Recensione di “Una settimana di vacanza” di Christine Angot a cura di Lorenzo Spurio

Una settimana di sesso o di vacanza?

Un commento su “Una settimana di vacanza” di Christine Angot

  

A cura di Lorenzo Spurio

 

UnaSettimanaDiVacanzaNon conoscevo la scrittrice francese Christine Angot fino a che in una delle tante e-mail promozionali che le librerie on-line inviano, non ho visto la copertina di una sua opera: “Una settimana di vacanza”[1]. Mi colpì inizialmente la copertina nella quale si vede il viso angoloso di una donna –l’immagine fa pensare a una delle tante “demoiselles d’Avignon” del celebre quadro di Picasso dove dipinse le prostitute di un quartiere barcellonese. Della donna ritratta colpiscono gli occhi al centro, rivolti direttamente al lettore, sebbene la donna sia di profilo, il rossetto lucido e una macchia di sangue (sembrerebbe) non uniforme sulla gota della donna. Il titolo, “Una settimana di vacanza” non aiuta a sviscerare il significato della copertina e, come si vedrà, neppure il contenuto del romanzo.

Ci troviamo di fronte a un romanzo piuttosto breve che dal punto di vista tematico ha poco da narrare: si tratta di una settimana di vacanza di un uomo e donna dei quali non ci viene mai detto il nome. Escludiamo dal tipo di rapporto che hanno, e che ora vedremo, che si trattino di marito e moglie e anche di due fidanzatini; l’idea predominante che ci si fa leggendo la storia è che ci sia una qualche stortura nel rapporto tra i due, o per lo meno nel rapporto canonico uomo-donna come siamo soliti pensarlo. Lui è più anziano di lei ed ha un buon lavoro (vari elementi fanno pensare che sia un docente di linguistica presso una qualche università) che gli consente di vivere egregiamente dal punto di vista economico, è sposato e sembra non avere figli. Il rapporto coniugale sembra ormai essersi disfatto –anche se non viene detto- e questo può essere intuito dalle tante storie libertine che ha avuto con varie ragazze.

La narrazione è esterna, il narratore osserva le due persone da fuori come se stesse al di là del vetro e raccontasse tutto quello che vede, ma spesso interviene l’uomo soprattutto mediante una serie di domande, obblighi ed esortazioni alla donna affinché faccia qualcosa.

La donna, che in realtà è una ragazza, è giovane ed è ancora vergine e non ha mai voce nel corso di tutto il romanzo; l’uomo si rapporta continuamente a lei chiedendole favori sessuali, pratiche orali e la completa disponibilità a soddisfarlo. Viene da pensare che la ragazza sia minorenne e che proprio per questo motivo il tizio l’abbia portata con sé in un hotel, lontano da sguardi molesti. Questa idea viene avvalorata anche dal fatto che la ragazza sia “vergine” e in realtà potrebbe essere poco più di una bambina che si sottopone alle richieste dell’uomo senza comprenderle né mostrando forza nell’imporre un rifiuto. Se la ragazza è minorenne, l’uomo sta commettendo consapevolmente un reato; la ragazza non parla mai nel libro o, meglio, parla sempre attraverso la voce dell’uomo che ci dice cosa fa o non fa. In realtà è sempre disponibile a soddisfare l’uomo in ogni suo desiderio sessuale e si noti che l’atteggiamento dell’uomo dal punto di vista erotico è morboso e maniacale con ossessive e preoccupanti richieste (richieste-obblighi) di effettuare su di lui del sesso orale.

I sentimenti sembrano essere scansati via dalla stanza dell’albergo anche se l’uomo spesso –forse per addolcire la sua foga di predatore- dice di amarla e di non essersi mai sentito così coinvolto.  Tutta la narrazione è fondata sull’ossessione del blowjob, sulle richieste sempre più spinte e non condivise da un punto di vista mentale dalla controparte, dal libertinaggio sfrenato e dalla mancanza d’amore. Il sesso è espressione di pervertimento e di mania insaziabile che, avvenendo al di fuori delle leggi che sanciscono la normalità (il consenso del partner, la maggiore età del partner), inseriscono la storia all’interno del mondo della devianza che viene subita e che rimane sottaciuta. Il linguaggio è freddo, diretto, clinico, come se si leggesse con attenzione un elenco o un bugiardino medico, senza possibilità di accogliere empatia, calore, condivisione e, soprattutto, di dar voce alla controparte femminile.

La donna, che come abbiamo detto probabilmente è una ragazza nel suo processo di maturazione o, addirittura, (si spera di no) una ragazzina in età pre-puberale, non ha voce sia perché l’uomo non le consente di esprimersi, sia perché ha un’età così giovane che ancora non ha conoscenza del mondo e non sa come rapportarsi a quello che le viene richiesto di fare. Si noti l’incipit del romanzo, degno dell’ampia tradizione underground nella narrativa americana:

E’ seduto sulla tavoletta di legno bianco del water, la porta è rimasta socchiusa, ha un’erezione. Ridendo tra sé e sé, toglie dall’involto di carta una fetta di prosciutto cotto che hanno comprato insieme al minimarket del paese e se la posa sul pene. Lei è in corridoio, appena uscita tal bagno, cammina, sta andando verso la camera per vestirsi, lui la chiama, le dice di spingere la porta.

“Hai fatto colazione stamattina?  Non hai fame? Non vuoi un po’ di prosciutto?”

Lei s’inginocchia davanti, si piazza tra le gambe che lui ha aperto per accoglierla e prende con la bocca un pezzo di prosciutto, che mastica e poi inghiotte. (p. 9).

Nella stanza dell’hotel non si pensa altro che a rapporti sessuali prima orali, poi anali e infine vaginali, dopo tanta reticenza dell’uomo perché ossessionato dal fatto di non farle perdere la verginità tanto che al lettore possono dar noia, se non ci fosse qualche breve diversivo, come la lettura del libro “Cani perduti senza collare” di Gilbert Cesbron che spesso viene evocato.

La ripetitività dei rapporti erotici e la mancanza di una pluralità di voci che consenta di trasmettere una visione differenziata su quegli eventi o che metta in luce questioni, idee o interpretazioni sulle quali l’uomo possa controbattere, genera una certa monotonia dal punto di vista tematico ed è lo stesso uomo, colui che potremmo definire il “dolce aguzzino”, ad osservare:  “Non possiamo passare tutta la giornata nella toilet” (p. 20) con “nella toilet” l’uomo intende a far sesso orale in uno spazio piccolo e scomodo. Difatti si trasferiranno ben presto nella camera, sul letto e proseguiranno instancabili.

angotLa possibilità che lei sia una ragazzina è avvalorata anche dal fatto che lei non conosce molte cose, di sesso è completamente ignorante, ed è lui a spiegarle posizioni, come avviene la penetrazione etc; c’è, inoltre, anche un altro elemento, il fatto che l’uomo obblighi la ragazza a chiamarlo “papà” che fa pensare che ci sia una significativa differenza d’età tra i due.

Nel romanzo affiora più volte lo spettro della pedofilia, ma è solo una interpretazione, pure lecita, ma che non viene riconosciuta né sconfessata, a differenza di quanto ad esempio avveniva in “Lolita” di Nabokov dove la componente erotico-ossessiva non era slegata da un attaccamento emotivo con la ragazzina.

La ragazza è una persona debole, timida e fortemente titubante, elementi caratteriali che in quelle condizioni compromettono ulteriormente il livello di consapevolezza e di presa di decisioni: “Prima di rispondergli, per non fare errori, lei formula le frasi a mente. Al momento di lanciarsi per pronunciarla, però, s’impappina. Deve ricominciare da capo. […] Lei non sa più cosa voleva dire, si confonde, la frase diventa sempre più incomprensibile” (p. 47). La ragazza è sola, non comprende ciò che l’uomo le propone e l’assoggetta a fare e sembra addirittura aver paura delle sue reazioni per cui finisce per accontentarlo nei suoi desideri ai quali la ragazza si sottopone meccanicamente senza trarne piacere.

Il tema della differenza d’età è reso esplicito poi alcune pagine dopo, circa a metà dell’opera quando il “dolce aguzzino” la rimprovera duramente trattandola come una bambinetta (cosa che in realtà è): “Quanti anni hai? Non sai che il latte inacidisce? Cos’hai nella zucca? Non sai queste cose? Le sanno tutti” (p. 61). Forse la ragazza queste cose non le sa semplicemente perché è ancora una bambina e non ha la stessa esperienza del mondo che ha lui e soprattutto perché simili comportamenti sessuali sono o dovrebbero essere estranei dalle esigenze di un bambino. Poche pagine più avanti lui osserva sdegnato “Mi sembri proprio una bambina” (p. 70); “Piange. […] Le dice di  non gridare. […] Le dice che è ridicola. Che con quei grossi singhiozzi sembra proprio una bambina” (p. 92).

La storia erotica della coppia viene inserita all’interno di alcuni episodi della storia ufficiale che non concernono la Francia, il paese d’origine dell’autrice, ma la Spagna. Si parla della morte del dittatore Franco, che sappiamo essere avvenuta nel 1975 e dunque del suo funerale, della fine della dittatura e del traghettamento verso la Spagna democratica. Ancora una volta la ragazza non sa chi sia Franco (forse non sa nemmeno cosa sia la Spagna) e lui, il professorino, risponde seccato e maleducato all’atteggiamento d’incomprensione della ragazza nei confronti di ciò che accade in quei momenti nel mondo (in Spagna, in particolare): “Lei non sa chi sia” (p. 64).

Dopo quest’ampia analisi il lettore non deve però pensare che l’uomo sia un seduttore, né un tombeur de famme che ricerca ossessivamente il piacere carnale con la donna, in quanto come abbiamo detto, è probabile che nella sua “settimana di vacanza” si sia intrattenuto con una ragazzina e dunque sia un pedofilo e, addirittura, è poco convinto della sua sessualità quando veniamo a sapere che nel passato ha tentato anche un rapporto con un uomo: “Le racconta che un giorno è stato sul punto di fare un’esperienza omosessuale. Che alla fine l’esperienza non ha avuto luogo e lui se ne rammarica” (p. 65). Ci troviamo di fronte, dunque, una personalità camaleontica e poliedrica dal punto di vista delle preferenze sessuali, che giunge a diventare pericolosa e dalla quale prendere le distanze. Ovviamente questo viene fatto sulla base di una interpretazione personale che si dà della storia/degli eventi/dei personaggi, poiché la Angot è sempre attenta a non far trapelare di più di quello che potrebbe dire per veicolare al lettore la giusta interpretazione, cioè quella che lei intende inviare. Va ricordato a questo punto che la scrittrice ha spesso impiegato il sesso e la devianza nelle sue narrazioni quali metafora di sistemi di potere e di superiorità portati alle estreme conseguenze (il romanzo “L’incesto” del quale in Italia si è parlato poco e male, figura tra i libri “fuori catalogo” e dunque non ordinabili e questo non sarà un caso). Poiché quando si parla di sessualità e lo si fa in una maniera contorta, che coinvolge ma allo stesso tempo nausea, allora la condanna parte con una semplicità indicibile. “L’incesto” era tanto più fastidioso perché ispirato a dei motivi biografici dell’autrice, in particolare alla relazione incestuosa vissuta in età giovanile con il padre.

Quanto all’utilizzo della storia pubblica non ho compreso completamente perché la Angot inserisca la storia nella seconda metà degli anni ’70 alla vigilia della morte di Francisco Franco. Forse la dittatura, quale espressione di violenza, autorità e azzeramento delle libertà, è specchio allargato del rapporto di violenza e dominazione che contraddistingue l’uomo e la donna e il fatto che la Angot parli di fine della dittatura e quindi di ripristino della democrazia (anche se il processo sarà lento) può forse significare che la ragazza, dopo l’esperienza vissuta nella “settimana di vacanza”, si rifiuterà di accettare un’altra volta gli obblighi dell’uomo, manifestandosi donna totalmente libera di scegliere. Ma questo non accadrà come leggiamo poi nel finale del romanzo.

L’explicit è altrettanto ambiguo perché, non appena  la “settimana di vacanza” si conclude, i due si separano e l’uomo che sa che non potrà contare nei giorni successivi sulla sua sex-machine, è infastidito e turbato e mostra un atteggiamento sfuggente, inspiegabile e maleducato nei confronti della ragazza: “Le dice che è irritato, che lei è stata odiosa, che è assolutamente priva di tatto. Che dice cose al limite della maleducazione. […] Per il momento è irritato, in collera, preferisce stare solo anziché con una persona così priva di delicatezza che gli racconta di un sogno ingiurioso; che non può proprio sopportarla, non può vederla. Per un tempo indeterminato” (pp. 103-104). L’uomo è infuriato perché la ragazza ha osato prendere la parola, cosa che lui non ammette, e forse ha utilizzato un linguaggio colorito nel parlare in pubblico, linguaggio che lui stesso le ha insegnato e fatto sperimentare, ma che se viene usato in pubblico, per una persona “seria” e di rispetto come lui che è un professore, è inaccettabile.

L’orco è tale nella sua tana, ma una volta alla luce del giorno si veste di normalità e addirittura di pudicismo.

La ragazza che da bambina, e dunque vergine, esce da quella stanza dell’hotel donna, col caro prezzo scontato dell’abuso, avrà forse la vita rovinata. L’uomo, il “dolce aguzzino”, nella sua prossima vacanza, forse, rovinerà la vita a una nuova lolita e nessuno, ancora una volta, crescerà se non ci sarà un serio aiuto da parte della collettività nel far denunciare l’abuso subito alla ragazza o nel segnalare l’ossessione del sesso dell’uomo a un qualche specialista che possa tentare una forma di trattamento psicologica e sociale.

Però, è anche vero che la letteratura è una trasposizione della realtà, ma è anche un sogno, per cui forse la scrittrice ha fatto bene –anzi, benissimo- a non svelare le vere pieghe della storia perché in questo modo il lettore avrebbe demonizzato semplicisticamente l’uomo come “aguzzino” e la ragazza come “preda”; proprio per questo, per l’incertezza di fondo che aleggia volutamente sulla storia che comunque sa di strano e di perverso, ho nominato l’uomo un “dolce aguzzino”, c’è chiaramente del detto e del non detto.

Come ho avuto modo di osservare in un precedente articolo, la letteratura può essere immagine della realtà, ma non sarà mai la realtà e proprio per questo motivo nel romanzo possiamo benissimo fare a meno di un sistema correttivo della psicologia malata o di sostegno per la ragazza, perché in fondo sono creature letterarie e il compito del romanzo non è certo quello di trasmettere una critica al machismo, ingrediente della cultura patriarcale della Spagna a cui si fa riferimento.

I Nostri sono creature letterarie, sembianze di finzione e come tali l’autore deve percepirle, adottarle e analizzarle, esimendosi di condannare le lubriche azioni dell’uomo e la freddezza della Angot nel narrare una materia complicata e che ancora oggi, a trent’otto anni dal tempo della storia di questo plot, può dar fastidio o addirittura far ribrezzo.

  

Lorenzo Spurio

Scrittore, critico letterario

Jesi, 31 Luglio 2013

 

 

Una settimana di vancanza

Di Christine Angot

Guanda, 2013

Pagine: 105

ISBN: 9788823504127

Costo: 13 €

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 


[1] Christine Angot, Una settimana di vacanza, Parma, Guanda, 2013.

Pittura, storia ed emozioni: un viaggio con Valeriano Dalzini

E’ uscito Vibrazioni cromatiche

(TraccePerLaMeta Edizioni) 

 

cover«Questo libro non è solo un accurato percorso tra i trascorsi di un uomo che tanto ha donato al privato quanto al pubblico, ma anche un manifesto di un artista come pochi nel nostro secolo che ha donato la sua professionalità e voglia di rappresentarsi a tutti. Un restauratore è un grande artista che vive coscienziosamente tra Passato e Presente: riconosce la gloria artistico-culturale degli anni andati e sensibilizza di fronte al deterioramento del tempo che passa motivando il bisogno di “far rinascere” rispettando i canoni classici. Persone che hanno questa grande capacità di colloquiare tra sfere temporali diverse sono rarissime e ancor più lo sono quelle che lo fanno con amore, rispetto per la tradizione e con un chiaro intento solidaristico e sociale» scrive il critico letterario Lorenzo Spurio nella nota di prefazione di Vibrazioni cromatiche (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013).

Il libro è un racconto accurato e rispettoso del passato di Valeriano Dalzini, decoratore milanese, fatto attraverso la trasposizione su carta di episodi centrali nella formazione dell’artista: la guerra, la nascita dell’amore per l’arte e poi per la montagna. La narrazione è fatta da Anna Maria Folchini Stabile, poetessa, scrittrice e amica dell’uomo e da Annamaria Stroppiana Dalzini, coniuge di Valeriano che, da grande raccontatrice di favole, ha voluto trasporre la vita del marito in chiave favolistica. Il libro può essere acquistato tramite lo shop online di TraccePerLaMeta Edizione, su ogni altra libreria online e su ordinazione in qualsiasi libreria del territorio italiano.

 

Valeriano Dalzini, pittore, affrescatore e restauratore d’arte, nato ad Asola (MN), vive a Rozzano (MI). Attivo in Milano e Lombardia nella seconda metà del Novecento ha restaurato molti edifici storici milanesi (tra cui Palazzo Borromeo, il Castello Sforzesco e il Famedio del Cimitero Monumentale). La sua è stata una vita dedicata all’arte e segnata dall’esperienza infantile comune ai Bambini della Quarta Sponda. Il Morbo di Parkinson affligge la sua vita da anziano, ma la pittura, l’insegnamento, l’esercizio fisico e gli affetti famigliari impegnano le sue giornate infondendogli il coraggio per combattere la sua grave malattia.

 

 

 

SCHEDA DEL LIBRO                       

Titolo: Valeriano Dalzini. Vibrazioni cromatiche

Sottotitolo: Dalla favola alla realtà

Autore: Anna Maria Folchini Stabile / Annamaria Stroppiana Dalzini

Prefazione: Lorenzo Spurio

Postfazione: Franco Migliaccio

Casa Editrice: TraccePerLaMeta Edizioni

Collana: Oltremare – Narrativa

Anno: 2013

Isbn: 978-88-907190-3-5

Pagine: 114

Link diretto alla vendita

 

 

Info:

http://www.tracceperlameta.orginfo@tracceperlameta.org

Ufficio Stampa – Lorenzo Spurio – lorenzoospurio@gmail.com

 

“Leggenda di un amore eterno” di Monica Pasero, recensione di Lorenzo Spurio

Leggenda di un amore eterno di Monica Pasero

Rei Edizioni, 2013

ISBN: 9-788827-590409

Pagine:120 – Costo: 10€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

copE’ un dato di fatto che il bosco sia un luogo che spesso nelle narrazioni viene a configurarsi come oasi di pace, perché lontano dal caos della città e quindi come spazio incontaminato e puro; nella letteratura per l’infanzia, inoltre, esso è spesso associato a luogo magico per eccellenza con la presenza di maghi, streghe bianche o nere, druidi e quant’altro. Si pensi a quante vicende importanti del mondo delle favole avvengano nel bosco “incantato”, spazio del meraviglioso dove tutto può accadere, location sorprendente che si differenzia dal mondo dell’ordinario e dove anche il sogno, quale espressione dell’inconscio, spesso trova manifestazione o trasposizione in eventi ascrivibili nel mondo del surreale. Questa considerazione è altrettanto valida per quanto concerne il libro di Monica Pasero, scrittrice piemontese che lega con abilità e coscienziosità di scrittura il tema amoroso a quello fiabesco, come nella migliore tradizione delle fiabe. E non è un caso, infatti, che nella prefazione di Stefano Carnicelli si richiami per una serie di analogie con il personaggio principale, la figura dell’eroina sfortunata di Cenerentola.

Il bosco, dunque, quale luogo di una natura primigenia dove sembra possibile colloquiare con la natura silvestre, ma anche con esseri minuti che appartengono al mondo fatato, è lì dove nasce l’amore tra gli amanti, dove esso fugge e si rincorre quale spazio mitico che sembra essere fuori da ogni tempo. Monica Pasero accompagna mano nella mano il lettore in una storia d’amore dove non mancheranno colpi di scena, agnizioni, riavvicinamenti e sventure, tutto all’insegna della valorizzazione del concetto di amore.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico letterario

 

Jesi, 27-07-2013

E’ uscito “Rigor cordis. Per una filosofia del cuore” di Giuseppe Pulina

Giuseppe Pulina esce con Rigor cordis. Per una filosofia del cuore

(Zona editore)

RIGOR CORDIS - copertina solo primaSiamo o non siamo i contemporanei della fine del mondo? Franco Battiato canta questo motivo da molto tempo nelle sue canzoni; il filosofo Nietzsche, si potrebbe dire, lo ha sostenuto da sempre. Della fine del mondo parla anche l’ultimo libro di Giuseppe Pulina in uno dei capitoli forse più coinvolgenti di Rigor cordis – Per una filosofia del cuore, uno dei titoli di punta del catalogo 2013 dell’editore aretino Zona. La fien del mondo sarebbe, infatti, per l’autore, una sorta di prerogativa del cuore, la cui esorbitante dimensione sarebbe interdetta alla ragione. Questo è naturalmente solo uno dei tanti temi affrontati da Pulina in un libro che, per parlare di cuore, non può sottrarsi ad un serrato confronto di questo con quella che, da Pascal in poi, è stata spesso considerata la sua più naturale controparte: la ragione.

Cuore o ragione? Ma siamo proprio sicuri che queste due forze siano necessariamente contrarie e contrapposte? E se piuttosto tra loro s’instaurasse un salutare agonismo? Pulina s’interroga sulla natura di questo binomio, schierandosi dalla parte del cuore ma non andando, per ciò stesso, contra rationem. Si chiede così quante e quali cose sappia fare il cuore, chiamato in causa nelle esperienze capitali della vita in cui la ragione non sempre è di conforto e d’aiuto. “Eppure – argomenta l’autore – il cuore non ridimensiona la ragione, così come quest’ultima, quando sa essere ragionevole (quello che dovrebbe essere per natura), si guarda bene dal mortificare il cuore”. Tuttavia, l’uomo cardiaco – come lo definisce Pulina – avrebbe un primato e una possibilità che l’uomo cerebrale non ha, perché sarebbe con il cuore che la vita viene intesa e “auscultata”, perché “è con il cuore che può percepire il suo viscerale attaccamento al mondo”.

Una peculiarità del libro (rara, in un certo senso, nel mercato editoriale della filosofia in Italia) sono le illustrazioni di Marco Lodola, autore della copertina. Con sette diverse immagini, l’artista pavese racconta la propria immagine del cuore, ispirandosi a diversi capitoli di Rigor cordis. Non si tratta della prima collaborazione tra Pulina e Lodola, perché i due, già nel 2005, con Minima Animalia (Mediando editore), diedero vita ad un saggio sul rapporto tra filosofia ed etologia, di cui il filosofo curò i contributi teorici, mentre l’artista tentò di concentrare in una serie di illustrazioni le tesi portanti dell’opera.

Dalla quarta di copertina che riproduce una delle pagine centrali del libro.

“Ogni giorno è il giorno che è e io vorrei gustarne l’unicità facendo mie tutte le primizie di cui è capace. Il primo bacio, la prima lacrima, il primo brivido, il primo sorso d’acqua, la prima ferita, il sapore del sangue, l’odore del sangue, il colore rosso cangiante del sangue, la prima stella cadente, il mare, la linea dell’orizzonte, l’orizzonte, la prima boccata d’aria, il sapore del sale e di tutte le spezie del mondo, la prima neve, la primavera, uno stormo di corvi, il contatto di una mano, la mia, di altra persona, il primo sonno, il primo sogno, il primo risveglio, il frastuono delle onde, la mia faccia, che si fa viso, che si fa sguardo osservato, il primo sorriso, il profumo della pelle, la prima pelle, il primo latte, il primo dente, la prima immagine riflessa allo specchio, ma soprattutto il primo battito del cuore, perché è lì che la prima volta ha avuto la sua prima volta, è lì che tutto cominciò”.

 

 

Giuseppe Pulina insegna filosofia al Liceo Dettori di Tempio Pausania e Antropologia filosofica e Filosofia delle relazioni internazionali all’Istituto Euromediterraneo della stessa città. Per Zona ha già pubblicato L’angelo di Husserl. Introduzione a Edith Stein (2008) e La cura. Anche tu sei un essere speciale (2010). Ha all’attivo studi e pubblicazioni su Michelstaedter, Capitini e Pessoa. Si è occupato del rapporto tra etologia e filosofia in Minima Animalia. Piccolo bestiario filosofico (Mediando, 2005, illustrazioni di M. Lodola), Animali e filosofi (Giunti, 2008) e Asini e filosofi (con Francesca Rigotti, Interlinea, 2010). Tra i lavori più recenti, Pillole di filosofia della scienza per ricercatori in formazione (Plus, 2012 – in collaborazione con l’Università degli Studi di Sassari).

Spurio con un saggio su McEwan: “Ian McEwan: sesso e perversione”

 IAN McEWAN: SESSO E PERVERSIONE

DI Lorenzo Spurio

 

COMUNICATO STAMPA

 

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Lorenzo Spurio, scrittore e critico letterario marchigiano, ha ampliato la sua tesi di laurea magistrale conseguita all’università degli studi di Perugia nel 2011 sul tema della “devianza sessuale” nella narrativa dello scrittore britannico Ian McEwan e questo ne è il prodotto finale.

In questo ampio saggio, che si apre con una prefazione dello scrittore Antonio Melillo sul ruolo dell’amore nella letteratura, Spurio sviscera alcune delle problematiche sociali proposte dall’autore inglese tra le quali la follia, le aberrazioni, il perturbante, il deviato e la degenerazione di alcuni atteggiamenti frutto di una psiche malata. Il percorso che il lettore è chiamato ad intraprendere è agevolato da un ricco apparato di critica e di note esplicative o di riferimento che rimandano ad altrettanti testi ai quali Spurio si rifà.

Il saggio affronta il tema della sessualità vista dagli occhi allucinati di giovani senza regole (come avviene nel romanzo The Cement Garden) o nei suoi aspetti deleteri di una bieca perversione (come avviene in The Comfort of Strangers) e in varie altri narrazioni l’autore lo impiega, invece, per chiarire l’austerità dei tempi in cui ambienta le sue storie, la contrapposizione tra visione patriarcale e il nascente femminismo.

Questo saggio è una ricca e propedeutica analisi critica allo studio della narrativa di Ian McEwan.

      

 

Scheda del libro

Titolo: Ian McEwan: sesso e perversione

Autore: Lorenzo Spurio

Prefazione: Antonio Melillo

Genere: Critica letteraria

Casa Editrice: Photocity, Pozzuoli (Na), 2013

ISBN: 978-88-6682-463-3

Costo: 10 €

Link diretto alla vendita

  

Info: lorenzo.spurio@alice.it

“La paga del soldato” di William Faulkner, recensione di Anna Maria Balzano

La paga del soldato

di William Faulkner (premio Nobel 1950)

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

images“La paga del soldato” e  “L’urlo e il furore” sono indiscutibilmente i capolavori di William Faulkner.

Il primo dei due romanzi fu pubblicato nel 1926 e il suo titolo va al di là del suo significato letterale.

La storia si svolge nell’immediato primo dopoguerra e inizia con il ritorno a casa di alcuni reduci sopravvissuti ai tragici e devastanti combattimenti in territorio europeo. Tra questi è il giovane Donald Mahon, orribilmente sfigurato in volto e privo di quasi tutte le facoltà intellettive: intorno a lui si snoderà tutta la vicenda e lui stesso, silente protagonista, diventerà il simbolo dell’ ottusità e della nefandezza della guerra e al tempo stesso il mezzo di cui l’autore si servirà per mettere in luce la difficoltà, a volte l’impossibilità di questi reduci di riadattarsi alla vita civile. Lo stesso tema, sia pure diversamente e in epoche più recenti, sarà affrontato nei film di Michael Cimino “Il cacciatore” del 79 e soprattutto in “Nato il 4 luglio” di Oliver Stone dell’89.

Risulta evidente, dalla lettura di questo romanzo, come fosse stata pressante nel periodo immediatamente precedente alla partecipazione degli Stati Uniti alla prima guerra mondiale la campagna di propaganda interventista, allo scopo di motivare i giovani, affinché sentissero di partire in difesa di grandi ideali e in cerca di gloria.

Il dramma che vede al centro Donald, non è in definitiva più il suo dramma personale, perché egli è ormai già distaccato dalla vita, ma è il dramma che colpisce i personaggi intorno a lui.

Il padre, rettore presbiteriano, vive nell’illusione di restituire al figlio un minimo di dignità umana ed è convinto che la fidanzata, Cecily, accetterà di sposarlo, nonostante la sua grave infermità. Ed è proprio Cecily il personaggio che Faulkner descrive con maggiore cura, attento a sottolinearne la bellezza e la sensualità, insieme con la superficialità e la frivolezza , indici di profondo egoismo. E’ questo lo stereotipo della giovane donna del sud, bella e viziata, in cerca di una conveniente sistemazione, ma restia a rinunciare all’amore e al sesso: essa mette in gioco tutte le sue armi di seduzione, rasentando a volte il cinismo e la crudeltà nel suo rapporto con gli uomini. Una Rossella O’Hara un po’ più moderna, ma pur sempre di Atlanta, città in cui  la vita sembrerebbe, da questo punto di vista, cambiata veramente poco.

Cecily non è però l’unico personaggio femminile di spicco in questo romanzo. Grande rilievo hanno Margaret Powers e Emmy. La prima appare come l’elemento rassicurante e positivo, la donna che per generosità è capace di offrire se stessa, ma anche di negare a se stessa l’amore desiderato. Emmy, piccola, rozza e quasi a tratti un po’ animalesca nasconde dietro quella totale assenza di femminilità un carica emotiva e sensuale di grande spessore. E’ lei l’unica che ama sinceramente e incondizionatamente Donald.

I personaggi maschili sono altrettanto ben delineati nelle loro caratteristiche negative e positive: da Gilligan, solidale compagno di Donald, a Jones, satiro maniaco che corre dietro a tutte le donne con cui ha a che fare, a George Farr, perdutamente innamorato di Cecily, al punto da sposarla e condurre con lei una vita sicuramente infelice.

Ciò che si nota, leggendo questo testo, oggi è quanto sia cambiata non solo la concezione della donna e del suo ruolo nella società, ma anche come il rapporto stesso uomo-donna si sia fortunatamente sensibilmente evoluto, pur conservando ancora limiti indiscutibili. Persino le arti della seduzione, che ai primi del novecento erano sì affidate alla donna, ma in modo subalterno all’uomo, trovano oggi diversi mezzi espressivi.

Non si possono non sottolineare, in ultima analisi,  le numerose citazioni colte che si trovano nel romanzo, da Shakespeare, a Wordsworth a Coleridge. Questo per rilevare una volta di più come anche nella letteratura americana il legame con la cultura europea sia evidente e fondamentale.

ANNA MARIA BALZANO

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Il grido della terra” di Fabio Clerici, recensione di Marzia Carocci

“Il grido della terra” MISSIONE EMILIA
 di Fabio Clerici
 TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
Recensione a cura di Marzia Carocci
GRIDO-~1Fabio Clerici ha passato tre mesi in missione di soccorso in Emilia, dopo il tragico evento del sisma che ha distrutto, terra, famiglie e quotidianità di una vita normale.
Un libro che attraverso i suoi tredici racconti ,  le sue testimonianze , le fotografie,  diventa un autentico  reportage che attira il lettore in qualcosa che porta alla riflessione e alla consapevolezza di quanta violenza  può produrre una natura che dovrebbe amare i suoi figli.
Un libro che commuove, che ci fa sentire testimoni di uno scempio contro il quale non si può fare nulla se non ricostruire, tassello dopo tassello ogni piccola cosa, ogni   quotidiano gesto, ogni bisogno di normalità perduta.
L’autore, attraverso i suoi personaggi , uomini e donne in divisa, attraverso la loro sensibilità e caparbietà nell’aiutare, ci mostra uno sfondo surreale, dove ha importanza anche una semplice foto, un sorriso e un grazie, dove si respira l’essenza di chi ha subìto, un’essenza fatta di coraggio, di speranza dove le lacrime non servono, ma è utile l’aiuto, la comprensione, la tenacia di esistere e persistere nonostante  la terra tremi e spesso faccia sentire il suo latrare continuo .
Racconti di testimonianze dove tutto è utile; il servizio antisciacallaggio,come supporto alle vittime del terremoto,  quel cancro del male che non teme il dolore altrui, ma anzi, cerca di trarne vantaggio sporcando e infangando una terra già martoriata e denigrata; c’è bisogno di psicologi per aiutare i bambini a recuperare e assorbire l’impatto con il terrore e il cambiamento repentino di vita, ormai lontana dall’essere infanti,poi  serve la mano, l’abbraccio, la pacca sulla spalla, la parola all’anziano e a chi ha perduto irrimediabilmente ciò che è stato della propria vita.
La scrittura di Fabio Clerici è fluida, ricca di particolari e nonostante l’ambientazione, la situazione e la crudeltà dell’accaduto, egli non indurisce l’idioma, anzi ne fa quasi carezza come se volesse usare  una sensibilità particolare alla descrizione di tanto male, egli infatti sottolinea anche passaggi molto commoventi, come l’importanza di una foto per una donna che ormai non ha più niente, la foto di un figlio deceduto giovanissimo, così come descrive la riconoscenza della gente, ricordando i sorrisi, il rispetto, l’educazione.
Dal libro viene fuori un quadro ricco di colori dove non prevale solo il nero, ma tante sfumature di rosa che fanno parte della speranza, della voglia di farcela , il cuore pulsante  di una popolazione coraggiosa, forte, esemplare: quella degli Emiliani, uomini e donne  che nonostante la terra e le sue scosse, l’abbiano inginocchiati, graffiati, insultati, violentati, hanno saputo rimboccarsi le maniche nonostante tutto.
 Grazie all’aiuto fondamentale di gente straordinaria come Fabio Clerici e tutti i volontari del servizio civile e gli agenti di Polizia Locale , questa popolazione non si è arresa e forse sono loro, proprio loro, il GRIDO DELLA TERRA più forte e imponente , l’urlo della difesa alla vita e alla normalità dell’essere umano!
MARZIA CAROCCI

I laboratori di scrittura della rivista “Sagarana”

LABORATORIO ESTIVO DELLA SAGARANA

Oltre al Laboratorio di Narrativa della Sagarana (ottobre  2013 – Maggio 2014) pensiamo di organizzare un Laboratorio estivo full immersion per quest’anno, nei  giorni 26, 27, 29 e 30 Agosto, mattina e pomeriggio, qui a Lucca, tenuto da  Julio Monteiro Martins. L’idea è la formazione di una piccola comunità  temporanea di autori per rompere un po’ l’isolamento forzato degli scrittori e  scambiare esperienze e testi, discutere sugli argomenti legati alla letteratura,  approfondire insieme questioni legati al personaggio, all’intreccio,  all’ambientazione, all’attacco, al scioglimento, ai titoli e epigrafi, allo  stile, ma anche alla visibilità possibile dei testi oggi, alle difficoltà  editoriali, queste cose..

Il costo del Laboratorio estivo sarà di 250 euro. Le  iscrizioni sono aperte e il numero di iscritti ammessi sarà al massimo 10. Per  iscriversi o per maggiori informazioni scrivere a info@saganara.net o chiamare il n° 0583-580330.

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Sono aperte anche le iscrizioni al Laboratorio di  Narrativa della Sagarana 2013-2014.

A partire dal primo sabato di Ottobre 2013,  inizierà il Laboratorio di Narrativa della Scuola Sagarana, a Lucca (che  diversamente del vecchio Master, è dedicato esclusivamente alla narrativa – al  racconto e al romanzo – e il professore è lo scrittore Julio Monteiro Martins). 

Gli incontri saranno il pomeriggio, dalle 16,00  alle 19,00 , per nove mesi, ogni due settimane (sempre di Sabato): totale 36 ore  lavorative in classe. All’interno del Laboratorio ci saranno discussioni  approfondite sugli aspetti fondamentali dell’arte del narrare, (il personaggio,  l’inconscio come fonte, l’intreccio, lo stile, il punto-di-vista narrativo, il  tempo, i generi letterari, i titoli, i sentimenti complessi, le tematiche  postmoderne, l’etica della letteratura, il ruolo dello scrittore, ecc.), insieme  all’analisi dei testi prodotti dagli allievi come risultato di esercizi a tema,  finalizzati a ridurre il divario fra l’intenzione-tema e il risultato-esercizio.  Lo scopo del laboratorio, oltre allo sviluppo delle tecniche della scrittura  (soprattutto del racconto e del romanzo), è promuovere la consapevolezza sulla  vera natura dello scrivere narrativa, raffinando negli allievi il proprio  universo concettuale e la propria visione del mondo.

Non sono necessari titoli di studio per  iscriversi.

Info: julio.monteiro.martis@gmail.com

“Vita, morte e miracoli di un uomo qualunque” di Matteo Deraco, recensione di Lorenzo Spurio

Vita, morte e miracoli di un uomo qualunque
di Matteo Deraco
Sovera Edizioni, 2012
Pagine: 80
ISBN: 9788866520368
Prezzo: 9 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La gente è solo capace a etichettarti, spremerti, prendere e prendere e prendere, e se prendi prima o poi devi pure dare. Al contrario, quando dai non sempre arriva qualcosa.

 

copLa narrazione si apre con il protagonista alle prese con due gravi disdette dalla vita: l’abbandono della compagna e l’esser licenziato. I due fatti chiarificano da subito l’animo deluso e scoraggiato del protagonista che deve fare i conti, più che con un semplice licenziamento lavorativo, con un vero e proprio “licenziamento dalla vita”: privato di amore e lavoro, infatti, si sente deluso e questa condizione anima in lui una serie di pensieri e convincimenti con i quali sembrerebbe chiudersi a riccio dal mondo. In realtà la fine del suo rapporto di lavoro non è vissuta come dramma dato che subito, con chiari ed espliciti riferimenti a Bukowski e alla beat generation, osserva «ma davvero non me ne fregava poi molto del lavoro».

E’ palpabile l’intenzione di Deraco di raffigurare nel romanzo il senso di incertezza lavorativa della nostra attualità e infatti nelle prime pagine osserva: «Anzi, con la depressione galoppante, il senso d’inutilità e di precariato, il senso d’immobilismo e di fallimento, di volta in volta facevi un passetto indietro.» Quadretto quanto mai realistico e deprimente della nostra realtà dove il precariato, la disoccupazione e il tormento sono manifestazioni comuni ed universali. Deraco vede la vita attraverso il lavoro o, meglio, attraverso la mancanza di esso e la descrive come una serie di vicende momentanee che hanno un inizio e una fine (lavori per un po’, poi ti cacciano) che descrivono ciclicamente l’impegno dell’uomo nel darsi da fare, cercare lavoro e a volte addirittura inventarselo, farsi “la gavetta”, anche se spesso neppure questa conta.

Il linguaggio colorito e giovanile (la parola “cazzo” ricorre con una smodata frequenza) si sposa con una narrazione che non ha grandi pretese se non quella di un giovane di guardare con i suoi occhi il mondo che lo circonda, in maniera sfiduciata e poco combattiva, dopo tante “sconfitte” subite, provate sulla propria pelle. I rimandi, sia tematici che linguistici, a Bukowski, il padre della letteratura contemporanea che con spregiudicatezza e sagacia sconfessò le difficoltà, i drammi, le collusioni del mondo lavorativo, sono palpabili a più livelli e in maniera chiara. Lo stesso titolo del romanzo nel quale si dice “di un uomo qualunque” vuol forse sottolineare la specificità di un essere vivente garantendone l’anonimato che, però, vive una condizione che non gli è esclusiva e che, invece, è generalizzata e abbastanza comune. L’uomo qualunque, dunque, siamo noi e tutte quelle persone che possono ritrovarsi nei pensieri che l’io narrante fa.

Vi sono considerazioni anche piuttosto forti come quella ai nostri padri, che hanno fatto il ’68 e si ritrovano ora, nella loro attualità a “fregarsene” che non mi sento di condividere, ma che può essere una lecita osservazione o lo sguardo critico e a tratti sfrontato nei confronti della religione: « Dio non c’era, e per quel che mi riguardava non c’era mai stato. Dio era solo una stampella psicologica da tirare fuori nel momento del bisogno, e poi rimettere via quando non serviva più». Il protagonista vedrà Dio nell’immagine della suora che condivide con lui lo scompartimento del treno, nel Cristo di Maratea, ma anche nelle valige, nell’alcool, in episodi di fortuna e tanto altro, chiarificando il suo panteismo laico e l’utilizzo di “Dio” quale personaggio sui generis al quale demandare fortune/sfortune (si ricordi, ancora, Bukowski).

Il protagonista è un uomo arrabbiato, che non crede nei compromessi e nelle bieche leggi dell’oggi, ma finisce per apparire poco combattivo e partecipativo: l’unico gesto di tutto il romanzo in cui sembra prendere una decisione realmente importante è quando decide di lasciare la sua ragazza. Per il resto si gongola nel disprezzo verso il mondo, nella critica e nell’autocritica, nell’analisi della tragica condizione del momento, descrivendola, schifandosene senza, però, “attuare” in una qualche maniera significativa sulla sua esistenza. E’ un osservatore del mondo, a distanza, quasi un vouyer, ma raramente entra in quel mondo per agire da protagonista con consapevolezza.

Animo inquieto e sprezzante, indifferente agli altri e soprattutto ai giudizi del mondo, ricorda appunto il celebre Chinaski: «Me ne fregavo, come me ne fregavo di tutto il resto»; il protagonista nutre un atteggiamento sconsiderato, narcisista e violento tanto da arrivare a sviscerare nelle prime pagine del libro la sua indisposizione e animosità nei confronti dell’intero mondo (misantropia):  «Avrei sterminato tutti i commessi delle poste lenti, tutti gli stronzi che suonavano il clacson, tutte le vecchie in fila alla cassa al supermercato. Mi toglievano aria, mi levavano vita». Il lettore pagina dopo pagina si chiede se in realtà il comportamento ossessivo e meticoloso del ragazzo nei confronti di Chiara, l’ex-ragazza, non sia eccessivo e preoccupante e se la sua narrazione sia vagliata da una mente instabile, che vede le persone/la società in maniera distorta che allo stesso tempo imputa l’errore negli altri facendo poca autoanalisi. E’ lo stesso ragazzo ad osservare nel cuore della narrazione: « Fondamentalmente ero un egocentrico del cazzo e un sociopatico».

Domina un linguaggio giovanile, scanzonato e molto colorito con chiari e continui rimandi alla “poetica” di Bukowski e una serie di modi di dire e “frasi fatte” sgranate con gratuità al lettore; numerose anche le citazioni a pezzi di canzoni e ad autori italiani e stranieri (Ligabue, Vasco, Negramaro, Fabrizio De André, Radiofreccia, Guccini, Guns’n’roses), come pure ai film (L’ultimo bacio, V per vendetta).

Un romanzo atipico ed effervescente di un giovane e delle sue visioni sul mondo. Un’analisi nelle pieghe del proprio io che, al termine delle vicende narrate, lo porterà ad osservare il mondo con uno sprizzo di lucidità: «Fino a quel momento non ne avevo fatto entrare poi molte, di persone, all’interno del mio mondo».

Una scrollata al sé, e una maggiore consapevolezza del vivere nel hit et nunc.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi,  4 Luglio 2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Fuggirò con le scarpe e la sposa. Prima o poi” di Saimo Tedino, commento di Sandra Carresi

Fuggirò con le scarpe e la sposa. Prima o poi
di Saimo Tedino
Soleombra, 2013
 
Commento di Sandra Carresi
 

copParte tutto dal nome, a mio avviso: Saimo.

E sì, perché uno il nome se lo porta dietro fino alla morte e difficilmente lo cambia.

Direi, un libro “bevuto” velocemente, quindi che non mi ha annoiata. Sicuramente scritto da una penna giovane e sicura, aggiungo, “moderna” , considerando il linguaggio e l’affetto a certe parole del comune parlare fra amici intorno a una birra e ad altro.

Devi, carissimo, duellare con il verbo “volere” con quale, lo dici Tu, hai un rapporto di amore, ma seconde me, va bene così.

Estremamente ironico su tutto: l’altezza, la vita, la famiglia, gli amori, la Vita stessa.

Detto questo, non so se presto, fra dieci anni o quindici, prenderai il posto del non conosciuto – Gianvito Bonamassa – ma, intanto, giovane amico, probabilmente sei stato già in diverse case (nella veste di libro, non come umano che fa danni) e la cosa interessante è che, probabilmente sei piaciuto.

Buona vita e buona luce.

P.S. Tieni quelle scarpe a portata di mano…..

Sandra Carresi

“Penne d’aquila” di Susanna Polimanti, recensione di Lorenzo Spurio

Penne d’aquila
di Susanna Polimanti
Kimerik Edizioni, Patti (Me), 2011
ISBN: 978-88-6096-716-9
Pagine: 173
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

images“Penne d’aquila”, dell’amica Susanna Polimanti, è un romanzo che non lascerà indifferente il lettore. Il perché di questa affermazione il lettore lo sviscererà lentamente, pagina dopo pagina.

Il linguaggio chiaro e pulito, la ricca presenza di citazioni e riferimenti a testi “classici” della letteratura europea e non solo, rendono il percorso del lettore ulteriormente piacevole e motivo di riflessione sui temi che Susanna Polimanti affronta. Dolore, solitudine e senso d’apatia si intervallano a momenti d’evasione, flirt amorosi, serate spensierate con le amiche per poi risprofondare nella sofferenza per la dipartita di un congiunto, la desolazione interiore e lo scoraggiamento per una situazione lavorativa traballante, insicura, e ulteriore motivo di tormento. Ma il romanzo non è un elogio alla sofferenza, né una presa di coscienza sulla miserevolezza e la condizione disagiata dell’uomo nella società contemporanea, piuttosto è la trasposizione su carta di un animo sensibile che ha combattuto battaglie che l’hanno forgiata. Perché il libro è chiaramente una summa organica di motivi e riferimenti biografici della scrittrice (la citta natale dove scorre il fiume Topino, che è chiaramente la città di Foligno, la “cittadina delle Marche piena soltanto di salite e discese” (32) in cui vive che è di certo la città-capoluogo di Fermo, il lavoro di traduttrice-interprete, etc).

Il lettore è affascinato dalle pieghe intimistiche del romanzo ed accompagna mano nella mano la sua eroina, Virginia, ragazza dall’animo inquieto, sofferente, taciturna e minata –lo si dirà nelle primissime pagine del romanzo- da ricadute e svenimenti che, oltre a indebolirla, la conducono a domandarsi di continuo il perché di quegli avvenimenti.

La narrazione prende una virata più colorita quando la narratrice ci parla della sua introduzione al mondo del lavoro con colloqui, licenziamenti, contatti con dirigenti e quant’altro nella sua attività di interprete e traduttrice in imprese del calzaturiero nel Fermano (altro riferimento alla stessa autrice dove appunto vive ed ha lavorato).

“Penne d’aquila” è un romanzo di formazione: seguiamo Virginia dall’adolescenza fino alla maturità e nel trascorso degli anni intuiamo una crescita morale che si esplica nella felice riconciliazione con sé e nella scoperta del bello nel semplice, ma è anche e soprattutto un romanzo d’amore perché la componente formativa, di conoscenza del mondo, tipica del bildungsroman, non può non passare attraverso la conoscenza, l’attrazione e l’amore verso qualcuno. L’amore è di certo un elemento conoscitivo ed esperenziale di fondamentale importanza nel percorso di crescita e qui, nel romanzo di Susanna, è il tema che aggruma tutta la narrazione, come il finale agrodolce evidenzierà. Ma la crescita non può avvenire neppure senza aver sperimentato realtà spaziali differenti da quella natia ed è per questo che l’esperienza universitaria di Bologna, la singolare vacanza-studio in Germania, le trasferte lavorative a Copenaghen e a Shangai, oltre a significare momenti di lucido ritrovamento di se stessa, di pacificazione e di osservazione dei suoi problemi da fuori, funzionano come rinvigorimento di quell’essere a tratti depresso a tratti perturbato dai sentimenti contrastanti che l’amore spesso genera. Ma nella vita di Virginia –il cui nome non può che richiamare la grande scrittrice inglese che soffrì di depressione e che introdusse il celebre “flusso di coscienza”-  non mancano forti contraccolpi e momenti bui ad aggravare la pesantezza di un vivere tormentato quali sono la morte del padre, prima, e quella di una grande amica. Momenti difficili che pongono l’autrice ad elucubrazioni ancora più particolareggiate e di difficile risposta che affida soprattutto ad alcune citazioni che la scrittrice ha deciso di mettere all’inizio di ciascun capitolo.

Un romanzo d’indagine nelle pieghe dell’io, alla continua ricerca della ragione del mal di vivere e al contempo di una esasperata volontà di sentirsi amata. A volte –sembra sussurrarci l’autrice all’orecchio- non c’è una spiegazione chiara e definita a ciò che ci accade. Possiamo collegarlo a qualcos’altro o rintracciarne la causa in ciò che più ci fa piacere, ma il più delle volte le cose accadono per caso, per sbaglio, per coincidenze. Ed è proprio per questo che Virginia ed Angelo riusciranno a rincontrarsi dopo trenta anni e a riscoprirsi attratti, coinvolti, uniti in un amore mai del tutto esplicitato, ma che ancora una volta verrà vissuto troppo velocemente.

Nelle ultime pagine leggiamo: “Aveva imparato a sorridere, anche quando le circostanze le avevano impedito di farlo” (172). Il tempo dona esperienze, nuove amicizie, amori, regala viaggi, momenti di condivisione, ma porta con sé anche l’aggravarsi di malattie e ci priva di persone care. Forse, allora, la soluzione di tutto sta nel saper colloquiare con esso, riconciliandosi agli eventi passati senza rancori né recriminazioni, per consentire a quelle ali invisibili che tutti abbiamo, di spiegarsi e di dar vita a un soave volo. E magari di sorvolare sui lidi adriatici delle Marche di cui Susanna ci parla e dei quali io stesso condivido un grande attaccamento.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 6 Giugno 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

E’ uscito “Euterpe” n° 8, rivista a tema “Panta Rei: Tutto scorre”

LOGO COLORISiamo felici di comunicarvi dell’uscita del numero 8 della rivista di letteratura Euterpe e siamo a ringraziarvi per la vostra grande partecipazione. Il numero a tema “Panta Rei: Tutto scorre” raccoglie poesie, racconti, saggi, recensioni, interviste ed altri testi critici, oltre a varie segnalazioni.  

Nella rivista sono presenti testi di Lorenzo Spurio, Monica Fantaci, Massimo Acciai, Maria Rosaria Di Domenico, Fiorella Carcereri, Anna Maria Folchini Stabile, Monia Minnucci, Fabrizio Bregoli, Cristina Biolcati, Veronica Liga, Antonella Troisi, Annamaria Pecoraro, Giorgia Catalano, Sandra Fedeli, Felice Serino, Anna Alessandrino, Simona Verrusio, Maria Urbano, Carla De Falco, Luisa Bolleri, Alessandro Dantonio, Michela Zanarella, Giuseppe Bonaccorso, Sandra Carresi, Giuseppe Gambini,  Cristiana Conti, Pietro Rainero, Nadia Bertolani, Gianmario Camboni, Ilaria Celestini, Angela Crucitti, Gianluigi Melucci, Cinzia Baldini, Mauro Biancaniello, Valentina Mattia, Antoine Fratini, Umberto Del Negro, Francesco Paolo Catanzaro, Antonio Spagnuolo, Marzia Carocci, Barbara Lo Fermo, Emanuele Marcuccio, Apostolos Apostolou, Benedetta Toti, Miriana Di Paola, Iuri Lombardi, Luigi Pio Carmina, Martino Ciano, Veruska Vertuani, Claudia Piccinno, Anima e Oceano (Cristina Lania), Stefano Caranti, Giuseppe Guidolin, Lorenzo Campanella, Ivan Pozzoni, Vesna Andrejevic, Clemente Condello, Fiorella Fiorenzoni, Rita Stanzione.   

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf, cliccando qui.

Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “Disagio psichico e sociale”. I materiali dovranno essere inviati a lorenzo.spurio@alice.it (Oggetto: Euterpe) entro e non oltre il 15 Settembre 2013.  

Cordiali saluti  

Lorenzo Spurio

Direttore Euterpe  

Un sito WordPress.com.

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