Lucia Bonanni: lettura critica a “Pensieri Minimi e Massime”, raccolta di aforismi del palermitano E. Marcuccio, già autore di “Per una strada” e “Anima di Poesia”

“Pensieri Minimi e Massime” di Emanuele Marcuccio

Saggio di Lucia Bonanni

 

L’anima del mondo ha ali

ad abbracciare il tutto.[2]

(Emanuele Marcuccio)

 

«L’aforisma è la sintetica risposta della prosa alla poesia». Ecco cos’è per me un aforisma, la prosa non è nelle mie corde di scrittura, preferisco leggerla, e l’anima dell’aforisma è la sintesi, così come lo è per la poesia ma in modi e caratteristiche differenti.[3]

 

Così afferma Emanuele Marcuccio, citando un aforisma scritto dopo la stesura di Pensieri Minimi e Massime, una silloge di aforismi e pensieri vari, scritti tra il 1991 e il 2012, a cui segue un’altra raccolta ancora inedita. Degli ottantotto aforismi già pubblicati, ben quarantotto hanno per tema la poesia ed alcuni si possono leggere anche nell’antologia del secondo premio internazionale per l’aforisma “Torino in Sintesi” del 2010. Nel 2013, una selezione di dieci aforismi dalla silloge edita, sono stati pubblicati nell’antologia della settima edizione del “Premio Nazionale di Filosofia”[4] dell’Associazione Nazionale Pratiche Filosofiche, in quanto l’autore è risultato finalista.

L’aforisma, dal latino aphorismum e dal greco antico φορισμός (aphorismòs), è una definizione, una massima, una sentenza filosofica o morale e può anche essere indicato come un ricordo, un pensiero, un assioma, un’antonomasia, una distinzione e un avvenimento. Alcuni autori del XX secolo ne diedero definizioni fantasiose come ad esempio: “frantumi”, “fosforescenze”, “barche capovolte”, “fuochi fatui”, “errori”, “schegge”, “minime”, “scorciatoie”, facendo coincidere il carattere metaforico dei pensieri con le caratteristiche strutturali degli enunciati e cioè i temi, i modelli e lo stile. Le tematiche più comuni degli aforismi sono: i vizi e le virtù degli uomini, l’etica, l’arte, il tempo, la filosofia; i modelli possono essere il dialogo, il racconto, la citazione, il saggio e l’uomo mentre lo stile si basa per lo più sulla brevità, sul poco e buono e su quel solo fiore che è da preferire alla moltitudine. La nozione di “aforisma cancrizzabile” appartiene ad Umberto Eco (1932 – 2016) che la fa derivare dal cancer latino, cioè “granchio”, ovvero che un certo tipo di aforisma può essere accettato sia nella sua forma usuale che in quella reversibile e rovesciata, come ad esempio possono essere il soggetto e il complemento; tale ottica, però, non prevede forme di conoscenza, ma soltanto espressioni sagaci.

D’altra parte, come scrive il critico letterario Luciano Domenighini, negli aforismi di Marcuccio “[i]l tono è austero, lontano dall’ironia, dal gusto per il paradosso, dal compiacimento per il calembour. Gli enunciati sono sentenziosi e lapidari, eppure spesso pervasi da una mitezza d’animo, da una fede, da un candore, che in qualche modo ne temperano il taglio perentorio e apodittico”[5]. I temi trattati dal Nostro sono: il dolore, i sentimenti, l’amore, gli aspetti sociologici, il tempo, la felicità, le riflessioni filosofiche, la letteratura, l’arte in genere, la musica e la poesia che è il tema portante dell’intera raccolta; lo stile varia dalla brevità dell’enunciato alla forma dialogica, dalla citazione concisa alla struttura minimale del saggio oppure possono essere presenti “frantumi, schegge e scorciatoie” che l’autore adotta per fermare i pensieri come usa fare per la poesia la cui ispirazione è talmente inattesa e fuggitiva che necessita di essere fermata, appuntata, anche su uno scontrino della spesa ovvero su un qualsiasi foglio di carta oppure, sul biglietto del tram e la carta delle cartucce, come invece erano soliti fare rispettivamente Montale e Ungaretti.

«[L]’intento della poesia è sempre quello di celebrare, costruendo un’architettura di parole nei più vari registri, dai più intimistici e introspettivi ai più altisonanti»[6].

Quindi la poesia è per Marcuccio un canto dell’anima creato con le parole, una “architettura perfetta” che esprime il paesaggio interiore di quanti fanno dell’arte poetica non un freddo artificio, bensì una rappresentazione artistica che eleva, purifica e libera lo spirito dalle nebulose del vivere. Lo sguardo attento del Nostro si posa all’interno del sé e fuori dal sé, portando l’autore a guardare al di là della folla indistinta dei pensieri e “[…] lungo [i] vicoli antichi[7] dove ristagnano i mali del mondo. La cognizione etica, le continue riflessioni morali e la connaturata capacità di trasporsi nell’altro tengono Marcuccio, che “[…] non è solo un cultore di sogni[8], ben ancorato alla realtà, un filtro atto a vagliare emozioni e sentimenti per dire che “[i]l dolore è come il mare, nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante[9].

L’attitudine empatica, il senso morale, il sentimento di misericordia e il rispetto per il prossimo nella sintesi dimostrativa di ciascun aforisma, sono rivolti a chi è vittima delle calamità naturali, delle azioni belliche come pure delle varie forme di violenza. Ecco allora che la vista dei “Corpi dispersi,/ corpi ritrovati/ vivi e feriti,/ che si perdono nella massa informe[10], le crude notizie della guerra che tutto distrugge e “Muta/ una nobile famiglia/ e rimane, muta/ divisa/ al presente…[11], e la consapevolezza che, allorché “[…] annotta la notte/ e profonda si inerpica/ su per le ore// [e in] quella nona vigilia/ che si perde[12] possono accadere tragedie come quelle avvenute negli ultimi tempi, provoca in Marcuccio profonda commozione. Per questo egli cerca di sublimare il dolore provocato da tali vicende, attraverso l’introspezione e la trasfigurazione degli eventi con la scrittura poetica, un’ispirazione che spesso si rivela “[…] breve, fuggitiva e svelta[13] per cui il compito che si dà come poeta, è quello di “[…] afferrarla e trattenerla stretta al proprio cuore[14].

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Il Nostro non è mai persona giudicante, mai si lascia condizionare dalle mode, dal consumismo oppure dal marketing. Nel pieno rispetto dell’unicità della persona sa bene che ciascun essere umano è “un mistero a se stesso[15] e, quando le avversità arroventano l’animo e impediscono l’andare e i pochi “[…] attimi di felicità si perdono nella nebbia del tempo[16], egli si rivolge alla “[…] poesia [che] è voce nel silenzio e visione nel buio[17] palesando così “le fondamenta cattolico-religiose del [suo] pensiero […] e il suo amore verso il radicamento regionale, la terra natia, esplicitato nell’aforisma dedicato ai dialetti”[18].

La linguistica indica per “dialetto” una varietà di una lingua dominante o “lingua tetto” come si definisce in sociolinguistica. Il dialetto è una lingua autonoma con caratteristiche territoriali, non subordinato alla lingua ufficiale, anche se possono verificarsi alcune somiglianze e, secondo alcuni linguisti, risulta essere il mezzo più antico di comunicazione da cui si è poi sviluppata la lingua madre. Seguendo tale logica formale, le lingue neolatine non sarebbero altro se non dialetti della lingua latina come il greco moderno dal greco antico, come le lingue creole sono derivazioni dall’inglese. Il criterio tassonomico usato per distinguere i vari dialetti di una lingua, è anche quello della suddivisione in rami secondari, maggiormente presenti nelle lingue neolatine come ad esempio l’italiano e lo spagnolo che presentano caratteristiche scambievoli che invece non possiede la lingua francese dove la trama evolutiva è stata più rapida. Come sinonimo della parola “dialetto”, è spesso usato il termine “lingua vernacolare”, una parlata circoscritta ad una realtà geografica e maggiormente usata dal popolo. Le minoranze linguistiche come il sardo, il friulano, il catalano, non sono invece definiti come dialetti ma come “varianti”. Sono vere e proprie varianti dell’italiano le parlate toscane e il romanesco oltre alle forme delle parlate regionali che nel lessico, nella sintassi, nell’intonazione, negli accenti e nel ritmo si conformano ai dialetti locali e alle lingue minoritarie.

Nel sistema linguistico dialettale si denota e si connota l’identità di un popolo che per la comunicazione interpersonale usa la medesima lingua. Marcuccio sa valorizzare in maniera assai pertinente sia il proprio dialetto sia il dialetto di altre regioni, logica esplicitata nell’aforisma che riguarda i dialetti: «Non rinneghiamo mai il nostro dialetto. Chi rinnega il proprio dialetto, ha rinnegato la terra che lo ha generato, ha rinnegato le proprie radici culturali»[19].

Nella silloge del Nostro trovano spazio anche aforismi riguardanti le tematiche sociali, come la vigorosa protesta contro le forme tentacolari della burocrazia e gli accadimenti allarmanti della quotidianità: «Cupo è il nostro tempo, cupa è la scena di questo mondo e il nostro sentire in una tempesta si inabissa»[20].

Amara è la constatazione di Marcuccio con la sensata presa di coscienza di quanto accade nel tempo e nella dimensione etico-sociale che talvolta risucchiano l’individuo tra le spire di una convulsa voragine. In un percorso à rebours, cioè a ritroso, all’interno dell’aforisma citato, si ritrova il germe corrotto della guerra civile spagnola che nell’agosto del ‘36 fu causa del crudo assassinio del poeta Federico García Lorca (1898 – 1936) al quale il Nostro dedica un ciclo di quattro omaggi poetici. “A strapiombo sul mare/ si staglia l’ombra/ d’un’alga rinsecchita,/ l’ombra d’un orizzonte/ chimerico[21]. Le immagini assai sintetiche ed essenziali evocano la realtà desolata della guerra dove tutto assume sembianze di precarietà e l’esistenza è relegata sul bordo spigoloso di uno strapiombo. In questo caso la contaminazione di senso può riguardare stati del sé psichico che cerca di ritrovare identità e quiete tra le trame di stati d’animo rinsecchiti, poggiati sul limitare dell’inquietudine.

[Tra] ammassi/ informi/ tesi all’invero limite[22] di un mondo totalmente avverso, l’uomo è soltanto un robot che cerca di sottrarsi alla realtà dei fatti e ormai privo anche degli ultimi pensieri smette anche di lottare perché il suo “[…] sogno elettrico/ è morto per sempre[23].

L’estetismo del Nostro, che è simile ad un desiderio di “Eternità […] dove passato, presente e futuro si fondono in un eterno presente[24], non si mostra con un atteggiamento riconducibile a vuoti formalismi oppure ad un modo di essere che sente la vita come culto esclusivo del bello. Il suo pensiero si volge alla creazione artistica e al gusto del bello, però non si perde in preziosismi di maniera e neppure manifesta la tendenza alle suggestioni formali; la sua teoria estetica privilegia virtù e valori morali, giungendo ai principi di verità con forme di realismo che contemplano la vita, la natura e la bellezza. Nel proprio percorso il Nostro non rinuncia alla fantasia per dare maggior spazio al tangibile, ma la modella in un continuum di ordine ed equilibrio, propri dello spirito apollineo. Secondo il suo pensiero, come ben enuncia nell’aforisma diciotto della silloge a pagina dieci, la cultura non è semplice erudizione, bensì un’entità viva e vibrante, generata dalla riflessione e da buoni lettori. La parola “cultura” contiene tutto ciò che si può coltivare e raccogliere e i buoni libri sono i suoi frutti più dolci e nutrienti. Infatti, “Nelle arti, come nella vita, se c’è spontaneità, c’è anche personalità[25] e negli scritti di Marcuccio la spontaneità è frutto dell’ispirazione mentre la sua personalità umana e artistica deriva dall’educazione ricevuta, un dettato etico che sempre mira alla speranza, “[…] alla gioia, alla concordia e alla pace” così come si evince dall’aforisma numero sette a pagina otto, sia da un’ampia conoscenza che non è “sterile costruzione”, ma un sapere interiorizzato e lungimirante che riesce a dare “[…] voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori, alle sue speranze [per] immergersi in un mondo lontano ma allo stesso tempo vicino ai nostri sogni, alle nostre speranze, ai nostri dolori[26].

Oltre che della poesia, Marcuccio si rivela attento cultore della musica, strumento culturale in grado di offrire la possibilità di intuire e comprendere la bellezza infinita dell’universo. La musica è una forma d’arte universale che muove le vibrazioni dell’anima e “nella sua grandezza e profondità” sa evocare sentimenti e ricordi. Neppure l’avanzata sordità poté impedire a Beethoven, “artista eroico” e geniale, di poter continuare a sentirla nelle profondità della propria anima. “Architettura perfetta/ note che si appaiano/ l’une per l’altre/ armonia infinita/ che nel basso si dilata/ e lontano/ la sua musica profonde[27]. Nei versi dedicati a Johann Sebastian Bach (1685 – 1750), un ruscello dalle infinite armonie, in modo conciso ed assai esplicativo Marcuccio evidenzia quelle che sono le caratteristiche dello stile musicale del compositore e musicista tedesco, uno dei più grandi geni della musica, che si distinse tra i contemporanei per la complessità armonica, l’invenzione del contrappunto e la sintesi tra lo stile tedesco e quello italiano. Per il Nostro la musica è un rincorrersi di note in “tersa armonia azzurra/ [e un] cantico in lontananza// [che] prorompono con impeto/ nella levità e nel sublime[28].

Se per Marcuccio “La poesia è anima che si fa parola”, come afferma nell’aforisma sessantatré a pagina diciannove, l’amore è l’unica arma che ciascun individuo ha a disposizione per combattere il dolore e la fragilità del cuore, incapace di perdono. Nell’intento di giustificare i propri fallimenti, l’uomo accusa sempre qualcun altro e nel suo “agire insensato” non considera che l’amore, come purtroppo spesso accade, non è soltanto fisicità, ma dialogo e “reciproco dono”: «Dolcezza, amore mio,/ hai avuto di me pietà!/ […]/ Come ho potuto essere/ così cieco,/ così sordo all’amore/ […]/ Come il vento soffia impetuoso/ e pieno d’ardore il sorriso d’aprile/ desta il tuo cuore all’amore,/ così, io voglio proclamare/ il mio nome a te:/ sorriso, incanto dolce e soave!/ […]/ Oh, amore mio, che gioia!/ Chi di me è più felice?»[29].

In riva al fiume tra il folto della selva, Sigurdh, il guerriero normanno, e Halldóra, la giovane indigena islandese, figlia del capovillaggio Ragnar, si promettono amore eterno, un sentimento che dopo ostacoli e preoccupazioni sarà benedetto da un prodigio inatteso di “[…] scie di nuvole/ luminose [che]/ scendono/ come sangue/ sulla terra…[30]

La speranza, la gioia, la concordia, la generosità e la pace sono sentimenti veraci che il Nostro coltiva con sincera spontaneità e in essi scopre e ravviva quel senso di empatia con l’altro dal sé e “[s]pesso il poeta raccoglie sogni che altri hanno disperso[31] e li fa rivivere in momenti diversi, ma non come fa un “ipocrita” (nell’accezione etimologica di “attore”) che si toglie la maschera e smette di recitare, come enuncia nell’aforisma sedici[32] di pagina nove: «Gli amici si mostrano tali nel momento del bisogno, gli ipocriti, invece, si tolgono la maschera e smettono di recitare».

Nella parte più recondita e profonda della propria anima, il Nostro trae veri tesori di poesia e nel movimento altalenante delle emozioni si comporta al pari di “[u]n fotografo [che] coglie un attimo di realtà imprimendolo nella pellicola[33].

Dall’idea di affinità elettiva e condivisione artistica, Marcuccio fa scaturire e promuove “Dipthycha”, un fortunato ed innovativo progetto culturale, iniziato con dittici “a due voci”[34] e continuato anche con trittici “a tre voci”; corrispondenze empatiche dove gli autori sono accomunati da “affratellamento, […] poetica consanguineità [e] l’impiego del metodo induttivo (dal particolare al generale) permette al Nostro di analizzare con onestà intellettuale i testi, nella loro individualità, e al contempo di introiettarli nello sterminato prato della sua mente poetica intuendo una scintilla, un richiamo, accogliendo il potere illuminante di un’epifania, assodando il pensiero di una effettiva carica empatica che si instaura tra testi diversi”[35]. Il progetto “Dipthycha”, avviato nel 2013, vede la pubblicazione di ben tre volumi di antologie poetiche e si appresta alla pubblicazione del quarto mentre è già avviata la raccolta di materiale per un quinto volume, sempre tenendo conto delle varie relazioni emozionali in una comunicazione empatica di significanti e poetiche affinità elettive. “Odo voci/ con volti/ senza volti/ che cercano/ esplorano[36], “Questa corrispondenza/ d’amorosi sensi,/ questa corrispondenza/ d’umano sentire,/ senza reale presenza,/ in questa telepresenza”[37]. Ed è proprio tale corrispondenza emozionale, il fulcro di ciascun dittico dove non esiste nessuna pratica imitativa di scrittura in quanto ciascun autore resta aderente al proprio modo di essere e al proprio modo di intendere e di fare poesia. Però, come scrive Marcuccio in nota alla Introduzione a Dipthycha 3, “[i]l tema comune, da solo, non fa un dittico a due voci, ci vuole altro, sarebbe troppo facile[38]; occorre, invece che si instauri una «“dittica” corrispondenza/comunicazione, anche se in toni diversi, anche se in tempi diversi, dando così vita a un dittico a due voci»[39].

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Emanuele Marcuccio, autore della raccolta di aforismi “Pensieri Minimi e Massime” oggetto di studio di questa lettura critica a cura di Lucia Bonanni

Forte di variegate competenze culturali e sensibilità umana e artistica, il Nostro si attiva affinché la voce della sua poesia non sia mai isolata e dipendente da schemi precostituiti, ma cerchi sempre di emozionare il lettore in modo che possa richiamare “l’obliato proprio sé fanciullo[40] e sia in grado di strutturare uno spazio comunicativo con l’autore, un momento che sia ascolto e non silenziosa lettura. Nei propri versi Marcuccio ricrea atmosfere classiche con archetipi di donne oltraggiate e uomini che le proteggono dagli abusi, definendo negli aforismi l’istruzione e la cultura come mezzi per sfuggire ad ogni forma di violenza. Nelle sue poesie sono presenti personaggi della classicità e dei vari ambiti culturali, riferimenti ai corpi celesti e ai fenomeni naturali, alle fasi del giorno, agli ambienti e agli animali e non ultimi gli affetti più cari. L’autore non inizia a scrivere, se non a seguito di un’ispirazione che lo raggiunge improvvisa, altrimenti preferisce lasciare il foglio bianco e attendere il momento magico che vede giungere la “capricciosa padrona”, che gli fornirà quel “primo fuoco d’ispirazione” su cui andrà a creare.

In un recente aforisma, Marcuccio rivolge la sua attenzione al rapporto controverso tra l’io lettore e l’io autore, un pensiero denso di significati: «Un autore non è mai completamente soddisfatto di ciò che ha scritto. Chissà, forse il lettore vorrebbe prendere il sopravvento sull’autore, ma alla fine quest’ultimo gli fa capire chi governa la “baracca”. Se ogni volta fossimo completamente soddisfatti, smetteremmo di scrivere» (aforisma inedito sessantasei). “Un poeta soddisfatto non soddisfa”, dichiara Mário Quintana (1906 – 1994), abile poeta di lingua spagnola; in qualche modo è necessaria questa insoddisfazione che sfocia nel desiderio di migliorarsi e fare sempre meglio, di contro ci sarebbe soltanto boria e presunzione.

Secondo Marcuccio la cultura è un divenire continuo perché essa è un’entità viva e i suoi frutti più succosi, oltre ai buoni libri, sono l’autonomia di pensiero, la libertà nel saper esprimere le proprie opinioni, lasciando da parte i vari casi di condizionamento ed essere parte attiva del tessuto sociale, tutto nel rispetto di se stessi e degli altri. Quindi, anche a supporto delle altre arti, è “[l]a letteratura [che] dà voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori, alle sue speranze e, leggere un classico significa immergersi in un mondo lontano ma allo stesso tempo vicino ai nostri sogni, alle nostre speranze, ai nostri dolori[41].

Con la scrittura del dramma epico in versi liberi, Ingólf Arnarson, Marcuccio esprime un ideale allegorico di libertà con rimandi all’argomento storico-fantastico e all’ambiente fascinoso dell’antica Thule, l’attuale terra d’Islanda. Il viaggio compiuto dal “gran drakàr” verso la “baia del fumo”, la moderna Reykjavík, può essere interpretato come un viaggio all’interno di se stessi in un percorso di redenzione, attuato con l’esplorazione del proprio essere in una dimensione parallela alla realtà e completata alla luce della fede. Infatti, così scrive Marcuccio nei suoi aforismi: «Ognuno, per sua natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé, alla continua ricerca della felicità [mentre] il cuore […] è sede degli affetti [e] da questo profondo abisso, i poeti traggono tesori e, a questo dolce vento affidano ogni loro pena»[42].

È dal proprio cuore che il Nostro trae la scrittura dei 2380 versi che compongono il dramma epico, inteso quale sintesi di un messaggio di speranza che l’autore ha voluto lanciare per “[…] commuovere cuori di pietra in un’alba d’amore, di pace e libertà[43].

In questo nostro tempo distorto e travagliato, saper riconoscere le proprie mancanze, le proprie debolezze e i propri errori e riuscire a superare disagi e incomprensioni, conduce alla riflessione individuale che porta al superamento del dolore e allontana dalla disperazione. Tale atteggiamento definisce un modo di comunicare tra individui che si denota quale espressione di umana solidarietà e, pur restando sempre se stessi, permette di procedere fianco a fianco e condividere i problemi e le insoddisfazioni derivati dalla non linearità delle Istituzioni in quanto “Lo stato non fa altro che importunarci con la sua fastidiosa e puntigliosa burocrazia che, non fa altro che pungerci e importunarci come uno sciame d’insetti[44]. Pertanto, come suggerisce Marcuccio, sarebbe auspicabile ed opportuno che gli artisti, e con essi anche gli insegnanti, riuscissero a costruire una corrispondenza relazionale di “stima reciproca” ed essere ribelli come lo è il fuoco nel contrastare i canoni velleitari dei burocrati, tracciando ben definiti confini culturali entro i quali muoversi in piena autonomia – “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” recita l’articolo 33 della Costituzione italiana – distinguendosi dalla massa che è solo apparenza, facendo dissolvere anche “le nebbie del pregiudizio” legati all’istruzione, evitando di essere risucchiati dalla “cupa […] scena di questo mondo”. “La libertà, per sua definizione, si oppone ad ogni azione o sentimento di intolleranza o prevaricazione sull’altro, come quello del razzismo, della xenofobia, dell’omofobia, dell’offesa contro ogni fede, perché non si giunga al suo contrario: la schiavitù” enuncia Marcuccio nell’aforisma inedito sessantaquattro.

I concetti espressi dal Nostro si allacciano ad altri enunciati aforistici in una circolarità logica e formale per cui “la raccolta in questione rifugge nella maggior parte dei casi un sentimento cupo o crepuscolare per manifestarsi, invece, come un vigoroso proclama che celebra il potere della parola”[45]. Una parola che può diventare di seta, se il poeta nella sua visione sa cogliere l’attimo fuggente dell’ispirazione e promuovere immagini di levità e suggestione armonica: «Di seta/ la parola// di poesia/ l’anima mia// investe il verso/ e para/ i colpi// verga/ veloce il rigo/ leggero// pieno»[46]. Un componimento, questo, in cui l’essenza delle immagini è la parola nel suo fluire simbolico, mentre l’elegante musicalità dei versi, lo stile edotto e originale, sono elementi che danno voce all’ampia gamma di stati d’animo e riflessioni profonde come più volte accade nelle “scorciatoie” ben orchestrate dei suoi aforismi.

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve (FI), 10 agosto 2018

 

NOTE

[1] Emanuele Marcuccio, Pensieri Minime e Massime, Prefazione di Luciano Domenighini, Postfazione di Lorenzo Spurio, con una nota di “Introduzione alla Poesia” dell’Autore, Photocity, 2012, pp. 47.

[2] Op. cit., aforisma n. 32, p. 12. Già edito, in AA.VV., Antologia del premio internazionale per l’aforisma “Torino in Sintesi”. II edizione – 2010, Joker, 2010, p. 85.

[3] Emanuele Marcuccio, in “Intervista ad Emanuele Marcuccio”, in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi, PoetiKanten, 2015, p. 254.

[4] AA.VV., Le figure del pensiero. Aforismi, haiku, paradossi, epitaffi, Sillabe di Sale, 2013.

[5] Luciano Domenighini, Prefazione a Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, p. 1.

[6] Emanuele Marcuccio, Introduzione alla poesia, in Op. cit., p. 31.

[7] Id., da “Emanuele Marcuccio (Acrostico)”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 22.

[8] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, da aforisma n. 40, p. 14.

[9] Ivi, aforisma n. 1, p. 7.

[10] Id., da “Per i terremotati d’Abruzzo”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 18.

[11] Ivi, da “Muro, che ti discosti…”, p. 36. Già edita, in AA.VV., L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012), a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Kairòs, 2013, p. 585.

[12] Emanuele Marcuccio, da “A notte”, in AA.VV., Nelle ferite del tempo. Poesia e Racconti per l’Italia, a cura di Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio, Photocity, 2016, p. 74.

[13] Id., Pensieri Minimi e Massime, da aforisma n. 27, p. 11.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, da aforisma n. 23, p. 11.

[16] Ivi, da aforisma n. 26, p. 11.

[17] Ivi, da aforisma n. 65, p. 19. Ri-edito, in AA.VV., Le figure del pensiero, Sillabe di Sale, 2013, p. 26.

[18] Lorenzo Spurio, Postfazione a Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, p. 27.

[19] Op. cit., aforisma n. 20, p. 10.

[20] Ivi, aforisma n. 42, p. 15.

[21] Id., “Distanza: Quarto omaggio a García Lorca”, in Visione, in AA.VV., I grilli del Parnaso, PoetiKanten, 2016, p. 82. Già edita, in Id., Per una strada, SBC, 2009, p. 91.

[22] Id., da “Carpe”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 42.

[23] Id., da “Ultimi pensieri di un robot”, in Per una strada, SBC, p. 71.

[24] Id., Lo stupore e la meraviglia. Aforismi e pensieri (silloge inedita), da aforisma n. 23, già pubblicato sul sito dell’autore al link “www.emanuele-marcuccio.com/antologia-aforismi”.

[25] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 14, p. 9.

[26] Ivi, da aforisma n. 4, p. 7.

[27] Id., “Bach”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 32.

[28] Id., da “Musica lontana”, in Per una strada, SBC, 2009, p. 83.

[29] Id., Ingólf Arnarson. Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti, Le Mezzelane, 2017, atto II, scena II, vv. 171-172, 183-185, p. 78; vv. 197-202, p. 79; vv. 227-228, p. 80.

[30] Ivi, atto V, scena unica, vv 104-108, p. 159.

[31] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, da aforisma n. 31, p. 12.

[32] Come scrive l’autore in nota all’aforisma, “il termine ipocrita è […] usato in senso etimologico, dal greco ποκριτής (iupokrithés) ossia attore”.

[33] Op. cit., da aforisma n. 88, p. 24.

[34] Con felice accezione, per distinguerlo dal dittico poetico classico, che invece è scritto da un solo autore, così ha definito il dittico a due voci il nostro autore: “Una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica”.

[35] Lorenzo Spurio, Postfazione. Risonanze empatiche, lʼesperienza del “dittico poetico” di Emanuele Marcuccio a AA.VV., Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, a cura di Emanuele Marcuccio, PoetiKanten, 2016, p. 143.

[36] Silvia Calzolari, da “Vita parallela”, in Op. cit., p. 16.

[37] Emanuele Marcuccio, da “Telepresenza”, in Op. cit., p. 18. Già edita, in Id., Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 26.

[38] Id., Introduzione a AA.VV., Dipthycha 3, nota n. 2, p. 7.

[39] Op. cit., p. 7.

[40] Id., da “Sé e gli altri”, in Per una strada, SBC, 2009, p. 68.

[41] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 4, p. 7.

[42] Op. cit., da aforisma n. 77, p. 22; da n. 83, p. 23.

[43] Id., Introduzione a Ingólf Arnarson. Dramma epico in versi liberi, Le Mezzelane, 2017, p. 22.

[44] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 37, p. 13.

[45] Lorenzo Spurio, Postfazione a Op. cit., p. 28.

[46] Emanuele Marcuccio, “Di seta”, in AA.VV., Soglie, Limina Mentis, 2016, p. 124. Ri-edita, in AA.VV., Dipthycha 3, PoetiKanten, 2016, p. 54.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Nuovo appuntamento con l’Angelico Certame sabato a Torino. Conduzione di Max Ponte

Sabato 20 ottobre 2018 alle ore 17.30
L’ANGELICO CERTAME a TORINO / VIII
Container, Via del Carmine 11, Torino

Conduce Max Ponte. Con 6 poeti in gara

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Riparte L’ANGELICO CERTAME dopo l’ultima data del Salone Off di Torino.
L’ANGELICO CERTAME è una gara poetica perfomativa ideata e condotta da Max Ponte. Si tratta di un vero spettacolo, ad ingresso libero, basato sull’arte della parola. L’iniziativa è arrivata al suo ottavo appuntamento e prevede un campionato nazionale biennale e un premio finale in denaro per il primo classificato di 500 euro.

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L’ANGELICO CERTAME, che sarà aperto da un open mic, si svolgerà come segue:
– 3 prove che dovranno affrontare tutti i poeti in gara: una prova di improvvisazione, una performativa e una teatrale. Nella prima prova i poeti dovranno creare una poesia in 10/15 minuti in base ad un tema sorteggiato. Nella seconda potranno performare un loro lavoro a piacere. Nella terza fase dovranno usare oggetti di scena o maschere o costumi per rappresentare il loro lavoro.
– una giuria mista (con due membri tecnici e due sorteggiati dal pubblico).
– 2 minuti di tempo massimo per ogni intervento
– tutte le poesie devon esser proprie, dalla produzione personale del poeta certante

L’ANGELICO CERTAME nasce per dare una ulteriore possibilità d’espressione alla poesia orale e performativa italiana, valorizzando il lavoro dei poeti partecipanti, moltiplicando le possibilità creative in un nuovo format che vuole dare slancio ed eleganza allo spettacolo poetico.

Saranno presenti alla lettura libera introduttiva:
Domenico Cavallo
Chiara Pent
Antonino Natale

I Poeti certanti saranno:
Donatella Lessio
Stefano Bandera
Ermanno Emme
Giuseppe Mastarone
Massimo Brioschi
Luca Rubin

Giudici tecnici: Aldo Berti e Chiara Pent

 

 

Presentazione:

Danilo Torrito.jpg“L’ANGELICO CERTAME è una gara poetica ideata e progettata dal poeta Max Ponte, presentata per la prima volta al pubblico il 9 settembre 2016 a Torino. L’ANGELICO CERTAME si configura come una gara poetica antica e allo stesso tempo vicina alla contemporaneità. Il nome riprende il volgare “certame” dal latino “certamen”, sostantivo neutro che significa appunto “gara” o “lotta” derivato dal verbo “certare”. Il termine “certamen” designa oggi gare in latino. Si è preferito il termine “certame” per marcare una distinzione e favorire la riscoperta di una parola quasi dimenticata. L’ANGELICO CERTAME vuole inserirsi nel solco della tradizione letteraria italiana e ridare prestigio alle competizioni poetiche. La gara permette inoltre di valorizzare a pieno le capacità di tutti i poeti CERTANTI, di tutte le età e di tutte le “appartenenze” letterarie. Qualcuno si chiederà perché l’aggettivo “angelico”. Ogni poeta è un messaggero, quindi è portatore di un messaggio ed è un “angelo” nel senso etimologico del termine. Inoltre l’ideatore di questo gioco, lavorando ad un romanzo che ha come protagonista una creatura a suo modo angelica, è stato colto da una spontanea associazione di idee. L’ANGELICO CERTAME nasce per dare un’opportunità in più di gioco, di confronto e di crescita ai poeti; e per offrire al pubblico uno spettacolo di alto livello in cui la poesia si avvicina alla sua dimensione “totale”. L’angelo ha la capacità di portare le parole lontano e di stabilire “analogie senza fili”. L’esigenza di una maggiore libertà e una maggiore qualità nelle gare poetiche è alla base della nascita de L’ANGELICO CERTAME. L’ANGELICO CERTAME, a differenza di altri tipi di competizioni poetiche, garantisce una maggiore attenzione al poeta e alla valutazione del suo lavoro, lasciando al contempo grande libertà espressiva. Inoltre i partecipanti prenderanno parte a tutte le prove diventando veri protagonisti di questa manifestazione dall’inizio alla fine. ”

Max Ponte, Presentazione de L’Angelico Certame

dal sito ufficiale  www.angelicocertame.org 

La classifica parziale al 17 ottobre 2018: vede in testa Danilo Torrito con 2 gare vinte (99,2+100), Chiara De Cillis 1 gara (112), Nanà 1 gara (104,5), Donatella Lessio (100,3), Valeria Bianchi Mian (100), Bruno Giovetti (98,8), Roskaccio (93).  
Per info e candidature alle prossime puntate: angelicocertame@gmail.com
Per organizzazione Enrica Merlo / Angelico Certame
Grazie a Container Torino di Antonietta Altamore.

L’ingresso per il pubblico è libero, gradita l’offerta per sostenere l’iniziativa all’uscita.

“Sandro Bella e la voce del mare” articolo di Stefano Bardi sul noto poeta civitanovese e la sua produzione dialettale

Articolo di Stefano Bardi

Fin dall’alba dei tempi, il tema del mare è stato sempre prediletto nella letteratura, come è dimostrato da numerose opere a partire dalla Sacra Bibbia e dai Vangeli. Un mare che simboleggia i principali aspetti di Dio, ovvero il castigo (Mosè e la sua attraversata del mar Rosso) e la salvezza (l’acqua battesimale). Mare che sarà poi ripreso dalla letteratura greco- romana e bizantina, dove, come tematica, ricoprirà un ruolo prettamente sacrale visto nell’acqua intesa come energia esorcizzante e antidemoniaca.

Un tema, quello del mare, che sarà trattato anche dalle grandi firme della letteratura italiana dal Medioevo fino ai giorni nostri, passando per la poesia cantautoriale come per esempio il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, il De Jerusalem celesti e il De Babilonia civitate infernali di Giacomino da Verona, la poesia scherzosa di Cecco Angiolieri, la Divina Commedia di Dante Alighieri, il Dialogo della Natura e di un Islandese di Giacomo Leopardi, la natura sommersa di Salvatore Quasimodo, il mare, anzi l’oceano esistenziale, di Domenico Modugno in Oceano (infinito mare), il mare tombale di Lucio Dalla in Com’è profondo il mare, il mare come luogo magico dove rifugiarsi in Sharazan e il mare come cadavere in decomposizione in Notte a Cerano entrambe di Albano Carrisi. Tanti altri nomi si potrebbero e si dovrebbero fare, ma troppo lunga sarebbe la lista.

Il mare come ambiente e concetto è presente anche nella poesia marchigiana come è dimostrato dal mare scenografico di Elvio Angeletti, dal mare reminiscenziale di Michela Tombi, dal mare civico-umanitario di Marco Bordini, dal mare chimerico e “divino” di Mario Rivosecchi e, in particolar modo, dal mare intimo, nostalgico e cantastoriale di Alessandro Bella (meglio noto come “Sandro”, nato a Civitanova Marche nel 1929) che ci ha lasciato due bellissime opere di poesia marittima, ovvero Quagghiò lo porto (1988) e Li “Portési” (2007). Opere queste, dove al centro c’è sempre la città di Civitanova Marche colma di turismo, arte, inebrianti sapori, popolata da una vasta comunità multietnica. Dire Civitanova Marche o “Citanò”, nell’idioma dialettale locale, vuol dire sopratutto mare e porto, con la sua millenaria storia fatta di rapporti commerciali e con la sua storia moderna, imbevuta da rievocazioni marittimo-culinarie e culturali.

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Il poeta civitanovese Sandro Bella in uno scatto durante la sua pluridecennale attività di barbiere

Un’opera, quella del 1988, dedicata sì al porto di Civitanova Marche, ma il porto marittimo fa da scenografia anche ad altri temi. Un primo tema riguarda il porto marittimo dalle origine Picene e Romane, che nel passato viveva di pesca, mercato ittico e ambulanti che sostavano con le loro mercanzie e che oggi vive sì con la pesca, ma anche con fabbriche di vario tipo ad esso vicine.

Un secondo tema riguarda il vento d’estate, inteso dal poeta come un dolce e chimerico sospiro che ci conduce in fantasiosi universi, immersi nella pace e nella gioia.

Libro-na-Storia-na-Citta-Vicende-Civitanovesi.jpgUn terzo tema riguarda un intimo ricordo e, più nel dettaglio, quello legato alla figura di suo padre. La figura paterna è ricordata come un uomo colmo di nobiltà d’animo, profondo ossequio verso gli altri e, in una parola sola, come esempio virtuoso di vita.   

Nell’altra sua opera citata, pubblicata nel 2007, ritroviamo arcane sapienze marittime ormai dimenticate, arcaiche parole dialettali, il difficile e doloroso legame dell’Uomo con il mare e tanto altro ancora. In particolar modo leggiamo poesie in cui i marinai e i pescatori sono concepiti dal poeta civitanovese come dei moderni menestrelli e cantastorie che ricordano le loro avventurose battute di pesca con le loro lancette che, fra intemperie e tempeste, sfidavano dio Nettuno.

 Un’opera, infine, che tratta in versi anche la figura della donna, vista dal poeta come un’immensa Madre Universale che domina il mondo intero con la sua magica eloquenza dialogativa, il suo tenace spirito da guerriera, il suo amore dolce e la sua fraterna compassione.     

 STEFANO BARDI

Chiaravalle, lì 15/10/2018

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

“Pasolini e il ’68”: un convegno internazionale al Centro Culturale “Enrico Berlinguer” (Roma) dal 29 al 31 ottobre per ricordare e approfondire uno degli intellettuali più scomodi

Siamo a cinquant’anni dal ’68, l’anno delle contestazioni studentesche, delle lotte ideologiche e politiche, degli stravolgimenti sociali.

Il 2 novembre 2018 ricorre il quarantatreesimo anniversario dalla morte di Pier Paolo Pasolini. In tutta Italia è fitto il calendario di eventi per rendere omaggio al poeta friulano, assassinato a Ostia il 2 novembre 1975. Numerose anche le iniziative editoriali che nel corso degli anni sono nate per rilegge e ricordare il celebre poeta di borgata; tra di queste va ricordata l’antologia “Pier Paolo Pasolini: il poeta civile delle borgate. A quaranta anni dall’assassinio” a cura di Michela Zanarella e Lorenzo Spurio per i tipi di PoetiKanten Edizioni di Firenze nel 2016. Il volume raccoglie una quantità pregevole di testi poetici, narrativi e di indagine critica atti a rileggere e approfondire l’opera o l’esistenza travagliata di Pasolini.

L’equivoca poesia “Il Pci ai giovani” che rievoca gli scontri tra gli studenti e la polizia a Valle Giulia a Roma è ancora oggi simbolo di rivoluzione. Ed è proprio nella periferia romana, tanto amata e raccontata da Pasolini, che si terrà il convegno internazionale ‘Pasolini e il’68’.

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Pier Paolo Pasolini

Dal 29 al 31 ottobre 2018 al Centro Culturale Enrico Berlinguer, in viale Opita Oppio 24, nel quartiere Quadraro, tre giorni di incontri, mostre, presentazioni di libri, proiezioni, canzoni romane, poesie dedicati alla figura di uno tra gli intellettuali più importarti ed eclettici del Novecento.

L’iniziativa è ideata e promossa da EMUI EuroMed University in collaborazione con il Centro Culturale Enrico Berlinguer, Cineteca di Bologna, Centro Studi Pier Paolo Pasolini Casarsa della Delizia, Fondo Pasolini Roma e Associazione Culturale Arco di Giano.

 

Si inizia lunedì 29 ottobre con i saluti del Presidente del Centro Culturale Enrico Berlinguer, Claudio Siena, e i saluti del Presidente di EMUI, il prof. Romàn Reyes, proseguendo con alcuni cenni sul quartiere di Ivano Di Carlo, poi la mostra fotografica “Pasolini e il Vangelo secondo Matteo” di Domenico Notarangelo e la mostra pittorica dell’artista spagnolo Antonio Camarò.

Per il teatro “Scartafaccio liturgie pasoliniane” di Giuseppe Lorin, spettacolo vincitore al 4° Festival Pasolini a Soriano al Cimino, con Paolo Matteucci, Michela Zanarella, Giuseppe Lorin, e musiche alla fisarmonica del M° Gianni Mirizzi.

Segue la proiezione del film “La macchinazione” di David Grieco, che ripercorre gli ultimi tre mesi di vita di Pasolini e affronta l’omicidio, di cui restano ancora molti interrogativi irrisolti.

La declamazione di un estratto dell’articolo “Il romanzo delle stragi” di Pasolini a cura di Silvio Parrello è a quadro conclusivo dell’incontro.

Martedì 30 ottobre la presentazione dei libri “Diario di un provocatore. Dov`é andato ora Pasolini” e “Critical Dictionary of Social Sciences: Pier Paolo Pasolini”, di Roman Reyes, l’intervento di Roberto Chiesi “Teorema e Porcile: utopia e distopia negli acquari borghesi”, segue la relazione del prof. Giampaolo Borghello “Una fame di storia e di speranza: Fortini per/contro Pasolini”, e il prof. Angelo Fàvaro con “Il proletariato che si chiama artista, il ’68 e Moravia l’incompreso“. Si chiude con la presentazione del libro “La Roma di Pasolini. Dizionario urbano” di Dario Pontuale, Nova Delphi.

gMercoledì 31 ottobre: una visita storico-culturale nel quartiere Quadraro, la presentazione del libro “Com’erano i ragazzi di vita” di Michela Zanarella, EuroMed Editions, Pasolini e la canzone romana con Corrado Amici e le poesie recitate da Silvio Parrello.

A conclusione una breve storia di EMUI EuroMed University a cura di Paloma Criado e la proiezione del video “Il PCI ai giovani!”.  Una serie di appuntamenti tra cultura, storia e valorizzazione del territorio per conoscere i luoghi tanto amati da Pasolini.

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Il programma: http://www.pierpaolopasolini.net/2018/programma.html

Per info e contatti: international@emui.eu

Una società diversa: ricordi di una Trapani trascorsa, viva nel ricordo fulgido e costante. Recensione di “Spigolature” di Vittorio Sartarelli

A cura di Lorenzo Spurio

Vittorio Sartarelli è nato a Trapani nel 1937 da una modesta famiglia. Ha seguito studi umanistici e poi si è laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo. Nel 1958 venne assunto dal settimanale politico trapanese “Il Faro” dove operò a diverso titolo per quattro anni. Nello stesso periodo collaborò anche con altre testate sino a che nel 1963 venne assunto in un istituto di credito dove è rimasto sino alla data del suo pensionamento.

Come autore ha esordito nel 2000; scrittore attento al dettaglio, insaziabile pittore di vicende vissute e nostalgico nel recupero di memorie che hanno contrassegnato i suoi anni passati, Sartarelli si mostra versatile per i suoi interessi verso la prosa autobiografica, memorialistica e descrittiva con particolare attenzione anche alla descrizione degli ambienti nei quali si percepisce l’attaccamento per Trapani e le affascinanti manifestazioni etno-culturali della sua terra.

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Uno scorcio della città di Trapani

Tra le varie pubblicazioni si segnalano “Territorio e motori” (2006), un volume tascabile, una sorta di guida con informazioni sugli aspetti storico-culturali, tradizionali della capoluogo siculo in cui è nato con particolare attenzione anche allo sport. Allo sport, in particolare, Sartarelli è stato legato, in modi e in età diverse sia con il ciclismo (di cui era molto affascinato in età giovanile rimanendo affascinato da Bartali) che dall’automobilismo, seguendo la capacità meccanica e creativa del padre, meccanico arguto, che nel 1951, dopo aver creato un auto da corsa fiammante, “vinse nella sua categoria la XXXVI Targa Florio, classificandosi anche sesto assoluto nella classifica generale” (90). Quest’ultima vicenda è contenuta in particolar modo nel volume “Francesco Sartarelli” (2000) da lui definita la “biografia di un campione trapanese degli anni ‘50” ma se ne parla abbondantemente anche nel racconto “Mio padre” presente in “Spigolature” nel quale l’autore traccia la vicenda esistenziale del genitore paterno ripercorrendo alcuni degli episodi d’affetto più incisivi che li hanno visti legati sino al sopraggiungere della malattia del padre che l’autore percepisce come una “mutilazione” (91) parlandone in questi termini: “Esisteva ancora, era vicino a me ma, era diventato un’altra persona, lontana anni luce da quella che mi aveva seguito con affetto paterno e condividente durante la mia vita, il faro che costituiva per me un punto di riferimento e di orientamento costante si era spento” (91).

Il sentimento di comunione, il fascino e la completa sintonia con il contesto ambientale, sempre ben radicato nelle sue narrazioni, sono meglio esaltati in “Cara Trapani” (2007) che si configura come una sorta di almanacco dotto e utile, ricco di informazioni e nutrito di ricerca bibliografica, frutto della volontà di contenere in un libro elementi di storia, etnologia e tradizioni della sua magica città. Chiaramente non si tratta di una prosa fredda e clinica, atta a descrivere storicamente con un linguaggio critico e umanamente impassibile, al contrario nell’elencazione arguta delle nozioni storiche, geografiche, culturali è unita in maniera indissolubile una carica viva e spontanea che sgorga dal sentimento coinvolto.

Quella di Sartarelli è così sia una narrativa documentaristica (le branche del sapere che lo coinvolgono sono varie, dalla scienza all’enologia, dalla storia all’archeologia e mai coniugate tra loro con forza o in maniera improvvisa) e al contempo una prosa personale, intima, familiare, ricca di aneddoti personali, vicende proprie, memorie di momenti vissuti con parenti o di incontri, come quello con lo zio d’America, contenuto nel volume “Spigolature” (2017), una prosa che, per certi versi, fa ricordare il Sciascia narratore degli esordi.

Altre opere dell’autore sono “I racconti del cuore” (2008), un saggio di carattere sociologico “La famiglia, oggi” (2009) e un excursus dell’intero periodo lavorativo in “Memorie di un bancario” (2009).[1] Vittorio Sartarelli è anche blogger, recensore di critica letteraria, saggista. Nel volume antologico sulla poesia e cultura siciliana curato dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi che uscirà il prossimo anno l’autore ha collaborato con una recensione-documento all’opera nel dialetto locale “Petri senza tempu” del poeta trapanese Nino Barone. Collaboratore di vari giornali e riviste di cultura e letteratura tra cui “Il Salotto Letterario” (Torino), “Progetto Babele”, “Euterpe”, “Il Club degli Autori”, è risultato vincitore in numerosi premi letterari nazionali ottenendo premi da podio, premi speciali, menzioni e altri riconoscimenti che ne attestano le indiscusse capacità letterarie e comunicative. È accademico dell’Accademia Internazionale “Il Convivio” di Catania e Socio ordinario dell’Ass. Culturale Euterpe di Jesi (AN).

A spiegare il titolo della raccolta “Spigolature” (Elison Publishing, Lecce, 2017) è lo stesso autore che, nella presentazione al libro, così scrive: “Spigolare chiarisce la sua definizione come un’azione antica […] di raccogliere ogni spiga rimasta sul terreno dopo la mietitura per cui ogni singola spiga di grano poteva fare la differenza; […] spigolare può avere anche un significato che ai più appare recondito, ma che è ormai entrato nel comune linguaggio culturale, come raccolta o scelta privilegiata di concetti” (3). Dunque un volume che raccoglie una crestomazia di testi, un florilegio particolare, una selezione particolarmente significativa per l’autore, dunque non un semplice compendio che agglutina la produzione, ma un testo che propone una scelta ponderata e motivata dei componenti che lo contraddistinguono, nella sua totalità, come opera unica e compatta.

9788869631405_p0_v1_s550x406.jpg“Spigolature” – “libro eclettico”[2] – si compone di una serie di racconti di diversa lunghezza nei quali l’autore rievoca momenti particolari della sua storia passata, spesso è una semplice immagine, come quella del mare nell’omonimo racconto, a riallacciare al passato: l’autore ci racconta del rapporto di amore-odio verso il mare e ce ne spiega le ragioni e, a seguire, con evidente orgoglio della sua sicilianità, passa in rassegna agli aspetti più tipicizzanti della città natìa di Trapani: da narrazione biografica[3] si passa così, senza cesure nette, a una prosa scientifica, di documentazione storica e sociale quando ci parla delle saline e delle tonnare, particolarmente presenti nella zona di Trapani (visitai qualche anno fa la Salina di Paceco e ne conservo uno splendido ricordo e, sull’isola di Favignana, la guida ci spiegò che la tonnara lì presente aveva smesso da anni di funzionare ma che una volta l’attività era frenetica e determinante per l’intera economia dell’isola). Respiriamo, leggendo queste pagine di Sartarelli, un’aria a noi diversa, che è quella calda e speziata della terra di Sicilia. Emanuela Riverso nella sua recensione a “Cara Trapani” dell’autore ha osservato questa capacità di Sartarelli di dar sapore e colore, anche sulla carta, ai suoi amati spazi toponomastici: “Il racconto della storia e dei luoghi di Trapani si fonde con le suggestioni personali dei mille ricordi legati alla città […] Il raccontare la città si identifica con il raccontare se stesso. […] Trapani nel corso della storia, dalle origini ai giorni nostri e destano molta attenzione anche le pagine più personali, lì dove ci si accorge che il racconto di una città non può essere disgiunto dal racconto della vita di chi la abita e la vive”.[4]

La narrazione si presta anche come fine documento storico nei tanti rimandi alle varie fasi di buio e di sviluppo della nostra nazione dall’età della Ricostruzione, che fa seguito al secondo conflitto bellico di cui Sartarelli parla nel racconto “La maestra della Scuola Elementare”, alla venuta dello “zio d’America” nel 1947 dopo un lungo periodo nel quale a causa delle “operazioni belliche non era stato possibile comunicare” (40) porta in Sicilia il progresso americano rappresentato dai nuovi beni di consumo quale la cioccolata, il chewing-gum e altri beni d’utilizzo per la famiglia. Dello zio d’America l’autore ha un ricordo duplice: grande gioia e aspettativa prima della sua venuta e curiosità di conoscere il parente che vive e ha costruito una sua famiglia dall’altra parte del mondo e, di contro, un uomo leggermente freddo, ormai avulso da quella realtà di provincia siciliana che, decenni prima, l’aveva visto nascere. L’autore così riflette: “Non riuscivo a comprendere, tuttavia, come mai uno zio che, per trenta anni era rimasto lontano dal suo Paese e dall’affetto dei suoi cari, una volta ritornato tra loro, non riuscisse a manifestare almeno esteriormente una maggiore affettuosità” (43).

Sempre a livello storico e proseguendo in forma cronologica, Sartarelli dedica un intero capitolo, o racconto, a “Quei favolosi anni ‘60” nei quali ci parla del rinato clima di benessere a seguito del boom economico che permetterà per un periodo una vita migliore, anche grazie a misure di sostegno giunte, a conclusione della seconda guerra mondiale, da parte degli Usa. È il periodo del cosiddetto “miracolo economico” nel quale l’Italia sembra incanalarsi verso una stagione diversa e, sulle ceneri di una ricostruzione lunga e non priva di un malcontento psicologico, si proietta verso un futuro pregno di nuova speranza. Arrivano così gli elettrodomestici quali il frigorifero e, per la prima volta viene introdotta la televisione, mezzo di comunicazione e svago, ma anche collante sociale che ha, tra le sue primarie funzioni, quella di permettere una standardizzazione della lingua ufficiale italiana incentivando, dunque, anche il sentimento di coesione nazionale. La televisione, come osserva l’autore, “avrebbe trasformato oltre che la cultura italica, anche le tendenze e il modo di pensare, avrebbe sicuramente modificato il sistema di vita delle famiglie” (55).

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L’autore, Vittorio Sartarelli

Ci sono pagine amare nel ricordo di vicende antipatiche come la rottura dell’amicizia con un ragazzo da sempre considerato un buon compagno, di vero dolore nell’apprensione che si nutre dinanzi al tremendo terremoto del Belice nel gennaio del 1968 dal nostro ricordato nel brano dal titolo “Quando la Terra trema” e dell’infarto subito in periodo più recente, qualche anno fa, del quale Sartarelli ci trasmette una cronaca puntualissima. C’è poi il mondo del lavoro, come funzionario in un istituto di credito, del quale si è accennato in precedenza e di cui ha avuto modo di parlare ampiamente in un’altra precedente pubblicazione. Nel racconto “L’Onorevole” contenuto in “Spigolature” ci narra, grazie a un sistema di consigli e raccomandazioni tra uomini influenti diffuso ancora oggi, della sua possibilità di accedere a un colloquio di lavoro che poi gli avrebbe consentito di lavorare in quella stessa sfera per molti anni sino al pensionamento. L’autore, senza riserbo alcuno con la finalità di non macchiare quel realismo onesto di cui è peculiare esponente, scrive: “La politica quindi, grazie alla raccomandazione, esercitava una nobile funzione sociale, favorendo il benessere e il miglioramento economico e sociale delle famiglie” (67) mettendoci al corrente di un sistema diffuso di mutuo sostegno e di ‘piaceri’, di collaborazione e influenze tra “poteri”, diffusa e consentita, ma che, com’è questo il caso, ha dato frutti preziosi rappresentato dall’encomiabile impegno professionale e dedizione di Sartarelli nel suo lavoro.

Se in “Spigolature” Sartarelli ha raccolto “il grano migliore” della sua produzione, i suoi progetti non terminano qui e, forse un po’ più ambiziosi, si spingono oltre nell’arrivare a pubblicare un volume unico, una sorta di opera-omnia o, comunque una pubblicazione che, ordinatamente e in forma completa, contenga tutta la sua intera attività scrittoria, di narrativa breve, romanzi, articoli, saggistica, recensioni e quant’altro. Così, in un’intervista rilasciata a “Recensione Libro.it” ha osservato: “Ho allo studio la realizzazione della raccolta di tutte le mie opere che vorrei lasciare come ultima testimonianza della mia attività letteraria, ma è ancora presto per poterne parlare e scrivere in modo definitivo”. Dette opere, la cui ideazione nasce da motivi sempre pregevoli che mostrano una grande concretezza dell’uomo che le propone, spesso sono poco attuative non perché tecnicamente difficili o azzardate ma semplicemente perché è preferibile scrivere all’istante, la vita d’oggi o ciò che essa riflette del passato, badando – nella stessa vividezza che sostiene l’autore – al dedicare attenzione a ciò che ha per noi senso. Difficile concepire un’opera completa e finale quando ancora – com’è il caso di Vittorio Sartarelli – c’è ancora tanto da raccontare ed esprimersi, narrare e studiare, affrontare indagini, ricercare il senso delle cose e di sé, in quell’ambiente folto di pensieri e custode di dolci melodie di età andate, nel materiale, eppure ancora così vive.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 15/10/2018

 

NOTE

[1] La recensionista Nicla Morletti sottolinea lo spettro meno felice di sentimenti provati dall’autore (sofferenza e delusione, finanche scoramento e insoddisfazione) in relazione ad alcune vicende accadute, nel corso degli anni, sul suo luogo di lavoro scrivendo che lì “Emergono la malvagità, la cattiveria, la superbia, la sete di denaro, l’arrivismo e la prevaricazione da parte di altre persone”, in Nicla Morletti, “Vittorio Sartarelli: 35 anni da bancario”, «Il Molinello».

[2]  Così viene definito nella breve recensione dal titolo “Di cosa parla il libro “Spigolature” di Vittorio Sartarelli” apparsa in internet sul sito «Recensione Libro». Lo stesso autore, in un’intervista concessa dallo stesso sito citato, ha definito “Spigolature” in questi termini: “uno Zibaldone, un revival, un vademècum”.

[3] L’autore in un’intervista rilasciata al sito «Il Giallista» ha confessato al riguardo: “Non ho bisogno di ispirazione artistiche per i miei scritti ma solo ricordi reali e i miei libri non hanno trame inventate o romanzate ma solo descrizioni di realtà avvenute, in un passato prossimo o purtroppo, ormai remoto ma vero e non inventato”, in “Intervista a Vittorio Sartarelli, autore di “Spigolature”, «Il Giallista», 9 Gennaio 2018.

[4]  Emanuela Riverso, “Vittorio Sartarelli e la sua cara Trapani…”, «Luoghi d’Autore», 8 Gennaio 2015.

 

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“All’aurora”, poesia di Emanuele Marcuccio, con un commento critico di Lucia Bonanni

“All’aurora”

Poesia di Emanuele Marcuccio 

 

e l’aria è serena

all’aurora

 

e fischi

e frulli di ali

 

e passi

e passano veloci

 

e canti

 

trasvolano

 

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Porto Empedocle – Elaborazione grafica di Lucia Bonanni

Commento critico di Lucia Bonanni

L’aurora è il fenomeno luminoso, visibile nell’atmosfera che segue il bianco diafano del cielo e precede il sorgere del sole. La luce aurorale spunta ad oriente e si distingue per le tinte purpuree, dovute alla rifrazione dei raggi solari che ancora si trovano sotto la linea dell’orizzonte. E, se “Ogni alba ha i suoi dubbi” come scrive Alda Merini, sembra normale poter inebriare lo spirito con la vividezza dell’aurora, invece è una grazia poter osservare il levarsi del sole quando ancora “le stelle vacillano”. Per questo presso il popolo Navajo si insegnava ai bambini che il sole che sorge è sempre un sole diverso, un sole nuovo, che al crepuscolo muore e non farà più ritorno per cui occorre vivere la propria vita  in modo che nessuna aurora sia inutile e il sole non abbia sprecato il proprio giorno.

La lirica di Marcuccio “All’aurora” insieme all’aura tipica del dinamismo atmosferico evoca un tipo di auroralità che svela suggestioni liriche di eternità e mistero ed è allusiva per atteggiamenti di profonda spiritualità. La poesia del Nostro si compone di versi assai concisi, disposti in tre distici iniziali, separati da spazi bianchi come lo sono i due versi finali. I distici sono costituiti da frasi nominali, sorrette dal predicato verbale “trasvolare” dell’ultimo verso e dal predicato nominale “è serena” del primo verso. Oltre agli spazi bianchi che interrompono la lettura per offrire momenti di riflessione, impalcatura pregnante di tutto il componimento è l’anafora “e” che conferisce un ritmo cadenzato alla poesia e assume valore di accumulazione in quanto l’aurora si configura come un insieme addizionale di fenomeni e accadimenti. Sono i primi due versi a conferire una valida interpretazione di senso mentre l’espressione “e l’aria è serena” porge al lettore una visione di quieta amenità quasi egli fosse, proprio come scrive Baudelaire, un pacifico flâneur, un gentiluomo che si sofferma e indugia davanti ad un paesaggio da cui trae emozioni e tutti i benefici derivati da quella vista. È la congiunzione “e”, posta all’inizio del verso, a rafforzare il sentimento di quiete che si respira in quel momento mentre il risveglio del giorno è annunciato da elementi naturali e antropici. I versi “e fischi/ e frulli di ali” lasciano immaginare gli alberi di un giardino oppure quelli di un parco quale ad esempio potrebbe essere quello della Favorita a Palermo ovvero di un ambiente boschivo con intrecci di fronde a proteggere i nidi che accolgono varie specie di volatili. Poi, al sorgere del sole con il loro verso e il frullare delle ali i piumati svegliano tutto il vicinato e nel folto dei rami prende avvio un nuovo giorno come pure inizia nella realtà degli umani. Sulle viottole di campagna, sulle strade di paese e le vie cittadine si sente il battere dei passi che, diretti verso varie occupazioni, “passano veloci”; si percepisce in queste parole la fatica del lavoro e in circolarità temporale vi si coglie l’eco della poesia leopardiana, narrante la fine della giornata come accade in “La sera del dì di festa” e “Il sabato del villaggio”.

La menzione al canto nel verso “e canti” fa ascoltare quello delle lavandaie, dell’ortolano ambulante, dei mietitori, dell’artigiano che lavora nell’officina, delle donne che raccolgono l’acqua, ma anche quello dei fanciulli, intenti nei loro giochi. Le attività umane sono agite su un piano evocativo, simile e parallelo a quello della Natura dove il tramestio del lavoro si esplica nella cura della prole con la ricerca di semi e piccoli residui per la costruzione dei nidi. Alla fine della giornata tutto trasvola, tutto traguarda la luce del giorno, lasciando posto alla notte che di nuovo e ancora annuncerà il chiarore dell’alba e il rossore dell’aurora.

Nella lirica di Marcuccio il verbo “trasvolare” nell’accezione di volare da un posto all’altro, passare da un argomento all’altro, attraversare un territorio, passare velocemente, tralasciare con esplicito richiamo al superamento della fatica e del mutare del ciclo giornaliero e alle incognite che la notte porta con sé; però, in una diversa interpretazione di senso il verbo “trasvolare” può indicare anche i passaggi di ordine spirituale, sorti all’interno della mente e dell’animo ed è quanto si intuisce, leggendo la lirica. La limpidezza semantica del componimento nel valore concreto della parola equivale a quella sfumatura di salmodia, intonata su valori metrici rinnovati che riescono a trasfigurare le varianti strutturali della poesia marcucciana. Il mutamento formale non altera l’attenta disamina dei contenuti e neppure trascura di partecipare la fertile e policroma produzione dei classici. Assorto nel proprio sentire, Marcuccio con versi concisi, schematici, brevi ed essenziali attua una sinossi di ricapitolazione in cui l’esposizione scritta si esprime in forma sistematica e specifica significati ed elementi concettuali.[1]

Nella sua ispirazione e creatività poetica niente è lasciato al caso e nei suoi versi sempre si riscontra nobiltà d’animo mentre nei dati sensoriali sbocciano quelli che sono gli elementi elettivi delle sue letture, concatenati in perfetto equilibrio con le scritture intramontabili della tradizione letteraria. Ecco allora che il componimento del Nostro evoca e richiama la metafora onomatopeica come nella poesia “L’assiuolo” di Pascoli, “sentivo il cullare del mare,/ sentivo un fru fru tra le fratte”, quella immedesimativa e prospettica come in “Traversando la Maremma toscana” di Carducci, “pace dicono al cuor le tue colline/ e il verde piano/ ridente ne le piogge mattutine”, nonché quella filosofica di Leopardi, “passero solitario, alla campagna/ cantando vai finché non more il giorno” (“Il passero solitario”), nonché quella concettuale della Dickinson, “A tutti è dovuto il Mattino/ ad alcuni la Notte./ A solo pochi eletti/ la luce dell’Aurora” (“A tutti è dovuto”).

E la poesia di Marcuccio è senza dubbio per pochi eletti, una nuova Aurora che risveglia lo spirito e inebria i sensi di vera bellezza. Un tipo di poiesi che di primo acchito può apparire scarna e non sempre godibile, ma che al contrario è densa di belle e appropriate figure retoriche, immagini grandemente evocative, una musicalità edotta ed un’espressione delicata e suadente che conduce il lettore ad esplorare le terre nuove del proprio animo, maturando nuove sensazioni, forti emozioni e sentimenti sinceri.

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve (FI), 22 agosto 2017

 

[1] A questo proposito, voglio ricordare l’occasione ispiratrice di “All’aurora”, riportando le stesse parole dell’autore in una mail di qualche giorno fa: «La poesia la scrissi dopo un risveglio notturno, era il diciannove marzo, intorno alle 4,30 del mattino e sentivo gli uccelli cantare, mi svegliò l’ispirazione riuscendo a ricapitolare in versi quel canto che si può sentire sul presto al mattino; partì così la sintesi immedesimativa, come se mi trovassi in un parco o in un giardino, all’aurora».

 

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Lorena Di Bitonto esce con la sillog poetica “Candori poetici”

Candori poetici_coverNel mese di settembre 2018 è uscita l’opera prima di Lorena Di Bitonto Candori Poetici (Youcanprint Edizioni). Curatori d’opera sono Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio mentre l’impaginazione e adattamento di copertina sono a cura di Gioia Lomasti e Marcello Lombardo. Nel volume sono contenuti pensieri liberi, emozioni autentiche che si svincolano dal quotidiano per raggiungere un universo altro, poetico e sublime.

L’autrice, Lorena Bitonto, è nata in provincia di Bari nel 1977.  Ha studiato Lingue Straniere all’università di Bari e poi Cooperazione Internazionale e Diritti Umani all’università Roma Tre. Si è trasferita in Inghilterra dove attualmente lavora nel settore viaggi. L’autrice è particolarmente innamorata alla letteratura e alla poesia, legge poeti romantici e simbolisti, spesso fonte d’ispirazione nella scrittura delle sue poesie. Studia recitazione e sta approfondendo il metodo Meisner, tecnica basata sul “senso del vero” e sull’importanza degli impulsi nel lavoro della recitazione. Ama viaggiare, visitare il mondo, esplorare differenti culture e tradizioni.

Gabriella Cinti: la presentazione del libro “Madre del respiro” a Jesi il 20 ottobre

Nel libro, il dialogo con le divinità greche e il canto dell’antico

Sabato 20 ottobre alle ore 17:30 presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Corso Matteotti n°19) si terrà l’attesa presentazione al pubblico del libro “Madre del respiro” (Moretti & Vitali, 2017) della poetessa e performer jesina Gabriella Cinti.

L’iniziativa, organizzata dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, verrà introdotta e presentata dalla poetessa Michela Tombi. Durante l’evento, nel quale la Cinti interpreterà brani poetici del suo libro, si terrà anche un intervento del filosofo Valtero Curzi.

Nel volume “Madre del respiro” la poetessa si affida a un immaginario ancora memore del giardino edenico. In esso vive la magia rivelatrice di ciò che è realmente ed essenzialmente iniziale. Il suo volume è da intendere come forza della vita, come spazio che le macchine non possono soffocare.

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Chi è l’autrice?

Gabriella Cinti, in arte “Mystis”, è poetessa, saggista, scrittrice e performer. La sua attività poetica si è ben coniugata, nel corso degli anni, alla sua volontà di “vivere i testi antichi nel suono della parola e nella scrittura”. Da diversi anni si occupa di poesia, mitografia, antropologia e archeologia delle lingue europee e soprattutto di poesia greca antica di cui è stata voce in varie manifestazioni artistiche o teatrali quali “Festivalia nella Marca” (2006) e più recentemente a “Senigallia Sotterranea” (2017) e “MythosLogos” a Lerici (2017).

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La poetessa e performer Gabriella Cinti

Del ricchissimo curriculum letterario della Cinti citiamo le altre sue pubblicazioni poetiche: “Suite per la parola” (2008), “Il canto di Saffo-Musicalità e pensiero mitico nei lirici greci” (2010), “Euridice è Orfeo” (2016). Alcune sue poesie sono presenti su riviste; ha pubblicato, inoltre, numerosi saggi per riviste specializzate tra le quali “Mosaico”, edita a Rio de Janeiro dalle università del Brasile. Tutti i suoi lavori sono stati meritevoli di premi e riconoscimenti in concorsi letterari e internazionali tra i quali: Premio Nabokov, Premio Albero Andronico, Premio Città di Cattolica, Premio al “Cinque Terre-Golfo dei Poeti”. Recentemente ha vinto il Premio “Ascoltando i Silenzi del Mare-Isola d’Elba” con la silloge “La lingua del sorriso: poema da viaggio”, di prossima pubblicazione.

 

INFO:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327-5914963

“Dal profondo del cuore. Diario ed esilio di un cardiochirurgo” di Ciro Campanella – segnalazione volume

“Dal profondo del cuore. Diario ed esilio di un cardiochirurgo” di Ciro Campanella, Di Renzo Editore, 2017

 

I_COP_Campanella_200dpiSinossi:

“La sicurezza non deriva dal posto, ma da qualcosa che nasce in se stessi: dalla consapevolezza di conoscere il proprio lavoro. Questa consapevolezza del conoscere e conoscersi crea una libertà pratica ed emotiva, che ti permette di muoverti nel mondo – attraverso diversi paesi – semplicemente facendo quello che sai fare. Insomma, tutto il contrario del posto sicuro, che ti rende invece prigioniero e ti lega nelle tue aspirazioni di andare altrove”. Un libro che con la sua franchezza arriva al cuore del problema: non si può fare il medico pensando ad altro che non sia il paziente; la politica e la medicina sono mondi avversi, con finalità opposte; la burocrazia uccide l’etica. Luci e ombre di una difficile missione: salvare vite.

L’autore:

Ciro Campanella è un cardiochirurgo di fama internazionale. Allievo di Christiaan Barnard, ha diretto per quasi trent’anni l’unità cardiochirurgica della Royal Infirmary di Edimburgo e ha operato, formando generazioni di nuovi chirurghi, in tutto il mondo. È tra i 20 cardiochirurghi più quotati a livello internazionale e a lui si deve l’attuazione di alcune nuove tecniche in chirurgia cardiaca mini-invasiva, oggi ampiamente diffuse. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli ha conferito l’Ordine di Commendatore per alti meriti scientifici. Poi un giorno Campanella ha deciso di tornare in Italia. E se ne è pentito.

 

A Pesaro l’attesa presentazione dell’ “Omaggio in versi” all’unica regione plurale a cura di B. Mohorovich

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Nei mesi scorsi il poeta Bruno Mohorovich ha lanciato l’idea di raccogliere in un volume unico una serie di poesie scritte da autori diversi che, in qualche modo, parlassero, evocassero l’unica regione plurale, le Marche. L’iniziativa ha subito trovato il sostegno concreto di Bertoni Editore di Perugia che, proprio in questi giorni, l’ha data alle stampe.

L’obiettivo, come ha spiegato lo stesso curatore in una nota diffusa dalla casa editrice, è stato quello di “Restituire atmosfere antiche, arie di borghi e contrade con i loro profumi e le loro tradizioni e luoghi di ritrovo che il tempo ha cancellato, dissolto; far rivivere con lo sguardo  i verdeggianti colli e l’inquieto mare ed evocare attimi d’una vita, quando questa era fatta di semplici ed essenziali gesti: un incontro, un saluto, il ritrovarsi nella piazzetta o assolvere ad una comune preghiera”.

In questa maniera il poeta e critico letterario Mohorovich, ideatore e curatore del volume, ha chiamato a raccolta attorno a un ideale intento partecipativo i poeti che amano le Marche,  che qui vivono e lavorano o che l’hanno visitata e apprezzata. E’ nato, così, il nutrito volume (57 autori per l’esattezza) dell’antologia dal titolo Marche. Omaggio in versi, curato con la poetessa Elisa Piana.

L’ampia prefazione che introduce alle numerose voci, in lingua e in dialetto, di un gran numero di poeti nostrani sparsi nei vari territori di Marca, è firmata da Lorenzo Spurio, poeta e critico letterario jesino che da anni segue con entusiasmo e costanza l’universo poetico regionale mediante iniziative culturali, convegni e presentazioni di poeti. Nel 2016 Spurio, con un procedimento leggermente diverso da Mohorovich, produsse, dopo tre anni di lavoro, un’opera in due volumi presentata nei maggiori centri della Regione. Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) fu seguita poi da una sua raccolta di scritti critici su poeti e altri intelletuali marchigiani: Scritti marchigiani, appunto, che, nel sottotitolo recitava Istantanee e diapositive letterarie (Le Mezzelane, Santa Maria Nuova, 2017). Spurio, nella sua nota di prefazione all’antologia di Mohorovich, va rintracciando la genealogia di pubblicazioni simili nel corso dei decenni nella nostra Regione focalizzandosi poi su alcune tematiche o motivi topici che, nei vari testi poetici, ritornano. 

La prima presentazione dell’Omaggio in versi avrà luogo a Pesaro presso la Sala del Consiglio Comunale il prossimo 19 ottobre alle ore 17:30. All’iniziativa, patrocinata dal Comune di Pesaro, dalla Provincia di Pesaro-Urbino, dal Consiglio Regionale delle Marche, dalla Pro Loco di Candelara e dal Quartiere 3, interverranno  l’editore Jean Luc Bertoni, che consegnerà un Premio “alla carriera”  al Maestro Mario Logli , artista che si è eletto ambasciatore della civiltà urbinate nel mondo attraverso la sua poetica artistica; i curatori del volume Bruno Mohorovich ed Elisa Piana, il prefattore Lorenzo Spurio che nel suo testo critico a preambolo ha scritto  “un’antologia di brani che parlano delle Marche, vale a dire che abbiano da dire qualcosa sulla regione, da raccontarla, da individuarne alcun carattere distintivo. […] Questa non è una raccolta di poeti marchigiani strettamente intesa ma una raccolta di episodi, immagini, personaggi, colori, ricordi e tanto altro ancora relativo alle Marche. Omaggio alle Marche dunque: difatti varie poesie sono in forma di ringraziamento, altre esaltano i contesti urbani ai quali il poeta è particolarmente attaccato, altre ancora sono degli inni, odi di riconoscenza, canti meravigliati dinanzi a tanta beltà e ricchezza.” Alla presentazione prenderà parte anche Lorenzo Fattori, Presidente dell’AIIA (Accademia Internazionale Incisione Artistica) in rappresentanza dell’Accademia che ha collaborato al volume arrichendolo per mezzo delle loro opere e dell’artista Mara Pianosi.

INFO:

Luca Bertoni Editore – Perugia

Tel. (+39) 329-8881111 – info@bertonieditore.com 

 

ALCUNE FOTO DELL’EVENTO

 

 

“Il ‘libbro’ di Gianni Rodari”: l’antologia per rileggere lo scrittore lombardo

STILE EUTERPE VOL.4
“IL ‘LIBBRO’ DI GIANNI RODARI”
Raccolta tematica organizzata dall’Ass. Culturale Euterpe

!!!! Speciale partecipazione ai minori con favole, fiabe, novelle, piccoli racconti, ninne nanne, scioglilingua, filastrocche, storie raccontate”

Un «libbro» con due b sarà
Soltanto un libro più pesante degli altri,
o un libro sbagliato,
o un libro specialissimo? 

Il redattore della rivista di letteratura online “Euterpe” Martino Ciano ha ideato il progetto Stile Euterpe – Antologia tematica per una nuova cultura, volto a rileggere, riscoprire e approfondire mediante opere di produzione propria (racconti, poesie, articoli, saggi e critiche letterarie) un intellettuale di prim’ordine del panorama culturale italiano del Secolo scorso.

I volumi già editi sono:
– AA.VV., Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà, a cura di Martino CianoPoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2015, 124 pp., ISBN: 9788894038859.
– AA.VV., Aldo Palazzeschi, il crepuscolare, l’avanguardista, l’ironico, a cura di Martino CianoLorenzo SpurioLuigi Pio CarminaPoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016, pp. 212, ISBN: 9788899325275.
La selezione di materiali per il terzo volume, Elsa Morante, rivoluzionaria narratrice del non tempo, a cura di Valentina Meloni nel 2017 non ha permesso la pubblicazione di un volume ma i materiali sono stati pubblicati nel n°22 della rivista (Febbraio 2017).

Il progetto:

Ogni anno i redattori della rivista sceglieranno un autore contemporaneo. 
I partecipanti potranno inviare saggi, racconti e poesie che siano fedeli allo stile, alle tematiche e al curriculum letterario che ha caratterizzato la figura intellettuale di Gianni Rodari. Il volume porterà il titolo di “Il «libbro» di Gianni Rodari” con riferimento ad alcune sue considerazioni apparse ne Grammatica della fantasia (1937) in cui si legge: Un “libbro” con due b sarà/ Soltanto un libro più pesante degli altri,/ o un libro sbagliato,/ o un libro specialissimo? 
Per la partecipazione all’iniziativa editoriale bisognerà riferirsi all’opera dell’autore, alle sue fasi e percorso letterario, ai suoi luoghi cari e alle tematiche di fondo della sua carriera di scrittore di fiabe, racconti, narrazioni nonché di pedagogista, giornalista e teorico del mondo del mirabolante. Gli autori potranno anche ispirarsi direttamente ai personaggi delle sue narrazioni, ampliandone i caratteri o provvedere a sequel o prequel di narrazioni già note mediante la narrazione di Rodari all’ampio pubblico.
L’obiettivo non è quello di plagiare o scovare il nuovo Gianni Rodari, bensì omaggiare o rileggere lo stile dello scrittore di Omegna, attraverso un’antologia tematica, aperta soprattutto a coloro i quali hanno apprezzato il serio impegno dell’autore nei riguardi del mondo dell’infanzia (ma non solo). In questo modo Euterpe vuole dare risalto ad autori che, benché siano piuttosto noti da poter definire ‘classici’ risultano spesso un po’ sommersi o letti in chiave meramente ludica e semplicistica com’è il caso di Rodari.

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Gianni Rodari

Selezione del materiale e composizione dell’antologia:

I partecipanti potranno presentare:
– 2 poesie/ filastrocche/ ninna-nanne (massimo 30 versi l’una) 
– 1 racconto/ favola/ fiaba (massimo cinquemila caratteri spazi esclusi) 
– 1 saggio breve o articolo (massimo cinquemila caratteri: spazi, note a piè di pagina e bibliografia escluse);
– 1 recensione a un suo libro (massimo cinquemila caratteri spazi esclusi)
-1 intervista (allo stesso autore o a terzi nella quale risulti ben centrato il tema dell’infanzia o il riferimento a Rodari)

La novità di quest’anno è rappresentata dalla possibilità di partecipazione anche da parte di minori: bambini, ragazzi e adolescenti (sino all’età di 18 anni) e scuole che potranno inviare, grazie all’aiuto e alla disponibilità dei genitori, tutori, insegnanti o di chi ne fa le veci, le loro produzioni: favole, fiabe, novelle, piccoli racconti, ninne nanne, scioglilingua, filastrocche, storie raccontate.

Ci si può candidare a un massimo di due sezioni. 
I lavori, corredati dei propri dati personali e un curriculum letterario, dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@gmail.com entro il 31-12-2018.
L’organizzazione del futuro volume sarà promossa dalla Redazione della Rivista di letteratura Euterpe e l’opera verrà curata dal critico letterario prof. Francesco Martillotto.
Entreranno a far parte dell’Antologia un congruo numero di testi poetici, narrativi e saggistici nonché recensioni, articoli e critiche letterarie alle sue opere o eventuali adattamenti cinematografici di storie narrate. 
La pubblicazione dell’antologia, che avverrà entro la primavera del 2019, sarà dotata di regolare codice ISBN, immessa nel mercato librario online e disponibile alla consultazione e al prestito in alcune biblioteche del catalogo OPAC della penisola dove verrà depositata. 
La partecipazione alla selezione dei materiali è, come sempre, gratuita. 
L’autore selezionato per la pubblicazione s’impegnerà ad acquistare nr. 2 (DUE) copie dell’antologia al prezzo totale di 20€ (spese di spedizione incluse con piego di libri ordinario) dietro sottoscrizione di un modulo di liberatoria rilasciato alla Ass. Culturale Euterpe e versamento della cifra direttamente alla casa editrice. 

Premiazione:

Non vi sarà una premiazione, non essendo il progetto volto alla costruzione di una classifica di premiati. Tutti i selezionati verranno pubblicati in antologia secondo i criteri sopra esposti. In base ai tempi di selezione e pubblicazione dell’antologia, sarà scelta una location dove verrà presentata l’opera alla quale gli autori presenti nel testo sono caldamente invitati a intervenire. Gli autori hanno altresì diritto e facoltà di proporre all’organizzazione eventuali luoghi e date, in vari ambiti del territorio nazionale, dove il volume – con il loro appoggio e aiuto – potrà essere presentato al pubblico.

Info:
http://www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

rivistaeuterpe@gmail.com

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