2° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” – il verbale di Giuria

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II PREMIO DI LETTERATURA “PONTE VECCHIO”

Verbale di Giuria

 

La Commissione di Giuria presieduta da Lorenzo Spurio e formata da Marzia Carocci (Presidente del Premio), Flora Gelli, Sandra Carresi, Annamaria Pecoraro, Iuri Lombardi, Fabio Fratini, Francesco Martillotto, Lucia Bonanni, Vincenzo Monfregola, Michela Zanarella, Katia Debora Melis, Rita Barbieri, Luisa Bolleri, dopo lunghe ed attente operazioni di lettura e valutazione dei materiali pervenuti (770 poesie, 135 racconti, 49 saggi/recensioni) in questa Seconda Edizione del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” – Firenze, rende noto l’esito del Premio:

 

SEZIONE A – POESIA

Vincitori assoluti

1° PREMIO – MICHELE GINEVRA (Caltanissetta) con la poesia “Il crepuscolo della vita”                              

2° PREMIO – DANIELA MONREALE (Pian di Sco’ – AR) con la poesia “Dedica”                  

3° PREMIO EX-AEQUO – MARIA TERESA PIERI (Cocchio/Greve in Chianti – FI) con la poesia “Serate domenicali”

3° PREMIO EX-AEQUO – BRUNO SANTINI (Lastra a Signa – FI) con la poesia “In via de’ Georgofili”

 

Menzioni d’Onore

ALESSANDRO PERUGINI (Castel del Piano – GR) con la poesia “Barba bianca”

ANNA BARZAGHI (Seveso – MB) con la poesia “Apparire”

CLAUDIA PICCINNO (Castelmaggiore – BO) con la poesia “Figli di un Dio Minore”

DARIO MARELLI (Seregno – MB) con la poesia “Sogni verticali”

IZABELLA TERESA KOSTKA (Melegnano – MI) con la poesia “Le memorie di una prostituta”

MARGHERITA PIZZEGHELLO (Rosolina – RO) con la poesia “Vorrò un vestito leggero”

MARIA PENSO (Mestre – VE) con la poesia “I vecchi”

MASSIMO VITO MASSA (Bari) con la poesia “Ti chiamano Shamira”

NICOLINA ROS (San Quirino – PN) con la poesia “E mi incanto”

ROBERTO RAGAZZI (Trecenta – RO) con la poesia “Cosa ho fatto mai di male?”

 

Segnalazioni della Giuria

ALDO TEI (Latina) con la poesia “Ustica”

ALVARO STAFFA (Roma) con la poesia “L’amore mancato”

ANDREA VANNI (Livorno) con la poesia “Ritorno”

CARLA MARIA CASULA (Alghero – SS) con la poesia “Ultimi ricordi di guerra”

EGIZIA VENTURI (Savona) con la poesia “Senza parole”

EMANUELE ZAMBETTA (Bari) con la poesia “Asselùte trìdece anne”

GIANNI CALAMASSI (Firenze) con la poesia “Le ali ammaccate”

GIUSEPPE BLANDINO (Rosolini – SR) con la poesia “I due alberi”

GUIDO DI SEPIO (Roma) con la poesia “Novembre 1966”

SANTE DIOMEDE (Bari) con la poesia “Parole al veleno”

 

Premi speciali

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – RITA MUSCARDIN (Savona) con la poesia “Il destino degli altri”

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO  – ANNA SANTARELLI (Rieti) con la poesia “M’attende la poesia”

 

SEZIONE B – RACCONTO

Vincitori assoluti

1° PREMIO – NATALIA LENZI (Quarrata – PT) con il racconto “Perdita”   

2° PREMIO – LEONARDO SANTORO (Collegno – TO) con il racconto “Mio padre”                          

3° PREMIO – MAURIZIO MARI (Prato) con il racconto “Lo schiaffo”

 

Menzioni d’Onore

ALESSANDRO VANZAGHI (Sedriano – MI) con il racconto “Fuori scena”

ANDREA MAURI (Roma) con il racconto “Principessa”

MARCO AUSILI (Ancona) con il racconto “Gabriele Sporangi”

MASSIMO SENSALE (Napoli) con il racconto “Il treno e le nuvole”

MATTEO LUCII (Borgo San Lorenzo – PI) con il racconto “Fides”

MAURA RABOTTI (S. Polo d’Enza – RE) con il racconto “Ciao!”

OLIMPIA PICCOLO (Marano – NA) con il racconto “L’armadio di Chloè”

PAOLO SBOLGI (Firenze) con il racconto “L’archiano”

SUSANNA GORI (San Giuliano Terme – PI) con il racconto “Una, nessuna, trentamila”

 

Segnalazioni della Giuria

ALESSANDRO LOGLI (Roma) con il racconto “Le vipere non esistono”

ANTONIO FRAGAPANE (Santa Elisabetta – AG) con il racconto “Terra promessa”

GIOVANNA POTENZA (Napoli) con il racconto  “31 Agosto 1943”

IVANA SACCENTI (Pozzuolo M. – MI) con il racconto “Olio e aceto”

LAURA VALLINO (Livorno Ferraris – VC) con il racconto “Oltre il buio”

LUCIANA CENSI (Foligno – PG) con il racconto “Riflessioni al femminile”

MANOLA FREDIANI (Livorno) con il racconto “La casa di Tina”

MICHELE PROTOPAPAS (Prato) con il racconto “Solo un uomo”

SARA ALICANDRO (Latina) con il racconto “Una vita in un istante”

SIBYL VON DER SCHULENBURG (Trezzano Rosa – MI) con il racconto “Verna”

 

Premi speciali

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – FRANCA DONÀ (Cigliano – VC) con il racconto “Il profumo dell’amore”

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – VINCENZO MELINO (Campobasso) con il racconto “Giro del cigno”

 

SEZIONE C – SAGGISTICA

Nota: A seguito della non elevata partecipazioni per le sezioni C (saggistica/critica letteraria/articolo) e D (recensioni) la Giuria ha deciso di istituire in sede di Premiazione una unica Sezione identificata dalla definizione “Saggistica” provvedendo, comunque, ad individuare un Premio Speciale per la “Miglior Recensione”.

Vincitori assoluti

1° PREMIO – ANNALISA SANTI (Colognola ai Colli – VR) con il saggio “Sogni sulla spiaggia: le modelle di William Henry Margetson”                       

2° PREMIO – VIRGINIA MURRU (Girasole – OG) con il saggio “Una perla nella letteratura del Novecento: Antonia Pozzi”                 

3° PREMIO – ELGA BATTAGLINI (Pescaglia – LU) con il saggio “La befana e dintorni”

 

Menzioni d’Onore

ALEX CREAZZI (Bressanone – BZ) con la recensione al libro “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco

FRANCESCA SANTUCCI (Dalmine – BG) con il saggio “L’ultima regina di Napoli”

GIUSEPPE GUIDOLIN (Vicenza) con la recensione al libro “Le parole sono segnali stradali” di Veronica Liga

SONIA GIOVANNETTI (Roma) con il saggio “Il tempo ritrovato della poesia”

 

Segnalazioni della Giuria

DAVIDE DOTTO (Villorba – TV) con il saggio “Gli haiku tra Oriente ed Occidente”

FERNANDO DELLA POSTA (Pontecorvo – FR) con la recensione al libro  “Oltreverso – Il latte sulla porta” di Doris Emilia Bragagnini

VALTERO CURZI (Senigallia – AN) con la recensione al libro “Donna è poesia” di Anna Maria Boselli Santoni

 

Premi speciali

PREMIO SPECIALE “MIGLIOR RECENSIONE” – PAOLO PAGNOTTA (Avellino) con la recensione al libro “Quando il gioco si fa duro” di Nadia Toffa

 

Consistenza dei Premi

Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:

1° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€

2° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri

3° Premio di ciascuna sezione: Targa e diploma con motivazione della Giuria.

La Giuria in conformità di quanto espresso nel regolamento del concorso ha deciso di attribuire altri premi di varia classe che consisteranno in:

Menzioni d’Onore: Coppa e diploma

Segnalazioni: Diploma

Premi Speciali:  Targa e diploma con motivazione della Giuria

 

Pubblicazione in antologia

Tutti i testi dei Vincitori, delle Menzioni d’Onore, dei Segnalati dalla Giuria e dei Premi Speciali verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti e i Premi Speciali il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio.

 

Premiazione

La cerimonia di Premiazione si terrà domenica 22 maggio a partire dalle ore 17:30 a Firenze presso la Sala dei Marmi del Centro Anziani “Parterre” in Via del Ponte Rosso 2 (Quartiere 2).

L’evento, che è liberamente aperto al pubblico e al quale sarà possibile portare parenti ed amici, sarà allietato dall’arpista Giulia Petrioli.

Tutti i vincitori, i menzionati, i segnalati e i vincitori dei Premi speciali sono tenuti a confermare o meno la loro presenza a mezzo mail entro e non oltre il 10 maggio p.v.

Ritiro dei Premi

Come indicato al punto 11 del bando di partecipazione, i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle relative spese di spedizione, mentre coloro che avranno ottenuto un premio in denaro e non potranno intervenire vedranno decadere il proprio premio monetario.

 Si ricorda, inoltre, che l’antologia del concorso sarà disponibile all’acquisto il giorno della cerimonia di Premiazione.

Il ricavato derivante dalla vendita della stessa verrà donato in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze e verrà data comunicazione del versamento fatto a tutti i partecipanti dopo la Cerimonia di premiazione.

 

Lorenzo Spurio – PRESIDENTE DI GIURIA

Marzia Carocci – PRESIDENTE DEL PREMIO

 

Info: premiopontevecchio@gmail.com

www.premiopontevecchio.blogspot.com

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Antonio Merola su “Irrational man” di Woody Allen

Irrational man:Woodartre e l’esistenzialismo ironico[1]

DI ANTONIO MEROLA

irrational-man-woody-allen-locandina-300x300In un’epoca astorica e omologante quale la nostra, in cui difficilmente è possibile parlare di individui, quanto piuttosto di meri effetti rispetto ad un’azione economica centripeta, il che è un truismo per quei pochi che ancora esistono, Irrational man del regista statunitense Woody Allen si pone come una pellicola necessaria, pur tuttavia racchiudendo in tale essenza un elemento paradossale.
La critica occidentale ha reagito negativamente all’opera d’arte, mostrandosi dubbiosa, scettica di fronte ad un Allen che puzza di vecchio, di ripetizione ammuffita, di recipiente intellettuale ormai vuoto, sul quale sembrano intravedersi i segni di una raschiatura; in Italia, per citare ad exemplum, così si è espresso sul Fatto Quotidiano Davide Turrini, “Allen ha voluto con caparbietà ritagliarsi un ruolo marginale, secondario, ininfluente nel cinema mondiale”[2], arrivando a definire Irrational man come “un film inesistente”, non accorgendosi, forse, di averci visto, criticamente, giusto.

Non è questa un’opera che si presta ad una lettura superficiale, pena la sua inutilità comunicativa, quanto meno nella sua funzione intenzionale; per suscitare una reazione e/o una spinta alla riflessione, per essere quindi necessaria, mi si perdoni il gioco di parole, necessita di essere compresa, comprensione che può risolversi sì in più di una soluzione, ma che non può avvenire senza le dovute basi filosofico-letterarie, un insieme preciso di romanzi, saggi, drammi teatrali e raccolte di racconti brevi che vanno sotto il pesante nome di corrente esistenzialista, e tra i quali un autore in particolare sembra “tiranneggiare”: Jean-Paul Sartre.
Una chiave interpretativa che rende impossibile l’avvicinamento per il ricevente principale, un pubblico medio che pure si è recato entusiasta nelle sale cinematografiche, uscendone accompagnato da un’ebete perplessità, vanificando l’operazione civile del film, rendendolo, in definitiva, semplice – e non pura – estetica da pop-corn.

Eppure, i rimandi alla matrice sartriana sono molteplici e di natura differente. Abe Lucas, professore di filosofia in piena crisi esistenziale, interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix, e la studentessa Jill Pollard, ovvero Emma Stone, ricordano molto da vicino due tra “i protagonisti” de L’età della ragione, primo romanzo della trilogia de Le vie della libertà, Matteo e Ivic; identici, infatti, i ruoli sociali di partenza, simile lo sviluppo della trama amorosa, seppur con esiti divergenti, differente, al contrario, l’ambientazione esterna in cui i personaggi sono chiamati a muoversi – in Sartre, la seconda guerra mondiale. Come pure la tensione iniziale di Abe, il suo logoramento interiore, l’annichilimento del suo sentire, può essere tradotto in termini di Nausea, condizione questa, che anticipa il conseguente stato di azione, volto al suo superamento indispensabile. E’ interessante notare che, tra le principali cause di questo lutto interiore, la società, o meglio, l’èpoque che ne è l’espressione ambivalente, occupi una posizione preponderante. In un dibattito letterario in cui “tutto è già stato detto”, la condizione d’essere del professor Lucas viene minata, il suo ruolo d’intellettuale e di artista mutilato; a che scopo, si chiede, quasi fosse l’Alfred Prufrock eliotiano nel suo “Oserò/turbare l’universo?” , scrivere l’ennesimo saggio su Heidegger? Ne consegue uno stato d’impotenza e di frustrazione, espresso nell’immagina scenica attraverso la metafora dell’impotenza sessuale – un tono patetico d’altronde aleggia fin da subito nella scena con la collega Rita Richards/Parker Posey.
Da qui in poi, L’umanesimo sartriano viene scandito riga per riga, direi alla lettera, dal regista.
In un tentativo di costruzione di se stesso da parte del non-ancora-individuo, la dicotomia classica in cui l’io è tale perché diverso da un alter viene ad annullarsi, a dissolversi completamente. L’altro, in un’ottica sartriana, diventa un nemico tanto quanto lo è il contesto storico, perché riduce a maschera, blocca cioè in un personaggio fisso, tramite un’errata e inevitabile percezione, quell’inesorabile divenire che è l’io, nella sua continua negazione/compenetrazione del sé precedente.
sartre1L’inferno sono gli altri”, quindi, citazione non casuale di Allen. Non viene, forse, l’arrivo di Abe Lucas al College Brailyn preceduto dalle notizie di un passato già passato, determinandone lo stupore di chi ancora non lo conosce? E non sono queste sue presunte qualità di “uomo vissuto” a generare in Rita Richards un desiderio incontrollabile di seduzione? Non sono proprio i suoi colleghi che ne determinano il successo intellettuale, lodandone il saggio che lo ha reso famoso nel mondo accademico? La pellicola è disseminata di metafore di questo tipo, eppure è nel rapporto tra Jill e Abe che Allen, in un tentativo di rendersi esplicito, tocca la punta più alta: la negazione della libertà da parte dell’altro si fa qui evidente nel momento in cui la maschera del Genio viene a tramutarsi in quella dell’assassino agli occhi della ragazza, e Abe viene quindi minacciato di essere denunciato, sotto l’apparente possibilità di una scelta, che porterebbe comunque al carcere.
Per chiudere il cerchio, sopraggiunge la morte,  la cessazione del divenire – basti pensare al giudizio totalmente dispregiativo nei confronti del suicidio da parte di Sartre, per farsi un’idea del perché la morte venga percepita, in definitiva, come la nemica naturale dell’uomo, l’unica contro cui è impossibile opporsi, dove persino l’immortalità letteraria non basta a salvaguardare la sopravvivenza dell’io.
Si apre però, a questo punto, un cerchio ancora più grande, quasi una ring composition dal risultato bivalente. Nella critica che Abe Lucas muove a Kant, quando definisce come “masturbazione verbale” la congettura di “un mondo senza menzogna” come condizione felice per gli uomini, e tenendo conto della citazione in apertura del film sulla morale kantiana, il pensiero sartriano può essere visto in modo contrappuntistico a quello del filosofo tedesco, pur mantenendone la finalità – e che, nel secondo si concretizzò in una partecipazione attiva al comunismo, ma basti dire che si concretizzò – o il fallimento del protagonista può essere interpretato come un’eiaculazione senza mezze misure? Non posso che rifugiarmi in un’epochè, per evitare di ridurre l’opera d’arte a una sola lettura dogmatica, tuttavia suggerendo un’evidenza situata nel rapporto individuo-realtà fondato sulla percezione dell’io: nel momento in cui Abe sceglie di eliminare Thomas Spangler, si assiste a un capovolgimento nel suo rapporto con il mondo esterno – laddove il reale, preso nella sua non-essenzialità, corrisponde a uno statico Nulla privo di un significato trascendentale –, capovolgimento che non solo dona un senso al suo agire, ma si riflette in una condizione d’armonia che rende l’essere umano, in definitiva, un Uomo.

ANTONIO MEROLA

[1] Questo articolo è apparso per la prima volta online sul sito “Il Giornale di Letterefilosofia.it al seguente link: http://www.letterefilosofia.it/2016/01/irrational-man-woodartre-e-lesistenzialismo-ironico/  L’autore dell’articolo ha acconsentito alla sua ri-pubblicazione su Blog Letteratura e Cultura.

[2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/18/irrational-man-woody-allen-e-una-stanca-ripetizione-di-se-stesso-film-inesistente-involontaria-parodia-di-una-qualsiasi-tragedia-bergmaniana/2315518/

1° Premio Letterario PoetiKanten per opere narrative e saggistiche

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  1. Sezioni di partecipazione

Sezione A – NARRATIVA * Racconto breve a tema libero

Sezione B – SAGGISTICA * Saggio di argomento umanistico, articolo divulgativo o critica letteraria, recensione, dissertazione

 

  1. Caratteristica dei testi

I testi possono essere, indifferentemente, editi od inediti. L’importante è che non abbiano ottenuto un premio da podio (1°, 2° o 3°) in un precedente concorso letterario.

È possibile partecipare con testi scritti a quattro mani.

 

  1. Norme aggiuntive sui testi

I concorrenti si assumono automaticamente la responsabilità della paternità dei testi: l’Associazione PoetiKanten non risponde di eventuali plagi, come di partecipazioni effettuate contro la volontà degli autori e di tutto quanto non rientra nelle proprie competenze qui specificate.

I testi non devono presentare elementi razzisti, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza, alla discriminazione di ciascun tipo.

 

  1. Lunghezza dei testi

Per entrambe le sezioni si chiede di inviare testi in formato word muniti di titolo che non superino le 4 cartelle editoriali.

Nel caso della sezione B eventuali note e bibliografia non dovranno essere conteggiate nel quantitativo delle cartelle richieste.

 

  1. Testi di partecipazione

È possibile partecipare a ciascuna sezione inviando da 1 a 3 testi.

È possibile partecipare ad entrambe le sezioni del premio corrispondendo le relative quote di partecipazione secondo il punto nr. 4.

 

  1. Tassa di lettura

Per la partecipazione al concorso è richiesto il pagamento di una quota di partecipazione pari a 10 € per ciascun testo presentato. Nel caso si presentino più testi nella stessa sezione o si partecipi ad entrambe le sezioni è richiesto di corrispondere quale quota il totale derivante da 10€ per ciascun testo presentato.

Le modalità di pagamento previsto sono indicate a continuazione.

È richiesto al partecipante di inviare assieme ai suoi materiali copia della ricevuta del pagamento effettuato o trascrizione del CRO del bonifico o dei dati di timbratura dell’Ufficio Postale.

Bonifico

IBAN:   IT19N0760102800001029344650

Intestazione: Associazione PoetiKanten

Causale: Concorso Letterario PoetiKanten

Bollettino postale

CC: 001029344650

Intestazione: Associazione PoetiKanten

Causale: Concorso Letterario PoetiKanten

 

  1. Modalità di invio dei materiali

I materiali (consistenti in testi di partecipazione rigorosamente anonimi, scheda di partecipazione e ricevuta del pagamento effettuato) dovranno pervenire a solo mezzo mail all’indirizzo poetikantenedizioni@gmail.com indicando nell’oggetto “Concorso PoetiKanten”.

La segreteria del Premio provvederà ad inviare mail di conferma ad ogni partecipante che avrà regolarmente inviato la documentazione secondo quanto specificato dal presente bando.

 

  1. Scadenza di invio

La documentazione completa per partecipare al concorso deve pervenire entro e non oltre la data del 15 Aprile 2016 secondo le indicazioni riportate all’articolo 7.

 

  1. La Commissione di Giuria

La Commissione di Giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario: Iuri Lombardi (Presidente di PoetiKanten Edizioni – Presidente del Premio), Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria), Alessio De Luca, Rita Barbieri, Grazia Finocchiaro,  Massimo Rosati, Raffaele Urraro, Amedeo Di Sora.

 

  1. Consistenza dei Premi

La Giuria provvederà a indicare i primi tre premiati e una rosa ristretta di Menzioni d’Onore per entrambe le sezioni del Premio. Essi consisteranno in:

1° Premio = Pubblicazione di un libro in cartaceo con PoetiKanten Edizioni nella quantità di copie 50, targa e diploma con motivazione della Giuria

2° Premio = Targa, 100 € e diploma con motivazione della Giuria

3° Premio = Targa e diploma con la motivazione della Giuria

Menzioni d’Onore = Coppa e diploma

A discrezione della Giuria, laddove ulteriori testi risultino meritori di riconoscimento, si procederà con l’attribuzione di eventuali Premi Speciali o Diplomi.

Nel caso in cui non saranno pervenuti una quantità di testi congrua per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito per particolari opere, l’organizzazione si riserva di non attribuire determinati premi.

 

  1. Cerimonia di premiazione

La cerimonia di premiazione si terrà in un fine settimana di Ottobre 2016 a Firenze. Informazioni in merito alla data precisa e alla location verranno fornite a tutti i partecipanti con debito preavviso.

Tutti i premiati a vario titolo sono invitati a prendere parte alla cerimonia. I premi in denaro e il premio consistente nella pubblicazione dei libri (1° premio) dovranno necessariamente essere ritirati personalmente o da un delegato. Tutti gli altri premi (targhe, coppe e diplomi) potranno essere inviati per posta dietro pagamento delle relative spese postali.

 

  1. Disposizioni finali

Prendendo parte al concorso in oggetto si accetta implicitamente ogni articolo di cui si compone il presente bando di partecipazione.

 

 Info: poetikantenedizioni@gmail.com

 

SCHEDA DI PARTECIPAZIONE

Nome/Cognome _____________________________________________________

Residente a ___________________________ prov ______________

in via __________________________n°_______ cap __________

Tel. _______________________ Mail _______________________

Partecipa alla/e sezione/i  [    ]  A- RACCONTO       [     ] B- SAGGIO

dal titolo/i _______________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

Presa visione del regolamento, ne accetto tutte le condizioni riportate e chiedo di partecipare alla 1° edizione del Concorso Letterario PoetiKanten

 

Luogo, data                                                                         Firma

____________________                               _____________________

 

DICHIARAZIONE

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

 □ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e all’uso degli stessi per la diffusione di attività inerenti a PoetiKanten Edizioni.

Luogo, data                                                                         Firma

___________________                               ______________________

Info: poetikantenedizioni@gmail.com

Il film coreano “Roaring Currents” recensito da Rita Barbieri

ROARING CURRENTS

(tit. orig. Myeong-ryang, Kim Han-Min, Corea del Sud 2014)

Recensione di Rita Barbieri

If only we could turn fear into courage, that courage will be thousand times mightier than before.”

47360502126254026272Venerdì 20 Marzo al cinema Odeon di Firenze si è aperta la XIII edizione della “Primavera del cinema orientale” evento che, tra Marzo e Giugno, presenterà al grande pubblico una selezione in lingua originale (con sottotitoli in inglese e italiano) del meglio del cinema coreano, mediorientale, cinese e giapponese.

Il film d’apertura del “Florence Korea Film Fest” (ossia la prima tranche del festival, dedicata appunto al cinema coreano contemporaneo) scelto quest’anno è stato “Roaring Currents”: pellicola record di incassi in Corea del Sud e giudicato uno dei più grandi successi della filmografia recente. La prima è avvenuta davanti a una platea gremita di spettatori invitati e del regista Kim Han-Min che, prima dell’inizio della proiezione, ha concesso una breve intervista e si è poi trattenuto per rispondere, al termine, alle domande del pubblico.

Il film, ambientato nel XVI secolo, racconta le vicende di un personaggio storico realmente esistito: l’ammiraglio Yi Sunshin che, grazie a una strategia militare vincente, riesce a sconfiggere la flotta giapponese che minacciava le acque della Corea.

La gran parte del film è stata girata nei luoghi originali della battaglia (vicini tra l’altro al luogo dove abita attualmente il regista), con attori e comparse di nazionalità prevalentemente coreana e la produzione ha avuto costi altissimi, ripagati comunque ampiamente dall’incasso ai botteghini: si calcola che solo nell’agosto del 2014 si siano venduti più di 15 milioni di biglietti.

Il motivo di questo straordinario successo è da ritrovarsi nel mix di elementi tradizionali e innovativi che si compenetrano nella regia e nella struttura artistica del film, più che nella storia in sé. La trama infatti si concentra sui preparativi e sullo svolgimento di un’unica singola battaglia che però diventa uno spunto per una riflessione più profonda e generale.

Fin da subito infatti, il regista cerca di delineare il ritratto psicologico dell’ammiraglio, facendoci entrare nella sua sfera più intima e personale. Lo vediamo prima comandante inflessibile e stoico davanti ai suoi soldati, poi padre premuroso e saggio in compagnia del figlio e infine uomo solo, vecchio e debole, torturato da incubi e pensieri che pesano come macigni sulla sua coscienza. Yi Sunshin è un uomo tutto di un pezzo, consapevole del proprio ruolo e delle proprie responsabilità davanti al re, alla nazione, ma anche al suo popolo. Nonostante le difficoltà, sembra non arrendersi mai e non cedere mai, addirittura sembra non dubitare nemmeno per un attimo della validità delle sue scelte. Può sembrare crudele e perfino spietato, totalmente sordo alle richieste e ai consigli altrui. Va per la sua strada, Yi Sunshin, qualunque essa sia e lo fa con indomito coraggio.

Il coraggio è infatti uno dei temi fondamentali del film. Durante una scena il figlio chiede al padre come sia possibile infondere il coraggio in un esercito ormai allo stremo, demotivato e spaventato fino alla resa. La risposta del padre risuonerà varie volte, proprio come un ritornello, durante tutto il film:

 “If only we could turn fear into courage, that courage will be thousand times mightier than before.”

Il figlio resta incredulo e sfiduciato ma, nondimeno, obbedisce al padre e segue letteralmente gli ordini. L’obbedienza e la lealtà verso il proprio superiore (in questo caso, a maggior ragione, verso il padre) è un altro degli aspetti evidenziati largamente in corso d’opera. Chi tradisce la fiducia viene sempre severamente punito, in modo talvolta plateale e spettacolarizzato. Chi invece rispetta il proprio dovere e la propria posizione, alla fine, ottiene sempre una ricompensa o almeno un encomio.

Si riconosce in questo, senza dubbio, uno degli elementi cardine della cinematografia coreana (o asiatica in generale): la divisione netta in ‘buoni e cattivi’ con barriere e confini che sono tanto netti quanto invalicabili. Il passaggio da una parte all’altra non è consentito e, quando avviene, questo scatenerà sicuramente e prevedibilmente un effetto molto forte nella vita del personaggio, come a ricordare che esiste una sorta di ‘retribuzione karmica’ da tenere presente: ogni azione umana genera inevitabilmente una conseguenza che spinge poi all’azione.

Si respira aria buddhista durante il film. Non soltanto nelle preghiere che si vedono recitare a fior di labbra dai monaci mentre scorrono i grani dei loro rosari, non soltanto nei riti o nelle cerimonie che si intravedono qua e là ma anche, a livello più profondo, nel sottotesto e nel messaggio finale. La serenità inflessibile dell’ammiraglio Yi sembra essere proprio il risultato di un’accettazione totale e quasi passiva del proprio destino e del proprio compito: le scelte che compie non sono vere e proprie scelte ma piuttosto un ‘adattarsi al flusso della corrente’. Anche e soprattutto quando questa sembra andare in direzione contraria a quella sperata.

La corrente è forse, simbolicamente, la vera protagonista del film. Già nel titolo il richiamo al tema delle maree e dell’acqua (metafora molto presente in tutta la cultura orientale) è ben chiaro: la corrente può essere avversa o a favore ma ha sempre una propria direzione. E, come dimostra la strategia dell’ammiraglio, è molto più sensato scegliere di seguirla e usarla a proprio vantaggio, che non cercare di dominarla o, peggio, remarci contro. La corrente ha una forza superiore, davanti alla quale non possiamo che arrenderci e allo stesso tempo affidarci, consci che prima o poi, in un senso o nell’altro, cambierà di nuovo. Questo non significa esserne completamente in balia ma, conoscerla, rispettarla e saperla affrontare. Senza paura.

In questo senso, nonostante appartenga chiaramente al genere ‘war movie’, il film è anche molto altro: una riflessione profonda e accurata su valori quali il coraggio e la lealtà, su sentimenti forti come la paura e la forza, su tematiche filosofiche quali il destino individuale e la capacità di scelta.

Un film maestoso che trattiene lo spettatore ben saldo e lo trasporta, cinematograficamente parlando, in mezzo alle correnti roboanti e tempestose della Storia, facendolo approdare generosamente a un finale ben scritto che tira somme e scrive risultati senza lasciare quozienti in sospeso.

 

Rita Barbieri

A Firenze si sono celebrati i dieci anni di “Segreti di Pulcinella”, rivista di letteratura

Sabato 9 marzo 2013 a Firenze si è svolta la festa per il decennale della rivista di letteratura e cultura varia “Segreti di Pulcinella” (www.segretidipulcinella.it), rivista fondata nel capoluogo toscano da Massimo Acciai e Francesco Felici.

Cornice della festa è stato il salone del Ristorante-Pizzeria “I Tarocchi” sito in Via de’ Renai 12, zona San Niccolò.

Ha aperto l’evento il direttore della rivista, Massimo Acciai, che ha tracciato un breve consuntivo di questi dieci anni d’età e che ha letto poi il messaggio dell’amico pisano Francesco Felici che con lui, quasi per scherzo, nel 2003 fondò la rivista.

La serata è proseguita poi con la premiazione dell’omonimo concorso letterario nato per celebrare la rivista, condotta da Lorenzo Spurio, vice-direttore della rivista che pure ha curato l’opera antologica SDP 2003-2013. Questo libro-consuntivo storico contiene i testi dei premiati e segnalati nel concorso e numerosi testi, poesie, racconti, saggi ed articoli, di numerosi redattori e collaboratori della rivista durante questi dieci anni.

Si sono inoltre presentate due realtà culturali molto importanti: l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta (www.tracceperlameta.org) e la sua attività di editoria legata ai soci, presentata da Sandra Carresi, vice-presidente dell’Associazione e Lorenzo Spurio e il gruppo poetico-musicale dei Poetikanten, presentato da Iuri Lombardi e Paolo Ragni.

I premiati e i redattori della rivista hanno letto i loro pezzi mentre Matteo Nicodemo ha allietato la serata con suoi testi, musicati con chitarra.

All’evento hanno preso parte numerosi collaboratori storici della rivista quali Alessandro Rizzo (vice-direttore), Rossana D’Angelo, Paolo Ragni, Iuri Lombardi, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Andrea Cantucci, Luca Mori, solo per citarne alcuni.

L’evento si è concluso con una cena conviviale molto apprezzata, momento nel quale i vari invitati hanno potuto conoscersi e scambiare vedute.

Lunga vita a Segreti di Pulcinella!

Clicca qui per acquistare l’opera antologica SDP 2003-2013 con prefazione di Massimo Acciai e con i testi dei vincitori/segnalati al concorso e quelli dei collaboratori storici della rivista.

Video della celebrazione del decennale (prima parte)

Video della celebrazione del decennale (seconda parte)

“Flyte & Tallis”: il nuovo saggio di letteratura inglese di Lorenzo Spurio recensito da Rita Barbieri

FLYTE & TALLIS
Ritorno a Brideshead ed Espiazione
una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese
di LORENZO SPURIO
ISBN: 978-88-6682-300-1
Numero di pagine: 143
Costo: 10 €
 
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Recensione a cura di Rita Barbieri

 

copertina solo frontIl saggio di Lorenzo Spurio analizza, in maniera precisa e sintetica, due dei più importanti capolavori della letteratura inglese del ‘900: “Atonement” (Espiazione) di Ian McEwan e “Brideshead Revisited” ( Ritorno a Brideshead) di Evelyn Waugh.

Inizialmente l’autore affronta in maniera separata le due opere, dedicando loro una sezione ciascuno del suo libro. Per ogni romanzo traccia un riassunto puntuale e accurato, spendendosi anche in una descrizione mirata degli ambienti e dei personaggi principali. Si tratta delle fondamenta necessarie poi per affrontare, nelle parti successive del saggio, l’analisi più propriamente critica e letteraria.

Lorenzo Spurio ricerca nei due romanzi delle tematiche comuni (la religione, il senso di colpa e altri…) e spiega, inserendo anche citazioni letterarie in corso d’opera e informazioni biografiche sulla vita degli autori, analogie e differenze. Tutto questo è sostenuto da un solido impianto critico-bibliografico, come si può ben notare dalla bibliografia finale.

I temi scelti non sono casuali né semplicistici, quanto piuttosto temi articolati e complessi che vengono sciolti ed esposti in maniera chiara e comprensibile. Non si cade mai nell’errore di uniformare, appianare i due romanzi o di voler ritrovare obbligatoriamente delle linee e dei tratti comuni. Anzi, si dedica particolare attenzione alla descrizione delle differenze esistenti e si cerca di spiegarne le possibili motivazioni, sia attraverso un approfondimento sul contesto storico-sociale del momento, sia ricorrendo al vissuto dei due autori.

La terza parte del saggio riporta una traduzione a cura dell’autore di un articolo di un importante critico: Brian Finney, che fornisce un inquadramento globale e conclusivo alle osservazioni e alle analisi precedentemente delineate.

Completano l’opera i profili biografici dei due autori e la bibliografia.

Si tratta di un saggio estremamente accurato e curato, perfino negli apparati critici (quali note e rimandi bibliografici), completo e esaustivo dal punto di vista dei contenuti. Inoltre il linguaggio chiaro, non eccessivamente pieno di inutili tecnicismi e la relativa brevità dello scritto, lo rendono uno strumento di facile accesso e rapido utilizzo anche per coloro che non sono troppo abituati ad avere a che fare con testi di critica letteraria.

Per i più esperti invece, il libro offre interessanti spunti di riflessione e scorci nuovi, oltre a mettere a disposizione titoli e materiali di approfondimento per ricerche successive.

Si tratta dunque di un libro che permette, in maniera semplice ma non semplicistica, di addentrarsi nelle trame dense della letteratura inglese del ‘900, fornendo una possibile linea interpretativa e trasmettendo, allo stesso tempo, tutto il fascino misterioso, elegante e decadente dei due più importanti romanzi inglesi del tempo, attraverso la descrizione sentita dell’ambientazione, del plot e del mondo psicologico dei personaggi.

Rita Barbieri

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QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Spesso ti dicono di non arrenderti” di Santi Moschella, recensione di Anna Maria Folchini-Stabile

Spesso ti dicono di non arrenderti
di Santi Moschella
Armando Siciliano Editore, 2012
ISBN: 9788874426744
Pagine: 136
Costo: 10€
 

Recensione a cura di ANNA MARIA FOLCHINI-STABILE (poetessa e scrittrice)

copertina santi moschella_copertina definitiva perlungo.qxdIl romanzo si sviluppa intorno a un luogo sacro nella memoria collettiva degli Italiani, la stazione di Bologna, dove nel 1980 si compì la tremenda strage impunita che vide perire, tra gli altri, Onofrio Zappalà, un giovane ferroviere siciliano che casualmente si era trovato sul luogo dell’attentato e che morì insieme alle numerosissime vittime.
Dopo molti anni nella medesima stazione si ritrova un altro Onofrio,  il protagonista del romanzo che è in attesa del treno, in considerevole ritardo, che lo riporterà a casa dopo un colloquio di lavoro che gli permetterà, lasciata la sua Sicilia, di raggiungere quella stabilità economica tanto agognata  per realizzare i suoi progetti futuri di uomo e di vita professionale.
Una trama molto semplice che, peró, permette all’Autore di affrontare molti temi che costituiscono le radici stesse del vivere civile e sociale e che ben si offrono alla lettura personale , ma anche guidata nella discussione in classe, su argomenti molto sentiti e dibattuti in questi anni.
Se emerge in primo piano il dibattito sull’immigrazione e sul fatto che il lavoro delle giovani generazioni è tema scottante di questi tempi, non mancano nel corso della narrazione suggerimenti all’approfondimento del discorso sull’ambiente e sulla cura e il rispetto dovuti al contesto ambientale in cui si vive. Fortissimo è il legame tra il protagonista e i due anziani che fanno da contorno alle sue vicende, la nonna Carmela e  lo “zio” Cola Presti che rappresentano il “ponte” affettivo e di memoria tra le generazioni a testimonianza che siamo tutti figli ed eredi del passato che ci ha preceduto e che, quindi, nessun uomo può prescindere dalla sua “storia”.
Importanti momenti narrativi sono quelli dedicati al valore del volontariato e dell’associazionismo, all’impegno – anche politico e inteso come scelta di fronte – per comprendere che in nessun ambito il cittadino puó rinunciare alla capacità di maturare una coscienza propria che gli permetta di scegliere la sua posizione nella giungla degli opportunismi che condizionano il vivere nel mondo attuale.
Un libro “buono” da leggere e meditare per riscoprire quelli che sono i valori e gli ideali fondamentali che costituicono l’uomo nella sua essenza e favoriscono i rapporti tra gli uomini tutti.
“Onofrio [il protagonista] é la parte più nobile che c’è in ciascuno di noi. È l’anima che attraverso il sogno riesce a vedere una nuova realtà e si batte per costruire giorno dopo giorno uomini migliori”.
Un libro “necessario” nel momento storico in cui stiamo vivendo e in cui la superficialità dei modelli proposti dai mezzi di comunicazione tende ad abbassare le mire personali giovanili invalidando gli insegnamenti e i suggerimenti educativi oppure a ridurre il tutto a fuga dalle responsabilità personali purchè si affermi l’egoismo del singolo.
Un libro da leggere che si inserisce nella tadizione dei grandi scrittori siciliani e che di nulla manca rispetto a Sciascia e Bufalino, perchè Santi Moschella riporta il lettore al messaggio fondamentale e chiarissimo: ogni essere umano che ha in sè “valori”, è egli stesso “valore” e il vivere sociale è una ricchezza che trova fondamento nella parte positiva del cuore dell’uomo.

Anna Maria Folchini Stabile

Angera, 13 dicembre 2012

 

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LA PRESENTE RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE O DIFFONDERE QUESTO TESTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Sorgo rosso” di Mo Yan, recensione di Rita Barbieri

Sorgo rosso

di Mo Yan

Torino, Einaudi, 2005

ISBN: 8806178520

Costo: 13,50 €

Recensione di RITA BARBIERI

 

“-Il sorgo è diventato rosso…i giapponesi sono arrivati… compatrioti preparatevi a combattere… con fucili e cannoni-“

 

Recentissima la notizia dell’attribuzione del Nobel per la letteratura a Mo Yan, uno dei più importanti scrittori cinesi contemporanei. In realtà giàGao Xingjian, autore di origine cinese ma con cittadinanza francese, aveva vinto lo stesso premio nel 2000.

Sorgo Rosso, di Mo YanMo Yan, pseudonimo che significa “senza parole/colui che non parla”, è il nome d’arte di Guan Moye, nato 57 anni fa nel villaggio rurale di Gaomi:

“Ho amato profondamente la zona a nord-est di Gaomi, e l’ho odiata profondamente. Divenuto adulto mi sono immerso nello studio del marxismo e ho capito che è senza dubbio il posto più bello e più orribile del mondo, il più insolito e il più comune, il più puro e il più corrotto, il più eroico e il più vile, il paese dei più grandi bevitori e dei migliori amanti.” (1)

È proprio a Gaomi che Mo Yan ambienta il suo romanzo più intenso e famoso: “Sorgo Rosso” (Hong gaoliang), storia epica e al contempo realistica di una famiglia e di un paese in un periodo storico sanguinoso e violento che va dagli anni ’20 agli anni ’70, passando attraverso la fase cruenta dell’invasione giapponese.

 

Per continuare a leggere la recensione, clicca qui: http://blog.chinaitaly.info/consigli/sorgo-rosso-di-mo-yan/

Recensione di “Tacchi a spillo”, a cura di Lorenzo Spurio

Tacchi a spillo

Titolo originale: Tacones lejanos (1991)

Regia di Pedro Almodóvar

Paese: Spagna

RECENSIONE DI LORENZO SPURIO 

Un film di Almodóvar di una ventina di anni fa e poco conosciuto in Italia, Tacones lejanos venne tradotto con Tacchi a spillo. La storia in esso contenuta è particolarmente intricata com’è nella migliore tradizione del regista spagnolo.

Rebecca (Victoria Abril) è una giornalista che lavora nell’edizione serale di un telegiornale del quale suo marito, Manuel (Féodor Atkine)  è il proprietario. La loro relazione matrimoniale è oramai giunta ad un punto morto; a Madrid giunge la madre di Rebecca, Becky del Páramo (Marisa Paredes), famosissima cantante. Becky del Páramo scopre così che il marito di sua figlia non è altro che una sua vecchia fiamma e, proprio con l’arrivo della donna, Manuel decide di chiedere il divorzio a Rebecca.  La sera dell’arrivo della madre Rebecca, Manuel e Becky del Páramo vanno in un locale ad assistere ad uno spettacolo del trasformista Femme Letal, un uomo che sul palco, vestito da donna intona una canzone in onore a Becky del Páramo.

Nei camerini l’insoddisfatta Rebecca si abbandona a un rapporto sessuale con l’uomo. Intanto Manuel è intenzionato a riprendere il vecchio rapporto con Becky del Páramo ma quest’ultima non accetta.

Una sera Manuel viene trovato assassinato nel suo chalet e il giudice Domínguez (Miguel Bosé) si occupa del caso. Tra gli assassini sospetti ci sono Rebecca, la madre e un’altra donna che aveva ricevuto un posto come giornalista dietro un rapporto sessuale con Manuel. Durante un telegiornale Manuela, dopo aver riportato dei fatti del giorno, parla della morte di suo marito riconoscendosi la colpevole dell’assassinio. Il giudice la fa arrestare ma non è convinto della sua colpevolezza e comincia ad indagare anche sulla madre. Veniamo a sapere che il giudice ha una doppia vita e, una volta calati gli abiti formali dell’ispettore di giustizia, non è altro che lo stesso Letal che si traveste di notte.

In carcere Manuela scopre di essere incinta ma dopo alcuni mesi viene concessa la sua liberazione per la mancanza di prove nell’omicidio di suo marito. A questo modo comincia ad essere indagata la madre che, proprio durante una sua performance, ha un attacco di cuore e viene trasferita in ospedale.

Lì, a sole, la madre pur sapendo che è stata veramente la figlia ad uccidere Manuel decide di attribuirsi tutte le colpe. Becky del Páramo si fa raccontare dalla figlia tutti i dettagli dell’assassinio in modo che possa dirli al giudice e possano inchiodarla e si fa portare la pistola in modo che possa lasciare su di essa le sue impronte. Il film si conclude con la Becky del Páramo le cui condizioni si sono aggravate e la figlia, attorno a lei che parla ricordando di quando da piccola non aspettava altro che sentire i suoi tacchi. Quando sentiva i tacchi sapeva del suo arrivo a casa ed era felice. La madre muore e il film si conclude con il pianto di Rebecca.

Amore e morte, tradimenti e pistole si fondono in questo dramma in piena regola che, se pensiamo alla produzione successiva di Almodóvar non possono non richiamare il film Carne trémula dove, benché la storia sia completamente diversa, anche lì le pistole e gli spari fanno da protagonisti. Qui è disponibile la mia recensione a questo altro film.

La famosissima Becky del Páramo, inizialmente presentata come una persona austera ed algida solo attenta al suo lavoro di cantante, nel corso del film viene mostrata nella sua debolezza fino all’ultima scena in cui un infarto la colpisce proprio mentre sta recitando. Alla fine deciderà di salvare sua figlia, alla quale da bambina aveva sempre promesso più tempo e più attenzioni senza poi mai riservargliele. Decide di salvare la figlia in punto di morte pur sapendo della sua colpevolezza nell’omicidio. Non le importa del fatto che quando la notizia si diffonderà il suo nome aureo verrà irrimediabilmente macchiato. Il prendersi la colpa è la normale “pena” che deve pagare per una vita effimera e lontana dalla figlia che invece avrebbe avuto bisogno di lei. Dall’altra parte il povero Manuel non avrà giustizia perché il colpevole, Rebecca, non verrà incarcerato e, la giustizia rappresentata per mezzo del giudice si mostrerà clamorosamente incapace nel gestire il caso e nel distinguere il falso dal vero.

Una storia che di continuo va alla ricerca della verità, l’unica vera e che invece si imbatte in vari intoppi e menzogne che non permettono di giungere ad essa. Almodóvar vuole suggerire, credo, come la mente umana sia capace di raggiungere i suoi scopi, sovvertendo le leggi dell’animo e quelle della giustizia. Potrebbe essere un film dal quale si potrebbe costruire un singolare sequel ma la compattezza e il dramma psicologico dei personaggi verrebbe perso. La morte di Becky del Páramo suggella l’intera storia.

LORENZO SPURIO

23-04-2011

 

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“Arrivederci ragazzi”, film e libro di Louis Malle, recensione di Lorenzo Spurio

Arrivederci ragazzi (1987)
Titolo originale: Au revoir les enfants
Regia di Louis Malle
Paese: Francia
 
Recensione a cura di LORENZO SPURIO 

 

Il film Au revoir les enfants (Arrivederci ragazzi, 1987) è un film del regista francese Louis Malle, dal quale venne tratto l’omonimo romanzo nel 1993[1].

Il film è ambientato in Francia[2] durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale,ma prima della liberazione anglo-americana e si focalizza sulla vita di una serie di ragazzi di diversa età che vivono in un collegio cattolico.  Tratta il tema della guerra, la dominazione dei nazisti e l’odio contro gli ebrei in una maniera addolcita, attraverso l’amicizia che si instaura tra uno dei bambini del collegio, Julien Quentin e un altro ragazzo, Jean Bonnet, falso nome di un bambino ebreo. In realtà non si instaura una vera e propria amicizia tra i due ragazzi ma c’è un progressivo e continuo interessamento di Julien Quentin verso Bonnet e, una volta scoperto che è ebreo, il film trasmette una sorta di comprensione e di vicinanza nel dolore di Bonnet. I due ragazzi non si scambiano mai frasi d’affetto ne stringono patti d’amicizia e solamente in pochi rari frangenti li vediamo ridere spensierati assieme. La relazione tra Julien Quentin e Jean Bonnet non è dunque quella di un’amicizia, ma piuttosto di una solidale vicinanza di Quentin verso Bonnet, compassione e impotenza. Andiamo per gradi.

Il film si apre alla stazione ferroviaria di Parigi e una donna sta salutando i suoi due figli diretti in un convento religioso maschile, dopo le vacanze natalizie trascorse a casa, con la famiglia. I due ragazzi sono Julien Quentin, ragazzo molto attaccato alla madre e che non vorrebbe lasciarla e suo fratello François, più grande di lui.

Tutta la storia si sviluppa al Collegio dei Carmelitani Scalzi di Fontainebleau[3] nel gennaio del 1994,  un collegio religioso maschile guidato da padre Jean. Dopo qualche tempo al collegio arriva un nuovo ragazzo, Jean Bonnet. Da subito viene preso in giro dai compagni per il suo cognome Bonnet che in francese significa ‘berretto’. Già dall’arrivo di Bonnet il ragazzo viene percepito dagli altri come diverso, come estraneo e spesso viene canzonato, deriso o non considerato.

Il primo approccio di Bonnet con Quentin è tutt’altro che l’inizio di una buona amicizia: quando Bonnet chiede a Quentin come si chiama, lui risponde: «Julien Quentin e chi cerca rogna mi trova»[4]

Inizialmente il comportamento di Quentin nei confronti di Bonnet è lo stesso degli altri compagni: tiene il nuovo arrivato a distanza anche utilizzando parole non molto gradevoli, cercando di isolarlo e tentando di capire in cosa risiede la sua diversità: «Il nuovo compagno aveva un atteggiamento diverso da tutti noi. Non avevo ancora deciso se valeva la pena di diventare suo amico o se non lo potevo soffrire. […] Mi convinsi che mi nascondeva qualche segreto e presi a osservarlo con maggiore attenzione». (23)

Nel corso della storia ci sono una serie di riferimenti a libri della letteratura che vengono letti: Quentin legge Le avventure di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, I tre moschettieri di Alexander Dumas e Le mille e una notte (questo libro, carico di scene di sesso, glie l’ha dato il fratello più grande di lui).

Nel collegio vigono regole ferree stabilite da padre Jean e le giornate sono scandite da una serie di rituali: la toletta mattutina, la messa, la colazione, le ore di lezione, i momenti di ricreazione, le ore di ginnastica, le preghiere prima di andare a dormire. Una delle regole del collegio è che i ragazzi non possono tenere e nascondere cibarie per uso personali: sono costretti a condividerli con gli altri e se vengono scoperti vengono puniti.

Nel corso della storia vengono presentati altri personaggi: l’aiutante di padre Jean, padre Moreau, padre Ippolyte, Monsieur Tinchant (insegnante di francese), Mademoiselle Davenne (l’insegnante di pianoforte), Monsieur Guibourg (l’insegnate di matematica), Madame Perrin (la cuoca) che è aiutata da Joseph e altri ragazzi tra i quali Sagard, Babinot, Ciron, Boulanger, Laviron, Negus, Lafarge, Dupré, Navarre, Duvallier e D’Arsonval.

Da subito Bonnet si dimostra molto bravo nelle varie materie: matematica, musica e francese e Quentin quasi ne è invidioso: «Anche nelle altre materie Bonnet riusciva molto bene. Era il tipico primo della classe! Che razza insopportabile! Il suo forte era la matematica, che io odiavo». (25)

La guerra si manifesta per la prima volta nel corso del film per mezzo dell’allarme del coprifuoco che corrisponde alla fuga dei ragazzi negli scantinati del collegio dove vanno a rifugiarsi. Con il passare dei giorni Quentin nota che l’amico Bonnet non prega come gli altri ragazzi durante le orazioni e che prega di notte, quando tutti dormono e non possono vederlo, alla presenza di due candele accese:  «Sul comodino di Bonnet ardevano due candele, e lui stava in piedi a lato del letto, recitando qualcosa a voce bassissima, profondamente assorto. […] Ma cosa stava recitando? Forse preghiere?.. Però non teneva le mani giunte, e aveva lo sguardo fisso a terra…Girai lievemente il capo, cercando di cogliere qualche parola: quelle litanie confuse avevano i suoni sconosciuti d’una lingua diversa dalla nostra…» (43)

Inoltre Bonnet non partecipa alle lezioni di catechismo e non studia greco, diversamente dagli altri ragazzi e quando qualcuno gli chiede perché non faccia catechismo lui risponde che è protestante. Questa serie di comportamenti che differenziano Bonnet dagli altri ragazzi contribuiscono a distanziarlo dagli stessi.

Intanto la milizia tedesca comincia a fare delle perquisizioni nel collegio e Bonnet, assieme ad altri ragazzi, viene nascosto da padre Jean. Nella lettera che la madre di Quentin scrive al figlio sappiamo che Parigi viene bombardata incessantemente dai tedeschi: “A Parigi la vita è difficile, di questi tempi; ci bombardano quasi ogni notte! Ieri una bomba è caduta a Boulogne-Billancourt su una casa civile: otto morti, pensa!” (46)

Bonnet non riceve nessuna corrispondenza ed è vago quando Quentin gli domanda della sua famiglia. Tutti questi elementi alimentano Quentin a ricercare il mistero che nasconde Bonnet. Un giorno Quentin apre l’armadietto di Bonnet, trova un libro e lo apre. Nella prima pagina è tracciata una dedica nella quale invece del nome di Bonnet, c’è il nome di un certo Jean Kippelstein. Quentin capisce che non esiste nessun Jean Bonnet e che dietro quel nome si nasconde in realtà un’altra identità che viene da tutti celata.

Un’ampia scena del film mostra la giornata organizzata per la caccia al tesoro. Quentin si allontana per troppo tempo dall’area attorno al collegio per cercare il tesoro. Alla fine lo trova e, persosi nel bosco mentre si sta facendo buio, trova Bonnet e i due si riassicurano insieme, cercando di indovinare la strada per il collegio. Lungo la strada vengono fermati da una macchina della milizia, Bonnet tenta di scappare ma i due ragazzi vengono fermati e portati al collegio dai nazisti.

Ad un certo punto della storia Quentin confida a Bonnet di aver scoperto la sua vera identità e tra i due c’è una sorta di lotta poiché Bonnet, oltre a sentirsi offeso per il fatto che la sua privacy è stata violata, teme che ora la notizia diventerà nota al collegio e i nazisti lo faranno fuori. Arriva il giorno delle visite. Durante la messa Bonnet si mette in coda per fare la comunione ma quando padre Jean è in procinto di dargli l’ostia e vede che si tratta di lui, non glie la consegna: «Padre Jean avanzava lentamente, in profondo raccoglimento, reggendo il calice. Era ormai davanti a li e recitava assorto la formula della benedizione. Poi alzò gli occhi e lo vide[a Bonnet].Trasalì lievemente, rimase un attimo immobile, l’ostia consacrata tra le dita, gli occhi severi fissi in quelli di Jean, rivolti a lui, quasi candidi o disperati. Fu solo un istante: padre Jean avanzò verso di me, e tese l’ostia verso le mie labbra. Prima di chinare il capo sulle mani giunte, volsi attorno una rapida occhiata. Mi parve che nessuno, lì attorno, avesse notato quello che era accaduto.» (70)

Quentin e il fratello vanno a pranzo con la madre al ristorante il Cervo d’oro e Quentin chiede alla madre di portare con loro anche Bonnet. Durante il pranzo nel ristorante fanno irruzione dei nazisti che chiedono i documenti a tutti gli astanti. Trovato un ebreo i nazisti si accaniscono contro di lui e contro il gestore dicendo che i ristoranti sono vietati agli ebrei. Il ristoratore risponde che si tratta di un cliente di vecchia data e non intende mandarlo via. Bonnet e Quentin temono il peggio ma alcuni militari francesi, seduti a pranzo, mandano via i nazisti. Intanto tacitamente Bonnet e Quentin sono diventati due amici e Quentin osserva: «C’era questo di singolare, con Jean: ci si capiva senza bisogno delle parole. Era la prima volta che mi succedeva nella vita.» (81)

E, poco dopo, aggiunge: «Da quel giorno Jean ed io diventammo inseparabili. Avevo scoperto che con lui potevo essere sempre me stesso. Non dovevo fingere, non avevo bisogno di nascondere le mie debolezze.» (84)

Ad un certo punto padre Jean trova una serie di marmellate e bene alimentari di alcuni ragazzi e nascosti da Josef, il ragazzo della cucina. Padre Jean licenzia Josef e proibisce l’uscita per le vacanze pasquali a Quentin e al fratello e ad altri cinque ragazzi.

Un’altra scena che potrebbe far pensare alla nascente amicizia tra Quentin e Bonnet oltre a quella del bosco è quella in cui leggono assieme un libro di notte, sfidando le regole del collegio. Più che di una vera amicizia si tratta di una mutua cooperazione nelle loro attività, un interessamento nei rispettivi confronti. Se di amicizia si può parlare è un’amicizia che sta solo nascendo.

Al collegio arrivano dei nazisti che passano in rassegna le varie classi chiedendo chi è ebreo. Bonnet viene individuato dai nazisti e costretto a prendere le sue robe per lasciare il collegio. Lo stesso accade ad altri due ragazzi appartenenti ad altre classi. Padre Jean viene arrestato dai nazisti per aver coperto nel suo collegio degli ebrei e il collegio viene dichiarato chiuso. Ogni ragazzo deve preparare le sue robe per far ritorno a casa.

Prima di andarsene Bonnet regala i suoi libri a Quentin, sicuro che non avrà più occasione e voglia di leggerli nella vita futura che gli si prospetta. Alla fine veniamo a sapere che a fare la spia ai nazisti è stato Josef, l’aiutante della cucina, che ha fatto la spia come ripicca per essere stato licenziato da padre Jean. L’ultima scena che il film propone avviene fuori dal collegio, ormai dichiarato chiuso. I tedeschi fanno l’appello di tutti i ragazzi del collegio e portano via Bonnet, Negus e Dupré, i tre bambini ebrei e padre Jean per aver commesso il crimine d’occultamento degli ebrei nell’istituto. La voce narrante, quella di Quentin, ci dice che sono ormai passati più di quaranta anni da quel momento ma che mai dimenticherà la scena in cui i tre bambini e padre Jean abbandonavano il collegio seguiti dai militari armati. I tre ragazzi vennero deportati e morirono al campo di concentramento di Auschwitz mentre padre Jean nel lager di Mathausen.

Nel film i ragazzi salutano in coro padre Jean seguito dai militari che lo portano via, incuranti che non lo rivedranno più e il parroco, per fargli credere che è tutto apposto, risponde loro «Arrivederci ragazzi!». Ecco svelato il significato del titolo del film e del romanzo.

LORENZO SPURIO

05-03-2011

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.


[1] Si tratta di uno dei pochi casi in cui un libro venga tratto dall’opera cinematografica dato che solitamente avviene il processo contrario.

[2] Nel 1940 i nazisti erano entrati in Parigi mettendo la loro bandiera sull’Arco di Trionfo. Il governo presieduto da Paul Reynaud (1878-1966) venne destituito e il nuovo capo dell’esecutivo, il maresciallo Philippe Pétain (1856-1951) firma un accordo con i nazisti. La Francia viene divisa in due zone: la parte settentrionale è direttamente sotto il controllo dei nazisti mentre la parte centro-meridionale, con capitale Vichy, è affidata al governo dittatoriale e filo-nazista del maresciallo Pétain.

[3] Nel film viene inquadrata una targa con su scritto: Couvent des Carmes – Petit College – St. Jean de la Croix

[4] Louis Malle, Arrivederci ragazzi, Grugliasco (To), Archimede Edizioni, 1993, p. 14. Tutte le successive citazioni verranno fatte a questo testo e verrà indicata a termine della citazione e tra parentesi la pagina dove si trova la citazione.

“Ultimi pensieri di un robot” di Emanuele Marcuccio

a cura di Emanuele Marcuccio

Blade Runner è uno di quei film che ho iniziato ad apprezzare con il tempo, tanto da arrivare a metterlo nella mia top five personale.
È il capolavoro di Ridley Scott ed uno dei migliori sci-fi che siano mai stati girati; l’epica scena della morte di Roy mi ha sempre affascinato, chi non ricorda le sue ultime parole!

«Io ne ho… viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…

Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione…

 e ho visto i raggi “b” balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser…

 e tutti quei… momenti andranno perduti nel tempo…
Come… lacrime… nella pioggia…

 è tempo… di morire…».

Roy Betty, la vittima, salva la vita al proprio carnefice, vincendo in se stesso l’invidia e l’odio che ha sempre nutrito verso il genere umano; dimostra così la sua superiorità ed il livello massimo di conoscenza acquisiti, al punto da accettare la morte senza alcuna resistenza e la colomba che viene liberata e si libra in volo, a mio parere, sta proprio a significare la sua liberazione definitiva.

C’è un libro da cui è tratta l’ambientazione del film, ma non la trama; in questo caso Ridley Scott è andato oltre il libro, è uno di quei rari casi in cui è meglio il film del libro, infatti, è una delle opere minori di Philip K. Dick, il titolo letterale dall’originale inglese è Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, tradotto più liberamente con Il cacciatore di androidi.

Cito da wikipedia: “Lo scrittore morì poco prima dell’uscita del film, e poté vedere soltanto una proiezione privata composta da alcuni spezzoni di lavorazione. Inizialmente molto scettico sull’intera operazione, dato che la sua opera veniva di fatto stravolta, fu in seguito uno dei maggiori sostenitori del film, che non a caso è dedicato alla sua memoria. In particolare Dick rimase molto colpito dal set cinematografico, che a suo dire era stato costruito esattamente come lui aveva immaginato l’ambientazione del romanzo”.

Ispirata alla morte di Roy, nel 1995 ho scritto questa poesia, pubblicata nel marzo 2009, nella mia raccolta Per una strada.

Ultimi pensieri di un robot

O umano mondo avverso,

ch’io mi ribellai,

a ché continuare a lottare?

Il mio sogno elettrico

è morto per sempre.

(27/6/1995)

© Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC Edizioni, 2009, p. 71.

Poesia e commento pubblicato per gentile concessione dell’Autore.

È vietata la riproduzione e la diffusione di stralci o dell’intero articolo senza il permesso dell’Autore.

“The day is yours – Kenneth Branagh” di Ilaria Mainardi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

The day is yours – Kenneth Branagh

di Ilaria Mainardi

con postfazione di Daniele De Angelis

Siska Editore, 2011

ISBN: 9788897642039

 

recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ho accettato con piacere la richiesta di Ilaria Mainardi di leggere il suo testo critico-saggista su Kenneth Branagh sebbene, non me ne vergogno a riconoscerlo, non sapevo chi fosse. Ho immaginato che si trattasse di uno scrittore e che quindi il suo discorso fosse una sorta di analisi critica sulla sua produzione. Mi sbagliavo. Ho preferito documentarmi un po’ prima di affrontare una lettura di questo tipo, sulla quale, diversamente, non sarei stato neppure in grado di dire due parole. Wikipedia è una buona fonte di informazioni per neofiti che intendono avvicinarsi a un determinato autore o argomento. La pagina di Kenneth Branagh era abbastanza fornita. Ho conosciuto così per la prima volta il soggetto del saggio della Mainardi. Attore, regista e produttore teatrale, Branagh è celebre principalmente per la messa in scena di una serie di adattamenti teatrali sui maggiori plays shakesperiani ma anche per la sua parte nel film sui crimini nazisti Operazione Valchiria (2008).

Lo scritto della Mainardi è ben organizzato e sostenuto anche da un buon apparato bibliografico che consente al lettore di capire come un regista della nostra contemporaneità sia riuscito a fondere e plasmare con maestria e talento espressioni artistiche diverse, dandone prova attraverso la rivisitazione, l’adattamento e la messa in scena delle opere del grande scrittore di Stratford-upon-Avon. La stessa Mainardi osserva nella nota introduttiva: “Kenneth Branagh uno dei più compiuti esempi di ciò che teatro e cinema dovrebbero essere”.

Il testo si snoda in vari capitoli, partendo da un profilo biografico dell’autore in cui la Mainardi fa riferimento al singolare atteggiamento di Branagh ragazzino nel sapersi districare con l’inglese ufficiale e l’irlandese a seconda delle situazioni, per passare poi alle varie fasi dell’affermazione della sua carriera come regista non mancando di far riferimento al suo lampante e tempestivo successo, seppur criticato da qualcuno. Punto di snodo importante nel suo encomiabile lavoro è la creazione nel 1987 della Renaissance Theatre Company. Da ricordare anche le sue collaborazioni con vari attori molto noti, tra cui Emma Thompson e Colin Firth ma la Mainardi si sofferma a lungo soprattutto su alcuni personaggi shakesperiani molto famosi: Otello e gli Enrichi che nel corso della storia sono stati interpretati tante volte. Ad arricchire il testo è un articolo di Jaime Diamond che la Mainardi ha tradotto in italiano.

Lorenzo Spurio

 

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