“I giorni, le ore” di Paola Surano, recensione a cura di Sandra Carresi

I giorni, le ore 

di Paola Surano

Avola, Ciccio Urso Editrice, 2012

Recensione a cura di Sandra Carresi

Definirei la poetessa, Paola Surano, una farfalla, delicata e colorata. Di innata raffinatezza ed eleganza.

Un intreccio di emozioni, tramutate in versi, sempre nel pensiero gentile e pacato che fa parte della sua personalità.

Trovo stupenda la sua poesia – I giorni – perché la ritrovo in ogni rigo che l’inchiostro ha scritto,

sul suo sentire e sul suo essere, (…giorni intrisi di antica saggezza, insensata stupidità, colorati di gioia, grigi d’angoscia, illuminati di speranza… e nonostante, viviamo).

Una velata malinconia, qualche rimpianto, e la solitudine, tuttavia, il suo sguardo va oltre e si sofferma su ciò che la circonda o le passa accanto, come…( lo stupore di un bambino che guarda affascinato una farfalla posata sul muro caldo di sole) –La FarfallaSulMuro –

Di animo nobile e gentile, ascolta ed accetta in silenzio …(quei mementi, nella vita in cui ti senti come un giardino in inverno) – Come in un Giardino in Inverno- eppur, Ella, sa cogliere e gioire di quel sempreverde imperlato di brina, perché la sua educazione, il suo essere, la sua sensibilità, le hanno insegnato a saper vedere, riflettere e gioire sulla bellezza della Vita sapendo sempre guardare  oltre, fino a scorgere lo sprazzo di luce.

La sua passione per il Jazz è notoria, tanto da poetare – Serata Jazz – e non faccio per niente fatica ad immaginarla piacevolmente affascinata , trasportata, rapita da questa musica che le colora le guance e le fa battere le mani.

Il suo poetare è rivolto anche all’Uomo della strada, allo sconosciuto, al Clochard – In Morte di un Clochard – sapendo trovare la bellezza anche in quel Mondo …(hai goduto di tutto e di niente del filo di fumo del falò che ti scaldava d’inverno, d’un fiore sbocciato, d’una stretta di mano…) quel Mondo così lontano dal suo modo di essere e di vivere, eppure colto e trattenuto nella sua mente, nel cuore, fino a portarlo sulla carta.

E l’Amore…., degli anni verdi che hanno dato, come a tutti, le pene al cuore, e dove oggi, in questa età matura e consapevole, riaffiora vivo il ricordo, tenendo stretta con tenerezza, la quindicenne innamorata. – Di Amori Acerbi –

Forse colgo un piccolo rimpianto: in un comportamento sempre sobrio e contenuto, a volte, la voglia di – gridare – avrebbe reso giustizia ai malesseri del cuore, oppure, anche sedersi sui marciapiedi della stazione, girare il mondo con zaino e autostop, avrebbe potuto rompere quella sobrietà un po’ rigida e severa. – Vorrei Aver Voluto –

Ma non sarebbe stata: Paola Surano.

Il pensiero sulle fatiche ed i comportamenti del Mondo, è un pensiero che accompagna l’autrice in molte sue poesie – Pensieri D’Africa – E se Tu chiedessi Un Giorno – la rende speciale e sensibile in un continuo lavoro che Ella con coraggio si impegna a portare avanti sempre e comunque.

Una bella farfalla che non ha paura, volando, di spezzarsi le ali.

a cura di Sandra Carresi

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Il nascondiglio dell’anima” di Anna Maria Folchini-Stabile, recensione a cura di Sandra Carresi

Il nascondiglio dell’anima

di Anna Maria Folchini Stabile

con prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Avola, Ciccio Urso Editrice, 2012

Recensione a cura di SANDRA CARRESI

Le poesie della poetessa Anna Maria, cantano il quotidiano. Il pensiero felice o che rattristi il giorno, la natura, ma soprattuttola Vitae tutta la ricchezza che ha saputo darle: la famiglia.

Il nascondiglio dell’anima – apre l’insieme delle sue poesie (… rifugio del cuore, oasi nel deserto della quotidianità, bolla dove respiro l’ ultima boccata d’aria), ecco, a mio avviso, in questa frase è racchiuso il pensiero cristallino di Anna.  E’ l’analisi semplice e accorata che la poetessa fa dei suoi malesseri e delle sue speranze dialogando con se stessa, tramutando il dolore, ospite inatteso, in pura poesia.

E’ proprio in questa età, senza tempo e senza vuoto, che la poetessa  apprezza ancor piùla Vita,

consapevole dei giorni che assediano la mente con mute domande ma, anche di sentieri di parole e pensieri che la fanno sentire donna e viva. – Vivere –

Patrimonio di immenso valore, la famiglia. Il compagno della vita, da una vita, con il quale ama duellare spesso come – Il Drago Infuocato – ma dal quale trova sempre rifugio e colloquio continuo.

I figli, li ritroviamo spesso nella sua poesia, – Amore Materno –  Come Eri – , una continua gara d’Amore, spesso nella poesia dei ricordi, ma, anche nel presente.

E poi, i suoi continui sguardi alla Natura, contemplandone la bellezza, soffermandosi nei minimi particolari, come la coltre di bianco cristallo che copre la vita, ( ….Galaverna), o – L’Albero di Ciliegio – La rappresentazione di una Donna tranquilla, che sa amare, sa vibrare, sa mantenere e alimentare i suoi affetti senza scalfirli, consapevole della sua ricchezza formata dalla propria semplicità.

Questa naturalezza di sentimenti veri, la si ritrova nella sua necessità di scrivere, magari in momenti di stanchezza, quando forse l’apatia si sta impossessando di Lei, è in quei momenti da Lei ritenuti flaccidi, inutili e  senza sostanza, che il rientro della persona amata, come per incanto, le porta il cuore, e la vita, ed avviene la magia: tutto ricomincia a correre  – Il mio Cuore –

Non è una Donna fragile, Anna Maria, ma sa commuoversi, sa vederela Vita, attraverso i suoi occhi, il suo cuore, e soprattutto, sa fermarlo nel tempo e sulla carta. –Il cuore del Poeta –

La sua ironia è quasi inattesa, ma, sempre presente nella sua piacevole persona. Questa  è Anna Maria per me.

a cura di SANDRA CARRESI

http://www.sandracarresi.blogspot.com

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE STRALCI O L’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Alla luce di un’unica stella” di Paola Surano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Alla luce di un’unica stella

di Paola Surano

con prefazione a cura di Claudio Fantozzi

Ibiskos Editrice, 2000

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

E’ sempre molto piacevole quando tra poeti e scrittori, incontrandosi, ci si scambia le proprie opere che non necessariamente debbono essere le più recenti, le più fresche di stampa. Ho avuto il piacere di conoscere Paola di persona solo recentemente sebbene già negli ultimi mesi ci siamo sentiti ampiamente per una serie di attività che, assieme ad altre persone, stiamo promovendo. In quell’occasione Paola mi ha fatto dono di questo suo libro pubblicato nel 2000 e con una sorta di bozzetto a carboncino in copertina, opera di un certo Mihu Vulcanescu. L’immagine, che evidenzia uno scenario difficilmente comprensibile e quasi onirico (un muro altissimo al di là del quale si staglia un cielo nero e una mano di grandi dimensioni e piccolo, in basso, in posizione centrale un uomo, probabilmente un pompiere dotato di scala) è in linea però con il titolo: la luce che Paola Surano richiama nell’opera non è una luce abbacinante, totalizzante ma una luce unica, che proviene da un’unica stella.. una luce diversa da quella di un’infinità di stelle e per questo particolare e significativa in quanto tale. Difficilmente riusciamo a immaginare un cielo con una sola stella anche se a volte – causa le condizioni meteo ed altri fattori – in realtà all’occhio umano non è dato vedere con attenzione la volta celeste, se non di soffermarsi su alcuni punti qua e là che, invece, hanno una luminosità particolare. Partendo da questa analisi l’intento di Paola Surano potrebbe essere dunque quello di sviscerare la sua volontà di osservare il mondo esterno in maniera clinica, attenta, partendo dal particolare, scegliendo di selezionare le cose da osservare con più attenzione. Un cielo sovrastato di stelle in una serata d’estate è causa di meraviglia e motivo d’osservazione attenta in noi..ma cosa provoca, invece, in noi una notte buia, coperta con un solo lumino splendente nel cielo?

La poesia di Paola Surano è un invito a riscoprire quell’ambiente domestico troppo spesso oltraggiato o dimenticato, a rivalutare le piccole cose e quelle luci (materiali e figurate) che illuminano la nostra esistenza da sempre senza che noi gli diamo la giusta importanza. Parlando di stelle, di “luci dei lampioni appena velate” (pag. 9) è evidente che la poetessa ha deciso di descrivere momenti che fanno riferimento alla notte, al buio, forse momento cruciale della giornata capace di donarci la giusta calma e introspezione. In “Natale” però abbiamo una scena completamente luminosa – complice il clima festivo e allegro del momento religioso –  con “le luci a intermittenza” di un presepe che diventano “stelle luminose” (pag. 26). Artificiali, è vero, ma capaci allo stesso modo di infondere un bagliore nel nostro animo.

E così la presenza o meno di luci e bagliori si equivale allo scandire lento del tempo che sovrasta la nostra esistenza e questo dà motivo alla poetessa di rievocare momenti del passato e di mostrare una certa nostalgia per qualcosa che non c’è più nel qui ed ora presente e fisico ma che rimane costante e immutabile nel nostro cuore. Ma il tempo è beffardo perché gioca con la nostra esistenza: sa velocizzare i momenti che vorremmo al rallentatore, non è possibile replicare certi momenti come con la moviola e a volte – come nel caso di una gravissima perdita, per di più in tenera età – “il tempo passa troppo lentamente” (pag. 35).

Ma c’è spazio anche per liriche più chiaramente paesaggistiche, di stampo naturalistico, che sottolineano ancora una volta l’attenzione della poetessa nei confronti degli usuali atteggiamenti e comportamenti del genere animale– il volteggiare di un uccello, il latrato di un cane -. E’ comunque in “Umbria” che si respira il più grande omaggio a una terra geografica; la conoscenza e l’amore di Paola Surano della regione più centrale d’Italia si esprime sulla carta attraverso una serie di immagini vivide e cariche dal punto di vista aggettivale: “Qui respiri quest’aria trasparente”; “la campagna/azzurra nella sera” (pag. 12) ed è un invito a riscoprire la purezza dell’incontaminato e i cicli rigenerativi di rinascita di cui pure c’è un riferimento in “E ancora verrà primavera”.

Leggiamo con freschezza e velocità le varie liriche che compongono la raccolta e queste ci trasmettono un senso di leggerezza, come se venissimo sfiorati di volta in volta da un leggero soffio di vento. Ci accarezzano, ci sfiorano e ci regalano l’espressione più autentica e sensibile di una donna d’oggi. E in quei versi che ritornano come un ritornello in “Ritrovarsi” che recitano “La strada è lunga e tutta in salita/ per giungere a casa tua” (pag. 15) dobbiamo forse leggere un velato riferimento alla nostra società, quella che la Surano definisce “casa tua” che poi, in fondo, non è altro che la casa di tutti. Il percorso di vita è spesso difficile e accidentato – ancor più oggi con la stagnante crisi economica – (sebbene le liriche siano state scritte più di dieci anni fa) ma bisogna darsi da fare affinché sia possibile raggiungere la nostra meta, nonostante “la strada è lunga e tutta in salita”.

a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE STRALCI O L’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Ho ancora una parola per te” di Fabiola Colombo, recensione a cura di Sandra Carresi

Ho ancora una parola per te

 di Fabiola Colombo

 Avola, Libreria editrice Urso, 2012

Recensione a cura di SANDRA CARRESI

 

Se dovessi assimilare un fiore alla poesia di Fabiola Colombo, non avrei dubbi: le calle.

Per la sua anima romantica, la personalità raffinata e la sua  innata eleganza.

Una Donna dall’aspetto fragile, ma pura parvenza, in realtà, un guerriero la cui lancia è la penna che nutre il foglio bianco.

Le sue sono poesie che parlano d’Amore. Ho percepito malinconia e tristezza,  come in “ Addio con Amore” – (… quando la geografia del mio cuore eri tu), tuttavia, regna sovrana, per carattere, la compostezza e la dignità di una persona che ha imparato a parlare col dolore – “ Ho parlato” (…Ho parlato al dolore e mi ha parlato di me) e riesce ad abbracciare ricordi pensando ad un ultimo pensiero  verso la felicità  della vita insieme – (Gli ultimi ricordi) , lontana sempre, da sentimenti di rancore e astio. Trovo bellissime le parole: (…. Ma tu non morirai senza il mio amore) da : Insieme a Me.

La sua anima è ferita, il cuore in frammenti, parla sorridendo muto quando l’ispiratore di tanta poesia, le porge un fiore trovato tra i ricordi essiccati del tempo), da –La Vendemmiadel cuore-

La malinconia è, a mio avviso, una componente essenziale della poetessa, del suo vissuto e della sua realtà, (…non sono pioggia non sono sole sono in angolo del tuo balcone) da – Malinconia-, che io trovo, bellissima.

L’autunno con i suoi colori, con le sue foglie secche è la stagione che più si avvicina all’anima delle poesie, alla loro sofferenza e grazia di espressione, (…ma devi conoscere il deserto e la luce eterna delle stelle prima di amare) da – Prima di Amare –

In ogni poesia ho potuto palpare un’anima sensibile e nobile per un qualcosa di grande che si è perduto lontano, e l’amarezza dei ricordi smuovono un vento che doveva essere di primavera e che ha portato invece, l’inverno.

Fra fumo, cenere e vento, vorrei, personalmente, che la speranza baciasse quella calla.

 

A CURA DI SANDRA CARRESI

 

LA RECENSIONE E’ STATA PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Per una strada” di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Nazario Pardini

Per una strada

di Emanuele Marcuccio

Ravenna, SBC Edizioni, 2009 

ISBN: 9788863470314

Recensione a cura di Nazario Pardini 

Come un treno,

che passa e vola via,

i binari scintillano,

vano è il paesaggio,

fuggente l’attimo,

istante per istante

corre via,

etereo vapor brilla.

Questa è la vita. Qui il suo scorrere veloce. Qui la sua fugacità. Eppure un “etereo vapore” resterà a brillare. E qui, dunque, anche la speranza. Linguaggio personale e altamente metaforico quello di Marcuccio che ci arriva con immediatezza per il suo dire vicino alle nostre corde sentimentali. Sì, la vita fugge, ma sarà la voglia dell’Eterno a sopperire a questa fragilità. Il fatto di essere umani ci spinge ad azzardare lo sguardo oltre i confini, ad ambire ad un novello viaggio odissaico. E in questo azzardo, partendo da quelle che sono le problematiche reali del nostro esistere, sembra trovare, il poeta, il nesso principale della sua poetica.

Opera elegante, Per una strada, raffinata per veste grafica, e immagine di copertina, in cui, la strada illuminata da un sapido tramonto che si perde nell’incognito, ci dà l’idea di quella che sarà la forza evocatrice della poesia di Marcuccio. La sua filosofia di vita: essere ed esistere per amare, non solo eroticamente, ma per amare, dal profondo del cuore, l’arte, la letteratura, la pittura, la natura!, la natura sì!, in tutte le sue paniche sfaccettature. E sarà la natura stessa ad accompagnare il poeta in questo suo plurale e contaminante percorso. E’ lei che si assume il compito di rivelare in gran parte i segreti più intimi dell’autore. Perché il Nostro affronta gli aspetti più disparati della realtà: quelli  emotivo-esistenziali, quelli artistici, quelli civili. E con energia linguistica, con innovazione verbale, con l’uso anche di un lessico arcaico in particolari nessi letterari, esonda tutto se stesso. Il verso scorre leggero, fluido, chiaro, come l’acqua di un torrente alla sorgente, dove lucide traspaiono le pietruzze dal suo fondale. E così si snoda la poesia di Marcuccio. Varia e articolata, ma sempre arrivante e suasiva per l’efficacia delle immagini nitide e vissute con grande intensità emotiva. E gli argomenti toccano gli ambiti più scottanti della vita nazionale: la memoria della strage di Capaci “Affrontiamo con forza, / ricordiamo i passati lutti, / giammai dimenticati…”; il tema della pace “E con questo amore / lacrimante e piangente, / o Speranza, da’ a noi / un’alba di pace!”; l’inquinamento “e il sole non sparmierà / i suoi dardi infuocati, / sulle umane genti / la sua collera piomberà”; il diboscamento “Indisturbata avanza / la macchia grigia, / fuoco e fiamme / sull’inerme foresta”. Fino a tematiche esistenziali quali la vita, l’amore, la felicità; o letterarie: “A Vittorio Alfieri”, “A Giacomo Leopardi”. Ma a dare compattezza e unicità al dipanarsi del tessuto poetico c’è un senso di malinconia, e una profonda coscienza di essere, che renderebbero umano, troppo umano il messaggio dell’autore se non intervenisse quell’aspirazione a un “Eterno” che convalida e rende prezioso il fatto di esistere pur nello spazio ristretto di un soggiorno. Direbbe il poeta: “La vita sarebbe virtuale se non intervenissero la speranza, la memoria, e l’amore ad aprirne un’uscita.”

a cura di Nazario Pardini

Arena Metato (Pi), 25 maggio 2012

 

Nazario Pardini è ordinario di Letteratura Italiana, poeta, critico letterario e blogger, collabora con riviste specializzate. Ha pubblicato oltre venti libri di poesia e racconti. Saggista, ha curato più di cento prefazioni ad autori contemporanei. È componente di giuria in diversi Premi Letterari. (È laureato in Letterature Comparate e in Storia e Filosofia). Sulla sua opera letteraria hanno scritto tra i tanti, anche Mario Luzi e Giorgio Barberi Squarotti.

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Cinzia Tianetti

Ritorno ad Ancona e altre storie

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Lettere Animate Editore, 2012

 

Recensione a cura di Cinzia Tianetti

 

 

Viaggiare è sempre percorrere e ripercorrere, attraverso i panorami, se stessi. E allora in “Ritorno ad Ancona e altre storie” il senso della parola ritorno, sembrerebbe possibile potere esclamare con certezza, è un viaggio, perché un ritorno non è semplice ricalcare l’orme già tracciate ma un “percorso altro” rispetto a qualunque cammino intrapreso fino a quel momento; non sovrapponibile, non totalmente e completamente riconoscibile, non determinabile.

In definitiva il messaggio del ritorno racchiude un viaggio in cui non ci sta assolutezza alcuna, né un’epigonale mummificata storia, ma alterità che genera, nei protagonisti principali, come Giada e la madre Clara, Rebecca ed Eva, stupore; non lasciandosi sopraffare dagli eventi con atteggiamenti passivi e subordinati ma, in una nietzscheana “chimica” delle idee e dei sentimenti… come pure di tutte le emozioni che sperimentiamo in noi stessi… anche nella solitudine”, capovolgendo il risultato in un suo opposto (un telefonata anonima in un sentimento non immediatamente espresso, un episodio delittuoso in un incontro, una conoscenza deludente in una consapevolezza della ricchezza e fortuna posseduta, una mancanza in forza e capacità di accoglimento, un divorzio sofferto in voglia di ricominciare, la solitudine in opportunità di aprirsi all’altro, un monumento ai caduti di guerra ad inno del primo amore, un matrimonio fallito in impegno d’amore verso due creature bisognose d’affetto e d’attenzioni) così come nelle intenzioni degli autori.

E allora si comprende insieme a Giada, in “Telefonate anonime”, come la libertà e la tranquillità dell’animo indipendente dipenda da un ritorno a casa: Ulisse e Penelope al contempo del proprio destino.

Tessere le fitte trame della propria esistenza; “immaginare, sognare” insieme a Giada è il nostro compito nel recuperare noi stessi all’oscuro buco nero dell’inconscio per non “collezionare amori a senso unico e delusioni”, per vivere la vita senza che ci sfugga nell’incomprensione. Figurativamente un ritorno a casa, perché, come Giada in fondo, “non vediamo l’ora di respirare l’aria di casa nostra” viaggiatori “soli in compagnia dei nostri pensieri e dei propri propositi”, con un senso tra le mani nuovo. Proprio come Giada che infine riesce a incamminarsi “pensierosa ma sicura verso la sua villetta a San Casciano”. Moderna Penelope che, accettando il suo passato, nell’attesa calma e speranzosa per quel che si ha e non più per quel che si è perso o non si è mai avuto, finisce di stessere il faticoso lavoro dei giorni di una donna in ogni donna che ha amore, fedele al suo cuore. 

E siccome con un buon libro è sempre necessaria almeno una domanda chiediamoci necessariamente di cosa aveva fame Giada e forse ancor più necessario, perché complementare, di cosa si nutriva Giada per alimentare la fame:

“Una volta in cucina aprì la dispensa, ma la chiuse in maniera altrettanto veloce, tanto era insoddisfatta e indecisa su cosa avrebbe voluto mangiare.”

L’insoddisfazione è la cifra, non tanto lo stato di sazietà, che spinge a tendere a quel senso di appagamento psico-fisico irraggiungibile o quanto meno non durevole; ed è intorno a questa mancanza che si muove, insieme al mondo di Giada, il mondo, e queste storie di ritorno.

E, ancora, risalendo, insieme a lei “lo stretto corridoio i cui muri erano ricoperti di foto sbiadite che raccontavano il passato della famiglia” stringendo delicatamente la mano alla radice familiare per nutrirsi di un’identità in definitiva rassicurante dall’intima paura dell’ignoto (“in quel luogo sempre profumato e poi … il cibo … Certi aromi ti rimangono addosso come un vestito leggero bagnato e basta niente per proiettarti in altri tempi, con altri affetti.”), protettivo codice interpretativo del mondo, vera saggezza introspettiva, non si può negare l’altro dei due elementi della radice, rappresentato dalla rigogliosa vegetazione che la stordiva, simbolo dell’istinto all’ aprirsi ai sensi e alle sensazioni, a ciò che avrebbe creato la personale storia (“…Il gelsomino che saliva lungo il muro la stordiva, come lalbero di magnolia, mentre dalla finestra opposta il glicine sembrava quasi voler entrare in casa, tanto era salito.”)

Nelle difficoltà della vita, simbolicamente identificabile nell’anoressico rapporto di padre e figlia, Giada riscopre l’attesa fertile dei sentimenti, costruiti non nell’attendere immobile e dubbioso di un ritorno di un padre, di un amore, ma nel viaggio personale della riscoperta, dell’affermazione di se stessa, nel riscoprire la forza delle proprie radici: “Sapere che il silenzio oltre il telefono era dovuto a dei sentimenti, a delle emozioni” che non appartengono solo all’altro ma proiezioni dei propri timori per un ignoto che si è deciso di abbracciare come si potrebbe abbracciare un fratello in un incontro reciproco all’altro, non per forza minaccioso. Auspicabile per ogni Giada dentro di noi.

E così, foss’anche nell’intervallo di un sospiro, la ricerca, alla “fioca luce delle candele” (non per caso rosse natalizie), quando “fuori il cielo” è “in subbuglio”, e  tutto intorno è buio, termina; il mistero diviene epifania della ragione, e improvvisamente “come se ne era andata, la luce tornò”.

O comprendere insieme con Rebecca, in “Ritorno ad Ancona”, quei “ma” o “oppure”, quell’incomprensibile all’improvviso che, qual “fulmine a ciel sereno”, spezza ogni apparenza e il vero quadro prende forma, la sua vita esce fuori dai colori convenzionali dell’agiatezza eppur della solitudine per ricomprendere la rassegnazione e farne orizzonte per l’albeggiare “della mente che veste con gli occhi dell’anima, della sua bellezza e del suo respiro”.

E Rebecca ritorna in una luce nuova al suo passato per un cuore nuovo; ritorna, in Vincenzo, a casa.

In “quel mare così esteso, verde-azzurro d’estate, scuro e oleoso d’inverno”, che è la vita, “le piaceva particolarmente quando veniva solcato, in lontananza, da qualche imbarcazione partita o diretta al porto”, del proprio esistere; perché anche Rebecca sa partire, come Giada sotto cieli sereni o tempestosi, col mare disteso e azzurro o scuro e minaccioso, per “ritornare” a porti sicuri. Col coraggio che la contraddistingue. E credo che non sia lasciato al caso che la seconda storia si sussegua alla prima come due facce della stessa medaglia: nell’abbandono due vite si ritrovano continuando, nell’incerto passo che non potrà mai dirsi certo per nessuno, la loro vita con coraggio.

Interessante è, infine, costatare come una delle mancanze di Rebecca diventi luogo del terzo racconto: “Un cammino difficile”.

Lì dove, nella terza storia, sembrava che si uscisse dall’impasse del travaglio per entrare nel “ricominciare a vivere”, nel quale terminano le altre due storie, si demarca, invece, la condicio sine qua non incomprensibile diverrebbe la forza e la fermezza del personaggio Eva.

Adán y Eva. / La serpiente / partió el espejo / en mil pedazos, y la manzana / fue la piedra[1].

E del felice inizio, che sembrava aprisse orizzonti nuovi, insospettabili per l’esordio e l’età dei protagonisti, non resta che la potenza del messaggio ribattezzato nel nome del coraggio, non certo ottuso, ma acuto, riflessivo, ponderato, che sa cosa vuole, e cosa è bene; che sa lottare con la pazienza e l’intelligenza che frantuma il muro infantile ed egoistico, come sembrerebbe farebbero sottendere gli autori, in un fil rouge dalle varie, nonché profonde, sfumature: la vita come l’amore e il volere sono un enigma e non può che esserci una soluzione, lo stupore curioso per un futuro prossimo che non potrà mai dirsi.

Così, come fa Eva (e prima di lei Giada e Rebecca), tutto bisogna nell’interpretazione vivere superando la dicotomia che paralizza. Chiarificatrice, in questo senso, è l’ambivalenza (nel primo racconto, chiave d’apertura per tutti e tre i racconti) tra l’azione e il ripensamento, che mette bene in luce le perplessità tra l’agire la vita e subirla, dandosene una ragione plausibile e accettabile. Mette bene in luce la complessità del moto emozionale psico-umano in un rispecchiamento, tra estroversione e introversione, continuo. “Oímos por espejos”[2] dice, García Lorca. Superato dal dramma che, per sua intima natura, inscena un’azione.

Quando qualcosa di inaspettato succede, “in quel momento allora si ripensa a tutto. Si dà importanza anche alla cosa più piccola”.

 

Nel turbinio descrittivo delle parole racchiuse in una frase, li senti le due voci femmìnea e maschile, nonché il morbido e preciso, fluido e pausale, al contempo, ritmo, in una dinamica economica efficace. Che ben si compenetra divenendo una voce che intona un canto di vite in cui è facile identificarsi, nell’andirivieni dei giorni nei giorni che scandisco un tempo d’armonia diatonica.

Vite ordinarie, che vivono, si diceva, un quotidiano riconoscibile. La Rebecca, la Giada, l’Eva che c’è in ognuno di noi si riconosce, riscoprendosi, in loro, capaci di riscatto, per cui niente è più scontato, nemmeno quando tutto sembra deciso da un destino non benevolo.

I protagonisti di questi racconti son tutti positivi, perché sullo sfondo restano la paura, l’infantilismo, l’assenza di sentimenti e intelligenze, il brancolar nel buio, incarnato in marionette manovrate da un burattinaio fatale.

“Ci sono persone che per la loro arroganza e superbia mangerebbero il mondo, pensando di essere immortali o credendo che gli eventi negativi non riguardino mai la propria persona, ma poi, quando qualcosa li tocca veramente, diventano come bambini soli al mondo”. Incapaci di ricominciare. 

Attraverso i protagonisti ci si sporge a veder il senso reale del vivere, che non sta nelle grandi imprese ma nell’essere se stessi svelandosi in nuove prospettive di vita, in nuove passioni, al meglio delle proprie forze, scuotendo l’animo per trasformare le emozioni interiori in ragioni d’amore.

E poi l’evidenza. Perché in fondo cos’è l’uomo se non la somma di singole parti in un conto che non torna mai?

Note:

[1] Adamo ed Eva. / Il serpente / ruppe lo specchio / in mille pezzi, / e la mela / fu la pietra.

“INITUM” di García Lorca.

[2] Un pájaro tan solo / canta. / El aire multiplica. / Oímos por espejos.

Un uccello solitario / canta. / Moltiplica l’aria. / Udiamo attraverso gli specchi.

“REPLICA” di García Lorca

a cura di Cinzia Tianetti

09/05/2012

 E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Luana Trapè

Recensione a cura di LUANA TRAPE’

 

La vita è un cammino difficile

 

La doppia composizione dei racconti scritti a quattro mani è pienamente riuscita. Sono infatti del tutto celati i punti di sutura, né lo stile dell’uno prevale sull’altro, come in una sonata al pianoforte non si distinguono le mani, quando i due esecutori sono abili ed affiatati.

Sono i viaggi, il leit motiv della narrazione: con treni e autostrade, taxi e traghetti, valigie e trolley, hotel e terme. Le protagoniste si spostano per lavoro o divertimento dalla propria città ad un’altra, ed è proprio questo spostarsi a “muovere” le loro riflessioni. Si tratta dunque, in maniera più profonda, di viaggi della psiche, di passaggi, di tappe esistenziali che traslano da un’epoca all’altra della vita. Il mutamento temporaneo dei luoghi e l’incontro con persone nuove cambiano il modo di sentire e, indirettamente, anche il fluire degli anni futuri. Ogni sosta provoca un’autoanalisi e il ritorno a casa coincide con una svolta.

Le tre donne sono descritte con un procedimento a spirale, prima lo scavo psicologico, poi man mano il mondo esterno, i compagni reali o possibili, la famiglia e l’ambiente: le stanze della casa e degli alberghi, la natura, i panorami, le città che attraversano, col passo sicuro del residente o quello curioso del visitatore. Si nota una grande cura per i dettagli più marginali, che per un attimo fanno baluginare la storia di personaggi minori, o svelano l’atmosfera segreta delle città.

Il primo racconto inizia con l’addensarsi di preoccupazioni e tensioni che culminano con la sorpresa dell’eredità di un padre mai conosciuto. Il viaggio contribuisce a chiarire un dubbio pressante, risolvendo l’impasse che si era creato; così Giada imprime con decisione un nuovo corso alla propria esistenza. Ed è un segnale minuto, la leggerezza di un colibrì dipinto su un piattino, ad anticipare lo scioglimento finale.

Nel secondo Rebecca, ferita da un recente divorzio, se ne va ad Ischia per una vacanza, scegliendo un posto di mare che le ricordi Ancona, la città dove vive. È il colore azzurro a dominare la scena, l’azzurro dell’acqua e degli occhi di Vincenzo con il quale inizia un “viaggio” affettuoso: “Era partita per un volo alto, forse pericoloso, ma non intendeva tornare indietro”. Tuttavia il ritorno a casa, alla realtà di tutti i giorni, dissolve l’illusione di poter uscire dalla solitudine. La sua personalità irresoluta la spinge a rifiutare una relazione che sembrava attraente e invece si  rivela troppo ardua da condurre.

Il titolo del terzo, “Un cammino difficile”, sembra smentito dall’inizio solare, semplice e rassicurante; ma ecco che al rientro dalla villeggiatura si manifesta una frattura insanabile in una famiglia che appariva felice. E sarà la protagonista – abbandonata dal marito – a soffrirne di più, perché appartiene alla schiera delle donne per le quali l’amore è totale dedizione e sottomissione, quasi fino al sacrificio totale; le donne che non riescono mai a distaccarsi del tutto dall’amato, e sempre perdonano indifferenza, egoismo e tradimenti. Infatti Eva, venuta a conoscenza di una grave malattia di Alberto, ricominciò a prendersi cura di lui “senza mai chiedersi se la loro vita sarebbe tornata un giorno, ad essere vita di coppia, e non lasciava a se stessa neanche il tempo di guardarsi allo specchio. Un giorno, però, lo fece, non distrattamente, ma di proposito.”

L’impatto con la propria figura, così trascurata e invecchiata, la spronerà ad iniziare un cammino di ricostruzione, di apertura al futuro, contando soltanto su se stessa.

a cura di Luana Trapè

05-05-2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMA DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Sixta Pixta Rixa Xista” di Elena Vesnaver, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Sixta Pixta Rixa Xista

di Elena Vesnaver

Edizioni di Karta, 2011

ISBN: 9788897543046

Prezzo: 2,99 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio


Sixta Pixta Rixa Xista
è un racconto lungo o romanzo breve della scrittrice friulana Elena Vesnaver dal titolo quasi impronunciabile. A una prima vista l’abbondanza delle “x” e del suono frusciante che queste producono nel pronunciarle farebbero pensare a qualche parola nella lingua basca, le cui origini a tutt’oggi non sono ben chiare. Ma non divaghiamo. Leggendo, nelle prime pagine, scopriamo che non si tratta altro che di una formula magica per tenere a distanza le streghe. E’ infatti, quello della stregoneria, il tema di questo racconto.

Il racconto in questione prende le pieghe della storia di una certa Luzie, una sorta di fattucchiera d’altri tempi che “raccoglie sorbo nel bosco e balla davanti a un fuoco di notte”. E’ una strega. Il racconto è ambientato in un universo provinciale, campagnolo, dove gli altri abitanti del paese, come pure gli altri esseri viventi (animali e piante), finiscono per dare una voce corale all’intera narrazione: “C’erano gli alberi, i cespugli, l’acqua dei torrenti o la pioggia, gli animali, il vento e la terra, soprattutto la terra, che pulsava viva sotto i piedi e parlava, se la si sapeva ascoltare”.

Luzie, grazie all’eredità di conoscenze alchemiche della nonna, sa come interpretare il mondo, come cambiarlo a seconda delle sue volontà. E’, dunque, una persona forte, potente e anche temuta nella comunità. Gli spazi e la narrazione della Vesnaver hanno molto in comune con i celebri romanzi dello scrittore vittoriano Thomas Hardy che con i suoi Wessex Novels descrive un mondo provinciale, campestre, arcadico che ormai va perdendosi a seguito degli sviluppi industriali e culturali che, irreversibilmente, minacciano anche il tessuto religioso-popolare degli strati subalterni. Ma non è solo questo, perché la Vesnaver coniuga questa storia immergendola nel clima di repressione alla magia e della caccia alle streghe del Seicento inoltrato, ormai lontano dal Medioevo in cui tali pratiche era semplice consuetudine.

Sebbene nel racconto della Vesnaver trovano posto vari personaggi, di ambo i sessi, l’unico vero intermediario o confessore dei suoi monologhi sembra essere il gatto. Seguiamo le vicende di Luzie tra i suoi pensieri rivolti alla nonna, ormai morta, al suo desiderio di un uomo tutto per sé e i suoi spostamenti al mercato sino alle amare pagine finali che ci narrano dell’esecuzione dell’amica Madalene.

Una narrazione ben modulata, avvincente e che raggiunge il suo apice di suspence nelle ultime pagine con le quali il lettore viene fornito di tutti i mezzi necessari per intravedere il finale del racconto.

Chi è l’autrice?

Elena Vesnaver è nata a Trieste nel 1964 e attualmente vive in provincia di Pordenone. E’ amante della letteratura noir e thriller e ha anche scritto un paio di libri per ragazzi (Le storie di Pozzo e Elide dov’è? Il mistero della bidella scomparsa). Nel 2006 ha pubblicato con la casa editrice Castalia la raccolta di racconti per ragazzi Strane storie d’amore e nel 2007 presso la Magnetica Edizioni ha pubblicato Sixta pixta rixa xista, una storia di stregoneria ambientata nel 1600. Vari suoi racconti sono presenti in antologie. Negli ultimi anni è stata impegnata anche in campo teatrale.

 a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE QUESTO TESTO SIA INTEGRALMENTE CHE IN FORMA DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“La Cina in dieci parole” di Yu Hua, recensione a cura di Rita Barbieri

DIECI PAROLE

recensione a cura di RITA BARBIERI

 

“A volte per incontrare una parola serve l’occasione giusta. Ciascuno di noi nel corso della vita entra in contatto con tantissime parole: alcune si comprendono immediatamente, altre restano impenetrabili anche dopo un’intera esistenza”

     L’ultimo libro di Yu Hua, La Cina in dieci parole, edito in Italia da Feltrinelli, riesce nel titanico tentativo di restituire un’immagine non stereotipata  della Cina attuale: fuori da luoghi comuni, sinocentrismi  e da ottiche pseudorientaliste. Per farlo si serve di ricordi, immagini, personaggi, fatti e luoghi evocati, come spiriti di una tradizione senza tempo, dal potere suggestivo delle parole. Parole che, come formule di un incantesimo comunitario arcaico, richiamano alla mente concatenazioni di eventi che non seguono un ordine cronologico, quanto piuttosto quello di una logica strettamente personale e autoriale. Una parola è così in grado di riferirsi sia al periodo maoista, sia a quello tumultuoso degli anni ’90, sia a quello attuale: assumendo significati e connotazioni diverse a seconda dei tempi e delle interpretazioni.

È il caso, per esempio, della parola “popolo”(renmin): declinata in ogni sua accezione e occorrenza perché, se il termine non cambia, l’oggetto che contrassegna cambia eccome. Ancora più significativa è “rivoluzione” (geming), associata tanto alla Rivoluzione Culturale (fase più acuta del maoismo), quanto al periodo di trasformazioni economiche che hanno inizio a partire dagli anni ’80 con la politica della porta aperta.

Ma accanto a queste troviamo anche parole che scardinano le serrature chiuse dell’autore: “lettura”, “scrittura”, “Lu Xun”. Chiavi d’accesso a un mondo intimo, privato che consentono a Yu Hua di analizzare la propria storia personale in prima istanza come ‘cinese’ e solo in secondo luogo come ‘scrittore’. Finalmente in queste pagine troviamo svelato il percorso che ha portato il dentista di una piccola cittadina del Sud della Cina a diventare uno dei più importanti romanzieri contemporanei: “Ho cominciato a scrivere a ventidue anni, mentre cavavo denti. Cavavo denti per mantenermi e scrivevo per non cavarne più. (…) La scrittura è come la vita: se ti sottrai alle esperienze, non ne capirai mai il senso. Per lo stesso motivo, se non scrivi, non saprai mai cosa sei in grado di creare.” Sembra dunque di vederlo questo ‘dentista obbligato’ (ai tempi, come sottolinea lo stesso autore, era il governo stesso ad assegnare un impiego e cambiarlo era estremamente difficile, se non impossibile) che, senza nessuna preparazione medica, inizia a praticare la professione sotto l’occhio neanche tanto vigile di un dentista più anziano. L’autore racconta, con l’ironia che gli è consona, il panico delle prime estrazioni e l’invidia provata per coloro che giù in strada passeggiavano liberamente in qualità di membri del Centro culturale. Da lì il desiderio di entrare a far parte di quel circolo ristretto tanto più che, in  epoca socialista, ogni lavoratore percepiva sempre lo stesso stipendio qualunque fosse la sua mansione: “in ambulatorio ero un poveraccio che faticava, al Centro culturale ero un poveraccio libero e felice.”

Così Yu Hua comincia a scrivere: non seguendo una vocazione o un desiderio irrefrenabile, ma valutando pragmaticamente pro e contro. I suoi primi testi (tra quelli tradotti in italiano possiamo citare “Torture” e “Cronache di un venditore di sangue”) sono tutti intessuti di sangue, violenza, crudeltà, traumi. Sono fatti di trame visionarie, allucinate, splatter dispiegate con uno stile sintetico, breve e talvolta derisorio: tendono a scioccare il lettore più che a coinvolgerlo nella narrazione. Fino ad arrivare a “Brothers” libro che, secondo molti critici, segnala la definitiva svolta stilistica: qui violenza e sangue non sono più i ritornelli standard di un pentagramma lineare, ma momenti topici di una storia struggente e bellissima che prosegue nel successivo “Arricchirsi è glorioso”. Su questo improvviso cambio di marcia si è molto dibattuto e solo adesso Yu Hua si sente di avere e dare una risposta specifica. Racconta di sogni terribili che lo perseguitavano in notti insonni e agitate, esorcizzati durante il giorno con la scrittura. In particolare descrive l’ultimo, ancora più tremendo (anche perché chiaramente collegato al suo vissuto), che gli fa maturare la decisione di smettere di scrivere di sangue e violenza: i mostri suscitano solo altri mostri.

Ecco dunque come La Cina in dieci parole sia allo stesso tempo un album di ricordi personali e una sorta di ordinato archivio in cui, sotto ogni parola/etichetta, sono raccolti fatti pubblici e privati, pezzi di storia e di cronaca antica e recente, tracce di percorsi emotivi e di personaggi veri o inventati. Dieci parole soltanto che però bastano a farci da punti cardinali e da guida per non perdere di vista la traiettoria e per trovarci infine a essere, come  l’autore, dei “pescatori di ricordi seduti sulla riva del tempo, in attesa che il passato abboccasse”.

a cura di Rita Barbieri

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Ombre di macchia” di Roberta Borgianni, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ombre di macchia

di Roberta Borgianni

con prefazione a cura di Anna Intartaglia

e postfazione a cura di Carmine Valendino

Onirica Edizioni, Milano, 2011

ISBN: 978-88-96797-28-0

Prezzo: 9,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

La poesia che apre la raccolta, “Ombre di macchia”, è anche quella che dà il titolo all’intera raccolta. Da subito ci si rende conto, che la poetica della Borgianni è ricca di colori e sfumature, come pure di riferimenti al mondo della natura. La poetessa arricchisce le sue liriche di elementi che appartengono alla grande Dea Madre per evidenziare, forse, la grandezza e la complessità di essa. E’ una poetica dolce e intimistica, a tratti sensuale, dalla quale traspare un forte legame tra la donna intesa come essere umano e la madre terra intesa, invece, come la Natura incontaminata e primigenia. Le descrizioni naturalistiche della Borgianni, i dettagli dell’ambiente, le tinte di fiori e piante, sono tutti elementi che convergono con l’unica intenzione di dare un’immagine vivida e pulsante di quello che c’è attorno a noi tutti i giorni, anche se raramente ce ne rendiamo conto. La sua scrittura “fauvista” – per citare un termine utilizzato dalla Intartaglia nella prefazione – , lo è a mio avviso nell’utilizzo della tecnica (quello delle pennellate veloci con tinte sgargianti e spesso dai colori caldi e brunastri) ma non nell’effetto finale. Le sue poesie, infatti, al termine della lettura si configurano come quadretti naturalistici quasi arcadici, in parte utopici, i cui colori per nulla stridono, e non generano ansia o smarrimento. Tutt’altro. Danno, invece, un’immagine fotografica, spesso realistica di quello che c’è attorno a noi e che solo occhi e menti sensibili ed attente riescono a percepire. Conservando la metafora della Intartaglia, mi azzarderei a definire la poetica della Borgianni come quella di un fauvista addolcito, dai componimenti strutturati e materici e da un animo puro, suscettibile allo spettro dei colori.

In “La sposa del mare” la poetessa offre un parallelismo molto ben costruito tra il mare spumoso e la sposa basandolo sulla comunanza del colore immacolato dei due e conclude magistralmente: “Sulle nere bordure di scoglio/ l’onda rincalza la schiuma/ e poi d’improvviso ricade…/ come pizzo strappato/ all’abito della sua sposa”. Lodevole anche “La Venere e il geco” in cui la Borgianni fonde in un testo unico una sorta di preghiera laica a un divertente avvistamento sul muro di un giardino di notte. E nell’attenta descrizione botanica che la Borgianni fa delle numerose varietà di piante ed erbe è la vegetazione mediterranea ad essere sovrana (timo, croco, menta, capperi, salvia, basilico, mirto, quercia).

Nella parte finale della silloge sono riportati vari esperimenti poetici della Borgianni a quattro mani con altrettanti poeti tra cui Carmine Valendino, Daniela Cattani-Rusich, Leonarda De Cristoforo, Luciano Tarasco, Michele Biglia e Gianmaria Ghillani Sforza.

I versi della Borgianni si susseguono tra scenari campestri, agresti, silvani e il tutto rimanda a una completa e continua identificazione panteistica della poetessa con la natura che la circonda. Una sorta di panismo per nulla forzato ma che, anzi, si rinnova inconsapevolmente senza ridondanze pagina dopo pagina. Ma è anche un chiaro invito a lasciarsi andare, a sapersi prendere poco sul serio e a scoprirsi giorno per giorno, lasciando fare al caso quello che vuole, per sorprenderci e farci cambiare percorsi. Non da ultimo, è un modo per proiettarsi in spazi altri, per farci spaziare e sognare ad occhi aperti, renderci pianta o animale, acqua o acero. “Se passeggi tra le nuvole/ troverai anche la luna” conclude in “Mele cotogne”.

 A CURA DI Lorenzo Spurio


Chi è l’autrice?

Roberta Borgianni è una poetessa toscana. Ha pubblicato Labirinti (Onirica Edizioni, Milano, 2010) e Ombre di macchia (Onirica Edizioni, Milano, 2011). E’ socia fondatrice dell’Associazione Culturale LunaNera e partecipa a reading letterari e poetici.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

“Un biancore lontano” di Adriana Gloria Marigo, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Un biancore lontano

di Adriana Gloria Marigo

Lieto Colle Edizioni

ISBN: 978-88-7848-533-4

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

La poesia “Un biancore lontano” che apre la silloge a cui dà il nome, è un fine sonetto che si basa sull’antitesi di luce ed ombra e che, pur facendo riferimento al cielo che ci sovrasta, è una ricercata metafora delle polarità bene-male che contraddistinguono e che animano l’umanità. Quel biancore di cui parla è celestiale, spumoso e impalpabile, proprio perché, come ricorda la Marigo, è “lontano”, ma non per questo irraggiungibile. L’intera silloge va letta in questo modo: è un percorso aereo, sospeso tra il cielo e l’atmosfera, è un viaggio nell’aere con luci, bagliori, ombre e buio, un percorso quasi metafisico e di rinascita che ci accompagna, pagina dopo pagina, a lambire i territori dell’immaginifico.

Carica di interessanti e adeguati riferimenti alla cultura classica, la poetica della Marigo è sempre sostenuta da un linguaggio musicale e suadente e centrale è anche la tematica del tempo, investigata in modi e forme diverse: “Il tempo ha svolto un lavoro/ intenso: ha tracciato/ su me percorsi di colore, paesaggi/ sentimenti, in un movimento/ sinuoso senza inizio senza fine”, scrive. Nella successiva poesia dal titolo “Tralci” la Marigo sintetizza in maniera eccellente un concetto semplice ma al tempo stesso verissimo: “Scrivere è oltrepassare il tempo, memoria/ di vigne alla maniera antica”. Una serie di liriche fanno riferimento ai mesi con la volontà di marcare i momenti dell’anno e di descrivere quella stagionalità che si ripete incessantemente e in maniera ciclica. Il tempo ritorna spesso quasi che l’intera silloge sia sostenuta da dei fili comandati dal dio Chronos che, però, resta invisibile.

La sensazione che nutriamo leggendo le varie liriche qui contenute è che la poetessa abbia molto da dire, da raccontare, da stendere sulla carta per dare senso alle cose più semplici o semplicemente per riflettere e prendersi un momento di pausa e donare agli altri quello che, introspettivamente, ha elaborato. Affascinante l’omaggio che la Marigo regala alla Serenissima, città dalle nere gondole, immortalata da grandi scrittori quali Henry James e Thomas Mann che la poetessa dipinge colorata “le terre viola di Venezia”.

La luce, con le sue proiezioni, riflessi e raggi, avvolge l’intera raccolta poetica e la illumina donandole visibilità e brio. E’ doveroso, pertanto, concludere con dei versi che danno ragione a questo intero commento: “Troveremo l’inclinazione perfetta,/ il gradiente preciso, al fiammeggiare/ sacro della luce che si spericola/ capitombola dal colle entro le fronde/ sopra un metallo di luna, forgiato/ in fatica di fuoco.” (in “Specchi ustori”).

Chi è l’autrice?

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova nel 1951,. Bambina, ha lasciato la pianura veneta per le Prealpi Varesine, il lago di Maggiore di Luino, città delle prime letture e della nostalgia. Gli studi umanistici l’hanno condotta prima all’insegnamento, poi ad occuparsi di eventi di danza moderna e contemporanea, seguendo un talento versatile, sensibile all’arte, alla bellezza che trova dimora pure “dove l’ombra si gioca della luce”. Questa è la sua opera prima.

 a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Per una strada”, silloge poetica di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Per una strada

di Emanuele Marcuccio

SBC Edizioni, Ravenna, 2009

ISBN: 978-88-6347-031-4

Prezzo: 12,00 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio


Anche se in una recensione solitamente non si fa, e ci si limita a criticare un testo, chiedo scusa a Emanuele Marcuccio per la lentezza con la quale ho letto il suo lavoro e per questa tardiva recensione, frutto della lettura attenta della sua silloge di poesie. Marcuccio è un poeta palermitano particolarmente attivo nel panorama letterario e che attualmente sta pubblicando presso Photocity Edizioni una raccolta di aforismi dal titolo Pensieri minimi e massime. Questa ultima raccolta, alla quale ho avuto la grande occasione di scrivere una postfazione, dedica molti aforismi alla letteratura e soprattutto alla poesia. Marcuccio è un poeta attento e delicato la cui sensibilità si evince dai suoi componimenti che rifuggono dai rigorismi della metrica per offrirsi, invece, al lettore nella sua purezza espressiva scevra da vincoli di restrizioni di ciascuna natura.
L’animo poetico di Marcuccio è ben delineato già dalla nota di prefazione che ha voluto inserire all’apertura del testo dove dice al lettore che il legame con la poesia è qualcosa di intimo e profondo che deve necessariamente essere affidato al contatto umano con carta e penna. In questa nostra era super tecnologica è sicuramente un elemento anacronistico che, però, evidenzia con forza quale sia il vero valore della poesia: l’espressione diretta, istantanea, di un qualcosa che deve essere colto al momento e che, per dirla in soldoni, non può aspettare l’accensione di un computer, per quanto veloce esso sia. Carpire l’attimo poetico è l’essenza stessa della poetica del Marcuccio.
Contrariamente al titolo della raccolta, Per una strada, la poesia di Marcuccio non sfugge, non si vanifica nel momento in cui terminiamo un componimento e ci imbattiamo a leggerne un altro, ma è quanto mai concreta e la sua fisicità è donata per lo più dall’attenzione che il poeta affida nei confronti delle sfere uditive e visive. Una poetica d’altri tempi, diremmo. In una attualità dove i poeti e gli pseudo-poeti si riempiono la bocca di paroloni, di termini stranieri, di nonsense e costruiscono spesso le loro poesie partendo dal cupo drammatismo o immergendosi a pieno nel mondo dell’erotico, non mancando a volte di insultare l’arte letteraria.
La poesia di Marcuccio parte da un chiaro pessimismo che nella prefazione lui stesso definisce “moderato” e di stampo leopardiano. Sono, infatti, molti i componimenti che condividono una visione amara, come in “L’inquinamento” o che, comunque, danno una visione a tinte fosche della realtà in cui viviamo: una colomba che ormai morta è diventata una sorta di tappeto stradale poiché in molti la calpestano, la trapassano, la annullano: “Vedi come tutti,/ su quei motorini maledetti,/ tutte le straziano,/ orrendamente sfigurate, percosse”. Dell’uccello in “Al mio caro pappagallino” si tratteggia la morte dell’animale e si vagheggia il suo probabile e cristiano volteggiare in cielo, beato. E’ evidente il sentimento cristiano che sorregge e che anima l’intera raccolta poetica, quel baluardo di difesa che lo stesso Marcuccio cita nella prefazione come motivo di un’esistenza addolcita.
Il famoso poeta recanatese ritorna in maniera lampante nelle liriche di Marcuccio che, magistralmente, rende omaggio al poeta del pessimismo cosmico. Come non intravedere un riferimento alla “donzelletta in sul calar del sol” del “Sabato del villaggio” in “Le mietitrici” di Marcuccio ma anche il verso “e come odo stormir” della poesia di Marcuccio “Il viandante” che riecheggia “L’infinito” di Leopardi. L’omaggio più grande al poeta de “La ginestra” è contenuto nella lirica “A Giacomo Leopardi” dove il poeta è ricordato come “flebil spirito [che] ancor risuona”, con l’esortazione a donare ai poeti contemporanei la sua ricchezza lirica fatta della trasposizione su carta di illusioni, speranze e gioie.
L’immaginario dei personaggi che Marcuccio tratteggia, in effetti, (mietitrici, viandanti, cacciatori..) è espressione di un mondo provinciale, di campagna, d’altri tempi, oggi un po’ perduto e che si conserva solo in pochi luoghi. E’ una lode alla vita di campagna, alla spensieratezza e all’esistenza a contatto diretto con la natura. Curioso il bestiario che Marcuccio sfoggia in “Gli animali” dove va paragonando vari comportamenti di alcune specie animali ad alcune caratteristiche dell’uomo, quasi a voler sottolineare come l’ascendenza umana sia in effetti di derivazione animale secondo un’interpretazione etologica che rifugge, invece, le teorie evoluzionistiche.
L’acume poetico di Marcuccio prende percorsi diversi: ci sono poesie a tematica sociale, come quelle che si riferiscono alla guerra o al ricordo per la tremenda strage di Capaci o alla guerra di Bosnia, altre nostalgiche che rievocano un mondo campagnolo ormai in declino, altre che rendono esplicito il legame poesia-arte-musica e altre ancora che danno prova della conoscenza letteraria del Marcuccio, sia quella classica che quella europea (Leopardi, Pirandello, Dante, Alfieri, Parsifal, Shakespeare, Seneca, Federico Garcia Lorca, la saga dei Nibelunghi) con un favoloso omaggio al padre de Il giorno della civetta, la cui scrittura è ricordata da Marcuccio con questi versi: “sfoghi la tua ansia/ nell’inventar storie vere,/ coperte d’una patina d’irreale,/ in cui traspare un dolore sommerso.” Da sottolineare che, il termine “inventar”, ci avverte Marcuccio in una nota, è usato proprio nel senso inteso da Sciascia, di ricercare, investigare.
Le numerose poesie che compongono questa raccolta scorrono via, velocemente, lasciando però una traccia viva e un senso di freschezza, come pensieri raccolti assieme che vanno e ritornano inesorabili come l’onda del mare si abbatte sulla battigia per poi ritirarsi e compiere questo movimento all’infinito.

Chi è l’autore?
Emanuele Marcuccio è nato a Palermo nel 1974 e lì vive. Ha pubblicato nel 2009 la prima silloge di poesia dal titolo Per una strada e sta attualmente pubblicando la sua prima raccolta di aforismi dal titolo Pensieri minimi e massime. Da vari anni lavora alla stesura di un poema drammatico ambientato in Islanda, un lavoro lungo e faticoso. Collabora a varie riviste di letteratura, tra cui Euterpe ed è direttore onorario della Vetrina delle Emozioni. E’ poeta, scrittore e commentatore e curatore editoriale presso la casa editrice Rupe Mutevole.

 a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Un sito WordPress.com.

Su ↑