“Casa di mare aperto” di Felice Serino, recensione di Lorenzo Spurio

Casa di mare aperto

di Felice Serino

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

imagesE’ una poesia dotta, filosofica e ricca di rimandi alla letteratura europea quella di Felice Serino contenuta nella sua ultima raccolta dal titolo enigmatico “Casa di mare aperto”. Ed è un po’ tutta la poetica di Serino ad essere attraversata da un certo ermetismo che si realizza in un criticismo del linguaggio, in una frantumazione dell’identità e in numerosi squarci visionari e addirittura onirici. Serino parte dal mondo che lo circonda, ma non è quello il suo interesse nell’arte della scrittura, perché l’intenzione è altra. La poetica si trasfonde a un livello più alto, a tratti irraggiungibile a tratti difficile da capire, ma l’artifizio della poesia sta anche in questo: nel dire e nel non dire, nell’utilizzare un concetto per elevarlo a qualcosa d’altro, metafisico, che non può aver concretezza proprio perché ha a che fare con la coscienza dell’uomo.

Importanti e degni di rispetto le poesie d’impianto civile, che nascono cioè dal voler ricordare alcuni personaggi centrali nel processo di crescita e progresso storico com’è la lirica dedicata al Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi nella quale Serino utilizza l’isotopia del sangue e della violenza per tratteggiare il clima d’odio, repressione e vendetta nei confronti della statista appartenente all’opposizione: “Dal suo sangue si leva alto/ il grido d’innocenza/ a confondere intrighi di potenti” (p. 20). La condanna alla tirannia, alla democrazia messa a tacere è evidente anche se il linguaggio di Serino evita la durezza e si contraddistingue sempre per una certa armonia e levità, anche quando parla di drammi in piena regola. Ma ci sono anche poesie in cui il poeta mette allo scoperto terminazioni nervose dolorose dal punto di vista sociale, come è il caso della poesia “A ritroso” ispirata al fenomeno poco noto degli hikikomori in Giappone che riguarda dei giovani che si auto-recludono letteralmente in casa evitando una vera vita sociale.

Centrale anche il tema della morte che ritorna in varie liriche come pensiero spesso assillante, altre volte come semplice dato di fatto dal quale bisogna partire con consapevolezza nell’impostazione del proprio progetto di vita. L’interesse per il mondo, per la socialità, la vicinanza all’altro e la riflessione sulla nostra esistenza fatta di giorni che sembrerebbero identici ma che non lo sono, trova ampiezza in una lirica in particolare, “In questo riflesso dell’eterno” dove il poeta con sagacia e freddezza verga la carta scrivendo: “imbrigliati noi siamo in un tempo/ rallentato/ noi spugne del tempo/ assediati da passioni sanguigne” (p. 61) in cui si ritrovano molti temi/aspetti che contraddistinguono la vita dell’uomo d’oggi: il tempo che scorre in maniera rallentata, troppo lenta, forse perché  non è più in grado di vivere i momenti che riceve in maniera autentica, ma forse perché l’uomo senza lavoro, precario, disoccupato o immigrato che sia, senza una occupazione non può che vedere il suo tempo scorrere in maniera lenta, dolorosa e oziosa; l’uomo è una spugna nel senso che riceve dal mondo, ma è sempre meno in grado di dare; che assorbe, si assoggetta, accetta e che, al contrario, non fa, non dà, non propone. Il mondo frenetico e alienante che propone una società sempre più efficiente, veloce e altamente tecnologizzata in realtà provoca un certo indolenzimento che si ravvisa nel sonnambulismo etico e pratico dell’uomo. Infine gli uomini sono “assediati da passioni sanguigne”: amore e sesso che, come si sa, non sono la stessa cosa e che spesso possono portare alla follia, al delirio, allo spargimento di sangue, in un doloroso banchetto in cui Eros e Thanatos giocano beffardi ignari di cosa stanno combinando. In “L’alba che sa di nuovo” Serino esordisce con versi acuminati: “la si vive nel sangue la nottata” (p. 89).

Numerosissimi i riferimenti e le citazioni a numerosi padri della letteratura europea, tra cui Mallarmé, Ungaretti, Zanzotto, Pessoa  che, oltre a sviscerare il grande amore di Serino nei confronti della letteratura e la sua profonda conoscenza, rendono l’opera un gradevole e profumato percorso in altre storie, tempi e luoghi.

Lascio ai lettori di questa recensione un’ultima lirica del Nostro nella quale si respira un senso d’incertezza e un sentimento di sospensione che non è dato all’uomo capire; il serpente presente quale immagine di fondo della lirica alla quale si tende analogicamente (si richiama il verde e il serpeggiare), rimanda ancora una volta all’immagine del peccato, dell’avvelenamento e dunque della morte. Ma la cosa curiosa è che in questo caso non vi sono vittime, se non la serpe stessa:

 

Di un altrove (p. 78)

di un altrove

d’un altrove

striscia

di luce verde la mente

l’interrogarsi serpeggia

si morde la coda

 Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 Jesi, 1 Agosto 2013

 

Casa di mare aperto

di Felice Serino

Prefazione di Marco Nuzzo

Centro Studi Tindari, Patti (ME)

Pagine: 90

ISBN: 9-788896-539859

Costo: 10€

 

FELICE SERINO è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta, vive a Torino.

Ha pubblicato varie raccolte: “Il dio-boomerang” (1978), “Cospirazioni di Altrove” (2011).

Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici.

E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Un giorno come tanti” di Mirco Nacoti. Il racconto di un medico in Africa

Un giorno come tanti

L’emergenza in Costa d’Avorio nel diario di un medico…senza frontiere

Di  Mirco Nacoti

 

Segnalazione del volume

 

25569398_da-un-giorno-come-tanti-di-mirco-nacoti-reading-0Sinossi (dalla quarta di copertina): Alle ore 8 la mia riunione con gli infermieri è interrotta. Un bimbo di 2 anni entra nella sala d’urgenza. Torace immobile. Iniziamo la rianimazione. C’è ordine e silenzio, poche parole e gesti ripetuti aritmicamente. Cinque compressioni, due ventilazioni, adrenalina, le mani funzionano a meraviglia e anche l’équipe. Senza una vera squadra non è possibile rianimare, soprattutto un bambino e occorre armonia e tranquillità e fiducia. Rianimare costituisce un non luogo, ma un non luogo diverso delle sale d’aspetto degli aeroporti. E’ un non luogo di cui puoi talvolta percepire la sacralità inviolabile. Ma devono esserci ordine, silenzio e rigore. E poi devi sperare, sperare che in quella zona e in quel tempo di nessuno ci sia qualcuno che si impossessi delle tue mani, dei tuoi pensieri e riconduca tutto in territori e tempi più umanamente commensurabili.

Il bimbo non è tornato con noi. Forse non abbiamo sperato abbastanza.

  

Chi è l’autore

MIRCO NACOTI è nato nel 1972. In Africa per la prima volta nel 2004 con Medici Senza Frontiere, è stato destinato all’ospedale di Man (Costa d’Avorio). Anestesista, in Italia lavora agli Ospedali Riuniti di Bergamo. Al Pronto Soccorso di Man si è occupato della selezione delle urgenze e delle visite mediche. Con l’Associazione Sguazzi ha contribuito all’apertura di una biblioteca scientifico-tecnologica presso l’Oespedale di Man.

Molti partners hanno aderito al progetto a cui Sguazzi ha dedicato anche un sito specifico: www.bibliotechman.org

Dalle pagine del libro, Compagnia Brincadera ha tratto la performance teatrale “Alfa première”, regia di Giuseppe Goisis.

 

Un giorno come tanti

L’emergenza in Costa d’Avorio nel diario di un medico…senza frontiere

Di  Mirco Nacoti

Con prefazione di Roberto Mauri

Edizioni dell’arco, Milano, 2005

Pagine: 128

ISBN: 9788878760110

Costo: 6,90€

 

“Inseparabili” di Alessandro Piperno, recensione di Anna Maria Balzano

Inseparabili

di Alessandro Piperno (premio Strega 2012)

recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

9788804608806Inseparabili” è  la seconda parte de“Il fuoco amico dei ricordi” che Piperno aveva iniziato con “Persecuzione”.

Anche in questo caso, la lettura del romanzo rivelerà quanto siano interessanti e appropriate le citazioni poste all’inizio del libro: la prima tratta da Baudelaire mette l’accento sul male di vivere dell’uomo moderno, inquieto al punto da essere  alla continua ricerca di un cambiamento che gli dia sollievo, la seconda, una frase di Andre Agassi,  esprime il concetto di come possa essere più dolorosa una sconfitta di quanto possa essere piacevole una vittoria. 

“Inseparabili” sviluppa e approfondisce alcuni temi che erano già stati affrontati in “Persecuzione”.

Se nel primo romanzo avevamo visto la netta contrapposizione tra il personaggio di Leo e quello di Rachel, come i due stereotipi di ebreo, uno sottomesso e rassegnato, l’altra aggressiva e risoluta, qui la contrapposizione è tutta tra i due fratelli, cresciuti nell’illusoria convinzione di essere inseparabili, proprio come i pappagallini che non possono sopravvivere l’uno senza l’altro. Ed è proprio l’essere cresciuti con l’angoscioso ricordo del padre che finì i suoi giorni chiuso nel seminterrato della casa, senza che nessuno della famiglia avesse fatto un passo significativo per dargli conforto, che accentua ed esaspera quelli che erano stati accennati come i limiti caratteriali dei due fratelli. Essi appaiono come due poli opposti, che si respingono e si attraggono: se Filippo, con la sua dislessia, trova grandi difficoltà nello studio, Samuel apprende con rapidità e profitto; se Filippo sviluppa un fisico robusto e un’attività sessuale intensa e soddisfacente, Samuel è più delicato e la sua insicurezza è la causa dei suoi complicati e anomali rapporti sessuali. Il successo di Filippo arriva solo quando ha la possibilità di dare sfogo al suo estro creativo, mentre il fallimento di Samuel deriva proprio dall’unica volta in cui ha preso decisioni autonome. I due fratelli sono come due entità antitetiche, Caino e Abele, come lo stesso Samuel accenna nel drammatico scontro finale chiarificatore con il fratello. E quello che è più terribile è che di tutto il dramma interiore che distrugge il rapporto tra i due fratelli è testimone e responsabile la madre, che ha sempre represso quei rari momenti di compassione e pietà da cui pure era stata talvolta toccata. L’appartenenza al mondo ebraico è nei romanzi di Piperno di assoluta importanza: lo scontro tra i fratelli, non a caso, si basa anche sull’indignazione sorta in Samuel, nel sentire Filippo accennare, nel suo discorso alla Bocconi, alla strage dei bambini compiuta dalla Royal Air Force a Dresda, senza un minimo accenno alle morti di  Auschwitz.

Qui il discorso si fa molto complesso: certamente quello della funzione della memoria è un argomento assai caro a Piperno: nel bellissimo saggio su Proust intitolato “Contro la memoria”, si dilunga su questo punto. Anche in questo romanzo accenna  all’oblio come mezzo per raggiungere la serenità e alla memoria come causa di sofferenza.

Certamente la visione del mondo di Piperno , così come ci giunge attraverso i suoi romanzi, è assai inquietante, nel suo realismo spietato: qui l’opposizione tra l’uomo e il mondo, l’uomo e la società è conflittuale al punto che anche i sentimenti più naturali e spontanei di cui l’individuo ha bisogno per vivere, come l’amore e l’amicizia vengono annullati nella cinica  rete di rapporti in cui si trova imprigionato. 

ANNA MARIA BALZANO

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Schegge di vita” di AA.VV., recensione di Lorenzo Spurio

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

copSchegge di vita è una breve, ma intensa antologia sul disagio psichico curata da Mirella Presa, educatrice del Centro Diurno Procaccini del Fatebenefratelli di Milano. In essa, per mezzo di poesie e di testi a carattere narrativo proposti quali “ricordi”, hanno voce cinque ragazzi che hanno sperimentato nel loro passato e che convivono con una forma di disagio: non si chiarisce quale, il testo, infatti, non ha nessuna pretesa di carattere scientifico né eziologico.

Il testo propone il flusso di emozioni che fanno i conti con il passato e con la riscoperta di un presente felice ed il collante è rappresentato dal fatto che i vari squarci lirici che nel libro vengono proposti si configurano come “schegge”, ossia come pezzi indistinti di un tutto, più complesso, che è la coscienza dell’uomo, troppo spesso messa sotto scacco dalla brutalità e inesorabilità di vicende.

Tutti possono scrivere sul disagio, anche coloro che non l’hanno mai sperimentato direttamente sulla propria pelle, immaginandolo o facendo proprie le preoccupazioni e le sensazioni di una persona che, invece, lo ha vissuto/lo sta vivendo.

Una cosa diversa è chi scrive del proprio disagio. In questo modo la scrittura si configura come fedele compagna, come supporto alla desolazione che spesso può invadere l’animo, come espressione di una ritrovata forza interiore che porta l’uomo, giovane o meno che sia, a vedersi come da fuori. Ed è in questi casi che la scrittura diventa una pozione miracolosa, lo è nel senso che guarisce non tanto il corpo, quindi il fisico, ma la componente emotiva, sensoriale, intimista della persona. La poesia si tramuta, dunque, come è osservato nella nota di introduzione, in strumento che ha un valida “valenza riabilitativa”, testata per l’appunto anche scientificamente.

Le parole stese sulla carta, dunque, sono come delle lacrime azzerate.

Le poesie sono delle dolci attestazioni di una vita felice e spensierata, vagliata, però, dall’amaro ricordo. Sono preghiere laiche di riscoperta della vita e del suo valore, perché come sottolinea l’educatrice Mirella Presa, “Fare poesia significa prima di tutto ripensare alle proprie emozioni, rielaborandole e traducendole nella parola scritta” (p. 15).

Nella raccolta, in particolare, ci sono dei versi a mio modo di vedere molto potenti e che hanno richiamato una più attenta lettura ed analisi, come quando Gabriel D’Angelo nella poesia “Sfida senza fine” eternizza sulla carta una semplice, ma non banale verità: “Tutti hanno paura di te,/ non perché sei cattiva/ ma perché nessuno ti conosce bene” (p. 21) sulla quale tanto si potrebbe argomentare. La paura, dunque, quale spauracchio che fa tremare le gambe all’uomo, non è dovuta da una forma d’essere, da un comportamento cattivo o spregiudicato, da un sistema di potere gerarchizzato né da un senso di subordinazione, ma è fonte del non detto, dell’ignoto, della mancanza di comprensione, della ignoranza.

I popoli hanno paura di altri popoli perché non conoscono le loro differenze. Lo stesso accade per le religioni. Nella nostra società non si ha più paura perché esistono prepotenti o perché qualcuno ha la facoltà di mostrarsi superiore o più forte (caratterialmente, intellettualmente, militarmente), ma si ha paura quando non si conosce l’altro o si finge di conoscerlo.

In “La colazione dei canottieri” di Massimo Formenti, l’io lirico gioca su una doppiezza di sensazioni che gli derivano probabilmente da un certo tipo d’instabilità: è in grado di cogliere la spensieratezza e la gioia in una bella giornata estiva che lo intima a godersi anche la compagnia degli altri (“In questa giornata estiva/ mi sento di vivere in sintonia fra la gente”, p. 32), ma c’è un qualcosa che blocca il ragazzo in questo intento, come un insidioso male oscuro che con i suoi tentacoli invisibili impedisce al ragazzo di vivere a pieno il momento poiché, osserva nel finale “non so come gustare pienamente/ il cibo invitante sulla tavola” (p. 32) che può metter in luce, forse, il problema del ragazzo nella risoluzione di un disturbo in particolare.

Luisa Romagnoni in “Primavera” conclude con due versi altamente toccanti e che indicano una certa riflessione sul mondo, avvicinata, forse anche a un pensiero di carattere religioso. Il Male presente nel mondo va osservato, analizzato e non perpetuato e coloro che sono i portatori del Male vanno denunciati, sconfessati e allontanati dalla comunità di diritto, però l’amore, l’ingrediente che giustifica il significato dell’uomo nel mondo, a nessuno deve essere mai risparmiato: “anche gli uomini cattivi/ nel mondo sono da amare” (p. 47).

 

                   Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 1 Agosto 2013

 

Schegge di vita

di AA.VV.

Albatros, Roma, 2012

Pagine: 60

ISBN: 978-88-567-6111-5

Costo: 13,90€

 

 

 

Recensione di “Una settimana di vacanza” di Christine Angot a cura di Lorenzo Spurio

Una settimana di sesso o di vacanza?

Un commento su “Una settimana di vacanza” di Christine Angot

  

A cura di Lorenzo Spurio

 

UnaSettimanaDiVacanzaNon conoscevo la scrittrice francese Christine Angot fino a che in una delle tante e-mail promozionali che le librerie on-line inviano, non ho visto la copertina di una sua opera: “Una settimana di vacanza”[1]. Mi colpì inizialmente la copertina nella quale si vede il viso angoloso di una donna –l’immagine fa pensare a una delle tante “demoiselles d’Avignon” del celebre quadro di Picasso dove dipinse le prostitute di un quartiere barcellonese. Della donna ritratta colpiscono gli occhi al centro, rivolti direttamente al lettore, sebbene la donna sia di profilo, il rossetto lucido e una macchia di sangue (sembrerebbe) non uniforme sulla gota della donna. Il titolo, “Una settimana di vacanza” non aiuta a sviscerare il significato della copertina e, come si vedrà, neppure il contenuto del romanzo.

Ci troviamo di fronte a un romanzo piuttosto breve che dal punto di vista tematico ha poco da narrare: si tratta di una settimana di vacanza di un uomo e donna dei quali non ci viene mai detto il nome. Escludiamo dal tipo di rapporto che hanno, e che ora vedremo, che si trattino di marito e moglie e anche di due fidanzatini; l’idea predominante che ci si fa leggendo la storia è che ci sia una qualche stortura nel rapporto tra i due, o per lo meno nel rapporto canonico uomo-donna come siamo soliti pensarlo. Lui è più anziano di lei ed ha un buon lavoro (vari elementi fanno pensare che sia un docente di linguistica presso una qualche università) che gli consente di vivere egregiamente dal punto di vista economico, è sposato e sembra non avere figli. Il rapporto coniugale sembra ormai essersi disfatto –anche se non viene detto- e questo può essere intuito dalle tante storie libertine che ha avuto con varie ragazze.

La narrazione è esterna, il narratore osserva le due persone da fuori come se stesse al di là del vetro e raccontasse tutto quello che vede, ma spesso interviene l’uomo soprattutto mediante una serie di domande, obblighi ed esortazioni alla donna affinché faccia qualcosa.

La donna, che in realtà è una ragazza, è giovane ed è ancora vergine e non ha mai voce nel corso di tutto il romanzo; l’uomo si rapporta continuamente a lei chiedendole favori sessuali, pratiche orali e la completa disponibilità a soddisfarlo. Viene da pensare che la ragazza sia minorenne e che proprio per questo motivo il tizio l’abbia portata con sé in un hotel, lontano da sguardi molesti. Questa idea viene avvalorata anche dal fatto che la ragazza sia “vergine” e in realtà potrebbe essere poco più di una bambina che si sottopone alle richieste dell’uomo senza comprenderle né mostrando forza nell’imporre un rifiuto. Se la ragazza è minorenne, l’uomo sta commettendo consapevolmente un reato; la ragazza non parla mai nel libro o, meglio, parla sempre attraverso la voce dell’uomo che ci dice cosa fa o non fa. In realtà è sempre disponibile a soddisfare l’uomo in ogni suo desiderio sessuale e si noti che l’atteggiamento dell’uomo dal punto di vista erotico è morboso e maniacale con ossessive e preoccupanti richieste (richieste-obblighi) di effettuare su di lui del sesso orale.

I sentimenti sembrano essere scansati via dalla stanza dell’albergo anche se l’uomo spesso –forse per addolcire la sua foga di predatore- dice di amarla e di non essersi mai sentito così coinvolto.  Tutta la narrazione è fondata sull’ossessione del blowjob, sulle richieste sempre più spinte e non condivise da un punto di vista mentale dalla controparte, dal libertinaggio sfrenato e dalla mancanza d’amore. Il sesso è espressione di pervertimento e di mania insaziabile che, avvenendo al di fuori delle leggi che sanciscono la normalità (il consenso del partner, la maggiore età del partner), inseriscono la storia all’interno del mondo della devianza che viene subita e che rimane sottaciuta. Il linguaggio è freddo, diretto, clinico, come se si leggesse con attenzione un elenco o un bugiardino medico, senza possibilità di accogliere empatia, calore, condivisione e, soprattutto, di dar voce alla controparte femminile.

La donna, che come abbiamo detto probabilmente è una ragazza nel suo processo di maturazione o, addirittura, (si spera di no) una ragazzina in età pre-puberale, non ha voce sia perché l’uomo non le consente di esprimersi, sia perché ha un’età così giovane che ancora non ha conoscenza del mondo e non sa come rapportarsi a quello che le viene richiesto di fare. Si noti l’incipit del romanzo, degno dell’ampia tradizione underground nella narrativa americana:

E’ seduto sulla tavoletta di legno bianco del water, la porta è rimasta socchiusa, ha un’erezione. Ridendo tra sé e sé, toglie dall’involto di carta una fetta di prosciutto cotto che hanno comprato insieme al minimarket del paese e se la posa sul pene. Lei è in corridoio, appena uscita tal bagno, cammina, sta andando verso la camera per vestirsi, lui la chiama, le dice di spingere la porta.

“Hai fatto colazione stamattina?  Non hai fame? Non vuoi un po’ di prosciutto?”

Lei s’inginocchia davanti, si piazza tra le gambe che lui ha aperto per accoglierla e prende con la bocca un pezzo di prosciutto, che mastica e poi inghiotte. (p. 9).

Nella stanza dell’hotel non si pensa altro che a rapporti sessuali prima orali, poi anali e infine vaginali, dopo tanta reticenza dell’uomo perché ossessionato dal fatto di non farle perdere la verginità tanto che al lettore possono dar noia, se non ci fosse qualche breve diversivo, come la lettura del libro “Cani perduti senza collare” di Gilbert Cesbron che spesso viene evocato.

La ripetitività dei rapporti erotici e la mancanza di una pluralità di voci che consenta di trasmettere una visione differenziata su quegli eventi o che metta in luce questioni, idee o interpretazioni sulle quali l’uomo possa controbattere, genera una certa monotonia dal punto di vista tematico ed è lo stesso uomo, colui che potremmo definire il “dolce aguzzino”, ad osservare:  “Non possiamo passare tutta la giornata nella toilet” (p. 20) con “nella toilet” l’uomo intende a far sesso orale in uno spazio piccolo e scomodo. Difatti si trasferiranno ben presto nella camera, sul letto e proseguiranno instancabili.

angotLa possibilità che lei sia una ragazzina è avvalorata anche dal fatto che lei non conosce molte cose, di sesso è completamente ignorante, ed è lui a spiegarle posizioni, come avviene la penetrazione etc; c’è, inoltre, anche un altro elemento, il fatto che l’uomo obblighi la ragazza a chiamarlo “papà” che fa pensare che ci sia una significativa differenza d’età tra i due.

Nel romanzo affiora più volte lo spettro della pedofilia, ma è solo una interpretazione, pure lecita, ma che non viene riconosciuta né sconfessata, a differenza di quanto ad esempio avveniva in “Lolita” di Nabokov dove la componente erotico-ossessiva non era slegata da un attaccamento emotivo con la ragazzina.

La ragazza è una persona debole, timida e fortemente titubante, elementi caratteriali che in quelle condizioni compromettono ulteriormente il livello di consapevolezza e di presa di decisioni: “Prima di rispondergli, per non fare errori, lei formula le frasi a mente. Al momento di lanciarsi per pronunciarla, però, s’impappina. Deve ricominciare da capo. […] Lei non sa più cosa voleva dire, si confonde, la frase diventa sempre più incomprensibile” (p. 47). La ragazza è sola, non comprende ciò che l’uomo le propone e l’assoggetta a fare e sembra addirittura aver paura delle sue reazioni per cui finisce per accontentarlo nei suoi desideri ai quali la ragazza si sottopone meccanicamente senza trarne piacere.

Il tema della differenza d’età è reso esplicito poi alcune pagine dopo, circa a metà dell’opera quando il “dolce aguzzino” la rimprovera duramente trattandola come una bambinetta (cosa che in realtà è): “Quanti anni hai? Non sai che il latte inacidisce? Cos’hai nella zucca? Non sai queste cose? Le sanno tutti” (p. 61). Forse la ragazza queste cose non le sa semplicemente perché è ancora una bambina e non ha la stessa esperienza del mondo che ha lui e soprattutto perché simili comportamenti sessuali sono o dovrebbero essere estranei dalle esigenze di un bambino. Poche pagine più avanti lui osserva sdegnato “Mi sembri proprio una bambina” (p. 70); “Piange. […] Le dice di  non gridare. […] Le dice che è ridicola. Che con quei grossi singhiozzi sembra proprio una bambina” (p. 92).

La storia erotica della coppia viene inserita all’interno di alcuni episodi della storia ufficiale che non concernono la Francia, il paese d’origine dell’autrice, ma la Spagna. Si parla della morte del dittatore Franco, che sappiamo essere avvenuta nel 1975 e dunque del suo funerale, della fine della dittatura e del traghettamento verso la Spagna democratica. Ancora una volta la ragazza non sa chi sia Franco (forse non sa nemmeno cosa sia la Spagna) e lui, il professorino, risponde seccato e maleducato all’atteggiamento d’incomprensione della ragazza nei confronti di ciò che accade in quei momenti nel mondo (in Spagna, in particolare): “Lei non sa chi sia” (p. 64).

Dopo quest’ampia analisi il lettore non deve però pensare che l’uomo sia un seduttore, né un tombeur de famme che ricerca ossessivamente il piacere carnale con la donna, in quanto come abbiamo detto, è probabile che nella sua “settimana di vacanza” si sia intrattenuto con una ragazzina e dunque sia un pedofilo e, addirittura, è poco convinto della sua sessualità quando veniamo a sapere che nel passato ha tentato anche un rapporto con un uomo: “Le racconta che un giorno è stato sul punto di fare un’esperienza omosessuale. Che alla fine l’esperienza non ha avuto luogo e lui se ne rammarica” (p. 65). Ci troviamo di fronte, dunque, una personalità camaleontica e poliedrica dal punto di vista delle preferenze sessuali, che giunge a diventare pericolosa e dalla quale prendere le distanze. Ovviamente questo viene fatto sulla base di una interpretazione personale che si dà della storia/degli eventi/dei personaggi, poiché la Angot è sempre attenta a non far trapelare di più di quello che potrebbe dire per veicolare al lettore la giusta interpretazione, cioè quella che lei intende inviare. Va ricordato a questo punto che la scrittrice ha spesso impiegato il sesso e la devianza nelle sue narrazioni quali metafora di sistemi di potere e di superiorità portati alle estreme conseguenze (il romanzo “L’incesto” del quale in Italia si è parlato poco e male, figura tra i libri “fuori catalogo” e dunque non ordinabili e questo non sarà un caso). Poiché quando si parla di sessualità e lo si fa in una maniera contorta, che coinvolge ma allo stesso tempo nausea, allora la condanna parte con una semplicità indicibile. “L’incesto” era tanto più fastidioso perché ispirato a dei motivi biografici dell’autrice, in particolare alla relazione incestuosa vissuta in età giovanile con il padre.

Quanto all’utilizzo della storia pubblica non ho compreso completamente perché la Angot inserisca la storia nella seconda metà degli anni ’70 alla vigilia della morte di Francisco Franco. Forse la dittatura, quale espressione di violenza, autorità e azzeramento delle libertà, è specchio allargato del rapporto di violenza e dominazione che contraddistingue l’uomo e la donna e il fatto che la Angot parli di fine della dittatura e quindi di ripristino della democrazia (anche se il processo sarà lento) può forse significare che la ragazza, dopo l’esperienza vissuta nella “settimana di vacanza”, si rifiuterà di accettare un’altra volta gli obblighi dell’uomo, manifestandosi donna totalmente libera di scegliere. Ma questo non accadrà come leggiamo poi nel finale del romanzo.

L’explicit è altrettanto ambiguo perché, non appena  la “settimana di vacanza” si conclude, i due si separano e l’uomo che sa che non potrà contare nei giorni successivi sulla sua sex-machine, è infastidito e turbato e mostra un atteggiamento sfuggente, inspiegabile e maleducato nei confronti della ragazza: “Le dice che è irritato, che lei è stata odiosa, che è assolutamente priva di tatto. Che dice cose al limite della maleducazione. […] Per il momento è irritato, in collera, preferisce stare solo anziché con una persona così priva di delicatezza che gli racconta di un sogno ingiurioso; che non può proprio sopportarla, non può vederla. Per un tempo indeterminato” (pp. 103-104). L’uomo è infuriato perché la ragazza ha osato prendere la parola, cosa che lui non ammette, e forse ha utilizzato un linguaggio colorito nel parlare in pubblico, linguaggio che lui stesso le ha insegnato e fatto sperimentare, ma che se viene usato in pubblico, per una persona “seria” e di rispetto come lui che è un professore, è inaccettabile.

L’orco è tale nella sua tana, ma una volta alla luce del giorno si veste di normalità e addirittura di pudicismo.

La ragazza che da bambina, e dunque vergine, esce da quella stanza dell’hotel donna, col caro prezzo scontato dell’abuso, avrà forse la vita rovinata. L’uomo, il “dolce aguzzino”, nella sua prossima vacanza, forse, rovinerà la vita a una nuova lolita e nessuno, ancora una volta, crescerà se non ci sarà un serio aiuto da parte della collettività nel far denunciare l’abuso subito alla ragazza o nel segnalare l’ossessione del sesso dell’uomo a un qualche specialista che possa tentare una forma di trattamento psicologica e sociale.

Però, è anche vero che la letteratura è una trasposizione della realtà, ma è anche un sogno, per cui forse la scrittrice ha fatto bene –anzi, benissimo- a non svelare le vere pieghe della storia perché in questo modo il lettore avrebbe demonizzato semplicisticamente l’uomo come “aguzzino” e la ragazza come “preda”; proprio per questo, per l’incertezza di fondo che aleggia volutamente sulla storia che comunque sa di strano e di perverso, ho nominato l’uomo un “dolce aguzzino”, c’è chiaramente del detto e del non detto.

Come ho avuto modo di osservare in un precedente articolo, la letteratura può essere immagine della realtà, ma non sarà mai la realtà e proprio per questo motivo nel romanzo possiamo benissimo fare a meno di un sistema correttivo della psicologia malata o di sostegno per la ragazza, perché in fondo sono creature letterarie e il compito del romanzo non è certo quello di trasmettere una critica al machismo, ingrediente della cultura patriarcale della Spagna a cui si fa riferimento.

I Nostri sono creature letterarie, sembianze di finzione e come tali l’autore deve percepirle, adottarle e analizzarle, esimendosi di condannare le lubriche azioni dell’uomo e la freddezza della Angot nel narrare una materia complicata e che ancora oggi, a trent’otto anni dal tempo della storia di questo plot, può dar fastidio o addirittura far ribrezzo.

  

Lorenzo Spurio

Scrittore, critico letterario

Jesi, 31 Luglio 2013

 

 

Una settimana di vancanza

Di Christine Angot

Guanda, 2013

Pagine: 105

ISBN: 9788823504127

Costo: 13 €

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 


[1] Christine Angot, Una settimana di vacanza, Parma, Guanda, 2013.

“Buenos Aires 22” di Benedetta Tomasello, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

 “I sentimenti fanno sbagliare” si ripeteva sempre e in un mondo di uomini se fai la fimmina ti considerano solo da letto (p. 31).

images Il motivo principale per il quale ho impiegato tanto tempo a leggere e recensire questo libro sta in alcuni motivi che ora sviscererò e che spero non infastidiscano l’autrice che è già stata molto paziente nell’attesa. Il libro, dal titolo “Buenos Aires 22” è un romanzo suddiviso in vari capitoli di lunghezza variabile anche se il sottotitolo –e il lettore non deve lasciarsi prendere in giro- recita “Poesia di un amore sincero”. Ho trovato principalmente difficoltà nel seguire la storia soprattutto per le numerose terminologie ed interi dialoghi in siciliano, lingua che –non è una novità che ho scoperto io leggendo questo libro- è ben diversa dall’italiano, dunque non facilmente comprensibile per chi non è natio di quella zona d’Italia. D’altro canto posso dire che il dialetto è una grande ricchezza culturale ed è una delle manifestazioni subalterne che andrebbero maggiormente studiate e valorizzate perché è la lingua che lega più strettamente una persona alla sua terra; trovo, però, difficile concepire una simile scelta, quella del dialetto in porzioni significative del libro, nel testo di Benedetta Tomasello che –credo- non è solo per i siculi, ma per gli italiani tutti.

Pertanto una corretta analisi del testo, una valida esegesi dei contenuti del libro implicherebbe la conoscenza del dialetto siciliano e la comprensione della parti che, ahimè, non ho compreso. Circoscrivendo l’ostacolo –che secondo il mio modo di vedere non è per niente banale- il libro si caratterizza per dar grande spessore alla componente orale della lingua e si costruisce, infatti, a partire proprio da una serie di dialoghi tra persone diverse; il linguaggio è apparentemente semplice perché la Tomasello pur scrivendo in prosa trasmette sulla carta episodi ed emozioni dei personaggi in maniera poco organica dal punto di vista narrativo basato sulla consequenzialità degli eventi, facendo filtrare il tutto, invece, attraverso una dimensione fortemente intima, vissuta, personale, carica di emozione e di sensibilità.

Il lettore forse si aspetterebbe in più circostanze maggior congruità e concretezza nelle risposte che fuoriescono dalle domande nei dialoghi e va ricercando maggiori informazioni per la corretta comprensione del mosaico liquido e a tratti scivoloso nel quale si è imbattuto.

Se l’autrice lo vorrà, dopo avermi fornito le traduzioni in italiano delle parti da me non comprese e quindi sorvolate, potrò dare una nuova lettura che molto probabilmente sarà meno generalizzata e più attenta, priva delle stigmatizzazioni che, invece, mi sono sentito di fare.

Un in bocca al lupo, dunque, per la sua carriera letteraria tanto regionale quanto nazionale!

  

Lorenzo Spurio

Scrittore, critico letterario

 Jesi, 29 Luglio 2013

 

 

Buenos Aires 22

Di Benedetta Tomasello

Edizioni Libreria Croce, Roma, 2012

Pagine: 88

ISBN: 978-88-6402-167-6

Costo: 14 €

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Emozioni” di Mariagrazia Bellafiore, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

[P]er non morire una volta,
ci si costringe a morire,
un pochino
tutti i giorni.
(p. 27)

 

I9788898381203l nuovo libro di Mariagrazia Bellafiore, poetessa di origini siciliane residente a Como, edito da Libreria Editrice Urso, ha un titolo importante, Emozioni, e da subito ci immette in un saliscendi di squarci di storie vissute dove, appunto, è proprio il sentimento con le sue varie sfumature e derivazioni a fare da padrone.

L’autrice accosta la freschezza e la genuinità del suo verso ad alcuni disegni, in realtà sono dei bozzetti monocromatici, opera di Anna Spagnolo che ne arricchiscono le pagine.

Le liriche di Mariagrazia sono tendenzialmente brevi; i versi sono spesso molto corti tanto da contraddistinguersi con una sola parola e poi, subito, si prosegue il ritmo con la punteggiatura della virgola o quella più aperta e sospensiva dei puntini che in parte celano del contenuto, istituendo una ellissi, in parte danno modo al lettore di “riempire il buco” a suo modo, secondo le sue interpretazioni e volontà.

Il filo rosso della raccolta è sviscerato dal titolo, Emozioni, poiché Mariagrazia parla di momenti passati o presenti –si noti la grande malinconia nei confronti della terra d’origine, la Sicilia- ma di ciascuna rappresentazione non sono tanto i colori, i rumori o le sensazioni olfattive che la poetessa rievoca quali momenti focali nel recupero della memoria, ma proprio le emozioni. L’universo delle sensazioni emotive, le forme di empatia con gli altri e con il mondo, l’amicizia e la solarità della poetessa sono palesi in versi asciutti, ma chiarificatori, come nella lirica d’apertura dedicata appunto alla Trinacria nella sua stagione di rinascita, la primavera, che si chiude con una presa di coscienza netta, una riflessione decisa, un commento che non necessita antitesi: “Sensazioni ed emozioni/ che non dimenticano/ più” (p. 9). E si noti quel “più” che la poetessa posiziona sapientemente quale elemento monosillabico nel verso finale, proprio a sottolinearne con una inaudita forza espressiva, quasi iperbolica, il fatto che sensazioni come quelle, non possono essere cancellate dalla mente.

Notevoli gli scenari naturalistici e i vari riferimenti a specie della fauna come in “Gabbiano”, lirica che condensa il motivo del volo e, dunque, quello di osservare il mondo dall’alto senza per forza di cose dover partecipare ad esso, ma simboleggia anche la volontà di conoscenza e la ricerca continua. Il volo ritorna anche nell’accorato lamento che cela la voglia di partire, volare, fuggire per “andare lontano” (p. 37)

Il tema del viaggio, inteso come esperienza di crescita e percorso di conoscenza di sé e degli altri nel mondo, è alla base della poesia “Poeta, viandante di oggi” con la quale la poetessa è stata felicemente segnalata al 1° Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta dove, appunto, il tema proposto era quello del camminante. Il poeta –ci dice la poetessa- è “come un viandante”, perché sempre in cammino, alla ricerca di se stesso e dei significati, ma anche e soprattutto perché il poeta è un curioso, un animo girovago che non può star con la penna in mano e scrivere restando seduto per ore. Il poeta viaggia e fa viaggiare con i suoi versi, dà espressione del suo percorso –lineare o accidentato che sia- nel mondo e guida il lettore che vuole seguirne l’insegnamento.

La Nostra mostra attenzione e confidenza anche nei confronti della realtà sociale come quando in “L’ultimo viaggio” freddamente riconosce una sacrosanta verità: “il mondo/ ti può cambiare” (p. 17). Tutti i giorni assistiamo in prima persona a quanto il mondo sia difficile e pericoloso da vivere, insidioso a volte, addirittura crudele e il percorso dell’uomo che desidera il benessere e la felicità è di certo ostacolato dalla gravosa situazione economica e quella ancor più grave della perdita dei valori che mettono l’uomo, quasi con forza, di fronte alle brutture del mondo alle quali non si può rimanere estranei. Ecco perché il mondo “ti può cambiare”: nel male, come nel bene. E’ la sperimentazione che il singolo fa sulla sua pelle a portarlo a un cambio di prospettiva, di convincimenti, di necessità.

La Sicilia ritorna spesso nelle liriche di Mariagrazia come la ricerca continua di una mamma che ci aspetta a braccia aperte e in alcuni versi, come quando scrive “La Sicilia/ non la si visita/ la si vive/ […] In essa/ si diventa un tutt’uno” (p. 21) sembra quasi di percepire il sentimento della “sicilitudine” di cui parlava Sciascia in riferimento a quella sensazione indefinibile con semplici parole della grandezza e al contempo mistero di essere siciliani.

Vorrei concludere la mia breve analisi con alcuni versi di Mariagrazia che sono specchio della sua personalità (l’ho incontrata solo una volta, ma l’impressione che ho avuto è stata quella di una persona che già conoscevo da tempo, con un sorriso autentico e una felicità incorrotta che si può notare anche nella sua foto presente nell’aletta destra del libro):

 

[A]ccendiamo la luce

sulle nostre emozioni

per condividerle.

  

Lorenzo Spurio

Scrittore, critico letterario

 

Jesi, 29 Luglio 2013

 

Emozioni

Di Mariagrazia Bellafiore

Con prefazione di Anna Maria Folchini Stabile

Con disegni di Anna Spagnolo

Libreria Ciccio Urso, Avola (SR), 2013

Pagine: 55

ISBN: 9788898381203

Costo: 9,50 €

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

“La rosa in scatola” di Paola Surano, recensione di Lorenzo Spurio

La rosa in scatola
di Paola Surano
Ciccio Urso Editrice, Avola (SR), 2013
ISBN: 978-889838139-5
Pagine: 55
Costo: 9,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

imagesChi conosce Paola Surano, anche non profondamente come me, la ritroverà in pieno in questo libro. Chi, invece, non la conosce, la conoscerà per la prima volta con queste liriche che si leggono con piacevolezza. Sfogliando le pagine e dunque avanzando nella lettura, si respira un’aria fresca e mai identica, un’atmosfera gioiosa e spensierata di una donna matura che giorno dopo giorno, ora dopo ora, coglie dal mondo che la circonda tutto ciò che esso ha di bello da offrirle. Ed è per questo che quando mi capita di recensire le sillogi di Paola Surano non posso fare a meno di osservare che le sue opere sono un chiaro esempio di lode al creato e un ringraziamento beato al Creatore. E’ evidente la fede cattolica della scrittrice che si evince in varie liriche e nella sua stessa grande anima filantropica.

Paola si identifica con l’altro e con esso colloquia, si diverte, gioca e cresce in quel cammino fatto di strade asfaltate e altre sterrate, di gioie e dolori, di felicità ed affanni. Su tutto domina sempre la speranza e la convinzione che la ricchezza non è in noi, ma nel rapporto che con gli altri intessiamo.

Chi è l’altro allora verrebbe in mente da chiedersi?

Il nostro amico, nostro cognato, il vicino di casa, l’anziana che incontriamo sempre alla spesa, ma anche il barbone, il militare americano impegnato in una missione Oltreoceano, il cieco, il violento. Le parole di Paola, che si sciolgono in un linguaggio parzialmente musicale ed estremamente evocativo, fanno parte di una lingua senza tempo, un idioma di pace, di solidarietà e di comunione con gli altri.

Non esistono frontiere, sembra sussurrare la poetessa, quando parla di persone che appartengono ad altre città, regioni o a paesi a noi molto lontani e geograficamente e culturalmente come il Mozambico:

 

E’ lunga la strada per le donne,

in Mozambico.

[…]

camminano e camminano

[…]

lontano chilometri dal villaggio.

E camminano e camminano

andata e viaggio.

Se mettessero in fila tutti i loro passi

sarebbero ormai lontane, le donne

in Mozambico.

 

Una poesia stupenda che fotografa una realtà locale africana lontanissima dalla nostra frenesia giornaliera: il tempo sembra scandito dal camminare, come se si trattasse di una sorta di pellegrinaggio o di un tour de France a piedi, tappa per tappa. Nella poesia la Nostra mette in luce la difficile condizione della donna nell’ex colonia portoghese dove sono sulle spalle della donna una serie di attività che in una realtà poco evoluta come quella, vengono a significare dei veri e propri pesi che la indeboliscono e ne minano giorno dopo giorno la salute. Una realtà che Paola Surano ha visto con i suoi occhi in un recente viaggio per visitare il Centro dell’Associazione Macibombo Onlus che dedica le sue attività all’istruzione delle bambine.

Paola Surano canta la natura con i suoi rimandi alla flora e al lago, fonte ispiratore e di meditazione di tante liriche; ma commemora anche il ricordo di persone che, pur avendo intrapreso una strada parallela alla nostra, sono poi decedute lasciandoci (apparentemente) soli in quel percorso.

L’uomo è una summa di esperienze e di episodi, alcuni voluti altri fortuiti, e in ciascun caso non è che il prodotto di una serie di incontri, unioni (fidanzamenti, sposalizi, o amicizie) e distacchi da altre persone. Siamo quel che siamo solo perché ci rapportiamo al mondo. E il mondo non sono i monti e i mari, ma l’umanità, il gruppo sociale a cui la Nostra parla, si ispira e invoca affinché quell’animo solidaristico d’amore incontaminato per l’altro che le è proprio, possa contagiare con sapienza anche qualcun altro.

 

Ciascuno di noi traccia un sentiero

e cammina per anni,

inconsapevole

che il suo incrocerà

con un altro sentiero

e ne nascerà un incontro

e, forse, un tratto di strada

insieme.

(“Sentieri”,  p. 31).

 

La silloge lascia il posto anche a scenari più cupi e che fanno diretto riferimento alla cronaca giornaliera, quale i due tremendi assassini di Yara Gambirasio e di Sara Scazzi, nella cui poesia la Nostra riflette sul fatto che per quelle due ragazze, improvvisamente e beffardamente, il tempo si è annullato e non hanno più avuto l’occasione di vivere la vita (innamorarsi, sposarsi, avere un figlio o semplicemente viaggiare): “non ho mai pensato di non avere tempo/ per vivere la vita/ non ho mai pensato di finire così” (p. 39). In “Preghiera arrabbiata” la poetessa utilizza un linguaggio duro e indignato, è furente per la condizione sociale alla quale giornalmente assistiamo dominata da atti violenti, azioni di guerra, femminicidi e abomini di altra natura che denigrano l’essere umano e che portano la poetessa a far appello a Dio affinché aiuti l’uomo a ritrovare la sua strada.

In un mondo tanto difficile e doloroso, la speranza è un ingrediente necessario per andare avanti.

Paola Surano, come una maga bianca, ci regala questo elisir della beatitudine sulla terra con la riscoperta del semplice.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 15-07-2013

 

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“La paga del soldato” di William Faulkner, recensione di Anna Maria Balzano

La paga del soldato

di William Faulkner (premio Nobel 1950)

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

images“La paga del soldato” e  “L’urlo e il furore” sono indiscutibilmente i capolavori di William Faulkner.

Il primo dei due romanzi fu pubblicato nel 1926 e il suo titolo va al di là del suo significato letterale.

La storia si svolge nell’immediato primo dopoguerra e inizia con il ritorno a casa di alcuni reduci sopravvissuti ai tragici e devastanti combattimenti in territorio europeo. Tra questi è il giovane Donald Mahon, orribilmente sfigurato in volto e privo di quasi tutte le facoltà intellettive: intorno a lui si snoderà tutta la vicenda e lui stesso, silente protagonista, diventerà il simbolo dell’ ottusità e della nefandezza della guerra e al tempo stesso il mezzo di cui l’autore si servirà per mettere in luce la difficoltà, a volte l’impossibilità di questi reduci di riadattarsi alla vita civile. Lo stesso tema, sia pure diversamente e in epoche più recenti, sarà affrontato nei film di Michael Cimino “Il cacciatore” del 79 e soprattutto in “Nato il 4 luglio” di Oliver Stone dell’89.

Risulta evidente, dalla lettura di questo romanzo, come fosse stata pressante nel periodo immediatamente precedente alla partecipazione degli Stati Uniti alla prima guerra mondiale la campagna di propaganda interventista, allo scopo di motivare i giovani, affinché sentissero di partire in difesa di grandi ideali e in cerca di gloria.

Il dramma che vede al centro Donald, non è in definitiva più il suo dramma personale, perché egli è ormai già distaccato dalla vita, ma è il dramma che colpisce i personaggi intorno a lui.

Il padre, rettore presbiteriano, vive nell’illusione di restituire al figlio un minimo di dignità umana ed è convinto che la fidanzata, Cecily, accetterà di sposarlo, nonostante la sua grave infermità. Ed è proprio Cecily il personaggio che Faulkner descrive con maggiore cura, attento a sottolinearne la bellezza e la sensualità, insieme con la superficialità e la frivolezza , indici di profondo egoismo. E’ questo lo stereotipo della giovane donna del sud, bella e viziata, in cerca di una conveniente sistemazione, ma restia a rinunciare all’amore e al sesso: essa mette in gioco tutte le sue armi di seduzione, rasentando a volte il cinismo e la crudeltà nel suo rapporto con gli uomini. Una Rossella O’Hara un po’ più moderna, ma pur sempre di Atlanta, città in cui  la vita sembrerebbe, da questo punto di vista, cambiata veramente poco.

Cecily non è però l’unico personaggio femminile di spicco in questo romanzo. Grande rilievo hanno Margaret Powers e Emmy. La prima appare come l’elemento rassicurante e positivo, la donna che per generosità è capace di offrire se stessa, ma anche di negare a se stessa l’amore desiderato. Emmy, piccola, rozza e quasi a tratti un po’ animalesca nasconde dietro quella totale assenza di femminilità un carica emotiva e sensuale di grande spessore. E’ lei l’unica che ama sinceramente e incondizionatamente Donald.

I personaggi maschili sono altrettanto ben delineati nelle loro caratteristiche negative e positive: da Gilligan, solidale compagno di Donald, a Jones, satiro maniaco che corre dietro a tutte le donne con cui ha a che fare, a George Farr, perdutamente innamorato di Cecily, al punto da sposarla e condurre con lei una vita sicuramente infelice.

Ciò che si nota, leggendo questo testo, oggi è quanto sia cambiata non solo la concezione della donna e del suo ruolo nella società, ma anche come il rapporto stesso uomo-donna si sia fortunatamente sensibilmente evoluto, pur conservando ancora limiti indiscutibili. Persino le arti della seduzione, che ai primi del novecento erano sì affidate alla donna, ma in modo subalterno all’uomo, trovano oggi diversi mezzi espressivi.

Non si possono non sottolineare, in ultima analisi,  le numerose citazioni colte che si trovano nel romanzo, da Shakespeare, a Wordsworth a Coleridge. Questo per rilevare una volta di più come anche nella letteratura americana il legame con la cultura europea sia evidente e fondamentale.

ANNA MARIA BALZANO

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Il grido della terra” di Fabio Clerici, recensione di Marzia Carocci

“Il grido della terra” MISSIONE EMILIA
 di Fabio Clerici
 TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
Recensione a cura di Marzia Carocci
GRIDO-~1Fabio Clerici ha passato tre mesi in missione di soccorso in Emilia, dopo il tragico evento del sisma che ha distrutto, terra, famiglie e quotidianità di una vita normale.
Un libro che attraverso i suoi tredici racconti ,  le sue testimonianze , le fotografie,  diventa un autentico  reportage che attira il lettore in qualcosa che porta alla riflessione e alla consapevolezza di quanta violenza  può produrre una natura che dovrebbe amare i suoi figli.
Un libro che commuove, che ci fa sentire testimoni di uno scempio contro il quale non si può fare nulla se non ricostruire, tassello dopo tassello ogni piccola cosa, ogni   quotidiano gesto, ogni bisogno di normalità perduta.
L’autore, attraverso i suoi personaggi , uomini e donne in divisa, attraverso la loro sensibilità e caparbietà nell’aiutare, ci mostra uno sfondo surreale, dove ha importanza anche una semplice foto, un sorriso e un grazie, dove si respira l’essenza di chi ha subìto, un’essenza fatta di coraggio, di speranza dove le lacrime non servono, ma è utile l’aiuto, la comprensione, la tenacia di esistere e persistere nonostante  la terra tremi e spesso faccia sentire il suo latrare continuo .
Racconti di testimonianze dove tutto è utile; il servizio antisciacallaggio,come supporto alle vittime del terremoto,  quel cancro del male che non teme il dolore altrui, ma anzi, cerca di trarne vantaggio sporcando e infangando una terra già martoriata e denigrata; c’è bisogno di psicologi per aiutare i bambini a recuperare e assorbire l’impatto con il terrore e il cambiamento repentino di vita, ormai lontana dall’essere infanti,poi  serve la mano, l’abbraccio, la pacca sulla spalla, la parola all’anziano e a chi ha perduto irrimediabilmente ciò che è stato della propria vita.
La scrittura di Fabio Clerici è fluida, ricca di particolari e nonostante l’ambientazione, la situazione e la crudeltà dell’accaduto, egli non indurisce l’idioma, anzi ne fa quasi carezza come se volesse usare  una sensibilità particolare alla descrizione di tanto male, egli infatti sottolinea anche passaggi molto commoventi, come l’importanza di una foto per una donna che ormai non ha più niente, la foto di un figlio deceduto giovanissimo, così come descrive la riconoscenza della gente, ricordando i sorrisi, il rispetto, l’educazione.
Dal libro viene fuori un quadro ricco di colori dove non prevale solo il nero, ma tante sfumature di rosa che fanno parte della speranza, della voglia di farcela , il cuore pulsante  di una popolazione coraggiosa, forte, esemplare: quella degli Emiliani, uomini e donne  che nonostante la terra e le sue scosse, l’abbiano inginocchiati, graffiati, insultati, violentati, hanno saputo rimboccarsi le maniche nonostante tutto.
 Grazie all’aiuto fondamentale di gente straordinaria come Fabio Clerici e tutti i volontari del servizio civile e gli agenti di Polizia Locale , questa popolazione non si è arresa e forse sono loro, proprio loro, il GRIDO DELLA TERRA più forte e imponente , l’urlo della difesa alla vita e alla normalità dell’essere umano!
MARZIA CAROCCI

“Vita, morte e miracoli di un uomo qualunque” di Matteo Deraco, recensione di Lorenzo Spurio

Vita, morte e miracoli di un uomo qualunque
di Matteo Deraco
Sovera Edizioni, 2012
Pagine: 80
ISBN: 9788866520368
Prezzo: 9 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La gente è solo capace a etichettarti, spremerti, prendere e prendere e prendere, e se prendi prima o poi devi pure dare. Al contrario, quando dai non sempre arriva qualcosa.

 

copLa narrazione si apre con il protagonista alle prese con due gravi disdette dalla vita: l’abbandono della compagna e l’esser licenziato. I due fatti chiarificano da subito l’animo deluso e scoraggiato del protagonista che deve fare i conti, più che con un semplice licenziamento lavorativo, con un vero e proprio “licenziamento dalla vita”: privato di amore e lavoro, infatti, si sente deluso e questa condizione anima in lui una serie di pensieri e convincimenti con i quali sembrerebbe chiudersi a riccio dal mondo. In realtà la fine del suo rapporto di lavoro non è vissuta come dramma dato che subito, con chiari ed espliciti riferimenti a Bukowski e alla beat generation, osserva «ma davvero non me ne fregava poi molto del lavoro».

E’ palpabile l’intenzione di Deraco di raffigurare nel romanzo il senso di incertezza lavorativa della nostra attualità e infatti nelle prime pagine osserva: «Anzi, con la depressione galoppante, il senso d’inutilità e di precariato, il senso d’immobilismo e di fallimento, di volta in volta facevi un passetto indietro.» Quadretto quanto mai realistico e deprimente della nostra realtà dove il precariato, la disoccupazione e il tormento sono manifestazioni comuni ed universali. Deraco vede la vita attraverso il lavoro o, meglio, attraverso la mancanza di esso e la descrive come una serie di vicende momentanee che hanno un inizio e una fine (lavori per un po’, poi ti cacciano) che descrivono ciclicamente l’impegno dell’uomo nel darsi da fare, cercare lavoro e a volte addirittura inventarselo, farsi “la gavetta”, anche se spesso neppure questa conta.

Il linguaggio colorito e giovanile (la parola “cazzo” ricorre con una smodata frequenza) si sposa con una narrazione che non ha grandi pretese se non quella di un giovane di guardare con i suoi occhi il mondo che lo circonda, in maniera sfiduciata e poco combattiva, dopo tante “sconfitte” subite, provate sulla propria pelle. I rimandi, sia tematici che linguistici, a Bukowski, il padre della letteratura contemporanea che con spregiudicatezza e sagacia sconfessò le difficoltà, i drammi, le collusioni del mondo lavorativo, sono palpabili a più livelli e in maniera chiara. Lo stesso titolo del romanzo nel quale si dice “di un uomo qualunque” vuol forse sottolineare la specificità di un essere vivente garantendone l’anonimato che, però, vive una condizione che non gli è esclusiva e che, invece, è generalizzata e abbastanza comune. L’uomo qualunque, dunque, siamo noi e tutte quelle persone che possono ritrovarsi nei pensieri che l’io narrante fa.

Vi sono considerazioni anche piuttosto forti come quella ai nostri padri, che hanno fatto il ’68 e si ritrovano ora, nella loro attualità a “fregarsene” che non mi sento di condividere, ma che può essere una lecita osservazione o lo sguardo critico e a tratti sfrontato nei confronti della religione: « Dio non c’era, e per quel che mi riguardava non c’era mai stato. Dio era solo una stampella psicologica da tirare fuori nel momento del bisogno, e poi rimettere via quando non serviva più». Il protagonista vedrà Dio nell’immagine della suora che condivide con lui lo scompartimento del treno, nel Cristo di Maratea, ma anche nelle valige, nell’alcool, in episodi di fortuna e tanto altro, chiarificando il suo panteismo laico e l’utilizzo di “Dio” quale personaggio sui generis al quale demandare fortune/sfortune (si ricordi, ancora, Bukowski).

Il protagonista è un uomo arrabbiato, che non crede nei compromessi e nelle bieche leggi dell’oggi, ma finisce per apparire poco combattivo e partecipativo: l’unico gesto di tutto il romanzo in cui sembra prendere una decisione realmente importante è quando decide di lasciare la sua ragazza. Per il resto si gongola nel disprezzo verso il mondo, nella critica e nell’autocritica, nell’analisi della tragica condizione del momento, descrivendola, schifandosene senza, però, “attuare” in una qualche maniera significativa sulla sua esistenza. E’ un osservatore del mondo, a distanza, quasi un vouyer, ma raramente entra in quel mondo per agire da protagonista con consapevolezza.

Animo inquieto e sprezzante, indifferente agli altri e soprattutto ai giudizi del mondo, ricorda appunto il celebre Chinaski: «Me ne fregavo, come me ne fregavo di tutto il resto»; il protagonista nutre un atteggiamento sconsiderato, narcisista e violento tanto da arrivare a sviscerare nelle prime pagine del libro la sua indisposizione e animosità nei confronti dell’intero mondo (misantropia):  «Avrei sterminato tutti i commessi delle poste lenti, tutti gli stronzi che suonavano il clacson, tutte le vecchie in fila alla cassa al supermercato. Mi toglievano aria, mi levavano vita». Il lettore pagina dopo pagina si chiede se in realtà il comportamento ossessivo e meticoloso del ragazzo nei confronti di Chiara, l’ex-ragazza, non sia eccessivo e preoccupante e se la sua narrazione sia vagliata da una mente instabile, che vede le persone/la società in maniera distorta che allo stesso tempo imputa l’errore negli altri facendo poca autoanalisi. E’ lo stesso ragazzo ad osservare nel cuore della narrazione: « Fondamentalmente ero un egocentrico del cazzo e un sociopatico».

Domina un linguaggio giovanile, scanzonato e molto colorito con chiari e continui rimandi alla “poetica” di Bukowski e una serie di modi di dire e “frasi fatte” sgranate con gratuità al lettore; numerose anche le citazioni a pezzi di canzoni e ad autori italiani e stranieri (Ligabue, Vasco, Negramaro, Fabrizio De André, Radiofreccia, Guccini, Guns’n’roses), come pure ai film (L’ultimo bacio, V per vendetta).

Un romanzo atipico ed effervescente di un giovane e delle sue visioni sul mondo. Un’analisi nelle pieghe del proprio io che, al termine delle vicende narrate, lo porterà ad osservare il mondo con uno sprizzo di lucidità: «Fino a quel momento non ne avevo fatto entrare poi molte, di persone, all’interno del mio mondo».

Una scrollata al sé, e una maggiore consapevolezza del vivere nel hit et nunc.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi,  4 Luglio 2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Eros e la nudità” di Ninnj Di Stefano Busà, recensione di Ugo Piscopo

UNA GHIRLANDA DI CALICI PIENI PER UN BRINDISI ALL’AMORE

A CURA DI UGO PISCOPO

 

Recensione a “Eros e la nudità”, di Ninnj Di Stefano Busà
con prefazione di Walter Mauro, Plinio Perilli, Arturo Schwarz
Edizioni Tracce, Pescara 2013
pp. 99.

9788874338788Il Novecento è sempre più lontano. Si avverte perfino una tensione a denovecentizzarsi, se si può dire. Cioè a togliersene di dosso l’odore.

Uno dei segnali è la nuova qualità di approccio all’amore. Non è che il Novecento ignorasse l’amore. Lo teneva, anzi, terribilmente presente, – e come si potrebbe mai scrivere, vivere o pensare senza l’amore? -, ma lo assumeva a materia da approcciare in chiave critica e in una nitida luce di disincanto, o di analisi e perfino di divertimento cinico, soprattutto nell’ambito neoavanguardista e neosperimentale. L’indirizzo era nato già nelle avanguardie storiche. Il futurismo, ad esempio, spalancava le porte alla fisicità erotica, solo ai fini funzionali della riappropriazione degli istinti dei primordi, a favore di un’antropologia più ricca di energia. Per questo, gridava “abbasso la donna”, e, di contro, “viva la femmina”.

Poi, nel corso degli anni Ottanta del secolo passato, in concordanza con la riscoperta del “padre” e con l’attenuazione del concetto di progettualità, cioè di mentalismo, si venne proponendo e praticando nella scrittura poetica l’idea della “poesia innamorata”. Oggi, poi, “cuore” e “amore” la fanno da padroni di casa.

In questi nuovi spazi di libertà ideale, si colloca e respira la raccolta di poesie di Ninnj Di Stefano Busà dedicate all’amore, o, meglio, a Eros, come simbolo di ripetizione concreta della prima ierogamia e di manifestazione al mondo di un evento decisivo per la vita universale, l’accoppiamento del Cielo e della Terra. Il quale orizzonte di attesa, però, resta solo prospettico, perché la diegesi puntualmente si sofferma in limine, senza andare oltre, senza addentrarsi in ambiti di sofisticate simbologie, come accade nelle Upanishad, nell’Yi ching, nello shaktismo, nel tantrismo e dintorni. Ecco, in tanti filoni delle civiltà orientali.

Lucidamente e programmaticamente l’autrice si richiama alla matrice del pensiero occidentale, la cultura greca: è significativo che il protagonista in questione si chiami grecamente Eros e che esso si collochi come immagine dominante, per la posa, accanto alla intattezza (e allo splendore marmoreo) della corporeità nuda. Eros e la nudità, recita nettamente e perentoriamente il titolo dell’opera.
L’immagine dominante è, dunque, Eros, quello di cui tratta Platone nel Simposio, di cui aveva già parlato Esiodo a proposito della cosmogonia (“Eros, il più bello degli dei immortali, colui che spezza le membra e che, nel petto di tutti gli dei e di tutti gli uomini, signoreggia il cuore e il saggio volere”), a cui si ispira tutta la poesia greca da Alceo e Saffo in poi, sino ai tardi secoli, come è documentato nella fluviale Antologia palatina.

Ma quell’Eros lì interviene sugli eventi della storia (e perfino della preistoria) con effetti perturbanti e talora annichilenti la ragione stessa, come testimonia autorevolmente Saffo (quella di “fainetai moi kenos isos teòisin”), come tensione della vita verso il caos o dal caos. Nella civiltà dell’Ellade, però, mentre si aprono squarci nell’esistenza e nella storia per l’irruzione (a rischio di sovversione) di questa irresistibile forza sconvolgente, più filoni, dall’ambito orfico a quello misterico a quello speculativo tentano una domesticazione di questa energia divina, adottandola in positivo, attraverso comportamenti e atteggiamenti che oggi potremmo chiamare, con Freud, di sublimazione, di contattazione della celestialità e della armonizzazione.

In accordo con questo secondo versante si definisce l’opera di Ninnj, costituita da liriche lavorate al bulino, dalla pelle estremamente liscia, che nell’insieme dei richiami e dei rimandi seguono un ritmo poematico. Giustamente, uno dei tre prefatori, Plinio Perilli, parla di “rigore fervido delle metafore”, di citazioni squisite. Insieme, intanto, con queste cifre di accuratezza formale, la visione complessiva si cala in un fiorito scenario di esperienze di passaggi verso una più intensa e implementata diurnità. Verso la nascita di un altro giorno, come in questi versi:

“Solo un guizzo di luce nel tuo sguardo,

un lampo in cui vi ammutolisce

il vento di soavi piaceri, di stordimenti.

Qui è la spola, qui l’arcolaio per tessere la tela,

dalla nostra carne sboccerà l’aurora” (p. 42).

UGO PISCOPO

 

Napoli, 1 Luglio 2013

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