Giovanna Fileccia e la “Poesia Sculturata”

Articolo di Lorenzo Spurio

Giovanna Fileccia è nata a Palermo dove ha vissuto fino all’adolescenza. Oggi risiede a Terrasini (PA). Ha frequentato l’istituto tecnico commerciale ma il suo amore per la letteratura l’ha portata verso materie umanistiche. Scrive poesia sia in italiano che in siciliano, è anche critico letterario e drammaturgo. Per la narrativa ha pubblicato il romanzo Oggetti in Terapia (2020), per la poesia ha all’attivo quattro pubblicazioni. Molte sue liriche sono state edite in varie antologie, volumi tematici e portate in scena in spettacoli teatrali diretti dal regista Riccardo Michelutti e recitate in vari luoghi e città d’Italia. In campo artistico va rilevato che è l’inventrice di una nuova espressione artistica, da lei stessa denominata (coniandone il relativo neologismo) Poesia Sculturata che consiste nell’allestimento di opere tridimensionali alle quale dà forma a partire dalle sue produzioni poetiche. Ha definito questo originalissimo approccio quale un suasivo e avvincente “mondo circolare e vasto, complesso e semplice, unico e sfaccettato”.

Per le sue opere tridimensionali generalmente utilizza materiali di recupero, materiali di risulta come peculiare della poor art, ma anche cartone, polistirolo, rame e stoffe (si veda la sedia “Imperia” esposta in più mostre personali) con prevalenza di elementi che si riconducono all’ecosistema mare (sabbia, alghe e conchiglie in primis). Con le sue opere plastiche ha tenuto molte mostre personali in vari contesti e la concretizzazione di queste sue ibridazioni tra i due codici espressivi è forte e percepibile leggendo il volume Marhanima (2017, con prefazioni del mai dimenticato Sebastiano Tusa e dell’architetto Alessandra De Caro, postfazione della psicoterapeuta Caterina Vitale) che contiene un testo poetico e le sue opere tridimensionali. Importante è il suo impegno sociale, lo testimonia la donazione della Poesia Sculturata dal titolo “Amore a due voci” tratta dall’omonima poesia, a “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” di Cinisi. È invitata di frequente a partecipare a convegni e incontri, anche nelle scuole, per parlare della sua creazione della Poesia Sculturata che richiama al rispetto dell’ambiente e al reimpiego dei materiali di scarto e di recupero, nonché al rispetto della Terra.

La Poesia Sculturata va nella direzione di una simbiosi attenta e istintiva che si crea tra parola e forma, tra suono e concretezza: le opere rappresentano il componimento poetico ma è anche vero che le opere scultore hanno una loro empatica didascalia nelle stesse liriche. Il procedimento sinottico e di ibridazioni tra arti e linguaggi apparentemente diversi fornisce risultati esaltanti e mai pronosticabili in partenza. L’artista Fileccia in questo modo fa del recupero e della conversione del residuale gli elementi di partenza per la creazione artistica dove è evidente anche il contenuto ecologico, e dunque il significato di empatia sociale e di salvaguardia ambientale. La concretizzazione del sentimento che è racchiuso nei versi e nelle strofe delle sue produzioni poetiche ben si esplica nelle azioni di plasmare, incollare, strutturare, comporre, levigare, intarsiare, sovrapporre, coniugare, ricondurre a un contesto dal chiaro significato oltre che di forte presa sul fruitore di quell’opera. Così lei stessa ha avuto modo di asserire nel corso di un’intervista: “La Poesia Sculturata mi offre, sia la possibilità di parlare ad ampio raggio della Terra, dell’ambiente, del riutilizzo, che di raccontare l’interiorità”[1].

Nel 2018 ha ideato e condotto il laboratorio artistico “Mandala: cerchio della vita” con annessa mostra di Poesia Sculturata ai Cantieri Culturali alla Zisa (Palermo). Nel corso degli anni mostre personali, incontri in gallerie e biblioteche non sono mancati. Tra i progetti più recenti citiamo la mostra online a quattro mani “Fibre di piombo”, con opere di Tiziana Viola-Massa e poesie della stessa Fileccia, che dopo la pandemia verrà allestita anche in presenza. L’allestimento virtuale ha consentito di vedere una buona quantità di opere e di visionare e leggere i testi poetici in internet dove è presente una videopresentazione[2].

A febbraio di quest’anno, con un video caricato sul suo profilo personale YouTube[3], l’artista ha dato a conoscere quella che può essere considerata un’ulteriore evoluzione e aggiunta al suo grande progetto working-in-progress ossia la “Poesia Sculturata in cartoline da donare” che sarà realizzata nel corrente anno in collaborazione con i Comuni di Palermo e Partinico. Un’iniziativa volta a una maggiore presenza sul campo, intesa a una capillarità della sua opera sul territorio, pensata come momento di condivisione e di partecipazione collettiva. Si sa – come hanno ben posto in evidenza – alcuni tra i maggiori critici – tanto letterari che artistici – che la fruizione dell’opera non è mai qualcosa di univoco e deciso sin dalle origini: suggestioni, empatia, significazioni interpretative, dialoghi ed echi, pur diversificati tra loro, possono nascere e fruire copiosi dalla partecipazione attenta e sentita del pubblico – del fruitore dell’opera – dinanzi ad essa. Ecco perché la Fileccia nel summenzionato video invita coloro che, nei vari spazi delle città che collaborano a questo “attacco d’arte”, troveranno le sue “cartoline artistiche” di fornirle un commento, un’impressione sulla data opera ritratta. È dal confronto tra autore e fruitore, tra artista e pubblico che possono nascere – non solo rapporti umani più o meno seri e duraturi – ma anche ulteriori significati, direzioni e vibrazioni per le opere interessate.

Nel suo nutrito curriculum letterario figurano anche le opere Sillabe nel Vento (2021, con prefazione di Veronica Giuseppina Billone), La Giostra dorata del Ragno che tesse (2015, prefazione di Giuseppe Oddo e postfazione di Francesca Currieri), Seta sul petto, per Alessandro che Di Mercurio aveva la forza e l’empatia (2020, con introduzione della stessa Giovanna).

Numerosi i riconoscimenti ottenuti tra i quali quello alla Cultura “Silva Parthenia” conferitole a Partinico nel 2015 e l’Encomio alla Cultura “La Biglia Verde” conferitole a Marsala nel 2017, “Diploma La Gru News” conferitole dalle maestranze del Comune di Cinisi nel 2020. È stata membro di giuria in vari concorsi tra cui il Premio Regionale “Sicilianamente” e il Concorso fotografico “Giovanni Meli” tenutosi a Cinisi nel 2015.

Numerosi e qualificati critici letterari ed esperti d’arte e di cultura si sono occupati della sua arte poetica e della sua Poesia Sculturata tra cui Maria Elena Mignosi Picone, Maria Antonia Manzella, Salvatore Maurici, Mariantonietta Mangiapane, Lidia Vitale, Pino Manzella, Giovanni Impastato, Silvio Grisafi, Francesca Currieri, Rosanna Maranto, Vincenzo Corona, Calogero Catania, Sandra Guddo, Giovanni Matta, Rosanna Maranto, Vincenzo Corona, Valentina Grazia Harè, Francesco Ferrante, Veronica G. Billone, Pippo Oddo, Caterina Vitale, Maria Rita Mutolo, Anna Barone, Cinzia Finocchiaro, Maria Antonietta Sansalone, Martina Emanuele, Vinny Scorsone, Silvio Ruffino, Vincenzo Cusumano, Giacomo Randazzo, Salvatore Mirabile, Sebastiano Tusa, Alessandra De Caro, Salvo Galiano, Pippo La Barba, Palma Civello, Santa Franco, Evelin Costa, Patrizia Iovine, Federico Baldini, Sara Missaglia, Luca Calvino, Emilia Ricotti, Sara Favarò, Cinzia Romano, Rosario Sanguedolce, Domenico Sinagra, Adriana Fresina, Antonino Schiera, Rosario Loria, Chiara Fici.

LORENZO SPURIO

La riproduzione del presente articolo, anche in forma di estratti e su qualsiasi supporto, non è consentita senza il consenso da parte dell’autore.

Bibliografia

Sito personale dell’autrice: https://giovannafileccia.wordpress.com 

Intervista a Giovanna Fileccia a cura di Chiara Fici: http://www.globusmagazine.it/giovanna-fileccia-la-coffa-simbolo-della-sicilia/#.X_yyW-DSJkw

Intervista a Giovanna Fileccia a cura di Antonino Schiera: https://antoninoschiera.blog/2020/10/09/poliedrica-e-creativa-la-scrittrice-giovanna-fileccia-si-racconta-per-noi/

Il sito\blog di Giovanna Fileccia Io e il Tutto che mi attornia: https://giovannafileccia.com/


[1] Chiara Fici, “Giovanna Fileccia e la coffa come simbolo della Sicilia”, «Globus Magazine», 25/05/2020, link: http://www.globusmagazine.it/giovanna-fileccia-la-coffa-simbolo-della-sicilia/#.YAIQinZKjIV (Sito consultato il 15/01/2021).

[2] Rimando a questo link che fa riferimento alla notizia di tale mostra, con foto, videopresentazione e premessa della poetessa, pubblicati sul suo sito ufficiale in data 23/12/2020: https://giovannafileccia.wordpress.com/2020/12/23/fibre-di-piombo-mostra-di-tiziana-viola-massa-e-giovanna-fileccia-video-e-opere/ (Sito consultato il 15/01/2021).

[3] Il video è raggiungibile a questo link: https://www.youtube.com/watch?time_continue=499&v=BpdaW2yBdJk&feature=emb_title

“La Grande Madre e gli dèi del cielo”, saggio antropologico di Cinzia Baldazzi

Saggio di Cinzia Baldazzi[1]

 

     Nel 1938 Carl Gustav Jung, nello studio Gli aspetti psicologici dell’archetipo della Madre, così la definiva:

La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole.

     Nelle rappresentazioni di epoca antichissima troviamo l’immagine, sotto forma di piccole statue, di un ente supremo definito Grande Madre da archeologi, etnologi, storici della religione. Racconta Umberto Galimberti:

Nell’area mediterranea ne sono state reperite cinquantacinque contro le cinque maschili, atipiche e malfatte, che rappresentano giovanetti in tenera età. Ciò lascia supporre che la divinità maschile subentri solo in un secondo momento e che il rango della divinità-figlio sia stato conferito solo successivamente dalla divinità madre.

     Si tratta di una deità femminile primordiale, còlta in molteplici forme e ospitata in un’ampia gamma di popoli, civiltà e culture sparsi nel mondo, dalle comunità di cacciatori-raccoglitori del Paleolitico ai clan dedicati all’agricoltura e alla pastorizia del Neolitico. La Grande Madre è alla fonte di un circuito ininterrotto di nascita-sviluppo-maturità-declino-morte-rigenerazione, tipico della vita umana quanto di cicli naturali e cosmici. Il carattere femmineo appare quindi necessario elemento mediatore fra il terreno e il trascendentale. L’uomo, il principio maschile, sembra essere completamente escluso dall’immaginario primitivo, probabilmente in quanto il meccanismo della fecondazione non era ancora chiaro alla coscienza.

    1 Le sembianze – visibili nella celebre Venere steatopigia di Willendorf – pongono in rilievo il simbolismo corrispondente a un “vaso pieno”, ottenuto enfatizzando gli attributi peculiari dell’icona muliebre e penalizzandone altri: mammelle e ventre spesso composte in un grappolo unitario, bacino dilatato, testa senza viso, femore e cosce sottili e sproporzionate, piedi esili del tutto insufficienti a reggere il corpo enorme, infine braccia e piedi appena accennati.

     Riguardo l’asse temporale, la prevalenza di un simile personaggio occupa un periodo esteso che, almeno in Europa, copre gli anni dal 35.000 a.C. al 3.000 a.C. circa; in talune aree del Mediterraneo (tra cui Creta) permane sino al II millennio a.C. inoltrato. La celebrazione della Grande Madre attesterebbe quindi l’esistenza di tribù matrifocali nel Paleolitico e nel Neolitico. Prosegue Galimberti:

     La mancanza di agilità e di forma fa assumere alla Grande Madre una postura sedentaria in stretta aderenza alla terra in cui spesso è incorporata. Anche quando sta in piedi, il suo centro di gravità la spinge verso il basso, verso la terra che, nella sua immobilità, è la sede del genere umano. Seduta, poi, la grande Madre è la dèa troneggiante, quindi la forma originaria del trono stesso.

     Grazie all’esplosione demografica causata dall’introduzione dell’agricoltura e alla relativa crescita di culture ramificate, le “competenze” proprie della gloriosa antenata si scindono e si diversificano in svariate icone muliebri. La Somma Divinità, pertanto, pur seguitando ad esistere accompagnata da liturgie specifiche, si moltiplica in personificazioni distinte per sovrintendere all’amore sensuale (Ishtar-Astarte-Afrodite-Venere), alla fecondità delle donne (Ecate triforme), alla fertilità dei campi (Demetra-Cerere-Persefone-Proserpina), alla caccia (Kubaba-Cibele-Artemide-Diana). Poiché il ciclo naturale delle messi implica le tappe di morte e rinascita del seme, la Grande Madre si connette anche a cerimonie legate alla Luna: tra i riti arcaici riservati alle donne, i più remoti sono quelli di Mater Matuta e della Bona Dea.

     L’origine matrifocale dei clan rurali è stata approfondita dalla studiosa lituana Marija Gimbutas, ponendo enfasi sul ruolo femminile sociale della donna in epoca Neolitica.  Ciò sarà evidente, in seguito, nell’appellativo di “figlio della dèa” attribuito a talune divinità (come Διόνυσος-Diònisos) vincolate alla terra. Un nesso determinante nello sviluppo delle religioni ancestrali è infatti il legame autoritario, il rapporto iniziatico, tra la madre archetipica e il suo compagno, caratterizzato dall’essere minore di lei – per età e poteri – e dal ricoprire spesso il ruolo di giovane amante, assai simile a un figliolo (si veda in proposito la coppia Cibele-Attis).

     Nelle feste e nei misteri per evocare la prosperità, onorare la Madre indica il procedere delle stagioni, insieme alla domanda universale dell’essere umano di poter rivivere al pari dei semi dal terreno. Il processo di rigenerazione la rappresenta con fattezze di rana, pesce, porcospino o clessidra, con doppi triangoli e pietre a spigolo adeguati a evocare una stilizzazione combinata con rami e germogli.

     Accanto al vaso primigenio – in analogo al grembo materno – e alla forza ctonia (da khtòn, Terra), la mitologia le conferisce anche la veste di albero della vita: la genitrice trae alimento da salde radici piantate nel suolo, innalza fronde e foglie per delineare un’ombra protettiva nella quale il nucleo vivente trova rifugio. Significativa la parentela con il vocabolo spagnolo madera (“legname”), affine a «madre», «materia», a cui pure risale l’aggettivo greco madaròs (“umido”, “inzuppato”), il latino madidus (“bagnato”). Spiega ancora Galimberti:

In Egitto il pilastro Ded, conficcato nel monte, è il «legno della vita da cui nascono gli dèi», fino alla più recente simbologia giudaico-cristiana dove il figlio della Vergine nasce nella mangiatoia di legno e muore sulla croce «albero della vita e della morte». La materia lignea, infatti, oltre che madre della vita è anche madre della morte, è il sarcofago divoratore di carne, la cassa che racchiude nella forma dell’albero-pilastro Osiride nel suo legno.

     Ciò vuol dire che tutti i simboli collegati alla Grande Madre, o comunque vicini alle proprietà “materne”, sono di fatto contraddistinti da una forte ambivalenza, da una duplice natura, positiva e negativa: la “madre amorosa” e la “madre terribile”.

     Secondo Carl Gustav Jung, il creatore della “psicologia del profondo”, tutti siamo collegati con numerosi archetipi, ovvero con contenuti primordiali e universali presenti nell’inconscio collettivo: la Grande Madre è sicuramente una delle “immagini” con cui forse più spesso e profondamente entriamo in relazione. Rimane attuale l’interrogativo posto da Jung, vale a dire se tale figura, potenza dell’Inconscio, sia piuttosto salvatrice e nutrice, che non deleteria e distruttiva. Sono quindi altrettanto importanti le istanze negative di cui è portatrice:

Ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile.

     La psicologa Anna Maria Cebrelli ha così dettagliato questo aspetto:

In quanto espressione di vita è connessa ai cicli di nascita e morte: ogni nascita, infatti, presuppone la “morte” di uno stato precedente. In questa apparente ambivalenza, la Grande Madre può diventare anche terribile, vorace, predatoria. È il suo “lato ombra”: è la caverna fredda e oscura e anaffettiva; è il vaso che non lascia più uscire il suo prezioso contenuto (che quindi non può crescere, svilupparsi, emanciparsi e diventare autonome; rimane invischiato in una relazione opprimente e vincolante o comunque mantiene tratti infantili, filiali), è la Madre Matrigna che non nutre, non si prende cura ma può uccidere, maltrattare. Non ama più, pensa solo a se stessa.

     Ecco una prima inversione di rotta nel percorso mitico, religioso e antropologico. Nel ragionamento di Galimberti scaturisce una svolta storicamente indiscussa, poiché egli riporta le celebri parole di Platone nel Timeo:

Noi uomini non siamo come le piante della terra, perché la nostra patria è il cielo, dove fu la prima origine dell’anima e dove Iddio, tenendo sospesa la nostra testa, ossia la nostra radice, tiene sospeso l’intero nostro corpo che perciò è eretto.

     Dall’adorazione della fertilità femminile, dalle simbologie del vaso e dell’albero, l’umanità si va separando per volgere lo sguardo verso il cielo. L’itinerario dell’uomo, lungo un tracciato millenario e irreversibile, progredisce dalla sfera terrestre al firmamento, dalle divinità ctonie a quelle uraniche, dalla terra-madre al cielo-padre: è l’allontanarsi dalla visione sensibile di tracce cariche di sostanza verso l’intelletto della loro essenza depurata dall’immaterialità. Il mito narra le tappe di tale sentiero, il graduale avanzamento dai culti della Grande Madre alla venerazione degli dèi dell’Olimpo; la filosofia è pronta a cogliere il messaggio profondo del cambiamento. Ma, alla luce dei millenni trascorsi, un simile genere di passaggio non è stato incontrovertibile, non ha annullato le origini, in quanto, da tempo, la materia ha ripreso importanza e la Terra continua a catturare attenzione con il surriscaldamento, i terremoti, le alluvioni, le attività dei vulcani.

     In certa misura, la filosofia avrebbe ancora un compito maieutico, materno: rappresenta un’unione non riscontrabile in un immediato scenario di applicazioni pratiche, piuttosto nella qualità di plasmare la ψυχή (psiuké) umana, agevolando la nascita del prezioso, famoso “senso critico”, oggi fondamentale se inserito nel contesto di un sistema teso, al contrario, a coltivare concetti espressi acriticamente da nozioni considerate già appurate.

     Dalle viscere dell’anima e della cultura, la filosofia rende possibile l’affiorare di un raziocinio operativo dove la ricerca è ogni volta condotta alla scoperta del mondo stesso da cui ha tratto origine, accogliendo l’individuo in un’apertura totale dal χάος preesistente (khàos, “disordine” o “lacuna”) alla struttura di ordine denominata κόσμος (kòsmos). In un tale status d’idee, nel κόσμος si imporrebbe la sua parola e, nel cammino quotidiano verso l’ignoto, da quasi tre millenni avanza la filosofia. Di certo, nell’orizzonte di un pensiero speculativo proiettato verso l’alto e rivolto al futuro, l’ambiente circostante e l’immanenza terrena sono garantiti dalle fattive radici della ragione, facoltà appartenenti all’uomo materiale.

3

     Ma il pensiero non può essere giudicato solo figlio dei dati sensoriali, cioè qualcosa pertinente in esclusiva ai cinque sensi: dovremmo in tal caso supporre che le conoscenze effettive siano valide a patto di venir acquisite nell’arco sensibile, ritenendo di conseguenza vaghi i costrutti ideali frutto del meditare. Per fortuna, la storia ha dimostrato quanto il meccanismo logico-filosofico sia sostanziale anch’esso, coincidendo con processi generativi dell’apprendere gestiti fin dalle origini. Cosa resterebbe, altrimenti, dell’intero insieme della conoscenza, rielaborata riflettendo su dati concreti?

     Torniamo così all’antinomia indicata da Galimberti:

Dalla terra al cielo è dunque l’itinerario compiuto dall’uomo, nel suo lento passare dalla visione sensibile delle cose cariche di materia a quella intelligibile della loro essenza depurata dalla materia. Il mito racconta le cose come sono veramente andate: il lento passaggio dai culti della grande Madre ai culti degli dèi uranici; la filosofia coglie il senso di questo passaggio che è nella natura dell’uomo originariamente aperta alla visione.

     Nelle consuetudini primordiali – in specie nelle aree europee, mediorientali, indiane – incontriamo mitologie, leggende, ritualità rappresentative di un legame fra il regno della madre (terra) e il dominio del padre (cielo). Nella prospettiva storica, il tutto è dovuto a una serie plurimillenaria di contatti e conflitti capaci di avvicinare e mettere in relazione i gruppi agricoli e stanziali del bacino del Mediterraneo con i popoli delle steppe, ovvero i nomadi dediti all’allevamento nelle coste del Mar Nero, nell’Asia Centrale, nelle regioni dell’Arabia. Fra stratificazioni etniche tanto diverse talora prevale il contrasto, talvolta la coesione: questa gamma di discordie e di simbiosi si rivelerà all’altezza di modellare lo spirito delle grandi civiltà classiche – romana, ellenica, iranica, indiana – profondamente sincretiste e al contempo provviste al loro interno di robuste tensioni simboliche.

     Nel complesso sintetizzato dalla mitologia matura, le connessioni fra dèe terrestri e dèi celesti esprimono una cosmologia “dinergica” (emblema di dualismo), dotata di armonia e integrazione, in cui ognuno dei poli rimanda all’altro. La dinergia immanente è, ad esempio, iscritta nell’immagine dell’uovo (indice latente del progredire, del mistero antecedente all’essere), e nell’intreccio di uomo-donna, trascendenza-immanenza, arricchita dall’intreccio di tratti androgini ed ermafroditi, in alcune iconografie di dèi maschili, ad esempio Κρόνος/Saturno ed Ἑρμῆς/Mercurio.

     La simbologia degli dèi del cielo finisce per sovrapporsi alla galleria dei numi femminili della terra, comunque senza annullarla: quest’ultima, pure emarginata, continuerà ad informare di sé in maniera decisiva l’estro individuale, la tecnica artistica, le nuove istanze di fede.

     E sarà forte, allora, la nostalgia per quel periodo, ormai avvolto nella notte dei tempi, in cui il cielo fa la sua comparsa ma è ancora dipendente dalla terra, quando insomma la ridefinizione dell’uomo, la reinterpretazione del proprio posto nell’universo, transita ancora nella feconda contaminazione tra gli agricoltori residenziali, con le radici nella divina madre terra, e i popoli migranti degli allevatori, i quali alzano lo sguardo al cielo affinché le stelle indichino loro il cammino.

CINZIA BALDAZZI

 

 

Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione alla stesura del testo.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DI RIFERIMENTO

Carl Gustav Jung, Gli aspetti psicologici dell’archetipo della Madre, in “Gli archetipi e l’inconscio collettivo”, Opere, vol. IX, tomo 1, Torino, Bollati Boringhieri 1997, p.83

Marija Gimbutas, Il linguaggio della dèa, trad. Nicola Crocetti, Milano, Longanesi 1990

Marija Gimbutas, Le dèe viventi, trad. M. Doni, Milano, Medusa Edizioni 2005

Umberto Galimberti, Le origini del pensiero filosofico greco, in Emanuele Severino (a cura di), Storia del pensiero occidentale, vol. 1, Milano, Mondadori 2019, pp. 24-26

Anna Maria Cebrelli, Grande Madre: l’archetipo dell’origine femminile di ogni cosa, 12 maggio 2017, https://www.greenme.it/vivere/mente-emozioni/grande-madre-archetipo/

Massimo Donà, “Nomos” e singolarità, in “Quaderni di inSchibboleth”, vol. 1/2018, n.9, “Invisibile ed esperienza”, Roma, 2018

 

 

[1] Cinzia Baldazzi, romana, classe 1955, si è laureata in Lettere Moderne a “La Sapienza” in Storia della Critica Letteraria. È stata cronista teatrale negli anni ’70 e ’80 su quotidiani e periodici, quindi sulle testate online “Scenario” e “News Arte Cultura”. Collabora ai blog “On Literature” e “Alla volta di Léucade”, nonché alla rivista digitale “Euterpe”. Tra le pubblicazioni, Passi nel tempo (2011), commenti a quindici poesie di Maurizio Minniti; EraTre (2016), con il poeta Concezio Salvi e il pittore Gianpaolo Berto; Orme poetiche (2016), antologia di poeti curata da Pasquale Rea Martino; Duecento anni d’Infinito (2019), con Maurizio Pochesci, antologia poetica per il bicentenario dell’idillio leopardiano. Tra i riconoscimenti alla carriera, il “Labore Civitatis” all’interno dell’evento “Tra le parole e l’infinito” (2018). Svolge da tempo un’intensa e riconosciuta opera di diffusione della poesia attraverso divulgazione di nuovi autori, presentazione di libri, organizzazione di incontri tra poeti, coordinamento di reading, interventi critici in caffè letterari. Il suo blog http://lamemoriadiadriano.blogspot.com/ è dedicato a letteratura, arte e musica.

I edizione Premio Nazionale “Città del Maglio” – Fabriano (AN)

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Il Premio Nazionale di Poesia e Arti Visive “Città del Maglio” ideato, fondato e presieduto da Emanuela Antonini (biologa, poetessa, scrittrice), è sostenuto dall’ Ente Autonomo Palio San Giovanni Battista, in collaborazione con il Comune di Fabriano, si articola nelle seguenti sezioni:

A – Poesia inedita in vernacolo

B – Poesia inedita in lingua italiana

C –  Fotografia

D – Pittura

La versione in vernacolo dovrà essere accompagnata necessariamente dalla relativa traduzione in italiano.

 Sezione A – Poesia inedita in vernacolo

Il concorrente partecipa con un massimo di tre poesie inedite, a tema libero, mai premiate in altri concorsi (per premiate si intende classificate nei primi tre posti, fino alla scadenza del bando), pena la squalifica. Ciascuna di lunghezza non superiore ai 40 versi, in formato Word (carattere Times New Roman 12), in 7 copie, di cui una sola firmata e completa dei dati personali dell’autore(nome, cognome, indirizzo, numero telefonico, eventuale e-mail, facoltativo sintetico profilo artistico).

Sezione B – Poesia inedita in lingua

Il concorrente partecipa con un massimo di tre poesie inedite, a tema libero, mai premiate in altri concorsi (per premiate si intende classificate nei primi tre posti, fino alla scadenza del bando), pena la squalifica. Ciascuna di lunghezza non superiore ai 40 versi, in formato Word (carattere Times New Roman 12), in 7 copie di cui una sola firmata e completa dei dati personali dell’autore(nome, cognome, indirizzo, numero telefonico, eventuale e-mail, facoltativo sintetico profilo artistico).

Sezione C Fotografia a tema “L’uomo e la città creativa ”

Il concorrente partecipa con un massimo di 3 fotografie, in tecnica tradizionale o digitale, a colori o in b/n, nel formato minimo di cm 13×18 e massimo cm 20×30. La risoluzione di ogni foto dovrà essere in formato in formato JPG con risoluzione 300 dpi.  Le opere non dovranno essere premiate fino alla scadenza del bando. Su un foglio a parte riportare il nome dell’artista, titolo, dimensioni e l’anno di esecuzione.

Ogni concorrente sarà responsabile delle eventuali liberatorie rilasciate dai rispettivi soggetti ripresi, liberando di fatto l’organizzazione del Premio da responsabilità e obblighi derivati(Allegato A).

Sezione D Pittura a tema “L’uomo e la città creativa”

Si partecipa con due opere, la tecnica da usare è libera (olio, tempera, acrilico, vinile, collage, grafite, inchiostro, matita), inviando foto a colori e/o in b/n esclusivamente in formato minimo di cm 13×18 e massimo di cm 20×30. Le opere non dovranno essere premiate fino alla scadenza del bando. Il formato del dipinto originale dovrà rientrare nelle misure da 30×30 a 70×50 con o senza cornice. Su un foglio a parte riportare il nome dell’artista, titolo, la tecnica eseguita, dimensioni e l’anno di esecuzione.

Il giorno della premiazione le opere artistiche vincitrici e finaliste, originali, verranno esposte nella sala Oratorio della Carità. Per facilitare l’allestimento ogni singola opera dovrà essere munita di attaccaglia debitamente montata e funzionale.

REGOLAMENTO

1 –   Possono  partecipare  Autori  italiani e stranieri che abbiano compiuto il 18°anno d’età.

2 – Ogni Autore sarà responsabile dell’autenticità e del contenuto della propria opera che non dovrà essere in contrasto con l’etica morale e civile. Compilare relativa scheda.

3 –   Gli   elaborati  letterari inediti non verranno restituiti, ma distrutti, mentre le opere artistiche rimarranno  di proprietà degli Artisti.

4 –   La    tassa    di    lettura   per     ogni sezione   è   di   €  15,00,  per due sezioni € 25, per tre € 30, per quattro € 35.

5 –   Le  opere  dovranno  essere   inviate in busta chiusa, sulla quale è obbligatorio specificare la sezione a cui si partecipa, entro  il  31 marzo 2019( farà fede il timbro postale) unitamente alla scheda di partecipazione, l’allegato A( per la sez. fotografia) e ricevuta del versamento effettuato tramite bonifico al cod. IBAN IT33 I 03069 21103 1000 000 11741, intestato a Ente Autonomo Palio S. Giovanni Battista, causale: Nome e Cognome dell’Artista – Premio Nazionale di Poesia e Arti Visive “Città del Maglio” 2018.

L’invio deve essere indirizzato al Presidente del Premio:

 Dr. EMANUELA  ANTONINI

(Premio Nazionale “Città del Maglio”)

Via Nebbiano 56/A 

60044 Fabriano – AN

6 –   Non  si  assumono  responsabilità  per eventuali  disguidi  o  smarrimenti  postali nell’invio delle opere.

7 –   Solo   i vincitori e i   concorrenti   premiati saranno   informati    del      risultato   ottenuto  per   poter  partecipare   alla  Cerimonia  di  Premiazione. Il verbale di Giuria potrà essere visionato sul sito dell’Ente Autonomo Palio (www.fabrianopalio.it), su Concorsi Letterari (www.concorsiletterari.it) e Literary (www.literary.it/premi) a partire dalla fine di maggio. 

8 –   Ogni Autore dichiara che ogni opera è frutto del suo ingegno e ne detiene tutti i diritti e/o eventuali permessi da parte di terzi, sollevando e mantenendo indenne l’organizzazione del Premio da qualunque tipo di responsabilità, da violazione di Copyright, plagi, pretese, dichiarazioni mendaci, rivendicazioni,  costi, oneri e/o spese di qualsivoglia natura, che dovessero essere sostenute a causa del contenuto dell’opera e della sua esposizione in pubblico.

9 – Premi

Per ogni sezione si provvederà ad attribuire i seguenti premi:

1° premio – Trofeo del Fabbro,  simbolo di Fabriano, con motivazione della Giuria.

2° premio – Grande coppa “Città del Maglio” con targhetta personalizzata e diploma.

3° premio – Artistica coppa “Città del Maglio”, con targhetta personalizzata e diploma.

Verranno altresì assegnati due Menzioni d’Onore per ogni sezione e Premi Speciali a discrezione della Giuria.

10 – Giuria

Le Commissioni di Giuria, diversificate per le varie discipline, saranno così costituite:

Sezione Poesia (Sezioni A, B)

Presidente di Giuria: Teseo Tesei

Commissione di Giuria: Marco Antonini, Nadia Ghidetti, Annamaria Giorgi, Francesca Innocenzi, Valerio Mingarelli, Flavia Scebba.

Sezione Fotografia (Sezione C)

Presidente di Giuria: Andrea Bevilacqua                                                                             Commissione di Giuria:

Commissione di Giuria: Massimo Baldelli, Maurizio Cimarra, Daniela Mezzanotte, Carmela Mansi Difrancesco, Rolando Paoletti, Victor Torresan.

Sezione Pittura (Sezione D)

Presidente di Giuria: Ezio Tambini

Commissione di Giuria: Sara Antonini, Patrizia Balducci, Tiziana Bargagnati, Roberta Gagliardini, Massimo Melchiorri, Vittorugo Sassi.

11- Chi non potesse intervenire e non avrà un delegato potrà ricevere il premio a casa, dietro preventivo pagamento delle relative spese di spedizione che verranno comunicate a mezzo mail all’interessato. Non si spedirà in contrassegno.

12 – Ai sensi  della   Legge UE n. 679 del 2016 noto come GDPR sulla protezione dei dati personali dei concorrenti, gli stessi saranno utilizzati esclusivamente per il  Premio, con finalità di propagandare la manifestazione, senza fini di lucro. La partecipazione al Premio “Città del Maglio” comporta l’accettazione automatica di tutte le clausole contenute nel presente bando, che a giudizio degli organizzatori potrà subire qualche variazione.

 

Dott. Sergio Solari – Presidente Ente Palio

Dr. Emanuela Antonini – Presidente del Premio

 

Info: Segreteria del Premio: 0732042190

lunedì, mercoledì e venerdì, ore 15,00-18,00

Associazione Ente Palio: 0732626848

Presidente del Premio dr. Emanuela Antonini: elantonini@libero.it – cel.3483932635

 

 

ALLEGATO A – MODELLO LIBERATORIA

 PREMIO NAZIONALE di POESIA e ARTI VISIVE

“CITTÀ DEL MAGLIO”

 

SEZ. FOTOGRAFIA A TEMA “ L’UOMO E LA CITTÀ CREATIVA”

 lo sottoscritto/a  (nome e cognome del soggetto)

 Nato/a a                 il                      .

 Residente in via                   

 Città                         CAP                     Prov(….)                              

con la presente AUTORIZZA la pubblicazione delle proprie immagini riprese dal Sig.

Ne vieta altresì l’uso in contesti che ne pregiudichino la dignità personale e il decoro.  La posa e l’utilizzo delle immagini sono da considerarsi effettuate in forma gratuita.

Luogo e Data,    .

Il soggetto ripreso (firma leggibile)

 

Il fotografo (firma leggibile)

 

INFORMATIVA SULLA PRIVACY

Ai sensi  della  Legge UE n. 679 del 2016 noto come GDPR sulla protezione dei dati personali dei concorrenti informiamo che i dati da Lei forniti saranno trattati nell’ambito dell’attività istituzionale dell’Ente organizzatore esclusivamente ai fini dell’ottimale svolgimento dell’iniziativa in oggetto.

 Il soggetto ripreso (firma leggibile)

 

Scheda di Partecipazione 

(La scheda deve essere compilata in ogni sua parte)

 

 Nome/Cognome _______________________________________

 Nato/a a                               il______________

 Residente in via____________________________  Città____________________________

 Cap__________  Provincia___________________

 Tel. ___________________________________ E-mail __________________________________

  Partecipando al Premio accetto tutte le clausole del Regolamento del Bando

 Partecipo alla/e sezione/i:

  A POESIA IN VERNACOLO (indicare i titoli delle poesie)

_______________________________________

 _______________________________________

 ______________________________________­­­­­_

   B POESIA IN LINGUA (indicare i titoli delle poesie)

_______________________________________

 _______________________________________

 _______________________________________

   C FOTOGRAFIA A TEMA “ L’UOMO E LA CITTÀ CREATIVA”(indicare i titoli dei quadri)

_______________________________________

 _______________________________________

 _______________________________________

   D PITTURA A TEMA “L’UOMO E LA CITTÀ CREATIVA (indicare i titoli dei quadri)

_______________________________________

 _______________________________________

 _______________________________________

 

         Forma di pagamento della tassa di partecipazione Bonifico bancario  

          L’autore è iscritto e tutelato dalla SIAE?           

                      SÌ                     NO

  

PER PARTECIPANTI SEZIONI  A, B

Dichiaro che il/i testi è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo. Sono a piena conoscenza della responsabilità penale prevista per le dichiarazioni false allart. 76 del D.P.R. 445/2000.

  Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) allo scopo del Concorso in oggetto e per iniziative organizzate dall’Ente Palio di Fabriano .

 Firma___________________________   Data _________________________________

  ********************************************

 PER PARTECIPANTI SEZIONI C, D

Dichiaro che le opere presentate a concorso sono di mia esclusiva produzione e che ne detengo i diritti a ogni titolo. Sono a piena conoscenza della responsabilità penale prevista per le dichiarazioni false allart. 76 del D.P.R. 445/2000.

  Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) allo scopo del Concorso in oggetto e per iniziative organizzate dall’Ente Palio di Fabriano.

  Firma___________________________________  Data _________________________________

 

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Il bando di partecipazione del Premio letterario “Eyelands Book Awards” per opere edite/inedite in lingua inglese

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EYELANDS BOOK AWARDS

Eyelands.gr literary magazine in collaboration with Strange Days Books  organize an annual international short story contest, and a flash fiction contest, the only international  story contests based in Greece. Every year, writers from all the continents of the world participate in them.

The short story contest has been running continuously for the past eight years, offering hundreds of writers the opportunity to see their short story printed in one of our collections, created through the contest entries. For many of these writers it is the first time that a story of theirs is printed in a book or featured online. The jury reads all submissions blind.

The English section of  the EISSC contest has been recognized as a truly reliable, fair and serious short story contest. Every year, many reputable websites, such as

https://duotrope.com/, https://www.booktrust.org.uk/, www.justacontest.com, www.londoncomedywriters.com, www.literarylightbox.com
https://www.writersandartists.co.uk/ virtualwritersinc.com,

www.prizemagic.co.uk, www.artsjobs.org.uk, https://www.inkitt.com, http://www.writermag.com, http://creativewriting.ie
http://www.zapmeta.ws, https://nothingintherulebook.com

http://www.allwritemoya.com, http://www.christopherfielden.com

http://www.writersreign.co.uk, https://ilpiacerediscrivere.it/

                                    

and many others all over the world post the announcement of our contest, which has earned its reputation year after year, by honoring all its promises, following the rules meticulously and meeting all criteria that allow a contest to gain respect and recognition on an international level.

The flash fiction contest made a very successful start this year and we are very proud of it but we try another project here, the Eyelands Book Awards

www.eyelands.gr

e-mail:  info@eyelands.gr

Facebook: https://www.facebook.com/eyelands.portal

https://eyelandscontes.wordpress.com/

PRIZES

Grand prize (published books): Five-day holiday in Athens plus a special handmade ceramic designed especially for Eyelands Book Awards and publication (excerpts) online on our website.

Grand prize (unpublished books): Publication from Strange Days Books

Six more prizes one for each category of every section also win a a special handmade ceramic designed especially for Eyelands Book Awards

Certification document for every prize.
Final results are to be announced on December 20th 2018.

The award will be given in a special ceremony in Athens
Award Ceremony: 5th of May, 2019
Place: Polis Art café, Athens, Greece

Judges: Andriana Minou (poetry), Gregory Papadoyiannis (novels, novellas), Antonis Tsirikoudis (short stories)

Entry fee: $30

SUBMISSION GUIDELINES & DATES & DETAILS

Opening: Monday, July 2, 2018

Closing: Tuesday, October 20, 2018 at midnight PST.

Submit your book or manuscript online or via snail mail with a $30.00 entry fee

Eligible submissions include: poetry, novellas, short story collections, novels.

Multiple submissions allowed (with a separate fee for each submission).

Simultaneous submissions allowed, but please notify us if full manuscript is accepted elsewhere. 

Finalists for every category to be announced on November, 20, 2018

Final results are to be announced on December, 20, 2018.

There are no restrictions regarding nationality

Participants must be 18 years old otherwise we need parents’ consent to accept the submission.

Manuscripts must be written in English.

There is no restriction about the form or style of writing. We prefer the pages to be numbered. Files should be uploaded as an MS Word document or PDF. Fill the entry form, copy and paste it in the body of your email.

 

Submit your manuscript to:

eyelandsmag@gmail.com  [or]  strangedaysbooks@gmail.com

or send your book by post to:

Chimarras 6, 74100, Rethymno, Crete, Greece 

 

PRIZES & PUBLICITY

Section: Published books

Grand Prize: A five-day holiday in Athens plus a special handmade ceramic designed especially for Eyelands Book Awards and publication (excerpts) online on our website. Eyelands cover all accommodation costs for the award winner. Air tickets not included. The author must agree to participate in the EBA ceremony (which will be held in Athens at the time of his/her holidays) and the related publicity (interviews e.t.c.).

There will be five finalists for each category.

Three more prizes one for each category also win a special handmade ceramic designed especially for Eyelands Book Awards

Certification document for every prize.

Section: Unpublished books

Grand prize: Publication from Strange Days Books. Released via amazon.com (international release) & from Strange Days Books

Three more prizes one for each category also win a a special handmade ceramic designed especially for Eyelands Book Awards

There will be five finalists for each category.

Certification document for every prize.

For each entry, submit the book, entry form, and $30 fee (via paypal). Registration will be confirmed via email. In December, all entrants will be notified of winners. Please fill in, copy and paste the entry form in the body of your email

ENTRY FORM & PAYMENT

Pay via paypal – See the banner on this website

Click the «buy now» button. Fill the description with: EBA

Entry fee is 30.00 $

* After the payment is complete, you can send the email with your manuscript as an attachment and the entry form completed, copied and pasted in the body of your email

*An email confirmation that your entry has been received will be sent within three/four days

* We do accept simultaneous submissions

* Every writer can submit more books with the payment fee of $30 for every one of them

* Name and address of the author are to be submitted only in the body of the email

*There is no fee for the first prize winners of previous eyelands international short story contests

*Click here to download the entry form: ENTRY FORM_EBA

*All books must be published between September 20, 2016 and September 20, 2018.

 

ENTRY FORM (submit one entry form per book):

Book Title:

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Author:

_______________________________________

Category:

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Publisher: (for published books only)

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ISBN: (for published books only)

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Contact Information

 

Name:

_______________________________________

E-Mail:

_______________________________________

Phone:

_______________________________________

Address:

_______________________________________

AWARD CATEGORIES (select one per entry application):

The following are eligible:

1/Full-length books of fiction (novels or novellas)

2/ Collections of short stories by one author

3/Collected and selected poems by one author*                            

*any novel (up to 500 pages)  or book of poetry (up to 250 pages) written by a single author is eligible

EBA follows the CLMP Contest Code of Ethics.

If you have any questions, please contact us at
eyelandsmag@gmail.com  [or]  info@eyelands.gr   [or]  strangedaysbooks@gmail.com

 

LINKS
www.eyelands.gr
https://eyelands.gr/english-section/
https://eyelandscontes.wordpress.com/

https://www.facebook.com/eyelands.portal/
www.strangedaysbooks.gr
www.paraxenesmeres.gr

 

the Judges

ANDRIANA MINOY/ POETRY

Andriana Minou is a Greek writer and musician living in London since 2004. She holds an MA in Performing Arts and a PhD in Piano Performance. Her short story collection, Underage Noirs was published in 2013 by Strange Days Books. Her second book, Dream-mine, an experimental novel in the shape of a labyrinth, was published by the same publisher in 2017 while its English version has also been published by Verbivoracious Press in a Festschrift about the Oulipo Movement. Dream-mine was recently presented in the form of a performance and installation as part of UNESCO’s Athens 2018: World Book Capital. Her work as a writer has been included in several anthologies and literary journals in Greece such as Geometry of an invisible generation (Mandragoras), codepoetry (Athens plaython), Autumn Stories and Sandgraphs (Strange Days Books), entefktirio, poetix. Her texts have also featured in literary journals in the UK and the US, such as The Paper Nautilus, rattle journal, FIVE:2:ONE, typehouse magazine and in the anthology, A six-pack of stories (Story Brewhouse). Andriana also writes librettos, song lyrics and texts for performances that have been presented around the world (Athens, Amsterdam, London, Berlin, Zurich, New York and more). She has also translated Gregory Papadoyiannis’ novel, The Baby Jazz, published by Fomite Press. In 2017 she was one of the selected writers at the Young Writers’ Festival of Thessaloniki International Book Fair. For the past four years she has co-organised Sand Festival, the only literature festival on the Greek islands.
www.andrianaminou.com

 

ANTONIS TSIRIKOUDIS / SHORT STORIES

ΑntonisTsirikoudis was born in the mid-seventies on World Poetry Day, but stopped writing poetry when he was twelve, devoting his creative force to prose. Short stories of his have been included in various anthologies, and in 2016 Paraxenes Meres published his first book, “When you least expect it”, a collection of 33 short and very short stories. Since then, he is focused on his first novel. He has also participated in the writing of a novel with another 11 writers, and has translated literature from English, and Spanish. Before moving to Crete, he lived in Sydney Australia, and Tallinn Estonia. He has been living in Heraklion city for the past seven years, with his partner, two dogs and a cat, teaching literature and Greek language in a high school. Any opportunity given, he travels, mostly to places he hasn’t visited before, next one being India. He has a degree in Philosophy, and an MD in Special Education. He speaks English, Spanish and reads Portuguese and Russian. When not writing and teaching, he loves cooking and entertaining.  For the past four years he has co-organised Sand Festival, the only literature festival on the Greek islands.

GREGORY PAPADOYIANNIS / NOVELS

Gregory Papadoyiannis graduated from the Law and Journalism Schools, studied cinema direction and worked at newspapers, magazines, radio and television, initially as a sports editor and later as a columnist and editor.  At the same time, he worked as a translator of literature books in collaboration with several publishing houses and translated books by William Faulkner, Francis Scott Fitzgerald, Jack London, Marc Twain etc. into Greek.

In 1991, he was awarded the national prize for young playwrights at the competition of the Ministry of Culture for his play The situations. He was awarded the second prize twice at the same competition, in 1995 and 1999. He has translated theatrical plays by authors such as David Mamet and Tennessee Williams for the purposes of performances in prestigious theatres of Athens. He has also worked as a director’s assistant at the National Theatre of Greece as well as the Theatre of Thessaly. He has been involved with the cinema as well; as a director of two short films that were screened in Greek film festivals and as a script-writer for feature and short films. He has also worked as a script-writer and director’s assistant in several television series.

Gregory is a co-founder, administrator and writer for the books & cinema section of the website http://www.eyelands.gr .  He is the curator for the only Greece-based international short story competition, run by http://www.eyelands.gr . He also co-ordinates and leads a series of workshops on creative and collaborative writing all over Greece. After living in Athens for several years, he now lives in the island of Crete. He currently works as a translator and editor for Strange Days Books Publishing (www.strangedaysbooks.gr ) He is co-founder and has co-organised Sand Festival, from 2015 among with Andriana Minou and Antonis Tsirikoudis.

PUBLICATIONS IN GREEK
– To the Almighty, hereunto, comic album, 1988
– The situations, play, 1992
– The Philadelphus case, science fiction novelette, 1999
– Sniff, novel, 2008 (first edition: Empiria Ekdotiki (2008) third edition: Strange Days Books 2014)
– The city beyond the river, short story collection, 2011
From this collection: The short story The Whole Family won the third prize in the literary contest of the Greek online magazine “Stella’s Literary bistro” (2011) and was shortlisted at the International Annual Fish Short Story Competition.  The short story The city beyond the river was shortlisted and Highly Recommended at the Tom Howard Short Story Contest (2009).

PUBLICATIONS IN ENGLISH
– 52 eyelands, a sentimental guide through the Greek islands (2013, Strange Days Books)
– Greece: The child that never grew up, short story included in Stories for our Time, an Interactive Exhibition from LibArts London (London School of Liberal Arts, 1 May – 31 July 2013)
-The city beyond the river, short story included in the anthology Future eyes of PaleHouse Magazine (2012, Los Angeles, California, http://www.palehouse.com/FE-Papadoyiann.html)
The Whole Family, short story included in Jakes Monthly anthology of Magic Realism
In the Majestic’s nest, short story published in Foxing Quarterly (2013, print-only literary and arts journal published in Austin, Texas)
– An excerpt from his novel “Sniff” was posted to the European Literature Network (June 2017)  http://www.eurolitnetwork.com/authors-pitch-sniff-by-gregory-papadoyannis/
– His novel «The baby Jazz» released in USA from Fomite books in February 2017
– His comic album Ephemera/Life is short released in Greece on December, 2016. Two of the stories from the album published in Porcupine, an anthology of poetry, art, and short stories from 23 contributors across the globe, on November 2017.

papado374@gmail.com
https://gregorypapadoyiannis.wordpress.com/

the Artist

Costis Malousaris was born in 1972 in Athens. There he studied photolithography and graphic arts. In 1997, along with friend Margarita Leousi, they made the fanzine “walk in the Park”. From then until 2009, he did not stop writing texts, but did not consider it necessary to publish them. He worked for two years at the publishing house ‘Astir’. He was a key contributor to the literary magazine “Fortezza”. He participates as a publishing consultant in the publishing group “Strange Days”. Fifteen years ago he decided to live in Rethymno, Crete.  A series of unrelated at first glance events, people and situations led him to earn his living through creating and selling of ceramic objects.

He studied for more than two years next to the pottery makers Giorgos and Natassa Vardaxi in Rethymnon, who taught him a lot but mainly to dare to become a “self-taught”, to experiment with techniques, search for his own ways and not to be afraid to narrate stories he wanted to tell using instead of words his own hand-made ceramics .

He manufactures objects mainly from stoneware clay and combines clay, oxides, paint and glass techniques to create pleasant, face-to-face, use-and-touch objects. The electric furnace and the high temperatures allow for results that he likes to call space therapy objects, always with the challenge of being able to do what inspires you your imagination within the strict discipline required by pottery art.

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the Trees

With Kafka’s “Art needs craft more than craft needs art” as a basic principle, I strive to find the balance between pleasure and the therapeutic quality of making, creating objects and the additional achievement of making a living and acquiring recognition through it.

Everyday objects and familiar forms giving the sense of security and familiarity offer a chance for me to present my perspective, my emotion, even my compulsion accompanying the merchant’s and artist’s worries.

Trees, a symbol of power and tranquillity, of a life intense yet discreet, have always been a reference point in my journeys, real and mental – spiritual and material. Especially the olive tree, the most prominent tree of Crete, a symbol of the struggle for endurance as well as prosperity in Cretan culture, has been a source of inspiration and a bright spot. I therefore consider trees and the olive tree in particular, a symbol equal to an author’s endeavour, inspiration and labour.

Costis Malousaris

“Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi: il dono della vita alla parole” di Elisa Ruotolo. Recensione di Lorenzo Spurio

Elisa Ruotolo, Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi: il dono della vita alla parole, Illustrazioni di Pia Valentinis, rueBallu, Palermo, 2018.

Recensione di Lorenzo Spurio

Sorrido senza in fondo goderne.

Pratico ed essenziale il volume di Elisa Ruotolo recentemente pubblicato da rueBallu di Palermo sull’ampia e pluri-evocata figura della poetessa lombarda Antonia Pozzi (1912-1938). Nel libro, curato nei dettagli grafici e compositivi in maniera pregevole e stampato su Materica (carta naturale realizzata con fibre di cotone riciclate di pura cellulosa provenienti dalla gestione responsabile delle foreste), la scrittrice ci propone un percorso intimo e amicale con una delle più grande poetesse del secolo scorso.

Il piccolo compendio finale del volume è dedicato a raccogliere una manciata di poesie di Antonia Pozzi tra cui la stupefacente lirica “Canto della mia nudità”: un canto soave di svelamento e di denuncia della propria disagiata condizione esistenziale. In essa, infatti, la vulnerabile poetessa di Pasturo (LC), annotava: “pallida è la carne mia/ […]/ E un giorno nuda, sola,/ stesa supina sotto la troppa terra,/ starò, quando la morte avrà chiamato”. La Ruotolo affida al lettore curioso e insaziabile l’intera vicenda personale della Pozzi, dell’Antonia in quanto donna, figlia e amante, ben più che quale poetessa sebbene, com’è noto, sia piuttosto impossibile adoperarsi a un’operazione di scissione tra le due componenti.

8564331_3129674.jpgLa caratteristica di questo volume è quella di accompagnare il lettore in un percorso umano, che è appunto quello della Pozzi, con precisione e grande rispetto delle vicende altrui. Gli apparati grafici e iconici che sono stati impiegati (opera dell’artista udinese Pia Valentinis) si delineano come pregnanti e insostituibili in un progetto che risulta essere lodevole – come già accennato – non solo per i contenuti – densi e nevralgici – ma per la cura editoriale, degli inserti, dei disegni, della composizione dei capitoli e di ogni minuzia che è studiata ad arte per compendiare al meglio un progetto che è vivo, multidisciplinare, interattivo e, pertanto, assai coinvolgente.

Non un saggio accademico, neppure un approfondimento monografico sulla grande penna lombarda che nel maledetto anno delle leggi razziali (1938) decise di trapassare la dimensione reale, piuttosto un pamphlet colorato e avvincente, un itinerario curioso e trattato con sapienza e profonda conoscenza della materia, reso, però, in forma appetibile, d’ampio approvvigionamento in un pubblico che non è di nicchia, ma trasversale, compreso quello giovanissimo che potrà trovare particolare giovamento anche dai notevoli inserti grafici.

S’inizia il percorso sulle pagine tinte da una cromia decisa e pulsante, quella dell’arancione, sebbene sia piuttosto vicino anche a una possibile sfumatura del cachi. Sono le pagine contrassegnate dal titolo “Tu con me, su questa terra nuda”. Sono pagine incipitarie, di fondamentale significazione per l’autrice del volume, che dettano le motivazioni-fondamenta di un’operazione editoriale di questo tipo. La Ruotolo, infatti, ci narra della sua conoscenza con la poetessa, di come avvenne, e del grande potere della parola della Pozzi che, da subito, l’affascinò notevolmente. Da lì nacque la sua esigenza di approfondire “La vicenda umana di questa straordinaria poetessa, che aveva consumato rapidamente i suoi anni agli inizi del Novecento”. Bella la definizione che la Ruotolo dà di questo tempo breve della Pozzi da lei “consumato rapidamente”: con impeto e desiderio, con voluttà e voglia d’amore che poi, dinanzi ai limiti imposti dai tempi e dalla morale, trovarono una fine diversa, impetuosa ed eclatante, definitiva e struggente, eppure voluta e creata. Difatti la Ruotolo non manca di parlare del grande amore per la vita tipico della Pozzi: “Antonia amò come di rado si riesce nella vita, fino a donarsi completamente, a svuotarsi, a sfinirsi”. La sua morte viene così richiamata, in queste prime pagine, quale atto ultimo di un processo fisiologico dettato dalla consunzione, dalla dissipazione del proprio animo interiore. Quello che oggi definiamo ‘suicidio’, parlando della sua persona, in realtà non sarebbe che il punto di limite della fine di quella vita felice, vissuta nella pienezza della totalità e del logorio per l’impossibilità di poterla continuare nel tempo. La consumazione di sé, che sembra ben diversa da una vera e propria fuga dal mondo e dunque ad un atto sovversivo portato alle estreme conseguenze, è più un gesto altruistico dettato dalla consapevolezza e dalla lucidità dinanzi all’incapacità di una prosecuzione nel reale.

La Ruotolo, con questo testo, ci consente di percepire quella stessa “angoscia del riporsi interni nelle mani altrui” che lei stessa ha sperimentato leggendo e approfondendo il percorso umano della Pozzi. Risulta importante anche sottolineare come la scrittrice abbia messo in luce, con impareggiabile resa e grande apertura, quanto la Pozzi fosse una donna viva e ardente (“non fu mai capace di tiepidezza, ma sempre e solo d’incendio”) abbattendo quella che può essere una facile e comune convinzione nel vedere nella poetessa di Pasturo una donna sottomessa e ritirata, sfiduciata e inetta, fredda, disinteressata alla vita. Le sue poche foto che circolano ce la trasmettono come un’anima trafitta da un disagio difficile da spiegare, dall’espressione mesta o preoccupata e, comunque, raramente è ritratta in uno stato di vera pace o equilibrio. La Ruotolo tiene a sottolineare in questo volume anche quegli aspetti che, nel trascorso di anni tesi a studiare la sua figura di intellettuale, hanno marcato molto sulla sua insofferenza, solitudine e istinti di morte. La scrittrice, infatti, ce la descrive fortemente attaccata alla vita, smaniosa di diventare madre, affettuosa con gli amici (meno con la famiglia, con eccezione della nonna), passionale e focosa, in cerca di quella libertà che le avrebbe concesso di vivere nella pienezza dei suoi desideri. “Antonia amava vivere, ma il suo era un amore straziante, che non s’adatta ai compromessi, né s’accontenta delle briciole”, scrive la Ruotolo in queste primissime pagine. In altre parole: un amore impossibile, di cui ha consumato gli esordi, vissuto platonicamente, agognato e nutrito privatamente, sino a che – dinanzi agli impedimenti irremovibili – s’è degradato lentamente, privandola di quell’energia autentica che le era propria e che l’aveva caratterizzata in quanto donna aperta, affettuosa, capace di credere in un rapporto d’amore.

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Uno scatto di Antonia Pozzi alpinista

Il capitolo che segue, “Io, Antonia. Il tempo bambino”, è ben speso a fornire il contesto generazionale nel quale la Pozzi è collocata con particolare attenzione alla sua fase infantile nella quale sperimenta forme di scollamento e solitudine (che poi la fagociterà) a partire da un sentimento di nutrita diversità. La scuola, con insegnanti suore, sembra essere il luogo che sente maggiormente in sintonia, ed è anche piuttosto brava, ma anche lì non disdegna quell’innata solitudine che la fa “una cosa di nessuno”. L’istituto scolastico è percepito dalla Pozzi e ricordato dalla Ruotolo come positivo non in funzione di un ampliamento di conoscenze con persone terze e dunque in termini sociali, amicali ma semplicemente perché è il luogo che le permette di raggiungere ciò che cerca: la conoscenza. Per tutto il suo breve percorso di vita, infatti, la Pozzi sarà una grande studiosa di letteratura e non solo, arrivando a intrattenere importanti relazioni con noti esponenti della letteratura dell’epoca, quale il critico Dino Formaggio (1914-2008) o il poeta Vittorio Sereni (1913-1983). Già da ragazza la Pozzi sente che lo studio e, più in generale, la conoscenza sono ingredienti insostituibili, mezzi dei quali, seppur in dose e forme diverse, non potrà più farne a meno.

Segue così il capitolo che la Ruotolo ha voluto indicare in maniera netta e distintiva “Gli anni dell’obbedienza”; tale periodo fa riferimento a una trattazione in cui la scrittrice, calata negli occhi e nella persona di Antonia, descrive se stessa soprattutto in ambito familiare quale una presenza che “non fac[eva] rumore”. Ricorda così della dolcezza controllata della madre e della severità del padre, uomo mite ma austero, deciso e padrone, finanche insensibile: “Ogni suo sguardo mira a giudicare le mie mancanze”. Eppure, circondata da un contesto non così partecipe e costruttore dell’entusiasmo della giovane, che scopre la sua più grande amica, la poesia: “Le parole mi hanno vestita e poi abitata”. Paradossalmente sono le parole, che non hanno una vita propria e che sono creazione di qualcuno, che dànno alla Pozzi motivo, forma, ragione e senso alla sua vita. Un po’ come quei versi che Neruda diceva che lo toccavano al punto tale che era la poesia che lo chiamava, la Pozzi via la Ruotolo è un corpo nudo, un’entità vuota, un campo d’assenza che trova identità e significazione solo con l’atto di copertura, di vestizione, offerto dalla poesia. Abiti che sono versi, tessuti che sono parole allineate, copertura che è l’anima arricchita: “Ogni parola aggiungeva senso, sottraeva spazio al niente e lo riempiva”. La poesia per la Pozzi non è erudizione o sofisticazione retorica ma richiamo e necessità: forma di scoperta di sé e completamento, distruzione di quella penuria devastante, arricchimento e costruzione interiore e, al contempo, dialogo con la propria anima che si scorge, riaffiora, e ci scoperchia chi siamo. Ecco perché il pensiero che la Ruotolo pone, ovvero l’ossessione di Antonia che qualcuno la obblighi a smettere di scrivere, si configura come uno svilimento personale, un denudamento che la renderebbe vuota, debole, priva di quel senso intimo che ha scoperto nell’essenza della scrittura. “La poesia adesso mi guarda e mi completa”, scrive la Ruotolo poco dopo, a sottolineare ancora una volta quanto la parola, da entità vacua e astratta, possa avere una grande capacità materica da compenetrare, completare, vanificare quelle assenze, cucire quelle fenditure che fanno il corpo leso, indistinto e lacunoso.

Seguono le pagine dedicate ad Antonio Maria Cervi, l’insegnante del quale la Pozzi s’innamorò e dedicò varie poesie; è il tempo in cui si sente ormai lontana dall’infanzia di Pasturo, sebbene serbi il ricordo di ogni dettaglio dell’ambiente (“potrei dire quante foglie ha perduto il tiglio”) e sboccia quell’amore folgorante verso il professore, forse l’unico che, per citare Virginia Woolf nella sua lettera d’addio indirizza al marito Leonard, avrebbe potuto salvarla. Difatti il professore è la valvola di una sorta di rinascita in Antonia, la svolta luminosa che sembra riportarla alla leggerezza e al colore dei tempi andati; se in casa si respira pesantezza, verticismo e dunque inadeguatezza, col professore, col semplice avvicinamento alla sua persona o al colloquiare con lui, in Antonia si rafforza la speranza e nasce l’amore verso l’altro. È l’inizio di un cambiamento che, prima era stato cercato e voluto e ora avviene spontaneo, nella sua forma più bella, quella di un amore viscerale, inspiegabile eppure necessario, quel sentimento vorticoso e incircoscrivibile che le fa maturare l’idea di un nuovo cominciamento alla vita, di una primavera inaspettata. Con Cervi, la Pozzi rinasce e ritrova se stessa, l’amore e la poesia sono balsami a disagi e solitudini pesanti che ora sembrano relegati a un tempo lontano.

La sezione successiva, anticipata da una colorazione carta di zucchero, ha come tematica “La separazione” ed è, se vogliamo, l’esordio della nuova decadenza emozionale di Antonia. La Pozzi, via la Ruotolo, dice “durò un anno appena e andasti via da me”. Siamo nella presa di coscienza di un rapporto che è finito e nel clima di profonda nostalgia e rimpianto per i pochi bei momenti trascorsi insieme. Qualcosa è accaduto e le condizioni preesistenti, quelle che avevano visto il riaccendersi del desiderio alla vita di Antonia, sono venute meno: la loro relazione è stata bandita e tra di loro s’è imposta una distanza che non sarà più coperta. La figura autoritaria del padre di Antonia, con amicizie significative con esponenti del Regime, ha relazione con il trasferimento lavorativo del prof. Cervi? Non lo sappiamo con indubbia sicurezza ma, vista la sua posizione privilegiata, è possibile avanzare un’idea di questo tenore. La conclusione, comunque, è amara per la giovane Antonia: l’unica blanda concessione sarà la possibilità di conservare la relazione con l’insegnante a mezzo epistolare. “La vita prese a debordare da me, incapace com’ero d’abitare lo spazio breve della mia campana di vetro”.

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Antonia Pozzi

Ripiomba così il tempo della solitudine, un’età amara priva di un varco di speranza che invece può essere configurata nei tempi dell’attesa. Antonia non attende né spera in un ritorno del prof. Cervi e in un loro congiungimento perché sa che ciò non potrà avvenire. Avendo elaborato questa impossibilità d’amore, questa lontananza che elude ciascun tipo di rapporto, la Pozzi scriverà: “Io ti porto con me dovunque io vada”. Si tratta di un autoconvincimento importante che ha il sapore amarognolo della sconfitta, il loro amore da reale passa a platonico per consumarsi poi in un niente dopo che avrà elaborato con lucidità la messa al bando dello stesso[1], in quel clima di sottomissione e divieti così naturale e caro all’augusto genitore, che tutto dispone come crede illudendosi che anche il sentimento possa essere delimitato da volontà e intransigenze personali. Vacilla anche l’affetto che ha sempre nutrito per i genitori e che ha dato per naturale e scontato: “So bene di amarvi, ma so per certo che l’amore non dovrebbe nutrirsi di paure e soggezioni; dovrebbe essere fiducia e confidenza, e io non ne ho mai avute al vostro pensiero” scrive la Ruotolo ricalcando fedelmente l’oppressione e la riluttanza della Pozzi dinanzi alla famiglia, in particolar modo il padre.

Ecco che nelle parti narrative che seguono la Pozzi via la Ruotolo non manca di esprimere il suo senso d’inadeguatezza al mondo familiare, la sua nullità, la sua insofferenza dovuta alla lontananza coatta dal suo amante che comincia a vagheggiare immagini di una precoce dipartita: “Sono ossessionata dal senso della fine e da questa emorragia di ore che mi vuole vecchia anzitempo”.

La speranza della nuova relazione con Dino Formaggio, pure osteggiata dal padre della Pozzi, produrrà un episodio grossomodo analogo rispetto a quello vissuto dalla ragazza con l’insegnante Antonio Maria Cervi e contemporaneamente s’inasprisce l’opposizione della donna nei confronti dello spadroneggiante fascismo, fautore di drammi e protagonista di lì a poco di una ecatombe paurosa.

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Ci approssimiamo così alla stazione ultima di questa laica via-crucis, cammino di un sacrificio completo di Antonia Pozzi posta in un contesto socio-familiare vetusto e bigotto, destrorso e pieno di pregiudizi che in breve tempo l’hanno fatta sfiorire. Il riferimento al cammino cristologico della Passione è significativo e ricalcato dalla stessa Ruotolo che, tramite la Pozzi, dice “Ormai non conto più i tagli e so cosa vuol dire essere crocifissi in questa vita”. Ed è così, conscia che non è più in grado di sostenere tutto ciò che accade intorno a lei che esce di casa, abbandonando quelle “stanze nude in cui ancora si dorme” dileguandosi da questo “tempo breve” a lei concesso. A testimonianza del suo percorso lascerà scritti e poesie nei cassetti della sua camera ma, ancor più spavaldamente, il padre deciderà di distruggerne in grande quantità o di modificarli a suo modo; quelle “parole tenute sotto il bavaglio” di cui parla la Ruotolo in queste pagine ultime, di commiato di Antonia, che ha già ben in mente il volo che si appresta a compiere. Ultimo perché irreversibile. L’ultima chiamata è stata lanciata, ma non è un appello, forse ha più a che vedere con una sfida o una condanna.

“Sono stanca di pagare con l’obbedienza una felicità che non arriva. Stanca di questo disagio d’avere ciò per cui gli altri mi dicono fortunata e che mi pesa addosso come una lapide. Stanca per tutto l’amore che ho dato. Adesso sì, il cuore può sostare. […] E mentre la Nena[2] guarda altrove, anima mia, da questo fosso in cui il cielo s’è fatto lontano, io ti lascio andare”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 10-05-2018

 

NOTE

[1] Poco dopo la Pozzi, via la Ruotolo, scrive “Possibile mai vivere queste due vite senza impazzire, o morire?”

[2] Si tratta della nonna di Antonia Pozzi, la persona della famiglia a lei più cara in assoluto alla quale la lega ore di spensieratezza e giochi verbali.

Intervista alla scrittrice ed editrice Rita Angelelli. A cura di Lorenzo Spurio

12961692_10204882259136370_3786960462861747023_nQuest’oggi abbiamo l’occasione di conoscere più da vicino Rita Angelelli, autrice e poetessa che tanto si sta impegnando per la promozione culturale credendo in autori esordienti e riconoscendo talenti a livello nazionale. Rita Angelelli è nata cinquantatré anni fa a Santa Maria Nuova (AN) dove attualmente vive. Ricamatrice di professione, creativa per passione e produce bigiotteria di alta classe per sé e per gli amici, nel 2017 ha fondato la casa editrice Le Mezzelane. Autrice di racconti e romanzi erotici (tra cui la trilogia Le nuove confessioni di Eva) e di sillogi poetiche (Ceramiche a capodanno del 2017 e Un’altra vita di prossima uscita), dopo la guarigione da una subdola malattia pubblica Salve amici della notte, sono Porzia Romano, un crudo resoconto di vita vissuta di cui è stata protagonista. Direttrice editoriale de Le Mezzelane, lettrice, relatrice in presentazioni di libri ed eventi, MC, performer.

  

L.S.: Che cosa rappresenta per te la letteratura?

R.A.: E’ la mia vita: è un mondo che mi affascina e nel quale mi sento realizzata, dove ho l’opportunità di conoscere gente e di entrare in contatto con realtà diverse. Questo, su un piano meramente personale, mentre a un livello superiore potrei dire che la letteratura è senz’altro un sapere che ha a che vedere con l’istruzione, con la fame di conoscenza. Essa ti permette di scoprire tante cose e anche di capire meglio te stesso.

L.S.: Quali generi preferisci?

R.A.: In particolar modo amo il genere rosa (ho letto moltissimi Harmony!), o romance come lo chiamano adesso, il thriller sino ad arrivare al giallo-crime e al noir. Negli ultimi tempi ho iniziato ad apprezzare anche il fantasy.

L.S.: Cos’è che ti piace di più del genere rosa e degli altri generi?

R.A.: La possibilità di scoprire personaggi realistici che hanno al contempo qualcosa di ‘fantastico’. Chiaramente molto affascinanti sono le ambientazioni da sogno e la capacità della narrazione di farti sognare e trasportare su ‘universi paralleli’. In particolare apprezzo molto le narrazioni di Daniel Steel e di Liala (pseudonimo di Amalia Liana Negretti Odescalchi, nota autrice di romanzi d’appendice). Mentre per quanto riguarda il thriller/giallo crime/noir mi piacciono quei passaggi dal ritmo elevato e i colpi di scena.

L.S.: Quali sono secondo te le principali difficoltà che incontra uno scrittore nella stesura di un romanzo?

R.A.: Secondo me la questione linguistica è importantissima. Anche io, che provenivo da tutt’altro mondo rispetto al sapere umanistico, ho dovuto fare un’attenta operazione di studio della grammatica, della sintassi e delle forme. Tale amore verso la letteratura mi ha portato recentemente a iscrivermi a un corso di letteratura antica che inizierò nei prossimi mesi. Particolare attenzione va riversata anche sulle ambientazioni: è sempre preferibile raccontare di episodi localizzabili in ambienti, contesti geografici, che, per qualche ragione, l’autore ha sperimentato direttamente perché li ha vissuti. L’utilizzo del flashback è una risorsa importantissima perché consente di portare a galla i flussi di coscienza dei personaggi e dunque di fornirne una tracciatura completa dei caratteri.

L.S.: Puoi parlarci del tuo progetto narrativo Le nuove confessioni di Eva?

R.A.: Le nuove confessioni di Eva è una trilogia di cui è stata pubblicata per il momento solo la prima parte. Essa è nata in maniera anomala nel senso che inizialmente avevo scritto un racconto breve, dotato di un suo finale e poi mi è stato proposto di ampliare l’intera storia e così, partendo proprio dalla chiusa, ho rielaborato il tutto con maggiori particolari e una più attenta tracciatura del personaggio di Eva e del suo vissuto. Pur essendo consapevole che i generi di racconto e romanzo sono differenti e distanziati tra loro, in tale circostanza la forma breve mi è servita come base, come abbozzo, per lo sviluppo nei dettagli e nella trama, di una narrazione più arzigogolata.

L.S.: Come definiresti la poesia?

R.A.: La poesia nasce in un momento d’intimità con sé stessi. Si tratta di un’esigenza di affrontare argomenti e renderli pubblici e dunque fruibili. E’ difficile definire la poesia in maniera univoca; io nel tempo ho scritto vari tipi di poesia, da quella amorosa, a quella più “pesantina” che ha a che fare con tematiche biografiche quali la malattia e la morte. Essa ha sempre la caratteristica di essere una scrittura istintiva, non mediata da un’analisi o da una ricerca come ad esempio può avvenire con la narrativa.

L.S.: Scrivi al pc o a mano?

R.A.: In entrambi i modi, indifferentemente. A seconda delle situazioni e della disponibilità.

L.S.: A quali poeti – italiani o stranieri – ti senti maggiormente legata?

R.A.: Mi piace molto la poesia realistica e concreta di Ezra Pound. Ho letto più volte Neruda. Per quanto concerne la poesia italiana, non farei nomi in particolare. Per il lavoro che conduco mi trovo spesso a leggere la poesia di autori giovani ed esordienti. Posso citare alcuni poeti che secondo me si mostrano – ciascuno a suo modo – veramente validi: l’aretino Davide Rocco Colacrai, il sardo Alessandro Madeddu, la padovana Michela Zanarella. Tra le voci di maggior spessore, consacrate alla letteratura del nostro secolo, senz’altro Dante Maffia.

L.S.: Per quale motivo una persona è portata a scrivere oggi?

R.A.: Mi trovo a individuare tre fasce di persone che scrivono. Chi lo fa per mera passione, e il più delle volte nemmeno pubblica niente, tenendo i propri scritti nel cassetto. C’è poi chi lo fa perché ha una reale esigenza di farlo (scrittura come terapia) ed ha dunque la necessità di condividere con un pubblico ciò che scrive. Raramente queste persone diventano famose come scrittori o poeti. C’è infine (pochissimi) chi è uno scrittore di professione, riconosciuto. Vale a dire che vive dell’attività della sua scrittura.

L.S.: Puoi parlarci del tuo nuovo libro di poesie, Un’altra vita?

R.A.: Si tratta di una raccolta di liriche scritte in un ampio arco temporale. Alcune contraddistinte da temi amari quali la malattia, la solitudine e la morte ed altre, più recenti, che parlano di gioia e soddisfazione e che aprono dunque a “un’altra vita”. Si tratta di poesie molto personali che toccano la mia interiorità, gli affetti e la famiglia, molte di esse sono poste nella forma della riflessione.

Un_altra_vita.jpgL.S.: Quali progetti personali ti vedono coinvolta in questo periodo?

R.A.: Il romanzo Solo sabbia tra le mani uscirà rivisto a breve con il titolo di Lucrezia. Si tratta di un romanzo ambientato tra Porto Recanati e Ancona che parte come erotico per diventare giallo e sfociare alla fine come un vero noir. Sono particolarmente legata al romanzo anche per il sistema di narratori che ho previsto: nella prima parte si narra in terza persona singolare, dunque da un punto di vista extra-diegetico, nella seconda parte si fa uso della prima persona singolare, dunque è una narrazione intimistica e diaristica, in presa diretta. Infine la terza parte è sempre scritta in prima persona ma ho adoperato una sorta di distaccamento dall’io narrante, come una proiezione distaccata ed esterna. Tra gli altri progetti dovrò lavorare a una riscrittura di Istinto e passione, il mio primo romanzo pubblicato nel 2012. Mi è anche stato chiesto di scrivere i testi per una serie tv, ma per quello ci sarà tempo da attendere. Qualcosa di bello ma al contempo impegnativo: vedremo come si metteranno le cose!

L.S.: Quali sono le tue considerazioni in merito allo sterminato scenario dei concorsi letterari in Italia?

R.A.: In Italia ci sono tantissimi concorsi, ma quasi nessuno dà veramente la fama e consente di essere conosciuti, apprezzati e diffusi. Tranne quei pochi concorsi risonanti, il cui numero si conta sul palmo della mano, devo riconoscere che la gran parte sono poco utili, spesso mal organizzati e privi di un reale intendimento nella questione sociale o, peggio ancora, macchine per far cassa. La mia esperienza con i concorsi mi porta a citare il premio di poesia e narrativa breve “La pelle non dimentica” da me ideato nel 2017 con lo scopo di dare la possibilità di sensibilizzare sui temi del femminicidio e della violenza di genere e di sostenere finanziariamente l’Ass. Artemisia di Firenze che si occupa di violenza sulla donna, sui bambini e di case famiglia. I concorsi dovrebbero essere motivati, al di là dell’effimero premio, da un sostegno verso realtà di disagio.

L.S.: Sei stata, assieme al sottoscritto, organizzatrice e MC di poetry slam. Che cosa ne pensi di questa formula di proporre la poesia?

R.A.: Si tratta di un bell’universo perché il pubblico è parte attiva della manifestazione. Il poeta si impegna e ci mette tutto se stesso per interpretare e dar forma ai suoi testi. È uno spettacolo vero e proprio che è anche bello condurre. Mi piace perché partecipano molti giovani e perché l’età anagrafica dei partecipanti è completamente ininfluente nei metri di giudizio della giuria pubblica.

L.S.: Perché hai deciso di aprire Le Mezzelane Casa Editrice?

R.A.: Ho sempre amato i libri e leggerli ma la decisione di aprire la casa editrice è nata più come sfida o ribellione nei confronti di (sedicenti) editori che in precedenti occasioni avevano interagito con me e le mie opere in maniera poco scrupolosa e professionale. Ho svolto per un paio di anni l’attività di talent scout e credo di essere abile nell’intuire se un autore valga. Il progetto è nato e si è sviluppato nell’arco di circa sei mesi e da allora (un anno e mezzo di attività) siamo orgogliosi nel riconoscere di aver 74 libri pubblicati e altrettanti – in forma di proposte – che verranno pubblicati nel corso del 2018. Abbiamo varie collane che si occupano di tutti i generi e al momento quelle maggiormente rappresentate sono “Ballate” per la poesia, “La mia strada” per la narrativa e “Tra serio e faceto” per l’umoristica. Abbiamo iniziato con un organico ridottissimo e ora siamo in quindici: la proprietaria, Camilla Capomasi, io che sono il direttore editoriale, la capo-editor Maria Grazia Beltrami che coordina undici editor e la grafica Gaia Conventi. Oltre al nostro sito – che ben presto verrà implementato anche con servizi aggiuntivi – i nostri libri sono acquistabili in tutte le librerie online e ordinabili nelle librerie fisiche. Il nostro distributore LibroCo, copre l’intero territorio nazionale in maniera efficiente e tracciata.

 

Jesi, 28-12-2017

 

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Intervista allo scultore ligneo jesino Leonardo Longhi

A cura di Lorenzo Spurio

Entrando dalla storica Porta Valle a Jesi e approssimandosi a risalire per le stradine che salgono al centro storico è doveroso il passaggio in Via Lucagnolo; al civico numero uno si trova la bottega-laboratorio dell’artista Leonardo Longhi, scultore sopraffino del legno di ulivo. Nella mia recente visita nella bottega occupata in maniera fitta e precisa delle sue preziose produzioni, ho deciso di rivolgergli qualche domanda per approfondire la conoscenza su questa scultura molto particolare che riguarda il legno, il suo rapporto con l’arte nonché le immagini maggiormente riprodotte nelle sue opere. Ma prima vediamo chi è lo scultore.

Leonardo Longhi è nato a Jesi (AN) nel 1973. Scultore, scrittore, poeta e libero pensatore pervaso dal pensiero unico del benessere collettivo e dall’amore olistico e funzionale in una società bistrattata e disattenta come la nostra. Dice di se stesso: “il cuore mi fa da piedistallo e la poesia da ponte per attraversare il fiume della semplicità”. Le sue opere sono state esposte in alcune mostre tra cui una tenutasi presso i Navigli di Milano, un’altra a Imstad (Germania) senza contare i tanti incontri e appuntamenti che hanno toccato tante città delle Marche, da Jesi a Recanati, da Macerata a Pesaro, da San Benedetto del Tronto a Chiaravalle e altre ancora. Articoli su di lui sono apparsi sul “Corriere Adriatico” e il locale “Jesi e la Sua Valle”. Nel 2016 lo scrittore Stefano Vignaroli ha proposto un progetto editoriale sulla sua attività scultorea da cui è nato un libro nel quale una serie di autori locali erano chiamati a creare racconti di propria invenzione a partire da alcune opere scelte del repertorio di Leonardo Longhi: Dalle immagini alle parole. Alcuni testi poetici di Leonardo Longhi sono inseriti nell’antologia curata dalla Ass. Euterpe di Jesi intitolata L’amore al tempo dell’integrazione (2016). L’artista Victoria Dragone lo ha inserito, assieme ad altri artisti, nella catalogo di arte contemporanea L’anima del dipinto 3 edito nel 2017.

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L.S.: Quando è nata la prima scultura in legno da te incisa?
L.L.: Ero più giovane. Con molta probabilità doveva essere il 1982. Il primo pezzo di legno che lavorai fu un pesce. Il pezzo alludeva già di per sé a quella forma ma io presi a lavorarlo, per rifinirlo e renderlo ancor meglio visibile e comprensibile. Si trattò di un lavoro artigianale fatto, così, senza ancora una vera conoscenza delle tecniche che, però, ricordo ancora con piacere. Scoprii, già dalla prima volta che mi apprestavo a lavorare il legno, che la mia volontà era quella di rispettare la materia, seguendo le linee a volte sinuose altre volte più irregolari caratteristiche di quel legno. Quando lavoro sul legno seguo le venature che il legno ha impresse, perché è come se ascoltassi l’anima di quel legno. È necessario rispettarla e ascoltarla. Con la mia attività non posso andare contro quelle venature e, anzi, nel tempo ho anche imparato a meglio valorizzarle nell’opera compiuta. Quest’arte, se così vogliamo definirla, è volta dalla necessità di ascoltare empaticamente il materiale sul quale sto lavorando, percependo l’anima interna dell’ulivo.

L.S.: Quali sono le principali caratteristiche del legno d’ulivo che hai imparato a conoscere nel tuo percorso?
L.L.: Il legno d’ulivo (di ulivo esistono molte razze, dall’ulivo marchigiano dalla conformazione molto ramificata, l’ulivo pugliese dalla struttura massiccia, l’ulivo greco, etc.) si caratterizza per essere un legno duro particolarmente difficile da lavorare perché si scalfisce facilmente e questo, nelle attività di scalpellatura, può significare una vera e propria problematica. Altri tipi di legno – che pure ho lavorato – appaiono molto diversi e più semplici da trattare: parlo di legni chiari come il tiglio (che è molto ben malleabile), del pioppo e del cirmolo nonché dei legni più scuri quali il noce, la quercia e l’abete. Ciascuno ha una sua anima ma quello che preferisco in assoluto è il legno d’ulivo proprio per la questione delle venature di cui parlavo poco fa.

L.S.: Come viene deciso il soggetto delle tue opere? Come prende forma l’idea che nella tua mente si produce?
L.L.: Singolare è il mio rapporto con il parto creativo. Quando inizio prendendo un pezzo di legno, posso anche avere un’idea di ciò che mi piacerebbe rappresentare ma poi, in base alle venature e da come il legno si mostra nelle sue peculiarità, quel progetto iniziale può anche essere abbandonato a favore dell’essenza stessa del legno. Seguo i suoi lineamenti, le linee sinuose o circonflesse che in esso sono impresse e mi lascio trasportare dall’esigenza di ascoltare la materia per com’è. La venatura non va spezzata perché la materia non va oltraggiata e l’anima non va offesa. S’instaura, infatti, tra me e il materiale un rapporto quasi simbiotico nel quale entrambi necessitano e reclamano libertà e giustizia.

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L.S.: Quali sono, in termini pratici, le fasi che contraddistinguono questo meticoloso lavoro di scavare il legno con lo scopo di dargli una forma distinguibile?
L.L.: Il grande dell’operazione che compio è dato dall’uso dello scalpello. Si parte con uno scalpello grande per passare via via, in maniera consecutiva, a scalpelli di dimensioni sempre più ridotti che possono provvedere all’elaborazione di tagli più precisi e ponderati. Si compiono poi le rifiniture – sempre molto importanti – per mezzo di un frullino pulitore. La lucidatura viene prevista mediante l’utilizzo di una gommalacca; talvolta reputo interessante dar una tinta distinta ad alcuni elementi della scultura e allora posso anche impiegare delle tinture per legno come ad esempio il rosso mogano.

L.S.: Ci avviciniamo ora a un’opera in particolare, quella che hai intitolato appropriatamente “Sognando la libertà”. Si tratta di una delle opere all’interno di questa bottega che hanno la dimensione maggiore e si snoda in una forma sinuosa che si estende all’esterno con alcune propaggini curiose che risultano difficilmente comprensibili a una prima vista. Puoi approfondire il significato di quest’opera?
L.L.: Si tratta di un’opera fatta nel 2015 in circa un mese e mezzo di tempo. È stata scavata a partire da un pezzo di legno che trovai abbandonato in una campagna di Tabano e il proprietario acconsentì a donarmela. Il significato ha a che vedere con la libertà agognata dalle genti e che non riescono a raggiungere. È anche un’opera che ho pensato come anelito di persone emarginate quali gli extracomunitari o altre persone che vivono in condizioni di sottomissione e di mancato ascolto. C’è alla base una mano aperta intagliata che è sormontata da una lunga e articolata proiezione mentale di foggia astratta. Secondo me quest’opera contiene e trasmette un messaggio non diverso da una preghiera.

L.S.: Qual è il tuo rapporto con la costruzione della forma?
L.L.: La gran parte delle opere possono essere definite figurative, vale a dire è possibile percepire, senza tante difficoltà o abbagli, quelli che sono i contorni che ci delineano oggetti di nostra conoscenza. Ci sono poi anche opere più astratte la cui fisionomia sfugge e che andrebbero interpretate personalmente. Quasi sempre, però, il figurativo e l’astratto confluiscono in una stessa opera.

IMG_20171107_172746.jpgL.S.: Restando nella componente figurativa delle opere quali sono i soggetti principali?
L.L.: C’è il mondo degli animali (cavalli, ali di imprecisati animali, lupi), ci sono volti e busti (soprattutto di figure femminili), forme di imprecisate persone come quella dell’opera intitolata “Re bizantino” in cui una donna in miniatura è ritratta al di sotto di questo sovrano orientale e sembra trattenerlo, forse per difenderlo o semplicemente perché fortemente innamorata di lui.

L.S.: Il busto di un personaggio costernato ricorda l’iconografia di San Sebastiano Martire. Come mai questa rappresentazione?
L.L.: Devo dire che si assomiglia molto a San Sebastiano, ma io non avevo questa idea di rappresentazione. Il titolo dell’opera è “Libero di buttarsi”. Ci sono anche altre opere che a ben guardare e a detta di molti hanno un rimando o rappresentano una chiara immagine di personaggi cristologici (Cristo, la Madonna, etc.) in realtà non era mia intenzione creare personaggi religiosi. Si tratta di opere che possono anche essere lette e interpretate in questa maniera, ma è una lettura indiretta e personale.

* * *

Sono stato ancora a parlare con Leonardo delle sue sculture e la conversazione è stata particolarmente piacevole. Leonardo mi ha spiegato che le sue sculture sono mosse sempre da una profonda spiritualità interiore, che non ha da essere confusa con la religiosità di cui, invece, si dice estraneo. Opere che riflettono sulla società e le difficoltà sulle quali sono imperniate (“L’urlo della madre terra” è esemplificativo di questo sfogo dinanzi a una contemporaneità desolante) ma anche fautrici di una dimensione spersonalizzata e alienante come lo sono gli orologi fusi e dalla conformazione a fiamma pendente che fanno ricordare l’inesattezza temporale e l’incongruità del reale espressa dal surrealista Dalì coi suoi orologi che praticamente si liquefanno.
Leonardo è proiettato a un’arte che sappia parlare a chi se ne appropria e sa contemplare l’esterno con criticità; la sua opera è tesa a raggiungere quel traguardo comune che dovrebbe essere il completamento dell’amore, l’ottenimento di un’autostima considerevole, da giungere a vivere il mondo non come contesto che accoglie le nostre azioni ma come anima pulsante della nostra stessa esistenza. Così – mi spiega – l’opera del pugno chiuso che si staglia dal basso verso l’alto non ha per niente a che fare con la forza, con un’energia distruttiva e pericolosa, ma è forma di presa di posizione, di scelta legittima ad esserci, un pugno saldo che racchiude con orgoglio una salda certezza individuale.
IMG_20171107_181725.jpgCome gli orologi che si squagliano nella bottega ci sono anche altre opere curiose come è il caso di quella intitolata “Noi stessi” che Leonardo mi consiglia su come è possibile vederla e concepirla. Opera unica che racchiude una triade di dimensioni: donna, uomo e bambino. Della donna il seno prominente, accentuato (un unico seno), dell’uomo, il muscolo ben tirato del petto, del bambino lo sguardo pacioso e ridanciano, quasi. Opera anfibia e in sé assai compatta che consacra l’esistenza dell’uomo nelle sue varie forme: dalla genitrice, al pater familias, all’infante. Ciclo di vita e rinascita che Leonardo Longhi sintetizza in un’opera di indubbia presa ed efficacia. Leonardo si dice d’accordo con me quando gli parlo di “sentimento di universalità” provato dinanzi a un’opera così complessa e onnicomprensiva nella quale il contenuto si fa contenitore e l’immagine dell’uno diventa contesto e proiezione dell’altro.
Anche gli animali divengono in parte irrazionali e non definibili a tutto tondo. Mi spiega Leonardo che, dove ho intravisto il becco di un pennuto o, ancora, un profilo di un coccodrillo, in realtà lui ha voluto scolpire altro. Trova curiosa questa pluri-forma che l’attento visitatore crea nelle sue opere che, in effetti, finiscono per avere le mille vite che le persone intendono dar loro. Tra le altre opere che destano interesse figurano “Cancro del mondo” (figurativamente la rappresentazione di un osso) e quello che – per la loro vicinanza di collocazione – ho definito “il trittico dei busti” composto dal pregevole “La donna col mantello” (dove la parte superiore della testa della donna è coperta da un velo rosso a significare un velo che copre e maschera le ipocrisie), “Il dio del tempo”, inteso dall’artista come una negazione del mostro dell’egoismo e l’impressionante “L’urlo della madre Terra” in cui la bocca spalancata della figura in un grido infinito e straziante, non solo metaforico, è emblema di uno sfogo lancinante contro i vari mali del mondo contemporaneo.

Jesi, 07-11-2017

 

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