Emanuele Marcuccio: cronistoria della sua poetica

La mia poetica

di EMANUELE MARCUCCIO

Scrivo poesie dal 1990 (per essere precisi, dal 1989 ho iniziato con dei primi esercizi di poesia, che non sono da pubblicare, né pubblicherò mai); nell’agosto 2000 ventidue poesie sono state pubblicate dalla milanese Editrice Nuovi Autori, nel volume antologico, Spiragli 47 e nel marzo 2009 è uscita la mia prima raccolta di poesie, che ho intitolato Per una strada.

Non scrivo in rima per scelta, per me questa blocca o vincola l’ispirazione poetica, su quasi centocinquanta poesie, ne ho scritto solo tre interamente in rima, in rima libera. In altre poesie, se la rima raramente è presente, è solo spontanea.

La rima libera non spontanea l’ho utilizzata soltanto in una poesia, per puro sperimentalismo stilistico.

Nella mia poetica ci sono tre punti fermi: la spontaneità, la musicalità e la scorrevolezza, la fluidità del verso.

Il mio ideale poetico si esprime nell’essere semplice e al tempo stesso profondo. Cerco anche la musicalità del verso, cosa oltremodo difficile, se non si scrive in rima.

Quando uso dei termini che possono apparire un po’ antiquati, degli arcaismi, lo faccio unicamente per la loro insita musicalità, non perché io voglia servirmi di un linguaggio anacronistico. Nelle mie poesie alcune volte ho usato delle parole tronche (delle apocopi) come “cuor”, “cor”, “duol”, “dolor”, altre volte non le ho usate; di conseguenza, ogni mio verso, ogni mia parola non sono messi a caso, ma seguono un fine musicale, sono messi lì, per una maggiore scorrevolezza nel ritmo. Ad esempio, nella poesia “Indifferenza” (da Per una strada) uso sia “duol”, sia “dolor” e, nella poesia “Là, dove il mare…”, il ritmo si alza e si abbassa, quasi ad imitare il flusso e riflusso delle onde del mare e quelle parole tronche (quelle apocopi) non le ho messe a caso, ma per mantenere quel ritmo e quel particolare suono.

Emanuele Marcuccio
Emanuele Marcuccio

Nel fare poesia seguo una struttura su due fasi fin dal 1990: la prima è quella che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”, che può giungere in qualsiasi momento con l’affiorare alla mente dei primi versi o di uno solo; quindi, appunto in brutta copia su di un qualsiasi foglio o pezzo di carta (pensate che il grande poeta Giuseppe Ungaretti appuntava le sue poesia anche in trincea utilizzando la carta che avvolgeva le cartucce) e, mentre scrivo, penso i successivi versi da mettere sulla carta. La seconda ed ultima fase si riferisce alla ricopiatura in bella copia, aggiungendo a volte, anche dei nuovi versi o parole. In seguito, durante la correzione di bozze e in previsione della pubblicazione, potrei operare dei piccoli cambiamenti variando la posizione delle parole, sostituendo qualche parola, la disposizione dei versi, a volte anche gli “a capo” perché, quello che cerco, oltre alla freschezza della spontaneità, che è la prima cosa, è la fluidità e la musicalità del verso, senza quasi mai usare la rima, servendomi di giochi fonetici delle consonanti e coloristici delle vocali giungendo in alcune poesie alla metrica spontanea (come ha notato un critico letterario, nella prima recensione su Per una strada e, successivamente, in maniera più ampia, nel saggio critico-antologico), senza mai stravolgere il senso e l’ispirazione primigenia della poesia. Metrica spontanea nel senso di lassa e non di strofa, che, non potrà mai essere spontanea.

Volendo essere più preciso, da ca. cinque anni, dopo aver appuntato la poesia su un foglio di carta, non la ricopio subito sul quaderno (un quaderno dalla copertina nera e che utilizzo fin dal dicembre 1999), ma lascio che passi anche una settimana o un mese mettendo il foglio in mezzo al “quaderno nero”, come se volessi farla “decantare”.

Diverso è stato il caso della mia unica poesia scritta in rima non spontanea, in cui dapprima è arrivato il “primo fuoco dell’ispirazione” con i primi due o tre versi, successivamente mi sono dedicato alla ricerca della rima, unita al tipo particolare di rima (forse la più difficile, quella incatenata e senza usare la metrica, quindi, rima assolutamente libera e non canonica), alla proprietà di linguaggio, quello dell’italiano antico (precisamente il volgare trecentesco di ascendenza stilnovista) con l’applicazione delle figure retoriche più adatte.

Come vedete, in questo caso ci sono state tre fasi, e mi meraviglio che mi siano bastati soltanto due giorni; l’ho scritta mentre mi preparavo agli esami di Maturità Classica e vocaboli danteschi frullavano impazziti nella mia testa, bisognava farli uscire, quasi per un bisogno fisiologico.

Uso le figure retoriche e cerco di usarle in maniera spontanea, ho usato anche lo zeugma, presente molto in Dante. La figura retorica che uso di più è l’enjambement, mi piace molto l’anafora e indulgo all’elisione, sempre per esigenze di fluidità del verso e musicalità.

Alcune curiosità: una poesia,“Per una strada”, dapprima l’ho scritta su uno scontrino della spesa, poiché, appunto, mi trovavo per strada, una poesia sulla propria ispirazione poetica. Da questa poesia ho tratto il titolo della prima raccolta, pubblicata il 26 marzo 2009 dalla ravennate SBC Edizioni e, citando dalla prefazione che ho dovuto scrivere io stesso (in caso contrario il mio libro non ne avrebbe avuto una), “Con questa mia, apparentemente semplice poesia, scritta dapprima su un semplice scontrino, poiché mi trovavo per strada e non avevo null’altro su cui scrivere, ho cercato di esprimere proprio il processo misterioso della mia ispirazione poetica.

E pensare che, all’inizio non l’ho compreso nemmeno io il suo significato profondo.

Quanto mi sembrarono quasi insignificanti quei versi, e invece, mi sono accorto, con mia grande sorpresa, che nascondevano il significato stesso della mia ispirazione furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i miei versi, che metto sulla carta, passa e vola via, e non si sa più dove mai sia.

Nel 2006 ne ho scritto anche una in piedi sull’autobus affollato, che è l’ultima delle poesie pubblicate nel libro.

A partire dal 2013, abbandono completamente la punteggiatura, dopo due esempi isolati nel 2010 con le poesie, “Trascinarsi” e “Supersonica” (da Anima di Poesia, seconda silloge poetica del 2014). Attualmente la mia poesia è alla ricerca dell’essenzialità e dell’estrema sintesi, cadono, quindi, anche le complicazioni sintattiche, le pause diventano gli “a capo” e il doppio “a capo”, in questo vedo maggior respiro. Ed ecco che, dopo l’abbandono della punteggiatura, in cui trovo maggior respiro, vado ad abbandonare anche l’incipit con lettera maiuscola, a riprova di ulteriore sintesi ed essenzialità, come a sottintendere un verso e tutti i versi precedenti, quasi in un continuo richiamo tra explicit e incipit. Tuttavia, non credo ci sia rivoluzione ma solo evoluzione; rari prodromi di estrema sintesi (tranne l’abbandono della punteggiatura) sono rilevabili nella mia produzione precedente, soprattutto nella silloge Per una strada.

Da sinistra: Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio e Lorenzo Spurio, alcuni dei membri di giuria della 2° edizione del Premio Nazionale di Poesia
Da sinistra: Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio e Lorenzo Spurio, alcuni dei membri di giuria della 2° edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, in un momento della Premiazione svoltasi a Firenze. Foto di Deliri Progressivi – per gentile concessione di Annamaria Pecoraro

Il critico letterario Luciano Domenighini ha definito il mio attuale modus poetandi, con l’espressione di “ermetismo cosmico”. Così si è espresso il critico a riguardo: «“Ermetismo” perché il dettato è a un tempo sintetico e codificato, iniziatico, a tratti sibillino. Certe soluzioni originali e inedite del suo linguaggio poetico d’altra parte, vanno in questa direzione. “Cosmico” perché, rispetto alla sua poesia di una volta, si inoltra in una dimensione cosmica, spaziale, astrale, ultraterrena».

L’essenza della poesia è la sintesi, non intesa nel numero dei versi (anche una poesia lunga deve avere sintesi), nessun verso in più né uno in meno che pregiudichi il suo respiro; deve avere musicalità (non dettata unicamente dalla rima), respiro; se poi eliminiamo anche i luoghi comuni, le frasi fatte, c’è perfetta poesia. Alla base deve però esserci la spontaneità dell’ispirazione, in caso contrario, tutto si risolverebbe in un freddo artificio formale.

Secondo il critico letterario Luciano Domenighini, “Dolore” (la poesia più breve che io abbia mai scritto e che consta di soli due versi), rappresenta il vertice letterario di tutta la raccolta Per una strada, come ha ben evidenziato nel saggio critico-antologico sulla stessa silloge.

Un caso a parte è la scrittura del mio dramma in versi, ambientato in Islanda, dove, per seguire una trama, non ho potuto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea, il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino e -adesso scrivo- sono passati più di vent’anni da quell’abbozzo in prosa del solo primo atto (1989) alla sua stesura definitiva (mi manca di terminare di scrivere il quinto ed ultimo atto e dare una revisione finale al terzo e quarto atto).

Proprio perché la poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo. Ho scelto quindi il teatro e un dramma in versi liberi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta.

La poesia bisogna ascoltarla e non semplicemente leggerla, bisogna leggerla ad alta voce per sentirne tutta la musicalità e fluidità, soprattutto rispettando gli accapo. Così, capiremo se l’accapo andava messo proprio lì o, se quel segno di interpunzione è corretto in quella posizione, o se quel verso va bene o va modificato. La poesia è ribelle alle regole della prosa e della sintassi in genere, ribelle anche ai segni d’interpunzione, le pause della poesia non sono le pause della prosa. In poesia ogni singola parola deve essere considerata in relazione al ritmo e alla sonorità nel verso, ogni parola non è soltanto significato ma soprattutto significante, il suono, il segno grafico, l’emozione in cui ci trasporta la poesia.

Come scrivo ancora nella prefazione alla raccolta, Per una strada, La poesia non bisogna semplicemente leggerla, ma sentirla, ascoltarla; non nel senso di ascoltare una recita, ma leggerla con il cuore, interiorizzarla, farla propria, renderla partecipe delle proprie emozioni.

Le sue interpretazioni non si esauriscono in una sola, non sarebbe più poesia, ma della prosa travestita di versi con degli “a capo” dati a caso.

Non è necessaria la metrica e la rima per fare poesia, ma basta un certo accostamento di parole, di frasi e di suoni, aperti alle molteplici interpretazioni; bisogna anche che il poeta metta del suo, anche se in maniera trasfigurata. Il difficile è saper disporre il tutto in una maniera tale per far sì che, chi legga o ne ascolti una recita, senta la poesia.

Emanuele Marcuccio sulla balconata del Colle dell'Infinito a Recanati (MC) nel Maggio del 2014
Emanuele Marcuccio sulla balconata del Colle dell’Infinito a Recanati (MC) nel Maggio del 2014

La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce a portare allo scoperto l’anima, come scrivo in una poesia, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”. La poesia è anima che si fa parola, la poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario, fa sì che l’oggi non si perpetui nello ieri e, in qualche maniera, contribuisce a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri. La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore.

La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna, si emozione e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni, ma deve ritornare alla realtà, alla dura realtà, che usa come filtro e come ancora per non annegare. La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza necessariamente fare uso della metrica o della rima. Al massimo deve far uso di metrica qualitativa (cadenza, ritmo, etc.) non di metrica data dalla quantità delle sillabe. Come ho scritto sopra, la narrativa e la prosa in genere, preferisco leggerla e non scriverla ma, anche nella prosa possiamo trovare poesia. Anzi, la poesia, nella sua accezione più ampia, non è specificatamente legata ai versi ma all’arte in genere, quindi, anche alla musica, sia classica che leggera. La poesia è ciò che si avvicina di più alla musica. Cito un mio aforisma, il n. 36 dalla silloge, Pensieri minimi e massime del 2012: «Penso che la musica sia la forma di espressione umana più alta e superiore a tutte le arti, anche alla poesia. Grazie alla musica, nella sua grandezza e profondità, possiamo arrivare persino ad intuire l’universo». Ovviamente, mi riferisco alla musica, nella sua grandezza e profondità, non certo a musica da semplice intrattenimento; mi riferisco a musica con la “M” maiuscola. E, citando ancora dalla prefazione a Per una strada, “La poesia è la forma verbale più profonda che possa esistere, per esprimere i più reconditi sentimenti umani.

Se invece vogliamo parlare di espressione umana in senso generale, la musica per me supera tutte le arti, a patto che sia musica con la “M” maiuscola.

Ecco perché musicare una poesia è qualcosa che supera ogni immaginazione.

Quanta poesia possiamo ascoltare ad esempio in una canzone di Battisti o in un’Opera di Puccini, o in un notturno di Chopin! O quanta poesia possiamo ammirare ad esempio nella Gioconda di Leonardo o nella Pietà di Michelangelo!

La poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione.

Non si potrà mai dare una definizione definitiva di poesia ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma, la poesia non ha confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.

E Picasso, a proposito della pittura ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto». Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni.

E, come scrivo in un altro aforisma, il n. 25, sempre da Pensieri minimi e massime: «Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.»

Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione.

Emanuele Marcuccio

Palermo, 2 agosto 2015

“La poesia non è soltanto atto creativo in sé, è forza maieutica che rivoluziona la storia” a cura di Ninnj Di Stefano Busà

“La poesia non è soltanto atto creativo in sé, è forza maieutica che rivoluziona la storia”

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

Bisogna tener presente innanzitutto che Poesia non è soltanto atto creativo in sé, ma possiede una forte aderenza ad includere il trascendente, l’infinito mistero che la protegge e la esprime. Essa si realizza entro i termini trasfigurativi di una forza maieutica, che deve, di sua necessità, anche riflettere il mondo e la sua oggettiva natura perturbatrice: fa riferimento dunque alla creatività reale, valida nel tempo come correlativo oggettivo della sua storia e del suo compimento.

In altri termini, la Poesia ha davanti a sé due obiettivi: inventare il nuovo  o  rimodellarsi attraverso una formula di modificazione dei suo canoni.

L’itinerario della comunicazione poetica è spesso tortuoso, labirintico e si insinua tra universi di cultura che in qualche misura confliggono tra loro e vengono coinvolti all’interno del fatto creativo come deterrente.

Ninnj Di Stefano Busà
Ninnj Di Stefano Busà

Si può immaginare di avere un cannocchiale a due lenti: chi guarda e chi è guardato finiscono per configurarsi entrambi lo stesso soggetto e proiettare la loro visione al di là del contingente ritrovando la stessa immagine reale da entrambe le parti.

In altri termini, la Poesia deve essere non soltanto espressione, ma anche comunicazione, o come osserva Wladimir Holan nel suo poemetto: “Una notte con Amleto”, un dono.

La Poesia finisce con l’essere lo specchio della realtà nel tempo.

Si finisce con l’essere moderni senza saperlo e senza volerlo, perché la poesia si adegua al tempo sincronico, risiede in esso, se ne fa interprete. Ogni artificio o arbitrio volti alla Poesia, soprattutto se tecnicamente studiati a tavolino, finiscono per essere una forzatura, un’assurda pretesa di novità, perché se ne compromette chiarezza e spontaneità (ricordiamo: l’arte ponte tra individuo e individuo di M. Proust).

Allora, non basta esprimere: è necessario saper comunicare, come altresì è necessaria l’adeguazione espressiva del poeta agli schemi mentali (categorie), ai simboli che ne rappresentano i modelli e le sollecitazioni.

La poesia è forma nella quale si coagulano i contenuti che scaturiscono dal rapporto tra noi e le cose.

L’atto creativo deve passare attraverso un processo che implichi una fase di filtrazione catartica dell’elemento emotivo che l’ha generato.

E allora diciamo che  deve raggiungere la trasfigurazione artistica, senza mai eludere l’esigenza della comunicazione ad altri.

Si configura così quella sintesi a priori che la istruisce e la determina, come del resto accade in altre discipline: nella scienza e nella filosofia.

La Poesia potrà così testimoniare, non solo esprimere sensazioni e suggestioni, perché pur all’interno di un’esigenza di purezza, potrà realizzare un sistema di trasmissione di dati emozionali, che ne colgano i referenti dell’umanità, della società e della storia, al di là dell’atto creativo in sé.

Il prodotto siffatto potrà dunque sostenersi da sé, in virtù della sua inventiva originaria, fondata su moduli irripetibili, che rifuggono da luoghi comuni, dai decorativismi, dagli sfoghi privatistici individuali.

La Poesia è sorretta da taluni valori che ne determinano la rivelazione categoriale, che è traccia ed essenza di essa, non deformazione o mistificazione.

Una siffatta visione si regge, pertanto, sulla libera autodisciplina del poeta, capace d’intuire nella profondità del proprio sistema ontologico, le categorie universali e universalizzanti su cui si determina l’arte della parola, rigettando quelle mostruose corruzioni arbitrarie, quei soggettivismi alogici, pretestuosi, anarcoidi di un reale-irreale trasfigurativo, nel quale la fantasia si perde, in figure astratte, inquinate da <non sense> destinato quest’ultimo quasi sempre a sfociare in un labirintismo o libertarismo estetico aberrante, che ama autodefinirsi “sperimentalistico” senza mai raggiungere nessuna singolare peculiarità.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

“A Giovanna d’Arco” poesia di E. Marcuccio con un commento di L. Domenighini

1

Nota:

[1] La costruzione “a gli” non è un refuso ma una mia scelta ponderata, per creare un suono più lento, più pensoso, più meditativo; il “corretto” grammaticalmente “agli” sarebbe stato troppo brusco. [N.d.A.]

 

14 giugno 2015

Emanuele Marcuccio

Commento critico a cura di Luciano Domenighini

Giovanna D'Arco, opera di Ingres
Giovanna D’Arco, opera di Ingres

Torna al genere agiografico, celebrativo, già frequentato specie agli esordi Emanuele Marcuccio con questa “A Giovanna d’Arco”. Ma lo fa secondo il suo nuovo modulo poetico fortemente sottrattivo, asciutto e frammentario, basato su una ristretta selezione verbale che apre ampi varchi ellittici. Ne risulta una sorta di frammento epigrafico dove il residuo verbale non è il risultato casuale dell’oltraggioso trascorrere del tempo ma è il frutto di una ponderata scelta dell’autore in una sorta di distillazione, di decantazione del verso, di selezione, ispirata e meditata, di quei sintagmi e di quelle parole “chiave” per rappresentare il soggetto poetico. Il dettato intermittente così ottenuto, dopo una prima strofa di terzina ad andamento discendente (di 5, 4, 3 sillabe) assomma tre strofe monoverso di cui la prima è un neologismo di associazione (“donnadono”) e la terza, a mo’ di firma, è il nome della protagonista. Come detto la residuale essenzialità dell’esposto alimenta, tra una strofa e l’altra, larghe pause ellittiche dense di prospettive narrative e ciò avviene perché i concetti esplicitati sono specificanti e consequenziali. L’insieme configura i caratteri del personaggio, eroina a un tempo guerriera e martire. È proprio la vigorosa valenza narrativa del “non detto”, sottaciuto più che sottinteso, il pregio saliente di questa composizione, ermetica eppure nitida ed eloquente, singolare per originalità e audacia sperimentalistica.

Luciano Domenighini

Travagliato (BS), 25-30 luglio 2015

[1] La costruzione “a gli” non è un refuso ma una mia scelta ponderata, per creare un suono più lento, più pensoso, più meditativo; il “corretto” grammaticalmente “agli” sarebbe stato troppo brusco. [N.d.A.]

“Di seta”, poesia di Emanuele Marcuccio con un commento di Lorenzo Spurio

DI SETA[1]

Poesia di Emanuele Marcuccio 

di seta

la parola

 

 

di poesia

l’anima mia

 

 

investe il verso

e para

i colpi

 

 

verga

veloce il rigo

leggero

 

 

pieno

29 luglio 2015

Emanuele Marcuccio

Commento critico di Lorenzo Spurio

Undici smunti versi a contrassegnare la recente poesia di Emanuele Marcuccio, “Di seta”, felicemente ispirata, come indica in nota a piè di pagina, al titolo di una mia recente pubblicazione sulla poesia contemporanea. ???????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????

La lirica si contraddistingue ancora una volta per la sua sottigliezza formale tanto da apparire, visivamente, filiforme e addirittura acuminata: Marcuccio dispone i serrati versi talora in strofe a due versi, talora a tre con una strofa finale, monoverso, che con l’aggettivo “pieno” ne marca in maniera distinta e impareggiabile il contenuto, quasi in maniera perentoria. Siamo lontani dalle formule di matrice leopardiana e pascoliana che hanno rappresentato delle fonti importanti e decisive nell’attaccamento di Marcuccio alla poesia e che ne hanno permesso poi un cammino denso di passi veloci verso una mutazione prospettica e multidirezionale. Contenutisticamente la lirica centralizza l’attenzione sulla tipologia di tessuto soave e preziosa della seta, materialità sontuosa e al contempo esteticamente piacevole, istituendo una corrispondenza profonda e di rimando tra la seta, appunto, a rappresentazione dell’elemento concreto, definibile e tangibile, e la Poesia, ossia
“la parola” di cui parla al secondo verso. Marcuccio definisce la poesia “anima che si fa parola” e il ricorrere al termine di anima è spesso comune nel suo entourage letterario (si pensi alla sua seconda raccolta poetica che si intitola, appunto, Anima di Poesia) ed è qui reso nella sequenza delle parole che si susseguono nei versi: “di seta/ la parola// di poesia/ l’anima mia”. La parola, allora, non è semplice atto linguistico e mezzo espressivo connaturato e legato al suo campo di utilizzo (il dialogare, il declamare, il leggere,…) ma diviene espressività aulica perché empaticamente legata al sentire autentico dell’io parlante-poetico.  Sembra essere contenuta in questa poesia meglio che in ciascun altra forma anche una sorta di rinnovato stilema poetico che il poeta segue ormai negli ultimi tempi e che sembra in qualche modo aver voluto concretizzare in una poetica dell’osso, ridotta (la riduzione non equivale, almeno qui, alla semplificazione) ossia improntata a una pervicace sintesi del linguaggio: se le parole sono poche, per dirla in altri termini, i concetti sono assai vasti e corposi, indelebili e vorticanti. La poesia non è solo canto o lode, denuncia o preghiera, rilevazione di stati d’animo più o meno leggiadri o burrascosi, comunione con il paesaggio e riflessione esistenziale, ma è molto di più perché essa “para/ i colpi”. Ha dunque un’altissima potenza protettiva ed è un baluardo di difesa. La parola, allora, che può essere delicata come la seta, è al contempo uno schermo potentissimo nei confronti dell’ambiente esterno e del mondo. Ci protegge e si auto-conserva, sembra di intuire leggendo questi versi di Marcuccio. Con acutezza e con il solito rigorismo formale che contraddistingue la nuova poetica marcucciana improntata più al non-dire che al rivelare, con un sintetismo fervido e pressante, la parola è carezza (seta) e porto (“para/i colpi”). In compagnia di essa non si potrà temere alcun danno.

Lorenzo Spurio

Jesi (AN), 31 luglio 2015

Commento critico di Luciano Domenighini

Ulteriore e riuscita prova del nuovo corso poetico di Emanuele Marcuccio che affina ulteriormente la perizia nel selezionare coaguli verbali sintetici e suggestivi. Le prime due strofe compongono un chiasmo iterativo ingentilito dalla rima baciata ottenuta per anastrofe del quarto verso (“di poesia/ l’anima mia”). La terza strofa, aperta da una sillessi per variante intransitiva del verbo “investire”, rivendica la valenza balsamica e tutelare della poesia che protegge e difende l’animo eletto del poeta dagli insulti del mondo turpe e grossolano. L’epilogo, formato da una terzina di versi brevi (2, 5, 3 sillabe) e da un’addizione aggettivale in strofa monoverso (“pieno”), si compiace di descrivere la scrittura, intesa come atto lieve e gioioso, coinvolgente e appagante. Ammirevole la limpida levità, la delicatezza e la grazia della composizione che suggella il felice rapimento del poeta nell’atto di tradurre in parole la propria ispirazione.

Luciano Domenighini

Brescia, 1 agosto 2015

[1] Ispirato dal felice titolo dell’opera di Lorenzo Spurio, La parola di seta, ampio Volume di interviste ai poeti d’oggi (tra cui anch’io), edito nel luglio 2015 con PoetiKanten Edizioni. [N.d.A.]

“Lapilli di vita” di Michela Zanarella tradotta in giapponese da Taro Aizu

Lapilli di vita

In queste ossa

viaggio

e insieme mi porto

lapilli di vita.

Scavo calore

consumo il fiato,

amo.

Voglio andare

con la pelle

a restare magia

nel destino.

Voglio esplodere

di te

e sapere il sapore

del mare.

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Traduzione di Taro Aizu

生命の火花

この骨の中を

私は旅する

そして私は

小さな生命の火花を持って行く

私は熱を取り出し

息を吸い

愛する

私はこの皮膚の中に

とどまりたい

私は将来も

不思議なままでいたい

あなたには

私から外へ噴き出してほしい

そして 私は

海の味を知りたい。

(tratta da “Meditazioni al femminile” 2012 © Michela Zanarella)

“Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio letta e commentata da Francesca Luzzio

“Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio (2015)

Recensione di Francesca Luzzio

Dipthycha 2_original_front_cover_900DIPTHYCHA 2 è un’antologia che s’inserisce in un progetto originale che trova la sua matrice nella volontà di dare concretezza espressiva ad una poetica chiaramente enunciata nel “Manifesto dell’Empatismo”. Esso attribuisce alla poesia una funzione terapeutica e socializzante sia perché è fautrice di una comunicazione emotiva ed empatica, proposta “con la forma verbale più profonda mai creata dall’uomo”, sia perché esprime anche una morale ed un’etica fondata su sani principi umani e cristiani. Dire di no alla guerra, al razzismo, alla violenza in un’epoca in cui l’uomo vive lontano da ogni principio morale, chiuso in un egotismo sfrenato, che trova solo nel potere e nel denaro la sua gratificazione, è sicuramente la nota più rilevante ed importante del manifesto. Dal punto di vista più strettamente estetico, il manifesto afferma che solo “uno sguardo pieno di meraviglia” porta  all’ispirazione e quindi ad una creazione poetica che non sia “puro artificio, ma piacere “per gli occhi e per l’anima”. L’atteggiamento meravigliato del poeta ripropone Pascoli e la poetica del fanciullino, ma fa ricordare anche G. B. Vico che considera la poesia come tipica espressione dell’uomo primitivo che prima sente “senza avvertire” poi avverte “con animo perturbato e commosso” la realtà che lo circonda (Scienza nuova, LIII Degnità). Rilevate alcune importanti componenti culturali che stanno alla base dell’intuizionismo dei poeti empatici, ci si chiede come i versi che in tale poetica trovano matrice possano essere anche piacere per gli occhi. Lo sguardo meravigliato del poeta è foriero di poesia che reca piacere all’anima, all’immaginazione , non agli occhi, tranne che questi ultimi non ne siano metonimia e sicuramente lo sono: occhi per immaginazione, concreto per astratto. Tale rilevazione è opportuno effettuarla perché il piacere visivo esige proprio un ricorso a quell’artificio esplicitamente ripudiato, insomma implicherebbe, ad esempio, un ritorno alla “poesia visiva” tipica dei calligrammi di Apollinaire o di Marinetti.

Sebbene novecentesca, tipica delle avanguardie, l’idea del manifesto, quale strumento di aggregazione ideologico-estetica, è molto apprezzata perché, di fronte all’individualismo e alla solitudine, esorbitanti anche in ambito letterario, risponde al bisogno di condivisione e di aggregazione, a prescindere dal fatto che essa sia telematica o reale e il sottotitolo dell’antologia, Dipthycha 2, “Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…” evidenzia l’importanza del comunicare a prescindere dallo strumento che ce ne consente la realizzazione. Così i diptycha, le tavolette cerate dell’epoca romana, assurgono al ruolo di metafora simbolica della comunicazione virtuale che se nella prima antologia era “anche” strumento d’ispirazione, adesso lo è “sempre” e ciò rileva l’importanza che viene attribuita a tale tipo di corrispondenza poiché consente comunque l’esternazione empatica di pensieri, emozioni e sentimenti suscitati da temi e problemi in cui la vita ci coinvolge.

La realizzazione di questa seconda antologia conferma il successo del progetto e rappresenta la concretizzazione cartacea della possibilità comunicativa che il virtuale ha concesso. Così Emanuele Marcuccio “condivide” con Silvia Calzolari l’entusiasmo per tale forma d’interazione, con Ilaria Celestini, il dolore per la violenza e gli abusi che si esercitano sulle donne, con Grazia Finocchiaro il perdersi rapito nel mare, con Ciro Imperato l’angoscia del terremoto in Abruzzo e così via…

Ovviamente Marcuccio e gli autori con cui si corrisponde, pur trattando lo stesso tema, lo propongono assecondando il proprio stile e il proprio nucleo ispirativo, così siamo di fronte ad un poliedrico dipanarsi di emozioni e di modalità espressive.

In tale “corrispondenza d’amorosi sensi” per ripetere lo stesso sintagma foscoliano, adoperato da E. Marcuccio, è chiaro che questi da interlocutore protagonista che si confronta e comunica con altri poeti comprimari, fa sì che l’antologia acquisti quell’originalità strutturale che la rende gradita a qualsiasi lettore che non può non sentire sollecitate la sua curiositas e la sua emotività di fronte alla “dittica” proposizione tematica.

Appare fuori luogo soffermarsi sulla specificità dei singoli autori e delle singole poesie, sia perché splendidamente presi in considerazione da Luciano Domenighini, sia perché esula dalla intenzione interpretativa del progetto e del manifesto, che è all’origine del presente articolo.

Francesca Luzzio

Palermo, 20 luglio 2015

“La poesia da dove origina” – articolo di Ninnj Di Stefano Busà

La poesia da dove origina

di Ninnj Di Stefano Busà

Vi sono molti modi d’intendere la poesia, ma da qualunque angolo di osservazione la si consideri, essa parte direttamente dal cuore ed è arduo e limitante “pensarla” diversamente originante, anche perché è una sollecitazione ulteriore, una sorta di extrasistole del grande ingranaggio cardiaco, che ci propone una vita extra, quasi parallela a quella quotidiana, immotivata e spenta di chi non crea nessun verso. Chi non l’ha mai provata né scritta forse non può intuirne le qualità, le rigeneranti linfe che si espandono dal cuore al cervello in una simbiosi unica, irripetibile, quasi al limite con l’estrasensorialità di un messaggio medianico. Infatti l’ispirazione ne è la fiaccola primaria, quasi come se si accendesse una lampadina che poi inesorabilmente viene spenta. Se in quel preciso momento non si prende nota c’è tutta la possibilità che si perda il contatto – per sempre – con le sinapsi che, partendo direttamente dall’area di Broca (parte del cervello abilitata al linguaggio), giungono fino alla scrittura, atto ultimo di quel sottile fascino che calamita la Poesia e ne fa correi: il sentimento, le emozioni, le suggestioni, entro un’aurea di infinite e progressive digressioni, orientamenti e accenti.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.

La scrittura, vale a dire, il gesto di affidare alla storia di ognuno, la  potenzialità del pensiero si manifesta in ciascuno nella ristrutturazione di un processo linguistico che è trasversale allo scrivere.

La Poesia è l’habitat ideale della lingua, orientata a <collocarsi> con l’immaginazione, la fantasia in una lettura lenta e ponderata, “avanzata”. La Poesia poi, non può fare a meno dell””oralità”. Come Jurij Lotman, ne intuiamo la scrittura come un sistema di ingranaggi dipendente e direttamente correlati al linguaggio. Il discorso della Poesia è inseparabile dalla misura e dal diverso grado della coscienza intellettuale umana. La poesia, da sempre, ha affascinato l’umanità e l’ha fatta riflettere su di sé fin dai suoi primi stadii. Il pensiero creante, servendosi proprio di quel medium intercetta un linguaggio alto, che si traduce in una percezione mutante, organizzata dalla mente per essere impressa alla consapevolezza degli individui che la emanano, quindi la poesia è il suo interagire al prodotto mentale della trasformazione del concetto logico. la Poesia ha come primaria conoscenza il senso illimite del linguaggio individuale, il suo silenzio, la sua mobilità che diventano rapporti privilegiati con gli altri, ovvero coi suoi fruitori.

La Poesia infine è un’interazione tra le lingue colte, perché sa cogliere le sfumature, le allitterazioni, le interferenze della lingua anteponendole e sottraendole alla incomprensione derivante dal linguaggio comune, piuttosto involuto e steretipato, imponendogli un’altra veste più evoluta, più raffinata, più colta.

Ne enfatizza l’interazione tra le parole-suono e lo spazio-scrittura, la rende leggibile attraverso il significato profondo del <verbo> che assume “mero” prestigio, poichè giocando (si fa per dire) con le parole assicura una sua dialettica alla testualità, ovvero allo spazio che paradossalmente la riveli.

La poesia è un genere d’arte verbale superiore, domina tutti gli altri generi, poiché è alla base dall’alfabetizzazione che chiameremo artistico-intellettuale, poiché implica una serie di induzioni a procedere, in cui si colloca l’io poetico, immettendola nel flusso del tempo e della storia.

La poesia sta all’esperienza umana come la narrazione sta alla logica della trasmissione del pensiero, che ne ha registrato il pieno sviluppo delle proprietà virtuali della specie. Trattasi di un passaggio narrante che possiede, tuttavia, tutte le caratteristiche induttive del lingua artisticamente  preposta – ovvero –  fa capo allo sviluppo e ai mutamenti interculturali e all’evoluzione dell’uomo.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

Antonio Spagnuolo su “La parola di seta” di Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio: “La parola di seta”

PoetiKanten Edizioni, 2015 – pagg. 316 – €  15,00

cover la parola di seta-page-001Una attenta ed approfondita ricerca (o disamina) che diviene un tracciato sapiente e puntuale di una indagine sociologica, culturale, ideologica, il cui sondaggio investe le aspettative di un lettore attento, dell’uomo fuori dalla massa, l’importanza della comunicazione poetica in questo mondo contemporaneo, e la diffusione della cultura attraverso un rielaborato critico puntuale e verificabile, attraverso la poesia che sia degna di lettura.

“L’esigenza di pubblicare un  volume di interviste, forma testuale per altro abbastanza difficile da collocare all’interno di un genere letterario venendo a rappresentare uno strumento che più propriamente è paraletterario, è nata recentemente – scrive Lorenzo Spurio nella introduzione – quando ho compreso che le risposte dei poeti, i loro discorsi, le loro definizioni di poesia e, con una sola parola, le loro esperienze letterarie potessero essere utili non solo a me ma a tutti coloro che amano la scrittura.”

In ordine alfabetico i poeti si alternano con vivissimi interventi: Corrado Calabrò, Marzia Carocci, Ninnj Di Stefano Busà, Fausta Genziana Le Piane, Dante Maffia, Francesco Manna, Fulvia Marconi, Julio Monteiro Martins, Nazario Pardini, Franco Pastore, Renato Pigliacampo, Ugo Piscopo, Anna Scarpetta, Luciano Somma, Antonio Spagnuolo, Rodolfo Vettorello, Lucio Zinna. In appendice quattro nuove voci: Iuri Lombardi, Emanuele Marcuccio, Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella. La prefazione, a firma di Sandro Gros Pietro, riesce a puntualizzare questo riferimento ad un laboratorio artigianale di notevole qualità, e di utilissima impostazione, meritorio di realizzare proposte ed illusioni , esperienze e memorie, introspezioni ed illuminazioni.

Particolarmente riuscita l’elaborazione di un  percorso che realizzi un panorama multicolore e variegato, nella proposta di personali immaginazioni  e originalissime rivisitazioni.

ANTONIO SPAGNUOLO

“Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio a favore dell’Ass. Ital. Sclerosi Multipla (AISM)

Dipthycha 2_original_front_cover_900Il progetto letterario ideato e curato dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio, Dipthycha 2, pubblicato da TraccePerLaMeta Edizioni si è distinto per aver donato, secondo le volontà dello stesso Marcuccio, il ricavato ad AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. L’accredito a FISM (la fondazione che si occupa di raccogliere le donazioni inviate ad AISM) è stato di 250 € come si può vedere dal documento di ricevuta allegato.

L’autore, in un suo comunicato diffuso a mezzo mail e sui suoi blog, invita gentilmente a diffonderne la notizia, onde incentivare gli ordini del libro e poter così avviarne una ristampa, essendo le copie esaurite da qualche mese, cosicché per la seconda edizione si possa procedere a una donazione più consistente. Il libro può essere ordinato agevolmente presso lo store della casa editrice che spedisce anche in contrassegno o presso altri store on-line, oppure presso la propria libreria di fiducia essendo dotato di regolare codice ISBN a tredici cifre: 9788898643257.

Hanno partecipato a questo volume critico-antologico di poesia gli autori Silvia Calzolari, Ilaria Celestini, Ciro Imperato, Grazia Finocchiaro, Rosalba Di Vona, Donatella Calzari, Aldo Occhipinti, Marzia Carocci, Lorenzo Spurio, Francesco Arena, Maria Rita Massetti, Giorgia Catalano, Giusy Tolomeo, Grazia Tagliente, Rosa Cassese, Daniela Ferraro, Antonino Natale, Anna Alessandrino, Teocleziano Degli Ugonotti.

Su questo stesso blog si possono leggere varie recensioni ed interventi critici su quest’opera; basterà scrivere “Dipthycha” nella barra di ricerca.

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“Fare poesia oggi è una fede” – articolo di Ninnj Di Stefano Busà

“Fare poesia oggi è una fede”

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

Fare Poesia oggi è essenzialmente una <fede>; qualcosa che rasenta la religiosità e la continuità di un misterioso cammino che inavvertitamente allo stato inconscio portiamo dentro, senza sapercene spiegare il perché, senza saper trovare una ragione plausibile.

Cos’è questo segno che si manifesta solo in certe persone e non in altre? e ci differenzia dagli altri esseri umani. È un fuoco che divampa? E’ qualcosa che cova dentro e ci arricchisce? O ci divora e basta, ci tormenta, ci innalza e ci disarma, ci piega e ci investe come una fiamma perenne, demolitrice ma, anche, sostenitrice di un bene, quello dell'”intelletto del cuore” che ci qualifica come essere vivi e <pensanti>.

 È amore per la parola? Per il senso comune dell’umanità imbrigliata in elementi contraddittori, alienanti, difficilmente comprensibili? È un rifugio? Una nicchia dove ripararsi dalle temperie contemporanee? E’ un piano predestinato per dare quel minimo di eternità che disperatamente si va cercando?
È la parola che torna al suo linguismo primigenio, al suo capitale etico/spirituale avendo bisogno di rigenerarsi/rinnovarsi alla luce del pensiero? 

Poiché di Luce si tratta, infine. anche se viene stimata un “optional”, una perdita di tempo, quale appare dal martoriante e assillante battage denigratorio, dal protagonismo sconnesso, esponenziale dei nostri giorni.

È qualcosa che ci accomuna al cielo o alla dannazione? alla nostra solitudine? 

Eppure sembra indurci a progredire, a venir fuori dal buio delle nostre impotenze o inadeguatezze, cui siamo tenacemente aggrappati malgrado tutto.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà

Una zattera di salvataggio del movente biologico/culturale che ci allontana dal dolore, allora? È la spirale chiusa delle nostre contraddizioni più eclatanti? oppure è la grande molla, l’unica via che ci resta per dialogare, per camminare a fianco della Storia e dentro di essa con il bagaglio spirituale, morale e intellettuale  al quale essa stessa (storia) ci espone. Nella vita convulsa e avulsa da ogni ragionevole intelligenza e logica, apparentemente depauperata da ogni slancio, da ogni fermento, da ogni  passione, i poeti si mostrano come reperti primitivi; archeologia di un passato analogico che li ha sconfitti. L’informatica e la telematica, il tecnicismo e il meccanicismo imperanti di una società in pieno declino, ci porta a riflettere sulle vere ragioni del far poesia oggi.

Il tempo del poeta si è esaurito, surclassato dal tecnicismo satellitare, dalle rampe telematiche globalizzate, sepolto da un cumulo di macerie fumanti che si porta dietro, fin da quando si è imposto un nuovo modello che sostituisse le vecchie formule classiche del pensiero “poetico”.  L’ultimo ossigeno si sta consumando…

L’Uomo moderno è passato dai disagi delle due guerre, dalla metamorfosi irriducibile di un progresso “sui generis” che lo ha lasciato non proprio indenne da scorie e da  rifiuti  delle neoavanguardie trascorse ma non del tutto obsolete,  fino al minimalismo e al solipsismo di oggi.

Quasi aliena,  la voce della Poesia, se da una parte ha creato la modernità del pensiero e dell’azione, dall’altra ha generato mostruose incongruenze, inquietudini, ha mostrato il volto deturpato della società dei consumi facili e aleatori, delle assenze che sono la caratteristica principale di questo nonsense moderno, di questa esistenza gracile e fragile, senza punti fermi, né certezze. Ogni poeta vero o presunto sa bene che si trova ad un bivio, continuare o abbandonare la trasgressione, (perché tale la definisce l’illecito giudizio della comunità più aliena).

 La libera circolazione della parola che oggi viene superata dai sistemi digitali di trasmissione dell’immagine satellitare, e dunque anche del linguaggio <metainformatico> che non gli riconosce il merito, non gli riserva il benché minimo  rispetto, la benché minima logica di esistere. Verrebbe da dire, cosa ci fa su questa terra diseredata il fantasma di una Poesia che non si ama, che non rende economicamente nulla? continuamente rinnegata, derisa, bistrattata e ignorata?
Che conta oggi essere poeti, se nessuno, dico nessuno, è sicuro di essere annoverato nella pagina Letteraria del secolo? Perché il poeta si dà tanto da fare a sciorinare parole messe in fila, parole in libertà (come dicono i detrattori), parole in disuso, parole…parole che non portano a nessun risultato, se non a quello di un logoramento e, paradossalmente, di un allontanamento dalla società che, gli preferisce qualsiasi altra attività ludica e, consapevolmente ne ignora la presenza?

Sono venuta alla conclusione che la Poesia è davvero una sfida, una <fede> ultima di una deontologia fuori moda, non più avvertita, ma non del tutto stremata, né inquinata, che una missione di trascendenza fa salda nei cuori e nella mente di pochi adepti, di cui non abbiamo consapevolezza alcuna. Vi è dentro di noi un tarlo, o piuttosto un folletto che ci grida e ci prospetta la follia di pochi attimi di luce, che resteranno a trascrivere la nostra storia.

È un atto di coscienza, una proclamazione di innocenza e di disponibilità verso quelle forme di elezione che ci fanno diversi. Vi è un sottofondo masochistico nella produzione di Poesia oggi? Chissà.

Sta di fatto che, malgrado sia bandita dai circoli elitari e dal giro delle grandi Case Editrici Elitarie, essa persiste a voler fornire il segno di una profonda e inalienabile istanza culturale, che è il marchio vero della nostra umanità pregressa: una sorta di vademecum che recita pressappoco così: “Poeta fosti il pazzo di turno? ora vai, invadi i tuoi spazi, i tuoi luoghi/ semina a livelli di fede il tuo linguaggio( e proteggilo, fanne vicenda di Luce/ percorso di un livello spirituale superiore/ non importa se il mondo t’ignora o ti ama/ non è necessario che lo faccia…/Tu, poeta, persegui l’utilizzo della parola alta/ fanne strumento deontologico della tua avventura terrena/ non demordere, insisti…/Questo è un mio personale giudizio. (sono miei i versi) Ecco, come può interagire la poesia col mondo circostante. Il mondo ne può fare a meno, ma egli (poeta) non può desistere dal credere nell’adesione incondizionata al suo microcosmo, che lo porta a creare dal nulla l’elevazione del pensiero.

Perciò, si proietta nella capacità inventiva, nella ricchezza inalienabile del suo virtuale riscatto, e rende fecondo e unico il mistero che lo ha privilegiato. Perché, credetemi, essere poeti non è una sottrazione, è, invece, un’addizione a (ri)creare in un mondo fantastico le condizioni migliori per dire io c’ero. Un progetto un po’ ambizioso di immortalità per chi ci crede. 

Essere un poeta oggi è come  voler redigere e tramandare un attestato di verità conclamata da principi naturalistici, che infiammano il cuore, la mente dell’uomo, il cui  linguaggio diventa un idioma per non morire, per principiare, ancora e ancora, il risultato di una potenzialità amara che, seppure disgiunta, da un suo concatenamento sillogico, come lo può essere l’estremismo minimalista e arido offerto dal panorama degli ultimi decenni, preme e insiste per restare un obiettivo di equilibrio, una forza moderatrice di tanti, di troppi mali e lacerazioni. A fronte di essi si staglia grande, immensa, come un sole d’estate, il principio di una costruzione fantasiosa, bizzarra e irriducibile, quale può essere la pretesa di fare poesia.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

Omaggio a Joyce Lussu il 26 Luglio a Fermo

MEMORIA DEL FUTURO.  OMAGGIO A JOYCE LUSSU

A cura dell’ASSESSORATO ALLA CULTURA – COMUNE DI FERMO

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Domenica 26 luglio, ore 19,00.

Villa Salvadori – San Tommaso di Fermo

Intervengono:

Le scrittrici: Silvia Ballestra, Luana Trapè, Antonietta Langiu

Luigi Rossi, storico e Centro Studi Joyce Lussu

ore 20.30 aperitivo-degustazione a cura dell’azienda agraria “Fontegranne” .

Francesca Luzzio su “Anima di Poesia” di Emanuele Marcuccio

“Anima di Poesia” di Emanuele Marcuccio (2014)

Recensione di Francesca Luzzio

115_Anima_di_Poesia_Emanuele_Marcuccio900Il titolo “Anima di Poesia” della seconda raccolta poetica di Emanuele Marcuccio è emblematico, poiché tende a sottolineare le ripercussioni interiori che il vivere determina nella sua anima. La realtà esterna pertanto, non è proposta nella sua oggettività, ma nella valenza semantica che essa assume nello spirito e nella emotività sentimentale dell’autore. Anche il frequente richiamo a poeti romantico-decadenti (Leopardi, Pascoli) dei quali vengono riportati o parafrasati versi, sintagmi e movenze poetiche, non sono banale sfoggio culturale, ma espressione di sintonia empatica del sentire che trova nell’affinità interiore o nelle occasioni di vita, l’origine. Ad esempio, la lirica “Per una strada d’un’alba d’autunno”, dedicata a G. Pascoli, presenta movenze (e che canti/ e che suoni) di un noto canto leopardiano,
“A Silvia” (che speranze, che cori […]), su cui s’innesta la presenza della congiunzione “e”, tipica di alcune liriche del destinatario. Secondo Contini, essa nel poeta romagnolo esprime una continuità col mondo che precede, con il non detto, nel poeta siciliano, invece ci sembra che proponga l’espandersi del risveglio alla vita, cantato nei versi precedenti: per quella strada, nonostante la stagione, l’alba richiama all’agire e solo gli alberi senza fronde sembrano non parteciparvi. Così questi ultimi sembrano incarnare il corrispettivo simbolico di Pascoli, Leopardi e  Marcuccio, infatti essi appaiono come uniti da una sorta di timida solitudine di fronte a un diverso travaglio esistenziale che li rende
“[…] alberi senza fronde/per una strada d’un’alba d’autunno”. Rilevante nella lirica citata è anche la strutturazione formale, che presenta coppie di versi di uguale lunghezza: due endecasillabi (Ci sono gli alberi senza le fronde/per una strada dʼunʼalba dʼautunno); due quinari (si rincorrono/ si confondono), etc…, rime, come nei due ultimi versi citati ed assonanze ([…] volo/si rincorrono); né sono da trascurare le occorrenze del secondo verso, presente cinque volte, al fine di sottolinearne la pregnanza semantica. L’analisi di un solo testo basta a rilevare la profondità sentimentale, meditativa e culturale da cui nasce l’ispirazione  di E. Marcuccio che considera la poesia il suo sole, “un sole diverso/un sole che ci illumina/anche di notte”; egli di conseguenza in qualità di poeta è un girasole che si volge come il fiore, verso la sua fonte d’ispirazione e di vitalità. Le metafore del sole e del girasole per indicare la poesia e il poeta sono di lontana ascendenza mitica (Ovidio, Le Metamorfosi) e le ritroviamo nel commento di Contini alle Rime di Dante (sonetto a G. Quirini) e anche in Montale, il quale chiama “Clizia” una donna da lui amata, Irma Brandeis, nota dantista dell’epoca. Nel mito Clizia amata dal Sole, per gelosia aveva provocato la morte di Leocotoe e, per questo, abbandonata dal dio, si trasformò in eliotropo o girasole, che si volge sempre verso il sole, cioè verso Apollo, dio della cultura, manifestando nel suo costante mirarlo, l’eternità del suo amore. Considerata l’alta considerazione che Marcuccio ha della poesia è naturale che egli si ricolleghi a così rinomati ascendenti e che per esprimere tutto il suo amore per la poesia, cerchi nello stesso tempo moduli espressivi nuovi che maggiormente si confanno al suo sentire e gli consentano contemporaneamente di entrare meglio in comunicazione empatica con il lettore. La sua capacità di fare intuire più che descrivere e dire, gli permette di lasciare a chi legge ampia libertà immaginifica e di tendere, molto più che il suo amato Pascoli,  all’essenzialità espressiva, tipica dell’Ermetismo. Tuttavia l’essenzialità espressiva del nostro poeta non elimina mai la comprensione semantica ed eliminando progressivamente nella seconda parte della raccolta, parole, ma anche punteggiatura e infine la maiuscola nell’incipit della poesia, risponde semplicemente ad un’urgenza innovativa, infatti sostiene E. Marcuccio “La poesia di un poeta deve essere sempre in evoluzione”, assecondando, aggiungiamo, il variare e il mutare dell’essere e del sentire.

Francesca Luzzio

Palermo, 20 luglio 2015

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