Il mio nome è Rosso di Orhan PamukEinaudi, Torino, 2005Costo: 10,12 €Pagine: 450Recensione di ANNA MARIA BALZANO
Il grande valore di questo romanzo “Il mio nome è Rosso” di Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, risiede nel suo contenuto ideologico e politico.
La vicenda ha luogo nella Istanbul del 1500, dove nell’ambiente dei miniaturisti del Sultano avvengono feroci assassinii. La trama, tuttavia, fa solo da sfondo ad un tema più ampio e complesso quale il dibattito più che mai attuale sull’adesione della Turchia ai valori e ai principi della civiltà europea.
L’originalità dell’opera di Pamuk appare evidente anche nella struttura stessa del romanzo in cui ogni capitolo è affidato alla narrazione di un personaggio diverso, creando in questo modo una molteplicità di punti di vista.
Tutta la storia si dipana intorno all’arte della miniatura, alla tecnica pittorica, all’abilità dei miniaturisti, al loro sacrificio fisico e umano teso solo alla realizzazione di opere di grande pregio che possano essere gradite al Sultano. I personaggi in realtà diventano addirittura secondari, di fronte alla grande e vera protagonista che è la miniatura stessa. In questa prospettiva si possono meglio comprendere i capitoli narrati non solo dai miniaturisti, ma anche dagli elementi rappresentati nelle loro opere, come il cane e l’albero. Alle soglie del diciassettesimo secolo, epoca in cui l’arte in Europa sta raggiungendo il suo massimo splendore, in Turchia ci si pone il quesito se sia più giusto dipingere secondo il metodo occidentale, che ritrae la realtà, così come viene vista da occhio umano, o non sia più giusto conservare il metodo tradizionale, che suggerisce all’artista di riprodurre ciò che egli vede con gli occhi della mente, quelli, per essere più precisi, che gli vengono donati da Allah, allo scopo di conservare tutta l’originalità e le tradizioni della propria terra. È palese il timore che la pittura europea possa spazzare via tutti i significati dell’arte e della cultura ottomana.
Pamuk affronta questo tema problematico in un momento in cui la Turchia si dibatte tra la spinta verso l’occidentalizzazione e il freno costituito dai movimenti più conservatori e tradizionalisti.
Sin dai tempi della modernizzazione iniziata da Kemal Ataturk, nel 1923, La Turchia ha mostrato una certa esitazione a completare la sua occidentalizzazione in cui si potrebbe vedere il rischio di perdere la propria identità.
Nel romanzo di Pamuk, sono dunque quei miniaturisti che operano secondo i modelli europei che trovano la morte: omicidi che possono essere considerati un estremo tentativo di conservare lo status quo.
Lo stesso problema visto dalla sponda europea, d’altra parte, porta a valutazioni di tipo del tutto diverso, in quanto l’Europa non può accettare nel suo consesso paesi in cui ancora esistano tortura e pena di morte.
ANNA MARIA BALZANO
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Un discorso sulla Poesia torna opportuno oggi più che mai…visto che la stessa si muove incerta per difficili sentieri, impedita da lassismi libertari e fuorvianti, mode e linguaggi sconclusionati, culture e capricci della moda votati a portare avanti la parte più deteriore e rivoluzionaria del prodotto linguistico, quella che risente di forme più o meno imbarbarite o troppo progressiste: come informatica, rampe satellitari, video games, che distolgono l’attenzione dalla poesia, divenuta obsoleta e fuori tempo. Questa mia nota, altro non è che una proposta, un invito a pensare, a discutere, a promuovere iniziative atte a diffondere la Poesia e portarla tra i giovani: la poesia può appartenere a chiunque la ami.
L’evoluzione delle forme poetiche nella storia della cultura è stata continua e costante. Anche nei periodi bui di stagnazione e di regressione o in altri di avanguardia o di pseudoavanguardismo estremo, di rinnovamento forzato, quasi traumatico perché sotto dettatura di impellenti bisogni scardinatori della lingua, ha mantenuto (per fortuna) alcune categorie universalizzanti che fanno della parola poetica una realtà necessaria, non del tutto superflua per l’uomo e la sua specie.
Oggi il mondo dell’arte subisce i contraccolpi di quasi due secoli di rivoluzioni e controrivoluzioni ed è travagliato e stritolato dalla pretesa del tutto moderna di un giovanilismo rinnovatore quanto anarcoide che scambia l’arte col capriccio e l’arbitrio, la libertà di scelta e d’ispirazione nel momento creativo, con una sorta di soggettivismo-individuale impazzito, di relativismo assolutizzato, quanto esasperato, che rifiuta non solo ogni canone esterno, ma anche ogni più elementare regola derivante da un fondamentale sentire estetico, che viene non solo negato, ma forzato, ripudiato e violentato da mode più libertarie.
Diciamolo, subito, che non esistono due linguaggi: uno per la Poesia surreale, magico, ermetico, inaccessibile ai molti, e uno feriale, per i comuni mortali. La poesia può vibrare ovunque in maniera del tutto naturale, anche nelle lasse di un’espressione lontana dalla ipertrofia delle metafore o dalle ambiguità emergenti dall’inconscio, dagli assurdi e dagli arbitrii delle avanguardie ad ogni costo. E <per ogni costo> s’intenda anche quello di inquinare il linguaggio, impoverirlo e strumentalizzarlo in modo deleterio e anarcoide.
D’altra parte bisogna riconoscere che il linguaggio comune non è certo meno efficace di quello colto, o immaginifico, che anzi il suo fondo realistico-logico, sentimentale può essere ben compreso, ma notevolmente più apprezzato, ammettiamolo, sarà il linguaggio ricco di ambivalenze, di metafore, di tensioni allusive proprie di una discorsività che ha varianti emozionali ricercate e volutamente sensazionali. È necessario avvertire chi mi legge che la nostra epoca è dominata dalla pianificazione, dagli orologi, dai computer, dalle costrizioni collettive, dai network, dai condizionamenti psicologici, dai modi ambigui, dalle persuasioni occulte e, pertanto, la Poesia non può porsi in funzione di antidoto e di corroborante della personalità, nello stesso tempo in cui esprime lo sdegno per un mondo nel quale l’industria e la tecnologia hanno fatto il loro guasto, riducendo l’uomo a realtà <minima>, a manovratore di pulsanti, a robot senz’anima né coscienza, registratore meccanico di impulsi e pulsioni interni ed esterni, frammenti ormai di un “essere” decapitato e privato dalla dignità di pensiero e di coscienza.
Si devono altresì tener presenti le condizioni nelle quali la poesia si è trovata ad operare, all’interno della realtà sociale creata dall’industria e dalla massificazione intellettuale della cultura, che ha livellato gli strati meno abbienti dell’intellettualità, riducendoli a meri contenitori privati di pensiero.
L’industrializzazione ha finito per colpire e dissolvere le strutture, i canoni, gli schemi e le categorie estetiche di un sapere logico, massificandone gli strati di una società in sviluppo che non si è trovata alla pari con l’evoluzione dei tempi tecnologici. Così mentre le forme storiche della vita pratica, politica, economica tendevano alla pluralizzazione di codici diversificati, la cultura artistica (soprattutto poetica) s’incamminava verso un destino nebuloso e asfittico.
La comunicazione si orientava ad una sorta di omogeneizzazione o omologazione monodica, in netto contrasto con la varietà dei canoni estetici, delle forme poetiche e dei generi letterari che s’ispirarono ad un modulo linguistico meno sofisticato, più totalizzante e massificato, fondato quasi esclusivamente sull’informazione nuda e cruda, in contrasto con gli elementi pedagogici che avevano costituito i poli della comunicazione del passato.
La comunicazione di oggi appare un modello standardizzato con una fondamentale tendenza a tradurre in evasione pura e in libertà arbitraria quello che prima era la comunicazione, il linguaggio tra le genti. Inoltre si deve denunciare il divorzio che nel frattempo si è andato consumando tra Poesia e Scuola. Tale divorzio ha provocato un lassismo linguistico, una sproporzionata condizione di arbitrio lessicale e di costumi, un allontanamento dal “bel parlare”.
La proposta della letteratura finisce col percorrere un sentiero sterile, inadeguato e non in linea con le esigenze spirituali dell’individuo che, nel suo dispiegamento anarcoide, rifiuta volentieri la domanda culturale (in particolare la Poesia) per intraprendere sentieri tortuosi di un linguismo più depauperato, banalizzato e frustrato che non dà nulla in termini di elevazione culturale.
Questo — consuntivo — oggi non ha la pretesa di essere “il vangelo”. Si presenta con l’intraprendenza e il rischio di un tentativo di storicizzare la produzione meritevole di essere trasferita alla pagina della Storia della Letteratura, sintetizzare, (magari in modo opinabile) un referente storico che intende essere un censimento dei poeti dell’ultimo ventennio, una sperimentazione “in limine” una sorta di indicazione che pone il fattore lirico a livelli di Storia e di percorsi epocali, includendo le varianti, gl’innegabili riferimenti sul piano ricostruttivo delle neoavanguardie linguistiche fino ai ns. giorni. Nell’introduzione di questo copioso documento storico avrò l’opportunità di proporre e indicare alcune tra le massime espressioni dell’oggetto poetico, e questa mi appare una generosa offerta di quanto la realtà del momento può disporre.
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Le braci di Sándor MáraiAdelphi, Milano, 1998ISBN: 9788845913730Pagine: 181Costo: 12€Recensione di Anna Maria Balzano
“Le braci” di Sándor Márai fu pubblicato per la prima volta nel 1942. Più che un romanzo, lo definirei un trattato sull’amicizia: in questa prospettiva si possono riscontrare alcuni punti in comune tra l’opera di Márai e il De Amicitia di Cicerone.
La scena, e mi si conceda il termine “scena”, dal momento che la narrazione ha un’impostazione teatrale, con pochi personaggi e un lunghissimo monologo interrotto solo da brevi battute, si apre sulla visita del generale-protagonista alla cantina del suo castello per spostarsi immediatamente, solo dopo qualche riga all’interno del castello stesso.
Il luogo è estremamente importante: una sorta di microcosmo, avulso dal resto del mondo, dove i personaggi hanno trascorso le loro vite dibattendosi tra passioni, amori, odi e dove è giunto attutito il rumore di cadute di imperi, di rivoluzioni e guerre: dei tragici eventi, cioè, che sconvolsero il mondo esterno all’inizio del novecento.
Dopo quarant’anni di separazione il generale si accinge a ricevere e a rivedere l’amico Konrad a cui era stato legato da un’amicizia profonda interrottasi per cause che al lettore non è dato conoscere, almeno per il momento.
Di ciò che sia accaduto tra le mura di quel castello sembra essere a conoscenza solo la vecchissima balia Nini, testimone e depositaria della verità.
L’incontro tra il generale, il cui nome è Henrik, e Konrad vuole essere, probabilmente nelle intenzioni di entrambi, chiarificatore d’una separazione improvvisa e apparentemente incomprensibile. Esso offre certamente lo spunto per approfondire il concetto di amicizia, ponendo un drammatico interrogativo: può davvero esistere l’amicizia?
Qui si inserisce il lungo monologo di Henrik, che rievocando le esperienze della vita che i due giovani hanno condiviso, si sofferma su speculazioni di tipo filosofico sulle condizioni che permettono all’amicizia di resistere al tempo.
È subito chiaro che Henrik e Konrad sono completamente diversi l’uno dall’altro: Il primo è di gracile costituzione, ma ciononostante assolve il suo compito d’ufficiale con scrupolo e passione, ama la caccia e le frivolezze della vita; il secondo Konrad, il cui fisico sembrerebbe più idoneo ad affrontare la carriera d’ufficiale, considera questa solo un mestiere, un mezzo per sopravvivere, mentre la sua natura lo porterebbe piuttosto a coltivare le arti e in particolare la musica.
Henrik e Konrad. La caccia e la musica. La ricchezza e la povertà.
Qui dunque il primo interrogativo: può esistere amicizia tra esseri tanto diversi?
Henrik afferma di essersi sempre adattato allo stato di inferiorità sociale dell’amico, offrendogli la possibilità di condividere con lui le sue disponibilità.
Nel De amicitia di Cicerone (XIX cap) troviamo un concetto del tutto simile : “Ma requisito essenziale dell’amicizia è che il superiore si faccia inferiore.”
Henrik si chiede se l’amicizia esista veramente e su cosa si fondi: sulla simpatia? Troppo poco. C’è un pizzico di eros alla base dell’amicizia? “L’eros dell’amicizia non ha bisogno dei corpi, essi anzi lo disturbano più di quanto non lo attraggono. Ma si tratta pur sempre di eros, c’è eros in tutte le relazioni umane.”
Vediamo ora Cicerone (cap. V): “..l’amicizia è superiore alla parentela, in quanto alla parentela si può togliere l’affetto, dall’amicizia no: perché tolto l’affetto il nome dell’amicizia scompare, mentre quello della parentela no.”
Dunque l’amore, l’affetto sono indispensabili all’amicizia: la sua fine può, con molta probabilità, generare odio. Questo concetto si trova sia in Cicerone che in Márai.
Gli eventi accaduti tra Henrik e Konrad hanno cancellato il forte vincolo giovanile, trasformandolo in odio. Ora davanti al fuoco del camino che simbolicamente divampa come le passioni esplose e represse nel cuore dei protagonisti è giunta l’ora della verità. Avranno i protagonisti il coraggio di affrontarla? L’unica verità incontrovertibile sarà quella che trasformerà il fuoco delle passioni in brace, ma solo quando la brace sarà cenere l’animo umano troverà pace.
ANNA MARIA BALZANO
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di Giorgia CatalanoPrefazione a cura di Emanuele MarcuccioPhotocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012ISBN: 978-88-6682-321-6Pagine: 63Costo: 8,14 €Link diretto all’acquistoRecensione di Lorenzo Spurio
A piccoli passi, andiamverso la vitaverso noi stessi,verso lo specchiodella nostra anima(in “Anima”, p. 7)
Con Un passaggio verso le emozioni Giorgia Catalano esordisce nel mondo della poesia, sebbene abbia già pubblicato varie liriche in antologie. Come sottolinea in maniera acuta il poeta e aforista palermitano, nonché curatore della silloge, Emanuele Marcuccio, la sua poesia è ricca di musicalità grazie alla presenza di forme retoriche e di stratagemmi metrico-poetici che rimandano a una poetica di tipo classico.
Le liriche condividono un senso di nostalgia e tristezza per un passato ormai andato: nella lirica che apre la raccolta, “Fioco lamento” c’è desolazione, silenzio e un senso d’abbandono che, però, porta la poetessa a prendere una decisione importante: “Rubo un sorriso/ ad un cucciolo d’uomo,/ spezzo l’affanno del tempo/ che fu” (3). E nella lirica che segue, “Ripenso”, i pensieri dolorosi assumono materialità e vengono equiparati a dei panni: per rinverdire quei momenti passati e per privarli dell’angoscia ai quali erano legati sarà necessaria una purificazione: “Così, odorosi di bucato/ li indosserò come abito nuovo” (4). Bastano due semplici liriche per comprendere quali sono le tematiche profonde che caratterizzano un poeta e queste due, scelte non a caso, ne sono la prova: la Catalano affronta i temi del tempo e del suo indissolubile scorrere, del passato e del ricordo, del dolore e dell’assenza e del bisogno che l’uomo ha nella sua contemporaneità di “fare i conti” con quello che è stato. Siamo quelli che siamo stati ed è impossibile annullare il passato, è vero, ma la Catalano ci insegna che forse il presente fluido dell’oggi può insegnarci a ricomprendere il passato, a rivederlo, a riviverlo, sempre che siamo disposti a farlo, prendendo le distanze da quel dolore vivo che invece caratterizzò quei momenti.
Nella poesia “Tremo”, quella che a mio modesto parere tocca l’apice dell’espressività lirica e al contempo è in grado di trasmettere la violenza delle immagini, Giorgia Catalano ci “narra” dell’angoscia che può nascere in una persona che viene ferita psicologicamente e fisicamente, un dolore vergognoso che genera disperazione e incomprensione: “Tremo/ vicino alle tue mani/ percosse e deturpate” (8).
Ovviamente la poetessa ci regala liriche anche più lucide ed ottimistiche, come “Per te, piccola” ispirata alla nascita della piccola Martina e che, in qualche modo, celebra il mistero della vita che puntualmente si rinnova. Ci sono liriche colorate e profumate come “Porta Palazzo” dove la poetessa riflette su culture ed etnie diverse guardando una donna in burka “dallo sguardo cupo” (10) per poi riflettere anche sulla presenza cinese nel nostro paese: “Gente che va e che viene,/ che s’adopera in acquisti” (10) e anche la poesia “Tasselli”, una sorta di manifesto della sua poetica, dove le canoniche attività del libero pensatore (leggere, pensare, sperare, poetare) vengono considerate tasselli, ossia parti che solo uniti tra loro danno forma e unità a un qualcosa che, lentamente, “si fa/ immagine” (19). In “A te, poesia”, la poetessa annuncia il suo amore per questo genere letterario che è consolazione, guarigione e custode di mali tanto da portarla ad utilizzare un linguaggio iperbolico: “Vivo per te” (28) che ben mette in luce quanto il rapporto della Catalano con la poesia sia vivido e autentico.
Mi piace concludere questo mio breve commento con la speranza che trasuda dalla lirica intitolata “Anime spoglie” dove la morte di un ragazzo viene accolta dal Cielo con un lampo che “squarcia/ l’unica bianca nube seppellita da cumuli/ anneriti dalla disperazione” (12) descritto come un fiore che di colpo appassisce, all’improvviso per tramontare per sempre. Dov’è allora la speranza in una lirica luttuosa come questa? La speranza è il dolore stesso che, ormai come un fardello che la madre del protagonista porterà fino alla fine dei suoi giorni, “abita/ nel suo cuore” (13) come un tremendo compagno e un dolce nemico che, tuttavia, le farà compagnia. Così come avviene in “A chi non c’è più” dove l’idea di un aldilà è in grado di mitigare quel dolore e quell’assenza: “Ci sarà sempre/ un tuo sguardo/ amorevole e attento,/ posato su di me” (15).
Giorgia Catalano è nata a Ventimiglia (IM) nel 1971. Nel 1989 ha conseguito la maturità magistrale. Inizia a scrivere poesie in età adolescenziale. A partire dal 2010 varie sue liriche sono apparse in diverse antologie poetiche e riviste letterarie online. L’autrice ha un suo blog che prende il nome dal titolo di questa sua prima raccolta poetica dove pubblica poesie, foto, pensieri e altro.
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In tempi di dibattiti politici sulle quote rosa, ottima versione attuale della disputa medioevale sul fatto che le donne avessero o no l’anima, in un momento in cui le donne non si chiedono mai perché la metà del cielo numericamente più consistente demandi a quella meno consistente di decidere sulle loro persone e spesso del loro destino, alcune scrittrici hanno raccolto la proposta di Albus Edizioni partecipando alla stesura di un libro sapientemente curato da Chiara Santoianni, a sua volta scrittrice e blogger, sempre molto attenta alle problematiche del mondo attuale e femminile.
Ne è nato un libro a mezzo tra l’ironia e la cronistoria di come le donne di oggi vedono se stesse e la loro vita lavorativa, familiare e affettiva in un quadro divertente e arguto sulle giornate delle donne moderne che nell’arco delle ventiquattro ore si dividono in molteplici ruoli adattandosi agli impegni che nel prosieguo della giornata le vedono protagoniste infaticabili e insostituibili.
L’opera si rivela una satira di costume su un mondo che le vuole come professioniste in carriera, madri affettuose, mogli devote, amanti appassionate, ma sempre in equilibrio funambolico tra doveri inderogabili e sogni personali.
Con un sorriso tra le labbra leggiamo le avventure di Principesse di ogni età che inseguono il principe dei loro sogni e che, lancia in resta, vivono vite frenetiche nelle quali di principesco c’è poco e ogni spazio personale è difeso con intelligente coraggio.
Sarà così per sempre? Non so, ma è così per tutte, se sedici autrici radicate nelle diverse regioni italiane sembrano esprimere tutte insieme e sorridendo il disagio comune, sebbene nessuna rinuncerebbe alla vita che ha.
Non è facile essere donna.
Qualche giorno fa chiacchieravo con un’anziana e affermata imprenditrice che mi raccontava di quando all’inizio della sua carriera difendeva la sua professionalità e mi diceva che per lei l’essere stata donna è significato, nel suo ambito lavorativo, la nautica, valere come almeno due uomini.
Le credo, siamo quasi coetanee e allora, da ragazze, per noi le cose non erano facili.
Ma siamo sopravvissute e sono convinta che ce la faranno anche le protagoniste dei racconti di questo libro, come di certo ce la faranno le nostre figlie e le nostre nipoti.
Ad un’unica condizione, che ricordino sempre che non esistono scorciatoie ed essere donna è un valore in più: pensiamo, progettiamo, creiamo, lavoriamo come un uomo, ma in più diamo la vita.
Non è poco, per una che è “solo” una donna!
Ooopppsss… dimenticavo: uno dei racconti, il diciassettesimo di questa silloge, è scritto da un autore maschio….Tutti i miei complimenti a quell’uomo che riesce a comprendere l’animo femminile e a descriverlo.
Onestamente, anche questa non è cosa da poco!
Anna Maria Folchini Stabile
Angera, 28 gennaio 2013
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Alla domanda cosa sia la Poesia, potremmo rispondere con Wordsworth ‘’spontaneous overflow of powerful feelings’’ o ‘’emotion recollected in tranquillity’’ o con Shelley ‘’something divine’’, con Coleridge ‘’willing suspension of disbelief’’. Lo spontaneo traboccare dei sentimenti potenti, forti,autentici, o emozione rivissuta in tranquillità. Sentimento o Emozione, sentimento come definizione e connotazione, e il sentimento scaturisce dalla Emozione per la Bellezza della Natura, fonte perenne di ispirazione, il Creato, l’Universo, la percezione del Mistero dell’universo, l’uomo è elemento dell’Universo nell’Universo, inscindibile, connaturato. Consolatrice, sorella, la Natura e la sua Bellezza infinita sorride all’uomo solo e lo conforta. La giovane mietitrice affascina il Poeta. Il suono melodioso della sua voce, più dolce dell’usignolo, i gesti semplici ed infiniti; e nel ricordo ‘rivissuto in tranquillità’gioisce il poeta. ‘Let the nature be your teacher’’, la Natura, ncontaminata, amica guida, maestra; il Poeta del Lake District, lontano dalla nuova ‘’civiltà’’ delle fabbriche, vive in stretta comunione con Lei, sente di essere un fortemente legato, unito a Lei. Alla Madre Natura. E dal suo animo sgorgano sentimenti potenti, stupore, meraviglia, per i doni del creato.
Prof.ssa Giuseppina Vinci
A Wordsworth
poesia di GIUSEPPINA VINCI
La tua pace
I tuoi luoghi
Luoghi dei tuoi pensieri
Paesaggi della tua poesia
Campi di grano
Canti immortali
Giovani fanciulle
Suoni melodiosi
il ricordo rivissuto
la tenera armonia della campagna
delle colline e dei laghi
la Natura e Te
con te, in te.
Giuseppina Vinci
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Cinquanta sfumature di grigiodi E.L. JamesMondadori, Milano, 2012ISBN:9788804623236Pagine: 548Costo: 12€Recensione di Lorenzo Spurio
La sessualità di molti esseri umani di sesso maschile contiene un elemento di aggressività –un desiderio di dominare, che la biologia sembra mettere in relazione con la necessità di superare la resistenza dell’oggetto sessuale con mezzi differenti dalla seduzione. Così il sadismo non sarebbe altro che una componente aggressiva dell’istinto sessuale divenuta indipendente ed esasperata, e che, spostandosi, ha usurpato la posizione di guida.
(Sigmund Freud, Tre Saggi sulla sessualità, 1905)
Non sono un appassionato del genere erotico, ma ho deciso di leggere Cinquanta sfumature di grigio perché se ne è parlato tanto negli ultimi tempi e, nel bene o nel male, è diventato uno dei più grandi best seller. Purtroppo, bisognerebbe aggiungere, almeno per una serie di motivi che cercherò di tratteggiare in questa recensione.
La storia contenuta nel romanzo, prima parte di una trilogia scritta dall’autrice nel corso di un anno è mezzo, è semplice al punto di apparire ripetitiva, poco originale e ridondante. La ventiquattrenne Anastasia Steele è una studentessa di letteratura inglese che sta preparando una tesina su Tess dei d’Urbervilles, romanzo di Thomas Hardy con il quale l’autrice E.L. James credo abbia voluto costruire un rimando: la protagonista, Tess, viene stuprata dall’uomo del quale poi sarà costretta a sposare, un certo Alec, un’unione forzata che animerà nella mente di Tess l’omicidio e che la condurrà essa stessa all’esecuzione. Chi conosce la narrativa di Thomas Hardy sa che lo scrittore vittoriano ha sempre dato una grande peso alla concezione fatalistica della vita secondo la quale le cose succedono non perché conseguenza di altre o perché qualcuno le ha decise, ma semplicemente perché debbono accadere e dunque essere accettate così come si presentano, ineluttabilmente. E’ ciò che avviene alla giovane Tess che, ferita nell’onore e in condizioni disagiate dopo la morte del padre è costretta ad accettare di vivere con l’uomo che la violentò convertendosi in sua moglie, ma chi ben conosce il romanzo sa che questa situazione è impossibile da essere trasportata e genererà la tragedia. Eros e Thanatos che si incontrano.
Ritornando alle Cinquanta sfumature di grigio, l’altro personaggio centrale della narrazione è Christian Grey chiamato semplicemente Mr. Grey, un uomo spavaldo, egoista, che gestisce una grande azienda. I due personaggi non potrebbero essere più diversi: studiosa e in cerca di lavoro lei, ignorante e imprenditore lui, di modeste condizioni economiche lei, ricchissimo lui, sensibile e vergine lei e opportunista e perverso lui. L’occasione d’incontro dei due personaggi è il momento dell’intervista che Kate, l’amica di Anastasia, avrebbe dovuto fare a Mr. Grey ma che, a causa di un’influenza non può fare e per questo viene sostituita da Anastasia. L’intervista va bene, ma subito tra i due si crea un’attrazione particolare che porterà poi Mr. Grey a re-incontrare Anastasia, corteggiarla e riempirla di regali. C’è inizialmente una vera infatuazione di Anastasia nei suoi confronti: è allettata dai regali e dalle attenzioni di lui e affascinata dalla sua bellezza tanto che si lascia andare dagli eventi, convinta che quella è una occasione proprio da non lasciarsi perdere.
Ma le cose non tardano a mostrarsi essere diverse quando Mr. Grey, pur attratto ed interessato a lei, si mostra schivo e freddo, sprezzante e autoritario: Anastasia crede di poter “far l’amore con lui”, ma lui subito l’avverte che “non fa l’amore, ma fotte”. A partire da questo punto in Anastasia nasce una sorta di risentimento o dubbio che la logora: da una parte è attratta da quell’uomo e vorrebbe buttarsi a capofitto in quella storia, dall’altro lui è a tratti enigmatico, ha comportamenti bipolari, attuando a volte in maniera dolce altre in maniera sgarbata: “E’ un uomo così imprevedibile, sensuale, intelligente e spiritoso. Ma i suoi sbalzi d’umore… e la sua voglia di farmi del male. Dice che terrà conto delle mie riserve, ma mi fa paura lo stesso. Chiudo gli occhi. Cosa posso dire? Dentro di me, vorrei solo di più, più gesti affettuosi, più giocosità, più… amore” (cap. 20).
Alla fine Anastasia deciderà di accettare il suo brutto comportamento e tutto ciò che questo comporta accettando un po’ per amore un po’ per abnegazione le sue condizioni sebbene non arrivi mai a sottoscrivere il contratto che Mr. Grey ha preparato per lei. Il contratto è una scrittura preoccupante nella quale Mr. Grey ha previsto una serie di diritti-doveri delle parti che garantiranno il loro rapporto sessuale, un rapporto di tipo sadomasochistico tra Dominatore e Sottomessa. Lì, inoltre, sono previste le modalità, le tempistiche e l’elencazione delle pratiche che verranno portate avanti all’interno di questo perverso gioco. La Stanza Rossa o Stanza delle Torture sarà la stanza della casa di Mr. Grey appositamente dotata di bende, funi, divaricatori ed altri strumenti per queste pratiche devianti. Anastasia è affascinata e impaurita allo stesso tempo, galvanizzata e tormentata, eccitata e dibattuta, ma alla fine deciderà di accettare tutto questo un po’ alla volta, convertendosi in una serva silenziosa e pronta a tutto.
La narrazione, come si diceva, è abbastanza ripetitiva nelle scene che vengono fornite e, benché la varietà delle perversioni e degli atteggiamenti sessuali sia abbastanza eterogenea, nella lettura si ravvisa una certa piattezza nel tono. Il linguaggio, pure, è semplice e colloquiale –nel corso del romanzo i due protagonisti parlano spesso attraverso il linguaggio della posta elettronica- ma di certo consono per una storia di questo tipo: arcaismi o elementi retorici avrebbero di gran lunga appesantito la lettura che già di per sé è pesante. La scrittrice avrebbe benissimo potuto tagliare alcune parti –e quindi un’abbondante numero di pagine, se non di capitoli- senza mutare granché il senso del libro. Perché in fondo in un libro un senso c’è sempre, vero? E allora quale dovrebbe essere il significato di questo atlante delle perversioni sessuali? Non mi è chiaro.
In questo clima di profonda soggezione e tormento che provoca nella protagonista sensazioni completamente contrastanti c’è spazio per un momento di riflessione: l’utilizzo della violenza fisica in un rapporto bondage dà o sembra dare la convinzione alla protagonista che con quel mondo ha chiuso e che quindi ne verrà fuori a testa alta. Ma dato che il lettore sa che la storia non è che una trilogia siamo giustamente portati a pensare che la protagonista ricada in questo tunnel di sesso e violenza, apparentemente senza sbocco. C’è però uno spiraglio di luce in questa narrazione perversa: Anastasia, pur assoggettata completamente, è consapevole che l’ossessione per il sesso e per le pratiche BDSM di Christian sia segno di malattia, di un disturbo psichiatrico da fronteggiare ed è lei stessa che pensa di poter essere la sua ancora di salvezza: “Quest’uomo all’inizio mi sembrava un eroe romantico, un ardito cavaliere bianco dall’armatura scintillante, o un cavaliere nero, come dice lui. Invece non è un eroe; è un uomo con gravi, profonde lacune emotive, e mi sta trascinando nel buio. Non potrei, invece, essere io a guidare lui verso la luce?” (cap. 20).
Freud nei famosi “Tre saggi sulla sessualità” aveva avuto modo di parlare di come nascono le perversioni a partire dalla giovane età dal soggetto e da cosa sono animate o motivate. Parlando del sadomasochismo, oltre a definirne il peculiare atteggiamento di dominazione e sottomissione aveva osservato che spesso il sadomasochista ha come genesi del suo comportamento deviato un trauma pregresso e la stragrande maggioranza delle branche psicologiche che da essa dipartono sono di questo avviso: “Stoller ritiene che l’essenza della perversione sia la “conversione di un trauma infantile in un trionfo adulto”. I pazienti sono spinti dalle loro fantasie di vendicare umilianti traumi infantili causati dai loro genitori. Il loro metodo di vendetta è quello di disumanizzare ed umiliare il loro partner durante la fantasia o l’atto perverso”.[1]
L’idea che si potrebbe azzardare è che l’accecante perversione di Mr. Grey, il suo cieco sadismo e la sua voglia indomabile di dominare sugli altri (al lavoro, come nella vita privata) non solo sia frutto di un atteggiamento narcisistico, ma ha chiaramente una genesi nel periodo infantile che, come l’autrice narra, è di certo stata difficile e traumatica: ha subito maltrattamenti dalla madre che era violenta e si ubriacava ed è stato poi dato in adozione ad un’altra famiglia, episodi che fanno dire a Christian “ho avuto una dura introduzione alla vita”.
Pure non è da sottovalutare il fatto che da ragazzo abbia avuto rapporti sessuali con una donna più grande di lui, una certa Mrs. Robinson, esperienza che probabilmente l’ha traumatizzato similmente a quanto avviene ai personaggi nei romanzi di John Irving. Si tratterebbe qui di capire se questo rapporto gerontofiliaco[2] (di differente età tra i partner) sia avvenuto consensualmente, ossia con il tacito e innocente consenso dell’allora ragazzo o se, invece, abbia presupposto una certa violenza e coercizione da parte della donna tanto da diventare un atteggiamento pedofilico come Anastasia nel romanzo pensa che sia stato.
A questo punto mi viene in mente una domanda che in un certo modo ha animato la mia intera lettura del romanzo. Ma ne avevamo realmente bisogno? C’è qualcuno che ha letto il libro che possa rispondere affermativamente per qualche ragione? Trovo pressocchè banale e semplice rispolverare De Sade con il mero scopo di “far parlare di sé”. Perché se questo romanzo è uno di quelli di cui “basta che se ne parli”, allora lo scopo è di sicuro stato raggiunto. Ma perché se ne parla? Semplicemente perché il proibito affascina, l’erotico esalta e fa risvegliare sogni latenti nell’immaginario dell’uomo. C’è da augurarsi, allora, che questo non avvenga, per la salvaguardia dell’umanità tutta e soprattutto dell’archetipo femminile ampiamente degradato con questa narrazione.
Berra, Ludovico, Le perversioni sessuali, Edizioni Libreria Cortina, Torino, 1999
De Sade, Donathien Alphonse, Le 120 giornate di Sodoma, qualsiasi edizione
Freud, Sigmund, Tre saggi sulla sessualità (1905), qualsiasi edizione
James, E.L., Cinquanta sfumature di grigio , Mondadori, Milano, 2012.
[1] Ludovico Berra, Le perversioni sessuali, Edizioni Libreria Cortina, Torino, 1999, p. 20.
[2] In realtà il termine è usato in maniera inappropriata perché la gerontofilia prevede che una persona giovane ricerchi il rapporto sessuale con un anziano e sarebbe proprio la presenza di caratteristiche senili del corpo quale malattie, affaticamento o scarsa mobilità gli elementi ricercati ed eroticamente eccitanti.
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Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?Giacomo Leopardi,da «Canto notturnodi un pastore errante dell’Asia»
Tien la luna vecchie strade
a separar gli ammassi oceani
alla superfice
mari la solcano
in prosciugata tranquillità.
(17/1/2013)
Commento a cura di Luciano Domenighini
Una strofa di cinque versi strutturata sui novenari (ai vv. 1,2,5) divisa in due periodi. Il primo verso, allusivo, è una similitudine terrestre, poi la lirica ha andamento discendente, sottrattivo, descrittivo del deserto, del silenzio, della pura materia.
La forma è sintetica, asciutta, sobria nelle cadenze, l’atmosfera creata è straniata, sospesa. Pur non detto, si percepisce un immenso silenzio.
Travagliato (Bs), 26 gennaio 2013
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[1] Ispirato da una zona della luna, denominata appunto “Mare della Tranquillità”, situata sull’emisfero del satellite sempre rivolto verso la Terra. Il termine “mare” è stato scelto a causa del colore scuro che contraddistingue queste regioni dai territori circostanti, in realtà si tratta di pianure basaltiche.
Il viaggio di Emiliadi Anna Maria BalzanoQulture Edizioni, 2011ISBN: 9788890587665Pagine: 88Costo: 11 €Recensione di Lorenzo Spurio
Tutto era cambiato. Ebbe nostalgia di quei pochissimi anni di cui aveva memoria che erano stati felici con la mamma e con il papà. Erano passati come un lampo. Tutto il resto era stato affanno e sofferenza… (76).
Quando nel passato si è sofferto molto, spesso ci risulta difficile convivere giornalmente con le foto o con gli oggetti che in sé hanno cristallizzato quei momenti. E’ per questo che Emilia, protagonista del romanzo Il viaggio di Emilia di Anna Maria Balzano si prepara a fare una cernita delle vecchie cose: cosa tenere e cosa buttare.
Siamo nella Napoli del 1978 e la protagonista prende a narrare la tormentata storia passata della sua famiglia suggestionata dalla visione di una vecchia foto: “Passò la mano sulla foto per eliminare un leggero strato di polvere che la rendeva più opaca e con i polpastrelli percorse i contorni e i piani del palazzetto, come se quel contatto fisico avesse il potere di rianimarlo e restituirgli quella vita che gli era appartenuta” (8). Da qui, come in un vero e proprio flusso di coscienza, partono i ricordi, le immagini, tutte dominate da una certa tristezza. La protagonista ricorda della morte del padre e del grande amore ricevuto dai nonni, piuttosto che dalla madre Anna che, invece, oltre ad essere spesso lontana da lei per motivi di lavoro si scopre presto attratta da un altro uomo. Il nuovo matrimonio della madre con un certo Renato, sconsigliato dai genitori della donna e malvisto dalla giovane Emilia, sembra inizialmente inaugurare una fase di spensieratezza e tranquillità per Anna, ma ben presto le cose cambiano. Renato non mancherà di mostrarsi violento e prepotente, interessato solo agli interessi dell’azienda della quale diviene il principale benefattore. La solitudine di Anna e l’indifferenza del marito nei suoi confronti la conducono a uno stato di apatia e il marito la farà ricoverare in una struttura psichiatrica. Emilia, la giovane protagonista, pur consapevole di ciò che succede sotto i suoi occhi, non è in grado di cambiare le cose e, pur volendo bene a sua madre, si trincera sempre dietro l’amore dei nonni che, però, malati ed anziani, nel giro di pochi anni vengono a mancare.
Ma in questa difficile storia familiare ambientata nel secondo dopoguerra, nel momento della ricostruzione, si innesta anche la storia di Giulia, figlia di un dipendente dell’azienda che era stata dei familiari di Emilia. Le due divengono amiche anche se poi un po’ per motivi di studio, un po’ per altre ragioni, finiscono per separarsi. Una serie di altri avvenimenti drammatici quali lo stupro di Giulia, l’uccisione del prepotente Renato e il processo contro Anna, ritenuta colpevole dell’omicidio si intrecceranno nel romanzo chiarendo solo nelle pagine finali i relativi collegamenti.
Niente è banale. Anna Maria Balzano costruisce un romanzo molto ricco dal punto di vista dei sentimenti, sottolineando quanto la gratuita crudeltà di un uomo possa rovinare la vita di varie persone. Un’acuta riflessione sul dolore che produciamo agli altri senza rendercene conto, un elogio del fatalismo e una considerazione sul senso tragico del vivere che, oggi come ieri, sempre caratterizza le nostre esistenze:
“Mi sono chiesta se fosse Dio che voleva questo. Ma se Dio è buono, Emilia, perché dovrebbe permettere che accadano queste cose?”
Emilia non sapeva rispondere a questa ingenua e semplice domanda di Giulia.
“Non lo so, Giulia. Non credo che ci siano cose giuste o ingiuste al mondo. Ci sono cose che accadono” (82).
Ralph piangeva la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy.
(Il signore delle mosche, di William Golding)
Che orrore! Che orrore!
(Cuore di tenebra, di Joseph Conrad)
Il signore delle mosche è un romanzo d’avventura, ma anche un’amara analisi sui rapporti umani che si sviluppa in maniera drammatica e sconvolgente a seguito della diffusione di ideologie contrastanti. E’ anche un romanzo politico, nel senso che mostra modi di pensare riferiti alla società estremamente diversi tra loro; Golding utilizza, infatti, molto spesso nel corso del romanzo un linguaggio specifico che è appunto quello politico: “adunata”, “assemblea”, “congresso”, “leggi”, “consensi”, “maggioranza”, “capo”, “elezioni” sono solo alcune delle parole che vengono impiegate. Da una parte c’è Ralph, il bambino della conchiglia, che istituisce assieme al Piggy l’assemblea e il congresso fondato sul turno di parola, un sistema quindi democratico, fondato sull’eguaglianza, la libertà e mirato alla coesione e alla pluralità delle idee; dall’altra parte c’è Jack Merridew, un bambino prepotente e sadico che si scinderà dal gruppo originario per dar vita a una sua tribù dominata dalla violenza, dalla spietatezza e dall’autoritarismo, nel quale non è difficile intravedere una sorta di politica dittatoriale, totalitaristica.
Il signore delle mosche è un romanzo estremamente complesso. Forse neppure Golding avrebbe voluto crearlo tanto complicato e denso, non nella trama che, invece, è abbastanza semplice e lineare, ma nella serie di temi che implicitamente sottendono nel tessuto dell’intera storia. Ma Il signore delle mosche è anche il segno di un imbarbarimento pericoloso, di un ritorno alle origini selvagge, primitive, è il ritorno a uno stato di natura che fa seguito a un abbattimento di ogni esplicitazione della cultura (l’educazione, l’insegnamento, la formazione, la morale, la religione, il buon senso). Il romanzo si presenta come un bildungsroman stravolto: i bambini della storia, soli superstiti di un incidente aereo, si ritrovano su un’isola disabitata del Pacifico e, dopo un’iniziale progetto democratico di organizzazione e di coesione, si abbandonano a screzi, litigi, rimproveri, minacce sino ad arrivare a vere e proprie violenze:
“Le leggi!” gridò Ralph. “Tu non rispetti le leggi!”“A chi gliene importa?”Ralph chiamò a raccolta tute le sue facoltà.“Ma le leggi sono l’unica cosa che abbiamo!”Ma Jack gli guardava in piena rivolta:“Chi se ne frega delle leggi!”
L’ideale democratico e populista che li aveva animati all’inizio, viene irrimediabilmente infranto e ben presto il gruppo dei ragazzi si divide in due: Jack, non riconoscendo più come capo Ralph, crea un suo gruppo al quale partecipano da subito la maggioranza dei bambini.
L’isola del Pacifico, unica location del romanzo, dalla vegetazione esotica e dai panorami mozzafiato, che poteva essere un ottimo setting di pace e tranquillità, luogo di divertimento e di svago, finisce per diventare, invece, il luogo del vizio, del peccato, dell’infanzia corrotta.
E’ Jack il capo del nuovo gruppetto di bambini che si scinde dal gruppo originario e quest’azione può essere interpretata a livello politico, come una sorta di atto ribelle volto alla determinazione di una minoranza, ma il modo con cui Jack lo fa non ha niente di democratico e di lecito e quindi deve essere visto come una sorta di spietata lotta di potere motivata da ragioni megalomani e personalistiche all’interno delle quali Jack, appunto, si auto-proclama nuovo capo. E’ un capo autoritario, violento, crudele, sempre pronto a dar ordini o a comandare a qualcuno di picchiare altri. E così, alle iniziali idee di adunata, congresso e assemblea, si sostituiscono ben presto una serie di azioni violente, minatorie e criminali del gruppo di Jack, rinominato “il signore delle mosche” contro il gruppo di Ralph che, munito della conchiglia, ex simbolo di unità e democrazia, insegue forse ancora un progetto unitario di uguaglianza basato su leggi e rispetto.
In molti (la maggioranza) non tardano a schierarsi con il nuovo capo che sembra tanto più forte, austero, deciso e prestigioso e anche in questo Golding è abile nel riferirsi, forse, a quante persone entusiasmate dai regimi della prima ora (vedi nazismo e fascismo), che con la loro retorica ridondante finiva per persuadere, decisero di appoggiare ideologie che poi si rivelarono come i peggiori crimini dell’umanità. Traspaiono così in chiave romanzata una serie di riferimenti storico-politico (che sono a loro volta quanto mai attuali) facilmente individuabili per dimostrare come l’assenza di genitori, adulti, leggi, centri di controllo piuttosto che essere vissuta positivamente, si risolve, invece, come motivo di astio, violenza ed esasperata lotta di potere.[1] Il romanzo dà così voce a un’infanzia degenerata che ha perduto per sempre l’innocenza e che è portata quasi meccanicamente ad attuare e reiterare atteggiamenti sadici e sconsiderati che appartengono al mondo degli adulti (vedi il riferimento alla seconda guerra mondiale nelle prime pagine del romanzo, momento nel quale è ambientata tutta la storia).
E’ Piggy, l’amico e consigliere di Ralph, che nelle prime pagine viene canzonato per la sua mole grassottella e per il suo parlare sempre riferendosi a sua zia, il personaggio più legato alla ragione, alle idee di libertà, rispetto e democrazia e, quando nelle ultime pagine del romanzo arriviamo a leggere della sua atroce morte, siamo ormai sicuri che la democrazia sull’isola sia ormai diventata un disegno utopico. Con la morte insensata di Piggy finiamo per solidarizzare ancor più con il gruppo dei “buoni”, Ralph e pochissimi altri, e temiamo che Golding nelle poche pagine che seguano finisca per far morire anche Ralph. Ma in questo modo avrebbe finito per aggravare il tono già particolarmente tragico e, forse, di essere troppo banale; ci consegna, invece, un finale diverso, inaspettato, che, però, ha il sapore di un eccesso di buonismo o di conciliatorismo giunto però ormai in extremis.
L’assurda e inspiegata convinzione dei ragazzi per gran parte del romanzo che l’isola sia infestata da una bestia violenta che li tenga continuamente sotto minaccia si configura, inoltre, da subito come una banale macchinazione della mente dei ragazzi che li porta però a dover trovare a tutti i costi quella bestia. La trovano, sì, ma all’interno del loro gruppo, per soddisfare, forse, quel desiderio di frustrazione di essere bambini e di volersi mostrare grandi, capaci di memorabili azioni e di utilizzare la violenza. Per Jack, il signore delle mosche, il violento, il capo tribù, il despota, il selvaggio, uccidere una persona sarà un’azione di poco conto, proprio come uccidere un maiale. Golding ci chiama direttamente a riflettere e ragionare su quanto l’animo umano sia capace di produrre nefandezze nel momento in cui dimentica ciò che sono la ragione, la coscienza e il rispetto delle leggi. E’ sempre Piggy a sottolineare, come una sorta di saggio “Grillo Parlante” che rimane però sempre poco ascoltato, le mancanze e i pericoli a cui il gruppo sull’isola va incontro se non si rispettano le leggi della conchiglia, ideate da Ralph e all’inizio accettate e condivise da tutti:
“Che cosa è meglio: essere una banda di negri, di primitivi come voi, o essere ragionevoli come Ralph?”“Che cosa è meglio: avere delle leggi e andare d’accordo, o andare a caccia e uccidere?”“Che cosa è meglio: la legge e la salvezza o la caccia e la barbarie?”
Non c’è nessuna forma di rinsavimento, di ripensamento, né di pentimento da parte di Jack e del suo gruppo nei confronti di Ralph, segno che la crudeltà si è radicalizzata e ha colonizzato ampiamente i loro cuori; il finale proposto da Golding, forse per smorzare un po’ l’esasperata tragicità dell’intera storia, non è però in grado di alleviare il senso di desolazione, di disprezzo e la paura che noi, così come Ralph, proviamo nei confronti di Jack, dei cattivi, dei violenti. L’isola di Golding non è un’isola che “rende famosi” come quella di un celebre reality televisivo ma è, al contrario, un posto che da edenico si trasforma in demoniaco a causa della crudeltà insita nell’uomo, in maniera analoga a quanto avviene nell’Africa nera nel romanzo Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1902) di Joseph Conrad dove il crudele Kurtz, al pari di Jack in Il signore delle mosche, non è altro che emblema del male atavico che sgorga dall’indifferenza nei confronti del dolore prodotto dalle proprie atrocità.
Lorenzo Spurio
Jesi, 22-11-2011
BIBLIOGRAFIA
Conrad, Joseph, Cuore di tenebra, Torino, Einaudi, 2005.
Golding, William, Il signore delle mosche, Milano, Mondadori, 2001.
McEwan, Ian, Il giardino di cemento, Torino, Einaudi, 2006.
Spurio, Lorenzo, “Comportamenti devianti e spazi claustrofobici nella scrittura di McEwan”, Tesi di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Perugia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Moderne, Relatore: Prof.ssa Francesca Montesperelli, Correlatore: Prof.ssa Marinella Salari, a.a. 2010/2011.
[1] Ho avuto modo di studiare a fondo l’opera di Ian McEwan, uno dei maggiori scrittori britannici viventi, oggetto per altro della mia seconda tesi di laurea. La critica ha messo in luce che la storia contenuta nel suo primo romanzo, Il giardino di cemento (The Cement Garden), del 1978, è in parte inspirata da Il signore delle mosche di Golding, romanzo che McEwan conosceva molto bene e del quale era rimasto affascinato. L’idea di Il giardino di cemento, infatti, era, come ha sostenuto l’autore in varie interviste, quella di presentare le vicende di quattro fratelli minorenni che si trovano da soli a gestire tutte le incombenze e le mansioni della casa dopo la morte di entrambi i genitori. L’idea di vedere come dei bambini da soli, senza adulti o altre figure d’autorità, si comportino per ricreare un loro ordine che possa dar stabilità e coesione è ripreso da McEwan direttamente dal romanzo di Golding, poi riadattato in maniera diversa. In Il giardino di cemento, infatti, i bambini dopo un’iniziale organizzazione basata sulla coesione e la spartizione di compiti, finiscono per sprofondare nel caos all’interno del quale maturano atteggiamenti degenerati, preoccupanti e sessualmente deviati attuati, però, come strategie di autodifesa o come un modo per cercar di tener unita la famiglia, contravvenendo alla morale e alle leggi sociali.
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Diciotto racconti indipendenti accomunati da sensazioni, concezioni e analisi, riguardanti la società odierna. Il contemporaneo che contamina la realtà, infiltrazione di ritmi viziati nella serenità di personaggi che faticano a trovare linee guida per anelare ad una vita migliore, più umana. Una lettura profonda dei flussi esistenziali, nuove interpretazioni di quello che è il solito tran tran quotidiano, opportunità che tramontano e lasciano smarriti. Chance risorgono la mattina seguente in una sorta di confronto con se stessi e con ciò che ognuno di noi vive intimamente. La musica e l’amore per essa, lega ogni vicenda. In alcuni racconti le note di pentagramma sono elemento trainante e risolutivo della narrazione, in altre le si percepisce in modo più soffuso, in altre ancora fungono da colonna sonora, distaccata, ma presente. Un arcobaleno dalle sfumature, ora tenui ora forti, caratterizzazioni e contesti che esistono come tessuto connettivo del presente in cui ci concentriamo tutti, ognuno con i propri progetti, sogni, delusioni, vittorie, amarezze, speranze. Personaggi che giungono a realizzarsi grazie a percorsi alternativi, individui feriti a morte che sbarcano il lunario senza fiatare, caratteri che stentano in esistenze borderline rispetto alla centrifuga di conformismo che permea e costituisce l’incandescente altoforno in cui si dibatte la società dei nostri tempi. Rabbia, rassegnazione, battaglie, voglia di indipendenza, crescita, crepuscolo…sono solo alcune delle percezioni contenute in questi racconti di vita. E per fiutarne il caleidoscopio completo? Lo scoprirete pagina dopo pagina.
Chi è l’autore?
Franco Leonetti è Scrittore e giornalista di carta stampata, web e tv , nasce a Torino il 21 luglio 1965. Due grandissime passioni su tutto: la musica e il calcio, divenute oggetto professionale.
Nel febbraio 2008 viene pubblicato il suo primo romanzo “Linea D’Ossigeno”, volume che suscita grande interesse e buonissimi riscontri nelle vendite.
A distanza di quattro anni dalla primogenitura, vede la luce la qui presente raccolta di racconti “Sei Note di Pentagramma”.