Emanuele Marcuccio: cronistoria della sua poetica

La mia poetica

di EMANUELE MARCUCCIO

Scrivo poesie dal 1990 (per essere precisi, dal 1989 ho iniziato con dei primi esercizi di poesia, che non sono da pubblicare, né pubblicherò mai); nell’agosto 2000 ventidue poesie sono state pubblicate dalla milanese Editrice Nuovi Autori, nel volume antologico, Spiragli 47 e nel marzo 2009 è uscita la mia prima raccolta di poesie, che ho intitolato Per una strada.

Non scrivo in rima per scelta, per me questa blocca o vincola l’ispirazione poetica, su quasi centocinquanta poesie, ne ho scritto solo tre interamente in rima, in rima libera. In altre poesie, se la rima raramente è presente, è solo spontanea.

La rima libera non spontanea l’ho utilizzata soltanto in una poesia, per puro sperimentalismo stilistico.

Nella mia poetica ci sono tre punti fermi: la spontaneità, la musicalità e la scorrevolezza, la fluidità del verso.

Il mio ideale poetico si esprime nell’essere semplice e al tempo stesso profondo. Cerco anche la musicalità del verso, cosa oltremodo difficile, se non si scrive in rima.

Quando uso dei termini che possono apparire un po’ antiquati, degli arcaismi, lo faccio unicamente per la loro insita musicalità, non perché io voglia servirmi di un linguaggio anacronistico. Nelle mie poesie alcune volte ho usato delle parole tronche (delle apocopi) come “cuor”, “cor”, “duol”, “dolor”, altre volte non le ho usate; di conseguenza, ogni mio verso, ogni mia parola non sono messi a caso, ma seguono un fine musicale, sono messi lì, per una maggiore scorrevolezza nel ritmo. Ad esempio, nella poesia “Indifferenza” (da Per una strada) uso sia “duol”, sia “dolor” e, nella poesia “Là, dove il mare…”, il ritmo si alza e si abbassa, quasi ad imitare il flusso e riflusso delle onde del mare e quelle parole tronche (quelle apocopi) non le ho messe a caso, ma per mantenere quel ritmo e quel particolare suono.

Emanuele Marcuccio
Emanuele Marcuccio

Nel fare poesia seguo una struttura su due fasi fin dal 1990: la prima è quella che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”, che può giungere in qualsiasi momento con l’affiorare alla mente dei primi versi o di uno solo; quindi, appunto in brutta copia su di un qualsiasi foglio o pezzo di carta (pensate che il grande poeta Giuseppe Ungaretti appuntava le sue poesia anche in trincea utilizzando la carta che avvolgeva le cartucce) e, mentre scrivo, penso i successivi versi da mettere sulla carta. La seconda ed ultima fase si riferisce alla ricopiatura in bella copia, aggiungendo a volte, anche dei nuovi versi o parole. In seguito, durante la correzione di bozze e in previsione della pubblicazione, potrei operare dei piccoli cambiamenti variando la posizione delle parole, sostituendo qualche parola, la disposizione dei versi, a volte anche gli “a capo” perché, quello che cerco, oltre alla freschezza della spontaneità, che è la prima cosa, è la fluidità e la musicalità del verso, senza quasi mai usare la rima, servendomi di giochi fonetici delle consonanti e coloristici delle vocali giungendo in alcune poesie alla metrica spontanea (come ha notato un critico letterario, nella prima recensione su Per una strada e, successivamente, in maniera più ampia, nel saggio critico-antologico), senza mai stravolgere il senso e l’ispirazione primigenia della poesia. Metrica spontanea nel senso di lassa e non di strofa, che, non potrà mai essere spontanea.

Volendo essere più preciso, da ca. cinque anni, dopo aver appuntato la poesia su un foglio di carta, non la ricopio subito sul quaderno (un quaderno dalla copertina nera e che utilizzo fin dal dicembre 1999), ma lascio che passi anche una settimana o un mese mettendo il foglio in mezzo al “quaderno nero”, come se volessi farla “decantare”.

Diverso è stato il caso della mia unica poesia scritta in rima non spontanea, in cui dapprima è arrivato il “primo fuoco dell’ispirazione” con i primi due o tre versi, successivamente mi sono dedicato alla ricerca della rima, unita al tipo particolare di rima (forse la più difficile, quella incatenata e senza usare la metrica, quindi, rima assolutamente libera e non canonica), alla proprietà di linguaggio, quello dell’italiano antico (precisamente il volgare trecentesco di ascendenza stilnovista) con l’applicazione delle figure retoriche più adatte.

Come vedete, in questo caso ci sono state tre fasi, e mi meraviglio che mi siano bastati soltanto due giorni; l’ho scritta mentre mi preparavo agli esami di Maturità Classica e vocaboli danteschi frullavano impazziti nella mia testa, bisognava farli uscire, quasi per un bisogno fisiologico.

Uso le figure retoriche e cerco di usarle in maniera spontanea, ho usato anche lo zeugma, presente molto in Dante. La figura retorica che uso di più è l’enjambement, mi piace molto l’anafora e indulgo all’elisione, sempre per esigenze di fluidità del verso e musicalità.

Alcune curiosità: una poesia,“Per una strada”, dapprima l’ho scritta su uno scontrino della spesa, poiché, appunto, mi trovavo per strada, una poesia sulla propria ispirazione poetica. Da questa poesia ho tratto il titolo della prima raccolta, pubblicata il 26 marzo 2009 dalla ravennate SBC Edizioni e, citando dalla prefazione che ho dovuto scrivere io stesso (in caso contrario il mio libro non ne avrebbe avuto una), “Con questa mia, apparentemente semplice poesia, scritta dapprima su un semplice scontrino, poiché mi trovavo per strada e non avevo null’altro su cui scrivere, ho cercato di esprimere proprio il processo misterioso della mia ispirazione poetica.

E pensare che, all’inizio non l’ho compreso nemmeno io il suo significato profondo.

Quanto mi sembrarono quasi insignificanti quei versi, e invece, mi sono accorto, con mia grande sorpresa, che nascondevano il significato stesso della mia ispirazione furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i miei versi, che metto sulla carta, passa e vola via, e non si sa più dove mai sia.

Nel 2006 ne ho scritto anche una in piedi sull’autobus affollato, che è l’ultima delle poesie pubblicate nel libro.

A partire dal 2013, abbandono completamente la punteggiatura, dopo due esempi isolati nel 2010 con le poesie, “Trascinarsi” e “Supersonica” (da Anima di Poesia, seconda silloge poetica del 2014). Attualmente la mia poesia è alla ricerca dell’essenzialità e dell’estrema sintesi, cadono, quindi, anche le complicazioni sintattiche, le pause diventano gli “a capo” e il doppio “a capo”, in questo vedo maggior respiro. Ed ecco che, dopo l’abbandono della punteggiatura, in cui trovo maggior respiro, vado ad abbandonare anche l’incipit con lettera maiuscola, a riprova di ulteriore sintesi ed essenzialità, come a sottintendere un verso e tutti i versi precedenti, quasi in un continuo richiamo tra explicit e incipit. Tuttavia, non credo ci sia rivoluzione ma solo evoluzione; rari prodromi di estrema sintesi (tranne l’abbandono della punteggiatura) sono rilevabili nella mia produzione precedente, soprattutto nella silloge Per una strada.

Da sinistra: Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio e Lorenzo Spurio, alcuni dei membri di giuria della 2° edizione del Premio Nazionale di Poesia
Da sinistra: Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio e Lorenzo Spurio, alcuni dei membri di giuria della 2° edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, in un momento della Premiazione svoltasi a Firenze. Foto di Deliri Progressivi – per gentile concessione di Annamaria Pecoraro

Il critico letterario Luciano Domenighini ha definito il mio attuale modus poetandi, con l’espressione di “ermetismo cosmico”. Così si è espresso il critico a riguardo: «“Ermetismo” perché il dettato è a un tempo sintetico e codificato, iniziatico, a tratti sibillino. Certe soluzioni originali e inedite del suo linguaggio poetico d’altra parte, vanno in questa direzione. “Cosmico” perché, rispetto alla sua poesia di una volta, si inoltra in una dimensione cosmica, spaziale, astrale, ultraterrena».

L’essenza della poesia è la sintesi, non intesa nel numero dei versi (anche una poesia lunga deve avere sintesi), nessun verso in più né uno in meno che pregiudichi il suo respiro; deve avere musicalità (non dettata unicamente dalla rima), respiro; se poi eliminiamo anche i luoghi comuni, le frasi fatte, c’è perfetta poesia. Alla base deve però esserci la spontaneità dell’ispirazione, in caso contrario, tutto si risolverebbe in un freddo artificio formale.

Secondo il critico letterario Luciano Domenighini, “Dolore” (la poesia più breve che io abbia mai scritto e che consta di soli due versi), rappresenta il vertice letterario di tutta la raccolta Per una strada, come ha ben evidenziato nel saggio critico-antologico sulla stessa silloge.

Un caso a parte è la scrittura del mio dramma in versi, ambientato in Islanda, dove, per seguire una trama, non ho potuto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea, il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino e -adesso scrivo- sono passati più di vent’anni da quell’abbozzo in prosa del solo primo atto (1989) alla sua stesura definitiva (mi manca di terminare di scrivere il quinto ed ultimo atto e dare una revisione finale al terzo e quarto atto).

Proprio perché la poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo. Ho scelto quindi il teatro e un dramma in versi liberi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta.

La poesia bisogna ascoltarla e non semplicemente leggerla, bisogna leggerla ad alta voce per sentirne tutta la musicalità e fluidità, soprattutto rispettando gli accapo. Così, capiremo se l’accapo andava messo proprio lì o, se quel segno di interpunzione è corretto in quella posizione, o se quel verso va bene o va modificato. La poesia è ribelle alle regole della prosa e della sintassi in genere, ribelle anche ai segni d’interpunzione, le pause della poesia non sono le pause della prosa. In poesia ogni singola parola deve essere considerata in relazione al ritmo e alla sonorità nel verso, ogni parola non è soltanto significato ma soprattutto significante, il suono, il segno grafico, l’emozione in cui ci trasporta la poesia.

Come scrivo ancora nella prefazione alla raccolta, Per una strada, La poesia non bisogna semplicemente leggerla, ma sentirla, ascoltarla; non nel senso di ascoltare una recita, ma leggerla con il cuore, interiorizzarla, farla propria, renderla partecipe delle proprie emozioni.

Le sue interpretazioni non si esauriscono in una sola, non sarebbe più poesia, ma della prosa travestita di versi con degli “a capo” dati a caso.

Non è necessaria la metrica e la rima per fare poesia, ma basta un certo accostamento di parole, di frasi e di suoni, aperti alle molteplici interpretazioni; bisogna anche che il poeta metta del suo, anche se in maniera trasfigurata. Il difficile è saper disporre il tutto in una maniera tale per far sì che, chi legga o ne ascolti una recita, senta la poesia.

Emanuele Marcuccio sulla balconata del Colle dell'Infinito a Recanati (MC) nel Maggio del 2014
Emanuele Marcuccio sulla balconata del Colle dell’Infinito a Recanati (MC) nel Maggio del 2014

La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce a portare allo scoperto l’anima, come scrivo in una poesia, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”. La poesia è anima che si fa parola, la poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario, fa sì che l’oggi non si perpetui nello ieri e, in qualche maniera, contribuisce a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri. La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore.

La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna, si emozione e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni, ma deve ritornare alla realtà, alla dura realtà, che usa come filtro e come ancora per non annegare. La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza necessariamente fare uso della metrica o della rima. Al massimo deve far uso di metrica qualitativa (cadenza, ritmo, etc.) non di metrica data dalla quantità delle sillabe. Come ho scritto sopra, la narrativa e la prosa in genere, preferisco leggerla e non scriverla ma, anche nella prosa possiamo trovare poesia. Anzi, la poesia, nella sua accezione più ampia, non è specificatamente legata ai versi ma all’arte in genere, quindi, anche alla musica, sia classica che leggera. La poesia è ciò che si avvicina di più alla musica. Cito un mio aforisma, il n. 36 dalla silloge, Pensieri minimi e massime del 2012: «Penso che la musica sia la forma di espressione umana più alta e superiore a tutte le arti, anche alla poesia. Grazie alla musica, nella sua grandezza e profondità, possiamo arrivare persino ad intuire l’universo». Ovviamente, mi riferisco alla musica, nella sua grandezza e profondità, non certo a musica da semplice intrattenimento; mi riferisco a musica con la “M” maiuscola. E, citando ancora dalla prefazione a Per una strada, “La poesia è la forma verbale più profonda che possa esistere, per esprimere i più reconditi sentimenti umani.

Se invece vogliamo parlare di espressione umana in senso generale, la musica per me supera tutte le arti, a patto che sia musica con la “M” maiuscola.

Ecco perché musicare una poesia è qualcosa che supera ogni immaginazione.

Quanta poesia possiamo ascoltare ad esempio in una canzone di Battisti o in un’Opera di Puccini, o in un notturno di Chopin! O quanta poesia possiamo ammirare ad esempio nella Gioconda di Leonardo o nella Pietà di Michelangelo!

La poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione.

Non si potrà mai dare una definizione definitiva di poesia ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma, la poesia non ha confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.

E Picasso, a proposito della pittura ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto». Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni.

E, come scrivo in un altro aforisma, il n. 25, sempre da Pensieri minimi e massime: «Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.»

Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione.

Emanuele Marcuccio

Palermo, 2 agosto 2015

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