“Bisbigli nella notte” di Giovannangelo Salvemini, recensione di Lorenzo Spurio

Bisbigli nella notte
di Giovannangelo Salvemini
WIP Edizioni, Bari, 2013
ISBN: 978-88-8459-244-6
Pagine: 78
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

L’amore
è un nome
che non si chiama
e vive nel silenzio.
(in “I grandi dell’amore”, p. 33)

 

imagesBisbigli nella notte è l’opera prima di Giovannangelo Salvemini, giovane pugliese che con questo testo ha voluto raccogliere poesie e aforismi completamente inediti scritti negli ultimi anni. Il lettore si approssima alla lettura di questo libro manifestando grande curiosità e voglia di capire cosa si celi dietro a quei “bisbigli” e se questa sia una espressione volutamente caricata a livello metaforico e che sta, dunque, a delineare dell’altro. Ma nelle primissime pagine è l’autore stesso, in una nota di introduzione a svelarci il mistero: questi “bisbigli” sono conversazioni segrete, strozzate e quasi mute con cui il poeta s’intrattiene nella notte, conversando con i suoi sé, le varie sfaccettature delle molteplici componenti inconsce della sua persona. Sono parole mormorate, strascicate e, pertanto, labili e ventose, dei monologhi sibilati, quasi sospirati, che avvengono solo al calar della notte e che gli permettono di “ascolt[are] il silenzio” (p. 44). Si ricordi quanto il tema della notte sia importante nei poeti considerati “classici” della nostra tradizione letteraria quale momento di pausa, meditazione e allo stesso tempo di analisi dell’esistenza. Ed è di notte che Salvemini riflette, medita e concretizza le sue divagazioni, sogna ad occhi aperti e considera la vita da prospettive che di giorno non gli sarebbero possibili. Di notte la gente dorme e forse sogna di uccidere draghi o di vincere al superenalotto, mentre Salvemini vive, assorbe e respira versi ricchi di creatività e di voglia di esser espressi. I bisbigli che il poeta descrive in questo libro, però, finiscono per aver la forza di testi urlati, il vigore di versi totalizzanti che proprio per la loro energia vanno taciuti e smorzati di notte per conservare il quieto vivere: “Bisbigliando di notte, mi accorgo che le stesse parole non posso urlarle nel silenzio della città. Non mi è permesso per rispetto delle regole imposte dalla società per il vivere civile” (p. 22). La società, dunque, che è comunemente l’incunabolo delle manifestazioni di cultura e progresso, è vista come limitante e quelle “regole imposte” sono dei duri limiti da rispettare, ma ai quali è obbligatorio e necessario assoggettarsi. In questa interpretazione di notte-giorno, libertà-oppressione e creazione-sterilità credo debba esser letta questa silloge di poesie.

La lirica d’apertura, “Piove” non può che echeggiare la celeberrima “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio soprattutto in quel verso che dice “e par ch’io pianga” (un simile verso era stato utilizzato dal poeta abruzzese per riferirsi all’amata Ermione), se non fosse che qui lo scenario è diverso: non ci troviamo in una pineta, ma in vari ambienti: il bosco, il lago, il mare, quasi che il poeta intendesse dare una sguardo aereo su diversi ecosistemi investiti dalla pioggia. Il cameo dannunziano ritorna nella successiva “Taci” dove la reiterata intimazione del tacere alla donna, ricorda ancora una volta il poeta nel suo riferirsi ad Ermione, affinché nella pineta si respirino solo i rumori della natura.

In “Vorrei sognare” la struttura poetica è ripetuta in sette diverse strofe che hanno come contenuto quello del sogno visto come trampolino di lancio verso il futuro, la vita e l’amore; la lirica si manifesta come un giovanile manifesto sull’utopia. Tutto quello che non si può avere, sembra dire il poeta, può essere sognato, e allora non ci intristiamo e pensiamo a quello che ci piace.

L’immagine ricorrente di queste liriche è quella della natura con i suoi vari scenari (spesso incontriamo il mare con i suoi gabbiani) alla quale addirittura il poeta s’inginocchia chiedendo scusa “per aver[la] messa in movimento” (p. 36), quasi fosse il poeta che con la forza dei suoi versi azioni la grande macchina razionale dettata dal principio di causa-effetto.

Salvemini affonda il bisturi nell’intricata natura psicologica dell’uomo e nell’incapacità di separare la normalità dall’anormalità, espressioni di atteggiamenti che solo mediante un sistema di pensiero e delle costrizioni sociali (create esse stesse dall’uomo) è in grado di definirsi. Ma l’uomo sbaglia nei suoi intenti di definizione, nella sua volontà di catalogare o di discriminare: “Mi chiamano falso/ e dopo vero,/ minacciano d’ammazzarmi/ e dopo salvato./ Che follia/ che è l’uomo” (p. 40). C’è del comico misto a uno sdegno pacato in “Folli siam tutti”, dove si respirano gli echi di un Palazzeschi irreverente, in cui il poeta accusa la normalità di essere anormale e solleva quella che comunemente è considerata stravaganza e follia al podio della normalità:

 

Normale,
tu?
Eccolo
il primo folle.
 
Tu, pazzo scrittore,
io un normale lettore.
Voi non riflettere,
così io scrivo e voi leggete.

 

Il poeta ci regala anche un omaggio alla città di Firenze con una poesia dal titolo “San Miniato al Monte” che sembra essere un’istantanea: il poeta non è affascinato dalle comuni attrazioni del capoluogo fiorentino, ma medita tra tombe rovinate e il canto dei monaci sul “monte” che sovrasta Firenze.

In “Chiedo scusa alla morte”, dopo una curiosa elencazione di destinatari del suo messaggio, a tratti sofferente a tratti difficile da sviscerare, il poeta chiede scusa “a chi [lo] definisce/poeta” (p. 36).

Accettiamo queste scuse, ma le rigettiamo.

Salvemini non deve discolparsi di nulla, perché lui è davvero un poeta.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

Jesi, 05-03-2013

 

Chi è l’autore?

Giovannangelo Salvemini (Molfetta, 1990) è laureando magistrale in Giurisprudenza nell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. E’ appassionato di fotografia, ma soprattutto di scrittura. Bisbigli nella notte è la sua prima raccolta poetica ed è il frutto delle passioni e dei pensieri raccolti negli ultimi anni e trasformati in versi.

 

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“Le cimici del mio cuscino” di Gianni Carlin, recensione di Lorenzo Spurio

Le cimici del mio cuscino
di Gianni Carlin
Ibiskos Editrice Risolo, Empoli (Fi), 2012
ISBN: 978-88-546-0935-8
Pagine: 53
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La caverna di ghiaccio
rimane gelata anche quando
fuori c’è il sole. (p. 24)

 

imagesQuesto libro è un acuto proclama sull’indignazione e la presa di coscienza della nullità dell’uomo nel suo presente storico. Il lettore leggerà di ossa, tagli, mutilazioni, sangue e sudore, di anziani con gli occhi rimossi dalle orbite e di acque radioattive. Gianni Carlin in questa sua opera prima mostra un certo pessimismo su molti mali della società patinata dell’oggi: la mancanza di meritocrazia, i falsi sentimenti, la prostituzione, la perdita d’identità dell’uomo e lo fa in una maniera cruda e tagliente che obbliga il lettore ad avere una reazione.

La poetica è a tratti ermetica a tratti marcatamente enigmatica e il poeta arricchisce le sue liriche che pongono attenzione sulla materialità e sulla corposità degli elementi a cui allude; man mano che si sfogliano le pagine, ci pervade un senso di oppressione che, anziché desolarci, ci aiuta a prendere coscienza su determinate realtà.

E in questo percorso dove Carlin mescola parodia, black humor e tragico, centrale è la figura del tempo, immortalato in varie liriche come motivo primo d’indagine e di confronto con l’umano esistere. Non è il tempo inteso nel suo lento incedere, nella sua forma canonica, ma un tempo che domina e si fa totalizzante, in grado anche di rallentare quello che, invece, è da sempre stato considerato inesorabile, la Morte. In una lirica il lettore si sorprenderà nel leggere di un anziano che desidera morire (non è chiarito il motivo, ma possiamo intendere che soffra di una grave malattia che non gli lascerà scampo) “ma la Morte si è fermata/ a leggere il giornale e a bere qualcosa./ Che brutta cosa la Vita/ quando vuoi morire” (p. 12). La Morte intesa come il tempo che si annulla qui sembra “godersi la sua esistenza” e vendicarsi dell’uomo che, invece, non aspetta altro che il suo arrivo. E così Carlin materializza la Morte come un comune essere vivente in attitudini quotidiane come quella di leggere un giornale o di bere qualcosa. Curioso e sarcastico al tempo stesso. Anche irriverente, forse. Varie liriche sono sprovviste del titolo e mi pare di capire che questo debba essere interpretato in un qualche modo: o l’autore ha preferito non anticipare nulla al lettore oppure l’attribuzione di un titolo era un’operazione praticamente impossibile e inconcepibile per determinate poesie.

C’è fastidio e sdegno nei confronti di militari saliti sul podio d’eroi della collettività per aver partecipato a una qualche campagna militare e Carlin osserva: “Se volete essere degli eroi non dovete essere vivi” (p. 14); lo stesso sentimento si respira in “Soldato” in cui il poeta non solo identifica nel soldato, nel guerrafondaio, un animo dal “cervello spento” (p. 52), ma gli augura una sorte beffarda: “Soldatino,/ ti auguro ti facciano il culo” (p. 52).

Carlin usa un linguaggio forte e scarnificato facendo riferimento a situazioni di violenza, di disperazione e d’angoscia; in alcuni casi ne fuoriesce anche una chiara critica sociale o di certi strati della popolazione, coloro che “hanno venduto il culo alla vita” (p. 27) o, per usare altri versi “Gente che ha passato la vita/ a rubare senza pudore/ e ora vuole pure la pensione” (p. 42). Lo shock che deriva dalla durezza delle immagini e dall’esuberanza linguistica che spesso lo porta ad utilizzare uno stile “scatologico” (in “Causa ed effetto” il poeta scrive senza remore: “Cazzo, che voglia di farmi fare un pompino.”, p. 32) spiazzano il lettore.

C’è sgomento, irritazione e voglia di dire le cose come stanno.

Non serve abbellire o mitigare la realtà, sembra dirci il poeta.

Questa va raccontata com’è: è brutta, dolorosa e infingarda. L’uomo può continuare a bearsi di una poesia edificante e barocca, ma si illuderà e non vi troverà se stesso.

I tagli, il “cuore marcio”, il “sangue nero” e le stesse cimici del titolo del libro sono tutte metafore di questo nostro mondo falsamente autentico, spersonalizzante, degradato, corrotto e in cui l’uomo non ha più chiaro il suo scopo. La copertina del libro, immette da subito il lettore in un’ambientazione visionaria, subdolamente favolistica, dove al fianco di un cervo visto ai Raggi X c’è un derelitto con un rosario di dimensioni esagerate, una prostituta con tacchi a spillo e in lontananza un musico che suona un flauto.

Ma su ogni immagine, su ogni effervescenza, sembra che il poeta stenda una finissima pellicola trasparente, una membrana opaca che permetta al tutto di conservarsi, di cristallizzarsi per sempre. Ma poi l’io lirico interviene con una lama e squarcia quelle superfici effimere per riportare tutto alla tragica realtà:

 

Verranno giorni buoni,
ma quelli cattivi saranno sempre dietro l’angolo. (p. 29).

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

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“Il mondo sospeso”, poesia di Giuseppina Vinci

Il mondo sospeso

Poesia di Giuseppina Vinci

Il mondo sospeso e la nostra vita

Il peso del mondo sorretto dal vuoto

Il Tempo, come un dio

Guarda il mondo e il suo andare

Sospirare e gemere

E Lui, indifferente, non passa, non geme

È eterno.

 

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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Euterpe n°7. E’ uscito il nuovo numero della rivista. Tema: “La città”

Rivista EuterpeE’ appena uscito il settimo numero della rivista Euterpe, rivista di letteratura diretta da Lorenzo Spurio, scrittore e critico-recensionista e gestita assieme agli scrittori e poeti Massimo Acciai e Monica Fantaci.

La rivista si apre con un editoriale  firmato da Monica Fantaci, poetessa palermitana e vice-direttrice della detta rivista.

Numerosi i testi a tema e quelli a tema libero che coprono tutti i generi: poesia, narrativa, saggistica, recensioni, interviste. Al termine si offre, inoltre, una serie di segnalazioni di concorsi ed eventi letterari appositamente scelti per la diffusione.

Il nuovo numero della rivista può essere letto e scaricato cliccando sul logo della rivista qui sopra.

Hanno collaborato al presente numero della rivista: Monica Fantaci, Cinzia Baldini, Lorenzo Spurio, Elena Condemi, Federico Caruso, Gianni Calamassi, Michela Zanarella, Giuseppe Gambini, Sebastiano Impalà, Maria Letizia Gangemi, Giovanna Casapollo, Paolo Annibali, Gianluigi Melucci, Claudio Di Paola, Sandra Fedeli, Dunia Sardi, Ilde Rampino, Francesca Rita Rombolà, Cristina Lania (Anima e oceano), Sandra Carresi, Rita Stanzione, Alessandro D’Antonio, Pietro Loi, Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio, Mauro Biancaniello, Francesco Iodice Gallo, Miriana Di Paola, Giorgia Catalano, Gennaro Tedesco, Anna Maria Folchini Stabile, Paola Surano, Massimo Acciai, Fiorella Carcereri, Annalisa Soddu, Alessia Nicolucci, Anna Alessandrino, Claudio Boschi, Angela Crucitti, Valentina Meloni, Ilaria Celestini, Maria Rosaria Di Domenico, Ivan Pozzoni, Martino Ciano, Giuseppe Bonaccorso, Fiorella Fiorenzoni, Luisa Bolleri, Lorenzo Campanella, Giovanni Vivinetto e Luigi Pio Carmina.

Si ricorda, inoltre, che il prossimo numero avrà come tema “Panta Rei: Tutto scorre” e che i materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 1 Giugno 2013 alla mail della rivista:  rivistaeuterpe@virgilio.it o a lorenzo.spurio@alice.it (specificando nell’oggetto “Euterpe”).

Clicca qui per l’evento FB per il prossimo numero della rivista.

Grazie a tutti per la collaborazione e l’attenzione.

Lorenzo Spurio

Direttore Rivista Euterpe

“Uno tsunami anche nella cultura”, di Julio Monteiro Martins

di Julio Monteiro Martins

Cos’è quest’onda nuova che scuote l’Italia? E d’ora in poi, cosa possiamo aspettarci? Sarà il caos o al contrario sarà l’inizio dell’agognata liberazione preannunciata con passione da Dario Fo a Milano? O ancora il caos, ma transitorio, come precondizione e allestimento della liberazione?

Una cosa è sicura: a livello simbolico e culturale un sistema senile è cominciato a crollare, se non altro perché ai giovani era evidente la sua ormai malinconica inadeguatezza.

imagesCAK5X0R6Sappiamo che la storia, così come gli stessi esseri umani, non invecchia gradualmente e in modo uniforme, ma a volte sembra ferma, immobile per un lungo tempo e poi in poche ore o in pochi  giorni scende o sale un “gradino” e subito il panorama cambia, si vede con chiarezza tutto ciò che il giorno prima era invisibile, niente è più lo stesso e tutto questo sembra sin dal primo momento stranamente naturale, scontato, come se fosse sempre stato in quel modo, come se fosse molto difficile immaginarlo diversamente.

Ma il cambiamento non è, e non può essere, soltanto nell’ambito politico ed economico. Si tratta di un’intera sensibilità collettiva che ha fatto un salto di qualità, e la sfera culturale, editoriale e letteraria non può rimanere immune alle trasformazioni, fare la gnorri e andare avanti con le stesse deformazioni, contemplando soltanto la stessa “casta” collusa di prima, come se niente fosse accaduto. Anch’essa dev’essere travolta, e prima o poi lo sarà, dal tardivo tsunami che ha finalmente travolto le vecchie dighe e aperto spazio al nuovo e al giusto.

Anche in letteratura il merito legittimo, fino ad oggi volutamente oscurato, dovrà occupare lo spazio finora murato che consentiva a una manciata di scrittori e di intellettuali di poter godere di un prestigio e di una fama immeritati, promossi dai politici di destra o di centro-sinistra, che decidevano sempre e solo in favore di questi cortigiani, favorendoli nelle grandi case editrici, nella grande stampa e nelle reti televisive. Ora basta con gli escamotage per illuminare gli eletti ed eclissare tutti gli altri, basta “gialli” e “noir” di circostanza, presentatori televisivi e cantanti che si spacciano per scrittori, autori di “aforismi” da Baci Perugina, in lingua italiana o straniera, “maghi” e “profeti” da nouvelle cuisine, nullità con rapporti altolocati smerciate come maîtres a penser, opere senza stile né contenuto scritte da anonimi intercambiabili sotto pseudonimi collettivi. Insomma, basta con tutte le truffe e le furberie sostenute dal marketing di un sistema editoriale sclerosato, che per tutti questi anni ha tralasciato il valore letterario e la profondità del pensiero in favore delle strategie commerciali e della manutenzione di uno status quo oligarchico.

La cultura in Italia cambierà. E molto, perché quando muore il pachiderma muore anche la sua coda. E questo rinnovamento radicale è la cosa migliore che potrà succederci. Sarà l’equivalente di una rinascita nel secondo decennio del Duemila, riempiendo lo spazio vacante lasciato dai falsi autori di opere fasulle, ai quali i loro agganci procuravano visibilità nei talk-show, interviste e recensioni generose nella stampa, purché non venga meno la loro complicità con gli interessi della politica e lo scambio di favori clientelistici.

Arriveranno, spero bene, delle cose che da molto tempo non conosciamo: premi letterari onesti – non il condominio delle grandi case editrici di cui sono divenuti parte lo Strega, il Campiello, il Viareggio – e concorsi letterari per esordienti gestiti con correttezza e pubblicizzati con larga diffusione.

Creare nuovi sistemi di appoggio e di protezione alle piccole case editrici, alle piccole librerie, oggi in estinzione, e alle riviste culturali. Aprire finalmente l’università italiana alla creazione culturale-artistica, incorporarla nel programma accademico come avviene da decenni nelle più importanti università straniere. Ridare alla televisione pubblica la sua missione essenziale di ampliare la diffusione della cultura e aumentare gradualmente il livello culturale generale. Promuovere un intenso scambio con gli altri paesi del mondo, dai quali ci siamo allontanati a partire dagli anni ’80 – o loro da noi – come conseguenza di una politica culturale che sembrava disegnata appositamente per isolarci, e che ci ha fatto diventare sempre più provinciali. E soprattutto riconoscere infine la presenza culturale dei nuovi italiani, di quelli venuti da lontano, che hanno scelto questo paese e la sua lingua, e capire la fortuna e l’opportunità immensa che rappresenta averli tra di noi. Aprire le porte delle case editrici, dei teatri e delle gallerie alla loro esuberante creatività, un contributo che si dimostrerà fruttifero per tutti. E dire loro finalmente le due parole negate, vietate tra tante angherie e  umiliazioni culminate con le reclusioni nei terrificanti “centri di identificazione ed espulsione”: “scusateci”, e “benvenuti”.

Creare una volta per tutte una vita culturale che non tema né sfugga la verità, ma che la cerchi e l’affronti: le morti in mare, le menzogne istituzionali, le stragi senza colpevoli, i rigurgiti razzisti e xenofobi, il campanilismo taccagno ed escludente, la tentazione fascista, tutte le zone scure che coesistono con l’intelligenza, l’inventività, l’empatia, la sensibilità estetica e la sterminata tradizione creativa degli italiani.

Il nuovo sta arrivando. Arriva sempre e porta via con sé ciò che è vecchio e vizioso, ciò che è marcio. E quanto più questo arrivo è stato bloccato, tanto più grande sarà la potenza del suo impatto. È ora di dare alla cultura – al teatro, ai registi, agli attori, ai traduttori, agli scrittori, agli artisti, ai fumettisti, ai musicisti e ai compositori – il supporto e la priorità che gli sono stati sottratti durante l’orrenda stagione, ancora in corso, del neo-liberalismo oscurantista. È ora di mettere fine al nostro già annoso ritardo culturale, e di fare un tour de force storico per ripristinare la creatività e il rigore intellettuale che incantavano il resto del mondo nei nostri anni migliori.

Julio Monteiro Martins

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“Sogno di neve”, poesia di Giorgia Catalano, con un commento di Emanuele Marcuccio

SOGNO DI NEVE[1]

di GIORGIA CATALANO

2 ottobre 2010

Lenta,
cade
sull’asfalto bagnata
dalla pioggia.
Non si ferma,
svanisce
sotto la gomma
dell’auto che passa.
Fioccano, fioccano
fiocchi di neve
pura,
pulita
e
fresca.
Bambini che gioiosi
guardano fuori
dai vetri
immaginando
un sogno.
Un camino acceso
in una baita,
calore di famiglia
e un pupazzo di neve.
Ma poi tornano sulla strada,
sull’asfalto bagnata,
i loro piccoli pensieri,
dove rimarranno a guardare il fioccare
dei fiocchi di neve,
fino al prossimo sogno.
 

 Commento a cura di Emanuele Marcuccio

sogno di neveQuesta poesia rappresenta un unicum nella raccolta di Giorgia Catalano, proprio perché si serve di un procedimento stilistico inedito: mette il soggetto (la neve) in ellissi, “Lenta / cade / sull’asfalto bagnata / dalla pioggia” aggiungendo anche un accusativo alla greca “sull’asfalto bagnata”, a ciò si aggiunge, verso la chiusa, l’ellissi del predicato e del soggetto (la neve) con lo stesso accusativo alla greca “Ma poi tornano sulla strada, / sull’asfalto bagnata, / i loro piccoli pensieri,” che è anche uno splendido inciso.

Con questo ritengo “Sogno di neve” la lirica più significativa di “Un passaggio verso le emozioni”, un vero gioiello di raffinatezza stilistico-retorica.

 a cura di Emanuele Marcuccio

 

 

Palermo, 15 febbraio 2013

 

 

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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[1] Edita in Catalano, Giorgia, Un passaggio verso le emozioni, Photocity, 2012, p. 14.

“La volontà del mare”, poesia di Giuseppina Vinci

POESIA DI GIUSEPPINA VINCI

imagesIl mare
persegue la sua volontà
rincorre la sua volontà
La volontà del mare
è’ la volontà di Dio
Ecco perché
tutto insegue
tutto raggiunge.

 

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“Sfinito”, poesia di Lorenzo Spurio

SFINITO
POESIA DI LORENZO SPURIO
imagesCA2LQSE5Ma poi le avevano detto che era tutto vero:
 poche speranze
 e l’apice dei pianti, ormai pietrificati.
 L’enigma era stato svelato.
 Nubi corpose di dubbio
 mi sovraccaricavano;
 il mio intelletto inquinato da quelle voci
 s’era assuefatto.
 Stordendosi,
 non era più stato quello di una volta.

 

FOTO: “GRIEF” DI JANOS ANDRASSY KURTA

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“Némesis” di Marzia Carocci, recensione di Lorenzo Spurio

Némesis
di Marzia Carocci
con prefazione di Fulvio Castellani
Carta e Penna, Torino, 2012
ISBN:978-88-97902-16-4
Pagine: 95
Costo:12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Perché non è finita
finché ritorna il giorno
che limpido c’invita
di nuovo a un altro sogno.
(in “E sarà di nuovo giorno, p. 25)

 

9788897902164Difficile e forse addirittura coraggioso è il recensire il recente libro della scrittrice, poetessa, nonché valida collaboratrice Marzia Carocci, perché la sua attività letteraria, le sue pubblicazioni e soprattutto il suo impegno concreto nel mondo culturale contemporaneo è, oltre che encomiabile e invidiabile, prerogativa per considerarla una delle potesse più valide e amate del nostro tempo. Non si tratta di un’asserzione iperbolica: chi la conosce anche solo di nome per il suo serio impegno sa che sto dicendo il vero, mentre a chi non la conosce inviterei a leggere qualcosa di lei: poesie, ma anche recensioni, perché va ricordato che Marzia Carocci è un anche un attento critico che si occupa di note di prefazioni, recensioni e quanto altro, il tutto all’insegna della promozione di lavori di qualità che, non essendo supportati da grandi case editrici, rimarrebbero nell’ombra se nessuno si assumesse l’onere di promuoverli adeguatamente: in altre parole, il “poeta incompreso” della sua omonima lirica o i “ragazzi spesso non capiti” di “La gioventù” (p. 46). Negli anni ho avuto modo di leggere varie poesie di Marzia, tra quelle che lei pubblicava in Facebook e quelle apparse in varie antologie poetiche e sono stato enormemente contento della sua collaborazione anche alla rivista di letteratura Euterpe che dirigo.

Il libro in questione, Némesis, edito nel 2012 dall’Associazione Carta e Penna di Torino ci immette da subito in un’ambientazione di difficile collocazione: l’immagine di copertina, la foto di una bambola scheggiata della quale risalta, però, il rosso delle labbra sensuali sembra trasmettere un senso d’incertezza e al contempo di paura, come se qualcosa –che non ci è dato sapere- è appena successo e che quell’espressione di spavento, quelle cicatrici sul volto siano, dunque, il “risultato” di qualcosa. Il titolo, Némesis, che potrebbe far venir in mente a un recentissimo romanzo del grande americano Philip Roth, sta a significare quei momenti difficili del passato che vedono poi un momento di “rivelazione” che in pratica li fanno risollevare, una sorta di epifania o come viene detto in Wikipedia, come “una compensazione”. Parlare di “nemesi”, dunque, presuppone considerare la realtà liquida nella quale il nostro essere si trova  come un immenso vivente dominato da forze imperscrutabili, ingovernabili che, in una certa misura, dettano a nostra insaputa le nostre azioni, in altre parole di fatalismo. Una nemesi, dunque, presuppone un prima e un dopo, un periodo di tristezza, un altro di rappacificazione, un tramonto e un sorgere. Ma l’attenzione non è tanto su questi due elementi, quanto sul processo di cambiamento stesso, sul momento “rivelatore” che consente appunto di passare dal prima al dopo.

La silloge si apre con la lirica intitolata “8 marzo 1908”, già letta e contenuta in Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile edita da Agemina (2012) nella quale la poetessa affida tutto al ricordo di quella data dolorosa nella storia dell’umanità: il rogo che si diffuse in una fabbrica americana producendo una grande quantità di vittime donne portò l’attenzione sulle cattive condizioni di lavoro e sullo sfruttamento (tanto lavorale che non) della donna nella società. La festa della donna nasce per ricordare il sacrificio di donne con la “D” maiuscola che soffrirono le ingiustizie della storia e la prepotenza degli uomini sulla loro pelle. Della lirica i versi più belli sono quelli che affondano la loro essenza nel vivo cromatismo: “ricorda che quel fiore profumato/ è rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere/ che vollero lottare per cambiare” (p. 7).

foto-24653_36823_24049Ci sono liriche dolorose, ma al contempo ricchissime dal punto di vista dei sentimenti e sono principalmente quelle che hanno un qualche legame al tema del tempo come in “A mio padre” dove l’uso continuo di quel condizionale “vorrei” ci dice che la poesia non è altro che un sogno ad occhi aperti, un qualcosa di illusorio, una sorta di tentativo di voler riconquistare quello che in un tempo andato non si è potuto fare o non si è avuto il tempo di fare. Ed è forse proprio il tempo, quel gigante invisibile e sempre presente, a rappresentare la “nemesi”, quello stacco lucido da un prima a volte doloroso o che si ricorda con nostalgia al presente che, invece, è immancabilmente diverso dal prima, addirittura differente da come ce l’avremmo immaginato: “La vita ci conduce dove vuole/ ma niente può nascondere e occultare/ i sogni ed i ricordi sono eterni/ bagaglio di un’essenza da cullare”, scrive la poetessa in “Ad un caro amico ritrovato” (p. 9). Come per dire: siamo noi stessi solo perché abbiamo avuto un passato (privato e collettivo) e perché abbiamo ricevuto e dato emozioni. Una vita senza affetti, infatti, si ridurrebbe a niente: desolazione e senso di nullità. La Carocci sottolinea in queste liriche quanto l’amore, l’amicizia, l’affratellamento e le piccole cose possano alimentare quella ragion d’esserci nel presente e quella forza motrice per andar avanti e non lasciarsi scoraggiare. La morte di un genitore, allora, non è solo vivido manifesto di un dolore che mai più verrà colmato, ma anche un sorriso incantato sul viso della poetessa.

In “Amore immortale” scopriamo la poetessa-madre in una lirica d’amore verso i suoi figli nella quale, come spesso accade nelle liriche della Carocci, fa capolino il tempo, quasi fosse un ospite non gradito, un nemico indissolubile. La riflessione sul tempo è chiara ed espressa in termini facilmente comprensibili a tutti: “Sfugge poi il tempo e scorrono gli anni” scrive, per concludere in un chiaro encomio all’amore che salva e che unisce anche oltre la morte: “Non sarà il tempo, trascorso e andato/ che arresterà questo mio amore” (p. 11).

Il tempo ritorna in tutte le possibili manifestazioni in questa silloge d’inestimabile valore: le rughe (p.12, 45,46) segno fisico della giovane età ormai sfiorita, il ritardo (una dilazione, improvvisa, nel tempo che solitamente provoca scoraggiamento e che nella lirica “Agape” dedicata al marito, invece, è diventato ormai segno di “ritualità”), la stanchezza fisica che il “peso del tempo” (p. 13) arreca, il “come allora” dell’omonima poesia; i “bimbi già vecchi” in “Dolore” (p.23) , cresciuti troppo velocemente e privi di una dolce infanzia a causa della violenza della guerra e i “giorni usurati” (p.42). Stupenda la poesia “Assorta” in cui la poetessa osserva la madre a distanza cercando di capirne i pensieri, i ricordi più o meno felici del suo passato, e tituba se avvicinarsi o no quasi da sentirsi invadente o inopportuna, ma poi è la forza di un gesto, quel “prendere la mano” che apre il cuore della poetessa e lo avvicina a quello della madre.

Ma una delle cose più curiose di questa silloge è che, anche se la poetessa parla sempre di questo duello perenne con il tempo o del tempo che divora il presente per condurre l’uomo alla vecchiaia e alla fine dei suoi giorni, lei non parla mai di morte. Non usa questa parola troppo dura, fredda, che annulla le speranze e preferisce descriverla con versi più elaborati che ci trasmettono un’immagine di eleganza e ci fanno pensare alla morte come una danza che corteggia l’uomo: “[il] traguardo d’un tempo/ codardo e impietoso/ che in fondo ci attende crudele” (in “Anche io avrò il tuo tempo”, p. 13). In “Come allora” la morte è semplicemente “la via de non ritorno” (p.19).

In “Carnevale” la poetessa affonda in un momento di colori e travestimenti, qual è appunto quello della festa di Carnevale e durante la quale “[fingerà] per non farsi scoprire” (p. 17). C’è da una parte un’insaziabile sentimento fanciullesco e ludico che torna a galla, quasi con la volontà di sfidare se stesso e gli altri, dall’altra, però, c’è la volontà della poetessa di osservare, travisata, gli altri e il mondo, senza esser vista né riconosciuta. Il bisogno di cambiare prospettiva, di indossare gli abiti di un altro e di sentirsi un po’ questa persona e soprattutto la necessità di celarsi al mondo, è forse rivelatrice di come la poetessa consideri importante il tema dell’identità passata. Mascherandoci e ritornando bambini possiamo illuderci di rivivere quei momenti andati per sempre e di rinverdire ricordi ormai appassiti: “Di domani non voglio parlare,/ la mia maschera ride perenne,/ cosa importa se dietro io vivo,/ altri mondi, altri sogni per me” (p. 17).

Il tempo che divora e che consuma non viene mai insultato, offeso o vezzeggiato dalla Carocci, ma è esso stesso oggetto di riflessione dei suoi pensieri; parlare di esso significa cercare di conoscerlo, respirarlo e farselo amico. La Carocci dialoga con esso, quasi volesse delle risposte che puntualmente non giungono. Non si scoraggia e lo richiama, lo interpella, lo chiama in causa. E’ lui che comanda tutto e l’uomo deve prenderne atto.

Non si sfugge dal tempo, non si annulla, non possiamo dilatarlo: “Ma niente contro lo scandir/ degli anni io posso”, scrive in “Madre” (p. 54).

Possiamo viverlo, però, mitigarlo, sfidarlo o, come ci dice la Carocci, “trasformarlo”:

 

Non sono più bambina,
né giovane ragazza
ma il tempo che è passato,
lo voglio trasformare.
(in “E sarà di nuovo giorno”, p. 24)

 

La sensibilità di  una poetessa come la Carocci è così variegata ed eccelsa proprio perché parte da un’attenta esegesi sul tempo e sul ruolo che esso svolge nelle nostre vite e, soprattutto, nelle nostre riflessioni. Così il ricordo della nonna e i giochi dell’infanzia sembrano a prima vista essere perduti e sostituiti da quei “nostalgici giorni” (p. 33) del presente, un tempo in cui la malinconia, la tristezza e la continua lotta con la dimenticanza, scrivono le ore, ma il passato non è perduto perché rivive nei sogni dove la poetessa ritrova quei tempi e riscopre momenti passati, re-incontra i suoi cari e quasi dialoga con essi. Così la mamma, il genitore premuroso che ha dato amore e cresciuto il figlio, una volta anziano diventa come un infante a cui il figlio da’ amore, premure e attenzioni cantandogli una dolce ninna nanna (“Ninna nanna”, p. 61).

 

Lorenzo Spurio
(scrittore, critico-recensionista)

Jesi, 19-02-2013

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“Mare della tranquillità”, poesia di Emanuele Marcuccio, con un commento di Cinzia Tianetti

MARE DELLA TRANQUILLITÀ[1]

(poesia di Emanuele Marcuccio)

 

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Giacomo Leopardi,
da «Canto notturno
di un pastore errante dell’Asia»

 

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità.

 (17/1/2013)

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Imare tranquillitatisl momento di completezza espresso in quel volto illuminato dalla luce del sole, pallida visione dell’esplosione di luce dell’astro solare, freddo calore argenteo che non può non ispirare ammirazione, ha da sempre movimentato l’animo umano di visioni e proiezioni fantastiche, come l’amore implorante che ti tiene rivolto all’amata facendola desiderare, regala spiragli d’amor corrisposto; ed ecco quella luminosa e placida dea, espressione di mute richieste che non puoi non accogliere, suscitare preghiere per appagare, nell’illusione, entrambi; nell’abbozzato respiro del compiuto un sospiro liberatorio.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna? Cantava Leopardi.

“Tien la luna vecchie strade” dice Emanuele Marcuccio nella sua poesia, spingendosi a dare una risposta che nulla toglie al poeta, all’amante, al notturno uomo che sonnambulo sognerà per quelle vecchie strade senza curarsene.

Nei suoi versi, direi di filosofia del concreto, ad alleviar l’angoscia della sospensione della domanda,  si costruisce un’azione perpetua che esula dal preoccuparsi del destino umano e realizza il suo discreto ordine, la sua legge perenne, e quell’intrigante e bello aspetto che ha sempre fatto dubitare e ipotizzare.“[…] a separar gli ammassi oceani /  alla superfice […]”.

Così da leggere tra le espressioni lunari per i suoi secolari abbozzi di sorrisi, lamenti, dubbi, per tutte le scale cromatiche dei sentimenti umani, da lei abbracciati, cullati, nascosti, attraverso le sue fasi cicliche che tutto accoglie e tutto ispira, come un grande magico specchio d’immaginazione e creatività; il suo andare, tra quel che è e il suo apparire di  dea “terrea” inesorabile ed eterna, in cui in una voce di speranza ultima si ritorna per quella tanto sospirata pace così lontana dal tempo di oggi e dalle pretese quotidiane: “mari la solcano /  in prosciugata tranquillità”.

 a cura di Cinzia Tianetti

 

 

16 febbraio 2013

 

 

 

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[1] Ispirato da una zona della luna, denominata appunto “Mare della Tranquillità”, situata sull’emisfero del satellite sempre rivolto verso la Terra. Il termine “mare” è stato scelto a causa del colore scuro che contraddistingue queste regioni dai territori circostanti, in realtà si tratta di pianure basaltiche.

“Quel plenilunio perenne”, poesia di Lorenzo Spurio

QUEL PLENILUNIO PERENNE
POESIA DI LORENZO SPURIO
 
1111111111111Quel plenilunio perenne                                                              
 si rispecchiava
 in abbracci di plastica
 mentre il mondo ruggiva.
 
 Fumavo paure ricorrenti,
 nel cielo zigzagante
 i miei pensieri di creta
 correvano.
 
  
LORENZO SPURIO (c)
Jesi, 13-02-2013
 
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