“Dolore della casa: compianti dal Covid” di Gian Piero Stefanoni

Segnalazione di Lorenzo Spurio

A continuazione, con il consenso dell’autore, il poeta e critico letterario Gian Piero Stefanoni, si dà pubblicazione su questo spazio al suo intervento dal titolo “Il dolore della casa: compianti dal Covid” apparso per la prima volta sulla rivista Artcurel: arte, cultura e religione, web-rivista cristiana cattolica sull’espressione artistica e culturale universale pubblicata in seno all’Apostolato Cristiano Cattolico Artistico Culturale (ACCARCU) in data 27/05/2020. Esso si compone di una nota di introduzione dello stesso Stefanoni che anticipa e spiega il motivo dell’opera e come è stata intesa e, a seguire, una serie di poesie, ciascuna con una specifica dedica a persone, tanto italiane che straniere, tanto nell’ambito medico che non, che sono cadute nel corso dell’epidemia del Corona Virus. Il poeta dedica una rosa di componimenti a specifiche persone comuni, che appartengono alla vita pubblica del nostro Paese e non solo, finanche a personaggi pubblici e vip (com’è il caso di Lucia Bosé) chiudendo la collana di liriche con una dedica, indistinta, a tutti coloro che hanno sofferto direttamente questo dramma del nostro Secolo. Il testo è pensato come un omaggio riconoscente a coloro che, facendo il proprio lavoro e avendo messo il prossimo all’attenzione della propria esistenza, sono caduti “sul campo” e a quanti, contaminati dal maledetto virus, non sono potuti guarire. Ma è rivolto anche a noi tutti superstiti, noi che leggiamo, che continuiamo a vivere (e sperare) in questa lenta fase di ripresa dopo l’acme dell’emergenza. Per conservare vividamente e responsabilmente, nel ricordo, chi ha combattuto, per non dimenticare, per tenere a mente che la tragedia che ha portato all’aldilà tante esistenze appartiene al mondo intero. A tutti, indistintamente.

(Lorenzo Spurio)

DOLORE DELLA CASA: compianti dal Covid

di Gian Piero Stefanoni

Poiché tutto si compie in un altrove sconosciuto.

(Françoise Dolto)

per Vito, medico e uomo buono

INTRODUZIONE

Raccolgo nella brevità e nel ricordo di questi pochi ritratti, il senso di un comune, partecipato sgomento. L’evento Covid-19 che ci ha risucchiati da una terra ai nostri occhi, nelle nostre vite non più ospitale ci ha scoperti nel nervo teso di una condizione di limite forse dimentico ed ora così tragicamente esposto tra coabitazioni coatte ed economie in azzeramento. Così se non più eludibile la necessità del ripensamento ciò che a me interessa adesso – perché bene adesso – è il raccoglimento in un dolore (e in un pianto) che è anche il nostro per chi (per operatività di servizio e di lavoro ma anche per caso e per destino) lontano dagli affetti, nelle sepolture veloci, in veloci benedizioni ci ha lasciato in solitudine entro una procedura di sottrazione subdola, vorace nella traccia di uomini, donne, ragazzi – anonimi o meno – che ho voluto riportare nella presenza viva di ciò che nell’agire li ha connotati indicando allora nel passaggio la vita stessa come misura dell’amore e del pensiero- e per questo, in questa memoria, restando. Pensiero che allora va anche ai cari nella consapevolezza di una fratellanza che ora ci appella nel sacro.

Come ricordare e vedere la ghianda

nel becco martellante dell’uccello

questo affacciarsi incontrollabile di mondo

nel grido riposto del suo seme.

È sempre questo silenzio,

questo avvicendarsi inascoltato delle forme,

la morte nel suo deposito di àncora

che chiama dal fondo un altro mare.

L’ombra non è che una stagione

in questo passare infetto.

Nell’accorpare timoroso dei nomi-

il respiro condiviso dell’orma-

il volto regale e già sanato della terra.

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CHIARA FILIPPONI (anestesista di Portogruaro, primo medico deceduto in Italia per concausa da Coronavirus il 07/03/2020)

Sei stata la prima,

da te che gestivi il sopore del corpo

la coscienza: il camice

pronto a cedere ha ceduto,

persa la presa nel sonno.

Del virus hai detto

l’acritica funzionalità del colpo,

la fragilità della scienza

nell’immagine di un silenzio

che però ora non tocca.

Le perle infatti

ancora circondano la bocca,

nel sorriso, nella luce digitale della nostra foresta.

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DIEGO BIANCO (operatore del 118, quarantasei anni, scomparso per Covid-19 a Bergamo il 14/03/202)

Al tempo del non tradire

va di là ma è da qui che viene

il cielo raccolto nella terra.

Come nel salmo, esposto

e scoperto, freme dalle postazioni

nel messaggio che il giorno

trasmette alla notte.

Nella voce che ha saputo udire

il patire di Bergamo, il professare

per bene di una vita per bene.

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DON PAOLO CAMMINATI (parroco della Parrocchia di Nostra Signora di Lourdes a Piacenza, assistente diocesano dell’Azione Cattolica, scomparso il 21/03/2020 a cinquantatré anni).

Allo stato iniziale non si torna-

lo comprendi dall’acqua della roccia

di nuovo mischiata al sangue.

Il numero- ad oggi, purtroppo ad oggi,

centoquindici – dice la parola nei Numeri;

dell’esodo, delle comunità ferite

il terrore della promessa.

Ma è iscritto- ad ognuno-

il suo monte Nebo; la discesa

verso Gerico- in fase due,

in fase tre- città delle palme.

Tu, caduto prima, hai avuto paura

ma ti sei fidato ancora una volta

mostrando la strada.

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HART ISLAND (ma anche campo 87 del cimitero Maggiore di Milano)

kaddish

Vorremmo dirvi

che siete la nostra lettera per il futuro

con la dignità di parole

che non abbiamo saputo scambiarci.

Composti tra i ruderi

sapervi insieme ai nomi di chi osserva

dentro una terra che si allarga nell’accoglienza del fiume.

Ma non so- o forse so ed è questo che pesa-

se qualcosa d’umano avanzerà

in questa barca

nello scompenso di un mare che già rigurgita.

Rimozione è lo spirito

del tempo malato

e per questo da sempre,

continuiamo a morire:

al fiore che oggi vi scarta

altri, in altri giorni, seguiranno

nell’eterna anonimia della calce.

Perché brevemente la vita ascolta la morte,

e più forte è la voluttà del ventre,

l’uomo animale carico.

Liberi da questo, allora sì per voi

sia lieve il silenzio,

lo scandalo del sabato santo.

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DANIELA TREZZI (infermiera di trentaquattro anni della terapia intensiva del San Gerardo di Monza, uno dei maggiori fronti della pandemia) Si è tolta la vita il 24/03/2020, “Viveva in un pesante stress per la paura di aver contagiato altri”, come ricorda la Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche alla quale apparteneva).

Dobbiamo ricordare i vivi

grazie anche a chi, per loro,

vivo non è più. Che non è

un facile bando la regola della memoria

ma nei fatti del sangue il passaggio,

l’ossigenato fluire dalle mascherine

da una esistenza offesa.

Con te però il sudario

raccoglie lo scrupolo, il terrore

esploso negli occhi di un dare infetto,

dentro le corsie una malattia d’amore

probabilmente vinta.

Resta un qualcosa di più grande

però in ciò che t’ ha spazzata,

di più vasto. La donna che teme,

e che avanza se cade infatti non è muta

nel grido della terra che reclama,

che in te ancora può. E non cessa.

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ISMAIL MOHAMED ABDULWAHAB (giovane studente londinese di tredici anni, una tra le vittime più giovani della pandemia in Europa)

Io con te penso ai miei nipoti,

piccolo budda delle nostre periferie

se il cuore è il primo organo malato.

Con te come con Vitor[1] e gli altri

la statistica ha aggiornato le sue definizioni-

“millenial” nella carne adesso

per questo modello che non vi ha preservato.

Si dice che eri un bravo studente-

fisico sano/mente sana- a Brixton, Londra est,

terra di immigrazioni e di scontri.

Io che non lo ero sono qui a pregarti

presso il Dio dei tuoi e nostri padri;

delle sconfitte che non abbiamo saputo insegnare

ma patire entro quell’indice mesto

ormai in sovrannumero.

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VITTORIO GREGOTTI (architetto, urbanista, teorico dell’architettura, scomparso a novantaquattro anni a Milano)

LUCIA BOSÈ (attrice, scomparsa per complicanze dovute anche al Covid-19 a ottantanove anni a Segovia, in Spagna)

Vittorio, maestro del razionalismo,

la storia hai insegnato non è un’astrazione

e si sposa coi luoghi che tu Lucia,

signora degli angeli e senza camelie,

da Milano a Segovia hai nella sfida,

nel nostro immaginario incarnato.

L’arte di ben restare a fronte del negare-

o del sovrapporre: questo nell’offesa

della morte il lascito. Un’ Italia

che ha del mondo perché del mondo

nel circolo di grazia pronunciato dal colore.

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RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali)

Qui l’attentato è alla piccola patria

se saltata la rete da fuori

per chi ha dato la vita è venuta la morte.

Qualcuno giudicherà

ma è un segno quest’uccisione di geni,

la calata di padri e di madri dai piani.

Tolto almeno allo sguardo

il silenzio di ogni protezione,

caricati e spostati sui camion,

la coscienza adesso avrebbe il peso della pietra.

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LI WENLIANG (oculista all’ospedale centrale di Wuhan, uno dei primi medici a riconoscere la pericolosità della polmonite di Wuhan, lanciando l’allarme sul virus il 30/12/2019. Ammonito dalla polizia “per aver fatto commenti falsi su internet” morì dopo aver contratto il Covid-19 sul lavoro il 07/02/2020. Il 2 aprile dello stesso anno è stato dichiarato martire ed eroe nazionale)

La legge smentisce-

e punisce- i fabbricatori

di notizie fuori dallo stato.

Per questo ti pronuncia del virus

il primo segno, l’incredulità

nel destino di Cassandra.

Ma tu giovane oculista

hai risposto

all’elementare rispondenza

del dato, al confine invisibile

che pronuncia della scienza l’allarme.

A questo educato,

a questo esposto

nella norma della cura,

nella norma dell’assenso

che è della vita ora riposi.

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DONATO SABIA (mezzofondista, campione europeo indoor degli 800 metri piani a Goteborg nel 1984. Scomparso nella natia Potenza l’8 aprile a cinquantasei anni)

Determinato e fermo,

così oggi una fotografia ti restituisce

prima di una partenza.

Di quest’ultima però

nessuna immagine

se non quella dello stupore,

per un uomo, per un atleta ancora

a cui è stato strappato il numero.

A Goteborg, nel 1984,

ti salutò l’oro nell’europeo indoor;

adesso, nella prece, al tempo delle assenze

la benedizione veloce dell’incenso.

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SAMAR SINJAB (medico sessantaduenne siriana di base di Mira, città metropolitana di Venezia, scomparsa il 09/04/2020 presso l’Ospedale di Treviso)

Lo si legge dai tuoi figli

l’incontro declinato a fondo

di un desiderio che qui ha portato salvezza.

Anch’essi medici, nell’italiano

di un accento pronto, ci mostrano

il rovescio di una terra ai nostri occhi scomparsa.

Siria deserto di pane e di rose,

fertile pianura in te declinata nella scienza

hai impresso in Veneto, del mondo,

la sua eterna narrazione.

La vita è una tensione che non si misura

ma si raccoglie dove il solco

che è uno ha bisogno di storia.

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ANTONIO NOGARA (imprenditore di cinquantasette anni toltosi la vita a San Giovanni a Teduccio, nel Napoletano, il 06/05/2020)

Eppure il killer si serve

(anche) di sicari silenziosi

a colpire piano dai varchi uomini e sistemi.

La vita cede

dove la prospettiva simula

ma poi mina la bocca

là dove la dignità pare perdere veste-

e credo se all’umana pietà

non si somma l’attenzione.

Quel che resta

non sia a svanire ma a crescere

nel percepire solido delle identità;

la caduta in alto altrimenti

avverte solo del crollo.

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FABRIZIO GELMINI (maresciallo maggiore della stazione dei Carabinieri di Pisogne, Brescia, scomparso il 27/03/2020 a cinquantotto.

È vero lo si legge negli occhi,

in te il bene della terra,

il servizio dalla strada alla morte

proprio nella mia terra del padre.

Non è retorica l’ordine

ma pronuncia nella disposizione regolare delle cose,

esserci dove si è chiamati ad essere.

Così non è dazio la fedeltà-

né giuramento- se alimento

nella vita che anche da te, dagli altri colleghi (sono sette)[2]

ora riprende.

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GLI ALTRI

Come gli altri, anche voi

dalle strade, dalle case, dal lavoro

anonimi nell’anonimia della morte.

Quale veste allora dalle ombre

mi chiedo, quale ruggito a espandervi

là dove il vivo non arriva.

Non la paura che più non appartiene,

o una memoria in quell’apertura

che certo lo sguardo non protegge.

Ma della terra la sua frammentazione-

la grande scheggia- che nell’incandescenza della perdita

a nuovo Adamo vi risillaba.

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NEONATO DI CINQUE MESI DEL CONNECTITCUT

Con quale piccolo verso

vai a chiudere tu

che non hai portato la fiaccola?

Forse uno:

“Non mi ricorderò di voi”.

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LAMENTAZIONI

Ricomincia da ciò che sai,

da ciò che puoi cuore mio

ora che la sera muta i legami

e la notte non ha corpo

a cui cedere il sangue.

Ricomincia dalle tue morti,

dagli abbandoni precoci,

reimpara l’assenza, la misura

esatta e sola della carne.

Qui freme la sottrazione

la parte mutila del mondo,

accorda in una medesima nota

una vita che non ha terra,

e che non torna.

Siamo nel grande pianto.

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“…compianto per gli scomparsi del Covid

nei ritratti di figure che tra le altre

hanno colto con più forza la mia attenzione e la mia risonanza…

il momento del lutto, e del lutto partecipato,

è essenziale nel riconoscimento di un’identità sociale e collettiva

in questo tempo così provata.

Necessaria anche per una corretta, compresa interrogazione di se stessa…”

GIAN PIERO STEFANONI

https://artcurel.blogspot.com/2020/05/il-dolore-della-casa-compianti-dal.html


[1] Vitor Godinho, quattordici anni, Portogallo, campioncino del futsal.

[2] Al 21/04/2020 sono otto i Carabinieri scomparsi per Coronavirus. Questo testo naturalmente vuole ricordare, però, tutti gli operatori delle Forze dell’ordine mancati per la pandemia.

E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore.

“Il tempo di una cometa” di Stella N’Djoku – con quattro inediti

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio

Stella N’Djoku (Locarno, 1993), poetessa, giornalista ed insegnante di religione, è nata da madre svizzera di origini italiane e padre svizzero-congolese. Nel 2017 si è laureata in Filosofia con la tesi What’s a man. Shakespeare filosofo tra Stanley Cavell e Harold Bloom all’Istituto di Studi Filosofici della Facoltà di Teologia di Lugano, con il prof. Roberto Diodato quale relatore.

Con l’inizio degli studi universitari all’Istituto di Studi Filosofici della Facoltà di Teologia di Lugano, ha iniziato il suo percorso giornalistico con il mensile L’Universo, inserto del Corriere del Ticino, il giornale universitario studentesco indipendente della Svizzera italiana, del quale è stata anche direttrice, vincendo il Premio Speciale del Credit Suisse for Excellent Writing nel 2015 e nel 2016. Collabora con alcune testate giornalistiche svizzere, tra queste Corriere del Ticino, ExtraSette, catt.ch e Syndicom Rivista.

Per la poesia ha pubblicato Il tempo di una cometa (2019); suoi testi sono apparsi anche sulle riviste letterarie Graphie, Atelier, Carteggi Letterari e su vari blog letterari e nell’antologia Abitare la parola – Poeti nati negli anni Novanta (2019) a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello edita per Ladolfi Editore. Alcuni suoi componimenti sono stati tradotti in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Caracas.

Dal 2015 organizza atelier legati al mondo della scrittura per L’Universo e per l’istituto Casa della Giovane di Lugano e dal 2016 cura la direzione artistica di alcuni eventi del LongLake Festival di Lugano (Divisione eventi e congressi) e collabora con eventi puntuali a favore dell’integrazione sociale per la Divisione socialità e sostegno della Città di Lugano. Nel 2017 ha iniziato a lavorare per la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora anche come insegnante ed è Responsabile di progetto per la Svizzera italiana di Dialogue en Route, un progetto che si occupa di dialogo interreligioso, voluto da IRAS-COTIS, la Comunità di lavoro interreligiosa in Svizzera.

Tra i premi letterari vinti vanno segnalati il Premio “Piero Chiara” sezione Giovani (2012) con il racconto “Il Carillon” e il IX Premio “Matheton Agon” (il noto Premio indetto dall’Università di Basilea che promuove la cultura greca e che premia ogni anno il migliore e più innovativo lavoro di ricerca in questo ambito) con il racconto “Morire per amore è possibile? Due miti a confronto” (2013).

Sulla sua produzione si sono esposti, tra gli altri, Valerio Grutt, Sabatina Napolitano, Fabio Prestifilippo, Fabiano Alborghetti e Gianfranco Lauretano.

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Stella N’Djoku – Foto di Valentina Mazza

Nella prefazione a Il tempo di una cometa (Ensemble, Roma, 2019) Valerio Grutt ha osservato: “[Il libro] è una promessa, lascia emergere una volontà, quella di stare dalla parte dell’amore, della luce. È come una consacrazione al lato chiaro delle cose, dove si scrive della vita e non del suo riflesso o della sua ombra, dove si scrive nella vita e non guardandola da fuori, ma cercandone il senso nell’esperienza. […] Improvvisi lampi di gioia e inciampi, per sfidare la morte nella vita, trovare la vita nella vita, “la certezza di esistere”. […] Troviamo approdi nella luce, tenerezza, e procediamo senza bisogno di spiegazioni, ma mettendoci in ascolto del battito del mondo”. A inaugurare il percorso poetico del volume (del quale a continuazione si forniscono alcune composizioni) è una preziosa citazione, o chiosa, di Rainer Maria Rilke scelta in maniera oculata dall’autrice, posta lì, come segnale luminoso all’inizio di un percorso nelle corde dell’anima: “Eppure la parola, quando fu detta, parve al di là di ogni sapere: incomprensibile”.

 

È per sempre

l’eterna carezza

luce, grattacieli

come spighe di grano.

Oggi non basta nulla

le ali le stelle

l’agosto di fuochi

magnetici al cielo.

 

*

 

Mi avessero detto

non tornerai a casa

avrei riso – chi

riesce lontano –

ma mi ritrovo dove non rimangono

cicatrici o paura di stelle

infiammate una volta per tutte

lontano.

Non tutto finisce dove comincia.

 

*

 

Inizia ottobre il conto di anni

non esserci più

il fato le ombre sui fiumi.

 

Ma le mani a cui ti hanno sradicato e questo cuore

che pare esploso di gioia le stelle

non bastano

a chiedere il ritorno di impronte

su cui imparare a camminare.

 

Dimenticarti per aspettare il tuo ritorno

e ritrovarti

quando rientrando chiederai

perché questo dolore

è durato tanto.

 

*

 

Cosa dicono le vene

fatte ad albero sui polsi e il pulsare

che ferma il respiro?

L’eternità è il nostro nominarsi

nei secoli

come una carezza

una promessa.

*

 

La poetessa ha rivelato alla testata ticino7 la genesi della sua opera: “La raccolta che ho pubblicato è nata nel giro d’un anno e mezzo, ma racconta di esperienze che risalgono anche a 10 anni fa, alla morte di mio nonno, che ha cambiato tutto, e poi ad altri amici che mi hanno lasciata. Avevo bisogno di pacificarmi, di elaborare la mia sofferenza, di trasformarla in qualcosa di positivo, in speranza, in fiducia”[1].

Sabatina Napolitano ha sostenuto che “La poesia di Stella N’Djoku è una riflessione sul tempo, e se è vero che il nostro con il passato è un debito è anche e soprattutto vero che i nostri con il passato sono un incontro e una scoperta volti a sentire meglio, sentire di più. La consapevolezza storica ci rende più forti ma tollerare il tempo ci rende più vivi. La poesia può disinnescare il disagio a priori, cristallizza i pensieri per una dignità contagiosa o probabilmente resta la rappresentazione finale di un oggetto mentale o una sensazione[2].

 

A continuazione quattro poesie inedite:

 

Noi non saremo quei vecchi

abbracciati alla foce.

Chissà se rughe e canizie

ci coglieranno lontani

se sarai le mie mani

il ricordo, il rimpianto.

 

Chi sa se nasciamo

al momento, l’incontro…

 

*

 

Neanche la pioggia lava

il ricordo del primo baciarsi.

Vivo tra cocci

fosse espiare, ritornare

innocente.

 

*

 

Questo giorno si eleva

i cipressi austeri

l’entrata, la chiesa.

 

La morte non disturbi

la festa

né tu

nato tra case di luce

tetti marini

 

Serra le lacrime

nei palmi e concedi

addii, baci al silenzio.

 

*

 

Se Dio non ti avesse dato

la perfezione del salmista,

se non ti avesse dato

la lingua e l’occhio attento

e le mani agili e veloci nel dire l’universo,

Se non ti avesse dato la memoria

il fiuto canino per incontrare le storie

riscrivere il mondo, urlare l’amore

allora avrei voluto crearti io.

Ma so che non avrei avuto la grazia

di regalarti tutto questo

non sarebbe bastato il mio amore

a far scaturire da te

radici immense, nomi di re,

volti sospesi e lontani dal nulla.

Ti ha fatto Lui, faccia bella così

mio vulcano

mio più bello al mondo

quasi niente.

 

[1] Gino Driussi, “Il mondo di Stella N’Djoku”, ticino7, 09/12/2019,  https://www.laregione.ch/ticino7/ticino7/1407370/il-mondo-di-stella-n-djoku

[2] Recensione pubblicata su Poetarum Silva il 03/01/2020: https://poetarumsilva.com/2020/01/03/stella-ndjoku-il-tempo-di-una-cometa-rec-di-sabatina-napolitano/?fbclid=IwAR1m3pVBmb4NdCDaov_FZNcpTMIfVp5JS19A_L8QIiYxXIlCYfO1Be7MWd0

 

 

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