Lorenzo Spurio su “La testa aspra” di Filippo Parodi

La testa aspra
di Filippo Parodi
Gorilla Sapiens Edizioni, 2013
ISBN: 978-88-90719776
Pagine: 223
Costo:  13,50 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 

 

timthumbUn libro curioso e singolare questo di Filippo Parodi che, sotto il titolo di La testa aspra, raccoglie un universo di racconti per lo più brevi che dipartono da ambientazioni e problematiche assai variegate tra loro. Lo scrittore, armato di un suo stile personale, sintetico, poco riflessivo e prettamente narrativo-consequenziale, ci affida degli squarci di esistenze se non completamente comuni, di certo verosimili e possibili nella nostra realtà odierna. I numerosi personaggi di questo libro sembrano essere fagocitati, chi più chi meno, da un sistema a tratti criptico a tratti spersonalizzante che denatura quelli che potrebbero essere le manifestazioni emotive più autentiche e sincere.

Non c’è compatimento né derelizione nei confronti di questi tipi sui generis e al contempo il narratore non fomenta quella che potrebbe rivelarsi come una mera predisposizione al compiacimento; manca, forse, quella compartecipazione del lettore se non nell’immedesimazione per lo meno nel solidarizzare/demonizzare i personaggi di queste storie che in realtà sono dei frammenti, degli squarci incompleti, interrotti, dai finali inconclusi, aperti o il cui significato sembra essere dettato da alcune parole che il narratore impiega nel corso dello stesso.

Il panorama delle fobie sembra essere affrontato secondo un tentativo, pure stimabile, di mappatura di quella complessità insita negli atteggiamenti nevrotici dell’uomo dinanzi a certi oggetti, persone, luoghi, situazioni e quant’altro. Se non altro nella prefazione si fa proprio riferimento a una “scansione precisa e impietosa delle proprie manie, debolezze e fobie” (9). E’ possibile disquisire sulla ‘precisione’ (che non sembra corrispondere a una meticolosità di carattere metodologica né medico-scientifica, né eziologica) e sulla ‘impietosità’ di questa narrazione perché poi i personaggi vengono a risultare un po’ dei caratteri fissi, mono-tematici, addirittura quasi inetti, caratterizzati da una incapacità verso il mondo che non va tanto ricercata nella dimensione caotica e straniante della vita odierna quanto per lo più in una deficienza più o meno pronunciata che ha un’ origine di derivazione traumatica o è frutto di una fissazione localizzabile in un distorto sviluppo psico-sessuale o, ancora, a una predisposizione propria verso un certo tipo di morbo.

Chiaramente La testa aspra è un testo di narrativa che non ha la pretesa di fornire simili elementi secondo un approccio scientifico né di circostanziare un po’ più le varie sintomatologie (cosa che sarebbe stata, però, interessante) e si offre al lettore piuttosto come degli appunti sui quali è possibile aprire una riflessione. Parodi mostra al contempo una certa insofferenza verso quei modelli di riferimento che nella narrativa finiscono spesso per assurgere a categorie logiche (il senso di moralità, la convinzione religiosa, l’autenticità dei rapporti che intrattiene il singolo con l’altro, il sentimento d’utilità per la collettività, etc.) e sembra attuare nella conformazione delle sue storie con una tecnica minimale configurabile all’interno di quella letteratura recente, vicino all’underground, che rifugge lo struggente e lo splatter,  e mette il lettore (che poi è colui che è a rappresentazione del cosiddetto “uomo normale” che fa la differenza dalla morbosità dei comportamenti fobici del libro) dinanzi a questa realtà. L’effetto che ne sorge è straniante, ma lo è in una misura abbastanza controllata poiché mai capace di approdare a livelli pericolosi che potrebbero degradare all’incomprensione (a  quella che potremmo definire una tortuosità del progetto), al mero nonsense, all’utilizzo demagogico di una materia che pure, dovrebbe essere trattata con un piglio maggiormente lirico, empatico e sociale.

I maggiori punti di forza del libro penso siano facilmente localizzabili in frasi ad effetto (non shock) che mettono in luce un difficile rapporto del protagonista con le leggi della fisica e della normalità convenzionale sui cui regge il mondo dalle quali Parodi parte per affrescare individui particolari non perché anticonformisti ma perché manifestazione di un determinato disagio fisico e poi esistenziale, dunque anche relazionale come queste: “La bocca, adesso, costituisce tutto ciò che di lui rimane” (41) che sembra quasi evocare un soggetto molle e fagocitante di un quadro onirico di Dalì; “Era arrivata al settimo mese di gravidanza e Cosimo, il bambino, di punto in bianco le aveva riferito di aver cambiato idea: non voleva più nascere” (65) sintomo di un delirio suicidiario pre-vita del tutto originale quanto inconcepibile del tutto. Il racconto “L’uomo e la spina” a mio avviso è uno dei più riusciti in assoluto dell’intera raccolta della quale, pure, va osservata una capillare attenzione nell’apparato finale del testo nei confronti di riferimenti prevalentemente musicali e in parte anche letterari che hanno evocato, animato e sostenuto la realizzazione dei vari racconti.

 

 

Lorenzo Spurio

 

 

San Benedetto del Tronto, 06.07.2014

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