non assimilabili a termini o citazioni correntemente utilizzate e comunemente
note, dovrà essere fornita una traduzione.

Art. 3 – PARTECIPANTI
Il concorso/selezione è aperto a chiunque, senza vincoli di nessun tipo.

Art. 4 – MODALITÀ
1) Il concorso/selezione è ASSOLUTAMENTE GRATUITO, non è prevista alcuna spesa per i partecipanti.
L’inserimento dei testi e la selezione, avverrà ESCLUSIVAMENTE SUL FORUM CREATIVITY STATION, con le seguenti modalità:
2) Chi intende partecipare deve essere iscritto o iscriversi a CREATIVITY STATION (iscrizione assolutamente gratuita, basta scegliere un nome utente e una password, e fornire un indirizzo e-mail).
3) Gli utenti possono utilizzare il loro nome proprio o uno pseudonimo. I testi vanno inseriti all’interno della sezione del forum dedicata al concorso.
La sezione è ACCESSIBILE SOLO ALL’AUTORE E AI MEMBRI DELLO STAFF del forum. Questo per garantire che i racconti non vengano letti da altri utenti o visitatori del forum fino al momento della pubblicazione dell’e-book. Per accedere a questa sezione gli autori dovranno richiedere al momento dell’iscrizione al concorso l’abilitazione agli Amministratori del forum, tramite messaggio privato, nel quale dovrà essere allegato un indirizzo e-mail valido per le comunicazioni durante le selezioni.
Una volta effettuata la selezione dei racconti, lo Staff inizierà l’editing degli stessi. Eventuali modifiche sui testi saranno comunque discusse ed effettuate col consenso dell’autore. A termine concorso, gli autori dei testi selezionati, dovranno fornire le loro generalità complete, e il consenso al trattamento dei loro dati secondo termini di legge. I testi rimangono di esclusiva proprietà dell’autore, compresi tutti i diritti di sfruttamento e divulgazione.

4) Il concorso/selezione RIMANE APERTO FINO ALLA MEZZANOTTE DEL 15/11/2011.
Se a tale data non si sarà raggiunto un numero minimo di racconti selezionabili tali da poter costituire una raccolta di almeno 10-15 racconti, il concorso sarà reso nullo. Dopo la chiusura del concorso, inizierà l’editing dei racconti e i lavori per la preparazione dell’e-book, che uscirà indicativamente il 10 dicembre 2011.

Art. 5 – PREMI
Il premio, come precedentemente specificato, consiste nell’inclusione dei racconti ritenuti migliori nell’antologia in e-book che pubblicheremo on line.

Art. 6 – GIURIA
La giuria opera in maniera insindacabile. È composta dai membri dello Staff di CREATIVITY STATION, e dalla redazione della rivista CREATIVITY PAPERS. Per qualunque informazione e comunicazione in ogni fase del concorso, i referenti sono gli Amministratori e Fondatori di CREATIVITY STATION:
Roberto Sonaglia, Samanta Sonaglia. 

http://scrittoricreativi.forumcommunity.net

Vindiciae (sentenza), un racconto di Gianluca Paolisso

VINDICIAE ( sentenza )

 “Aveva sessantaquattro anni … ” – Plutarco, vita di Cicerone

 di GIANLUCA PAOLISSO

” Terenzia … cos’è Roma?
– è un’idea. Un piccolo passo verso il cielo.

Dalla terrazza della sua villa, Cicerone osservava il mare, distante pochi passi: una tavola d’azzurro lacerata dai raggi di un sole fugace, che a stento riusciva a scardinare l’aspro dominio delle nuvole. Una leggera brezza accarezzava gli alti pini che, come lance, sembravano bucare il cielo al pari della carne di un barbaro. Sorridendo, Cicerone pensò che il brusio delle piccole onde infrante sulla spiaggia antistante era molto simile alle acclamazioni del pubblico nel Foro: brevi ma intense, violente, carnali come l’amore di una donna. I pensieri si confondevano tra le mille voci del popolo, assetato di gloria e giustizia: solo il momentaneo ritorno del silenzio trasformava la confusione in consapevolezza:” Sono solo un attore … un attore che ha sempre interpretato alla perfezione le parti assegnategli dallo stato, niente di più”.
Cicerone si guardò intorno, sospirando: amava quasi alla follia la natura incontaminata di quelle terre, così lontane dai pericoli di Roma, una città che oramai non riconosceva più. La Repubblica moriva pian piano sotto il giogo delle liste di proscrizione, in cui figurava anche lui, l’antico pater patriae che aveva salvato la città da un uomo come Catilina, dèmone immondo che adesso qualcuno addirittura rimpiangeva. Il ricordo di quelle imprese sbiadiva come la giovinezza, trascinate al cospetto di Plutone dall’eterno incedere del tempo.
Un gracchiare improvviso riscosse Cicerone dai suoi pensieri: decine di corvi si erano appollaiati al suo fianco, aprendo le ali e beccando la sua toga senatoriale come indispettiti. Qualsiasi aruspice avrebbe detto che si trattava di un cattivo presagio, un presagio di morte: nonostante fosse poco superstizioso, in quel momento pensò che gli Dèi volessero ricordargli la sua fine imminente:” Non si può sfuggire al destino, lo so”. In un impeto d’ira, scacciò quegli uccelli portatori di morte con un grido che lacerò l’aria come una lama affilata, poi rientrò in casa, assaporando un intenso profumo di viole. Si distese sul letto, avvertendo improvvisamente il peso della stanchezza: aveva passato le ultime sette notti senza chiudere occhio, organizzando con i servi più fedeli la fuga verso le sue tenute formiane; il viaggio si era rivelato più difficile del previsto, a causa dei capricci più o meno intensi del mare, che avevano messo il suo stomaco in subbuglio. Adesso poteva concedersi qualche attimo di riposo.
“La politica è sempre stata la mia maschera migliore, quella che tutti volevano ammirare nei suoi cambiamenti espressivi, tra le ombre inconsistenti del Campo di Marte … oramai i protagonisti di quel tempo sono scomparsi: Ortensio, Catulo, Hybrida, Sacerdote, sono cenere mescolata ad altra cenere. I lastricati marmorei del Foro non sono più la mia casa. Il Cicerone che tutti hanno conosciuto non esiste più: rimane solo un uomo che ricorda con nostalgia la propria famiglia e i propri amici, che piange ancora una figlia, morta nel dare la vita. Tullia, anima mia, presto torneremo a sfiorarci dolcemente e, chissà, forse abbraccerai le mie ginocchia come spinta da un istinto primitivo, ricordando le tiepide mattine in cui giocavi spensierata tra le braccia di tua madre. Parleremo come allora di tutte le cose che osservavi con il tipico stupore infantile, e rideremo del tempo immobile che avvolgerà le nostre anime. Rideremo,anima mia, non è vero? Rideremo …?”.
– Padrone! – Cicerone scattò in piedi come un giovincello animato dal desiderio: Filologo, uno dei suoi servi, ansimava davanti a lui, la fronte madida di sudore.
– Cosa …
– Padrone, stanno arrivando! – Cicerone si passò una mano sulla fronte, ancora perso nelle ombre del passato. Ad un tratto, la luce di un lampo squarciò lo spesso grigiore delle nuvole. Era tornato alla realtà.
– La lettiga è pronta?
– Sì, padrone.
– La nave?
– Pronta a salpare. – Seguito da Filologo, Cicerone attraversò la villa immersa nel silenzio fino ad un’uscita posteriore dove, come previsto, l’attendeva la lettiga e quattro servi atti al trasporto. Cicerone vi salì senza esitazioni: i capelli arruffati e il pallore del viso lo rendevano simile ad un’anima dell’Oltre Tomba. Solo la toga evidenziava il suo rango sociale, ormai privo della minima importanza.
– Padrone …
– Nessun addio dovrebbe essere così precipitoso – mormorò Cicerone, scuro in volto.
– I disegni degli Dèi sono imperscrutabili.
– è così … Filologo, ti ricordi quando ti dissi di non piangere?
– Avete ragione … – disse lo schiavo, asciugandosi le gote umide con l’avambraccio – “le lacrime sono il sintomo più evidente della debolezza umana”.
– Mi sbagliavo. Le lacrime, ancor più dei sentimenti, rendono l’uomo superiore alle bestie. Piangi, Filologo, piangi … almeno ricorderai sempre di essere un uomo.

I viali ombrosi si intersecavano tra loro a creare un labirinto di piccoli boschi: i voli e i cinguettii dei cardellini erano coperti dal rombo spumoso del mare, agitato e nero come una notte senza stelle. Una pioggerellina fitta come miriadi di frecce si abbatteva sulla terra già umida, desiderosa di vita. Il cielo color rame sprizzava lampi di luce a intermittenza.
L’umidità accentuava ancor di più i dolori corporei di Cicerone, che si dimenava all’interno della lettiga alla ricerca di una posizione accettabile. I servi correvano sotto il peso del legno e del suo corpo, cercando di evitare possibili dossi o buche nel terreno. I loro gridi di fatica e dolore si perdevano nella nebbia.
Cicerone notò, in direzione della sua villa, una lunga scia di fumo nero sollevarsi lentamente verso il cielo: i sicari di Antonio, ottenute con il fuoco e con la spada le informazioni riguardo la sua improvvisa scomparsa, si lanciavano ora verso il mare. E i loro bai da guerra sapevano colmare bene le distanze. Cicerone incitò i servi ad andare più veloce: pochi passi lo separavano dal mare … e dalla salvezza.
Improvvisamente un grido squarciò l’aria: il grido di Erennio. Il rumore degli zoccoli si avvicinava sempre più, come un terremoto lento e devastante. Cicerone udì un sibilo, poi una freccia si conficcò nel legno della lettiga, a pochi centimetri dal suo braccio. Dopo un attimo di smarrimento, i suoi occhi tornarono quelli di un tempo: profondi, imperscrutabili, letali. Improvvisamente il suo corpo riprese il vigore tipico delle migliori giornate forensi; i dolori erano svaniti come neve al sole. Rinasceva a pochi istanti dalla fine.
“Che diavolo sto facendo? Ho dimenticato veramente chi sono? No … sono Cicerone, il primo avvocato di Roma, il più grande oratore che la storia abbia mai conosciuto! Il potere è assetato di sangue: ora vuole il mio, a qualunque costo, ed io non posso impedirlo. è inutile tentare ancora di fuggire a ciò che è stato già scritto … la spiaggia è a pochi passi, ma non sentirà mai il peso del mio corpo; la nave già pronta non salperà mai. Riposerò qui, su questa terra, sotto questo cielo. Basta, basta fuggire!”. – Sporgendosi dalla lettiga, fu investito da vento gelido e pioggia. Non si coprì il volto: in quel momento era insensibile a tutto ciò che lo circondava.
– Fermatevi! – intimò ad uno dei suoi servi, ridotto ad una maschera di sudore e polvere.
– Padrone, sono vicini!
– Ho detto fermatevi! – Il servo ripetè l’ordine agli altri tre, che lentamente deposero la lettiga a terra. Cicerone rimase lì, immobile come una statua.

Erennio, accompagnato da altri dieci uomini armati, si stupì nel vedere la lettiga di Cicerone ferma a pochi passi dalla spiaggia. La nave che avrebbe dovuto ospitare l’oratore nella sua fuga si piegava impotente al volere delle onde.
“Meglio così – pensò Erennio, asciugandosi il naso con l’avambraccio – è più facile uccidere con il consenso della vittima”. Smontò da cavallo, accompagnato dai suoi uomini, poi si diresse verso la lettiga, dove quattro schiavi pregavano in lacrime di non essere uccisi. Non dovevano rimanere testimoni, questi erano gli ordini. La pietà era una concessione proibita. Diede il segnale. In pochi minuti la terra si tinse di rosso. Cicerone osservò la scena in silenzio, il mento appoggiato sulla mano sinistra, nella tipica posa ironica che suscitava tanta ilarità durante le arringhe lente e dispersive di Ortensio.
Erennio gli si avvicinò, salutandolo con un cenno del capo. Cicerone rispose allo stesso modo, sorridendo, apparentemente sereno.
– è la giustizia di Roma, Cicerone … – esordì Erennio, mostrando la scure che teneva fra le mani.
– No: è la giustizia di Antonio.
– Preparati a raggiungere i tuoi avi.
– Morirò per la terra che io stesso ho salvato.

Poco prima di morire, Cicerone ripensò alle ore di festa che seguirono la vittoria contro Verre: durante il pranzo, tra gridi e ovazioni di gioia, aveva chiesto alla moglie:”Terenzia, cos’è Roma?
– è un’idea – aveva risposto lei, accarezzandogli i capelli – un piccolo passo verso il cielo”.
Contemplò per attimi che gli parvero eterni il suo volto riflesso nel metallo lucido della scure, che si sollevò lentamente nel vento di tramontana, pronta a colpire.
Cicerone mormorò, sorridendo:”Vendetta”. Il buio … e poi più nulla.

COMMENTO

a cura di Lorenzo Spurio

Il giovanissimo Gianluca Paolisso, grande appassionato di letteratura e cultura classica, che ha da poco pubblicato il romanzo Saffo, analizzando la società dell’Antica Grecia direttamente dagli occhi della celebre poetessa di Lesbo, ci propone qui un racconto dagli scenari simili. Non siamo nell’Antica Grecia ma nell’Antica Roma e assistiamo alla fuga di Cicerone da Roma incalzato dalle truppe di Marco Antonio. E’ una fuga difficoltosa della quale neppure il famoso oratore romano ne intravede la fine e, anzi, preferisce farsi lasciare con la lettiga sulla sabbia, a poca distanza dal mare da dove sarebbe salpato con una nave che lo aspettava. Ma quello che affascina di più dell’intero racconto è, a mio parere, la suggestiva definizione della Città Eterna:  «cos’è Roma?» chiede Cicerone alla moglie e questa gli risponde: «E’ un’idea. Un piccolo passo verso il cielo». Immagine molto bella che apre e chiude l’intero racconto, descrivendo una struttura perfettamente circolare e compiuta e che ha la pretesa di tener coesa l’intera storia narrata attraverso l’immagine-idea dell’allora centro del mondo, Roma.

Con questo racconto Paolisso ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa “Anna Malfaiera” – sezione narrativa, promosso dalla città di Fabriano (An).

LORENZO SPURIO

10-09-2011

E’ nata la rivista FUCINANDO

Recentemente mi è stato gentilmente chiesto da Mauro Bianconiello, gestore dell’affascinante blog Fucina CHI, di far parte del collettivo e di collaborare con loro. Non mi sono affatto tirato indietro, principalmente per due motivi. Il primo è perché mi affascina questo mondo di riviste e collettivi letterari che nascono così tra pochi amici con l’intento di occuparsi di questioni strettamente letterarie e il secondo motivo è perché ho trovato questo sito molto ben costruito, organizzato e interessante.

La Fucina CHI, come si può leggere in una delle pagine del blog (http://fucinachi.blogspot.com/), si occupa di promuovere la cultura, pubblicando poesie di esordienti, racconti, recensioni di libri di esordienti o di grandi classici, affrontando anche campi come la moda, la fotografia e quant’altro. E’ un portale poliedrico che, proprio per la grande vastità dei temi e degli argomenti, può attrarre un gran numero di persone.

Ho proposto a Mauro Biancaniello, per altro molto gentile e disponibile ad accogliere critiche positive e negative, di fondare una rivista mensile che raccogliesse il meglio di quanto viene pubblicato mensilmente online. E’ nata in questo modo la rivista Fucinando che è possibile leggere online o scaricare in formato pdf. Il primo numero non è molto vasto quantitativamente ma ci auguriamo in nuove collaborazioni e richieste di pubblicazioni da parte di altre persone.

Clicca qui per leggere il primo numero della rivista Fucinando.

Invito pertanto a documentarsi e ad andare a vedere questa nuova realtà letteraria e, chi lo volesse, a collaborare con noi. Mi auguro, anche a nome del mio collega coordinatore Mauro Biancaniello, che ci veniate a visitare, commentare e a collaborare con noi.

Di seguito, tutti i contatti per conoscerci:

RIVISTA “FUCINANDO”

Mensile della Fucina CHI

Collettivo Artistico Libero e Indipendente

Sito: http://www.fucinachi.blogspot.com

E-mail di redazione: fucina.chi@gmail.com

E-mail Mauro Biancaniello (coordinatore): maurobiancaniello@bluewin.ch

E-mail Lorenzo Spurio (coordinatore): lorenzo.spurio@alice.it

Facebook: http://www.facebook.com/fucina.chi

Tel: ++41 (0)76 / 418 71 56


Lorenzo Spurio

08-08-2011

FUCINA CHI – Collettivo artistico libero ed indipendente

La Fucina CHI è un collettivo artistico che vuol dar spazio alla tua voce, quella profonda, quella che, a volte, non credi di poter usare perché strozzata dalla quotidianità. Questo è un invito per te, per darti l’occasione di esprimere la tua creatività con altri che vogliono far sentire la propria vera voce.

Il nostro è un collettivo composto da un insieme di individui che ha un unico scopo: dare sfogo alla propria creatività.

Ognuno ha un suo lato creativo, spesso nascosto, strozzato dalle tenaglie della quotidianità. 

Noi vogliamo vedere questo lato, lavorare in un gruppo per svilupparlo e farlo crescere, facendolo diventare vivo.

E, per fare questo, creiamo continuamente progetti a cui sono invitati tutti, professionisti e amatori.

Non ci sono quote d’iscrizioni, non si richiedono presenze costanti, solo una gran voglia di creare, di mostrare ad altri (e quindi a se stessi) una personale visione del mondo.

In diversi hanno già deciso aderito al nostro collettivo artistico,clicca qui per vedere tutti i membri della Fucina CHI.

Le nostre porte sono aperte a tutti

Se desideri contattarci:

Mail: fucina.chi@gmail.com

Sito: Fucina CHIYouTube: Fucina CHI

Facebook: Fucina CHI – Collettivo artistico

Twitter: Fucina CHI

Messenger: Fucina CHI collettivo artistico

Netlog: fucinachi

Skyrock: fucina-chi

Google +: Fucina CHI

Tel:  ++41 (0)76 / 418 71 56

Per contattare il nostro coordinatore artistico:

Mail: maurobiancaniello@bluewin.ch
Facebook: Mauro Biancaniello

Pazienti smarriti di Maria Rosaria Pugliese finalista al Premio Domenica Rea

Il meraviglioso romanzo di Maria Rosaria Pugliese dal titolo Pazienti smarriti, edito da Robin Edizioni è stato incluso tra i finalisti per il Premio Domenico Rea – XVII Edizione – Sezione Narrativa.

Tra gli altri finalisti alla sezione narrativa ci sono Franco Matteucci con Lo show della farfalla (Newton Compton Editori), Francesco Recami con La casa di ringhiera (Sellerio Editore), Marcello Fasolino con Napoli ultima chiamata (Iuppiter Edizioni) e Geo Nocchetti con Saldi di fine emozioni (Tullio Pironti Editore). La giuria della XVII Edizione sarà composta da: Presidente: Gennaro Sangiuliano (vice-direttore TG1); Giurati: Alberto Bevilacqua (scrittore), Gigi Marzullo (conduttore RAI), Alessandro Gnocchi (capo-redattore Cultura de Il Giornale), Massimo Lojacono (docente), Annella Prisco Saggiomo (operatrice culturale).

Il premio Rea è stato istituito nel 1995 per ricordare Domenico Rea, scrittore napoletano che ha narrato in maniera attenta e realistica squarci di vita partenopea come nei famosi Racconti di Spaccanapoli (1947). Rea è inoltre stato vincitore del Premio Strega nel 1993 con Ninfa plebea.

Il romanzo di Maria Rosaria Pugliese è una vivida storia d’amore che si snoda su piani temporali diversi, l’infanzia felice che viene revocata in una miriadi di ricordi e la difficile realtà del presente al fianco di un parente gravemente malato che, giorno dopo giorno, combatte la sua battaglia con il Maligno. E’ un’affascinante storia che ha chiari riferimenti autobiografici e che ci rende partecipi di un dolore familiare che potrebbe essere quello di ciascuno di noi, facendoci vivere sulla pelle un miscuglio di sentimenti molto forti.

Al romanzo ho dedicato una recensione, pubblicata su questo stesso blog, che potete trovare qui: http://tinyurl.com/3sjhcvn

Ho inoltre avuto il piacere di intervistare, a distanza, l’autrice del romanzo. L’intervista si può trovare qui: http://tinyurl.com/4ydmwef/  

La premiazione del vincitore è prevista per il 7-8 Ottobre 2011, sull’isola di Ischia (Napoli).

Per aggiornamenti visitare il sito internet www.premiodomenicorea.org o contattare Livius@Ischianet.com  

Faccio i miei più sentiti e sinceri auguri a Maria Rosaria Pugliese per la sua opera finalista al premio!

 Lorenzo Spurio

 27 Luglio 2011

Premio “Vivarium”, riconoscimento alla poetessa Gioia Lomasti

A cura di Alessandro D’Angelo

Sin da bambina  Gioia Lomasti (foto a destra) ha riversato nella scrittura la sua più grande passione, attraverso la composizione di opere sia in poesia che in prosa,  riscuotendo  numerosi riconoscimenti . Scrittrice di diverse Opere tra le quali  “Passaggio”  edizioni il Filo 2008 , “Dolce al Soffio di de Andrè”  2009 edizioni Rupe Mutevole e coautrice della pubblicazione “Mixando la mia vita”, Fabrizio  Fattori, 2010 a cura del giornalista Alessandro Spadoni, Gioia Lomasti e Marcello Lombardo edita dalla stessa casa editrice. E’ alla direzione di sezioni e collane  editoriali quale promotrice di scrittura, e cura un laboratorio creativo per Radio Sonora web nella sezione poesia e vita come volontaria per la promozione di autori e cantautori emergenti, la cui radio e’ gestita dai comuni della bassa Romagna.Si è distinta lo scorso anno  per il premio Merini con attestato di merito e targa d’argento per la prima edizione dell’antologia “Cara Alda ti scrivo” edita da Ursini ed indetta dall’Accademia dei Bronzi di Catanzaro con l’inserimento della sua opera dal titolo “Verso Compianto”, dedicata alla grande poetessa Alda Merini. Nel 2011 per la “3ª edizione del Premio “Vivarium”, edizioni Ursini, dedicato alla poesia e a Giovanni Paolo II si e’ classificata tra i posti d’onore con la poesia “Santità”. La premiazione si terrà nella sala del Benny Hotel di Catanzaro, giovedì 28 luglio, a partire dalle ore 17,30.

“Per la suddetta Sezione riservata alle poesie inedite sulla figura e l’opera di Giovanni Paolo II, il 1° premio (medaglia del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) è stato assegnato alla poetessa Maria Pia Furina, per la lirica “Donaci la mano ancora, Padre Santo” nella quale la poetessa “respira l’alito della speranza e della fede attraverso un intimo conversare con Karol Wojtyla”. Ai posti d’onore si sono classificati: Maria Bertilla Franchetti con la lirica “Cometa dell’Amore”, Gioia Lomasti con la lirica “Santità”, Rocco Pedatella (secondo lo scorso anno nella sezione narrativa inedita con il romanzo “Puzzle”) con la lirica “Tre immagini” e Ilaria Celestini con la lirica “A Te”.”Anche con questo premio, Gioia Lomasti si pone fra quelle pedine scintillanti capaci di continuare a dar vita alla poesia dell’anima.

A cura di Alessandro D’Angelo

link utili per visitare i siti dell’autrice

Un sito WordPress.com.

Su ↑