“Variazioni minime” di Luciana Raggi, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Cerco luoghi nuovi

per riporre speranze antiche. (43)

Leggendo la nuova raccolta poetica della poetessa Luciana Raggi, Variazioni minime (Lithos, Roma, 2020), mi sono magicamente subito sentito in sintonia: ho percepito, dinanzi ad alcuni versi di potente fascinazione visiva, un sentimento di vero e proprio coinvolgimento che trovo difficile anche raccontare a parole. La poetessa romana Michela Zanarella tempo fa, scrivendo la prefazione al mio libro di poesie Pareidolia (The Writer, Marano Principato, 2018), concludeva che la mia poetica era quella di una persona che “narra in versi l’invisibile” e questa definizione, per altro molto suasiva e pertinente, credo che possa ben addirsi anche alla presente opera della Raggi dove, manco a farlo a posta, l’apertura è data da una ricca e personalissima nota critica della stessa Zanarella.

Si percepisce, nel dettato che anticipa la silloge multipartita, un fascino intestino con i versi, un animo densamente diffuso nella liricità e nell’evocazione. Nella prefazione – che mi pare di leggere con le lenti di una vera e propria prosa lirica – si legge: “Luciana Raggi si accosta all’invisibile sulla soglia della trasparenza, attraverso una poesia fluida, intuitiva, quasi magica” (6) e poi, ancora, “Variazioni minime è da considerarsi una raccolta raffinata e completa per imparare ad osservare ciò che sembra etereo o introvabile” (7). Stupenda questa definizione che la Zanarella impiega nel tentativo, arcano quanto insondabile ai più, di riferirsi a un campo di possibilità potenzialmente infinito, vago e apparentemente astruso, che si compie in quel senso privo di margine dell’infinito e dell’assoluto. Osservare ciò che è etereo sembrerebbe un paradosso, eppure è proprio questo che l’occhio vigile e la penna parca della Raggi fanno: viviseziona l’invisibile, affronta realtà incorporee, dialoga con lo spazio, circumnaviga l’assenza delle forme. In questo procedimento linguistico che non rasenta lo psichedelico ma che fa dell’ineffabile e dell’inavvertito i motivi trainanti di un sentire superiore, metafisico, nebulizzato, si ravvisa l’impronta – direi per lo più inedita se pensiamo ai precedenti lavori della Raggi – della poetessa romagnola, da tanti anni attiva nella Capitale.

Il raffronto e il dialogo con un contesto che sfugge dall’empirismo per richiedere una soluzione olistica nella Raggi prende la forma di un narrare un non visto, di dar forma all’amorfo, di concretizzare nei versi l’imprendibile. Questo non comporta, come in altri casi è accaduto, a una verticizzazione dell’analogia, alla creazione di un testo spinoso ed enigmatico dove risulta impossibile trovare le chiavi – tanto fisiche che ermeneutiche – per addentrarsi nell’opera, né a una deriva asemantica poiché è proprio nell’interstizio tra reale e possibilità di reale, tra confine tra ciò che sperimento e ciò che, invece, costruisco mentalmente, che la creazione poetica della Raggi deve essere situata.

Questo libro si presenta con una suddivisione interna in ulteriori partizioni, la prima della quale, dal titolo “Tutto cambia”, è anticipata da versi di Julio Numhauser e del beat centenario Lawrence Ferlinghetti. Il tema è quello del cambiamento, dell’irreversibile mutamento che nelle varie forme della crescita, derivazione e consunzione, esso rappresenta. Concetto parallelo a quello della temporalità – uno dei fili rossi del volume – è quello del cromatismo; la Nostra non manca di riferirsi al sistema di luce e ombre, ai fenomeni ottici e luminosi che decretano la visione, nell’uomo, di determinati colori o condizioni particolari. Ecco che il motivo della “Variazione” appare in varie poesie, essa ha a che vedere con la percezione e il grado di avvicinamento all’oggetto che ci si pone di analizzare; non una minuzia né un dettaglio trascurabile dal momento che, come asserisce, “Ogni variazione vale / inclusa questa / di questa scarna parola / da assaporare” (12). In un’altra poesia che appartiene sempre a questa prima sezione si legge: “Minime variazioni / arrivano lentamente” (14). Le poesie di Luciana Raggi, forse più di altre che appaiono fruibili più velocemente ma assai più convenzionali, necessitano una duplice lettura dal momento che vari possono essere i significati a seconda del tipo di legame che vogliamo far emergere tra i singoli vocaboli che la compongono.

I temi che possono essere posti in rilievo dei quali, più o meno direttamente, si parla nella nuova silloge sono il tempo che passa e il tempo d’attesa, il cambiamento e la rinascita, la dispersione e la mutabilità, la rifrazione e il rispecchiamento (spesso, in questa società difficile, risulta complicato mostrarsi per quel che si è ma altrettanto complicato è riuscire a riconoscersi), la cecità emozionale e l’incongruenza di linguaggio. L’idea del cambiamento, come già anticipato, non sempre è benevola, vale a dire in alcuni contesti prende la forma di una cornice nella quale si parla di un’età che decade, che si consuma o dalla quale, per qualche ragione, si tende ad allontanarsi se non addirittura a fuggire.

Che a dominare sia l’isotopia del vedere con tutte le sue relative connotazioni è evidente non solo dal titolo e dall’uso di una terminologia specifica che fa riferimento, appunto, alla dimensione dell’oculistica e dello studio della luce, ma anche alla stupefacente immagine di copertina, dove nei toni di un verde acquamarina e leggermente sfumato si intravede un primo piano di un occhio (non è dato sapere se di uomo o di donna, non è questo che realmente interessa) con la pupilla fissa e lucida, pur nella nerezza delle linee che la contornano, fissa a guardare chi si pone avanti, trasmettendo anche un senso di soggezione: sembra di vedere all’interno del bulbo oculare una perla luminosissima, una superficie argentata che richiama e intimorisce al contempo, una sorta di specchio che ricalca dell’altro. La postura dell’occhio sembra normale, ripreso in un momento comune e a testimoniarlo sono ciglia e sopracciglia che, in posizione rilassata, consentono di trasmettere l’idea, appunto, di un occhio che semplicemente guarda. Che non ammicca, né si sgrana, che non implora né condanna. Soprattutto, che non piange. Il fenomeno di sguardi, di luci e parvenze di forme ricorre un po’ tutta l’opera e si associa a quel mutismo della parola che non è negazione del dire quanto, forse, rivelazione e dialogo con mezzi extralinguistici, tanto prossemici che intuitivi, codificati in un veicolare segni, risposte e messaggi proprio attraverso il “saper vedere” e il “saper mostrare”: “Non servono parole: / l’impatto luminoso / cambia la scena” (21).

Versi di grande impatto e degni dell’alta tradizione lirica se ne trovano a decine in questo libro dignitosissimo nella versione grafica, ricchissimo, appunto nelle fortunate e versatili immagini in grado di costruire. Qualche esempio merita senz’altro di essere riportato: “Ogni cosa ha un’anima / che non si fa catturare” (22); “Il mondo non mi vede: / mi girerò a guardare sul muro / la luce che muore” (24). Il poeta milanese Rodolfo Vettorello, sull’onda – credo – di un’invettiva e un monito alla riflessione, tempo fa ebbe a scrivere che “Gli arcobaleni non servono a niente, come la poesia” riannodando la situazione di una questione nevralgica negli studi di settore che già fu oggetto di Montale in sede di conferimento del Nobel ovvero l’utilità o meno della poesia. Ecco che, leggendo i versi di Luciana Raggi, credo che si possa con facilità contestare la similitudine assiomatica di cui sopra che, pur utile per animare un dibattito, trova nel fascino verso il divenire, il cambiamento di luce, la sfumatura di forme e le linee vaghe di ombre e possibilità una risposta seducente pur ariosa, imprendibile eppure sì vincente.

La seconda sezione del volume, “Nomade fra le parole”, è anticipata da un estratto di un brano del cantautore-poeta Roberto Vecchioni e da un estratto dalla poetessa confessionale e intimista Emily Dickinson. Viene qui posto il tema dell’erranza del poeta, non tanto quella della mania deambulatrice ottocentesca né del flaneur disincantato ma proprio l’erranza, il sentimento di mancata radicalità del linguaggio: “Sto qui // qui a guardare il bianco: // nomade / tra le parole dette” (37). Particolare attenzione va mostrata ad alcune liriche di questa partizione: “Come ciechi i poeti / a tentoni cercano il bianco / per lasciare impronte del viaggio” (40); “Certe parole non dicono quel che dicono / vivono squilibrate per variazioni minime. / Di ciò che significavano prima / domani non ci sarà memoria. // […] / Attraversa metafore e analogie / spostamenti metonimie / gioca a disfare e rifare // […] / Nella pazienza del poeta” (44).

Nel riferirsi all’universo linguistico-comunicativo della parola importante risulta, oltre al non-detto (“Fra nodi di silenzi / celato nella solitudine / una folle idea s’affacciò improvvisa”, 56) e all’evocativo, anche il mal-detto, ciò a cui la poetessa si riferisce con l’accezione di “impigliati in risse di parole feroci” (52) e, finanche, il mal-compreso, spesso all’origine di sovrapposizione e caos, precarietà di linguaggio, mancata interrelazione e impiego di sistemi non codificati, cacofonia o riluttanza dinanzi alla sfera semantica. Ci sono, infatti, nel rapporto dialogico anche esperienze infelici di confronto, che slittano nell’incomprensione quando non addirittura nel diverbio: “Rigettate / nella furia dell’urlo // […] / Acidi suoni / […] / Parole a lungo masticate / mai digerite” (55). Finanche, come già intuito, la mimica corporale, la comunicazione extralinguistica che può imporre un segno distintivo, tanto nel bene che nel male: “Uno sguardo intenso / arretra le parole” (58).

A stemperare il (possibile) divario derivato da un allontanamento o un dissidio (più o meno complicato) originato dal dire furioso o da un’incomprensione di fondo, sembra venire in assistenza l’ultima sezione del volume, dal titolo che apre alla speranza di un ravvedimento o, per lo meno, a una possibile occorrenza di concordia ritrovata, “L’arte dell’incontro”. Questa volta i “padri putativi” che la Poetessa richiama nelle note in esergo a questa nuova partizione, oltre a Vinicius de Moraes è l’immancabile Eugenio Montale che parla di “un segno intellegibile / che può dar senso al tutto”, versi tratti da “Esitammo un istante” che fa parte del noto Diario postumo. Versi che nella loro asciuttezza e perentorietà, nella sinottica versione che ha dell’epigrammatico quanto della rivelazione, ben si condensa la poetica della Raggi con questa opera che presenta – non solo in questa partizione – un’evidente fascinazione per la poetica di Montale, ma anche di Raboni e Sereni, finanche della nostalgica Pozzi; in quel senso di mistero che ritorna – se si eccettua la virata spirituale nella Raggi per lo più assente[1] – pare in alcuni passi di leggere brani della Guidacci.

Di questa sezione finale si apprezzano in particolar modo le liriche di chiusura, poste “a specchio” dedicate rispettivamente alla Città Eterna dove la Poetessa vive e lavora da molti anni, a Sogliano al Rubicone, nel Forlivese, dove la Poetessa, invece, è nata e a Matera, la città visitata con particolare trasporto nei cui componimenti non può lasciarsi trasportare anche dal sentimento civile rimembrando l’eccelsa (e poco studiata e tributata) figura dell’attivista, poeta, scrittore e sindaco di Tricase, Rocco Scotellaro che, col romanzo L’uva puttanella e l’intera produzione poetica, parlò dei drammi del Meridione contadino: “Sguardi tristi / dal dolore antico / gente segnata dalla fatica / di un lavoro paziente / scandito dalla natura / dalla prepotenza delle stagioni./ […] / Rocco adulto che lotta / per un giusto riscatto / e ancora Rocco morto / pianto dalla sua gente. / […] / Rocco e la sua poesia” (84). Il messaggio totale di questo nuovo lavoro poetico della Raggi, in “questo errare inquieto” (75) in mezzo a “ragion[i] liquid[e] [che] […] avvolg[ono]” (76) è di certo lucente e positivo, dettato da slancio vitale: “Spinti dal rifiuto / sull’orlo del baratro / nella ferita dell’urlo. / Smarriti confusi / in fiala avanziamo” (79). C’è, dopotutto, una grande esigenza di rivelazione, una voglia di dire, di ampliare idee, di costruire, pur partendo da diorami improbabili e ombre sul muro, consensi sicuri e realtà di speranza: “non perdiamo le parole // urliamo la pace” (28).

LORENZO SPURIO

Jesi, 10/01/2021

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[1] Nella poesia che apre la sezione “L’arte dell’incontro” è possibile leggere: “Non importa ragionare sull’esistenza di Dio / Bisogna essere dolci capirsi / […] / Pascolare speranze / […] / Rifrangere residui di dubbi e formattare certezze / […]/ Emettere il respiro che è centro del mondo” (63). Altro riferimento a Dio si trova in una poesia molto breve che mi sembra utile riportare in forma integrale: “Quel Dio / che spesso si sottrae // l’ho sentito quel giorno / in riva al mare. // Nel guizzo dell’onda / sussurrava il ritorno. // Era donna. / Portava in grembo l’infinito” (71).

Paolo Ragni sul libro di poesie “Pareidolia” (The Writer, 2018) di Lorenzo Spurio

Recensione di Paolo Ragni

Chiaramente la prima cosa che si fa, quando si ha in mano questo libro di poesie (Pareidolia di Lorenzo Spurio, The Writer, Marano P., 2018), è correre su un dizionario tradizionale o su un motore di ricerca e indagare subito sul significato del titolo. Scopertolo (ma non stiamo qui a dirvelo, è meglio che ve lo cerchiate per conto vostro), può darsi vi subentri una certa inquietudine: il web è pieno di citazioni strane e misteriose, mentre la spiegazione psicologica, a portata di tutti, lascia comunque qualche cosa di amaro.

Eppure, quant’è bello guardare le nuvole e scoprirvi disegni, immagini, figure umane!

Ecco, quest’opera di Lorenzo Spurio rimanda più spesso agli incubi che ai sogni. La sua capacità onirica qui diventa realmente e tragicamente visionaria e si lascia andare, pur in una scrittura sempre ricercata ed attentissima, a immagini di un mondo che giusto non è, sano non è, privo di equilibrio.

Qoyaanisqatsi era un film di quasi 40 anni fa, privo di trama e di dialoghi, difficilmente catalogabile se non come “documentario”. Il titolo significa, grosso modo, che “non c’è più equilibrio”. E qualche cosa di analogo, pur nella ricchezza delle ascendenze che un libro colto come questo di Spurio (come tutti quelli di Spurio) si porta dietro, si ritrova nelle pagine aspre, attonite o rabbiose dell’autore.

Spurio lo conoscevamo preferibilmente come narratore, e aveva dato già buona prova di sé, ad esempio, ne La cucina arancione e in Ritorno ad Ancona e altre storie (con Sandra Carresi). Ottimo addirittura il lavoro da lui svolto, con grande passione ed altrettanto puntiglio, sulla poesia marchigiana oggi, vero e proprio caposaldo di un amore verso la sua terra; riesce ad andare nel profondo e ad evitare le critiche cui invariabilmente si va incontro quando si fa una selezione di autori e di testi.

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Queste poesie di Spurio, non certo le sue prime, del resto, vista la sua militanza in questo campo già da vari lustri, sono però qualche cosa di totalmente nuovo.

Già l’originale citazione di Magrelli coglie nel segno: in definitiva alla vita si deve pur partecipare, alla poesia pure. E il poeta Magrelli sorprende non solo perché, già giovanissimo, in un panorama un po’ rumoroso, preferiva stare appartato e distillare siluri di ghiaccio sparsi tra le cose immutabili. Ma perché Magrelli stesso, come lui stesso si è scherzosamente definito bastian contrario, in periodi di caduta libera di valori civili, si è messo a manifestare, dignitosamente ma ad alta voce, la sua protesta contro un mondo ormai troppo freddo e convenzionale, schiacciato com’è dal fuggi fuggi delle immagini televisive o del web; lui, abituato a scorrere per anni i grandi classici, è quindi un Virgilio che ci introduce in queste pagine che molto spesso sono non dichiaratamente ma obliquamente e con ancor più forza esplosive.

Già l’enigma si apre, incerto, con il primo testo, e la sua inquietante conclusione che dà il titolo alla poesia: “ora qui, ora là”, vero e proprio passepartout che indica al lettore che non deve aspettarsi verità, ma la sola ricerca della verità (e non è poco! specie in un’era in cui tutti hanno da insegnare qualcosa, magari dicendolo in inglese: counseling); non certezze a buon mercato, ma casomai, obiezioni, contestazioni, ribellioni.

Non conoscevamo Spurio ribelle. Ma tant’è. Spurio rifugge saggiamente da ogni facile retorica, gelido e iracondo insieme, preso com’è da sacro furore davanti alla ferocia della vita (e della morte). Quante poesie abbiamo dovuto leggere, dagli anni Novanta a oggi, sulle innumerevoli stragi via mare, dai naufragi dall’Albania sulla costa adriatica e ionica fino a quelli sul mar di Sicilia. Ma mai avevamo letto frasi così taglienti, che reggono il punto esclamativo senza alcun punto di caduta: “non chiudete quei sacchi spazzatura!“. Mai avevamo notato, in questo silenzioso ghiaccio che addolora, questa contemplazione gelida e tragica di “noi che abbiamo osservato afoni“.

Questa linguaggio ha il coraggio di usare il tono del rimprovero e della sfida vera e propria, ricalcando in qualche modo le invettive dantesche o certo linguaggio veterotestamentario, dove alla profezia mi mischia lo strazio del presente: Quel “provate voi” in “L’acqua rossa di Aleppo” è un insulto alle nostre tiepide coscienze, è un vivere in perpetua vigilanza, senza sentimentalismi e lacrime facili.

Questo si ha perché Spurio, caso raro nella poesia odierna, sa descrivere, sa mettersi obiettivamente a fotografare cose, oggetti, parlandone ora con furia ora con quell’aria così apparentemente distaccata che invece è più potente dei più trepidi accenti: “Questo mare ha succhiato il tempo / e lo ha portato disgiunto da me /, oggi che quest’arsura di memorie/ lacera una soglia d’acqua / che prima sapevo riconoscere / e oggi si è sciolta” (in “L’acqua indocile”).

In realtà, l’Autore insiste nel rimescolare le carte, le immagini, dando loro contorni diversi, diverse prospettive, e, talora, come nelle migliori pareidolie, perfino un senso.

Difficile trovare un senso alle guerre, le violenze, le fughe, alle domande che rimangono appese (“Risposta di liquidità”) agli oggetti inutili e corrosi dal male umano (la gialla ruota del divertimento”, in “Primavera a Prypiat”). Difficile è rimanere indifferenti davanti alla cattiveria umana, che da qualunque parte provenga è comunque sempre in grado di compiere scempi.

E così, l’insipienza, da Cernobyl ai terremoti in Centro Italia, dall’Iran al Pakistan, dall’Ungheria all’Iraq e alla Siria, si presenta crudele e sempre uguale a se stessa: si è detto che il bene è creativo e sempre nuovo, il male, invece, è sempre il solito. Ed è vero perché il male, comunque lo si rigiri, merita sempre l’appellativo di inutile, di ripetitivo, qualunque sia la sua latitudine. Mentre il bene, adombrato spesso dallo sdegno, trova sempre nuovi accenti, con quell’aria di sfida e di provocazione che riscontriamo sempre molto volentieri:

Spiegatemi perché (…) Ditemi perché la vita si rovina (…) Oggi la ruggine ha vinto, signori e comari” (da “Trittico del fuoco”).

Non vogliamo però dare di questo volume un’idea unilaterale. Del resto, le poesie più acide (accompagnate spesso da versi più lunghi) si alternano, talvolta, a improvvisi sprazzi colloquiali, dove il tu non è un avversario da contestare o un ipotetico colpevole del male del mondo. Uno dei casi più belli è l’incipit di “La notte mi tocca”, vera pausa si silenzio, come càpita di ascoltare nell’altalenare dei movimenti di un concerto barocco: “Pure stasera non sai (…) Eccola trapunta di sogni, / lambisce i fiori della riva; / pare che il profumo / sia dissolto ovunque“. Attimo di pace, momento di apparente armonia che si riallaccia a tutti i “tu” amichevoli che il nostro Novecento ha saputo darci. È anche curioso che, nella trepida ansia dell’ultimo testo, sappiano coesistere sia immagini concrete, vivide, sia affermazioni taglienti, dialettiche, che non danno pace: “la lotta si consuma tra l’erba e / il sospiro che brilla e riparla“. Ed è anche bello osservare l’invito a questo tu, con cui terminano, in modo non desolato ma fiducioso, la poesia stessa e il libro tutto.

Infine, da notare l’interessante prefazione di Michela Zanarella, specie nell’osservazione che “non è possibile voltarsi dall’altra parte”, sia la nota di lettura di Nazario Pardini, che ribadisce quanto “è più facile sperdere la nostra identità che scoprine l’essenza”. Del resto, osserva, “la poesia (…) è soprattutto riflessione etica“. E questo è un grande regalo che, in questi spenti tempi di risolini, svaghi e rilassamento, Spurio ci ha saputo donare.

PAOLO RAGNI 

Firenze, 16-01-2020

 

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Lorenzo Spurio al Caffè Florian (San Benedetto del Tronto) sabato 16 marzo con “Pareidolia”

COMUNICATO STAMPA

Grande evento al CAFFE’ LETTERARIO curato dal Prof. Antonio Lera (Medico e Scrittore, Presidente dell’Associazione Agape SBT e Presidente del Rotary Club Teramo Est) presso il Caffè Florian a San Benedetto del Tronto sabato 16 marzo alle ore 16:30 con Intervento delle Autorità nelle persone del Sindaco Pasqualino Piunti e dell’Assessore alla Cultura Annalisa Ruggieri particolarmente sensibili alla cultura che saluteranno il poeta e critico letterario Lorenzo Spurio agli onori letterari con il libro “Pareidolia” (The Writer Edizioni, 2018).

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L’esterno del Caffè Florian a San Benedetto del Tronto (AP) dove si terrà l’incontro culturale.

Lorenzo Spurio per la poesia ha pubblicato “Neoplasie civili” (2014), “Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di Federico Garcia Lorca” (2016) e “Pareidolia” (2018). Ha dato alle stampe anche raccolte di racconti e, per la critica letteraria, si è occupato prevalentemente dell’autore anglosassone Ian McEwan con varie monografie in volume e pubblicato, tra gli altri, i libri “Scritti marchigiani” (2017), “Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera” (2018) vincitore al Premio Letterario Casentino. Sulla sua produzione si sono espressi Giorgio Barberi Squarotti, Dante Maffia, Cinzia Demi, Antonio Spagnuolo, Sandro Gros-Pietro, Giorgio Linguaglossa e altri. Ideatore e presidente del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi, giunto alla ottava edizione, Presidente dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi e membro di giuria in vari Premi Letterari nazionali.

Il libro di poesia “Pareidolia” è stato già presentato a Jesi al Palazzo dei Convegni e a Pesaro all’Alexander Museum Palace Hotel; nel mese di aprile verrà presentato alla Casa della Poesia di Genova.

Durante l’evento al Caffè Florian interverrà la poetessa e scrittrice Rosanna Di Iorio, fondatrice del Premio Letterario “Città di Chieti”; le letture saranno a cura di Annamaria Fusco.

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“Pareidolia”, la nuova silloge di Lorenzo Spurio domenica 7 ottobre sarà presentata a Jesi

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Domenica 7 ottobre alle 17:30 presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Corso Matteotti) si terrà la presentazione al pubblico della nuova silloge poetica dell’autore jesino Lorenzo Spurio, “Pareidolia”, pubblicata per i tipi di The Writer Edizioni di Marano Principato all’inizio di quest’anno che giunge dopo la pubblicazione di “Tra gli aranci e la menta” (dedicata a Federico Garcia Lorca), risultata pluripremiata in vari concorsi letterari. Il nuovo volume, contraddistinto da una tripartizione tematica che culmina con la sezione che dà il titolo all’intero lavoro, è introdotto dalla poetessa e scrittrice Michela Zanarella e, in chiusura, presenta un approfondimento critico del poeta e saggista prof. Nazario Pardini.

In una sua recensione dell’opera la poetessa e scrittrice palermitana Anna Maria Bonfiglio ha osservato: “Raccolta di grande impegno ideologico; ci mette di fronte ad un apparato di testi poetici alquanto complesso che bisogna attraversare cercando di sintonizzarsi con il mondo reale, e al contempo illusoriamente ideale, dell’autore. Nei versi di Lorenzo Spurio, abbondanti di scarti emozionali e di immagini iperreali, si evince l’impegno di una ricerca sintattica e lessicale finalizzata alla definizione di un proprio stile, un codice che ne espliciti l’intenzione di una poetica ad ampio respiro”.

Durante l’evento organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di cui Spurio è Presidente, il poeta Elvio Angeletti presenterà l’autore e la sua opera. Altri interventi saranno eseguiti da poeti e scrittori del panorama nazionale: il poeta e filosofo Valtero Curzi che analizzerà in via prevalente l’apparente non semplice concetto di ‘pareidolia’ alla quale Spurio con l’opera intende riferirsi a più livelli, la poetessa Rosanna Di Iorio (ideatrice e presidente del Premio Letterario “Città di Chieti”), la poetessa e scrittrice Francesca Innocenzi, la poetessa e critico letterario fiorentino Lucia Bonanni, il cultore locale Stefano Bardi. Le letture saranno a cura di Patrizia Giardini. Durante la presentazione si proietterà il video “Idlib: la morte incolore” su un testo di Spurio al quale hanno collaborato Elena Coppari e Alessandra Montali.

Sarà presente l’autore.

La S.V. è invitata a partecipare.

INFO:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327-5914963

“Charme” di Raffaella Amoruso e Anna De Santis. Prefazione di Lorenzo Spurio

Charme 

di Raffaella Amoruso e Anna De Santis 

(The Writer Ed., 2015)

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

 

Anomala esperienza nel mio percorso di critica letteraria ad autori contemporanei è questa che mi vede quale prefatore del nuovo testo di Raffaella Amoruso scritto a quattro mani con la poetessa Anna De Santis. O, per esser più precisi, bisognerebbe dire che Charme è una bi-antologia poetica che contiene testi dell’una come testi dell’altra e non poesie scritte propriamente a quattro mani, che è tutto un altro discorso, oltre ad una moda abbastanza diffusa negli ultimi tempi.

Conoscevo già la poetica della Amoruso per aver letto recentemente e recensito il suo volume Aculei spilli (2014) e torno a leggerla, ora, con piacere in questa esperienza condivisa con Anna De Santis. La Amoruso non è nuova a pubblicazioni che hanno questo taglio “plurale” dato che, recentemente ha pubblicato anche Ama…amo (2013) insieme a Fabio Amato, poeta milanese.

Punto di partenza dell’analisi potrebbe offrirla l’etimologia della parola charme che campeggia quale titolo di copertina: ci troviamo di fronte a un francesismo che deriva dal latino “carmen” che significava incantesimo e/o fascino. Lo charme quale definzione in un vocabolario di utilizzo odierno è un termine il cui significato è legato prevalentemente a due concetti che sono il fascino (dunque l’avvenenza e l’attenzione per l’estetica, come era nella sua accezione latina)  e la gentilezza (dunque la capacità innata di rapportarsi agli altri). Fascino e gentilezza che possiamo ricercare in una donnna (ma, perchè no?, anche in un uomo) non sono relegati, però, solamente alla loro dimensione fisica cioè legata alla apparenza e al sistema di buone/cattive maniere, ma è anche una categoria dello spirito, una caratterizzazione dell’anima e dunque della propria interiorità.

Chi ha charme è ricco d’attenzioni, interesse, fascino e dunque è attraente, ammaliante, ricercato, seducente, avvenente etc etc. Tutto questo contribuisce a dare alla persona charme quel quid aggiuntivo che gli altri privi di charme non hanno: coloro che sono i comuni, i non avvenenti, i non seducenti.

Ma chi definisce la presenza o meno di charme? Quale è il metro di giudizio e di investigazione per poter dire che, effettivamente, una donna è dotata di charme mentre un’altra non lo è? Non vi è un sistema caratterrizante di questo tipo (e per fortuna!, aggiungo) dunque lo charme, quale figlio diretto della bellezza e dunque del sublime non è che un fattore estetico opinabile, una considerazione soggettiva e in quanto tale degna di osservazioni e di pareri discordanti.

Ma, per non divagare e per ritornare all’oggetto della presente raccolta, dirò che il tema fondamentale che unisce un po’ tutte le liriche è quello dell’amore: dell’amore sognato o sperato, di quello realizzato e consumato, di quello che si conserva e che resta a testimonianza di un percorso di condivisione unico e raro; dell’amore che si ricerca, al quale si tende, dell’amore che a volte si consuma o che porta alla rottura, alla lontananza, alla disperazione o addirittura (la cronaca ne dà ampia testimonianza) alla tragedia che -come sempre si dice- poteva essere evitata.

L’amore di cui parla la Amoruso trasmette sensualità ed è sembianza concreta di un erotismo palpabile come quando parla degli “infiammati sguardi” (p. 10), degli “spogli corpi” (14) e delle “dita ribelli” (p. 17) o evoca la “totale estasi” (p. 13) in quel vorticare sommesso e piacevole dell’amplesso amoroso. Un po’ più austera è la descrizione amorosa della seconda poetessa, Anna De Santis che, castamente, parla di “ardite carezze” (p. 53) e del ritmatico sfiorar delle labbra (p. 68).

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A livello stilistico, abissale è la distanza tra le due poetesse di questo libro: alle immagini-fotogramma della Amoruso si contrappongono immagini descrittive e meticolose, quasi didascaliche della De Santis; al poetare veloce ed espressivo, come fossero pennellate vigorose della Amoruso, si contrappone un verso per lo più lungo e dalla struttura paratattica; all’evocazione di immagini che costituiscono analogie e danno in qualche occasione vita a delle vere isotopie nella Amoruso corrisponde una caratterizzazione quasi prosastica della De Santis.

Chiaramente sono due diversi modi di fare e di intendere la poesia: la Amoruso si attesta su una poesia medio-breve che si concentra attorno ad immagini-simbolo che ne divengono importanti chiavi di lettura, mentre la De Santis sembra particolarmente legata alla costruzione di una poetica di stampo per lo più classico (anche nell’utilizzo di un determinato registro linguistico che, in date circostanze, potrebbe sembrare anche desueto come lo è ad esempio la “d” eufonica che spesso ricorre).

Anche a livello tematico, pur rimanendo all’interno dell’ampio filone della poesia d’amore o, comunque, votata a indagare le pieghe più intime del sentimento, si ravvisa una lontananza tra i due sistemi poetici: la Amoruso parla di un amore consumato e da consumarsi con vari e puntuali riferimenti alla sfera dell’Eros e al bisogno insopprimibile di unione della coppia in quella condivisione da lei definita quale “la perfetta sinergia” (17) che si concretizza in una dimensione quasi mitica, fuori dalla concretezza del reale, ossia ben al di là dello “smisurato tempo del non tempo” (47).  Anna De Santis, invece, pur chiamando in causa la sfera dei sentimenti, lo fa in maniera più intima e pudica, senza svelarsi troppo, quasi con quella distanza dalla vicenda maggiormente caratterizzante un testo narrativo dove vi è impiegato un narratore onnisciente: “le mie gote divenivan purpuree/ mentre le mani sue accarezzavan pelle” (50) dedicandosi nelle liriche oltre all’amato anche a riflessioni sulla propria natura di amante come avviene nella lirica “Mio cuore gitano” (p. 64). Non manca l’indignazione nei confronti di un mal-trattamento nei confronti delle donne subito dagli uomi che la Nostra così sviluppa a conclusione di una lirica dal tono duro e ribelle: “per quello mi chiamano tutti ..meretrice/ arrivate ansimando solo su quello che si vede, si tocca/altro non sapete fare” (p. 65),

Una poesia viscerale, carnale  e, se non ardita, senz’altro espressione di una forte femminilità quella della Amoruso; una poesia razionale e riflessiva, intima ed emozionale quella di Anna De Santis.

Non è possibile, però, dire se una delle due poetiche sia in qualche modo e per qualche ragione a me preferibile per una motivazione molto semplice: che il critico non è un maestrino e soprattutto, ancor più evidentemente, perchè non esiste (o per lo meno non dovrebbe esistere) una scala gerarchica nella poesia: chi è mosso a comporla, chi ne sente l’ispirazione, chi ne abbisogna e chi la ricerca tortuosamente quale prodotto creativo sono tutti accomunati a quel “fare” tipico e connaturato dell’etimologia stessa di poesia contenuta nella radice poiesis.

Virginia Woolf, grandissima donna e per la vigorosa mentalità di pensatrice e per la sua prolifica attività di scrittura, sosteneva che se un libro è ben scritto e ha un valore intrinseco al suo interno, il lettore non farà difficoltà a rendersene conto e a percepirlo, sempre mediante le sue inclinazioni e per mezzo dei filtri che ha nei confronti del mondo e allo stesso tempo che una prefazione per questi motivi può risultare poco meno di una perdita di tempo perchè non è mai (e grazie a Dio!) il prefatore o il commentatore ad accrescere o a determinare il successo di un’opera.

Essa è già sufficiente, in sé, da sola.

Scusatemi, dunque, per avervi rallentato la lettura di questo libro e, per favore, scordatevi tutto quello che vi ho detto.

 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 13-02-2015

“Orchidea”, racconto di Rita Barbieri

ORCHIDEA

Racconto di RITA BARBIERI

“Quel tatuaggio era per gli assenti, i fuggitivi, i lontani, gli indecisi.”

tattoo-parlor1Il giorno in cui decisi di tatuarmi un’orchidea pioveva forte. Grossi lacrimoni densi  si sbattevano sull’asfalto del marciapiede formando pozze acquitrinose nelle crepe.

Mi strinsi ancora di più nel mio impermeabile beige e attraversai la strada correndo sotto la pioggia battente. Avevo preso l’appuntamento per telefono e la persona che mi aveva risposto era un uomo dalla voce arrochita dal fumo. Non mi aspettavo niente di diverso.

Lo studio dove entrai era un buco buio, seminascosto in uno scantinato. Sentivo provenire un sottofondo di musica rock. Aveva lo stesso ritmo che, in quel momento, mi batteva dentro.

Non tirai neanche il fiato prima di aprire la porta: non volevo fermare nemmeno per un attimo il carico di adrenalina che mi scorreva, misto al sangue, nelle vene.

Lui alzò gli occhi e mi guardò fissa:

-Bianca?-

-Si-

Ovviamente non si aspettava una come me nel suo studio.

-Sei sicura?-

-Sicurissima.- dissi, estraendo dalla borsetta il disegno concordato e una busta che, in modo discreto, conteneva il suo compenso. Questo sembrò convincerlo.

-Accomodati  e togliti la giacca-

Mi girai e, lentamente, cominciai a togliermi l’impermeabile umido di pioggia. Non sapevo dove appoggiarlo per cui indugiai un po’ dandogli le spalle. Mi sentivo osservata. Indossavo un abito semplice, lineare, di maglia nera che assecondava i movimenti del corpo. Era uno dei miei preferiti e lo avevo scelto apposta.

-Appoggialo pure qui- disse lui alla fine. Mi girai e questa volta fui io a osservarlo. Era alto e grosso. Aveva braccia forti e muscolose, interamente ricoperte di tatuaggi variopinti che formavano reticoli e labirinti. Non li guardai nemmeno per un momento ma mi concentrai sui suoi occhi. Erano grandi e scuri e, in quel momento, rivelavano curiosità.

-Puoi sederti.-

Lo feci e tirai su la manica del vestito. Osservai per l’ultima volta il mio polso così com’era e poi chiusi gli occhi.

Quando avevo deciso di tatuarmi, non avevo nemmeno dubitato per un secondo su dove farlo. Il polso sinistro, nel punto dove si sente il cuore. Quando gli avevo parlato per la prima volta, lui aveva precisato:

-Farà un po’ male, lo sai vero?-

-Non importa. È anche per questo che voglio farlo-

Il tatuatore mi prese il polso e lo studiò:

-Forse sentirai male, come ti avevo detto è un punto delicato..i tendini e i nervi sono in evidenza…-

-Non importa. Lì va bene-

Nel momento in cui l’ago mi entrò nella pelle piansi. Il tatuatore mi chiese se dovesse fermarsi, se sentissi troppo dolore e io, per tutta risposta, scossi la testa e mi morsi le labbra con forza. Non potevo spiegare che il dolore che sentivo non aveva niente di fisico.

Lui sembrò capire e andò avanti. In silenzio, continuavo a piangere. Era più facile farlo lì in uno studio buio, davanti a uno sconosciuto che pagavo per procurarmi un piccolo dolore e una cicatrice inchiostrata che sarebbe durata per sempre. Era più semplice mostrarmi fragile e debole davanti a qualcuno che non conoscevo e che non avrei più rivisto. Probabilmente pensava fossi pazza ma non me ne importava. Ogni puntura toccava nodi e gorghi sepolti dentro di me e li portava a galla, esplosi in lacrime pulite e liberatorie. Non mi ero truccata quel giorno, sapevo che non avrebbe avuto senso.

Non so esattamente quanto fosse durata l’operazione, so solo che a un certo punto il tatuatore mi disse “Fatto!”  e mi portò il braccio vicino agli occhi perché osservassi il risultato.

Eccolo lì, il mio piccolo bocciolo d’orchidea. Sembrava osservarmi. Era fragile e delicato, come avevo chiesto.

 –Ti piace? Va bene?-

-Si. Benissimo. È quello che volevo-

Lui allora lo coprì con una garza sterile e cominciò a farmi raccomandazioni. Io non lo ascoltavo. Continuavo a pensare che adesso finalmente avrei avuto su di me qualcosa che sarebbe durato per sempre. Che non se ne sarebbe andato via al primo lavaggio, che non avrebbe subito gli attacchi corrosivi del tempo, qualcosa che mi avrebbe fatto compagnia per sempre. Finalmente qualcosa di fisso e incancellabile. Qualcosa che non sarebbe scivolato via facilmente,che non avrei potuto perdere, smarrire, dimenticare e non trovare mai più. Avevo fatto quel tatuaggio per ricordare tutte le assenze della mia vita che, ormai, come quel tatuaggio, mi appartenevano e mi segnavano. Facevano parte di me e me le vedevo davanti tutte le volte che mi guardavo dentro.

Quel tatuaggio era per gli assenti, i fuggitivi, i lontani, gli indecisi.

Era per coloro che erano durati quanto il tempo di una bellissima orchidea in un vaso: troppo poco.

Fuori la pioggia batteva ancora furente. Non mi importava. Infilai un paio di grandi occhiali scuri per nascondere i segni del pianto e mi infilai l’impermeabile ancora umido. Il tatuatore mi guardava pensieroso, sembrava chiedermi se stessi bene.

Mi aggiustai perbene gli occhiali  e gli sorrisi. Lo ringraziai. Presi l’ombrello e uscii: avevo una lunga giornata davanti.