“Il laido timoniere (Sewol infilzato)” di L. Spurio e “Il marinaio” di E. Marcuccio in un dittico poetico con commenti critici

PREMESSA DI EMANUELE MARCUCCIO
Qual è lo spirito di un dittico poetico? Perché creare un dittico poetico (a due voci)?
Per trovare corrispondenze di significanti nei versi di due poesie di due poeti, accomunate dal tema simile, per trovare affinità elettive nella loro poesia, oltre le distanze e il tempo; quando ciò accade, si riesce ad ascoltare la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta, ed è stupore e meraviglia.
 Palermo, 24 agosto 2014
 
 
IL LAIDO TIMONIERE[1]
(Sewol infilzato)[2]
 DI LORENZO SPURIO
 
L’avventata decisione di solco
imprevedibile avvento di derelizione portò
nei mari avulsi da umana presenza
e regno dei flutti e scoramenti.
 
L’istruzione zuppa d’acqua,
incinta di un sale pungente
sdoganò la ratio
e l’oceano si mangiò se stesso.
 
Il fetido navigatore chinò il piglio.
Mi domandai se quei capelli fossero tinti.
Strozzai un bicchier d’acqua
e mi commossi.
 
Il comandante oceanico
rabbuiato per la sua colpa
accoltellava l’umanità di angoscia
con il traghetto-catafalco
esacerbando ferite profonde
fino all’osso.
 
20 aprile 2014
Lorenzo Spurio
 
 
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Foto di Alessandro Santo
 
IL MARINAIO
DI EMANUELE MARCUCCIO 
 
svelto per lʼaere
sereno profonde
 
il marinaio
spiega le vele
e parte
per il viaggio
 
cavalca il baleno
e tempesta lo coglie
 
sbattuto dall’onde
in mare precipita
e naufrago a riva
di nuovo riparte
per il viaggio
il marinaio
 
13 aprile 2014
 
Emanuele Marcuccio
 
 
 
 
Commento critico di Luciano Domenighini su  “Il Laido Timoniere” di L. Spurio
Con i tempi verbali tutti al passato, (le tre quartine al passato remoto e la sestina all’imperfetto), come del resto è caratteristica della sua oratio poetica, anche qui Spurio è un nunzio, un messaggero, un narratore di eventi. Nelle prime due strofe, dal linguaggio ermetico, quasi surreale, il racconto in due momenti della catastrofe. Nella terza strofa il poeta prima sferza il suo insulto per il capitano colpevole e poi libera la propria commozione, lo sgomento e la pietà per tante vittime giovani e innocenti.
Le sestina conclusiva, immaginaria e scenica a due personaggi  (il comandante reo e codardo da un lato e l’umanità intera, offesa e indignata dall’altro) traduce e ritrae in una sanguinosa metafora surreale, una colpa e un peccato che non hanno remissione, inemendabili e infamanti.
La lirica è vigorosa e lascia senza fiato come un pugno nello stomaco; con indubbia efficacia, coagula e rappresenta l’immediata risposta emozionale a un tragico accadimento di cronaca e il patimento che ne consegue.
Il suo particolare linguaggio, irregolare e tumultuoso, oscillante fra algide astrazioni (“decisione di solco”, “derelizione”, “istruzione zuppa d’acqua”, “sdoganò la ratio”), macchinose perifrasi (“mari avulsi da umana presenza”), aspri anacoluti (“Strozzai un bicchier d’acqua”), oltraggiosi epiteti (“fetido navigatore”) e cruenti fendenti espressionistici (“accoltellava l’umanità d’angoscia”, “ferite profonde fino all’osso”) val bene a raffigurare la congerie emotiva scatenata dalla notizia dolorosa e direi che, proprio questo dettato pluriforme e questo andamento intermittente, pur configurando una forma eterogenea e frammentaria, rappresentano, se non la forma esatta, almeno una forma alquanto congeniale a rappresentare in poesia occasioni ispirative come questa, dove l’ordine e la compostezza dell’eloquio vengono sovvertiti dal devastante impatto emotivo che l’abominevole crudezza dell’evento infligge alla sensibilità del poeta.
 Luciano Domenighini
 Travagliato (BS), 22 aprile 2014
  

Commento critico di Luciano Domenighini su “Il Marinaio” di E. Marcuccio
Formata da quattordici versi divisi in distico, quartina, distico e sestina finale, presenta in chiusura di verso per ben sette volte la lettera “e” (vocale debole, di colore ibrido): “aere” (v. 1°),”profonde” (2°), “vele” (4°), “parte” (5°),”coglie” (8°), “onde” (9°), “riparte” (12°).
Si riconoscono anche due coppie di “desinenze di parola”  (“-onde” e “-parte”) come due volte sono ripetute le parole “marinaio” e “viaggio”.
Questa disposizione timbrico-semantica dà alla composizione un senso di costante mobilità, di provvisorietà, come è la sorte dell’uomo di mare, senso accentuato dalla struttura circolare che coinvolge anche il titolo, identico all’ultimo verso.
Apprezzabile il chiasmo rinvenibile al distico che costituisce la terza strofa.
Priva di punteggiatura e di maiuscole la lirica appare fluida e scorrevole e, se si esclude la fattura sintetica e ellittica dei primi due versi, la sintassi delle rimanenti strofe è limpida e piana.
 Luciano Domenighini
 Travagliato (BS), 8 maggio 2014
  
 
Commento critico di Emanuele Marcuccio su “Il Laido Timoniere” di L. Spurio
  Una composizione di diciotto versi, disposti in quattro strofe dal periodare scarno e secco ma gravido di profondi significati.
Lorenzo Spurio ci offre un’istantanea di questa tragedia del mare, sicuramente commosso dalle immagini che la documentavano (“Strozzai un bicchier d’acqua/ e mi commossi”).
Il secondo verso è tronco e, il suono scuro della vocale “o” accentata, ben sottolinea e ci introduce nell’atmosfera di questa ode civile, invettiva sdegnata contro il laido timoniere (“sdoganò la ratio // […] accoltellava l’umanità di angoscia”).
Degna di nota la costruzione in polisindeto dell’ultimo verso della prima quartina (“e regno dei flutti e scoramenti.”), che svolge la funzione di dilatazione dell’atmosfera marina.
All’ultimo verso della seconda quartina compaiono parole cariche di simbolismo, “e l’oceano si mangiò se stesso.”, di rimando al fatto che siamo composti principalmente di acqua, e al feto che si sviluppa nel liquido amniotico, quel simile elemento che è stato culla, diviene adesso tomba in quel “traghetto-catafalco” della sestina finale.
 Emanuele Marcuccio
 Palermo, 21 aprile 2014
 
 
Commento critico di Lorenzo Spurio su “Il Marinaio” di E. Marcuccio
 Lirica “marittima” questa nuova di Emanuele Marcuccio nella quale non ci è difficile scorgere l’animo mesto e a tratti crepuscolare che ha abbondantemente caratterizzato e con esiti impareggiabili soprattutto la prima fase poetica dell’autore, quella localizzabile principalmente nella silloge d’esordio, Per una strada, dove non mancavano attestazioni di dolore e pietrificazioni d’animo dinanzi alla durezza della morte e l’inesplicabilità del fato.
Con un linguaggio meno asciutto delle ultime prove poetiche, Marcuccio ci catapulta in una burrascosa scena di mare dove un povero marinaio si trova minacciato e poi tradito dal mare sul quale ha eretto la sua vita. La comunione che esiste tra il marinaio e il mare è una simbiosi ferrea, forse difficile da comprendere da chi è avulso alla vita e alla pratica di mare. Si pensi ad esempio all’amore-tormento per il mare del capitano Achab nel romanzo Moby Dick. Si ravvisa un rimando, che potrebbe essere un voluto cameo letterario, al celebre poemetto romantico di S.T. Coleridge dove assistiamo all’inabissamento di una nave dopo l’azione nefanda e inspiegabile del marinaio che uccide un albatros, simbolo di bonaccia e fortuna nella navigazione.
Sprofondiamo qui nella poesia di Marcuccio, nelle acque profonde e torbide di un mare che (apparentemente) dà la morte e non concede la salvezza. Acque frenetiche che, come dotate di tentacolari propaggini, afferrano l’inerme marinaio trascinandolo sempre più in basso, nei recessi di quel mondo acquifero dove l’esistenza per l’uomo è impossibile perché in condizioni quasi di anaerobiosi.
E così alla spensieratezza di una giornata qualsiasi nella quale l’uomo si appresta nel suo lavoro di “lupo di mare” descritta da Marcuccio con questi versi: “il marinaio/ spiega le vele/ e parte/ per il viaggio” ecco poi che giunge l’inatteso in una manifestazione sfavorevole e impedente ai suoi voleri (“tempesta lo coglie”) che lo ostacolerà, lo fiaccherà e alla fine lo metterà di fronte forse all’inutilità di ogni suo tentativo di salvezza (“sbattuto dall’onde/ in mare precipita”).
Non è dato sapere al lettore se il marinaio effettivamente si salverà anche se è possibile crederlo dato che Marcuccio chiude la lirica con il marinaio che riparte per sue nuove avventure (“e naufrago a riva/ di nuovo riparte”). Penso sia questa l’interpretazione più lecita e anche ovvia che si possa fare, ma se il critico vuole intendere che in quelle acque in cui il marinaio è precipitato è poi deceduto (senza dirlo) è possibile credere allora che quel nuovo viaggio con il quale “riparte” non sia che l’ultimo percorso, orami non più materiale ma metafisico, che traghetterà l’uomo alla vita eterna.
Una poesia che funge da metafora della caduta dell’uomo e che passa attraverso il compimento della colpa, il peccato e l’espiazione per giungere poi a una nuova vita come una sorta di resurrezione in cui quell’acqua “difficile” non ne è altro che il mezzo primigenio che permette la risorgenza e battezza l’uomo a nuova e più consacrata vita.
Un Mayday taciuto e inabissato nelle acque del mare dove il marinaio, saldo delle sue esperienze, sembra salvarsi con la propria unica volontà e forza.
 Lorenzo Spurio
 Jesi (AN), 22 aprile 2014
 
 
 
[1] Lorenzo Spurio, Neoplasie civili, Edizioni Agemina, 2014.
[2] La poesia è ispirata al tragico episodio di cronaca accaduto nell’aprile del 2014 nelle acque dell’Oceano Pacifico, al largo dalla Corea del Sud dove una nave con 475 persone, prevalentemente ragazzi in gita scolastica, azzardò una manovra sconsiderata. Come esito, la nave si ribaltò e si contarono moltissimi morti (la gran parte dispersi), mentre il capitano, reo anche di aver abbandonato la nave prima di mettere in salvo i passeggeri, si salvò. [N.d.A.]

Lorenzo Spurio: riflessioni di un autore “eretico”. Intervista di Iuri Lombardi

Intervista a cura di IURI LOMBARDI

pubblicata nel libro “L’apostolo dell’eresia”, Faligi Editore, Aosta, 2014.

Lorenzo, tu sei un critico letterario e uno scrittore di racconti, uno studioso delle lettere e, per chi ti conosce, lasciatelo dire, un interventista; nel senso che vivi la letteratura in tutte le sue forme possibili, al punto di organizzare eventi che vanno da presentazioni a concorsi letterari, ora secondo te, prendendo in considerazione le tue due attività: qual è quella che maggiormente ti coinvolge?

 

I miei due ambiti di scrittura, che come tu dici sono essenzialmente quelli che mi vedono da una parte critico letterario e dall’altro scrittore, sono quanto mai differenti tra loro per intenzioni, forme espressive e finalità. Questo, però, non significa che siano antitetici o, per dirla in parole più semplici, che uno scrittore debba/possa essere soltanto un romanziere. Egli può essere anche un poeta, un critico o un saggista (la differenza tra critico e saggista è per lo più una sfumatura, ma significativa al tempo stesso). Il critico fa essenzialmente qualcosa di più dello scrittore perché è in grado di calarsi in una dimensione (de)soggetivizzata (che anche nel romanzo è possibile adottare, ma non a questo livello), assumendo una prospettiva tendenzialmente neutra e asettica scevra da intenzioni di sorta. In questa luce il critico non giudica, ma osserva, non descrive ma analizza, non spiega ma interpreta. E la differenza tra le varie antinomie citate non è minima, ma è sostanziale. 
Non è solo una questione di linguaggio, di tecnica o di conoscenza della storia della critica letteraria di un determinato periodo che permette di definire uno scrittore come critico, ma anche e soprattutto una sua certa predisposizione nel sapersi allontanare dal concreto per vederlo da distante prima con un cannocchiale e via via sempre più vicino fino a sondarne minuzie, dettagli e quello che è l’ordito di un testo. Il critico non colloquia con i personaggi di un romanzo, ma li de-struttura, li smonta, li viviseziona e li interpreta alla luce della storia, dello spazio, della società, etc.
Quanto alla tua domanda posso dire che a livello di coinvolgimento probabilmente è la narrativa che mi dà maggiori possibilità e realizzazioni, perché sono io a creare un personaggio, ad animarlo e magari a decretarne la sua tragedia come un invisibile burattinaio. La scrittura di un saggio, al contrario, non nasce da una volontà di rappresentazione, re-creazione (e magari mistificazione) di una vicenda, ma dal desiderio di carpire il legame tra significato e significante, tra la parola scritta e i concetti, per un approfondimento tematico, concettuale, monografico dove la penna finisce per essere penna e diventa bisturi.

 

Che salute gode oggi la critica letteraria – intendo quella avanguardistica e non settoriale o accademica?

 

Per critica letteraria “avanguardistica” credo tu voglia intendere non tanto quella che fa riferimento a scuole di pensiero particolari, a tendenze di un certo tipo, ma un tipo di critica che nasce piuttosto come forma d’espressione legata al singolo che adotta un certo tipo di studio e di approfondimento su certi autori o tematiche in particolare. Quello che mi sento di dire a riguardo è che i più grandi critici italiani del ‘900 vengono principalmente ricordati e menzionati nei manuali di storia della letteratura non in quanto critici, ma in quanto esponenti di altri generi letterari che possono essere ad esempio la poesia o la narrativa. Leonardo Sciascia, ad esempio, oltre che romanziere, fu un ottimo saggista e microfono del sistema di malaffare e corruzione radicato nelle terre di Sicilia che pure trattò nei romanzi (Il giorno della civetta, per fare un esempio concreto); Italo Calvino a suo modo in una serie di saggi trattò le problematiche legate alla speculazione edilizia e alla cementificazione ed esempi di questo tipo se ne potrebbero fare a decine. I due autori restano però principalmente noti per una serie di scritti di fiction e non di critica vera e propria. A questo punto si potrebbe parlare di come e quanto la società con le sue problematiche e deficienze ispiri o abbia ispirato certi scrittori e quanto il tema sociale, l’impegno civile, sia importante, ma per ritornare alla tua domanda devo osservare che la critica, per quanto possa risultare disturbativo ai più, è uno dei generi fondanti del sapere letterario che viene tenuto di poco conto e viene spesso stigmatizzato. Esistono ottimi critici che si sono occupati con serietà ed acume ad alcuni autori/fasi letterarie arricchendo notevolmente le pagine della nostra letteratura, ma l’opinione che domina oggi è quella di considerare il critico principalmente quello che scrive in un qualche quotidiano una striminzita mezza colonna su un libro appena uscito dando un giudizio per lo più scialbo e slavato. Reputo importantissime, invece, qualora vengano curate con attenzione e con profonda conoscenza del testo/autore, le note preliminari ai testi, i commenti critici, le prefazioni e tutto quello che solitamente possiamo catalogare sotto “apparato critico”. Esso, lungi dall’essere uno strumento che vuole mostrarsi pedante, tecnico e apparentemente inutile, è uno strumento importantissimo ed essenziale per fornire una lettura di quello che ci si appresta a leggere. Perché va ricordato che quello che il critico scrive, attesta, dichiara, verga sulla carta, non è la verità assoluta alla quale bisogna assoggettarsi, ma semplicemente un commento che, pur evitando soggettivismi, implicazioni amicali/sentimentali, forze empatiche, è una interpretazione di quello che ha letto e analizzato secondo il suo bagaglio culturale e la sua particolare prospettiva. È stupido oggi fare una cosa che è stata fatta per troppo tempo nel passato, anche vicino, cioè quella di cercare di inserire il critico per la sua impostazione, tendenza, formalismo, cliché all’interno di una particolare branca o sezione della critica perché questo è un procedimento insulso, illiberale e del tutto inaccettabile che non rispetta la dignità del singolo.

 

In secondo luogo, ma non per ordine di importanza, si diceva prima che tu sei anche un narratore e hai avuto la possibilità di cimentarti nel genere del racconto (con non poche polemiche da parte dei moralisti), ora secondo te: che importanza ha il racconto nel panorama delle lettere italiane? E perché non hai sentito l’esigenza di un romanzo almeno sino ad adesso?

 

Ho avuto varie occasioni per parlare del racconto come genere sottolineando un certo timore e incomprensione per come venga considerato nel Belpaese dove sostanzialmente è assimilabile a letteratura di serie B, se non addirittura di serie C. Sulla condanna alla poca fortuna (e poco rispetto, aggiungerei) del racconto in Italia va subito detto che non è dovuto, neppur lontanamente (e chi lo sostiene è un ignorante o fa una analisi semplicistica)- alla mancanza di validi propugnatori e utilizzatori di questo genere: si pensi a Buzzati, Calvino, Sciascia, Camilleri (i cui romanzi brevi possono a ragione esser definiti anche racconti, quelli che nel gergo inglese sono short story o novellas). Questo per scartare dunque la prima falsa ipotesi che vede nella letteratura italiana principalmente un esercito di romanzieri con poche espressioni di narrativa breve. Le ragioni per cui il racconto come genere non ha mai attecchito nel panorama della scrittura in Italia a mio modo di vedere non è tanto legato con le preferenze della massa di lettori, ma piuttosto con quella del monopolio del romanzo attuato da sempre da parte dei marchi editoriali, famosi o non che siano. Si riconosce nel romanzo una maggiore professionalità nella scrittura, una più chiara ed esaustiva elaborazione del plot e dei personaggi, un artificio letterario impareggiabile, un’orchestrazione delle vicende più complessa con trame secondarie, storie collaterali che si intrecciano e dunque un prodotto finale più appetibile, ricco e interessante. Ovviamente tutto questo può essere (ed è) presente anche nel racconto.
Il racconto non è un romanzo in miniatura, né il romanzo è un’estensione di un racconto: i due generi pur affini hanno caratteristiche completamente diverse. Il racconto –o per lo meno questo è come la penso io- ha i suoi punti di forza nella freschezza del linguaggio, nella sintesi, nell’inconsapevolezza degli eventi che si descrivono e in questa brevità (che si badi non è sinonimo di semplicità perché sa che la grande capacità scrittoria del narratore è in grado di far capovolgere la storia anche con due misere righe, piuttosto che con interi capitoli di centinaia di pagine l’uno. Il racconto è stato visto come una forma espressiva incompleta, poco organizzata e curata, come una sorta di esperimento letterario, ma in realtà non è così e questo è dimostrato dal fatto che all’estero, dove addirittura è il genere prediletto o se lo contende con il romanzo (si pensi all’Inghilterra e ai paesi anglofoni) i più celebri scrittori di racconti (Patricia Highsmith, Flannery O’Connor, Raymond Carver e il recente premio Nobel per la letteratura  Alice Munro) hanno sì sperimentato anche il romanzo, ma restano celebri perché “masters of short stories”. 

La seconda domanda che mi fai, dunque, potrebbe essere risposta con le varie cose a cui ho accennato: non è detto che chi ha scritto dei racconti o ha esordito la sua carriera letteraria con questo genere evolva poi nel romanzo (e secondo me non si può neppure parlare di evoluzione perché il passaggio dal racconto al romanzo non è da intendere come miglioramento o sviluppo delle conoscenze). Essi sono due mondi a parte ed è quanto mai ridicolo e riduttivo sostenere che il racconto sia qualcosa di inferiore al romanzo.

 

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Una delle tue raccolte di racconti, La cucina arancione (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013), ha destato molto scandalo, in parte è stata censurata, per le tematiche che affrontano i singoli racconti: ora in relazione a questo, per te la letteratura oggi che ruolo ha? In altre parole, può essere ancora un’arte di intrattenimento o deve essere altro? Parlo di una letteratura di denuncia ad esempio.

 

La cucina arancione come giustamente osservi è una raccolta di racconti pubblicata quest’anno e che ha generato qualche iniziale malumore non tanto per come i temi vengono proposti, ma per i temi stessi. La raccolta fornisce un’analisi ampia di personaggi che si trovano alle prese con delle problematiche di varia natura (patologie, manie, perversioni) che mettono in luce delle esistenze disagiate e minacciate dal gruppo umano nelle quali sono inserite. Sono personaggi che spesso sono privi di una dimensione affettiva, familiare ed amicale, ma il messaggio che intendo mandare non è allarmistico e non è che si diventa pericolosi per sé e per gli altri nel momento in cui si diventa soli ed emarginati. Il procedimento è piuttosto il contrario e lo sguardo, anche se sembra essere puntato principalmente su queste esistenze che convivono (o addirittura sopravvivono alle loro difficili anomalie mentali e psicologiche), in realtà è puntato sulla società, sulla massa, sul gruppo umano, su quel senso di comunità che dovrebbe eleggere a suoi fondamenti l’amore verso l’altro, il perseguimento della fratellanza, la condivisione e la certezza nel sistema giudiziario a garanzia del bene comune. Il libro non critica né giudica la società, ma la osserva con attenzione da distante, ne sbircia il funzionamento, senza stigmatizzare i comportamenti umani perché se questi sono di una certa natura hanno di certo un legame alla società e al suo grado di progresso. Non sempre, infatti, quelle che crediamo essere delle realtà progredite ed evolute dal punto di vista economico e culturale (la presenza di biblioteche e università consentono di definire un paese una realtà culturale?) lo sono a livello umano, solidaristico, umanitario. Raramente. Il libro non allarma, ma indaga. Non critica, ma guarda l’altro. Non disprezza, ma cerca di trovare una comprensione ad ogni realtà, ad ogni atteggiamento, pur perverso e sregolato che sia.
Per ritornare al tuo quesito sul ruolo della letteratura, è difficile dirlo. Sicuramente la letteratura non deve essere strumento di commercio come invece la logica del marketing editoriale dà manifestazione ormai da decenni, inseguendo il calciatore o la soubrette che hanno scritto un libro sulla propria vita. La letteratura non deve neppure commiserarsi, deprimersi, esprimere la sua nullità nei confronti della risoluzione di questioni pratiche, contingenti e materiali. Non è vero infatti che con la cultura (all’interno della quale inseriamo la letteratura) non si mangi (ossia non si possa guadagnare e farne quindi il proprio lavoro), anche se è giusto osservare che per i motivi sopra detti, proprio per gli sconsiderati atteggiamenti dell’editoria, la strada sembra esser per lo più sbarrata.
La letteratura, la nuova letteratura, non deve essere studiata con coercizione e ripetuta a voce alta, né verificata con obbrobriosi test a risposta multipla, ma va espressa, interpretata, ricercata eprodotta negli spazi ad essa più inconsueti. La letteratura per il suo proprio benessere deve abbandonare gerarchie e caste (che purtroppo pervadono anche le Giurie dei premi letterari sui quali, pure, ci sarebbe tanto da dire) e deve rifiutare a priori la sua considerazione di sapere “morto” perché in-concreto. La letteratura deve fornire domande e permettere all’uomo di scervellarsi, addirittura fino a logorarsi, per cercarne possibili risposte.
Chiaramente l’elemento di fondo deve essere la denuncia sociale, l’attenzione verso le condizioni disagiate e depresse, le realtà sommerse e borderline, evitando accenti di populismo e stando bene attenti anche a non sfociare nel marcato campanilismo. La letteratura deve rigenerarsi di continuo e questo non necessariamente deve essere fatto partendo dagli autori a noi contemporanei (a cui però è bene dare preminenza), ma può essere fatto anche proponendo una propria rilettura o rivisitazione di un classico intramontabile. Perché finché ci sarà qualcuno in grado di dire qualcosa di nuovo su un’opera e di saperlo fare con professionalità dimostrando acume e sapienza, allora la letteratura non perirà  mai.

 

Il sesso e le perversioni sessuali e mentali sono sempre presenti nelle tue opere e anche come critico ti sei cimentato in studi di certi autori, certi romanzieri che hanno affrontato in passato – con tanto di polemiche- certe tematiche. La domanda che sorge spontanea è quindi: parlando in termini freudiani e psicanalitici del termine, attraverso certe perversioni o certe attitudini sessuali, volendo quasi fare una storia del sesso e di come questo è mutato nel corso del tempo, tu cerchi di leggere la storia di un paese?

 

La critica su Alberto Moravia ha osservato che la gran parte delle sue opere si centralizzano attorno a due temi-sfere semantiche importantissime che sono causa degli eventi delle sue storie; questi sono sesso e soldi. Si ricordi ad esempio le vicende contenute in Gli indifferenti (1929) suo romanzo d’esordio e uno dei miei romanzi preferiti. Questo per dirti che non è possibile sviscerare le vicende umane e quelle fittizie (trasposte in letteratura) scantonando la componente sessuale. Parlare di sesso non significa parlare di amore, non sempre per lo meno. Dici bene quando affermi che mi sono dedicato ad autori che hanno dato particolare attenzione nelle loro storie a episodi che coinvolgono espressioni varie di sessualità (non sempre consentite dalla Legge né dalla morale comune) quali Ian McEwan, ma anche John Irving, Charles Bukowski e in parte anche Nabokov. Chiaramente ogni autore ha una sua idea ed interpretazione sul
tema del sesso, ma da critico è interessante indagare non tanto la mera repertazione delle citazioni magari un po’ più forti, ma il perché l’autore tratti certi argomenti e come li presenti. Nella mia analisi su McEwan in particolare si è osservato come il tema del sesso (spesso deviato) incida profondamente sulle storie da lui narrate e come sia impossibile eludere questa componente. Non sono completamente d’accordo su quanto chiedi, ovvero che l’analisi del tema del sesso possa essere anche un mezzo per dare una lettura del periodo storico narrato o vissuto dall’autore. Se le perversioni sessuali nella letteratura possono essere considerate un fenomeno abbastanza recente (si veda il grande e preoccupante successo della saga di Mr. Grey in America) non è vero che non si sia parlato di questo in passato. Lo si è fatto, ma si è censurato, le opere sono andate perse o si sono volutamente celate e quindi dimenticate anche nei successivi lavori documentaristici. Però non significa che non si sia parlato di cose che oggi sono scottanti e repellenti (ma neppure tanto) nel passato: basterà leggere degli stralci del Decamerone, dei romanzi di De Sade e della storia del libertino Casanova per rendersene conto.
Il sesso è stato da sempre al centro della vita degli uomini, uno dei motori trainanti nei rapporti sociali (e di dominio), ma è nella nostra contemporaneità che, grazie a un sistema di espressione completamente democratico e libero, può aver voce senza veli né recriminazione. Esiste ed esisterà sempre qualcuno che si scandalizzerà nel leggere qualcosa o che in pubblico si dirà disgustato per aver letto qualcosa, ma non è questione di morale. Scrivere di sesso e di perversioni non significa essere un maniaco né tanto meno non avere un proprio giudizio su quelle cose, ma è interessante come l’uomo possa rendersi protagonista (e spesso colpevole) di atteggiamenti e situazioni che vengono mossi proprio dal modo di vivere la sessualità.
Posso aggiungere che Federico García Lorca fu chiaramente omosessuale, ma non per questo negli anni ’30 venne stigmatizzato e allontanato da altri uomini di cultura. Tutti lo apprezzarono per la grande integrità intellettuale e capacità di saper parlare alla gente. I franchisti lo fucilarono con disprezzo sparandogli dei colpi anche nel sedere per la colpa di essere omosessuale (il biografo Ian Gibson riporta vari riferimenti di questo drammatico episodio).Non è parlare di sesso o avere una certa inclinazione a portare problemi e a instaurare ruggini tra gli uomini, ma è la prepotenza e la mancanza di uguaglianza. Ieri, come oggi.

 

Da critico e quindi da studioso di letteratura, mi potresti dire se la letteratura oggi può essere ingabbiata da un genere? O deve e può essere solo di genere?

 

È evidente, alla luce di quanto detto sin qui, che la risposta è negativa. La letteratura oggi non può e non deve essere ingabbiata in un genere, o corrente o movimento che dir si voglia, perché in questo modo si attuerebbe una analisi storico-cronologica che non possiamo permetterci di fare perché noi viviamo il presente e non possiamo inserirlo in un comparto stagno in sé definito e conosciuto in toto. Le categorie sono sempre state utilizzate e sono sempre state strette a tutti. Difficile riconoscersi solo in una categoria e non avere legami o collegamenti con altre categorie. John Donne, il grande poeta metafisico inglese, sosteneva che “nessun uomo è un’isola” intendendo che il senso di comunità deve necessariamente esser vissuto al plurale, in condivisione e che nessuno può arroccarsi nella sua torre d’avorio. Si rischierebbe l’emarginazione indotta, l’auto-esclusione, il vittimismo, il ripiegamento su se stessi. Tutto questo deve essere evitato.
Le categorie possono avere una loro utilità pratica e mnemonica per i ragazzi delle scuole primarie e secondarie nel legare un personaggio a un periodo storico, ma non debbono essere utilizzate in maniera pretestuosa. In Dino Campana, creatore dei Canti orfici che sono considerati espressione di frammentismo e quindi di una nuova letteratura, sperimentale e anti-classicistica, si ravvisa tra le strofe anche una certa fascinazione per uno stile che non ha nulla di avanguardistico. Govoni, che ebbe una fase crepuscolare e futurista, viene ricordato anche per la fase del “ritorno all’ordine” e all’utilizzo di una scrittura di recupero dei canoni novecenteschi. Ergo, le etichette in letteratura debbono essere scollate per sempre, permettendo al materiale letterario di essere analizzato in maniera ampia, polifonica e variegata.
Sono dell’uomo gli opposti, i contrari, gli ossimori e ciò è valido anche per la letteratura. Una stessa persona può essere un poeta romantico, un narratore gotico, un attore tragico, un saggista vittoriano, un pensatore esistenzialista. Le cose, tra loro distanti e apparentemente contrastanti, possono convivere in un’unica persona che ha prodotto più opere. Centrale in questo discorso è tutta quella componente della critica letteraria che, partendo dal concetto di intertesto elaborato da Julia Kristeva, ha permesso gli studi sulla meta-letteratura, il rapporto tra letteratura e vita, l’utilizzo del pastiche e via dicendo.

 

Da organizzatore di eventi, girando per tutta Italia, ti sarai reso conto che una nuova avanguardia si sta affacciando sempre più nel panorama letterario italiano: ora secondo te che importanza hanno i laboratori, i gruppi letterari?

 

Parlare di avanguardia è azzardato. Abbiamo conosciuto in Italia e in Europa due importanti periodi di avanguardia letteraria e artistica che sono stati fondamentali per traghettare dal prima al dopo e che hanno significato dei crocevia importantissimi. Mi riferisco alle avanguardie storiche di primo ‘900 al cui interno si trova il futurismo il cui apporto fu importante nella letteratura italiana e quelle di secondo ‘900, meno note e poco considerate: il gruppo ’63, i “novissimi”, il gruppo Beta, etc. A loro modo furono dei momenti di cesura che proposero una rottura con i vecchi schemi classicisti (la avanguardia storica) o che proposero un nuovo approccio alla letteratura proponendo vie concettuali diverse (la nuova avanguardia). Chiaramente nelle scuole (e ahimè anche alle università ci si sofferma sulle prime avanguardie, perpetuando l’ignoranza sulle seconde avanguardie che poi sono quelle a noi più vicine e interessanti da investigare).
Dicevo che parlare di avanguardia oggi è tendenzialmente sbagliato perché si rischia di adottare in questa maniera un’etichetta di definizione. Ovviamente oggi il clima letterario, sviscerata la componente editoriale chiaramente volta a un mero guadagno- è variegato e difficile da classificare. Ci sono autori che propongono idee apprezzabili e che, pur non avendo alle spalle grandi marchi editoriali che gli garantirebbero una ampia diffusione, si accontentano (lo scrittore è per sua natura un passivo da non intendere in senso negativo) di medie case editrici che offrono una diffusione scarsa o addirittura illusoria. Il fenomeno internet è chiaramente una delle anime della nuova letteratura per mezzo di siti, blog letterari, riviste digitali scaricabili, forum e quant’altro. L’errore che si fa quando si utilizzano mezzi con praticità, facilità e gratuità è quello di abusarne e va dunque detto che esistono molti spazi internet che dicono di dedicarsi alla letteratura o alla scrittura ma che lo fanno con mancanza di conoscenza, con improvvisazione e poco spessore. Molti ad esempio si cimentano nella scrittura di recensioni (la recensione è un testo critico che, di pari passo al racconto, ha poca importanza in Italia, a differenza dell’Inghilterra), ma una recensione non è una sintesi della trama, cioè una sinossi, né un commento personale che si riduce a “bello, perché…” o “non mi piace quando”. La recensione come forma testuale ha una sua fisionomia particolare che dovrebbe esser tenuta da conto perché una recensione neutra o mal fatta, oltre a non dar nessuna soddisfazione a chi la scrive, non avrà nessuna utilità per l’autore del libro. Come conclusione posso dire che la qualità fa sempre la differenza e peggio per noi se non fosse così!

 

Infine, ci potresti dire se secondo te il romanzo (intendo quello vero, non quelli che ci propinano ed è solo robetta da poco) è ancora vivo? E a che punto di crescita e consapevolezza si trova la narrativa in Italia e in Europa?

 

Per non ripetermi dirò semplicemente che il romanzo gode di vita propria nel panorama letterario italiano e la mia considerazione sul romanzo è abbastanza positiva nel senso che è forse l’unico genere che ha sempre mantenuto interesse nei lettori italiani, a dispetto della poesia che negli ultimi decenni (forse a causa della crescita esponenziale dei poeti) sta perdendo il suo seguito o radicalizzando l’interesse solo su alcune figure in particolare. La storia della letteratura italiana è percorribile benissimo attraverso la storia del romanzo, un genere che ha sempre avuto fiducia nei lettori, riscosso entusiasmo e animato ad esempio anche registi per la realizzazione filmica delle storie in esso contenuti. Si tenga presente che il fenomeno della telenovela non è altro che una rappresentazione cinematografica di una storia romanzesca che viene proposta allo spettatore diluita, fruita in piccole dosi, con una modalità seriale. I primi romanzi inglesi del ‘700 (ma ancora anche nella prima metà del ‘900) venivano pubblicati a stralci su delle riviste, proposti serialmente, proprio come una arcaica telenovela ante litteram. I punti di forza del romanzo che gli hanno concesso la sua diffusione e il mantenimento di interesse e successo sono essenzialmente due: 1) la possibilità che la storia narrata possa evolvere sempre in meglio, in una forma ideale (che poi magari non viene raggiunta), 2) il coinvolgimento del lettore che arriva ad immedesimarsi in alcuni personaggi.
Il futuro del romanzo, tanto in Italia che in Europa, lo vedo altrettanto roseo, come lo è sempre stato.

La poetessa Elisabetta Bagli su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2014
Recensione a cura di Elisabetta Bagli

 

“La cucina arancione”, la nuova raccolta di racconti di Lorenzo Spurio, è un libro da leggere piano e da rileggere in modo ancor più accurato per soffermarsi su quei particolari sfuggiti a una prima lettura, che altro non sono che indizi indispensabili alla creazione di riflessioni profonde sulla psiche umana e le sue ragioni che spesso non ha. Proprio da qui l’abilità dell’autore di addentrarci, con il suo stile diretto e di forte impatto, nella nostra mente alla scoperta di quel che siamo o pensiamo di essere. “La cucina arancione” è il luogo dell’infinito, uno spazio aperto e vivo, dotato di una forte complessità, un luogo nel quale l’indagine non si limita solo a quel che è visibile, ma scava nel profondo dell’anima umana, esaltandone la necessità di riflessione ed esternazione.

cover_frontLorenzo Spurio, con la sua scrittura fluida e coinvolgente, riesce a costruire situazioni e personaggi dalle caratteristiche ben diverse. Tutti sono accomunati da un unico filo conduttore: il desiderio dell’uomo di sperimentare, di vivere passioni e fantasie in modo irrazionale e folle, così da poter individuare i limiti da superare e quel che si prova spingendosi oltre essi.

L’arancione, il colore forte e acceso che nel libro domina l’uomo, rappresenta la sua paura verso l’ignoto e la consapevolezza che, solo oltrepassando il mistero, potrà capire se quel che cerca nell’azione è davvero l’unica cosa che possa dare un senso alla sua vita.

L’uomo, anche nella sua apparente inerzia, muove il pensiero e lo spinge a riflettere, a “rotolare” come una palla nella sua mente, per sentirsi mobile, per agire e combattere i suoi conflitti interiori come avviene quando sentirà di essere diventato un nano e non potrà più fare quel che fanno tutte le persone “normali”, schiavo della sua condizione mentale (“La mezza vita”).

Ma dove risiede la normalità? Forse nei sogni abitati da “La vecchia col cappotto ocra”, talmente reali da condizionare l’intera vita del protagonista? O, forse è nella realtà di Giovanna, la “Regina Rossa” che si sentiva morta e rifiutava la sua presenza nel mondo? O risiede nello scetticismo della vita e delle sue girandole di chi vive, muore, ama e di chi, invece, si lascia vivere senza decidere (“Scettico”)?

In questi racconti c’è paura e desiderio di superarla e c’è la Morte e il desiderio millenario dell’uomo di maltrattarla, di violentarla fino a volerne la sua stessa “morte”, come a esorcizzare l’impotenza dell’essere umano che nulla può nei suoi confronti. E, proprio come accade  nel racconto “La cucina arancione” che dà il titolo alla raccolta, la colpa di tutto è da ricercarsi nell’irrazionalità dell’arancione.

L’uomo è figlio del mistero e per tale motivo ne è da sempre attratto. Cosa c’è nell’al di là? Come possiamo continuare a mantenere l’incandescenza e l’energia della nostra vita oltre la morte?

L’essere umano è contraddittorio per natura, si affanna a vivere e diventa folle nell’impresa di superare le sue ossessioni, diventa perverso nelle sue azioni; non si rassegna a salire quotidianamente sulla stessa giostra, a percorrere la strada che gli viene indicata dagli altri o sulla quale si trova senza averlo veramente desiderato. Per natura, l’uomo è nato libero, scevro da catene, anche mentali, per questo non riesce ad accettare i conformismi sociali che lo allontanano dalla sua vera essenza. L’essere umano ha il desiderio di continuare a perseverare la sua esistenza oltre la morte e Lorenzo Spurio, grazie alle intuizioni e ai tormenti che animano i suoi personaggi e le sue storie, riesce a donarci spaccati di vissuto interiore che aprono gli occhi della mente.

“La cucina arancione” è una raccolta nella quale la dimensione visiva è dominante e la capacità dello scrittore di renderla è tale da penetrare negli occhi del lettore in modo invitante e seducente tanto che lo stesso non potrà fare a meno di credere che gli eventi che si sviluppano all’interno della raccolta siano accaduti nella realtà. E ciò avviene anche quando si affronta ironicamente e con molta commozione il tema dell’ibernazione (criogenizzazione) in “Tra quattrocento anni”: le affinità con l’arte visiva, specialmente su pellicola, sono estremamente evidenti.

L’attenzione al sociale di questa raccolta è ben visibile e l’universalità dei temi trattati in essa può dirsi tangibile, considerando che le problematiche della psiche analizzate nei racconti sono vissute da molte persone quotidianamente. Molto spesso, però, accade che le persone portatrici di tali sintomi non solo non sono in grado di attribuire a esse un nome, ma non sono neanche in grado di riconoscere i propri disagi.   

Attraverso la scrittura di Lorenzo Spurio, il lettore viaggerà nei sogni e negli incubi dell’uomo con la giusta dose di furore e osservazione, di incertezze e percezioni, di fuoco e poesia, inscindibilmente incarnati nel mistero della vita.

E’ davvero una voce originale quella di Lorenzo Spurio, di uno scrittore raffinato e colto che emerge per fantasia e imprevedibilità e che ha fatto della libertà di mente il suo modus vivendi.

 

ELISABETTA BAGLI

03-08-2014

La speranza e l’amore in “Soltanto una vita” di Ninnj Di Stefano Busà – Recensione di L. Spurio

Soltanto una vita
di Ninnj Di Stefano Busà
Kairos Edizioni, Napoli, 2014
ISBN: 9788898029808
Pagine: 228
Costo: 14 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

copertina busà per stampa andersen_La_-page-001Un messaggio di rigogliosa apertura mentale e di speranza è quello che fuoriesce dalla nuova fatica letteraria di Ninnj Di Stefano Busà, celebre poetessa che vanta di un curriculum letterario di tutto rispetto. La poetessa ha deciso di dedicarsi stavolta alla narrativa e lo ha fatto con grande padronanza stilistica e concettuale tanto che Soltanto una vita, questo il titolo del romanzo edito quest’anno da Kairos, può a ragione essere collocato in quel filone del romanzo tradizionalista che ha dominato per decenni la letteratura nostrana del Dopoguerra. Inutile dirlo, si avverte di continuo il tono lirico e appassionato, il coinvolgimento della scrittrice che narra, più che la consequenzialità dei nuclei dell’azione, l’approfondimento dei caratteri e la resa dei relativi universi sensoriali e sentimentali. Un romanzo che copre un periodo di tempo abbastanza esteso e, proprio in ragione di questo, viene ad analizzare non tanto un personaggio calato nella sua dimensione sociale, lavorativa e affettiva, ma un’intera famiglia: come essa nasce dall’incontro accidentale immerso in uno scenario apocalittico di Julie e George, alla nascita della loro figlia che, poi, crescendo, darà origine a una sua famiglia.

Come si diceva, è il sentimento a dominare, l’esigenza di riscoprire la genuinità delle piccole cose, il ricorso necessario al colloquio, al confronto (ci sono molte parti dialogiche nel romanzo), l’intoccabile rispetto dell’altro, la fede in se stessi, la forza di volontà e il desiderio di accogliere l’esistenza come il bene più prezioso che va gioito, incarnato con ardore senza lasciarsi ammorbare dal buio che, pure, esiste.

La struttura del romanzo mi fa pensare a quei famosi “ribaltamenti di fortuna” dell’epica germanica (e poi anche delle fiabe grimmiane) dove a un periodo di tranquillità e felicità (l’incontro di Julie e George e il loro matrimonio) segue un evento infausto che obbliga le persone a rivedere la loro vita, a confessarsi con il Creato e il Creatore e a solidarizzare con la malattia (il tumore di Julie) o a soprassedere a una mancanza (la morte del primo bambino di Julie). E’ la forza di coraggio, l’amore, quel nutrimento fondamentale e necessario che va coltivato e non lasciato stemperare nel tempo né lasciato ammorbare dalla tragedia a permettere di volta in volta quella risalita (a volte lenta e difficoltosa) che consenta un nuovo rinascimento. L’amore ne fuoriesce ancora più forte e la famiglia ancor più rinsaldata.

Non mancano in questo itinerario generazionale che la scrittrice ci fa fare, momenti di vera e propria devianza psichica e sociale che la scrittrice tratta con puntigliosa attenzione: dallo schizofrenico e pericoloso ragazzo di Julie all’apertura del romanzo, alla gelosa e caparbia prima moglie di George, personaggi che, pur localizzandosi in un prima temporale della coppia Julie-George lasciano di certo nei singoli personaggi una certa insoddisfazione e incredulità, addirittura una dilemma scoraggiante come è per George che dovrà, dopo anni e anni in cui la meschinità della ex compagna non ha conosciuto mai un addolcimento, riconquistare la fiducia del figlio allontanatogli mediante stratagemmi infami e che di certo hanno causato dolore anche al ragazzo.

La vita è fatta di luce ed ombre sembra dirci la scrittrice, ossia di piacere e dolore, di entusiasmo e scoraggiamento, di felicità e tragedia, ma sta all’uomo sapersi rialzare proprio grazie al suo spirito vitale improntato alla scoperta e alla conservazione del bene e al rigetto del vittimismo, dell’incupimento e della noia. Non sempre è facile, chiaramente ed è pure giusto osservare che non sempre una malattia può essere vinta riportando la famiglia alla sua serenità caratteristica prima della diagnosi, ma il messaggio di Ninnj Di Stefano Busà va oltre a ciò, analizzando con uno spessore psicologico impressionante cosa accade nei rapporti interpersonali quando subentra la minaccia, la sofferenza per la malattia, il timore di un lutto. A tutto ciò si contrappone un messaggio di speranza e di fede in sé stessi (che non necessariamente implica una fede anche in Dio anche se, come chiosa la scrittrice in chiusura, è bene non lasciarsi invischiare da pensieri ineluttabili quali il fatalismo anima).

Gli scenari esotici descritti con meticolosità tanto nella loro componente arboricola e silvestre quanto nelle loro caratterizzazioni climatiche, rendono questa narrazione ulteriormente speziata permettendo al lettore di non fossilizzarsi e attaccarsi mai troppo agli eventi contingenti quali può essere una vita consuetudinaria vissuta nella quotidianità della propria dimora, e di farlo spaziare, mettere in gioco, inaugurare una nuova abitazione, viaggiare, farlo domandare e osservarlo da vicino come se fosse poi davvero un nostro parente con il quale soffriamo e gioiamo a seconda degli intervalli umorali che sono propri di quella esperienza sul mondo che la scrittrice condensa in quel “soltanto una vita” che poi, per ritornare alla vena poetica della Nostra, non è che un azzeccato ossimoro con il quale giocosamente e lucidamente ci consegna delle pagine di indubbia caratura letteraria e valore morale: “Viviamo l’amore! Non abbiamo molte vite, ce ne resta solo una, ed è molto breve!” (64).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 03.08.2014

 

Luciano Domenighini su “Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

“Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

 TraccePerLaMeta Edizioni, 2014

 

Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI 

 

E’ un atto di coraggio, di soccorso, di difesa, prima ancora che una silloge poetica la recente raccolta di Ilaria Celestini “Memorie intrusive”.

L’argomento trattato, l’abuso a sfondo sessuale, è insolito per un’opera di poesia e questo non tanto perché i poeti non affrontino, di tanto in tanto, qualche argomento scabroso e “scomodo” che si discosta dal repertorio da loro più frequentato, quanto perché i poeti tendono a trattare i temi prescelti partendo da un punto di vista egocentrico, centripeto, ponendo se stessi e il proprio vissuto al centro del mondo o, se vogliamo, al centro del problema.

Anche se uno spunto autobiografico compare, tuttavia, in quest’opera la prospettiva è estensiva, altruistica, universalizzante.

Ilaria Celestini cover libroLa poetessa, più che dolersi di una condizione propria ed esclusiva, enfatizzandola, sembra voler dar voce al dolore di chi voce non ha più, divenendo testimone e apostolo di una religione che tutela le ragioni e i diritti di ogni vittima della violenza.

I mezzi letterari impiegati sono semplici assai:

si tratta di una prosa lirica “frammentata” in versi in modo spontaneo, istintivo e quasi casuale, senza preordinamenti strutturali di ordine retorico o metrico.

Nondimeno il dettato poetico ha grande limpidezza, spiccata valenza comunicativa e se a tratti cede all’enfasi sentimentale,  procede costantemente sull’ala di una sensibilità, di una misura, di un gusto tutt’altro che ordinari.

Queste qualità di equilibrio e di grazia, d’altra parte, sono necessarie e irrinunciabili in quanto l’autrice, trattando il tema dell’abuso e, per esteso, di ogni forma di prevaricazione, condizione che si riduce sempre a una dinamica diretta, interpersonale, pone l’argomento, non già come ci si aspetterebbe, sempre in un aprioristico e deliberato atteggiamento  di condanna e di deplorazione, ma, dimostrando grande coraggio e intelligenza, affrontandolo talora ( v. “Ci sono giorni”, “Finiscimi” oppure “Fino alla disperazione”) in un’ottica “borderline”, lungo quella linea di confine, ambigua e misteriosa, che sta tra vitalismo e incoscienza,  affidamento e dipendenza, bisogno affettivo e degradazione, scelta, più o meno conscia, e destino.

Relativismo quindi? E quindi “comprensione”, “giustificazione” della violenza, come componente inevitabile della natura umana, come “mistero naturale” immanente e necessario?

No certo, perché a fare da spartiacque fra libertà e crimine, fra sessualità e abominio, Ilaria pone, sacro e irrinunciabile, riservato non solo all’infanzia ma a tutte le età della vita, il concetto di un amore integrale, generoso, inteso soprattutto come tutela della dignità della persona amata.

 Quest’opera quindi non è solo un commosso e solidale tributo a tutte le vittime di ogni tipo di sopraffazione ma lo spirito che la sostiene e la alimenta è principalmente e profondamente etico  invocando quel “buon senso” che fra tutti i sensi umani, se non appare come il più esaltante sovente risulta , in definitiva, quello più opportuno e prezioso.

Alla delicatezza eufemizzante, tutta femminile, talora floreale, talaltra sognante, che  contrassegna la strofa conclusiva di alcune di queste liriche (v. “Questo cielo sommerso”, “Nascerà”, “Addio piccolo sogno”), alla sincera commozione e alla empatica condivisione del dolore, sovente si affiancano il coraggio e la speranza di riscatto e di rinascita, metafora della vita che non vuole finire, che non vuole arrendersi, che non vuole nascondersi e annullarsi nella vergogna e nella sconfitta.

I trenta titoli di questa raccolta sono in realtà un’unica, ininterrotta lirica, un discorso continuo sul bisogno d’amore, sulla sua forza ineluttabile, sui suoi martirii e sulle sue catarsi e trovano forse la loro sintesi e la loro realizzazione poetica più compiute nelle tre terzine, intense e struggenti, de’ “I miei ricordi”.

 “Memorie intrusive”, questa a un tempo disinibita e serena elegia  dell’innocenza tradita, al di là del suo valore strettamente letterario, è un’opera carica di tensione interiore, vera, autentica, che tocca il cuore.

 

 

 Luciano Domenighini

 

Travagliato, 9 giugno 2014

 

“Visione”, poesia di E. Marcuccio, commentata da alcuni critici

VISIONE

(poesia di Emanuele Marcuccio)

buio pesto
vapora
nelle nebbie
 
a ridosso
 
un varco di cielo
scolora
lʼalba

12 febbraio 2014

 

visione

Commento a cura di Luciano Domenighini

Due brevi terzine dicotomiche, inframmezzate da un quaternario avverbiale (“a ridosso”), per questa lirica descrittiva di un rasserenamento notturno. La complementarietà degli opposti nelle corrispondenze puntuali dei versi delle due strofe, rinsaldata dalla rima di ternario al secondo verso, è perfetta: “buio pesto-un varco di cielo”, “vapora-scolora”, “nelle nebbie-l’alba”. Apprezzabile la sobrietà del dettato, lʼelegante espressività del verso “un varco di cielo” e dei due verbi in rima, il risalto conferito ai sintagmi, nonché l’immancabile citazione gergale (“buio pesto”), elemento costante nella poesia di Marcuccio. Il clima complessivo è sospeso, assoluto, purissimo. 

 Luciano Domenighini

 Travagliato (BS), 14 febbraio 2014

 

 

Commento a cura di Lorenzo Spurio

Il palermitano Marcuccio ha la poesia nel cuore e sembra non poter vivere senza di essa. Il suo canto lirico ha mostrato negli ultimi mesi venature ambrate nell’espressione che si è consecutivamente fatta più chiusa (ma non ermetica), condensata ed espressivamente concentrata in sé stessa. In questo mix versificatorio del poeta è certamente da aggiungere la recente poesia “Visione” che porta la datazione del 12 febbraio 2014.  Il titolo consente al lettore un’apertura di interpretazione che poi sarà possibile dalla sintassi impiegata nella lirica. La “visione” ci fa pensare a un momento cruciale di abbaglio, di luce improvvisa, quasi come una folgorazione emotiva, spirituale (come non pensare alle visioni mariane?) o esperitiva. Una luce che in qualche modo apre un varco nel “buio pesto” che ammorba l’incipit della poesia descrivendoci uno scenario di desolazione e cupezza. Ed è poi tutta la prima strofa ad impiegare una sintassi di carattere metereologico (“vapora”, “nebbie”) che allude a un sistema di pressurizzazione dell’acqua nell’atmosfera. Nella strofa finale sembra ravvisarsi una speranza, intuiamo un lieve colorismo farsi forza tra tanta oscurità, uno squarcio luminoso che è solo un “varco di cielo”. Quel passaggio iridescente non è che la rottura dell’oppressione che l’io lirico associa alla scurezza e alla cecità che prima ha sofferto nel buio della notte (e del mondo). “lʼalba” che si profila nella chiusa stempera quella scurezza e metamorfizza un cielo nuovo, metafora del giorno che muore e rinasce dagli albori della vita. Una poesia doppia che affresca con pennellate dure dalla maniera espressionistica la stessa scena, in due fasi luminose diverse, “a ridosso” l’una dall’altra. La grande assente è la luna. Comunemente associata alla meraviglia dell’uomo, ma anche al pensiero/inquietudine della morte (v. Garcia Lorca) essa sembra essere un pensiero che ha abbandonato la mente dell’io lirico che, invece, affresca il mondo nei suoi due momenti cruciali: da una parte il recesso, il buio, l’incoscienza, il nero, la notte e dall’altra la speranza, la luce, la consapevolezza, il colore che si fa e il giorno che si costruisce come una somma algebrica di tinte pure.

 Lorenzo Spurio

 Jesi (AN), 21 aprile 2014

 

 

Commento a cura di Francesco Martillotto

Una poesia, quella di Marcuccio, dicotomica semanticamente (come bene Domenighini ha già scritto) ma anche ascensionale: dal basso, terreno, all’alto, ultraterreno (dal “buio pesto” iniziale all’ “alba” finale). Il buio (ma anche le “nebbie”) nel quale ci perdiamo (cfr. il Dante dell’Inferno e il Petrarca del sonetto proemiale dei Rerum Vulgarium Fragmenta) verso la luce (la ratio) che illumina il nostro percorso verso la “verace vita”. Essenziale!

Francesco Martillotto

 Lago (CS), 3 luglio 2014

 

 

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Lorenzo Spurio su “La testa aspra” di Filippo Parodi

La testa aspra
di Filippo Parodi
Gorilla Sapiens Edizioni, 2013
ISBN: 978-88-90719776
Pagine: 223
Costo:  13,50 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 

 

timthumbUn libro curioso e singolare questo di Filippo Parodi che, sotto il titolo di La testa aspra, raccoglie un universo di racconti per lo più brevi che dipartono da ambientazioni e problematiche assai variegate tra loro. Lo scrittore, armato di un suo stile personale, sintetico, poco riflessivo e prettamente narrativo-consequenziale, ci affida degli squarci di esistenze se non completamente comuni, di certo verosimili e possibili nella nostra realtà odierna. I numerosi personaggi di questo libro sembrano essere fagocitati, chi più chi meno, da un sistema a tratti criptico a tratti spersonalizzante che denatura quelli che potrebbero essere le manifestazioni emotive più autentiche e sincere.

Non c’è compatimento né derelizione nei confronti di questi tipi sui generis e al contempo il narratore non fomenta quella che potrebbe rivelarsi come una mera predisposizione al compiacimento; manca, forse, quella compartecipazione del lettore se non nell’immedesimazione per lo meno nel solidarizzare/demonizzare i personaggi di queste storie che in realtà sono dei frammenti, degli squarci incompleti, interrotti, dai finali inconclusi, aperti o il cui significato sembra essere dettato da alcune parole che il narratore impiega nel corso dello stesso.

Il panorama delle fobie sembra essere affrontato secondo un tentativo, pure stimabile, di mappatura di quella complessità insita negli atteggiamenti nevrotici dell’uomo dinanzi a certi oggetti, persone, luoghi, situazioni e quant’altro. Se non altro nella prefazione si fa proprio riferimento a una “scansione precisa e impietosa delle proprie manie, debolezze e fobie” (9). E’ possibile disquisire sulla ‘precisione’ (che non sembra corrispondere a una meticolosità di carattere metodologica né medico-scientifica, né eziologica) e sulla ‘impietosità’ di questa narrazione perché poi i personaggi vengono a risultare un po’ dei caratteri fissi, mono-tematici, addirittura quasi inetti, caratterizzati da una incapacità verso il mondo che non va tanto ricercata nella dimensione caotica e straniante della vita odierna quanto per lo più in una deficienza più o meno pronunciata che ha un’ origine di derivazione traumatica o è frutto di una fissazione localizzabile in un distorto sviluppo psico-sessuale o, ancora, a una predisposizione propria verso un certo tipo di morbo.

Chiaramente La testa aspra è un testo di narrativa che non ha la pretesa di fornire simili elementi secondo un approccio scientifico né di circostanziare un po’ più le varie sintomatologie (cosa che sarebbe stata, però, interessante) e si offre al lettore piuttosto come degli appunti sui quali è possibile aprire una riflessione. Parodi mostra al contempo una certa insofferenza verso quei modelli di riferimento che nella narrativa finiscono spesso per assurgere a categorie logiche (il senso di moralità, la convinzione religiosa, l’autenticità dei rapporti che intrattiene il singolo con l’altro, il sentimento d’utilità per la collettività, etc.) e sembra attuare nella conformazione delle sue storie con una tecnica minimale configurabile all’interno di quella letteratura recente, vicino all’underground, che rifugge lo struggente e lo splatter,  e mette il lettore (che poi è colui che è a rappresentazione del cosiddetto “uomo normale” che fa la differenza dalla morbosità dei comportamenti fobici del libro) dinanzi a questa realtà. L’effetto che ne sorge è straniante, ma lo è in una misura abbastanza controllata poiché mai capace di approdare a livelli pericolosi che potrebbero degradare all’incomprensione (a  quella che potremmo definire una tortuosità del progetto), al mero nonsense, all’utilizzo demagogico di una materia che pure, dovrebbe essere trattata con un piglio maggiormente lirico, empatico e sociale.

I maggiori punti di forza del libro penso siano facilmente localizzabili in frasi ad effetto (non shock) che mettono in luce un difficile rapporto del protagonista con le leggi della fisica e della normalità convenzionale sui cui regge il mondo dalle quali Parodi parte per affrescare individui particolari non perché anticonformisti ma perché manifestazione di un determinato disagio fisico e poi esistenziale, dunque anche relazionale come queste: “La bocca, adesso, costituisce tutto ciò che di lui rimane” (41) che sembra quasi evocare un soggetto molle e fagocitante di un quadro onirico di Dalì; “Era arrivata al settimo mese di gravidanza e Cosimo, il bambino, di punto in bianco le aveva riferito di aver cambiato idea: non voleva più nascere” (65) sintomo di un delirio suicidiario pre-vita del tutto originale quanto inconcepibile del tutto. Il racconto “L’uomo e la spina” a mio avviso è uno dei più riusciti in assoluto dell’intera raccolta della quale, pure, va osservata una capillare attenzione nell’apparato finale del testo nei confronti di riferimenti prevalentemente musicali e in parte anche letterari che hanno evocato, animato e sostenuto la realizzazione dei vari racconti.

 

 

Lorenzo Spurio

 

 

San Benedetto del Tronto, 06.07.2014

“La dolce Rua Sovera” di Anna Maria Boselli Santoni, un commento di Lorenzo Spurio

La dolce Rua Sovera
Anna Maria Boselli Santoni
Edizioni Pragmata, 2014
Pagine: 99
ISBN: 9788897792482
Costo: 12 €
 
 
Commento di Lorenzo Spurio

Copertina Dolce ruaUn romanzo che è anche e soprattutto un fine documento storico questo recente di Anna Maria Boselli Santoni che porta il titolo de La dolce Rua Sovera (Edizioni Pragmata, 2014). Sebbene ci sia una protagonista principale, che è Andreina (la ragazza che vediamo riportata nella copertina), il romanzo si offre al lettore volutamente privo di una preminenza nella descrizione dei caratteri (dei personaggi) in quanto ha proprio la volontà di dipingere una determinata fetta di società in un determinato luogo (che è quello di Leno, un paese della provincia di Brescia, ma in maniera più precisa una parte di questa città circoscrivibile attorno a Via Mazzini) in un determinato tempo storico (anni ’40-’60). Ecco per l’appunto perché si diceva che questo romanzo è un documento storico, fedele nella descrizione empatico-emotiva dei personaggi con i loro luoghi vissuti e sperimentati durante la loro età più bella, quella dell’infanzia e dell’adolescenza.

Con un espediente letterario stupefacente e ben congegnato per una narrazione di questo tipo, Anna Maria Boselli Santoni trasmette sulla carta uno spaccato del vissuto di Leno l’indomani della guerra dove non mancano i riferimenti al lavoro nei campi e alla ciclicità delle stagioni, all’animosità costituzionale tra ragazzini, alle preoccupazioni di varia natura delle famiglie, alla spietatezza della morte che spesso sopraggiunge veloce e in tenerissima età.

Un canto alla vita questo di Anna Maria Boselli Santoni condito con una profonda speziosità di nostalgia dei tanti ricordi che appartengono a un’età ormai lontana, ma non perduta perché inscindibili dal suo essere donna nel presente.

La tecnica di narrazioni multiple, di focalizzazioni che cambiano di continuo narratore e che permettono la produzione di una prosa polifonica, a più voci, fatta da più inclinazioni, sarebbe di certo piaciuta molto ai modernisti inglesi che pure la adottarono con compiacimento e abbondanza; ma la novità qui, nel libro di Anna Maria Boselli Santoni, sta nel fatto che non sono solo le persone a parlare, ma anche gli elementi fisicamente morti perché non viventi come le costruzioni architettoniche della città: cortili, piazze e vie quasi da ricordare la montagna rocciosa di Michael Ende in La storia infinita che parla in un’atmosfera avulsa dall’incomprensione e dal timore. Ed è così che la strada racconta se stessa, ciò che vede, sente e percepisce. Essa non origlia, perché non è ficcanasa, è semplicemente testimone onnipresente di un vissuto che si è avuto nella sua superfice. Anna Maria Boselli Santoni fa raccontare la sua storia d’infanzia a un mondo di carne (i vari personaggi che intervengono) e di pietra (le vie, le piazze) a testimonianza di quel legame indissolubile tra uomo e la sua terra.

Leggendo l’intero libro mi sono sentito un po’ un moscerino che svolazzando di qua e di là sulla Rua Sovera ho potuto avere una vista senza impedimenti e capire lo svolgimento delle attività di un’intera comunità. Ho osservato di continuo la via di cemento sotto di me, il principale palcoscenico di tutto, e ho goduto delle giornate assolate in cui la via era popolata di ragazzi a piedi scalzi sino ad ammalarmi di freddo nelle giornate nevose in cui andavano tutti imbacuccati.

Un romanzo sul tempo e sulla ciclicità di tutto.

Un’attestazione d’amore per la propria terra.

Un’indagine precisa e interessante su un’età che fu.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 14.06.2014

La Kogoi Edizioni pubblica “Un dilemma” di J.K. Huysmans

 “Un dilemma” di J.K. Huysmans

Kogoi Edizioni presenta “Un dilemma” di J.K. Huysmans, prefazione di Dario Pontuale e intervento critico di Chiara Pasetti, in libreria da fine maggio e in tutti i digital store.

 

Il libro

10385217_697374723654036_1820410935_nLa vita piccolo-borghese è meschina e ipocrita: il gioco dei soprusi, il sesso come esercizio di potere sono la storia di Sophie che ne “Un dilemma” cade vittima, per colpa di un’eredità, di un uomo senza scrupoli. Ma anche tutto ciò che disgusta può diventare narrazione: la noia come il male, ed ecco allora il campionario delle diverse rappresentazioni de Il mostro che Huysmans ci regala facendoci da guida stravagante nella storia dell’arte. Un racconto lungo e una prosa d’arte in una lingua ricca di parole non comuni, di espressioni popolaresche, d’impreviste metafore. Huysmans ricorda un inquisitore del Medio Evo: mistico e scettico, credente e perverso. Un Poeta visionario capace di tradurre in prosa gli abissi e gli incanti del Bene e del Male che Baudelaire esplorò in poesia. Un libro per chi non ha paura… delle montagne russe dell’anima.

 

L’autore

Joris Karl Huysmans (Parigi 1848 – Parigi 1907), scrittore francese di origine olandese.

Esordisce con una raccolta di poemetti d’imitazione baudelairiana, si allena con lo stile naturalista e poi esplode nel capolavoro con il romanzo Controcorrente che gli assicura un primato nel panorama del Decadentismo europeo.

Dario Pontuale studioso della letteratura Otto-Novecento e autore di saggi su Serra, Montale,

Buzzati, Svevo, Pessoa, Zola. Collabora con diverse riviste di critica letteraria e cura la riscoperta di grandi classici dimenticati (Maupassant, Salgari, London, Stevenson).

 

“Un dilemma” di Joris Karl Huysmans
ISBN 978-88-98455-12-6
Collana: Talismani
Data: maggio 2014
Formato: 21×14
Pag.100 circa
Prezzo Euro 13.00

 

KOGOI EDIZIONI  ha pubblicato “Incontri” di Robert Musil nella Collana Talismani diretta da Dario Pontuale

 Kogoi Edizioni s.r.l. – Ufficio Stampa

via Francesco Catel, 27 / 29 – 00152 Roma

tel. 06/31058600 – fax 06/31058600

 info@kogoiedizioni.com – www.kogoiedizioni.com

Floriano Romboli su “Soltanto una vita”, romanzo di Ninnj Di Stefano Busà

Soltanto una vita, romanzo di Ninnj Di Stefano Busà
 Recensione  a cura di Floriano Romboli

 

downloadNon può che suscitare interesse la prima prova narrativa di Ninnj Di Stefano Busà, poetessa molto conosciuta e apprezzata per le numerose raccolte di versi pubblicate nel tempo con vivo consenso dei critici e del vasto pubblico dei lettori; e il romanzo Soltanto una vita, apparso nel febbraio scorso per i tipi della Kairòs  Edizioni  di Napoli, si rivela un’opera compatta, stilisticamente coerente, scritta con sofferta, intensa partecipazione etico-sentimentale perché concepita sul fondamento di convinzioni ideali salde e profonde.

Il nuovo lavoro, ambientato in Argentina e in un contesto sociale alto-borghese, essenziale e lineare nella sua fisionomia strutturale-organizzativa, non è d’altronde privo di suggestioni poetiche, giacché l’elaborazione romanzesca si anima sovente di accensioni liriche, innanzitutto di fronte allo spettacolo entusiasmante e irresistibile offerto dalla natura:

“Il panorama dal golfo è mozzafiato: un mattino di settembre inoltrato, in cui la luna sparisce dall’orizzonte ancora assonnato, una rada nebbiolina penetra nei respiri sottili  e affannosi dell’estate appena trascorsa, che sta già obbligando le foglie e le chiome degli  alberi a tramutarsi in giallo ocra e arancio. Si avverte nell’aria un tremore  smarrito  di teneri singulti,…quasi uno stupore commovente e tenero, un languore malinconico, una sorta di addio all’estate che già si allontana a piccoli passi, lasciando nell’animo  una nostalgia  di  fondo inesprimibile “(p.37)

Le stesse vibrazioni lirico-meditative ricorrono nel testo allorché l’autrice considera la vicenda umana, la storia intima degli individui, attraversata contraddittoriamente da una spiccata aspirazione alla felicità e quindi da un insopprimibile desiderio di auto-realizzazione personale, e dall’amara esperienza della delusione provocata dai numerosi ostacoli, dalle tante difficoltà materiali e spirituali che costellano la quotidianità di ognuno.

Se l’equilibrio naturale può essere sconvolto dall’uragano, come si racconta proprio all’inizio (“ L’oceano si apre improvvisamente, come una valva sul fondale lussureggiante di un’immensa esplosione di luce (…) e pur tuttavia l’amabile dolcezza di quel tratto d’insenatura stupendo, situato sul litorale atlantico…oggi appare devastato, almeno in parte, martoriato dal ciclone che si è abbattuto con furia sterminatrice”, pp.12-13), pure la stabilità interiore della protagonista, Julie Lopez, risulta seriamente insidiata dalla comparsa di una forma molto grave di malattia:

L’ordine è mutato, sente che nulla sarà più come una volta; la malattia l’ha segnata inevitabilmente, ora vi è come una linea di demarcazione, uno spartiacque che consegna una forma  di  turbamento aggiuntivo, e che Julie non può riordinare nel breve tempo: il male ha sconvolto taluni equilibri, ha  stravolto molti fili che ora restano allo scoperto, in modo quasi indecente; spetta ora a lei ripristinare e assegnare una  dimensione nuova a ogni più piccola tessera del puzzle (pp.77-78)

È tale lirismo riflessivo che nella narrazione valorizza l’intersezione fondamentale dell’àmbito naturale e di quello umano, gettando luce sul rapporto, di rilievo decisivo, fra uomo e natura.

Questi, nella costituzionale ambivalenza di animale di natura e anche di cultura, ha inteso spesso rivendicare la sua innegabile specificità, in base alla quale ha costruito la storia, la civiltà, il proprio imponente patrimonio tecnico-scientifico; ha nondimeno avvertito in molte circostanze il bisogno di ritornare alla natura, di reimmergersi nei suoi ritmi armoniosi e pacificanti, di rinnovare, attraverso la relazione con essa, il dialogo con Dio, come accade ai personaggi principali del libro:

Si  dirigono tutti in quel luogo  e  avvertono che il tempo, lì, sembra essersi fermato come d’incanto. Si  è come sciolto  quel  groppo o nodo che, in genere, tiene stretto il genere  umano  al  suo travaglio, si sono liquefatti ogni impiccio, pena, disillusione, in un idioma naturalistico che tutto idealizza e anima di quieti incantamenti (…) In quel luogo, tutto è un coro  alla filosofia  del creato, che ha saputo così bene orchestrare: suoni, sapori, odori, stille  lucenti di un complesso riproduttivo  chiamato a dare il meglio di sé (p.167)

Certo è che la vita dispensa momenti di letizia e altri di pena, poiché “ la vita è assai bizzarra; il suo fascino strano e misterioso, talvolta, ci porge gioie e dolori, ma ci consente anche di superare il guado e salvarci, oppure c’ inebria o ci blandisce, dopo averci fatto sfiorare il terrore”(p.137); e  quasi a conferma di un’idea siffatta Julie dichiara in un momento toccante della sua esistenza: “Ho visitato l’inferno e ora sono al settimo cielo”(ivi).

L’uomo però può fare della sua vita – che è soltanto una vita – un’esperienza serena e appagante, se saprà fare uso saggio e conveniente della propria peculiarità intellettuale-morale, ispirandosi ai valori della tenacia, dell’auto-stima, di un’attiva e comprensiva solidarietà, della speranza che “dalla notte cupa risorgerà sempre la più luminosa aurora”(p.158), e soprattutto disponendo l’animo all’amore, sentimento di cui nell’opera viene esaltata con toni commossi la centralità nel succedersi  delle generazioni:

Infine, chi regge la storia di ognuno è sempre l’amore, che è anche il fattore impalpabile dell’inconscio  emozionale, ne designa l’orbita  gravitazionale all’interno di ogni nostra proiezione esistenziale (p.63)

Se l’amore s’impara ( come una volta si scopre a pensare ancora Julie), s’impara altresì l’amore per la vita, alla quale nel romanzo la scrittrice – riservandosi risolutamente il ruolo di narratrice onnisciente – tributa un omaggio appassionato che ha nel descrittivismo insistito, a tratti prezioso riscontrabile in molte pagine il più evidente corrispettivo formale.

Talora il gusto per le descrizioni lunghe e raffinate rischia di appesantire il discorso narrativo, determinando cadenze ripetitive (penso in particolare alle parti dedicate agli interni lussuosi delle dimore aristocratiche, agli abiti dei personaggi, sempre debitamente firmati, ai menù dei pranzi e delle cene di gala e via elencando), stilizzazioni irrigidite nocive all’autenticità degli ambienti storici e umani rappresentati; ma il messaggio complessivo del libro – l’invito a dare alla propria vita le caratteristiche di un’esistenza compiuta e originale, significativa e mai opaca ed etero-diretta – si trasmette al lettore con forza persuasiva.

                                                                                                  Floriano Romboli

“Rose d’amore” di Patrizia Pierandrei, recensione di Lorenzo Spurio

Rose d’amore
Di Patrizia Pierandrei
Editrice Pagine, Roma, 2014
ISBN: 978-88-6819-743-8
Pagine: 81
Costo: 23 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
Non sappiamo capire i malcapitati,
che sono stati colpiti dalla sventura. (53)

immagineLa nuova silloge poetica della jesina Patrizia Pierandrei dal titolo “Rose d’amore” (Editrice Pagine, 2014) colpisce molto nella copertina dai colori molto forti e caldi dove ci sembra di scorgere un particolare di un quadro dove in primo piano si stagliano delle mele granate. Il fondo, a pennellate veloci e indistinte, è dominato invece da un miscuglio di tinte verdi-giallo-celesti che permettono all’acceso colore rosso dei frutti di risaltare ancor più vivamente. E il contenuto della silloge è in effetti un canto accorato alla natura della quale la Nostra si serve per rievocare momenti d’amore, affrescare momenti della giornata e partire per riflessioni a tratte amare ma realistiche sulla drammaticità dell’oggi. E’ una raccolta poetica nei suoi contenuti molto varia, che spazia da tematiche e suggestioni diverse, ma che riesce sempre a mantenere la presa nel lettore e conservare un grande filo-unicum nel quale le varie liriche si intrecciano. Molto interessante la lirica “La madre” dove la poetessa traccia le caratteristiche emblematiche di una donna-madre che costruisce giorno dopo giorno l’universo domestico, protettivo e identitario per il figlio, non mancando di sottolineare la laboriosità della donna e l’insieme delle mansioni che essa svolge ed è votata a svolgere per il benessere del nido familiare: “Cuore della casa è la madre” (17).

Molte liriche sono chiaramente pervase da un convincimento profondo nella validità degli insegnamenti della dottrina cristiana quali ad esempio l’importanza dell’amore indistinto verso l’altro, della comprensione, della ricerca continua di quel senso di unità nelle diversità sul quale possa costruirsi la società. La parola “insieme” e l’universo semantico ad esso collegato (quello dell’unione, della famiglia, della società) ricorre l’intera opera in modi e forme diverse come quando, nella lirica ispirata al viaggio in Inghilterra, emblema della convivenza multiculturale osserva: “Fra tutte le grandi isole [è] la più rinomata” (20). Lo è, come scopriamo nella poesia, non tanto per le sue bellezze paesaggistiche e patrimonio culturale, ma perché (come lo è forse ancor più negli USA) è il luogo dove la convivenza tra culture, religioni e razze diverse sembra essere meno complicata tanto da poter parlare del celebre melting pot, auspicabile invece in tante altre realtà (compresa l’Italia) dove di continuo si dibatte polemicamente su idee di separatismo, forme di razzismo e manifestazioni più o meno gravi di prepotenza tra diversi gruppi sociali.

Ed è per tutto ciò che si sta dicendo che, forse, la componente principale della poetica della Pierandrei è proprio il suo ordito sociale e solidale, ossia solidaristico, d’amore per tutti indistintamente, che è emblema di un animo aperto, profondo che è improntato sempre a far risaltare il bene sul male. Questa attenzione capillare verso l’altro non si esplica solamente nei confronti dell’uomo, ma travalica anche all’elemento naturale, forestale, con liriche dove la donna esalta l’importanza dell’albero (di qualsiasi specie esso sia) perché elemento che consente all’uomo la vita tanto da tramutarsi in una vera e propria “poetessa degli alberi” come quando in “Natura” sagacemente osserva: “felice è colui che rispetta la sua indole,/ che non fa a nessuno alcun male” (21. L’interesse ecologico e per la salvaguardia dell’ambiente è uno dei motivi preliminari della donna che, proprio partendo dalla vista dell’albero, “essere prezioso” va anche a toccare pieghe di carattere etico-civile quali il disboscamento e la logica smodata della costruzione edilizia su spazi sottratti ad aree verdi (“Il cemento duro gli ha rubato la terra/ […]/ le tante distruzioni,/ dovute alle troppo costrette urbanizzazioni”, 22).

A completare la ricchezza tematica di questa silloge ci sono poesie che più chiaramente si riallacciano a un passato personale ed intimo dove la donna rievoca vecchi amori, amicizie ed episodi che hanno poi marcato la sua vita come la poesia “Giochi” che ci trascina al tempo dell’infanzia o alla poesia “Cortesia” nella quale la donna, invece, come stesse commentando una vecchia lirica medievale, tratteggia come il concetto di cortesia sia poi cambiato nel tempo, fagocitato sempre più dal dilagante e sorpassante dominio del bisogno di libertà.

Mi hanno colpito, in ultima battuta, le poesie nelle quali la donna smette momentaneamente di guardare dentro di sé per attestare ciò che accade intorno a lei dove la donna non può che stupirsi difronte agli insanabili divari tra ricchezza e povertà, tra lusso e inadeguatezza sociale, rappresentati dicotomicamente dalle vetrine luminose e fascinose segno di un progresso sfrenato e di un commercio che va avanti imperturbabile e dall’altra da barboni che si trascinano il cartone o bambini poveri che chiedono pietosamente l’elemosina. Ciò che desta preoccupazione non è la disparità economica di questi due gruppi di persone (ricchi e poveri sono sempre esistiti, in ogni secolo), ma l’indifferenza con la quale i primi si rendono praticamente insensibili, inutili e sprezzanti nei confronti di chi invece si potrebbe aiutare con poco. Patrizia Pierandrei tratteggia con le sue liriche un mondo contemporaneo dove l’azione distruttiva dell’uomo contribuisce a minacciare la natura e mette a serio rischio e pericolo la vita degli alberi che sono come “il miglior amico” (55), dove la terra è inquinata (53) e come una vivida notizia della cronaca giornaliera denuncia la durezza del cuore degli uomini ricchi o economicamente agiati che vivono nella loro dimensione senza concepire che nel mondo, nella loro città, nella loro strada, ci siano anche persone che non hanno nulla: “Ma la gente non si preoccupa dei poveri,/ […]/ non gli importa come stanno gli altri” (45). Ma a questa mancanza di solidarietà la Pierandrei fa far capolino a una sorta di minaccia redentrice che grava dall’alto e che poi, una volta nell’aldilà, forse ci sarà la giusta pena per tutti per quanto hanno fatto/non fatto sulla Terra nei confronti degli altri: “così per [i ricchi] va sempre tutto liscio,/ fino a che non si scatena un bel rovescio” (45).

L’inquinamento, la contaminazione della quale la Pierandrei parla non è solo di carattere atmosferico, ecologico, ma fa riferimento a livello più alto all’endemicità del morbo dell’indifferenza, all’esasperante incomprensione, alla pietrificazione dei cuori, all’acceso narcisismo che degrada giorno dopo giorno quella che dovrebbe essere la felice vita di una società in unione, che si fortifica sui rapporti che intrattiene al suo interno. A tutto ciò la Nostra sembra combattere con l’abbattimento del pregiudizio, la strenua difesa delle libertà personali, la comprensione e l’avvicinamento al diverso e al disagiato, la fede in Dio e una forte speranza che, nel tempo, le coscienze inquinate possano ravvedersi e le cose possano evolvere in meglio:

 La vita cerca sempre un nuovo lume,
che ci porti a ritrovare
la gioia di un leggere barlume
per poter ancora continuare. (23)
 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 22.05.2014

E’ uscito il nuovo numero della rivista “Euterpe” che aveva come tema “La natura è in pericolo!”

LOGO COLORISiamo felici di comunicarLe dell’uscita dell’12° numero della rivista di letteratura Euterpe. Il numero a tema “La natura è in pericolo!” raccoglie poesie, racconti e recensioni selezionati dalla Redazione della rivista, oltre a varie segnalazioni di concorsi letterari. 

inquinamentoNella rivista sono presenti testi di Busca Gernetti Giorgina, Calabrò Corrado, Carmina Luigi Pio, Carresi Sandra, Celestini Ilaria, De Rosa Mario, Marcuccio Emanuele, Melis Katia Debora, Faggio Sunshine, Franchetto Daisy, Francucci Sara, Molinari Maurizio Alberto, Panella Giuseppe, Pardini Nazario, Serino Felice, Soddu Annalisa, Spurio Lorenzo, Stefanelli Patrizia, Vargiu Laura, Zanarella Michela.

Troverà la rivista pdf in allegato a questa mail o potrà scaricarla a questo link.

Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “Detti, dialetti e folklore locale”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 1 Settembre 2014.

Clicca qui per aprire il relativo evento creato in Facebook.

Grazie per l’attenzione e  cordiali saluti

Lorenzo Spurio

Direttore Euterpe

Un sito WordPress.com.

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