“Piccola storia algerina”, racconto di Gaetano Mustica – con un commento del prof. Vallaro, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’università Kore di Enna

PICCOLA  STORIA  ALGERINA

racconto di Gaetano Mustica  

 

   In Algeria, nella tribù Ouled Naïl, si narra che, per incoraggiare in qualche modo la figlia appena dodicenne, avviata, come d’uso, dal severo Abu presso le oasi per costituirsi la dote col meretricio, la consolatrice Oum, favoleggiasse alla fanciulla di Ain e del cobra Naja haje e che solo così la ragazzetta adolescente riuscisse ad ingoiare le lacrime, facendosi animo ed incamminandosi per affrontare il destino alla luce pur tenue della speranza.

Orbene, Vi narro questa piccola storia ad aedificationem, speranzoso non solo di non annoiarVi, ma presuntuoso di piacerVi al punto da conservare questo mio “Diwanetto” che la contiene nella Vostra biblioteca, o, comunque, nello scaffale dove riponete i libri destinati alla nepotanza, …ove e quando ne avesse voglianza.

State a sentire, adunque.

    In una misera capanna di paglia e fango, nel settentrione algerino, vicino al piccolo centro rurale di Aflou, vive la famiglia di caprai di Ain, una graziosa giovinetta bruna d’incarnato e con gli occhi chiari come l’acqua del ruscello da cui ha preso il nome.

L’alba è di già tracollata incalzata dal sole che l’ha punta coi primi raggi sfoderati, il piccolo parco pasto mattutino è stato consumato, il Padre è andato ad accudire le zebe nel caprile, i fratelli a vendere il latte e i caci, le sorelle già sono intente ai telai e la Madre, triste, lava per l’ultima volta accuratamente Ain che quel giorno compie il fatidico dodicesimo compleanno: ai rivoli d’acqua spremuti dalla spugna si frammischiano le lacrime copiose della fanciulla e la Oum si morsica il labbro quasi a sangue lavando il petto adolescente, il culetto da signorinella e il grembo (ahilei!) di donna fatta della figlia.

Dopo le abluzioni s’impone il trucco: la piccola fronte (ancora aggrumata di favole!) viene dipinta d’ocra gialla, le guance (ancora con velluto d’albicocche!) di carminio, le labbra (ancora succose come nespole!) di cinabro e gli occhi (ancora incantati di sogni!) vengono pitturati di polvere d’antimonio.

Adesso Ain è pronta all’ultima prova prima di partire.

L’Abu lascia la mungitura e siede su uno sgabello, accavalla le gambe e accende la pipa.  I fratelli, nel frattempo rientrati, danno fiato e mano ai pifferi melodiosi e ai cimbali eccitanti ed Ain inizia a danzare, prima timida ed incerta, poi, frastornata ed ubriacata dai tamburini, aumenta l’ancheggiamento, smuove il ventre sempre con più foga, convulsa lo fa roteare con l’ombelico, dimena, scatenata, i seni per far tintinnare i campanellini, insieme e, con perizia, ad uno ad uno, dondola le anche,  si gira e volteggia, mostrando, lubrica, che anche le natiche partecipano eccitate alla danza; infine, tutto il corpo contorcendo lussuriosamente, madida, ma non fiaccata, si propone sfacciatamente al Padre e l’Abu, compiaciuto della bravura della femmina, sbuffa un’ultima voluta di fumo e le appioppa una sculacciata significando: “sei pronta, donna, puoi partire, vai e fai la tua fortuna”.

Sulla soglia, l’Abu consegna alla figlia l’haik di corredo e Ain, reprimendo le lacrime, indossa la lunga camicia, la Oum sistema lo scialle a righe sopra una spalla della figlietta, fermandolo con lo spillone che, a suo tempo, ha avuto da sua Madre e che le ha portato fortuna e la sorella a lei più vicina d’età le appende alla cintura un piccolo specchio che le servirà per il trucco. La Madre spinge la donnina fuori dalla porta e un’ultima sculacciata del Padre, questa volta dolorosa, le fa muovere il passo, senza voltarsi, verso l’oasi di Bou-Saāda: salām e ognuno volge il capo prima a destra, indi a sinistra (I genitori, le sorelle e i fratelli si appartano per piangere e raccomandarla ad Allah il misericordioso e il compassionevole…, non v’è altro Dio che Iddio e Maometto è l’Inviato di Dio…amin. Le capre, i commerci, i telai e le faccende domestiche oggi dovranno aspettare che almeno una piccola parte della malinconia sia smaltita con le lacrime). 

Colà, nell’oasi prescelta -per l’intersecarsi delle carovane prima dello snodo per l’Altopiano degli Chott, o per l’Atlante Sahariano e per il deserto-, la raminga, se vorrà farsi una ricca dote e tornare a casa con catene d’oro al collo, ai polsi e alle caviglie, dovrà vincere la concorrenza delle prostitute delle tribù di Ouled Rahah e di Beni Amer, sorridendo invitante e lasciva ai viandanti, con arte danzando per loro la conturbante danza del ventre, truccata alla perfezione e pronta a soddisfare tutte le loro brame, fingendo di godere del loro impeto lussurioso.

    Ahi! Ahi! Ahi!, povera  piccola tenera  Ain…, che, andando, ti ferisci le mammelline con le unghie, strappi i peli del pube e martirizzi il culetto sedendo sui sassi più acuminati…: abbi Fede,  Allāh Akbar!  Lo vedi come t’ha sorriso lo scorpionaccio che hai risparmiato e che prima volevi spiaccicare con un colpo di pietra violento quanto la tua rabbia e pesante come la tua pena?  E quando mai occhio umano ha visto sorridere benevolo uno scorpione?! Vedrai…,  Iddio è il più grande, non lo prende mai né sopore né sonno, e saprà…: Ohè!, ma dico!, ora è a me che vuoi scagliare la pietra?  D’accordo, sei stufa di suwar: giuro che d’ora in avanti se avrai voglia di un consiglio, potrai solo aprire il sacro Qur’ān, il libro perspicuo, e sceglierti la sura che più ti aggrada.  Ma, attenta ai cobra…. Il fischio d’un sasso che mi sfiora mi zittisce; per cui darò ormai solo seguito alla storia.  E che finisca come Dio clemente e misericordioso, che ode e sa tutto,  vorrà.

    Cammina, cammina, un passo dietro l’altro, orientandosi con le stelle e sostando quando i ginocchi  minacciavano di piegarsi e i piedi di piagarsi, Ain arrivò dopo qualche tempo a una piccola oasi pietrosa nei pressi di Messaad e non volendo entrare in paese sconciata com’era dal lungo andare, si decise a dormire sotto una palma, non prima, però, d’essersi lavata, ché puzzava peggio d’un becco, rifocillata con un pezzetto di caprino, pane raffermo e qualche dattero, bevuto una lunga sorsata d’acqua, sbadigliato e preparato, alla bene e meglio, un giaciglio con delle frasche di lentischio e un guanciale con la pietra più levigata del ruscello.

S’era appena appisolata, quando udì un flebile lamento ed anzi una specie di lagna: si alzò preoccupata che non di lamento si trattasse, ma d’un qualche verso d’animale pericoloso che mugolasse alla ricerca d’una qualche preda; ma no, era proprio un lamento piagnucoloso e quasi un pianto…. Una nuvola inopportuna velò, però, la luna e Ain non poté al buio sincerarsi d’alcunchè. Rannuvolata dal timore, stentò a riaddormentarsi e così sentì e risentì lo strano rumore di pianto, finché la luna non mostrò di nuovo la sua faccia tranquilla.  Rincuorata, Ain prese a cercare fra le pietre e cerca ricerca, nuovamente a tentoni, per via di un’altra nuvola dispettosa, toccò qualcosa di viscido e freddo, oddio!: al tocco, il qualcosa aumentò i lamenti ed anzi proruppe in un pianto accorato:

–         “Sono un cobra, fanciulla; no, non scappare…, sono ferito, a morte, temo; va bene, allontanati un poco, ma stammi a sentire,. te ne supplico, un cobra …della famiglia dei Naja haie…”-

–         “Un Naja haie!, ma allora sei velenosissimo, micidiale, come m’ha insegnato l’Abu;  da te posso salvarmi solo se riesco a  incantarti con lo zufolo che la Oum m’ha messo nella sporta, dammi, ti prego –intanto fischietto, senti?- il tempo di prenderlo e d’accostarlo alle labbra: certo non sarò brava come Aronne al cospetto del Faraone, ma qualcosa suonerò… di dolce per te, cosicché tu non mi morda come il tuo crudele parente con la seducente Cleopatra consenziente…”-  

–         “No!, ti prego, lo zufolo no: mi toglierebbe le residue forze, m’imbambolerei e non saprei più pregarti, spiegarti…”-

–         “Ma io non voglio affatto che mi spieghi come m’assassinerai: ma tu guarda che killer cinico mi doveva capitare!…”-

–         “Io, ahimè, io mi sono imbattuto in un killer! –come voi giovani chiamate oggi gli assassini-, io… in un cinico cammello che, neanche l’avevo guardato –brutto e gibbuto spelacchiato pidocchioso com’era!- e m’ha calpestato, il malnato, sferrato zoccolate dovunque e, alla fine, non contento, m’ha pure pisciato addosso e lordato della sua merda, … avesse almeno fatto all’incontrario, prima lordato e poi pulito col piscio…, povero me, mi ha anche rotto gli occhiali…; che sua moglie gli faccia le corna, così lo portano allo zoo, in mostra, nella gabbia, ché non faccia più male a nessuno…”-

–         Ma che mi conti, che sibili?, tu ora mi vuoi incantare? Ti sembro una ragazzetta ingenua? E, invece, sono una donna fatta (e mostrò petto e culetto) e vado a farmi la dote coi gioielli che gli uomini mi daranno in cambio …delle mie gioie; capito mi hai, ofide dalla lingua bifida, seppur sciolta?!”-

–         “Sciii…sciii, vuoi aumentare i miei dolori, farmi morire di crepacuore?!: una fanciullina tenera come il germoglio del grano, pulita come una gattina, dolce come una tortorella, una appena svezzata dalla Oum, andare a prostituirsi?!, che ulteriore patimento per me già così sofferente….”-

–         “Senti, non siamo parenti, non t’accorare per me, come io non m’accoro per te …”-

–         “E, invece, siamo parenti, seppure non stretti –meglio per te…, dato che son cobra- perché abbiamo un unico Abu…”-

–         “Non t’offendere, ma dubito che mio Papà, abbia potuto, anche ubriaco, tradire la mia Mamma con una serpentessa, sia pure  elegante, seducente e con gli occhiali coi lustrini da sera, come doveva essere la tua Oum…: Buonanotte e che il sonno ti ristori e ti risani e…ti tenga ben lontano da me.”-

–         “Ma allora vuoi lasciarmi morire, qui, all’addiaccio -come le pecore, ma quelle hanno la lana e, comunque, s’addossano l’una all’altra, come sai-, senza il tuo conforto e il calore del tuo corpo?! Ho freddo, tremo verga a verga…, ti prego, ti supplico, per pietà, deh…, prendimi in collo, come un fantolino con la febbre,  e accucciami sul tuo grembo, cosicché io guarisca o muoia col tuo affetto.  Brrr…, ho freddo di morte nel corpo martoriato, brrr…, pietà….”-

 Ain, duro il cuore e asciutto il ciglio, tornò al giaciglio e  il serpente continuò a gemere;  e più pativa e gemeva e più la fanciulla non riusciva a prendere sonno, anzi, chiudendo gli occhi, senza volerlo, aumentava la capacità di raccogliere suoni con l’udito, sicché divisò di provare a dormire ad occhi aperti; ma s’è mai visto?, ah, i ragazzi!  La luna, intanto, prese a farle le smorfie e gli occhiacci, anzi forse solo gli occhiacci perché le smorfie di dispetto era la giovine a farle all’astro, colpevole, secondo lei, in quella spiacevole circostanza, di spandere importuno lucore. 

 –         “Ahi come mi dolgo! Non sento più il terzo, sesto, settimo e nono anello e gli altri…mi stringono…come…come se si fossero ristretti al piscio immondo di quella immonda bestia… Brrr che freddo cane! Brrr, forse è quella cucciolata di cagnolini che ho ingoiata che m’è rimasta sullo stomaco: ah l’avessi vomitata agli ululii della madre!  E ora il freddo è “cane”, ma deliro, forse sto andando…, muoio…, sprofondo, o mi sto alzando… e nessuno che mi conforti: solo come un cane: e ridalli!, delirerò, ma se me la scampo, giuro che non toccherò mai più un cane, semmai una volpe…, di tanto in tanto… Brrr…., il freddo, come fredda lama, sarà l’ultima pugnalata nel mio corpo martoriato….”-

 Ain sente gemere e piagnucolare il serpe: è insopportabile! La lagna dolente è più pungente del freddo della notte, davvero gelida da quelle parti: i brividi le percorrono la schiena… e comincia a soffrire anche lei…, per lui e…per lei.

Lui è solo ed ha paura, ma anche lei è sola e il timore per ciò che sarà è grande forse altrettanto di quello del Naja haje. Come vorrebbe stringersi a qualcuno per cercare protezione dall’ignoto…, per farsi un po’ di compagnia, darsi reciprocamente un po’ di calore, di sodale conforto affettuoso….

A mezzanotte, mezza notte e mezza, Ain non resiste più, s’alza, cerca fra le pietre, si lacera anche le mani con quelle più taglienti, si punge pure le braccia cogli spini del roveto e, alla fine, lo trova: lo raccoglie pian piano, lo bacia sul capo –sconsiderata!- per zittirne i lamenti o mitigarne i dolori e lo porta con sé, sotto la palma, a dormire, o a cercare di dormire con lei.  Ma anche a fianco ad Ain il cobra non ha requie, ormai è sicuro, trema, sta morendo! Forse davvero di freddo…, così la fanciulla, pur sudando freddo, lo riprende in mano e, con ogni cura, lo acciambella sul suo ventre, al calduccio, fra i riccioli del suo pube.

Alle cinque e mezza, un quarto alle sei, Ain si sveglia e, punta da un raggio lampante di sole, fa il punto: oddio! Ha dormito con una serpe in grembo!, o ha sognato? S’alza concitata e va al ruscello per lavarsi e chiarirsi le idee, ma, appena giunta, vede riflessa nell’acqua limpida una ricca signorina, …tutta adorna di gemme, ai lobi delle orecchie, al naso… e tre giri di catena d’oro pesante al collo, sette, otto bracciali dello stesso aureo metallo ai polsi e alte cavigliere d’oro zecchino alle caviglie snelle di gazzella.

 –         “Allāh Akbar: sono diventata ricca, sono ricca e …non sono nemmanco arrivata a Bou-Saâda….”- si mise a gridare, saltellando di gioia la nostra Ain.

–         “Se non sei ricca, hai comunque tanto per una ricca dote e per un buon marito. Tornatene, dunque, a casa dai tuoi, benedetta, l’Abu ha già tolto la spranga e aperto il bab e la Oum ha già acceso il fuoco nella dàr: la tua pietà  mi ha e ti ha salvato!  Vai con Dio Onnipotente, Ain, e sii sempre dolce con tutti, come sei stata dolce anche con un serpentaccio come me…”- disse, sbucando da un anfratto d’infra la fratta di tamarisco, il Naja haje, soggiungendo:  – “Ho detto “anche” perché io sapevo ch’eri buona per averlo appreso da uno scorpione che hai risparmiato: sai com’è, da queste parti spopolate, quasi desertiche, nei pressi del Grande Erg, le notizie, col ghibli che soffia dal meridione,  si propalano veloci come nella Kasba.  Sii benedetta, Ain, vai, vai con Dio Signore nostro e che dalle tue orme nascano gigli per la gloria di Allah clemente e misericordioso”. 

 Dal folto di tamerici esce un dolce suono di mandolino: il Naja haje con la coda pizzica il tambùa, festeggiando la salvezza sua e di Ain.-

“Quarta di copertina” redatta dal Prof. Michele Vallaro –Ordinario di Lingua e Letteratura Araba presso l’Università Kore di Enna-  per  “Il Diwanetto” di Gaetano B.G. Mustica 

A una prima occhiata questo “Diwanetto” potrebbe richiamare alla mente certe fascinose finzioni letterarie quali l’Ossian del Macpherson, il Mirza Schaffy del Bodenstedt, il Hasân-el-Tarâs di quel raffinato gran signore che fu Alberto Denti di Pirajno. Ma qui la cosa è diversa: Gaetano Mustica è contemporaneamente Ossian e Macpherson, Mirza Schaffy e Bodenstedt, el-Tarâs e Denti di Pirajno. Il suo pirotecnico affabulare, mirabolante anche dal punto di vista linguistico, crea mondi policromi e poliedrici che fanno pensare a Decameroni rappresentati con miniature persiane o Mille e una notte raccontate da Antonello da Messina. Nell’orizzonte di Mustica, parafrasando Kipling, East is West, West is East. Pura fantasia? Gusto d’un pantagruelico novellare? Forse, invece, a un livello profondo, più verità di quanto le desolate e desolanti cronache odierne possano far supporre.

Enna, 12 dic. 2010

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