Aspettando Bologna in Lettere – Terzo step – Incontro con Franco Buffoni & Marco Simonelli

L’incontro con Franco Buffoni e Marco Simonelli sabato 18 aprile a Bologna

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Aspettando Bologna in Lettere – Terzo step

Incontro con Franco Buffoni & Marco Simonelli

Cura, conduzione e critica Alessandro Brusa, Fabio Michieli

Sabato 18 Aprile ore 18.00

Il Cassero – Via Don Minzoni 18 – Bologna

Franco-Buffoni

Franco Buffoni

Ha pubblicato le raccolte di poesia Suora carmelitana (Guanda 1997), Songs of Spring (Marcos y Marcos 1999), Il profilo del Rosa (Mondadori 2000), Theios (Interlinea 2001), Del Maestro in bottega (Empiria 2002), Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009), Jucci (Mondadori 2014). L’Oscar Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012) raccoglie la sua opera poetica. Per Marcos y Marcos dirige il semestrale “Testo a fronte” e ha tradotto Una piccola tabaccheria. Quaderno di traduzioni, 2012. Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005). E’ autore dei pamphlet Più luce, padre (Sossella, 2006) e Laico Alfabeto (Transeuropa 2010) e dei romanzi Reperto 74 (Zona 2008), Zamel (Marcos y Marcos 2009), Il servo di…

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“Respiri di vita” di Elvio Angeletti, recensione di Lorenzo Spurio

Respiri di vita

di Elvio Angeletti

Intermedia Edizioni, Orvieto, 2015

ISBN: 9788867861392

Pagine:120

Costo: 10€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

Distratto nel mio vagar silente

m’attempo nel mirare il mare

che dall’alto colle di via della Torre

spumeggiante appare. (85)

 

PRIMA_RESPIRI-DI-VITAIl critico milanese Michele Miano che apre la nuova raccolta poetica di Elvio Angeletti, Respiri di vita, edita per i tipi di Intermedia Edizioni nel marzo 2015 con una prodigale ed efficace sintesi nell’analizzare il testo parla del potere di evocazione che ha la poesia di Elvio Angeletti. Mi trovo perfettamente d’accordo con lui in tale commento nella misura in cui l’evocazione sia da intendere come trasposizione che Angeletti fa dal personale (dunque le vicende intime, le sue relazioni con altre persone, i suoi ideali, etc.) trasfondendo il tutto a un livello superiore, direi quasi universale.

Elvio Angeletti è un poeta che ha la sua terra veracemente connotata nel suo sangue e proprio per questo non può che dar sfogo nell’atto creativo della poesia a scenari paesaggistici quasi sempre in compagnia dell’amato mare Adriatico dal quale vive vicinissimo, ma anche di una attenzione particolare nei confronti dell’elemento naturale: Angeletti non è solo un vivido poeta dello scenario mare, ma oserei dire dell’ecosistema mare nel suo complesso. Sfogliando pagina per pagina di questo libro i gabbiani, i cavallucci marini, le stelle marine e tant’altro sembrano fare un percorso assieme a noi.

Il poeta si muove tra fasci di luce che descrivono le varie fasi del giorno (sono descritte varie albe e tramonti) ma sa essere anche un sodale compagno nei momenti di buio dati però dalla presenza della luna che, più che rassicurare l’animo, viene vista come “spavalda” forse perché unica padrona egoista nel cielo notturno se non fosse per quell’immensità di stelle che fioche e ad intermittenza rischiarano i cieli d’estate come se il nero nel quale sono sprofondate non sia che una morbida ed infinita coperta a protezione di noi tutti.

In questo libro c’è molto dell’Elvio personale ossia da riferirsi a un mondo prettamente domestico, privato e fortemente intimo e ce ne rendiamo conto leggendo una serie di poesie d’amore (le più dirette ed espressive, ma anche le più profonde e radicate) dedicate all’amata, a sua moglie che da tanti anni condivide con lui la sua vita.

Come ogni uomo è interprete del tempo che vive non mancano brevi accenni ora qui ora là a chiare preoccupazioni dell’Elvio in campo sociale che dimostrano, anche sulla carta, un animo pervicacemente autentico, naturale, improntato alla difesa del bene comune. Elvio si descrive a tutto tondo non mancando di osservare con un pizzico di autoironia il tempo che imperituro incede e che cambia le cose: ci fa perdere persone amate, ci fa diventare vecchi nel corpo ma non nella mente, ci fa vedere un mondo in cui è difficile scorgere la beatitudine, il senso di fratellanza e la felice speranza che invece era possibile nutrire in passato.

A dominare sono i colori, i cambi di luce, gli odori forti del mare con la sua salsedine e il lezzo opprimente delle alghe nonché i richiami a un mondo sonoro incontaminato e che ha la voce delle onde. Elvio è il cantore della natura cosi come è e come vorrebbe che si conservasse nel tempo. Splendente e felice, coralmente partecipe alle attività dell’uomo, ricca di suggestioni, lasciando trasparire un forte orgoglio di essere abitante di un piccolo centro della fascia adriatica. E come è intuibile possa essere per un poeta che ha la sua terra nel cuore e che ha il dono della forte espressività del verso, Elvio è classicamente fedele a un sistema di elementi poetici inscindibili al testo strutturale del componimento quale la sonorità (in alcuni versi anaforici sembra di percepire l’avanzata e il ritirarsi delle onde) e la dimensione melodica: la poesia che chiude il volume è intitolata e dedicata “Euterpe”, divinità della melodia spesso raffigurata in unione ad un flauto. Euterpe letterariamente è “colei che rallegra” e trovo che la poesia di Elvio, scantonando poche cupe riflessioni e grumi esistenziali, sia senz’altro positiva in questo senso: allieta il lettore, lo fa sognare in territori che sono però del possibile e non dell’inverosimile, lo abbraccia e ne ravviva il ricordo dell’infanzia. Lo rallegra e lo fa sentir bene come un abbraccio di un caro che si è perso nel corso del tempo e di colpo si è ritrovato.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 24-03-2015

ALCUNI SCATTI DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO SVOLTASI ALLA BIBLIOTECA “LUCA ORCIARI” DI MARZOCCA DI SENIGALLIA IL 29 MAGGIO 2015

Da sinistra Angelo Monterrosso (pittore), Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Elvio Angeletti (poeta) e Francesco Capricci (lettore)
Da sinistra Angelo Monterrosso (pittore), Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Elvio Angeletti (poeta) e Francesco Capricci (lettore)
Da sinistra, in piedi, Angelo Monterrosso (pittore), Marinella Cimarelli (poetessa dialettale jesina) Da sinistra, seduti: Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Elvio Angeletti (poeta)
Da sinistra, in piedi, Angelo Monterrosso (pittore), Marinella Cimarelli (poetessa dialettale jesina)
Da sinistra, seduti: Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Elvio Angeletti (poeta)

Michele Miano presenterà Elvio Angeletti, Massimo Pistoja e Stefano Preziotti

Michele Miano presenta l’attività letteraria di Elvio Angeletti, Massimo Pistoja e Stefano Preziotti

PRESENTAZIONE LIBRI APRILE4perFb

Milano, 23 marzo 2015

Venerdì 10 aprile, alle ore 18,30, il Centro Leonardo Da Vinci nell’ambito della sua Rassegna Letteraria, presenterà l’attività degli scrittori Elvio Angeletti, Massimo Pistoja e Stefano Preziotti. La serata culturale sarà introdotta dal critico Michele Miano.

Elvio Angeletti ha pubblicato i volumi di poesia “Luce” e “Respiri di Vita”. “Poesia minimalista e dalle immagini evocative, così può essere definita l’attività letteraria di Elvio Angeletti. La liricità e il sentimento della natura, il senso della religiosità, la tensione allo spirituale che trascende il dato reale, le vivifiche descrizioni liriche di sapore pascoliano, sono gli elementi catalizzanti dell’ispirazione di Angeletti.”   (Michele Miano)

Massimo Pistoja ha pubblicato il volume di poesia “I colori della vita”. “Un percorso interiore, quello di Massimo Pistoja, il quale, tramite la scrittura definisce i veri valori e i sentimenti più genuini dell’esistenza umana. Una poesia dai toni colloquiali, dove l’autentica ispirazione costituisce la struttura portante del suo messaggio poetico in chiave intimista.” (Michele Miano)

Stefano Preziotti ha pubblicato i volumi “Scatti dell’Anima” e “Asfalto e poesia“. Le foto dentro i cassetti rimangono ricordi senza vita, dimenticati. Nelle mie immagini ci sono sempre emozioni, dolori, gioie e cambiamenti che vivono anche in questo libro.” (Stefano Preziotti)

L’appuntamento del 10 aprile al Centro Leonardo da Vinci conferma gli interessanti propositi della nuova realtà artistica e culturale che per tutto il 2015 vanta già un calendario di eventi di altissimo livello, non ultimo il Premio Internazionale di Arte e Letteratura, che premierà scrittori e artisti il 5 e 6 giugno presso la Sala degli Arazzi del Museo d’Arte e Scienza, durante Expo.

Maggiori informazioni su: www.centroleonardodavinci.com
Per organizzare interviste:  Ufficio Stampa Centro Leonardo da Vinci

Violetta Serreli – E20WebTv e20webtv@gmail.com

ufficiostampa@centroleonardodavinci.com Tel. 3405250155 – 3337811504

E. Marcuccio sull’antologia “Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” edita da PoetiKanten Edizioni

Stile Euterpe vol. 1

Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà

Curato da Martino Ciano

PoetiKanten Edizioni, 2015

Recensione di Emanuele Marcuccio

stile euterpe_cover frontOpera singolare nel panorama editoriale questa antologia poetico-narrativo-saggistica, ispirata e in omaggio all’opera letteraria e alla figura di Leonardo Sciascia (1923-1989); scrittore, drammaturgo, saggista e poeta, “sommo inquieto prosator/ dei nostri mali” (come lo definisco a p. 11); il “Cronista di scomode realtà”, come felicemente è definito nel sottotitolo dal curatore Martino Ciano.

Dopo una prefazione a firma del noto critico e poeta Nazario Pardini, l’opera si apre con una scelta di dodici liriche di altrettanti poeti che, dalla Sicilia al nord della nostra penisola si ispirano ai temi sciasciani, soprattutto a quello dell’omertà, tratteggiato nel suo racconto-inchiesta più celebre, Il giorno della civetta (1961); dove la civetta diviene metafora delle azioni criminose della mafia, compiute in pieno giorno perché complice l’omertoso silenzio degli “ominicchi” e dei “quaquaraquà”, riprendendo la curiosa disamina sull’umanità, tracciata da don Mariano Arena.

Tra le dodici poesie, segnalo quella della veneta Michela Zanarella, che in ventiquattro versi offre al lettore una sintesi dell’opera sciasciana, “dal giorno della civetta/ alla scomparsa di Majorana”, per terminare con le Favole della dittatura, “dove il cane abbaia alla luna/ e l’usignolo è muto per paura”
(p. 21).

Stupisce la rivisitazione sciasciana della toscana Luisa Bolleri, nel suo breve racconto “Terminal Recanati” (p. 62), ambientato in Sicilia e dove l’autista di un pullman è in combutta con uno scippatore, il quale uccide le due turiste che gli oppongono resistenza. Così, quando salgono i due carabinieri sul mezzo per le indagini di rito, sembra di rivivere quasi la stessa atmosfera omertosa che si respira nelle pagine incipitarie de Il giorno della civetta.

Da segnalare anche il breve racconto, “La memoria dei morti per il pane” (p. 57) del palermitano Francesco Paolo Catanzaro, dove in quel “rompendosi la testa” esplicitario, il lettore attento certamente ricorderà il “mi ci romperò la testa” del capitano Bellodi alla fine de Il giorno della civetta.

Il libro poi si chiude con tre saggi di approfondimento all’opera letteraria di Leonardo Sciascia, tra i quali, degno di nota è l’ultimo, del marchigiano Lorenzo Spurio che ci presenta la sua lettura critica delle cosiddette opere minori di Sciascia: La Sicilia, il suo cuore e Favole della dittatura, le due uniche sillogi poetiche e presentate da Spurio non come opere minori ma come prodromico banco di prova alle opere narrative successive.

 

Emanuele Marcuccio

 

Palermo, 21 marzo 2015

Gli aperitivi letterari al Caffè Meletti di Ascoli Piceno: tutti gli appuntamenti

Aperitivo Letterario al Caffè Meletti

 

Per il ciclo Apericultura organizzato dai Giovani delle Acli di Ascoli Piceno con la cooperativa sociale Il Melograno, il mese di Aprile sarà dedicato alla scrittura con incontri dedicati alla poesia e alla narrativa, alla scrittura emergente e alla fiaba, alla letteratura dialettale, al romanzo, alla poesia locale con un ricordo a Lea Ferranti. Sarà un viaggio nella scrittura di sette incontri all’insegna del suo significato e della sua funzione. Tra gli appuntamenti due saranno dedicati ai laboratori di scrittura presso la sede Acli di Ascoli Piceno, gli altri saranno interessanti caffè letterari presso il prestigioso Caffè Meletti di Ascoli Piceno.

L’organizzatrice è la giovane scrittrice Giorgia Spurio che modererà, in collaborazione con l’associazione In-soliti Sentieri, assieme a Roberta Carboni, conduttrice del programma Versi e DiVersi presso Radio Studio Erre.

Le opere dei partecipanti scritte durante i laboratori saranno recitate all’ultimo incontro e avranno visibilità sul web. Il primo appuntamento sarà il 3 aprile.

Per info e prenotazioni contattare l’email giorgia.spurio@acli.it o la pagina facebook dei Giovani delle Acli di Ascoli Piceno oppure telefonicamente.

Tra gli ospiti saranno presenti: i poeti emergenti Alessio Alessandrini, Amedeo Clementi, Marco Squarcia, Davide Tartaglia; il critico letterario e poeta Lorenzo Spurio; per la letteratura dialettale la commediografa e poetessa Giuliana Piermarini, gli scrittori e poeti Stanislao Aleandri, Emidio Martini, Tita Mosca e Enzo Morganti, inoltre Roberto Buondi dell’Ass. Corale Polifonica Cento Torri e del Premio Mimmo Cagnucci; per la narrativa la scrittrice di fantasy Scilla Bonfiglioli, la giovanissima Deianira Camisa, la saggista e scrittrice storica Maresciallo Francesca Parisi; per la poesia locale nella quale si ricorderà Lea Ferranti interverranno Leo Bollettini, Alessandro Centinaro, Franca Maroni, Guido Angelini e Guido Nardinocchi del Premio Nazionale di Poesia e Prosa Inedita Cecco D’Ascoli.

Scrittura Locandina (1)

Aperitivo letterario al Caffè Meletti – Giovani delle Acli di Ascoli Piceno e Coop Soc Il Melograno

 

Programma dettagliato:  

modera la scrittrice Giorgia Spurio con Roberta Carboni di RadioStudioErre

 

  • 3 aprile ore 20.30 – Caffè Meletti

Scrittura emergente: incontro con la poesia e la fiaba.

Con i poeti Alessio Alessandrini, Amedeo Clementi, Marco Squarcia,  Lorenzo Spurio, Davide Tartaglia.

 

  • 8 aprile ore 20.30 – Caffè Meletti

Letteratura Dialettale.

Con gli scrittori e poeti Stanislao Aleandri, Roberto Buondi, Emidio Martini, Enzo Morganti, Tita Mosca e Giuliana Piermarini.

 

  • 11 aprile ore 16.30 – Caffè Meletti

Narrativa: Tra fantasia e realtà, come in un libro di Murakami.

Con le scrittrici Scilla Bonfiglioli, Deianira Camisa e Francesca Parisi.

 

  • 15 aprile ore 20.30 – Caffè Meletti

Poesia Locale: Ricordando Lea Ferranti.

Con i poeti Leo Bollettini, Alessandro Centinaro, Franca Maroni, Guido Angelini e Guido Nardinocchi.

 

  • 17 aprile ore 20.30: Laboratorio di Scrittura, presso la sede Acli di Ascoli Piceno, 2° piano, via III Ottobre 9.

      Lettura, analisi e commento delle opere dei partecipanti: laboratorio di poesia, una 

      lirica di 30 versi.

 

  • 20 aprile ore 20.30: Laboratorio di Scrittura, presso la sede Acli di Ascoli Piceno, 2° piano, via III Ottobre 9.

      Lettura, analisi e commento delle opere dei partecipanti: laboratorio di narrativa,   

      un racconto di 5000 caratteri.

 

  • 29 aprile ore 20.30 – Caffè Meletti

     Aperitivo finale

     Lettura delle opere dei partecipanti ai laboratori, che avranno inoltre visibilità sul  

     web.

 

 

Info e prenotazioni: Giorgia 320 2831361

                                 giorgia.spurio@acli.it

 

Informazioni ulteriori:
Tutti e 7 gli incontri: 60 €
Partecipazione esclusivamente ai 2 laboratori: 25 €
Singolo incontro: 10 €
Per facilitare, è possibile il bonifico intestato a: Acli Ascoli Piceno
IBAN: IT 02 A 01030135 00000000 729029
Causale: Incontri Scrittura

Si prega di inviare la ricevuta del bonifico alla email per motivi organizzativi.

“Dipthycha”: il curioso e poliedrico progetto antologico di Emanuele Marcuccio

Dipthycha: Progetto poetico di dittici a due voci

Il 26 marzo 2013 il poeta e aforista, Emanuele Marcuccio, ha dato l’avvio al progetto di un Volume antologico di dittici poetici a due voci[1], «Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…»

Con questa non solita antologia, da lui ideata e che lo vede anche autore di ventuno poesie dei dittici poetici, insieme ad altri amici autori, per un totale di quarantadue liriche, non si è voluto scendere in nessun agone poetico, in nessuna gara. L’intento è l’amore per la poesia, nei suoi diversi stili ed espressioni, la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta.

Dipthycha, termine derivato dall’originale latino diptycha (-orum), con contaminazione in chiave moderna e riadattamento del dittico, la tavoletta cerata in uso presso gli antichi Romani per scrivervi con lo stilo, in chiave poetica. Come sottotitolo «Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…», parafrasando i versi finali della sua poesia “Telepresenza”, ispiratrice del primo dittico poetico intercorso con l’amica poetessa, Silvia Calzolari, nel maggio 2010. L’idea di questi dittici è nata su internet e davanti a un PC.

 

L’Antologia è stata pubblicata il 10 settembre 2013 con Photocity Edizioni.

Marcuccio, Emanuele; AA.VV., Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2013, pp. 90.

ISBN: 978-88-6682-474-9

 

Dipthycha e Dipthycha 2

Il 22 luglio 2014 Marcuccio avvia il progetto di un secondo Volume, con la collaborazione del critico letterario e poeta, Luciano Domenighini, che redige le note critiche su ventinove dei trentatré dittici a due voci presenti. Marcuccio questa volta è presente con trenta poesie.

Scrive quest’ultimo in un suo aforisma del 2014: «Qual è lo spirito di un dittico poetico? Perché creare un dittico poetico a due voci?

Per trovare corrispondenze di significanti nei versi di due poesie di due poeti, accomunate dal tema simile, per trovare affinità elettive nella loro poesia, oltre le distanze e il tempo; quando ciò accade, si riesce ad ascoltare la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta, ed è stupore e meraviglia.»

 

L’Antologia è stata pubblicata il 7 gennaio 2015 con TraccePerLameta Edizioni.

Marcuccio, Emanuele; AA.VV., Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015, pp. 184.

ISBN: 978-88-98643-25-7

 

 

Progetto a cura di Emanuele Marcuccio

Introduzione: Emanuele Marcuccio

Prefazione I Vol: Cinzia Tianetti

Prefazione II Vol. e note critiche: Luciano Domenighini

Postfazione I Vol: Alessio Patti

Postfazione II Vol: Antonio Spagnuolo

Co-curatori I Vol: Gioia Lomasti e Francesco Arena

Original Cover Book I Vol: Emanuele Marcuccio

Editing Cover Images I Vol: Francesco Arena

Editing Cover Images II Vol: Laura e Stefano Dalzini

www.facebook.com/Dipthycha

 

 Gli Autori presenti nei rispettivi due Voll.

 

Emanuele Marcuccio

Silvia Calzolari

Donatella Calzari

Giorgia Catalano

Maria Rita Massetti

Raffaella Amoruso

Monica Fantaci

Rosa Cassese

Rosalba Di Vona

Lorenzo Spurio

Giovanna Nives Sinigaglia

Michela Tarquini

Francesco Arena

Ilaria Celestini

Ciro Imperato

Grazia Finocchiaro

Aldo Occhipinti

Marzia Carocci

Giusy Tolomeo

Grazia Tagliente

Daniela Ferraro

Antonino Natale

Anna Alessandrino

Teocleziano Degli Ugonotti

 

D’accordo con tutti gli autori presenti, l’intero ricavato delle vendite dei volumi è devoluto a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Si procede però per via privata alla devoluzione dell’intero ricavato delle vendite, non essendo stato possibile inserire la notizia della devoluzione all’interno del libro.

Contiamo sulla vostra collaborazione. Questi i link attraverso i quali potrete effettuare l’acquisto.

 

©Dipthycha 2, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015

ISBN: 9788898643257

tracceperlameta.org
libreriauniversitaria.it
webster.it
ibs.it
unilibro.it

 

 

©Dipthycha, Photocity Edizioni, 2013

ISBN: 9788866824749

tracceperlameta.org
photocity.it
libreriauniversitaria.it

unilibro.it
ibs.it
amazon.it

 

 

L’8 dicembre 2014, dopo aver dato il “Visto, si stampi!” per Dipthycha 2, Marcuccio avvia il progetto di un terzo Volume, sempre con la collaborazione critica di Luciano Domenighini. Dipthycha 3. Classica Litteraria Dipthycha: Questo terzo Volume accosterà voci in dittici dal tema simile, di poeti che hanno fatto la storia della letteratura. Un progetto ambizioso e certamente non di facile realizzazione, ci vorrà almeno un anno o anche più.

Come prima proposta, si accosterà Catullo a Foscolo: con traduzione dal latino di Luciano Domenighini, il Carme 101 di Catullo con “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo, sono entrambi due omaggi funebri al proprio fratello. Il secondo, i due autoritratti: Alfieri-Foscolo. Un terzo, “Come le foglie”, che il critico ha già tradotto per Dipthycha 2, di Mimnermo, con “Soldati” di Ungaretti. Nel quarto si accosterà Virgilio a Pascoli. E poi si vedrà.

Tutti saranno seguiti da una nota critica di Luciano Domenighini.

 

 

[1] Dittico poetico a due voci, una composizione di due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. Nell’agosto 2014 la composizione del dittico poetico a due voci, ideata da Marcuccio nel 2010, è stata accolta in seno al neo-nato movimento poetico-culturale dell’Empatismo, quale forma poetica di elezione.

“Charme” di Raffaella Amoruso e Anna De Santis. Prefazione di Lorenzo Spurio

Charme 

di Raffaella Amoruso e Anna De Santis 

(The Writer Ed., 2015)

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

 

Anomala esperienza nel mio percorso di critica letteraria ad autori contemporanei è questa che mi vede quale prefatore del nuovo testo di Raffaella Amoruso scritto a quattro mani con la poetessa Anna De Santis. O, per esser più precisi, bisognerebbe dire che Charme è una bi-antologia poetica che contiene testi dell’una come testi dell’altra e non poesie scritte propriamente a quattro mani, che è tutto un altro discorso, oltre ad una moda abbastanza diffusa negli ultimi tempi.

Conoscevo già la poetica della Amoruso per aver letto recentemente e recensito il suo volume Aculei spilli (2014) e torno a leggerla, ora, con piacere in questa esperienza condivisa con Anna De Santis. La Amoruso non è nuova a pubblicazioni che hanno questo taglio “plurale” dato che, recentemente ha pubblicato anche Ama…amo (2013) insieme a Fabio Amato, poeta milanese.

Punto di partenza dell’analisi potrebbe offrirla l’etimologia della parola charme che campeggia quale titolo di copertina: ci troviamo di fronte a un francesismo che deriva dal latino “carmen” che significava incantesimo e/o fascino. Lo charme quale definzione in un vocabolario di utilizzo odierno è un termine il cui significato è legato prevalentemente a due concetti che sono il fascino (dunque l’avvenenza e l’attenzione per l’estetica, come era nella sua accezione latina)  e la gentilezza (dunque la capacità innata di rapportarsi agli altri). Fascino e gentilezza che possiamo ricercare in una donnna (ma, perchè no?, anche in un uomo) non sono relegati, però, solamente alla loro dimensione fisica cioè legata alla apparenza e al sistema di buone/cattive maniere, ma è anche una categoria dello spirito, una caratterizzazione dell’anima e dunque della propria interiorità.

Chi ha charme è ricco d’attenzioni, interesse, fascino e dunque è attraente, ammaliante, ricercato, seducente, avvenente etc etc. Tutto questo contribuisce a dare alla persona charme quel quid aggiuntivo che gli altri privi di charme non hanno: coloro che sono i comuni, i non avvenenti, i non seducenti.

Ma chi definisce la presenza o meno di charme? Quale è il metro di giudizio e di investigazione per poter dire che, effettivamente, una donna è dotata di charme mentre un’altra non lo è? Non vi è un sistema caratterrizante di questo tipo (e per fortuna!, aggiungo) dunque lo charme, quale figlio diretto della bellezza e dunque del sublime non è che un fattore estetico opinabile, una considerazione soggettiva e in quanto tale degna di osservazioni e di pareri discordanti.

Ma, per non divagare e per ritornare all’oggetto della presente raccolta, dirò che il tema fondamentale che unisce un po’ tutte le liriche è quello dell’amore: dell’amore sognato o sperato, di quello realizzato e consumato, di quello che si conserva e che resta a testimonianza di un percorso di condivisione unico e raro; dell’amore che si ricerca, al quale si tende, dell’amore che a volte si consuma o che porta alla rottura, alla lontananza, alla disperazione o addirittura (la cronaca ne dà ampia testimonianza) alla tragedia che -come sempre si dice- poteva essere evitata.

L’amore di cui parla la Amoruso trasmette sensualità ed è sembianza concreta di un erotismo palpabile come quando parla degli “infiammati sguardi” (p. 10), degli “spogli corpi” (14) e delle “dita ribelli” (p. 17) o evoca la “totale estasi” (p. 13) in quel vorticare sommesso e piacevole dell’amplesso amoroso. Un po’ più austera è la descrizione amorosa della seconda poetessa, Anna De Santis che, castamente, parla di “ardite carezze” (p. 53) e del ritmatico sfiorar delle labbra (p. 68).

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A livello stilistico, abissale è la distanza tra le due poetesse di questo libro: alle immagini-fotogramma della Amoruso si contrappongono immagini descrittive e meticolose, quasi didascaliche della De Santis; al poetare veloce ed espressivo, come fossero pennellate vigorose della Amoruso, si contrappone un verso per lo più lungo e dalla struttura paratattica; all’evocazione di immagini che costituiscono analogie e danno in qualche occasione vita a delle vere isotopie nella Amoruso corrisponde una caratterizzazione quasi prosastica della De Santis.

Chiaramente sono due diversi modi di fare e di intendere la poesia: la Amoruso si attesta su una poesia medio-breve che si concentra attorno ad immagini-simbolo che ne divengono importanti chiavi di lettura, mentre la De Santis sembra particolarmente legata alla costruzione di una poetica di stampo per lo più classico (anche nell’utilizzo di un determinato registro linguistico che, in date circostanze, potrebbe sembrare anche desueto come lo è ad esempio la “d” eufonica che spesso ricorre).

Anche a livello tematico, pur rimanendo all’interno dell’ampio filone della poesia d’amore o, comunque, votata a indagare le pieghe più intime del sentimento, si ravvisa una lontananza tra i due sistemi poetici: la Amoruso parla di un amore consumato e da consumarsi con vari e puntuali riferimenti alla sfera dell’Eros e al bisogno insopprimibile di unione della coppia in quella condivisione da lei definita quale “la perfetta sinergia” (17) che si concretizza in una dimensione quasi mitica, fuori dalla concretezza del reale, ossia ben al di là dello “smisurato tempo del non tempo” (47).  Anna De Santis, invece, pur chiamando in causa la sfera dei sentimenti, lo fa in maniera più intima e pudica, senza svelarsi troppo, quasi con quella distanza dalla vicenda maggiormente caratterizzante un testo narrativo dove vi è impiegato un narratore onnisciente: “le mie gote divenivan purpuree/ mentre le mani sue accarezzavan pelle” (50) dedicandosi nelle liriche oltre all’amato anche a riflessioni sulla propria natura di amante come avviene nella lirica “Mio cuore gitano” (p. 64). Non manca l’indignazione nei confronti di un mal-trattamento nei confronti delle donne subito dagli uomi che la Nostra così sviluppa a conclusione di una lirica dal tono duro e ribelle: “per quello mi chiamano tutti ..meretrice/ arrivate ansimando solo su quello che si vede, si tocca/altro non sapete fare” (p. 65),

Una poesia viscerale, carnale  e, se non ardita, senz’altro espressione di una forte femminilità quella della Amoruso; una poesia razionale e riflessiva, intima ed emozionale quella di Anna De Santis.

Non è possibile, però, dire se una delle due poetiche sia in qualche modo e per qualche ragione a me preferibile per una motivazione molto semplice: che il critico non è un maestrino e soprattutto, ancor più evidentemente, perchè non esiste (o per lo meno non dovrebbe esistere) una scala gerarchica nella poesia: chi è mosso a comporla, chi ne sente l’ispirazione, chi ne abbisogna e chi la ricerca tortuosamente quale prodotto creativo sono tutti accomunati a quel “fare” tipico e connaturato dell’etimologia stessa di poesia contenuta nella radice poiesis.

Virginia Woolf, grandissima donna e per la vigorosa mentalità di pensatrice e per la sua prolifica attività di scrittura, sosteneva che se un libro è ben scritto e ha un valore intrinseco al suo interno, il lettore non farà difficoltà a rendersene conto e a percepirlo, sempre mediante le sue inclinazioni e per mezzo dei filtri che ha nei confronti del mondo e allo stesso tempo che una prefazione per questi motivi può risultare poco meno di una perdita di tempo perchè non è mai (e grazie a Dio!) il prefatore o il commentatore ad accrescere o a determinare il successo di un’opera.

Essa è già sufficiente, in sé, da sola.

Scusatemi, dunque, per avervi rallentato la lettura di questo libro e, per favore, scordatevi tutto quello che vi ho detto.

 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 13-02-2015

“L’altra me. Bagliori in versi” di Augusta Tomassini, recensione di Lorenzo Spurio

L’altra me. Bagliori in versi di Augusta Tomassini

Helicon, Arezzo, 2014

  

Recensione di Lorenzo Spurio

1466214_742932185755370_2479843325774574450_nIl nuovo libro della poetessa Augusta Tomassini si intitola L’altra me ed è stato pubblicato dai tipi di Helicon a fine 2014. Già dal titolo è possibile respirare una marcata idea di alterità e al contempo un desiderio dell’autrice si svelarsi.

La poesia è probabilmente il mezzo letterario che più spesso è stato impiegato per parlare di sé, della propria emotività, delle fasi della propria esistenza e di come percepiamo il nostro rapporto con gli altri. Forse in questa seconda opera, ancor più che nel primo libro, Augusta opera questa operazione meticolosa di “svelare” la propria personalità.

La poetessa già dal titolo ci immette in un canale interpretativo in cui la vita non è altro che vista come dimensione plurale, multiforme e variegata ne è testimonianza la possibilità di poter individuare sempre qualcosa di nuovo in noi e nell’ambiente, come è consacrato nell’utilizzo della parola “altra” nel titolo.

Non esistono toni monocromatici, fissità, unicità ed esclusività, ma una dimensione sociale e corale nella quale l’uomo è in grado non solo di aprirsi alla comunità e istaurare un legame con essa, ma è capace anche di auto-comprendersi, conoscersi.

Questo libro contiene una silloge, ossia una raccolta di poesie, molto personale ed intima; ce ne rendiamo conto anche da alcuni titoli delle singole poesie come ad esempio: “Amami”, “Voce d’amore”, “Le mie lacrime”, etc.

Come osserva Eleonora Marinelli nella postfazione al libro, con questa nuova esperienza poetica Augusta si incammina in un percorso di rinascita, una sorta di rigenerazione del sentimento che segue il primo libro, più desolato nelle immagini e nel quale si percepiva un assopimento dell’animo della nostra.

Questa rinascita o “nuova luce” di Augusta alla base di questo libro è ben evidente da alcuni versi in cui leggiamo:

 

Come il sole

nasce da notte buia

come aurora prende

i colori di un nuovo giorno,

la mia vita, lenta

rinasce. (31)

 

Per parlare di questo libro, infatti, è necessario parlare o per lo meno evocare qualcosa anche del precedente libro di Augusta. La prima silloge, Volo dell’anima, se da una parte apriva a una dimensionalità sospesa e aeriforme improntata alla ricerca di una tranquillità e di una pace interiore data da una fuga, da un librarsi e dall’osservare da fuori la propria esistenza, dall’altra si fondava su una serie di poesie con un’impalcatura semplice e slanciata nelle quali, tematicamente,  non era difficile scorgere un senso di tristezza e sfiducia. Lo stesso sottotitolo, Poesie dell’ombra, sottolineava il vivere immerso in quel mondo di buio, di assenza di tinte cromatiche, che oltre a limitare ad Augusta l’esperienza empirica della realtà, nella fisionomia del nero e dell’indistinto si caricava di sensazioni fastidiose quali il sentimento di solitudine, l’isolamento, la noia, la desolazione.

Con questa seconda silloge Augusta risale la china e con un metro poetico non dissimile dal suo primo libro che corrisponde a un verseggiare libero, pulito, senza l’orchestrazione e il ricorso a particolari figure retoriche con eccezione della sinestesia, ci parla della luce e del colore, riappropriandosi con sagacia di quell’espressività delle tinte e bandendo il mondo dei chiaro-scuri. Il sottotitolo del nuovo libro, infatti, è Bagliori in versi.

Il bagliore è una luce fulminea ed istantanea che percepiamo, velocemente, che appare a squarci per rischiarare e poi come un flash far ripiombare di nuovo tutto nel buio. Dalla depressione del nero, il sopraggiungere dei bagliori in grado di squarciare la cappa oscura, è di certo un passo avanti notevole che Augusta ha fatto nella sua poetica perché ha precedentemente fatto con consapevolezza e per mezzo della sua grande sensibilità nei confronti della vita.

 

Il nuovo libro si apre con due citazioni molto importanti che riassumono molto bene la finalità di questo libro.

La prima recita: “Non possiamo programmare il come, il quando ma solo vivere ogni emozione così come scaturisce dal cuore” (Augusta Tomassini).

La seconda recita: “L’arte è esperienza di universalità.  Non può essere solo oggetto o mezzo. È parola primitiva: viene prima e sta al fondo d’ogni altra parola. È parola dell’origine che scruta, al di là dell’immediatezza e dell’esperienza, il senso primo e ultimo della vita.” (Karol Wojtyla)

Nella citazione di Augusta si sottolinea l’inesperienza umana, comune a tutti, dinanzi alla vita intesa come viaggio a tappe del quale non si conosce né svolgimento né la meta finale. Il fatto che l’uomo programmi la sua vita con orari, appuntamenti, date e scadenze è un suo vezzo per meglio organizzarsi nello spazio-tempo che gli è dato, ma non ha niente a che vedere con il percorso umano che Dio ha dato a ciascuno di noi dove, come dice Augusta, si deve essere disposti a vivere ogni istante con la massima intensità.

Nella citazione del Pontefice si dice una cosa estremamente valida ossia che l’arte è una esperienza di universalità, cioè che chi crede nell’arte tende all’universalità poiché i prodotti dell’arte (siano essi materiali come un libro o immateriali come una canzone) si conservano nel tempo con la stessa grandezza e splendore dato che in essi è contenuto il “senso primo e ultimo della vita”.

 

Tematiche della silloge: muovono tutto dal rapporto di Augusta con le sfere sensoriali:

  • Il mondo del silenzio, della mancanza di suoni e rumori, segno tangibile di una assenza, di una mancanza o della lontananza. Silenzio che spesso Augusta definisce rumoroso utilizzando un ossimoro per rimarcare quanto sia acuto e straziante.

La lontananza dal rumore, dalla vita della società, che lei percepisce attutita, smorzata nei toni, in lontananza come “vita ovattata

  • La potenza dell’elemento olfattivo in alcune poesie e in particolare in “Profumo di tigli”
  • Il mondo dei sogni in cui la Nostra spazia rievocando ricordi, rivedendosi protagonista e delle immagini che ricorrono e che crea nei suoi momenti di riflessione e contemplazione
  • Il tema dell’amore: l’amore verso i suoi cari, l’amore nei confronti della sua vita fatta di abitudini e piccoli rituali, l’amore per il mare, per le colline, per i gabbiani e le farfalle che sono gli animali-emblema della stessa poetessa, l’amore per la vita, l’amore di donare la sua esperienza agli altri.
  • La ricchezza cromatica, il mondo del colore, rimembrato e ricreato nella mente, la capacità di Augusta di saperlo rendere vivo attribuendolo agli elementi che la circondano e che nella realtà non riesce a percepire distintamente ma anche il colore del silenzio, il colore dell’attesa, il colore della scoperta e della contemplazione. I colori nella poesia di Augusta si caricano di significati molteplici: non è solo la caratterizzazione qualitativa-visiva del mondo ma sta a rappresentare anche la capacità di un dato evento/persona/ecc di toccare le corde dell’anima, dunque il colore inteso come vibrazione, come trasporto emotivo, come grado d’empatia.

 

 

 

Chi è l’autrice?

Augusta Tomassini  è nata a Fossombrone (PU) nel 1955; vive a Montefelcino (PU).

Dopo la progressiva perdita della vista a causa della Retinite Pigmentosa, è entrata a far parte dell’Unione Italiani Ciechi e Ipovedenti di Pesaro.

Nel 2000 è stata eletta consigliere dell’UICI della provincia di Pesaro-Urbino. Nel maggio dell’anno successivo è stata scelta per l’incarico di Presidente Regionale del Dipartimento delle Pari Opportunità della Regione Marche.

Ha pubblicato i libri di poesia Volo dell’anima. Poesie dell’ombra (2013, auto pubblicazione) e L’altra me. Bagliori in versi (Elicon, Forlì, 2014); entrambi sono stati presentati in varie tappe sul territorio regionale e nazionale.

Quando non è impegnata nelle attività sociali, si dedica alla famiglia ed alla sua passione di sempre, la poesia.

Ha ricevuto vari premi e segnalazioni in concorsi e premi letterari tra cui una targa di riconoscimento alla XXV edizione del Premio Letterario “Città di Porto Recanati” nel 2014.

 

Tenere accesa la “Macchina sognante”. Omaggio a Julio Monteiro Martins il 08-04-2015 a Bologna

Per ricordare il poeta e scrittore italo-brasilano Julio Monteiro Martins recentemente scomparso si terrà una serata a Bologna per ricordarlo durante la quale verrà presentato il suo ultimo volume, postumo, intitolato “La macchina sognante” pubblicato per i tipi di Besa Editrice.

All’incontro interverranno poeti, scrittori, critici e giornalisti che hanno conosciuto direttamente lo scrittore o che erano in contatto con lui che verranno per leggere delle opere a lui dedicate o ispirate o semplicemente per rinnovarne il ricordo.

Saranno presenti: Vincenzo Bagnoli, Bartolomeo Bellanova, Tullio Bugari, Maria Calabrese, Anna Carrozzo, Reginaldo Cerolini, Nilza Costa, Rosanna Crispim da Costa, Lucia Cupertino, Loretta Emiri, Vladimiro Forlese, Daniela Karawicz, Gassid Mohammed, Lorenzo Mari, Lorenzo Monteiro Martins, Jonas Davi Moruzzi, Fulvio Pezzarossa, Pina Piccolo, Brenda Porster, Ugo Rapezzi, Roberta Sangiorgi, Lorenzo Spurio, Paolo Trabucco, Walter Valeri.

L’evento si svolgerà a BOLOGNA presso la Biblioteca Casa di Khouala in Via Corticella 104 l’8 Aprile 2015.

Ingresso libero. La cittadinanza è caldamente invitata a partecipare.

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Ninnj Di Stefano Busà risponde alle domande di Daniela Quieti

D: la Poesia ama tempi lunghi, Lei ritiene che oggi, in tempi reali, in cui la cultura e la poesia (più in particolare) restano ostiche e invise ai più, possa ancora avere indici di ascolto?

R: oggi più che mai, proprio perché viviamo un mondo tragicamente difficile, carico d’incognite, privato di felicità e serenità, la Poesia è rifugio da antichi dolori, nicchia refrigerante di temporanea pacificazione col nostro “io” tormentato.

In effetti, si avverte un avvicinamento a questa grande arte, un po’ bistrattata, perché spesso incompresa o ritenuta “inutile”. Riguardo alla sua inutilità, vi sarebbe poi, molto da dire. Niente è inutile in questo mondo, se non il “male”: Mi pare che la Poesia non appartenga a questa categoria, anzi, sia lenimento al male, fatto salvo il timore di esserne intimiditi o temerla, perché parla un linguaggio interiore, fatto di suoni modulati al mistero, alla trascendenza, La poesia non è stata mai una materia bene accetta dal “vulgus” troppe implicanze v’intravede al suo interno, troppe interferenze di carattere psico-analitiche, troppa cultura, troppo tempo da perderci per capirla…Ma gli altri, tutti gli altri possono trovare nella Poesia quel “quid” mancante che lega il soggetto al suo infinito, alla memoria fruibile del suo io più interiore che parla la lingua dell’intelligenza del cuore.

 

D: E’ preferibile che la poesia sia vissuta dall’uomo di oggi come protagonista? oppure come comparsa nel ruolo secondario di un mondo fatto di fattori dissacratori, di devianze, o assenze?

R: la poesia è altro da sé, altro anche del nostro immaginario comune, dalle regole del gioco, dal suo verosimile. Non si può immaginare la poesia, senza quel minimo di mistero, di divinità, di trascendente, d’infinito, di “oltre” che porta in sé sin dalla sua genesi. Vi è un fattore che la determina, ed è l’esigenza di rapportarsi con una Entità perfettibile che vive dentro di noi, ma non fa appello al fragore per farsi sentire, non grida, non si agita. E’ solitaria compagna, e accondiscendente segno e sogno infinito della nostra esistenza. Chi la scrive per il futuro ne traccia i segnali, ne istruisce la voce dell’oltre, fa sue le corde infinite di un suono quasi celestiale che origina dal di dentro. Non è diversamente spiegabile, la sua vocazione a restare nelle retrovie del mondo, a proteggere l’uomo dalle sue stesse temperie. La vita non è solo sogno e la poesia lenisce in parte questo attrito, questo stridore, le incoerenze, gli affanni, le assenze di un mondo carico di  -non sense-

 La scienza cosa pensa della poesia? dove la colloca? le dà una definizione?, la giustifica?

R: la scienza ha i sui alti meriti, la poesia ne ha altri, Le due cose non sono necessariamente interscambiabili, né cumulabili. Non sono per schematizzare tutti i processi indistintamente. Trovo giusto che ogni Ente nel suo campo trovi la sua ragion d’essere e vi si distenda, vi si avvicini come può, meglio che può per creare armonia, per sintonizzarsi con gli altri Enti, che sono diversificati e hanno dalla loro, la certezza di portare avanti una causa giusta, di sponsorizzare un bene comune, di valutare in orbite e ambiti diversi le condizioni reali di un mondo multiforme, variegato e (per certi versi) sconosciuto come è il nostro.

 

D.. Quale è stato il suo primo approccio con la Poesia?

R: avevo tredici anni quando misi in essere il mio istinto poetico. Scrissi i miei primi versi su un quadernetto a copertina nera (come si usava un tempo). Li tenevo in cassetto come un tesoro da nascondere, erano le prime emozioni, le prime suggestioni della vita che mi si schiudeva innanzi e di cui capivo appena il profilo. I contorni netti mi apparvero più tardi, quando capii che ero fortemente votata alla poesia, quasi come un destino. A quindici anni, mio padre che era amico di Salvatore Quasimodo, glii mostrò alcuni testi e il grande poeta, ne fu entusiasta, tanto che espresse il desiderio di farmeli pubblicare con una sua prefazione. Dopo alcuni mesi morì. Tutto rimase lettera morta anche per me. Successivamente ripresi il mio iter da sola. Fui letta da grandi critici come: C. Bo, M. Sansone, V. Vettori, A. Capasso, Barberi Squarotti, fino ai più recenti: Giovanni Raboni, M. Forti E. Giachery, A. Merini, Walter Mauro, Davide Rondoni che ne hanno manifestato entusiamo e ammirazione. Il resto è storia personale. Non sono stata consacrata mai dai Grandi Editoriali, ma come abbiamo detto da principio la poesia ama tempi lunghi, saprò aspettare, poiché è determinante per la mia storia personale continuare a scrivere, solo quello…

 

D: la letteratura è una delle sue più importanti forme di vita, Lei vi dedica gran parte del suo tempo.

R: si, è vero, fa parte del mio essere in quanto tale, non saprei disgiungerla dalla mia vita, ma altre sono state le priorità e le occasioni, diverse le esperienze, le necessità…a cominciare dalla famiglia, le figlie Clara e Roberta, i quattro nipotini, e molto altro. Mio marito mi ha sempre sostenuto, ma sovente ho dovuto prendere decisioni importanti, occuparmi della conduzione familiare, seguire gli studi delle figlie, le loro vite, consigliarle, sorreggerle nelle difficoltà, etc. La mia vita è sempre stata carica di una grande quantità di cose. In tutta questa fucina non è mai venuto meno l’amore per la poesia. Le sono stata fedele, l’ho coltivata in silenzio, nei ritagli di tempo, la notte nel silenzio della mia casa. Oggi la poesia e la fede si combaciano, per me poesia è divenuta anche la mia fede. Ci credo come ad una religione, cerco di inculcarla nei giovani, nelle scuole in cui spesso vengo ospitata per discettare di poesia e tentare di farla amare ai giovani, che rispondono positivamente (devo dire) e per fortuna, perché la poesia è quel filo sospeso tra noi e il cielo, tra il bene e il male, tra la vita e la morte, e non si deve spezzare, perchè equivarrebbe a rovinare qualcosa di bello, di buono che ancora resta.

Nazario Pardini su “Dipthycha 2”, volume poetico-antologico curato da Emanuele Marcuccio

Emanuele Marcuccio e AA. VV., Dipthycha 2[1]

TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende (VA), 2015, pp. 184

ISBN: 978-88-98643-25-7

  

Nota critica a cura di Nazario Pardini

  

Dipthycha 2_original_front_cover_900Opera interessante, polimorfica, parenetica, e plurale, questa, curata da Emanuele Marcuccio, che assembla vari Autori nell’intento di “rivalutare la poesia, come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo” (Manifesto dell’Empatismo). Condotta con tattica esplorativa, e con vèrve innovativa, riesce a sorprendere per la simbiotica dualità dei testi e per gli allunghi critici di valida soluzione autoptica di Luciano Domenighini, il quale afferma: “ho cercato, commentando, di privilegiare gli aspetti perifrastico ed ermeneutico rispetto a quello più strettamente analitico”. Vere explications du texte quelle del critico, e per affondi di acribia intuitiva e per inarcature d’energia perlustrativa, con cui riesce a sottolineare i giochi lessico-semantici e stilistici, puntualizzandone la natura estetica e filologica: un chiaro esempio di stesura recensiva; di come si deve condurre l’esegesi di una pièce, senza perdersi in vaghe e rocambolesche locuzioni, o in pleonastiche avventure linguistiche, stando coi piedi per terra e con l’occhio attento alla parola, ai suoi meccanismi, agli intrecci allusivi, e ai valori morfosintattici. Un manuale di accorgimenti tecnici, di applicazioni figurative, e di importanti significanti metrici. Il tutto garantito dalla inossidabile vis creativa di un poeta, quale Emanuele Marcuccio, che, facendo da primo attore in questa antologia, affianca, alternativamente, una sua poesia a quella di ogni Autore della raccolta: “Due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza epatica” (da nota pp. 11 del testo). Il tutto per illustrare la poetica di un manifesto che riunisce attorno a sé diverse voci, esemplificandone i parenetici intenti propositivi con un titolo di per sé emblematico: “Manifesto dell’Empatismo”, che fa da prodromico ingresso al libro. Citarne quello che secondo me è l’articolo più attinente allo spirito generale dei fondatori è, di sicuro, fondamentale per percepire la pienezza paradigmatica dell’opera: “Noi vogliamo che tra i poeti empatisti e tutti i poeti e artisti in genere, ci sia rispetto e stima reciproca, senza nessuna presunzione di possedere la verità. Eleggiamo il dittico poetico a due voci[2] e il pluricanto[3], come forme per eccellenza di empatia poetica e come forme di poesia empatista per antonomasia”. Senza trascurare naturalmente tutti gli altri punti del programma che ne caratterizzano la grande valenza, considerando che il canto è soprattutto generosità emotiva, e ricerca verbale. Opera, quindi, di una plurivocità accattivante, i cui duetti canori fanno da controcanto a un tema di urgente resa artistica: quello di saper tradurre le nostre contaminazioni soggettive in cospirazioni universali; in slanci verso l’oltre, dacché l’arte è qualcosa di più dell’umano; sì, ne vuole tenere di conto, ma per farne un trampolino di lancio verso l’inarrivabile: è così che mantiene quel senso del mistero che la rende unica. Ciò che si percepisce dalle molteplici composizioni di Marcuccio, il quale, attraverso le sue espressioni si fa chiara esemplificazione del nerbo di quei dettami. Forza emotiva, ricerca semantica e sonora, contenuti che non tradiscono lo slancio romantico verso l’oltre, assenza di contaminazioni epigonistiche o pleonastiche. Un fluire semplice il suo che trae dalla vita e dai suoi perché i motivi della poesia. Tutte le questioni che hanno a che vedere col tempo, il luogo, il sogno, l’essere, l’esistere, e le inquietudini della nostra permanenza terrena. Interrogativi e insoddisfazioni esistenziali di memoria leopardiana, si è detto; ma io credo abbrivi e cospirazioni intime che chiedono slanci oltre quegli orizzonti che demarcano il nostro vivere. E che, al fin fine, tanto sono legati all’amor vitae di cui si nutre la poetica del Nostro. Molto ci sarebbe anche da dire sugli altri poeti di questa particolare Antologia. Della loro forza emotiva, del loro stile maturo e ricco di figure allegoriche; della loro metaforicità; e soprattutto della grande padronanza metrica che sa intonarsi con vigoria significante al denominatore comune delle pièces: “[E]mozionare con i nostri versi, pur rimanendo fedeli ognuno al personale modo di fare poesia.”[4]

Ne consigliamo la lettura a tutti coloro che ci seguono, dacché credo faccia loro piacere leggere una molteplicità di stili confluenti nel fiume chiaro dell’arte del dire e del sentire; come penso non sia disdicevole proporre una esemplificativa e indicativa pagina di questo innovativo testo:

 

  

ETERNITÀ

  

Ho vissuto tante eternità

nell’assoluta pienezza

di un attimo.

Ti ho cercato nel vento

e nell’acqua.

Ti ho trovato

e ti ho perso.

Con la morte e la vita

usavo lo stesso linguaggio

perché nelle note del tempo

arrivassi a me.

 

3 agosto 2003

Giusy Tolomeo

 

 

ETERNITÀ[5]

  

Oltre quel fumo,

oltre quella porta,

oltre il mare immenso,

oltre l’orizzonte sconfinato,

oltre le piogge di mezz’agosto

c’è una luce che io voglio attraversare,

c’è una soglia che io voglio varcare

in questa pioggia del mio vegetare,

in questo mare del mio non vivere.

 

10 marzo 2009

 

Emanuele Marcuccio

 

 

 Nota critica di Luciano Domenighini

 «In quattro strofe, tutte al passato, la prima e l’ultima meditative e le due centrali narrative, rivelatrici e brucianti nel succedersi di tre passati prossimi (“Ti ho cercato […] ti ho trovato/ e ti ho perso”), “Eternità” di Giusy Tolomeo è una poesia d’amore, è anche la narrazione di un amore, ma soprattutto parla del rapporto fra amore e tempo: un teorema, il cui enunciato è tutto nella prima strofa (“Ho vissuto tante eternità/ nell’assoluta pienezza/ di un attimo”) per dire che un istante di vero amore vale tutto il tempo di mille anni e molto più ancora, per dimostrare che l’amore può dare scacco al tempo.

Questa riflessione ha per la poetessa un valore immenso, il valore soggiogante di una rivelazione e conta per sé sola, assai più della cronaca quotidiana di una storia amorosa, del suo svolgersi e del suo esito stesso. Nella strofa finale, commovente, struggente, la poetessa, con afflato squisitamente romantico, allinea e omologa vita e morte, ponendole dinanzi al sentimento che solo può arricchire l’una e disperdere l’orrore dell’altra.

Di tutt’altro tono e ambito psicologico-concettuale si presenta lʼ “Eternità” di Emanuele Marcuccio, lirica metaforico-intimistica, spiccatamente esistenziale, di estrazione leopardiana, che ha per argomento il dolore per il tedio del non essere, il rincrescimento per il tempo della vita che trascorre invano. Marcuccio si dimostra abile nel disporre con ordine e simmetria non solo i suoi versi ma anche le figure simboliche. La composizione, di nove versi, presenta tre cellule iterative subentranti (vv. 1-5 “oltre”, 6-7 “c’è”, 8-9 “in questa/o”) ma il nucleo significativo portante è contenuto nella corrispondenza fra i vv. 3 e 5 e il distico ai vv. finali 8 e 9 realizzante un chiasmo “ritardato”, a distanza, nel quale, di fatto, si sdoppia il dettato poetico: allora abbiamo l’ “immenso mio non vivere” e il “mezz’agosto del mio vegetare”.» (p. 90)

 

 Nazario Pardini

 

Arena Metato (PI), 2 febbraio 2015

[1] Come da accordi, il ricavo delle vendite spettante agli autori partecipanti andrà a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla, così come si è già fatto con il ricavo di «Dipthycha» (Photocity Edizioni, 2013). [N.d.R.]

[2] Composizione poetica ideata dal degno poeta empatista, Emanuele Marcuccio, nel 2010. Due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. (Nota 2 al testo “Manifesto dell’Empatismo” in Emanuele Marcuccio e AA.VV., Dipthycha 2, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 11.) [N.d.R.]

[3] Composizione poetica ideata dalla fondatrice del nostro Movimento, Giusy Tolomeo. Una poesia composta da uno o più versi di poesie di vari poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, seguendo uno stesso tema in una sorta di corrispondenza empatica. (Nota 3 in ibidem, p. 12.) [N.d.R.]

[4] Da “Manifesto dell’Empatismo”, IX capoverso in ibidem.) [N.d.R.]

[5] Già edita in Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 17. [N.d.R.]

Al Mangiaparole di Roma un evento per ricordare la poetessa del disagio Alda Merini

ALDA MERINI. LETTERE E POESIE

21 marzo 2015 – ore 19

 ROMA – Libreria caffè letterario Mangiaparole

   

Sabato 21 marzo alle 19 nella libreria caffè letterario Mangiaparole, un omaggio ad Alda Merini nel giorno in cui avrebbe compiuto ottantaquattro anni. Alda Merini. Lettere e poesie è un evento organizzato da Associazione familiari anti-stigma Alda Merini, Associazione culturale L’Eco del Nulla, Salento in Progress e Arcadia Lecce, in collaborazione con Ornella Spagnulo, dottoranda di ricerca in Italianistica a Tor Vergata. Durante l’evento si leggeranno lettere e poesie di Alda Merini.
Ornella Spagnulo, autrice della monografia Il reale meraviglioso di Isabel Allende e di poesie e racconti pubblicati in antologie e sul web, con la segnalazione del blog di poesia della Rai, introdurrà e parlerà degli esordi della poetessa, che ricevette subito l’appoggio di alcuni critici, fra cui Oreste Macrì, di Maglie (Lecce), gruppo degli ermetici.  Lorenzo Masetti, vicedirettore e responsabile della sezione Lettere della rivista culturale L’Eco del Nulla, interverrà sul tema proponendo un confronto letterario tra l’opera di Alda Merini e di Dino Campana. La psichiatra Maria Antonietta Dicorato, che fa parte dell’Associazione familiari anti-stigma Alda Merini, ha conosciuto personalmente la poetessa, racconterà dell’incontro e illustrerà brevemente le attività e gli obiettivi dell’associazione. Francesca Romana Mancino, vincitrice del Premio Nazionale Poesia Diana Nemorensis nel 2012 e pubblicata nel volume Ho conosciuto Gerico per il Premio Alda Merini dell’Accademia dei Bronzi nel 2014, leggerà una sua poesia dedicata alla poetessa.

 

 

Per informazioni: 320 2757896.

 

La libreria caffè letterario Mangiaparole si trova in via Manlio Capitolino 7/9, a pochi minuti di distanza dalla fermata della metro A Furio Camillo.  Mangiaparole è anche bar e ristorazione.

 

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