“L’ultima romantica” di Liliana Manetti

L’ultima romantica

di Liliana Manetti

Editore Simple, 2011

Costo: 16 €

 

Sinossi:

E’ un libro di poesie d’amore, d’amore per l’amore, d’amore per l’arte, per la natura.

E’ diviso in tre sezioni: neoclassica, mistica e romantica. Rispecchia i miei studi classici e il mio amore per il romanticismo. E’ illustrato principalmente con i quadri del pittore romantico Caspar F. David, che con il suo romanticismo esasperato completa il messaggio che volevo donare con questo libro: anch’io all’inizio del nuovo millennio sono romantica, come i romantici dell’ottocento, che riprendevano il concetto di sublime innalzandosi a qualsiasi spettacolo grandioso, anche nell’osservazione della natura che diventava fonte d’ispirazione. Così nel profondo del termine mi sono sentita romantica come se fossi tornata indietro nei secoli, come l’ultima dei romantici ormai estinti.

 

 

Chi e’ l’autrice?

Liliana Manetti è nata a Roma il 17/06/1980. E’ neolaureata in filosofia. Ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata “L’ultima romantica”, poesie  nell’arco di 16 anni, e ha partecipato con le sue liriche a numerose antologie poetiche edite da Aletti editore e da casa editrice Pagine. Uscirà tra poco un’altra sua raccolta poetica, edita da Aletti editore, intitolata “La mia arpa” e un’altra silloge edita dalla Fondazione Mario Luzi, intitolata “Turchese”. Attualmente ha terminato di scrivere, insieme alla sua inseparabile amica Selina Giomarelli, un libro fantasy, un’avventura tutta da scoprire, un libro tra sogno,realtà, e fantasia. 

 

“Solo 15 anni”, poesia di Liliana Manetti

Solo 15 anni
poesia di LILIANA MANETTI

31/05/2004

Solo 15 anni
racchiusi in una piccola immagine,
solo l’immagine e’ invecchiata,
e’ ingiallita
tu sei sempre bella,
giovane, forte, piena di vigore
nei miei pensieri t’immagino così
nei miei ricordi trovo solo l’amore
un amore così forte
che ha vinto persino la morte
perché dopo tanti anni
io ti sento sempre così vicina
perché quei pochi anni
che ti ho avuto accanto
sono bastati a donarmi
un concentrato di te
che ancora mi porto dentro
l’intensità di un sentimento
un abbraccio che mi accompagna
da ogni alba a ogni tramonto..

e ogni traguardo ti assomiglia
ogni gioia ti assomiglia
ed io ti dedico tutti i miei passi
fatti verso un futuro migliore
perché tu ci sei sempre
ci sarai sempre nel mio piccolo cuore
e non ci sono leggi fisiche
ne’ leggi di natura
la morte non ci ha separate
non aver paura…

Con tutto l’amore del mondo alla mia dolce nonnina..

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“The Unknown God” di Alice Meynell (1847-1922), con un commento di Pina Vinci

“The Unknown God” di Alice Meynell (1847-1922)
poetessa inglese
con un commento di Pina Vinci

Tra i poeti inglesi che amarono l’Italia, Alice Meynell merita di essere ricordata per la singolare esperienza che determinò la conversione al cattolicesimo. Contemporanea e amica di Coventry Patmore, altro poeta convertito al Cattolicesimo, ci lascia componimenti di rilevante spessore artistico da essere apprezzata da artisti non Cattolici. Ma quali i motivi che determinarono la trasformazione interiore della Meynell e di conseguenza la produzione poetica e lo stile.
Il Movimento di Oxford e, pare, l’aver conosciuto un giovane sacerdote cattolico, sono da ritenere gli stimoli più attendibili alla conversione della Meynell. I temi della sua poetica sono la Solitudine e il Silenzio. La Solitudine di Gesù Cristo sofferente e agonizzante, sembra quasi che la Poetessa partecipi del Suo estremo dolore sulla Croce. La Meynell rivive la vita di Gesù dall’Avvento alla Morte che fu pubblica, pur nella Solitudine del Messia.
In ‘’The Unknown God’’ il Dio sconosciuto, si sofferma sul Mistero della Eucarestia, sull’incontro tra Dio e l’uomo, Dio incontra l’uomo per non lasciarlo solo. La Resurrezione che segue la morte è un evento solitario “Alone, Alone he rose behind the stone..”
Solo, solo egli risorse da dietro la pietra. Il Silenzio è tra i temi più toccanti e coinvolgenti della poetica della nostra. Silenzio, prima e dopo di noi. Prima della nostra vita, il Silenzio, dopo la nostra vita il silenzio. L’uomo sta per un momento sulla terra per ritornare nell’eterno Silenzio. Il poeta coglie il mistero del Silenzio e crea La Poesia, il compositore dal Silenzio crea la Musica, entrambi la Poesia e la Musica danno corpo al Silenzio, nel breve attimo della loro vita, per ritornare all’infinito Silenzio.

The Unknown God
di Alice Meynell

One of the crowd went up,
And knelt before the Paten and the Cup,
Received the Lord, returned in peace, and prayed
Close to my side. Then in my heart I said:

“O Christ, in this man’s life—
This stranger who is Thine—in all his strife,
All his felicity, his good and ill,
In the assaulted stronghold of his will,

“I do confess Thee here,
Alive within this life; I know Thee near
Within this lonely conscience, closed away
Within this brother’s solitary day.

“Christ in his unknown heart,
His intellect unknown—this love, this art,
This battle and this peace, this destiny
That I shall never know, look upon me!

“Christ in his numbered breath,
Christ in his beating heart and in his death,
Christ in his mystery! From that secret place
And from that separate dwelling, give me grace!”

E’ uscito “Némesis” di Marzia Carocci

Titolo: “Némesis”
Autore: Marzia Carocci
Prefazione a cura di Fulvio Castellani
Casa editrice: Carta e Penna
ISBN: 978-88-97902-16-4
Pagine: 96
Prezzo: 12,00 euro

Estratto della prefazione:

Ecco perciò che in Némesis la parola diventa un atto di apertura emotiva, di aggancio con la storia (la propria storia), di rimozione di elementi aleatori, superficiali. La poesia acquista così una profondità esemplare, diventa pensiero intersecante, mutevole al punto giusto, mai illusorio, inefficace, improvviso…

La poesia di Marzia Carocci finisce per scavalcare ogni recinto emotivo raggiungendo con convincente nitore, un compendio di spazi e di iridescenze che non può non scuotere l’animo di chi legge, riempiendo così con fremiti, che si rinnovano via via, quei vuoti di luce che assai spesso, purtroppo, accompagnano le stagioni del nostro percorso terreno.

Fulvio Castellani

Per acquistarne una copia, scrivi all’autrice a: apollinaire.mc@libero.it

“Come un’onda” di Giuseppina Vinci

Come un’onda

poesia di Giuseppina Vinci

tratta dal libro “Battiti d’ali”

 

Sei come un’onda
che una forza spinge fino a riva
ma sei risucchiata e
torni, indistinta, tra le tante gocce
tra le migliaia di gocce
Sei come una piuma
che la brezza trascina
e il vento porta chissà dove
lontano
nello spazio
nel tempo
….e il silenzio
Il grande Silenzio
tutto avvolge…

 

Giuseppina Vinci
Docente al liceo classico Gorgia di LENTINI

 

QUESTA POESIA VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

LA PUBBLICAZIONE E LA DIFFUSIONE DEL TESTO E’ SEVERAMENTE VIETATA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Voce” di Elisabetta Bagli, recensione di Lorenzo Spurio

Voce

di Elisabetta Bagli

Ilmiolibro, 2011

Pagine: 64

Costo: 9€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Non ho più desideri,

non posso più amare,

non voglio più vivere.

(da “Anima perfetta”)

 

Elisabetta Bagli, italiana trapiantata nella capitale spagnola, esordisce nel mondo della scrittura con questa densa silloge poetica, sebbene il suo amore per la letteratura l’abbia sempre contraddistinta. E questa doppia appartenenza Italia-Spagna si evince da numerose liriche qui contenute; sono numerose le tracce spagnole a cominciare dalla lirica dedicata a Carmen Laforet (1921-2004), l’omaggio al capoluogo della regione Cantabria in “I fuochi di Santander” e i numerosi colori e odori di una natura florida e spontanea di tipo chiaramente mediterraneo. Dall’altra parte, invece, estremamente pittoresca è l’immagine di Trastevere in un momento di goliardia presente in “Festa de ‘noantri” mentre  in “Garbatella” la poetessa rievoca non senza nostalgia l’infanzia lì vissuta.

Le liriche scorrono veloci sotto i nostri occhi ma le sensazioni che la poetessa evoca –frutto di suoi momenti realmente vissuti- rimangono come sospesi nell’aria, a circondarci e a regalarci un mondo variopinto di stati emozionali comuni ad ogni mortale ma che Elisabetta Bagli ha steso sulla carta con maestria. Un senso di leggerezza pervade l’intero libro quasi che una leggera brezza lambisca le pagine mentre lo stiamo sfogliando, inoltrandoci nel cuore della silloge. E’ per questo, forse, che la poetessa ha scelto un’immagine edenica nella foto di copertina dove due angeli –uno maschio e uno femmina sembrerebbe, anche se gli angeli non hanno sesso- si abbracciano lievemente e si baciano, quasi a costituire un tutt’uno. Le ali dispiegate dei due che riusciamo a intravedere solo in parte “sollevano” lo spettatore verso l’alto con una chiara volontà di innalzare il testo qui contenuto a una ricchezza lirica degna d’analisi.

Del titolo, Voce, colpisce l’utilizzo del singolare che, però, è subito chiarito nella prima e omonima poesia: è la voce-anima taciuta della poetessa equiparata al lento e indistinto fluire di un corso d’acqua del quale con difficoltà si riesce a percepire il rumore che “mossa da un nuovo impeto,/  con vigore, / si rivela a tutti”.

In “Scrivere” Elisabetta Bagli affronta dal suo punto di vista il senso della poetica: “scrivere per comunicare […] scrivere per rappresentare la tua vita […] scrivere per dare un senso ai tuoi sogni […] scrivere per sfogare la tua rabbia […] scrivere anche quando non vuoi […] scrivere per toccare l’esistenza più alta della tua vita”. Il messaggio della poetessa è chiaro: la scrittura, in questo caso la poesia, è un’eterna amica che ci sostiene sempre e alla quale si deve ricorrere come sostegno, riparo e confidente anche nei momenti nei quali la rabbia, la disperazione o la noia ci assalgono.

Nella coloratissima “Chi sono” si respirano profumi variegati e la poetessa si ritrova e si riscopre parte della natura in un’atmosfera panica, circondata dalla Madre Terra di cui è parte che la porta a scrivere: “Sono l’odore della terra/ dopo il temporale, forte, acre”. Perché anche l’odore della terra può cambiare, ci insegna Elisabetta Bagli a seconda della temperatura o delle condizioni meteo. Ma più che questi fattori fisici credo che ciò che la poetessa intenda dire è che gli odori sono e non sono come li percepiamo, a seconda di come ci troviamo, di come ci rapportiamo e sperimentiamo il mondo. La natura è celebrata ampiamente in tutta la silloge come in “Neve”, “Luna piena” o in “8.46”, cronaca di un parto dove il senso di maternità e di forza generatrice riconducono direttamente alla più ampia accezione di natura.

Ci sono versi amari in “Bulimia” dove la poetessa annota “Una dopo l’altra,/ due dita penetrano nella mia gola/ si muovono, insistono sulla lingua,/ scendono ancora più giù./ Finalmente tutto esce,/ come cascata esce. / Mi libero soddisfatta”. Questa poesia non intristisce la raccolta che è pervasa, invece, da un animo profondamente vitale ma serve piuttosto a delineare anche le debolezze del corpo umano, i sistemi che attentano al naturale sviluppo dell’essere. Ciò che colpisce della lirica in questione è la consapevolezza della soddisfazione – oserei dire quasi gioia- dell’atto meccanico e malato che porta l’io poetante a un certo comportamento lesivo per se stessa. Nella lirica la bulimia viene connessa al desiderio di “morire magra” piuttosto a quello di vivere con un aspetto filiforme, ma non credo che la poetessa abbia voluto mandare un messaggio allarmistico. Dalla bulimia si può uscire, con convinzione però.

La poesia di Elisabetta Bagli è positiva, naturalistica, spontanea e molto piacevole. In essa si riscontra anche un invito all’attivismo, a guardare avanti perché alla fine di ogni percorso ce n’è sempre uno nuovo che ci aspetta: “Devo fare di più/ scoprire fin dove posso arrivare”, scrive in “Limiti”.

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona 08/10/2012

 

 

 

Chi è l’autrice?

Elisabetta Bagli, classe ‘70, è romana ma risiede a Madrid. Ascolta la sua voce poetica da poco più di due anni. Nonostante i suoi studi accademici di formazione economica-giuridica, ha sempre amato la letteratura, spaziando dai classici italiani e stranieri ai contemporanei e moderni.

La sua esperienza di vita, che l’ha portata a vivere lontano dalla sua terra natale, l’ha spinta a riflettere sulla sua condizione di donna che, in merito a scelte fatte in accordo alle proprie esigenze, ha perduto il contatto diretto con il suo mondo di origine. Ma lo ha portato dentro di sé. Vive la sua realtà aperta ad accogliere le novità della vita senza dimenticare mai che “è quel che è soprattutto perché è stata”.

Espansiva e cordiale con quanto la circonda, dopo aver cresciuto i suoi due figli fino all’età scolare, ha avuto più tempo per poter ascoltare la sua voce, per alimentare la sua analisi introspettiva, per poter descrivere le sue emozioni, i suoi dubbi, la sua identità mai perduta sui fogli bianchi di quel quaderno che, come una premonizione, le è stato regalato nel giorno della sua laurea. Ora ha deciso di farsi conoscere. Offre al pubblico la sua prima raccolta di poesie con la speranza di poter riuscire a prendere per mano i suoi lettori e portarli all’interno del suo mondo, fatto di vita, di amore, di sguardi.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il nascondiglio dell’anima” di Anna Maria Folchini Stabile, recensione di Anna Scarpetta

Il nascondiglio dell’anima

di Anna Maria Folchini Stabile

Libreria Editrice Urso (2012)

 

Recensione di Anna Scarpetta

 

“II nascondiglio dell’anima”, è la raccolta di poesie di Anna Maria Folchini Stabile. Una poetessa con uno stile molto raffinato, si nota subito nell’esposizione delle sue belle immagini che, dal suo profondo sentire, lei, riesce a elaborare con straordinaria razionalità e analisi, trascrivendo sulla carta versi emblematici, ricchi di pura bellezza.

Non deve trarre in inganno il titolo, anzi, tutt’altro. Ella, difatti, riesce a tirare fuori dal suo nascondiglio, appunto, l’anima, una poetica molto significativa, di notevole freschezza, con una limpidità di un’acqua cristallina, simile a un piccolo torrente. Difatti, nella poesia: II nascondiglio dell’anima, afferma: “Nascondiglio dell’anima /rifugio del cuore,/oasi nel deserto della quotidianità/bolla/ dove respiro l’ultima boccata d’aria…” (pag.7), sono presente notevoli caratteristiche.

Anna Maria, ci parla di un suo rifugio segreto, da dove attinge, si concentra, rielabora. La memoria è la tematica centrale, prevalentemente, così ricorrente, come il fluire costante dei versi scaturiti dai bei ricordi vivi e nitidi. Invero, la memoria, calda roccia, somigliante ad una fucina accesa, rappresenta, senza dubbio, il punto chiave reale, della raccolta di liriche, così dinamica, piacevole, come risultato finale.

Un vero laboratorio immaginario, aggiungerei, paragonabile, appunto, al nascondiglio dell’anima, dove la poetessa affina il suo verso duttile, arricchito della sua schiva personalità, complessa, ma ricca sempre di nuove belle idee, così straordinarie, in linea coi nostri tempi.

Versi, significativi, che sanno salire pian piano i gradini del mondo, per scalfire meglio intensi valori e riportarli alla luce con la preziosità del suo animo gentile, così attento e riverso negli occhi della magnifica luce, che generosa s’irradia nel mondo. Un mondo, che le riesce meglio a guardarlo, sotto i riflettori della realtà, con le sue dure contraddizioni, coi suoi soffusi mali, assopiti nella notte, con la sua meravigliosa bellezza, che s’apre alla vita, libera, come gentili ali di laboriose farfalle.

In verità, nella poesia “Ulivo”, dai versi molto descrittivi, traspare subito l’immediata acutezza e l’attenta osservazione nella minuziosa figura di quest’albero, mettendo in forte risalto la sua robusta crescita, di foglie che si stagliano verso il ciclo, proprio come se fossero nodose braccia. Ella, quindi, attraverso i suoi versi valorizza l’importanza del frutto dell’olivo, risaltando la grande, instancabile, fatica e sudore dell’uomo; nonché la sua reale ricchezza essenziale come vera fonte di guadagno. La poetessa rafforza meglio questi concetti, nei suoi stupendi versi, dicendo, appunto:”Braccia nodose/vestite di un sussurro verde argento/accarezzano il ciclo senza tempo./Lo stormire delle foglie/racconta/degli uomini,/della fatica, del lavoro/mentre fili di perle ondeggiano al vento,/ricca promessa/di oro verde” (pag.12).

In effetti, grazie alla fervida creatività d’immaginazione, Anna Maria, riesce a sprigionare tante vere, calde, emozioni, dai suoi pensieri, particolarmente, costruttivi nella varietà dei suoi contenuti inestimabili; riportando alla luce il grande attaccamento e il lavoro impareggiabile dell’uomo. Anticamente, già esisteva un rapporto così strettamente affettivo tra uomo-terra ai tempi dei nostri avi, direi ancora oggi questo legame è così presente in distese aree agricole del nostro paese. Una terra sempre più amata e coltivata con instancabile passione, vivo ardore e tanto sudore, per ricavarne, non solo dei sostanziosi frutti per la comunità di mercato, come lavoro reale, ma, anche, come prevalente utilità quotidiana per il sostentamento della famiglia.

Ancora più autentica, si riscopre l’anima vera, di una valida poetessa, quando si confida ai versi, dicendo, nella bella poesia: “La Storia”: “Scriverò il libro,/per raccontare la storia/di tutto ciò che mi hai dato,/della vita vissuta./Avrei iniziato oggi/mentre la sabbia leviga/i margini del tempo …” (pag.19). E’ vero, l’artista, è disposta a scrivere la storia, sa che deve farlo. Nel suo nascondiglio dell’anima c’è anche questa priorità, quella di volere scrivere un libro per raccontare, poi, la sua storia. Ella, desidera farlo, è preparata a questo e, più ci pensa e più si accorge, che la sabbia leviga i margini del tempo. Dunque, intuisce la sottile patina di precarietà che caratterizza il nostro tempo, che non da mai tregua. Anzi, continua a scandire, flemmatico, con le sue ore interminabili, quel reale senso assoluto, di forte usura, nella sua corsa inarrestabile che, poi, lascia indietro ogni cosa.

Nei versi di “L’Acero Rosso” e “L’Albero di ciliegio”, si riscopre una poetessa perdutamente amante della serenità e tranquillità, sempre alla ricerca di uno spazio davvero irrinunciabile, quanto unico e magico, però essenziale, per chi scrive poesie. Anna Maria, lo sa perfettamente, per questi motivi va in cerca dei suoi angoli preferiti, li adora, li scova, per respirarne l’essenza e immergere tutta se stessa, nel profondo della vita e della libertà, per ammirare un ciclo stellato, oppure restare muta, dinanzi ad una donna, distante non troppo per riuscire a vederla, intenta a tagliare tranquillamente il pane sulla sua tavola, con la bontà laboriosa della brava massaia.

Orbene, tutte queste belle osservazioni, sono veri spunti per un modo speciale di intendere e di esprimere una nuova poetica, vera espressione di occhi realistici di un mondo che rimane, costantemente, osservato e descritto nel suo insieme. Nei versi: “L’Albero di ciliegio”, appunto, dice: “Nel giardino/dei cuori/incantati/non entrerò./Mai./ Resterò fuori/in attesa,/spiando/chi solo d’amore/sa vibrare./Io vivo nell’orto tranquillo/dietro la casa/ col ciliegio in fiore”, (pag.27). Ecco dunque l’angolo preferito di Anna Maria Folchini Stabile, che sa descriverlo molto attentamente, con lieve sfumature di autentica, straordinaria, bellezza.

Molto più significati e concreti, direi di notevole interesse, sono invece i versi di: “Pensando a Darwin”, in cui afferma: “Dalla notte del tempo/è custodito gelosamente il segreto/degli uomini/che siamo./Niente è scontato o casuale…. /Netta si staglia la grandezza dell’uomo/che sa riconoscerla.” (pag.31). Invero, la grandezza dell’uomo oggi la si può benissimo scorgere in Darwin geologo, grande studioso, grazie all’avventuroso e coraggioso viaggio intorno al mondo.

Un lungo viaggio, che durò quasi cinque anni, sul brigantino Beagle, in veste di naturalista, toccando le isole Canarie, isole di Capo Verde, Bahia San Salvador e le isole di Galàpagos, poi, ancora, La Nuova Zelanda, Australia, Capo di Buona Speranza e isola di Sant’Elena. Durante queste tappe di viaggio raccolse un’innumerevole varietà inestimabile di campioni, per meglio rafforzare le teorie dei suoi straordinari studi. Egli ebbe modo, così, di conoscere nuova vegetazione, sparsa in distese terre umide, molto stagnanti, dove la vegetazione, unica al mondo, era allora, pressoché sconosciuta; per affermare così la teoria dell’evoluzione, detta anche “Teoria dell’evoluzionista”, come elemento comune, ovvero quel sottile filo conduttore della diversità della vita. I suoi studi e le sue teorie furono confrontati nei grandi, disparati, musei del mondo, oggi sono ancora custoditi e apprezzati, ci danno un’immagine straordinaria, davvero luminosa, di questo noto studioso naturalista.

Di notevole valenza e altrettanto fascino trovo unica la bella poesia “Sciamana”, in cui dice: Comprendere ciclo e terra,/ sospesa a mezzo tra/ aria e oceano,/vestita di colori del sogno/ponte vivo che vola/tra Uomo e Dio…” (pag. 10) .

Va comunque detto che la prima Sciamana è la sibcriana Nadia Stepanova, nata a Burjatija una regione lungo il lago Bajkal, considerato il mare sacro, oggi repubblica della federazione russa. Ci sono poi le sciamane di Tuva, un’antica terra della Siberia, centro meridionale, estesa lungo il confine con la Mongolia. Queste sciamane sono in grado di mettersi in contatto con gli spiriti dell’aldilà e sanno fornire risposte adeguate ad enigmi o sciogliere dubbi che assillano la mente umana. Esse sono dotate di particolari caratteristiche sensitive e innata sensibilità che va oltre alla normale comprensione umana. In alcuni periodi dell’anno si rispettano e si praticano riti particolari per richiamare la protezione degli dei sui raccolti annuali o per invocare pioggia, in casi di siccità. Queste credenze sciamamene, per il bene della collettività, sono tutt’oggi molto diffuse, seguite e praticate presso le comunità di molti popoli.

Orbene, nella poesia “Sciamana” della poetessa è da intendere colei, ovvero se stessa, che con vivo desiderio vorrebbe assurgere a sé tutte quelle grandezze e facoltà necessarie, per arrivare ad un preciso fine o immediato obiettivo come quello di comprendere ciclo e terra, di vestirsi di colori per volare sopra le straordinarie distese tra aria e oceano. Lei vestita di colori da sogno, planando adagio con la sua generosa anima per arrivare lassù nei cicli, oltre l’immaginario, dove risiede Dio.

A mio dire, chi desidera leggere le poesie di Anna Maria Folchini Stabile, dovrà farlo, prefiggendosi, un’attenta, vera analisi delle poesie. In quanto, una rapida o scorrevole lettura, senza soffermarsi per capire, davvero l’anima della poetessa, è sconsigliabile. Altre liriche, di notevole interesse, sono senza alcun dubbio: “L’Età delle regine”, “L’aquilone”, “Via”, “Notte stellata”, “La vita insieme”, “Eventi”, “II mondo in uno sguardo”, “Come eri”, “Pensieri gelati”, “II cuore del poeta”, “Tempi”.

Infine, in cuore marinaio si scorge l’altra faccia di un’autrice introspettiva, che si interroga pensierosa, così tanto desiderosa di scoprire meglio chi sia lei veramente, e, con altrettanta inquietudine, afferma, in “Cuore marinaio”: “L’anima mia/naviga a vista/in un limbo si silenzi/tra scogli di sicurezze/e gorghi di possibilità/ So che ci sei/mio Doppio/mio Angelo mio Altro me,/quando la certezza viene meno/quando nel dubbio/rinunciare è la scelta….” (pag.30). Ecco, un’altra particolarità di un modo di sentire, così avvincente, che risalta fortemente, dentro di sé, la figura del dualismo, che comunque fa parte, nell’insieme, della profonda percezione dell’animo di un poeta. Lei lo avverte, come soltanto veri poeti sanno percepire, intimamente, per poter donare agli altri altre magnifiche poesie, ricche di autentico amore e forte intuito per la libertà, in senso assoluto.

In conclusione, versi plasmati tutti all’insegna d’intense gioie della vita quotidiana, rinnovate altresì da tante belle speranze ancora forti e preziosi sentimenti che sanno vibrano al cuore, lentamente, nuove calde emozioni.

 

 ANNA SCARPETTA

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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“Il senso del nulla”, poesia di Fiorella Carcereri

Il senso del nulla

 di FIORELLA CARCERERI 

 

 

Passiamo una vita

a cercare

il senso delle cose,

ma non lo troviamo mai.

 

 

Allora,

per non impazzire,

per non morire,

inventiamo

un surrogato di senso

che attribuiamo

al nostro esistere.

 

 

Ma, in fondo,

nulla ha un senso

e  solo il nulla

ha  senso.

 

 

 QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

E’ uscito il nuovo numero della rivista Euterpe dal tema “Potere e povertà”

Buonanasera,
comunichiamo che il nuovo numero della rivista è appena uscito (entro pochissimo sarà caricato il pdf sul sito, http://www.rivista-euterpe.blogspot.com).

Nella rivista sono presenti testi di Lorenzo Spurio, Massimo Acciai, Monica Fantaci, Giuseppina Azzena, Gilbert Paraschiva, Damiano Maccarrone, Dunia Sardi, Emanuele Marcuccio, Massimo Acciai, Monica Minnucci, Sunshine Faggio, Ivan Pozzoni, Paolo Annibali, Antonio Chisari, Alessandro Dantonio, Flavio Scaloni, Monica Fantaci, Anna Alessandrino, Mauro Biancaniello, Antonella Santoro, Angela Crucitti, Gennaro Tedesco, Mario Di Nicola, Paolo D’Arpini, Patrizia Chini, Fiorella Carcereri, Cristina Lania, Mariapia Statile, Dario Ramponi, Nadia Marra, Martino Ciano, Elisabetta Polatti.
Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “L’intercultura”. I materiali dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@virgilio.it entro e non oltre il 10 Gennaio 2013.

Link diretto per accedere al pdf scaricabile contenente il numero della rivista: http://www.segretidipulcinella.it/euterpe5.pdf 

“Pensieri” di Emanuele Marcuccio, con un commento di Luciano Domenighini

PENSIERI

(poesia di Emanuele Marcuccio)

 

 

Portano poesia così

lungi il nostro dire

chioccio e impacciato così

l’ardire è vano e lontano

e requie non danno.

 

 (13/9/2012)

Commento a cura di Luciano Domenighini

Cinque versi brevi ad andamento ondulante (sequenza sillabica “8, 6, 7, 8, 6”) col soggetto ai versi di apertura e di congedo e i tre versi centrali incidentali e distrattivi a significato antitetico.

La gestione delle rime è complessa. Solo il quinto verso è svincolato. Il primo e il terzo rimano sul medesimo bisillabo avverbiale tronco “così”. L’ottonario al quarto verso presenta due rime interne: in terza sillaba “l’ardire” rima col senario del secondo “dire” e la piana bisillaba in quinta “vano” con la trisillaba “lontano” in ottava. Il tono della lirica è dimesso, sofferto, ma formalmente impeccabile.

In soli cinque versi, in un cono di luce rivelatore di un evento psichico, Marcuccio individua i termini antitetici dalla cui distanza e dal cui conflitto nasce un doloroso travaglio dal quale scaturisce, per sintesi, l’energia della poesia.

Il primo elemento dell’antitesi è un periodo bipartito (“Portano poesia così/ […] e requie non danno”) collocato agli estremi della strofa in posizione prima e quinta.

Il secondo, oppositivo, consta di tre momenti, uno per ciascuno dei versi centrali, secondo, terzo e quarto (“lungi il nostro dire/ chioccio e impacciato così/ l’ardire è vano e lontano”).

Da un lato l’esaltazione e la tensione, il languore e il tormento dell’ispirazione poetica, dall’altro la penosa coscienza di una condizione di quotidianità anonima e schiva. Due opposti, due polarità a tendere un arco.

Da un punto di vista strettamente formale sono da notare tre consonanze “interne” (“dire-l’ardire”, “chioccio e impacciato”, “vano e lontano”) che legano foneticamente il dettato, nonché l’iterazione avverbiale “così”, rimante al primo e al terzo verso, che genera un senso di irrisolutezza e di precarietà.

Luciano Domenighini

Travagliato (BS), 6 novembre 2014

Recensione di “Nuvole bianche” di Ema (Emanuela Cecconi), a cura di Anna Maria Folchini-Stabile

Nuvole bianche

di EMA (Emanuela Cecconi)

Pagnini Editore, Firenze, 2011

Recensione a cura di Anna Maria Folchini-Stabile, poetessa e scrittrice 

 

La raccolta di poesie intitolata “Nuvole bianche” della poetessa EMA, come ama farsi chiamare Emanuela Cecconi, esprime il sentire di una donna squisitamente femmina, attenta a tutto ciò che la circonda, capace di fermare sulla carta le emozioni profonde e i brividi di passione che attraversano la sua vita.

 L’opera, illustrata dalla Poetessa stessa con vedute della “sua” Toscana e di altri luoghi visitati che le sono rimasti nel cuore, è suddivisa in quattro parti:

– Uomo che fai

– Nuvole bianche

– Arcobaleno

– Chi sono

e si sviluppa su temi poetici costantemente presenti nelle liriche:

– la natura

– la donna

– la passione d’amore

– il ricordo.

EMA si sente sempre parte della Natura, da lei intesa come mater dolorosa che assiste impotente all’oltraggio dell’Uomo suo figlio: “Uomo che fai /  Di quali violenze / ti stai macchiando…/ Tutto in nome del profitto/ … Neghi ai tuoi figli/ un domani, / un domani su questa terra.” ( da “Uomo che fai, pag. 13)

Conscia di ciò ne ricerca l’abbraccio materno in ogni cosa che la rappresenta e ne riconosce e ne apprezza l’incredibile bellezza sotto ogni aspetto: “ Albero dalle gentili fronde / rigoglioso e verde / con foglie lussureggianti, / accoglienti, tu sei madre”. (da “Albero”, pag. 20)

“ Cavalli dalle nere criniere / rampanti aggrediscono l’azzurro, / talvolta minacciosi, / talora portatori ribelli / di sogni passeggeri”. (da “Nuvole bianche”, pag. 29)

Attenta a ogni cosa, si sofferma anche sul fiore più delicato e timido che sorride alla primavera: “ Così vi presentate / in violetto o giallo, / da tenui a scarlatti/ colori in petali vellutati” (da “Pansè”, pag. 22)

Nei confini naturali illimitati si muove la donna e la Poetessa innalza il suo canto che parla di fragilità e delicatezza, di un’idea di sé ricca di speranze, nonostante il dolore vissuto nel corso della vita tanto da marchiarle a fuoco l’anima: “ …Chi sono? Un fiore! / Il fiore galleggia su speranze deluse, / amori finiti, / ma è felice / del calore del sole / del vento che l’accarezza. (da “ Chi sono”, pag. 61)

EMA guarda con occhi positivi alla vita nonostante “Un vissuto pieno di ferite / che sono solo mie, / che hanno segnato la mia pelle e la mia anima” (idem, pag. 61) e non nasconde il suo amore per l’amore fatto di sentimenti e di carne: “ La mia testa è lì / in quel momento con te, / quando la tua bocca / si socchiuderà per baciarmi, / e tra la tua pelle e la mia / non ci sarà più nulla / al di fuori di noi” (da “Sarà tra poco”, pag. 70). 

Leggere queste poesie dischiude un poco la porta sull’universo femminile, fatto di slanci e di paure, di rimpianti e di ricordi felici.

EMA, infatti, riesce a rappresentare nelle sue liriche il mondo di una donna a tutto tondo forte e delicatissima

 

 Anna Maria Folchini-Stabile

 

Angera, 26 settembre 2012

  

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