“Charme” di Raffaella Amoruso e Anna De Santis. Prefazione di Lorenzo Spurio

Charme 

di Raffaella Amoruso e Anna De Santis 

(The Writer Ed., 2015)

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

 

Anomala esperienza nel mio percorso di critica letteraria ad autori contemporanei è questa che mi vede quale prefatore del nuovo testo di Raffaella Amoruso scritto a quattro mani con la poetessa Anna De Santis. O, per esser più precisi, bisognerebbe dire che Charme è una bi-antologia poetica che contiene testi dell’una come testi dell’altra e non poesie scritte propriamente a quattro mani, che è tutto un altro discorso, oltre ad una moda abbastanza diffusa negli ultimi tempi.

Conoscevo già la poetica della Amoruso per aver letto recentemente e recensito il suo volume Aculei spilli (2014) e torno a leggerla, ora, con piacere in questa esperienza condivisa con Anna De Santis. La Amoruso non è nuova a pubblicazioni che hanno questo taglio “plurale” dato che, recentemente ha pubblicato anche Ama…amo (2013) insieme a Fabio Amato, poeta milanese.

Punto di partenza dell’analisi potrebbe offrirla l’etimologia della parola charme che campeggia quale titolo di copertina: ci troviamo di fronte a un francesismo che deriva dal latino “carmen” che significava incantesimo e/o fascino. Lo charme quale definzione in un vocabolario di utilizzo odierno è un termine il cui significato è legato prevalentemente a due concetti che sono il fascino (dunque l’avvenenza e l’attenzione per l’estetica, come era nella sua accezione latina)  e la gentilezza (dunque la capacità innata di rapportarsi agli altri). Fascino e gentilezza che possiamo ricercare in una donnna (ma, perchè no?, anche in un uomo) non sono relegati, però, solamente alla loro dimensione fisica cioè legata alla apparenza e al sistema di buone/cattive maniere, ma è anche una categoria dello spirito, una caratterizzazione dell’anima e dunque della propria interiorità.

Chi ha charme è ricco d’attenzioni, interesse, fascino e dunque è attraente, ammaliante, ricercato, seducente, avvenente etc etc. Tutto questo contribuisce a dare alla persona charme quel quid aggiuntivo che gli altri privi di charme non hanno: coloro che sono i comuni, i non avvenenti, i non seducenti.

Ma chi definisce la presenza o meno di charme? Quale è il metro di giudizio e di investigazione per poter dire che, effettivamente, una donna è dotata di charme mentre un’altra non lo è? Non vi è un sistema caratterrizante di questo tipo (e per fortuna!, aggiungo) dunque lo charme, quale figlio diretto della bellezza e dunque del sublime non è che un fattore estetico opinabile, una considerazione soggettiva e in quanto tale degna di osservazioni e di pareri discordanti.

Ma, per non divagare e per ritornare all’oggetto della presente raccolta, dirò che il tema fondamentale che unisce un po’ tutte le liriche è quello dell’amore: dell’amore sognato o sperato, di quello realizzato e consumato, di quello che si conserva e che resta a testimonianza di un percorso di condivisione unico e raro; dell’amore che si ricerca, al quale si tende, dell’amore che a volte si consuma o che porta alla rottura, alla lontananza, alla disperazione o addirittura (la cronaca ne dà ampia testimonianza) alla tragedia che -come sempre si dice- poteva essere evitata.

L’amore di cui parla la Amoruso trasmette sensualità ed è sembianza concreta di un erotismo palpabile come quando parla degli “infiammati sguardi” (p. 10), degli “spogli corpi” (14) e delle “dita ribelli” (p. 17) o evoca la “totale estasi” (p. 13) in quel vorticare sommesso e piacevole dell’amplesso amoroso. Un po’ più austera è la descrizione amorosa della seconda poetessa, Anna De Santis che, castamente, parla di “ardite carezze” (p. 53) e del ritmatico sfiorar delle labbra (p. 68).

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A livello stilistico, abissale è la distanza tra le due poetesse di questo libro: alle immagini-fotogramma della Amoruso si contrappongono immagini descrittive e meticolose, quasi didascaliche della De Santis; al poetare veloce ed espressivo, come fossero pennellate vigorose della Amoruso, si contrappone un verso per lo più lungo e dalla struttura paratattica; all’evocazione di immagini che costituiscono analogie e danno in qualche occasione vita a delle vere isotopie nella Amoruso corrisponde una caratterizzazione quasi prosastica della De Santis.

Chiaramente sono due diversi modi di fare e di intendere la poesia: la Amoruso si attesta su una poesia medio-breve che si concentra attorno ad immagini-simbolo che ne divengono importanti chiavi di lettura, mentre la De Santis sembra particolarmente legata alla costruzione di una poetica di stampo per lo più classico (anche nell’utilizzo di un determinato registro linguistico che, in date circostanze, potrebbe sembrare anche desueto come lo è ad esempio la “d” eufonica che spesso ricorre).

Anche a livello tematico, pur rimanendo all’interno dell’ampio filone della poesia d’amore o, comunque, votata a indagare le pieghe più intime del sentimento, si ravvisa una lontananza tra i due sistemi poetici: la Amoruso parla di un amore consumato e da consumarsi con vari e puntuali riferimenti alla sfera dell’Eros e al bisogno insopprimibile di unione della coppia in quella condivisione da lei definita quale “la perfetta sinergia” (17) che si concretizza in una dimensione quasi mitica, fuori dalla concretezza del reale, ossia ben al di là dello “smisurato tempo del non tempo” (47).  Anna De Santis, invece, pur chiamando in causa la sfera dei sentimenti, lo fa in maniera più intima e pudica, senza svelarsi troppo, quasi con quella distanza dalla vicenda maggiormente caratterizzante un testo narrativo dove vi è impiegato un narratore onnisciente: “le mie gote divenivan purpuree/ mentre le mani sue accarezzavan pelle” (50) dedicandosi nelle liriche oltre all’amato anche a riflessioni sulla propria natura di amante come avviene nella lirica “Mio cuore gitano” (p. 64). Non manca l’indignazione nei confronti di un mal-trattamento nei confronti delle donne subito dagli uomi che la Nostra così sviluppa a conclusione di una lirica dal tono duro e ribelle: “per quello mi chiamano tutti ..meretrice/ arrivate ansimando solo su quello che si vede, si tocca/altro non sapete fare” (p. 65),

Una poesia viscerale, carnale  e, se non ardita, senz’altro espressione di una forte femminilità quella della Amoruso; una poesia razionale e riflessiva, intima ed emozionale quella di Anna De Santis.

Non è possibile, però, dire se una delle due poetiche sia in qualche modo e per qualche ragione a me preferibile per una motivazione molto semplice: che il critico non è un maestrino e soprattutto, ancor più evidentemente, perchè non esiste (o per lo meno non dovrebbe esistere) una scala gerarchica nella poesia: chi è mosso a comporla, chi ne sente l’ispirazione, chi ne abbisogna e chi la ricerca tortuosamente quale prodotto creativo sono tutti accomunati a quel “fare” tipico e connaturato dell’etimologia stessa di poesia contenuta nella radice poiesis.

Virginia Woolf, grandissima donna e per la vigorosa mentalità di pensatrice e per la sua prolifica attività di scrittura, sosteneva che se un libro è ben scritto e ha un valore intrinseco al suo interno, il lettore non farà difficoltà a rendersene conto e a percepirlo, sempre mediante le sue inclinazioni e per mezzo dei filtri che ha nei confronti del mondo e allo stesso tempo che una prefazione per questi motivi può risultare poco meno di una perdita di tempo perchè non è mai (e grazie a Dio!) il prefatore o il commentatore ad accrescere o a determinare il successo di un’opera.

Essa è già sufficiente, in sé, da sola.

Scusatemi, dunque, per avervi rallentato la lettura di questo libro e, per favore, scordatevi tutto quello che vi ho detto.

 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 13-02-2015

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