Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

“Roma mi somiglia” di Serena Maffia. Recensione di Lorenzo Spurio

Serena Maffia, Roma mi somiglia, Passigli, Firenze, 2017

Recensione di Lorenzo Spurio 

Non ci si ferma ad osservare la Capitale, la città nella quale Serena Maffia, di natali calabresi, vive da molti anni, nel suo nuovo libro. In Roma mi somiglia (Passigli, 2017) la poetessa, nota per una serie di iniziative e realtà culturali e poetiche che presiede e nelle quali è coinvolta in prima linea, ci fa respirare odori speziati e vedere attraverso prospettive diverse, come se le visive che qui vengono proposte fossero filtrate di volta in volta da una sorta di griglia al di là della quale il lettore viene chiamato a posizionarsi. Di Roma c’è l’antichità e il sublime, la ricchezza architettonica ed il mito, i fasti e il barocco, ma anche l’indefinitezza e il caos, la vastità e un senso di mancanza,  il sintomo di un’antinomia che si realizza e viene vissuta tra il contesto ambientale e il mondo introspettivo. Particolarmente meritorie di attenzione sono quelle liriche nelle quali si dà traccia di scavi psicologici, letture emotive ed attestazioni di amore; un amore che non di rado è vissuto nella forma della mancanza, vale a dire in quella sensazione di famelica sete che amplifica il desiderio ma spesso fiacca il quotidiano. Sicché l’unione fisica, il rapporto coronato, l’esplicitazione di una gioia concreta e duratura sembrano latitare nei versi che si susseguono per dar spazio, invece, all’amore ricreato per mezzo della memoria (quello dei bei momenti vissuti, ormai lontani dal qui ed ora) e metabolizzato proprio per mezzo dell’atto poetico: la trascrizione dell’assenza non è annunciatrice di una condizione perentoria ed asfittica ma dà modo, proprio grazie alla forza maieutica del canto lirico, di fugare la sofferenza, la rabbia, il disincanto che potrebbero degenerare in cupo scoramento.

la scrittrice italiana Serena Maffia
Serena Maffia

Il libro spazia nella toponomastica e nella geografia locale; esso non contiene solo liriche d’amore ma anche grandangoli favolosi, cartoline pittoresche di città del nostro Belpaese nelle quali la natura si fonde all’architettura, la scienza all’antichità, il sentimento alla voglia di indagare. Lo sguardo verso queste piazze (quelle di Firenze, Napoli e Palermo, solo per citarne alcune) è così puntuale ed esteso da produrre un effetto di autofagia che rincorre un desiderio della totalità: Roma è diluita negli scorci, è presente nell’aria, è introiettata nel modo di vivere, per divenire un denominatore comune, una costante che è però in grado di ravvedersi e mutare. Serena Maffia, nei tanti rimandi al Tevere, alle sue anse, ai ponti, alle rive di quel bacino dalle acque “aspre” fa della Città Eterna una città d’acqua: non solo una “metropoli scoperta”, ma una sorta di golfo equoreo, un villaggio dove “piove mare”, nel quale si odono sciabordii e flessuosità. Lo sguardo, è quello ammaliato e dubitativo, circospetto e passionale di una donna che osserva il mondo, il suo uomo, ciò che la rende donna e completa: “ti guardavo come si guarda l’acqua/quando è immobile”.

Nel grand tour di alcuni dei maggiori capoluoghi del nostro paese si sovrappongono trame di immagini dove il ricordo è la carta copiativa e i tracciati vergati sono gli itinerari percorsi. Vie in qualche modo irraggiungibili e impraticabili al presente alle quali si ripensa; nell’atto del riaffiorare alla memoria esse vivono di vita propria, come un prolungamento temporale, ma è una vacua  sospensione.

Il libro è ricco di immagini positive e lucenti ma non è restio neppure alle zone di buio, quegli antri in cui ci si rintana in maniera illusoria e che, al contrario, esacerbano dolori, mancanze, incomprensioni, difficoltà con le quali dover convivere incluso quelle preoccupazione di matrice esistenziale, rovelli psicologici che incalzano inquinando pensieri: “ora che so di essere nessuna/ nessuno è un bambino al buio”. Una silloge apparentemente inclinata a guardare il mondo di fuori, ciò che ci circonda, dove agiamo, lo spazio che ci vede crescere ma che in realtà è un almanacco di fatti privati trasposti in pensieri nei quali si nota in maniera distinta l’influente carico del vissuto, l’evocatrice forza espressiva, la liquidità dei momenti nei quali Serena, lunatica e stanca, con un procedimento mimetico, si è disciolta. La sua acqua è verbo dell’anima.

Lorenzo Spurio

Jesi, 14-03-2017

“Hýsteron Próteron” di Rosanna Gambarara, recensione di Lorenzo Spurio

Rosanna Gambarara, Hýsteron Próteron, Pagine, Roma, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

La poetessa urbinate Rosanna Gambarara, da anni residente nella Capitale, è recentemente uscita con la pubblicazione del titolo Hýsteron Próteron (Pagine, 2016), volume che si compone di tre sezioni che a loro volta portano i titoli di “Divagazioni”, “In filigrana” e “Hýsteron Próteron” che è la parte più consistente da un punto di vista del numero delle liriche ivi contenute.

hysteron_proteronIl libro è inaugurato in esergo da una citazione tratta da uno dei maggiori filosofi ovvero Sant’Agostino, con un estratto in cui parla del tempo, tema caro e totalizzante dell’opera del religioso di cui parla ampiamente negli scritti filosofici de Le Confessioni. La Gambarara ha posto nella primissima pagina del libro questo frammento del filosofo dove si allude alla difficoltà di categorizzare e analizzare il tempo: aspetto ubiquo e dominante della nostra esistenza che non ha, però, una sua identità chiara ed univoca tanto da divenire qualcosa di sfuggente o di difficilmente trattabile in campo analitico. Il percorso che la poetessa fa in questa raccolta di versi va un po’ in questa direzione, nel tentativo di evidenziare quella realtà taciuta, di investigare le incongruenze del pensiero, di far, cioè, luce sulla difficoltà dell’uomo nell’interagire con un mondo fisico e concreto dove l’approfondimento esistenziale ed ontologico prende la forma di un dilemma ampio e difficilmente valicabile foriero di “sghembi itinerari”.

Quelle della Nostra sono, appunto, “divagazioni”, vale a dire riflessioni personali su una realtà non presente, e dunque inconsistente, sulla quale è possibile congetturare, amplificare  la considerazione dei meccanismi che reggono l’esistenza dell’uomo nel mondo.

Echi crepuscolari, liriche dallo stile piano e di facile fruizione che abbracciano la natura e che si stagliano nelle liminarità della mente dell’uomo, tra paure, sentimenti di desolazione, solitudine, inappetenza e meravigliato ricordo di luoghi esotici, in particolari della penisola ibeirca. Densa ed acuta la riflessione sul tema del tempo, meglio indagato nella lirica “L’attesa” dove la Nostra non manca, con un verseggiare istantaneo e veloce, di tracciare, tra vita personale e sociale, l’impegno dell’uomo nelle giornate rituali che compongono la sua esistenza che la Gambarara intravvede in toni critici e non sempre benauguranti come quando parla di “mondo feroce” o fa riferimento al “ritmo dei passi affrettati”.

In “Il silenzio”, sulla scorta di un’applicazione teoretica di tesi,antitesi e sintesi, la poetessa giunge a sconfessare le considerazioni iniziali per asserire, dopo una più sentita ricerca, che il silenzio non è assenza bensì “il luogo in cui il pensiero ricama/la trama/delle sue verità”. Dunque una presenza costante, una divinità che tace e presiede, un sodale che accompagna le vicissitudini del reale, ma anche un antro salvifico che permette una più capillare circumnavigazione della coscienza e, dunque, dell’apprendimento del mondo.

L’ultima sezione, “Hýsteron Próteron”, locuzione che letteralmente sta a significare “successivo e precedente” ad intendere un atipico invertimento nella normale e logica costruzione sintattica al fine di avere una efficace resa espressiva delle immagini, contiene liriche in dialetto urbinate fornite anche in tradizione in lingua italiana. Qui sono i colori e gli odori dell’infanzia a risaltare, di un tempo che si percepisce ormai lontano ma benefico e al quale la Nostra anela, ritorna con particolare attaccamento nei sui “vagabondaggi della vita” riappropriandosi della sua terra natìa e della cordialità delle sue genti. Ecco allora che quei “dettagli della quotidianità” riaffiorano in maniera determinante e assai nevralgica al punto tale di essere capaci di far “anneg[are] nella laguna del silenzio”. Curioso e folkloristico in “Lo sprovingol” il rimando a una presenza ectoplasmatica notturna, bizzarra e che incute paura, quella dello sprevengolo di trazione marchigiana, folletto dispettoso e minaccioso che ancora in alcuni centri delle Marche, in particolare festività, viene celebrato tra risa e orgoglioso attaccamento alla cultura subalterna.

Lorenzo Spurio

Jesi, 05-02-2017

“Ambulatorio 62” di Ivan Caldarese, recensione di Lorenzo Spurio

Ivan Caldarese, Ambulatorio 62. L’inchiostro che parla di cancro, Marotta & Cafiero, Napoli, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

Dovendo vivere per un tempo limitato, è un vero peccato lasciar scorrere via, nell’apatia o nell’indifferenza, così tanti momenti. La verità è che, il più delle volte, realizziamo l’importanza delle cose quando non ci sono più oppure quando iniziano a scarseggiare. (27)

Ambulatorio-62 (1).jpgIl romanzo di Ivan Caldarese, Ambulatorio 62, è uno di quei libri che non lasciano indifferenti chi si accosta ad esso e lo legge. Capita raramente che una lettura si dimostri sin dalle prime righe avvincente e persuasiva tanto da portare a fagocitare l’intero volume in un paio di ore. Capita, al di là del coinvolgimento nei viluppi narrativi che siamo intenzionati a conoscere come evolvano, quando –come nel caso del libro di Ivan- il lettore sperimenta una forma dialogica intima con l’autore, una relazione di prossimità e vicinanza che non gli consente di abbandonare né di tralasciare il personaggio della storia e di posticipare la lettura delle sue vicende in un tempo futuro. Romanzi del genere hanno la volontà di descrivere un’esistenza che non può né deve essere bloccata neppure dinanzi alla organizzazione lettoria di chi se ne appropria perché il flusso emotivo, la carica introspettiva e gli scavi dell’anima che vengono trasposti sulla carta hanno una forza talmente alta che il lettore non può sentirsi solamente tale, ma una sorta di sodale del nostro, di amico che, pur silente, accoglie con vicinanza il disincanto, la difficoltà e le problematiche esistenziali. Qui, in Ambulatorio 62, avviene tutto questo perché ci troviamo dinanzi a una sorta di diario delle vicende mediche che contraddistinsero il personaggio in prima persona, immagine dello stesso autore, in un difficile calvario tra la minaccia della morte e la rinascita. 

Con un linguaggio semplice e d’uso comune Ivan Caldarese ci narra, senza toni patetici, con confidenza il suo dramma psicologico che fa seguito l’indomani di un esame destabilizzante, quello dell’ago spirato. La nuova realtà che si prospetta ai suoi occhi, avallata dagli esami medici, è sconvolgente: quella di una malattia assai grave che va trattata con urgenza, ma anche con uno spirito sereno, speranza e grande voglia di combattere. Assistiamo così nelle varie pagine che contraddistinguono il romanzo, efficacemente raccolte in quattro sotto-sezioni a rappresentare gli elementi della natura che, analogicamente, hanno un riflesso diretto nelle vicende narrate, al tormento esistenziale di un uomo tra paura, insicurezza e una forma d’ansia perenne che ne mina la tranquillità, condizione dilaniante che lo porta, però, a una nuova conoscenza del mondo, ovvero a riscoprire la bellezza e l’importanza di ogni cosa, anche degli aspetti da sempre ritenuti rituali, domestici o banali. In questo approfondimento della coscienza risiede la chiave di volta che permette al Nostro di non cadere nel baratro della depressione e dell’auto-annullamento ma di intrattenere una battaglia costante contro quel male oscuro, quell’ospite malvagio che ha inopportunamente e vilmente occupato il suo corpo da minacciarlo in forma sempre più seria.

La vita così, se prima era rappresentata da un semplice e meccanico concatenarsi di azioni (alzarsi, andare a lavoro, mangiare, etc.), diviene ora il motivo di una più ampia esegesi, a tratti meravigliata nei confronti dei meccanismi della natura, mai osservati con tanto interesse e partecipazione, come quando il Nostro si siede sul balcone ed osserva il cielo o uno stormo di uccelli. L’evento minaccioso e in quanto tale traumatico è a sua volta portatore di una rivelazione del mondo, come il velo di Maya che copre i nostri occhi e che, dinanzi al timore e al pericolo, viene tolto svelandoci una realtà fatta di ricchezza e colore, sempre per lo più bistrattata o data come normalità.  La metafora del viaggio in treno aiuta a capire il tortuoso itinerario del nostro, camminamento aggravato da perplessità e forti paure che in qualche modo sviliscono la natura dell’uomo come se venisse denudato dinanzi l’esistenza.

Al cospetto della “inappellabile sentenza” (28) il mondo cambia di colpo: gli interessi che priva vedevano il Nostro legato alla comunità (famiglia, lavoro, amici) di colpo vengono soppiantati dal dominio della persona. Tutte le attenzione, smanie, ossessioni prevalgono e lo stato di salute diviene l’elemento cardine. Da subito Ivan contrappone, però, un animo pacato, una rilassatezza che, pur nello stato ansiogeno, è capace di intravedere la positiva possibilità, non facendo mai spegnere la labile fiamma della speranza. Così sperimenta, in un mondo di finzione, una terapia dalle sfumature ilari che gli consente di alleviare il morbo esistenziale, interessandosi al mondo ma in chiave esterna. Crea film mentali, possibili canovacci di esistenze della gente che incontra, costruisce racconti figurandosi le persone come personaggi in improbabili racconti cercando di indagare la natura dell’uomo, la complessità delle sue forme, di sviare il suo tormento. Questa immersione in un mondo inedito e sconosciuto rappresenta, però, come ben presto lo stesso personaggio rivelerà, una via di fuga illusoria. Creativa e seducente, ma surreale e inappropriata, come mettersi una maschera per mostrare chi non si è.

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Ivan Caldarese, l’autore del libro

La situazione si fa critica perché l’ansia e il timore sembrano non abbandonare il Nostro che così scrive: “Quando impari a conoscere e a riconoscere la fisionomia della tristezza e della paura, non puoi scordarti dei loro tratti distintivi. Mai più” (55). Ed è così che di soppiatto, non invitata, entra in scena il personaggio più triste che si potrebbe pensare, la Signora Morte, da Ivan rappresentata e richiamata come un essere quasi in carne ed ossa, talmente capace a percepirne la spiazzante presenza malefica. Essa è portatrice della vittoria nella battaglia tra la vita e la morte dell’amico Pietro che, in breve tempo, passerà all’aldilà a seguito di una grave malattia. Si tratta dell’incontro più doloroso, quello con la Morte, la nemica infame che Ivan vive come una sorta di nefando pronostico, quasi come una vigilia a più ampi e gravi dolori che seguiranno. In queste pagine pervade un senso di profonda costernazione: “la fisionomia della Signora vestita di nero. Desiderava il possesso carnale di una vita, aveva aspettato con pazienza e alla fine era riuscita nel suo intento” (61).

Con la recente perdita del caro amico i quesiti esistenziali e il dramma emotivo si fanno ancora più vivi, segno che la Signora vestita di nero non guarda in faccia nessuno e la sua inesorabilità e imbattibilità rendono l’uomo privo di un sano ragionamento. Lo scrittore, nella disanima di quei tremendi momenti, è in grado di approfondire il suo animo che risulta essere la fonte di considerazioni assai sagge: “il male ci sembra spesso lontano, come se non ci riguardasse mai, come se fosse qualcosa riservato sempre e solo agli altri e non a noi” (80).

Se la terapia di dar vita a livello finzionale alla vita degli estranei non funziona, ecco che al tormento e al senso di vaghezza il Nostro contrappone il recupero della memoria, vale a dire di quei momenti –soprattutto dell’infanzia- che hanno rappresentato un periodo felice, denso di attenzioni e di amore che ora, come un bambino, evoca quali baluardi di sicurezza. Interviene anche la religione e, sebbene il protagonista si dica in più punti non credente, arriverà a sentire la necessità di confidare a Dio il suo dolore chiedendone aiuto per mezzo della preghiera.

In questa decisa ed univoca scelta per la vita Ivan Caldarese mostra con acribia i vari meccanismi da lui attuati, in sintonia con una profonda fede nella speranza, per attuare se non un addolcimento, uno sviamento degli ineluttabili e ombrosi pensieri. Mostra, cioè, in linea con quanto hanno evidenziato anche studi scientifici, quanto possa essere rilevante in casi di tumore o di profonda malattia che lede la stabilità psicologica, un temperamento rilassato e positivo, tendenzialmente creativo e operoso, speranzoso e battagliero.

Seppure spesso faccia capolino una “costante sensazione di aver già vissuto tutto” (110) il Nostro non abbassa mai la guardia, non si lascia sprofondare da quello che potrebbe configurarsi come un lecito e comprensibile stato depressivo e di rifiuto dell’esistenza, ma è sempre animato alla proiezione nel futuro: “È uno scenario desolante, ma la forza che viene fuori un po’ a tutti, a chi prima e a chi dopo e la voglia di vivere che emerge sempre, sono un’altra grande lezione di vita” (121).

La narrazione si chiude con due asserzioni di importante contenuto che, se possono in qualche modo sembrare antitetiche, in realtà non lo sono ed evidenziano ancor meglio la complessità dello situazione post-operatoria che non viene a significare la conclusione della terapia. Ivan dice infatti “Sapevo di non aver finito ancora di combattere […] La mano gelida dello spettro della morte continuava a stritolarmi la gola, ero sempre lì, la vedevo e la sentivo costantemente” (126). Nella chiusa del libro, che intuiamo riferirsi a un periodo temporale successivo agli eventi precedentemente narrati, lo stesso autore così scrive, quasi fosse un grido liberatorio “Ti ho sconfitto, cancro” (130), suggello di una felice risoluzione di una patologia che ha dimensione e diffusione spaventosa e che, purtroppo, non sempre consente a chi l’ha vissuta di fornirne un racconto, scritto od orale che sia.

Il plauso va a Ivan Caldarese che non solo ci ha fatto dono di una vicenda assai personale aprendoci il suo mondo intimo per testimoniare quanto ardua sia la convivenza con un male che minaccia l’intero corpo, ma per averci mostrato quanto la speranza, vale a dire la proiezione di un senso di positività relativo a un prossimo futuro, possa significare nell’avvicendarsi di un periodo infausto e debilitante, quale è la malattia del cancro che spesso non dà motivo di sperare né di ricreare la vita, come lui ha fatto, riscoprendosi bambino.

Lorenzo Spurio

Jesi, 06-02-2017

“Ti porterò con me” di Silvana Stremiz, recensione di Lorenzo Spurio

Silvana Stemiz, Ti porterò con me / Te llevaré conmigo, Intermedia, Orvieto, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

 Siamo attimi contorti

che s’intrecciano

in un unico sospiro. (84)

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Silvana Stremiz

Il percorso poetico di Silvana Stremiz, poetessa di origini friulane nata in Canada, è ormai consolidato da anni di pubblicazioni, partecipazioni a concorsi con lodevoli riconoscimenti nonché dalla organizzazione di iniziative antologiche con fini umanitari, tra cui un volume di poesie che raccoglie ben trentasette autori pubblicato nel 2012 e curato assieme a Barbara Brussa, volto a sostenere i terremotati del sisma dell’Emilia Romagna. Ha esordito nel 2007 con il volume La vita con i miei occhi (Aletti) e da lì l’itinerario della poetessa si è fatto capillare tanto da divenire instancabile, cesellato da una buona risma di commenti critici, interpretazioni ai suoi testi e conferimenti di premi per le sue innate doti creative. Il volume più recente, a circa dieci anni di distanza dal suo esordio come poetessa sulla carta stampata, s’intitola Ti porterò con me e contiene un cospicuo numero di liriche d’amore proposte in doppia lingua: in italiano e, a fronte, in spagnolo. Le traduzioni di Te llevaré conmigo, questo il titolo del libro in castigliano, sono state curate da validi esponenti della scena contemporanea tra cui Marisa Zedda, Monica Sturza, Raquel Ferrer Capella e la stimata poetessa naturalizzata madrilena Elisabetta Bagli, autrice dei volumi poetici Dietro lo sguardo (2013) e Voce (2015).

Nelle note critiche di apertura al volume, firmate da Matteo Tuveri e Isabella Gambini, responsabile di Intermedia Edizioni, casa editrice umbra che ha dato pubblicazione al libro della Stremiz, alcune parole chiave richiamano l’attenzione del lettore e veicolano già una data lettura nonché l’incamminamento ermeneutico del testo.

downloadCi troviamo dinanzi a poesie d’amore, pregne di sensualità e dove l’istintualità, ovvero il gesto spicciolo, autentico e non premeditato, domina sull’azione degli amanti. Le poesie si mostrano nella forma di attestazioni esplicite d’amore, invito ad abbattere le distanze e ad annullare i tempi, dichiarazioni di vivido trasporto, nonché esternazioni di sogni, incursioni nell’inconscio e addirittura nel proibito. La poetessa si svela verso dopo verso mettendosi in mostra come una donna profonda e romantica, che ha eretto l’Amore come legge morale, l’unica possibile al cuore.

Isabella Gambini pone, giustamente, l’attenzione su quegli “amori imperfetti” frequentemente richiamati dalla Stremiz in varie liriche ad intendere un amore totalizzante e radicato, viscerale e incommensurabile che si staglia al di là di problematiche, possibili differenze nonché evidenza di difetti, tanto da richiamare alcune immagini distinte e arcinote dei Sonetti shakesperiani.

L’amore, da concreto e carnale com’è in alcune liriche, viene allora a sublimarsi per diventare aereoso, metafisico, impalpabile in maniera concreta ma a suo modo universale e onnipresente. Si tratta di un sentimento che la Stremiz descrive con dolcezza e prestanza di linguaggio, a trasmettere con vivacità ed energia un vibrato sensuale che, pur discostandosi volutamente dall’erotico, ha comunque una buona componente di spasmo d’unione, aneliti di dominazione e spiriti d’offrirsi che fanno della sua poesia un atto di libertà e coscienza.

La partecipazione all’atto d’amore, ora sussurrato, ora esplicitato, si fa talvolta altisonante al punto da richiedere il ricorso a un linguaggio più concreto e di forma anti-lirica ad accentuare il desiderio d’unione e la necessità di completezza.

L’amore non è solo motivo originante delle poesie qui contenuto ma anche oggetto e finalità, a descrivere un tracciato sinusoidale di ampio chilometraggio dove anche la dimensione ludica di questo sentimento viene presa in considerazione.  

In questo canzoniere d’amore a unica voce, dove abbiamo, cioè, attestazione dell’amore da una delle due parti della coppia, il lettore potrà percepire un velato senso di estraneità dinanzi alla confessione di un universo talmente intimo. Questo non cozza con la volontà della donna che ha fatto dell’arte, del linguaggio poetico, la sua compagna più fedele ed efficace per dichiarare l’amore, lodare l’amato, riconoscere sé stessa in un amore che dà linfa ai giorni e fa raccogliere le stelle.  Un canto che, se può sembrare monocorde e a tratti possibile solo platonicamente, è in grado di tessere un inno alla vita, cogliendo i raggi più luminosi di un cuore raggiante che emana gioia e acuisce il desiderio dell’altro, a testimonianza di un amore che si vive e si crea in quell’alternanza e connubio irrazionale d’intenti taciuti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 06-02-2017

“Ai piedi del faro” di Maria Lenti, recensione di Lorenzo Spurio

Maria Lenti, Ai piedi del faro, La vita felice, Milano, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

ai-piedi-del-faro-386282.jpgSono dal gusto e dall’andamento vario le liriche di Maria Lenti raccolte nel nuovo libro che porta il titolo di Ai piedi del faro. Una promessa o una sorta di invito. Un appuntamento segreto a ritrovarsi lì, in quello spazio che nella sua verticalità scruta il mare e si protende al cielo, un aedificium che assiste alla tormenta e presiede all’infinità del cielo dove è possibile ri-trovarsi in un percorso di congiunzione che non è la semplice collocazione, lì, ai piedi del faro di woolfiana memoria, ma un recupero di memorie e il punto d’apertura a un belvedere sulle emozioni.  La poetessa urbinate, nota anche per la produzione saggistica, dove spicca una recente pubblicazione sul rapporto tra lingua e dialetto in terra di Romagna[1], ha espressamente voluto organizzare questo nuovo percorso poetico in sei tracciati in sé indipendenti che vengono offerti come normale prosecutio in quello che possiamo definire un percorso poetico rigoglioso, mai privo di perlustramenti su questioni anche di carattere etico e di interesse collettivo.

Una citazione di Edith Wharton sulla facile e al contempo complicata fruizione della felicità apre la raccolta poetica. Stilisticamente si notano in maniera distinta il ricorso ad allitterazioni e consonanze, nonché l’impiego di un versificare spesso secco e perentorio con veloci “a capo” in poesie come “Semaforo verde” dove le immagini vengono fornite in una icastica elencazione. La cronaca dei nostri giorni è ravvisabile mediante alcune liriche come “Frutti e fiori” nella quale si parla di “acqua che sommerge corpi” con riferimento alla tragica alluvione del Polesine del 1951 che, pure, è in grado di evocare il disastroso avvenimento del Vajont. In questa poesia la Lenti parla della “melma del non senso” vale a dire di quell’impasto fangoso che si crea quando si cerca di parlare di questioni dove è la Madre Terra a dettare sovrana il corso, spesso in maniera spavalda contro le umani genti com’era per il Genio Recanatese. In “Cronaca” la poetessa sembra fornisce una diapositiva di un infelice episodio (per altro ricorrente) di grettezza culturale nella forma dell’austerità di un patriarcato che non si può derogare in nessun modo, pena una condanna violenta. È il caso di quelle ragazze appartenenti a qualche paese mediorientale che, giunte in Europa, rincorrono l’edonistica filosofia del gusto o semplicemente vogliono godersi la vita incorrendo nell’immoralità di ricercare una “libertà pericolosa”. Ecco così che “l’impronta parentale” si manifesta quale sanzione reputata illegittima da un padre/marito retrogrado e illiberale per mezzo dell’applicazione della violenza che tenda a colpevolizzare e rendere esecrabile la condotta di chi insegue “troppa modernità occidentale”. Non solo una violenza che si realizza in chi, in terra straniera, cerca di perpetuare una tradizione negligente alle libertà umane ma anche un esplicito rimando agli esecrabili casi di violenza domestica, di abuso psicologico e fisico, di reiterata sottomissione coniugale, di femminicidio. 

La poesia “Colomba” potrebbe sembrare ad una prima occhiata una sorta di elaborazione del waka, poetica istantanea di tradizione orientale, ma dopo un veloce computo delle sillabe ci rendiamo conto che non lo è, non osservando la partitura sillabica 5-7-5-7-7. La forma scelta dalla Lenti nelle varie poesie che compongono questa raccolta è per lo più in verso libero vale a dire scevro da qualsiasi legame di tipo metrico, di studio sillabico; l’universo poematico non risulta, però, soffrirne, rendendosi assai malleabile ad ogni avvenimento, tema, possibilità, costruzione creativa. Ricorre una metafora verde o giardiniera ben cadenzata ne “Icone fiorite”, una sorta di flautato passo di danza con l’universo floreale che, in piccolo e secondo l’ordine dell’uomo, ricrea quella parte di wilderness più felice e colorata.

Nella sezione dedicata alla Città Ducale si apprezzano gli squarci visivi di una delle città del Rinascimento più belle che l’Italia possa conservare. La Lenti, più che approssimarsi a una commemorazione figurativa e partecipata degli spazi, si proietta verso una denuncia, pure dai toni mai concitati, nei confronti di alcune scelte –apprezzabili o meno- della Amministrazione comunale quali appunto il taglio di nerboruti tigli per far posto alla costruzione di un parcheggio per un supermercato. L’immagine di questa perla marchigiana è ben resa negli scarni versi contenuti in “Mia città” dove Urbino diviene luogo dell’anima che abbraccia il presente e addolcisce il ricordo.

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Maria Lenti, autrice del libro Ai piedi del faro

L’ultima sezione, “Occasione”, come osserva la stessa autrice in una nota in appendice, è nata su invito di Franca Battista, autrice di poesie giocose che s’imperniano su una destrutturazione simpatica del linguaggio. Di particolare impatto la resa visiva di “Goccia a goccia”, prima lirica di questa sezione  in cui l’immagine dell’olio è resa per mezzo di una descrizione meticolosamente attratta al colore e alla composizione: “Verde-giallo e simil-oro/ odorante e trasparente/ in cerchi concentrare/ un filino sgocciola/ gustar-assaporare” in una sorta di invito alla degustazione. In “Scoperta e silenzio” il tracciato di sviluppo sessuale di una donna attraverso lo scorrere del tempo visto attraverso la comparsa e la cessazione del ciclo mestruale. Anche questa poesia è, a suo modo, un affresco di una “occasione”, di una vicissitudine terrena, di una partizione dell’esperienza umana, di una vicenda personale vissuta con sorpresa prima e quieto accoglimento poi.

Dopo la curiosa esperienza di narrativa breve di Giardini d’aria[2], la Lenti ritorna con un volume ricco di suggestioni, mai completamente interpretabile in senso unico, dai percorsi multipli e dalle letture intricate che chiamano a riflettere, a percepire collegamenti, parole-chiave e, soprattutto, a cercare di entrare con rispetto nell’intimità di una prolifica autrice che spazia tra immagini, tematiche e sorvola con un piglio deciso, intendimenti diversi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 24-01-2017

 

1] Maria Lenti, Cartografie neodialettali. Poeti di Romagna e altri luoghi, Pazzini, 2014.

[2] Maria Lenti, Giardini d’aria, Marte Editrice, 2011.

“Ci basterà il mare” di Maria Luisa Mazzarini, recensione di Lorenzo Spurio

Maria Luisa Mazzarini, Ci basterà il mare, EEE, Moncalieri, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

Ancora una volta la poetessa pescarese Maria Luisa Mazzarini ci consegna un prezioso libro sulla natura. Non una mera elencazione di spazi, più o meno vagheggiati o vissuti, ma una continua altalena di simbiosi panteistiche, richiami evocativi a uno spazio illibato, canti di riconoscenza al creato. Continua, cioè, con questa nuova silloge dal titolo Ci basterà il mare un percorso che ha intrapreso da anni e che ho seguito con piacere e vivo interesse nel corso delle varie pubblicazioni che ne sono fuoriuscite.

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La silloge poetica Ci basterà il mare (2016) della poetessa abruzzese Maria Luisa Mazzarini 

Il titolo del nuovo lavoro sembra avere la forma di un’attestazione di modestia ma, in realtà, viene proposto in maniera così diametralmente concentrica ad intendere tutt’altro. Quasi a dire, “ci basterà l’infinito”. Una sorta di venatura ossimorica presiede, dunque, a questo volume dove la Nostra ci fa respirare i palpiti della natura, percepire l’arrossamento dei petali nonché sentire il calore di un raggio che lambisce l’ambiente. La componente floreale, dalla Nostra richiamata con puntualità, con attenzione nei confronti delle varie specie è una costante che arricchisce questo tragitto sognante in uno spazio dove il rigoglio, il calore e la spontaneità dominano.

La natura è a sua volta sfumatura di un rimando costante al tema amoroso che è anticipato da un frammento di Saffo nel quale si richiama l’atemporalità e l’aspazialità del sentimento umano.

Come già sottolineato in una precedente recensione risulta a suo modo estremamente importante anche l’aspetto visivo della poesia, vale a dire come il testo steso sulla carta si presenta: i versi sono intercalati spesso da spazi più ampi di una semplice “a capo” quasi da voler intendere una lettura lenta e suadente, termini in maiuscolo o in corsivo impiegano queste forme grafiche per evidenziare d’istinto quelle che sono le parole chiave della poesia o comunque i fili conduttori di un pensiero che ci viene fornito. Il verso si spezza non solo con il tipico “a capo” ma anche in dimensione orizzontale, vale a dire i versi sembrano ondeggiare su più piani, fornire una composizione intrecciata, creando degli interstizi comunicanti di significato, di reversibilità di contenuti. C’è in questa singolare stesura di materiale poetico sulla pagina quasi un invito che viene fatto al lettore: quello di cogliere i collegamenti più stretti e nevralgici, di individuare un nesso di continuità con elementi fisicamente distanti per tracciare una mappa concettuale unica e da essa trarne in termini di sintesi il messaggio o l’intento comunicativo dell’autrice.

L’opera è composta da varie sottosezioni come quella intitolata “Ci basterà il mare” che fornisce il titolo all’intera raccolta. Nella poesia capostipite di questa sezione come non stupirsi dinanzi al delfino rosa, in un’immagine di vertigine ludica e di compresenza empatica in un gioco d’acqua sofisticato e al contempo coinvolgente. Nella stessa sezione troviamo una lirica dedicata al maledetto Baudelaire nella quale la Nostra riflette sulla figura del cosiddetto poeta capace di librarsi dalla materialità asettica e privativa di creazione.

La fenomenologia dell’universo equoreo ritorna con palesi esempi in varie liriche della raccolta (“acqua/ che scorre liquida/ tra radici d’alberi/ e meduse trasparenti”), quale spazio galleggiante carico di fascino e dove accadono cose incantate, distanti dal margine indistinto della terra da dove guardiano e, spesso, ci fermiamo a riflettere in un ritornello costante di rapporto con la divinità dell’acqua: “Il tempo/ di toccare la riva/ con un dito/ e l’acqua si ritrae”.

Il lettore prova un leggero capogiro nel continuare nella lettura che gli è dato dallo stordimento che prova per gli effluvi carichi di aromi, per le tipicità olfattive di una flora ridente e assai generosa: agave, lavanda e mirto ed il “profumo sottile/ delle tamerici” che sembra amplificarsi. Arbusti e realtà vegetale che non solo decorano la realtà emozionale della nostra, ma la dettano e la motivano.

Della natura la Nostra ci descrive l’amore e lo stupore, l’attaccamento e l’insopprimibile esigenza, ci fa conoscere l’alfabeto dell’acqua e ci indottrina sulle rune della terra, omaggiandoci con versi carichi di luci e bagliori che evidenziano una grande resa descrittiva delle percezioni vissute ed elaborate. Ogni luogo s’identifica grazie ai suoi specifici abitanti vegetali e i suoi profumi, tanto da connaturarlo come uno spazio preciso, dagli echi mitici e dai sentori nei quali è possibile ravvisare anche un insegnamento provvidenziale nonché un messaggio profetico. In questo testamento spirituale che contiene la lode meravigliata verso il Creato, la Nostra si sente sicura e protetta perché, per mezzo di una scheggia di memoria, è capace di ritrovare sé stessa e scrivere, al presente, la sua storia d’amore: “Io sono tornata/ a piedi nudi sulla riva/ e Tu eri già lì,/ dov’è/ la nostra spiaggia”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 20-01-2017

 

“Eppure” di Amerigo Iannacone, recensione di Lorenzo Spurio

Amerigo Iannacone, Eppure, Edizioni Eva, Venafro, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

In ordine meramente cronologico il volumetto Eppure del noto poeta e scrittore di Venafro è uno degli ultimi arrivati. Pubblicato dalla casa editrice Edizioni Eva diretta dallo stesso Amerigo Iannacone nel 2015, la plaquette poetica si apre con una nota critica incisiva ricca di rimandi al testo dell’autore a firma di Giuseppe Napolitano. Tale testo, posto nella posizione preliminare della prefazione, porta il titolo al tempo descrittivamente chiaro quanto enigmatico di “L’immagine sullo specchio”. Il volume si trova volutamente ripartito dal Nostro in due sezioni, una prima parte più corposa per il numero dei componimenti che la rappresentano, sotto il titolo che è quello dell’intero libro e una più minuta sezione, in appendice, dal titolo “Nuptiae”, che presenta brevi testi poetici dedicati al figlio e alla sua futura vita matrimoniale proprio nel giorno delle nozze.

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Il poeta molisano Amerigo Iannacone, autore del libro di poesie “Eppure” (2015)

La poetica di Iannacone si contraddistingue per una linearità della forma assai palese, per l’affiatamento verso la costruzione e la trasposizione di immagini consuetudinarie, colte nel loro evolversi, per la riflessione serrata e reiterata condotta sul tema del tempo. Vi è un insopprimibile attaccamento materno verso Venafro, Isernia e la sua regione natale, ma anche una sollecitazione continua data dal riaffiorare di memorie e dalla ricerca, nostalgica, di momenti o di persone che non abitano più l’attualità.

L’andamento fortemente descrittivo ne fa una poetica visuale che si caratterizza, più che per la sofisticazione emozionale, per la restituzione di un mondo oggettuale, pure di provincia, ritratto però con enfasi e compartecipazione perché parte inscindibile dell’esperienza terrena del Nostro.

Non c’è asprezza né rabbia nelle liriche di Iannacone sebbene in molte di esse spesso fa capolino un’ombra, un’evanescenza che produce dolore, un’assenza lancinante o semplicemente l’elaborazione di un sentimento d’abbandono, di limitata gioia, di esistenza gravata spesso anche da dubbi, dolori, momenti non felici e, comunque, fasi dettate in qualche modo da un periodo ammorbato dalla tristezza. Non si cade mai nel baratro nero e senza fine perché Iannacone intravede anche barlumi di speranza, aperture positive, vagheggia provvidenziali ritorni, auspica il decisivo ritrovamento di uno stato di benessere. Quell’ “eppure” del titolo dà speranza permettendoci di comprendere che niente va visto nella forma della staticità e della compiutezza, piuttosto in un processo di continuo mutamento. Ecco perché nelle liriche di Iannacone la pesantezza emozionale di alcune immagini non degrada in vittimismo e c’è sempre, comunque, una sorta di scappatoia, seppur non ben descritta. Va ricordato, poi, che “eppure” è una particella assai impiegata nel comune utilizzo della lingua –soprattutto nel parlato- e che ha una duplice funzione: un valore avversativo, ossia simile alle subordinate introdotte da “ma”, ma anche un valore esortativo o di incitamento come avviene in esclamazioni del tipo “Eppure dovrò leggere!” In questa biunivoca possibilità d’intendimento del titolo credo che vadano lette anche le intenzioni, più o meno manifeste, che hanno portato il Nostro alla stesura di questo lavoro poetico.

Non mancano componimenti che si discostano leggermente da questa poetica di tipo impressionistico per situarsi su una dorsale che ha fatto suoi motivi di indagine psicologica, ontologica e filosofica propriamente detta come i dubbi e le considerazioni che spesso vengono snocciolate, il ricorso, a volte provvidenziale altre ad incitamento, verso la religiosità ed, ancora, l’adorazione verso la poesia, carme antico che traccia l’esperienza vissuta dell’uomo. Iannacone riconosce nella poesia doti ineguagliabili, difficilmente riscontrabili in altre discipline del sapere, vale a dire quelle di essere sintomo e apertura per la felicità, ma anche valido antro di protezione, baluardo di sicurezza, confidenza con sé stessi, forma pedagogica di conoscenza del proprio mondo interiore, nonché di quello esterno. Attribuisce, insomma, alla poesia il ruolo che essa ha avuto dalla notte dei tempi, vale a dire quella di fornire un tracciato emozionale e di dare la diagnosi di un’esistenza calata nel suo cosmo, microcosmo diluito in un non ben specificato universo liquido, spesso straniante.

Lorenzo Spurio

Jesi, 18-01-2017

“A tempo e luogo” di Angelo Andreotti, recensione di Lorenzo Spurio

Angelo Andreotti, A tempo e luogo, Manni, Lecce, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La casa aveva radici di pietra

le pietre si consumavano nel tempo

ma il tempo non la finiva di edificare (31)

cop andreotti - a tempo.jpgSulla scia di una poesia contemporanea che rigetta la sperimentazione per ancorarsi a una tradizione d’impostazione perlopiù classica, Angelo Andreotti nel suo nuovo libro A tempo e luogo (Manni, 2017), compone il continuo percorso dell’uomo in un corollario mitico di essenze imbevute in uno scenario che più naturalistico non potrebbe essere. La natura non è, però, il locus romanticamente preso in esame quale elemento-simbolo, archetipo indivisibile dall’intensità emotiva; neppure è richiamata per motivazioni che potrebbero addirsi a dimensioni marcatamente agresti e sublimi, incantante e leggiadre, nemmanco di civica riflessione improntata all’interesse di salvaguardia ambientale. La natura di Andreotti s’identifica negli emblemi in sé ricchi delle figure-simbolo del bosco (contrapposto alla città mai nominata ma che intuiamo e al focolare domestico), del fiume, della terra e della presenza di corpi celesti che annunciano ciclicamente l’avanzata della sera, piuttosto che la vigilia del giorno come le succose “cosce nude della notte” (71).

 La natura, allora, non è propriamente cornice vegetativa della narrazione sensoriale finendo per apparire in maniera assai più distinta e pregnante come un sodale compagno col quale intrattenersi a discutere, una presenza costante che è lì non solo perché qualcuno di più Alto ce l’ha posta ma per essere la volitiva protezione del tormento dell’uomo nella sua spersonalizzante condizione che lo porta a rincorrere quel desiderio mitico, primordiale, di ritorno alla natura. Se esso non la interpella direttamente, se il poeta non ci dice di sedersi su una roccia al margine del fiume, è perché visivamente il lettore è in grado di comprendere da sé questa simbiosi inverosimile tra la componente vegetale, e più in generale dotata di una linfa equorea, e l’uomo in un sodalizio che viene ravvivato dal clima di calma dell’ambiente capace di amplificare la comprensione di sé stessi, di incenerire dubbi o arroventare incomprensioni. Ed è lì che si ravvisa quel sentimento di fuga e di ricerca, in quello spazio liminare che separa la casa dal bosco, la vita del rumore e della abitualità da quella armonica e fruttuosa del mondo silvestre.

Due gli aspetti centrali dell’intera silloge sui quali il lettore è chiamato a fare una riflessione più ampia a partire dagli elementi che ricorrono con spasmodica frequenza, quasi in ogni lirica, a dettare il filo rosso di un percorso che è poetico ma anche e soprattutto umano, di carattere evolutivo. Da una parte il mondo della liminarità, vale a dire di tutto ciò che s’identifica a livello simbolico nella forma della soglia, del margine, del limite ovvero di uno spazio che, paradossalmente, è un non-spazio, privo di identificazione e caratterizzazione proprie essendo, per sua collocazione, un avamposto sincretico di prima e dopo, di qua e di là, degli elementi che trova a congiungere e, al contempo, limitare. La poetica di Andreotti è un mare magnum di espressioni che con perizia e ricorrenza s’imperniano nella meticolosa resa di immagini e situazioni nella forma di un limite: un varco da passare, un baratro sconosciuto, un abisso provvidenziale, un’apertura potenzialmente salvifica. Si tratta, allora, di ricercare negli spostamenti dell’io lirico, nel groviglio sofisticato di pensieri che non di rado hanno del filosofico (echi eraclitiani, ma anche alla saggezza di S. Agostino) verso un oltre in un tragitto che è in continuo divenire tra partenze, soste, ritorni e ripartenze, nella complessità mobile del flusso inarrestabile dell’esistenza. Il fiume, che nel suo emblematico corso sinuoso fa ricordare l’immagine di un serpente, diviene allora la forma più esplicita di questa rabdomantico percorso di fuga, ricerca e crescita che si compie in quei momenti in cui l’animo del Nostro libra flessuoso o salpa convinto, piuttosto di arrendersi all’evidenza di un dubbio insolvibile. “È che in fondo tempo e fiume si assomigliano:/ entrambi scorrono/ restando/ nel punto esatto da cui se ne sono andati” (61) annota Andreotti, anticipando quello che è il secondo nucleo tematico: il tempo.

Andreotti lo richiama continuamente ed esso lo sentiamo vivo e pulsante, come un ticchettio rumoroso e inarrestabile, mentre leggiamo i vari versi. Una presenza tacita ed ubiqua, in ogni singola stanza delle varie poesie che si fa talora motivo d’elucubrazione, monito di sfida, riflessione amara, considerazione ineluttabile e dolorosa, portando con sé non di rado un carico pesante di immagini legate a un passato ormai lontano. Nella poetica di Andreotti è evidente quanto il tempo, ossia la riflessione sul tempo, possa essere condotta in maniera serrata e vigorosa partendo dalla considerazione che esso c’è, non visto, anche per chi non se lo pone come dilemma o come costruzione astratta da discutere ed elaborare in termini razionali.

Ecco allora che entrambi gli elementi investigati in vari modi e da angolature differenti nel corso di questo piacevole percorso poetico si ritrovino in sé uniti più di quanto sia possibile credere. La poetica di Andreotti, infatti, si assesta sulla consapevole ricerca di un dialogo con l’Assoluto per mezzo dell’interrogazione di filtri di consapevolezza legati alle canoniche categorie logiche di kantiana memoria, che sono il tempo e lo spazio. Del luogo, che è quello atavico e primitivo identificabile nella Dea Madre, l’analisi è condotta puntualizzando la discontinuità e frammentarietà degli spazi da lui evocati nei loro distingui e separazioni, nelle aree di intersecazione e promiscuità, negli ambiti interstiziali e comunicanti che descrivono la figura del limite. Immagine paurosa e indescrivibile in toto perché configurabile mentalmente secondo i parametri del mistero e, dunque, del terrore.

Contestualmente, il tempo non è quello lineare o descrivibile nelle tre accezioni di passato, presente e futuro, preferendo assestarsi attorno a un piglio diaristico e diretto, personale e al contempo condiviso (la narrazione poetica è spesso affidata a un imprecisato “noi” piuttosto che a un sottinteso soggetto di prima persona). È il tempo del ricordo, ma anche dell’attesa, il tempo del cambiamento, un tempo che ritorna e che si ripercorre per la capacità avuta di donare emozioni che si rincorrono. In varie poesie percepiamo l’idea di una confusione temporale che è chiaramente voluta a rendere, forse, un periodo di sbandamento o di noia, di anoressia sentimentale o di ripiegamento del proprio animo. Ad ogni modo la riflessione sul tempo quale presenza, minaccia, quale concetto filosoficamente ed umanamente parlando, pervade l’intera raccolta. Eccone alcuni esempi chiarificatori: “Di notte le ore contano di meno/ se aggrovigliamo il tempo alle parole” (45); “Noi continuiamo a essere dove siamo già stati/ e già siamo là, dove andremo, poiché viviamo/ anche la vita che avremo potuto vivere” (78). Ecco perché l’autore non poteva rendere in termini sintetici al meglio del titolo che ha scelto per l’opera: A tempo e luogo. Ha il sapore di una promessa, resa tramite una forma idiomatica pregna di speranza o, forse, di malcelata remissione verso un’esistenza che, pur in lento e continuo cambiamento, è un reticolo difficile e non a vista, fatto di soglie da varcare e abissi da cui star lontani.

La resa impressionistica di alcuni versi (“silenzio spaccato/contro l’orlo acuto della memoria”, 16) permette di sfiorare poesie lorchiane, soprattutto quelle notturne e in presenza di luna, di percepire vaghi echi luziani in quel vento spesso irruente, capace più di gelare l’animo che far venire la pelle d’oca: il vento che “tutto toccava/ma nulla afferrava” (10). L’impostazione assertiva di alcune costruzioni fa pensare anche al primo Saba sebbene sviscerato della componente prettamente civica e ideologica. Fascino verso la captazione frammentaria di un mondo ricostruito mediante fotogrammi fortemente visivi e dalla resa cromatica impressionante. Non è un caso che la seconda parte del volume si apra con una citazione in esergo di Giovanni Testori che recita: “Noi conosciamo/ solo per frammenti/ e solo per frammenti/ possiamo profetare”.

Con aplomb e un fare rassicurato Andreotti parla della limitatezza dell’uomo nel conoscere l’immensità del creato, visibile ed invisibile, che lo rende, come ogni altro essere, imperfetto e incompleto dalla nascita. Preveggenza e totalità dello scibile che è data, forse, solo a Dio e che l’uomo difetta clamorosamente rendendosi egli stesso spesso autore o fautore di circostanze in sé perigliose, frutto d’avvedutezza, eccessiva spontaneità e di incontenibile vibrato emozionale.

Il tempo è chiaramente la soglia più grande e terrificante. Un tempo che sa di perduto e di consumazione, ma anche di ricerca mitica, di ferrea convinzione, di smodata e incontrovertibile prestanza. Esso non solo è trascorso ma è percorribile come uno spazio. Andreotti ce lo caratterizza in tutte le gradazioni possibili inimmaginabili, comprese quelle più convulse ed atipiche, quelle ideogrammatiche e capaci di registrare la convulsione del pensiero dell’uomo: il tempo sa essere “rapido” (26) ma anche “sospeso” (28) nonché “vuoto” (29), pieno di “insidie” (12) e di “dimenticanze” (29) tanto da essere una sorta di evanescenza (Andreotti parla della “opacità del tempo”, 41) o recrudescenza della stessa vita: esso è “soltanto l’inganno di un presente/ sottratto alla sua assenza” (36). Soprattutto esso è un crudele spartiacque, una soglia impetuosa perché, da qualsiasi punto lo si osservi, esso “divide e distingue” (61). Bonario come un fanciullo esso mostra “pazienza” (74) che non è che una forma ambigua di “illusione” (76) che lo maschera a qualcosa d’altro, difatti come un temporale furibondo o un mostro infido esso “s’incurva” (86).  A tutto ciò Andreotti contrappone una granitica certezza, un’impareggiabile verità che sembra aver maturato da una affiatata e pervicace analisi introiettiva col tempo: esso “ci accade” (22) ovvero, per usare altre sue parole ad effetto, “ci trascorre in mezzo” (23). Verità che si fa, però, assai vacua e indistinta se incalzata da un dilemma profondo con il quale ci si chiede: “Ma noi lo sappiamo/ che scambiamo la vita con il tempo?” (68).

Lorenzo Spurio

Jesi, 16-01-2017

Francesca Luzzio su “Dipthycha 3” di Emanuele Marcuccio

Questo che segue è l’intervento di Francesca Luzzio (poetessa, scrittrice, critico letterario) tenuto a Palermo presso Villa Trabia il 12-6-2016 nell’occasione della presentazione del volume «Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito….» (PoetiKanten, 2016) a cura di Emanuele Marcuccio.

Dipthycha 3 è un’antologia poetica curata da Emanuele Marcuccio; ma forse, è meglio leggere il numero tre come avverbiale, ter, ossia tre volte perché è la terza volta che viene pubblicata una raccolta di poesie con questo stesso titolo, se si prescinde dal numero che ne indica la successione e da qualche variante verbale presente nel sottotitolo.

Il progetto trova la sua matrice nel manifesto dell’Empatismo nato a Busto Arsizio (VA) nel 2014. I soci fondatori considerano la poesia “come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo”; inoltre fra l’altro si legge che “i poeti empatici eleggono il dittico poetico a due voci come forma per eccellenza di empatia poetica”. Orbene in Dipthycha 3 il curatore continua a immedesimarsi “in ogni vita vivendo mille vite in una”, come si legge ancora nel manifesto, e sicuramente ad esprimere questa “corrispondenza d’amorosi sensi”, come spesso Emanuele suole dire, citando il famoso verso dei Sepolcri di Foscolo, non poteva non nascere un terzo volume, a cui sicuramente ne seguiranno altri.

Ma la corrispondenza qui i vivi non l’istaurano con i morti, ma con la natura quale amica e confidente, con la vita attuale, con il presente, con il rifiuto dei disvalori che la caratterizzano, aspetto quest’ultimo fra l’altro dichiarato esplicitamente nel manifesto programmatico di cui si è detto, non solum sed etiam i poeti comunicano inconsapevolmente tra loro perché ispirati dalla stessa realtà, dallo stesso contesto naturale ed umano in cui tutti viviamo e rivelatore di tale corrispondenza è il computer, è internet che Marcuccio chiama “foglio di vetro impazzito” e di cui i poeti del passato, certo, non potevano fruire. Grazie alla tecnologia, grazie a questo moderno dittico, quale è il portatile, possiamo corrispondere, dialogare tra noi stessi e con il mondo. Emanuele per primo ha messo in evidenza l’importanza di internet a tal fine e, in qualità di curatore delle tre antologie nei sottotitoli ne ha rilevato il ruolo e l’importanza. Così i diptycha, le tavolette cerate d’epoca romana diventano metafora della comunicazione virtuale la cui importanza viene ribadita nel sottotitolo di questa terza antologia senza l’aggiunta di avverbi, considerata l’acquisita certezza della sua idoneità alla scoperta delle affinità elettive in poesia. Ciò detto ci resta di calarci dentro il testo e vedere come Emanuele con naturalezza empatica scopre non solo affinità elettive tra lui ed altri poeti, ma anche tra poeti diversi da lui stesso, grazie a quel meraviglioso strumento di cui abbiamo testé parlato. Affinità elettive si è detto ed “elettive” deriva dal latino “eligo”che fra l’altro significa scegliere ed Emanuele ha scelto ed ha saputo alimentare, dare vita attraverso questa antologia a quella empatia che esiste tra poeti che magari senza internet, non si sarebbe scoperta.

dipthycha-3_original-cover_front_900Robert Vischer, studioso di arti figurative e problematiche estetiche di fine Ottocento definisce “empateia” la capacità fantastica di cogliere il valore simbolico della natura, sentir dentro “con-sentire”, ossia percepire la natura esterna come interna, appartenente al nostro stesso corpo, proiettare da noi agli altri e alle cose che percepiamo. Teodor Lipps pone anche lui l’empatia al centro della sua concezione estetica e filosofica e la considera quale attitudine al sentirsi in armonia con l’altro, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d’animo e quindi in piena sintonia con ciò che egli stesso vive e sente. Entrambe le definizioni sono idonee a definire i dittici poetici presenti in questa antologia, dove Emanuele non propone solo corrispondenze tra sé ed altri poeti, quali Silvia Calzolari con la quale ha condiviso il primo dittico presente in tutte le tre antologie, quasi come dittico programmatico dedicato alla telepresenza (leggere), ma anche dittici di poeti diversi, dove egli ha semplicemente avuto il ruolo di rivelarne “l’empatia telematica. I primi ventuno componimenti vedono interagire Emanuele con Silvia Calzolari e altri poeti, quali Giovanna Nives Sinigaglia, Lucia Bonanni, Maria Chiarello, Ciro Imperato, solo per citarne alcuni e non fare una lunga elencazione, ma tutti profondamente ispirati nel rivelare sempre i profondi moti dell’animo e proiettarli in una natura complice ed amica o nel denunziare le problematiche sociali dei nostri giorni. Ovviamente ogni poeta pur trattando lo stesso tema, tende a proporlo secondo le proprie modalità espressive, il proprio stile. Ad esempio, Silvia Calzolari, è una delle poetesse con le quali Marcuccio ha trovato molte affinità elettive, ma se prescindiamo dall’unità tematica che ha dettato l’ispirazione, notevoli sono le divergenze stilistico-formali, infatti se da un lato Emanuele propone dei versi subito intellegibili per la stringatezza morfo-sintattica e per l’immediatezza lessicale che talvolta risente di influsso leopardiano, Silvia Calzolari talvolta adopera tecniche fono-espressive futuriste, come ad esempio nelle lirica “Marcio”, giocando sul doppio senso che le parole acquisiscono grazie alla presenza o assenza di una lettera; affinità anche in ambito stilistico invece ci pare che siano ravvisabili nelle liriche “Dormivano le stelle” di Grazia Finocchiaro e “Serena e di stelle…” di Emanuele Marcuccio, dove la natura si anima e l’io si naturalizza, in una sorta di panismo dannunziano.

La corrispondenza esistenziale e panica con la natura è sicuramente la nota distintiva della prima parte dell’antologia e persiste anche nella seconda, dove tuttavia diventano significativi e più rilevanti le tematiche sociali. Dopo i primi dittici in cui prevalgono le poesie di Giusy Tolomeo in corrispondenza con Teocleziano Degli Ugonotti e poi ancora con Maria Rita Massetti, Lorenzo Spurio ed altri poeti i cui nomi sono rilevabili anche più volte nella raccolta, è presente anche qualche dittico in cui almeno uno dei due poeti è presente solo una volta, come, ad esempio, il dittico “Al piccolo Aylan sulla spiaggia” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio. Come si è già rilevato, in questa sezione sono prevalenti tematiche attuali, legate anche alla cronaca di questo triste momento storico che stiamo vivendo, come il problema dell’immigrazione presente nel dittico testé citato o in quello di Lorenzo Spurio e Giusy Tolomeo, la violenza contro le donne, come nel dittico tra Rosalba Di Vona e del già citato Lorenzo Spurio, ma c’è anche l’esaltazione della donna, della sua capacità di vivere, di sapersi adattare alla pluralità delle sue mansioni: madre, amante, casalinga, etc., come nel dittico Tagliente – Massetti con cui si chiude la seconda sezione.

Dulcis in fundo a convalidare la corrispondenza, l’empatia eterna tra i poeti di ogni tempo, concludono la raccolta tre dittici tra autori del Novecento(d’Annunzio, Montale e Palazzeschi in corrispondenza empatica rispettivamente con Aldo Occhipinti e Lucia Bonanni.

FRANCESCA LUZZIO 

Palermo, 12 giugno 2016

L. Spurio su “Eva non è sola” progetto contro la violenza sessuale di Lorena Marcelli

 

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In questo volume antologico curato dalla scrittrice abruzzese Lorena Marcelli trovano posto racconti e poesie di vari autori contemporanei che hanno aderito alla causa di denuncia contro l’inarrestabile fenomeno della violenza di genere. In particolar modo è nei contributi narrativi che i vari autori sono riusciti a rendere con tocchi di alta qualità linguistica e perfetta padronanza del genere, i degradati ambiti relazionali e sociali, le aridità umane e i nevrotici meccanismi della mente che sono protagonisti di storie inenarrabili e dolorose dove è la sregolata azione umana a dettare le esistenze dei suoi simili.

Uomini soli o scontenti, delusi e incompresi o più spesso maneschi ed ossessionati, profondamente gelosi e dalla cultura fondata su una impostazione retrograda e patriarcale, come i peggiori mostri o caratteri maligni della fiaba più terrificante, mostrano tutte le loro ambiguità di fondo, le debolezze mascherate dall’adozione della violenza e dalla manifesta supremazia. Sono descritti scenari familiari e relazionali alquanto difficili dove la comprensione per le donne sole e dominate sembra essere la grande assente, tanto da spingere le malcapitate a una fuga dal contesto domestico che difficilmente riesce a compiersi perché –per citare dal racconto di Corinne Savarese- “la sofferenza è un mantello gelido che cala addosso e toglie il sole”.

Due date importanti nella legislazione del nostro Paese che hanno concesso alla donna una maggiore possibilità di tutelarsi e di rivendicare il proprio stato d’abnegazione indotta e di vera e propria schiavitù sono rappresentate dall’abrogazione del cosiddetto delitto d’onore[1] (1981) e dal riconoscimento del femminicidio quale reato propriamente detto (2013) che prevede un inasprimento della gravità nei confronti degli atti persecutori (stalking) commessi od omicidio contro il partner, coniuge o convivente.

Un programma televisivo come “Amore criminale” (Rai3), il prossimo anno alla decima edizione, risulta essere uno dei format di denuncia alla violenza sessuale più seguiti e sarebbe senz’altro stato impensabile solamente venti o venticinque anni fa quando la violenza sulla donna veniva denunciata molto meno, malcelata o sviata in modi e forme che contribuivano alla decolpevolizzazione del gesto verso l’uomo e alla mancata protezione sociale verso la donna. Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di violenza sessuale anche per mezzo di un’ampia campagna volta alla denuncia e alla coscienziazione su quanto sia ulteriormente peggiorativo e lesivo della persona interessata e della società celare, tentare di annullare o archiviare un dato episodio di violenza. La casistica che si presenta all’interno di una coppia dove l’uomo giunge all’adozione spregiudicata della violenza è per lo più similare se non addirittura un copione ormai troppo noto che si ripete assai frequentemente.

Denunce di stalking fatte ed archiviate, denunce di violenza che impongono l’uomo a stare lontano dalla casa e dal raggio d’azione della donna, affido unico dei minori alla madre e soprattutto l’evidenza della fine del rapporto sono i temi cardine dai quali si sviluppa furiosa l’energia dirompente e annullante dell’uomo. Compreso che l’altra metà non è più in qualche modo suggestionabile e assoggettabile, l’uomo –come sospinto in un retrogrado recupero dello stato di natura- perde ogni peculiarità propria del genere umano e si brutalizza. Come un animale selvaggio impiega la forza per ottenere ciò di cui ha bisogno, una volta che il ragionamento, il dialogo, il desiderio di una crescita hanno dimostrato l’inefficacia nel suo ferino percorso di depredazione. Ecco che gli istinti di morte sopravvengono in maniera incontenibile sfociando su ciò che fino a poco prima era stato l’oggetto dell’amore, la donna della propria vita, la compagna di un’intera esistenza. Non sono infrequenti, infatti, fenomeni di femminicidio anche all’interno di coppie unite in matrimonio da vari decenni. Il femminicidio non è un fenomeno mappabile per età, livello culturale, geografia, condizione economica, confessione religiosa, etc. perché –lo si è visto dalla cronaca- interessa fasce generazionali diverse, intacca persone dall’alto profilo umano come pure persone modeste, che conducono una vita semplice. Se la cultura potesse intervenire a sanare questo difficile problema, che ha assunto i tratti di una realtà endemica, allora si potrebbe lavorare in questa direzione per non consentire che strati disagiati ed emarginati della società cadano in questo baratro ma purtroppo il livello culturale, l’apertura nei confronti della società, il grado di istruzione etc. non sono paradigmi che incidono direttamente su questo tipo di relazioni malate, su questi accecamenti della psiche quando tutto viene travolto da un annebbiamento pauroso della mente dal quale non è possibile mettersi in salvo.

Ecco, allora, che progetti come questo curato da Lorena Marcelli possono essere utili nella società frammentata dell’oggi dove il problema è sempre più concreto tanto da poter riguardare la nostra vicina di casa come pure una nostra amica che, per vergogna, riesce a tenere tutto nascosto sino a che non si presenta un episodio critico che palesa la situazione di inadeguatezza e sofferenza.

Parlare del femminicidio e della violenza in genere non serve a risolvere né a sanare un problema talmente vasto e radicato, purtroppo, in un certo tipo di cultura che, se per molte cose può dirsi all’avanguardia e innervata su un rimarchevole sviluppo umano, dall’altro canto è essa stessa erede di una forma pregiudiziale, maschilista e patriarcale, di quel patriarcato austero di provincia relegato in famiglie spesso numerose ma dove l’orrore è un fatto facile e genetico da nascondere.

La società d’oggi, suggestionata da continui casi d’inciviltà e di sfruttamento è ben informata su cosa è richiesto di fare, rispondendo alla propria coscienza e all’impegno etico di chi è cittadino del mondo, dinanzi a casi d’abuso, di violenza, di sottomissione e, in ciascun modo, di emarginazione e annullamento dell’identità altrui. Permangono delle nocive sacche di resistenza rappresentate dall’omertà e dall’indifferenza, le due spregevoli sorelle che ancora sembra difficile da battere, complice quella cultura della tradizione e della strenua difesa dell’onore che in molti ancora non sono in grado di svilire, neppure al costo del salvataggio di una vita.

C’è poi la questione religiosa che non è da sottovalutare. La vecchia Europa è da anni il bacino d’approdo di numerose famiglie di altre parti del mondo, spesso di fede musulmana. Figlie di berberi che in Europa cercano di condurre la vita familiare nella piramidale organizzazione della società com’è nella loro cultura patriarcale e dispotica che, invece, fanno loro il nuovo stile di vita, quello italiano per l’appunto, senza indossare l’imposto velo, ricorrendo ai trucchi, scegliendo abiti colorati e moderni e dedicandosi in maniera particolare alla cura del corpo. Indimenticabile la vicenda della povera Hina Saleem che alcuni anni fa venne massacrata dal padre, dallo zio e da altri uomini della sua famiglia con la colpa di aver voluto vivere all’occidentale, di aver voluto indossare jeans e prendere parte alla normale vita sociale come le sue coetanee. Si tratta, allora, in questo caso di adoperare una piccola rettifica in merito a quanto esposto precedentemente circa il fattore culturale quale elemento incidente o meno in episodi di violenza di genere. La questione si fa oltremodo articolata tenendo in considerazione che in quella circostanza, come pure in altre simili, alcuni esponenti della comunità islamica non mancarono di prendere le distanze dall’esecrabile gesto.

Con questa opera si dà voce a chi l’ha perduta perché gli è stata tolta, alle donne che sono state imbavagliate, malmenate e costrette al silenzio, a tutte quelle persone che vivono nel tormento una condizione di profondo dolore, depressione e la convinzione di essere nulli per se stessi e per il mondo tutto. Vittime sacrificali di una crudeltà che è la vita degenerata della società d’oggi dove il sentimento e il rispetto finiscono per essere poca cosa quando si viene accecati dalla gelosia, dal risentimento, dall’odio e dalla necessità di rivalsa.

Il volume Eva non è sola curato da Lorena Marcelli si avvale del sostegno di amministrazioni pubbliche locali che hanno apprezzato l’esimio lavoro promosso riconoscendolo come degno di spessore a livello sociale, tra di loro la Provincia di Teramo e il Comune di Roseto degli Abruzzi dove si è tenuta la presentazione ufficiale del volume il 25 novembre u.s. presso la Sala Consiliare. A seguire l’antologia è stata proposta anche a Campobasso, Termoli e Pescara e tra le prossime tappe che la vedono protagonista figurano L’Aquila (il 18 gennaio) e Giulianova (il 20 gennaio). Il costo contenuto del volume (10€) permette una lettura non facile né dolce ma ricca di spunti di analisi tanto da rinvigorire quell’impegno socio-civile spesso tiepido e vacuo, a favore di una battaglia che è indistintamente di tutti. Affinché Eva non sia sola è necessario, però, sradicare il pregiudizio, archiviare i superomistici spiriti d’orgoglio maschile ed impiegare il cervello, unico mezzo che può consentire di comprendere la realtà. La violenza non è dell’uomo e quando egli se ne appropria deve essere condannato duramente senza scusanti di sorta.

 

 

La curatrice del volume

Lorena Marcelli vive in Abruzzo. Con lo pseudonimo di “Laura Fioretti” ha pubblicato i romanzi Uno strano scherzo del destino (2014), Per averti (2014) e Avrò cura di te (2015). Nel 2014 è risultata vincitrice assoluta del Concorso Nazionale indetto dall’editore Marcelli di Ancona nell’occasione del 50esimo anno di attività con il thriller storico L’enigma del Battista. In digitale ha pubblicato, con i tipi della Casa Editrice EEE, i romanzi La collina di girasoli (2015) e Un’altra direzione (2016).

Lorenzo Spurio

Jesi, 22-12-2016

 

[1] In Italia, come in altri paesi dell’Europa, veniva riconosciuto un attenuamento sensibile di pena o addirittura la cancellazione di pena in determinate circostanze nelle quale un crimine commesso interessava questioni di difesa dell’onore familiare. Vale a dire il genitore che uccideva la figlia perché questa si era unita sessualmente con un uomo diverso dal marito da lui ordinatole, contravvenendo a infangare il suo onore e la rispettabilità della famiglia, non era propriamente un reato ma un’azione preventiva e sanzionatoria in qualche modo concessagli dallo stato. Il crimine non veniva considerato in quanto tale ma era valutato in base alle logiche relazionali tra gli intervenuti e le ragioni che portavano all’assunzione di quel dato gesto omicida.

“Scrivere significa vincere il tempo”, il volume antologico di testi per ricordare la giovane Sara Iommi

Venerdì 23 dicembre alle ore 17:30 presso la Biblioteca Comunale di Agugliano (AN), recentemente dedicata alla memoria della giovane intellettuale Sara Iommi, si terrà la presentazione di un volume fortemente voluto dalla sua famiglia per ricordarla. Libro nel quale la casa editrice Italic Pequod di Ancona ha pubblicato una serie di testi, commenti, riflessioni e appunti che la ragazza, grande amante della letteratura e della cultura locale, ha lasciato.

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Sara Iommi

Così si definiva la giovane Sara Iommi sul seguito sito internet da lei curato, deceduta all’età di trentatré anni lo scorso giugno a seguito di un gravissimo incidente stradale che l’ha strappata a i suoi cari e a quanti l’hanno entusiasticamente conosciuta: Marchigianetta trapiantata (dolorosamente) in Emilia. Bibliofila, gattofila, lunatica, curiosa, nomade. Comunista. Coraggiosamente fragile. Apparentemente semplice. Un po’ martire come tutte le donne. Trafficante di sogni, stupratrice della penna (o della tastiera)”.

Appena un anno prima aveva conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Bologna con una tesi dal titolo “La rappresentazione cinematografica del mondo agropastorale nel documentario corto italiano (1939-1969)”. Nel corso degli ultimi due anni lavorò presso l’ E.C.Co. (EASTERN COLLEGE CONSORTIUM) di Bologna, un consorzio di Università americane (Vassar College, Wellesley College e Wesleyan University) dapprima come istruttore amministrativo poi come docente del corso “Il mondo che abbiamo perduto. L’Italia degli anni Cinquanta tra cultura tradizionale e modernità”.

Numerose le sue pubblicazioni in volumi antologici: i saggi “La rappresentazione cinematografica delle donne nel mondo contadino dell’Emilia Romagna”; “Della fine di un mondo. Vittorio De Seta”, “Presupposti per una formazione dell’audiovisivo a partire dall’ambientazione filmica”, “The Film’s setting. Notes for a pedagogy of the space/environmental functions of film”, oltre ad alcuni racconti.

Vari i riconoscimenti e le segnalazioni ottenute in numerosi premi letterari nazionali tra cui per il racconto tra cui al “Corto letterario e l’illustrazione” di Varese, al Premio “Uscita di sicurezza” di Lucca, al Premio “Città di Melegnano” e la nomina di “Aguglianese per la cultura” per meriti di produzione narrativa.

Durante la presentazione del volume Scrivere significa vincere il tempo, patrocinata dal Comune di Agugliano, interverranno il giornalista Rai e scrittore Giancarlo Trapanese, Lucia Tralli e Gabriele Ponzi.

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