Siamo felici di comunicarLe dell’uscita del n°33 della rivista di poesia e critica letteraria «Euterpe» che proponeva quale tema di riferimento “Amori impossibili tra arte, storia, mito e letteratura”.Nella rivista sono presenti testi di (in ordine alfabetico): ABENANTE Carla, ABRUZZESE Andrea, APOSTOLOU Apostolos, BARTOLUCCI Maria, BELLANCA Adriana, BELLINI Eleonora, BIANCHI MIAN Valeria, BIOLCATI Cristina, BONANNI Lucia, BORDONI Michele, BUFFONI Franco, CAFFIERO Patrizia, CALABRÒ Corrado, CAMELLINI Sergio, CARMINA Luigi Pio, CARRABBA Maria Pompea, CASUSCELLI Francesco, CATANZARO Francesco Paolo, CHIARELLO Rosa Maria, CHIRICOSTA Rosa, CONCARDI Enzo, CORIGLIANO Maddalena, CORONA Antonio, CURZI Valtero, DEFELICE Domenico, DE FELICE Sandra, DE ROSA Mario, DI SORA Amedeo, ENNA Graziella, FERRERI TIBERIO Tina, FERRI Mita, FILECCIA Giovanna, FINOCCHIARO Johanna, FUSCO Loretta, GAGLIARDI Filomena, LANIA Cristina, LE PIANE Fausta Genziana, LUZZIO Francesca, MANNA CLEMENTI Anna, MARCUCCIO Emanuele, MARTILLOTTO Francesco, MARTONE John, MIRABILE Salvatore, MORETTI Vito, NARDIN Donatella, NAZZARO Antonio, NOVELLI Flavia, OLDANI Guido, PACI Gabriella, PASERO Dario, PAVANELLO Lenny, PECORA Elio, PELLEGRINI Stefania, PIERANDREI Patrizia, QUINTAVALLA Maria Pia, RAGGI Luciana, RICCIALDELLI Simona, RIZZO Jonathan, SABATO Adriana, SANTONI Enrica, SICA Gabriella, SIVIERO Antonietta, SPURIO Lorenzo, STANZIONE Rita, STEFANONI Gian Piero, TAGLIATI Franco, TASSONE Rocco Giuseppe, TERESI Giovanni, TOMMARELLO Laura, VARGIU Laura, VESCHI Michele, ZANARELLA Michela, ZINNA Lucio.
Di particolare interesse è la sezione saggistica / critica letteraria del presente volume che si compone dei seguenti contributi:
ARTICOLI
“Didone nel libro dell’Eneide: preparazione e costruzione di una tragedia” (Filomena Gagliardi)
“Il Re burla”; “Limiti 3X2” (Michele Veschi)
“Domani è un altro giorno: riflessioni su Via col vento di M. Mitchell” (Lenny Pavanello)
“Beatrice, amore tra mito, realtà e leggenda” (Sergio Camellini)
“Ettore e Andromaca: l’addio” (Tina Ferreri Tiberio)
“Mala Zimtebaum ed Edek Galinski: un amore ad Auschwitz” (Antonietta Siviero)
“La possibilità dell’impossibilità di un sentimento amoroso” (Valtero Curzi)
“Un viaggio chiamato amore”; “Noi ci diciamo cose oscure” (Loretta Fusco)
SAGGI
“La barca dell’amore s’è spezzata…” (Amedeo Di Sora)
“Il fascino dell’alba per un incontro storico memorabile: Cartesio e Cristina di Svezia” (Anna Manna Clementi)
“Il simbolo e la metafora fra mitologia, arte, poesia e letteratura” (Apostolou Apostolos)
“L’amore impossibile di Solange de Bressieux” (Domenico Defelice)
“Honoré de Balzac e Madame Hanska” (Fausta Genziana Le Piane)
“Gli amori “infelici di fine” nella Gerusalemme Liberata” (Francesco Martillotto)
“Gli amori impossibili nella Gerusalemme Liberata tra opposizioni e devianza” (Graziella Enna)
“Giselda Fojanesi e la sua avventura siciliana” (Lucio Zinna)
“Quando i legami familiari sono d’impedimento alle relazioni amorose: Le nostre anime di notte di Kent Haruf” (Lucia Bonanni)
Segnaliamo altresì il lungo saggio di Lorenzo Spurio sul poeta, saggista e critico letterario Vito Moretti (1949-2019) al quale è dedicato il numero e del quale è presente una ricca scelta di testi della sua ampia carriera letteraria; un’intervista a cura di Michele Bordoni alla poetessa e scrittrice Donatella Bisutti e un intervento di Lorenzo Spurio sulla “Poesia Sculturata”, creazione della poetessa siciliana Giovanna Fileccia, con in appendice un’intervista all’artista.
Troverà il nuovo numero della rivista allegato in formato PDF; la stessa può essere scaricata collegandosi al nostro sito, cliccando qui.
A continuazione, invece, può essere letta/scaricata in vari altri formati:
Prima di salutarvi e di augurarvi buona lettura, ci teniamo a segnalare alcune notizie che reputiamo utili e interessanti correlate all’attività della nostra rivista:
RIVISTA EUTERPE 2011-2021: negli scorsi mesi, dato il decennale dell’attività della rivista di poesia e critica letteraria «Euterpe» abbiamo pubblicato un volume-archivio che raccoglie, oltre alla storia della stessa (come è nata, si è sviluppata, i suoi progetti, etc.), la configurazione delle rubriche nel tempo e della composizione della Redazione, tutti gli editoriali e l’archivio completo, in ordine alfabetico, che contempla tutti gli autori che hanno scritto sulla rivista con riferimenti al numero e all’annualità. L’opera, curata dal direttore della rivista Lorenzo Spurio, è prefata dal poeta e critico letterario Antonio Spagnuolo e si chiude con una postfazione del poeta prof. Nazario Pardini. All’interno di questo numero della rivista è presente, nella sezione “Recensioni” un breve comunicato stampa del volume. Per chi fosse interessato a richiederlo si consiglia di scrivere a rivistaeuterpe@gmail.com per ricevere tutte le informazioni.
VOLUME MONOGRAFICO “STILE EUTERPE” VOL. 6 – Dopo i precedenti volumi monografici dedicati rispettivamente a Gianni Rodari (curato dal prof. Francesco Martillotto) e ad Oriana Fallaci (curato da Lucia Bonanni) contenenti poesie, racconti, saggi, recensioni e altri contributi del progetto “Stile Euterpe” volto, di volta in volta, a rileggere, approfondire, studiare un intellettuale del panorama letterario italiano, è stato proposto a tutti i collaboratori presenti e passati della rivista, con un sistema di partecipazione attiva e ad evidenza pubblica, un sondaggio per la scelta del nome dell’autore al quale dedicare il prossimo volume tematico. I nominativi proposti sono fuoriusciti da una prima scelta operata dalla Redazione della Rivista. Per poter esprimere le proprie preferenze è stato creato un sondaggio all’interno di un gruppo chiuso di Facebook. Il Consiglio per chi è già iscritto a Facebook e intende partecipare è il seguente: chiedere iscrizione al Gruppo (https://www.facebook.com/groups/777388299073155) e, una volta ricevuta l’accettazione, dirigersi al sondaggio che appare nella parte alta della pagina o cliccare direttamente qui: https://m.facebook.com/questions.php?question_id=2671592796319353
Si possono esprimere un massimo di tre scelte e non di più.
I voti ricevuti mediante compilazione del suddetto modello verranno computati agli altri espressi sul sondaggio online.
* * *
Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “Desiderio di evasione, vagabondaggio ed erranza: suggestioni, simbolismi e messaggi”. Ricordiamo, altresì, che il tema è da intendere quale consiglio di una possibile proposta da presentare e che non è strettamente vincolante.
La nuova opera poetica di Stefano Baldinu, recentemente uscita, porta il titolo di Boghes / Voci ed è stata pubblicata per i tipi di Puntoacapo di Pasturana (AL). Essa segue una densa attività letteraria di Baldinu che, oltre ad averlo visto vincere numerosi e prestigiosi premi su tutto il territorio nazionale, ha fruttato, in termini di pubblicazioni in volume quattro libri (Sardegna, 2010; ScorciPiemontesi, 2012; Genova per me, 2013 e Le creazioni amorose di un apprendista di bottega, 2017) e altre plaquette ottenute quali “dignità di stampa” in competizioni letterarie vinte. La particolarità di quest’opera, come ben evidenzia il titolo, è quella di raccogliere per la prima volta gran parte della produzione vernacolare in sardo di Baldinu.
La simpatica e avvincente prefazione di Laura Vargiu, altra poetessa sarda di grande interesse, ben assolve alla funzione di “apri pista” di questo corposo volume nel quale subito viene detto della grande varietà – tanto in termini semantici, fonetici e grafici – delle lingue caratteristiche della Sardegna. Baldinu, partendo dall’assunto condivisibile della non familiarità dell’italiano comune con parlate vernacolari così distanti e impermeabili rispetto a quelle dell’Italia peninsulare, ha reputato utile inserire in apertura degli apparati che facilitano il percorso di lettura al fruitore rendendoglielo ben più gradevole e al contempo formativo.
Nelle note tecniche (alle quali rimando per maggior esaustività) elaborate da Baldinu sulla scorta di studi pluriennali oltre che di una vocazione possente mai venuta meno verso il traslato linguistico in altri codici che appartengono alla sua terra ancestrale, si dà di conto dei principali gruppi linguistici o isoglosse che attraversano la favolosa terra dei Quattro mori. Baldinu le rammenta talora come “parlate” tal altra come “macro varianti”; esse sono: il logudorese (della regione del Logudoro e di cui fanno parte il logudorese settentrionale e quello centrale o comune), il campidanese (parlato nella zona centro-meridionale dell’isola, con le sue numerose varianti oristanese, ogliastrino o barbaricino orientale, barbaricino centrale e quello meridionale, il sarrabese, il campidanese occidentale, il cagliaritano e il sulcitano), il turritano o sassarese con la sua variante castellanese; il gallurese (parlato nella zona nord-occidentale noto anche come corso meridionale); l’algherese (una variante del catalano); il tabarchino (parlato in alcune isole minori del Sulcis). Insomma, un caleidoscopio misto di lingue che in molti casi non hanno particolari comunanze e forme similari nei loro dizionari. Baldinu fornisce anche indicazioni su una corretta pronuncia delle varie parole in sardo e poi il volume si apre nella sua forma bipartita e “a specchio” di testo in lingua sarda (in uno dei dialetti menzionati) e la relativa traduzione italiana che per la gran parte dei non autoctoni risulta necessaria, quando non addirittura obbligata.
Le Voci che si dispiegano nel corso del volume sono quelle che Baldinu rievoca nella mente di una memoria familiare e ambientale alla quale è ancora particolarmente legato, ma anche i discorsi della contemporaneità con le sue difficoltà, idiosincrasie, devianze e patologie sociali. Insomma, una raccolta che recupera la tradizione ma che si staglia verso l’attualità dei giorni che ci fa tutti fratelli e che ci impone spesso una riflessione attenta sulla destinazione dell’uomo, sul senso delle scelte, sulla gravità dei comportamenti e l’obbligo di responsabilità.
Il volume si articola in una breve Overture (Abbertura) e quattro sezioni prive di titolo anticipate dalla numerazione romana e da alcuni versi in epigrafe di altrettanti poeti sardi e si chiude col componimento di coda Il senso del nostro silenzio (Su sensu de sa mudesa nosta). Come osservato in una nota a mezzo stampa che ha dato a conoscere il nuovo volume “Tale struttura è stata così creata a immagine di un’opera di musica classica (ne è testimonianza l’indicazione di una overture e di una conclusione) e fornire al lettore un’immagine di struttura polifonica dell’opera rimarcata dall’utilizzo di più registri linguistici”.
Le tematiche investigate nel volume, nelle trentanove composizioni che lo formano, sono variegate ma alcune sembrano identificarsi in maniera molto netta, anche per la loro felice ricorrenza: la tradizione e la famiglia, il passato e la memoria che riaffiora, la nostalgia, ma anche l’attenzione verso il sociale, la precarietà dell’uomo, la vulnerabilità del genere umano indebolito e sopraffatto da patologie pervasive e invalidanti di varia natura, la pietas verso il sentimento collettivo, la volontà di comprensione degli accadimenti, l’introspezione, il colloquio con l’interiorità, la perlustrazione di questioni intestine alla natura transeunte dell’uomo. I limiti e la finitezza, il pensiero della morte, il tema del cambiamento e dell’insicurezza: Baldinu rasenta un’amplissima campionatura di tematiche, simboli e allegorie per mezzo di una poetica puntuale e rigorosa, che non si mostra recalcitrante nei confronti di una semantica parca e raramente inusuale, puntando sempre all’essenzialità delle immagini colte nei curiosi correlativi, nelle concatenazioni immaginifiche di sentimenti e piani emozionali che tessono una fitta trama.
Alcuni versi estratti dalle opere sembrano a questo punto necessari (citerò in lingua italiana e in nota il testo originale in dialetto con indicazione della variante impiegata): in “Dietro ad ogni parola” al termine della prima stanza leggiamo “E il sogno era più una colonna sonora d’attese / da comporre che un respiro di grafite / appena accennato fra le righe dei silenzi”[2] (33).
Senz’altro da citare, per la grande forza espressiva e il sentimento di vicinanza dinanzi a una condizione patologica per chi la vive e di difficoltà gestionale per chi attornia la persona è quella dedicata a tutti i ragazzi autistici dove si legge: “È il riso della gente che non sa e coniuga / parole intraducibili a far naufragare / ogni respiro, rompere l’equilibrio sottile / di questo mio sogno di diventare adulto”[3] (47). Baldinu in pochi versi parla con garbo dell’indifferenza e del pregiudizio, ma anche della difficoltà d’inclusione, dell’incomprensione del mondo e della vita che, nonostante tutto, va avanti segnata dalle sue sacche di dolore. Si associa a questo atteggiamento, teso a sondare con incisività e grande rispetto la sofferenza di intere famiglie determinata da casi patologici insanabili o degenerativi, anche la lirica “Dentro al silenzio di un altro universo” che, dopo una breve chiosa di Dino Siddi, tratta il tema del morbo d’Alzheimer (“su di un segno incerto a disperdere gli appunti / per un domani e la linea dell’acqua che circumnaviga / il bicchiere sul comodino”[4], 83).
In “I crisantemi” l’Autore sembra rapportarsi, nel dialogo introiettivo, con l’alterità poderosa e ineluttabile della morte e nel suo colloquiare tendenzialmente pacificato sembra quasi sopraggiungere a una rassicurazione istintiva: “A volte i morti sono lucciole miti, / piccole galassie nell’universo infinito, / brandelli di brina sui pallidi fiori lunari. // Talvolta i crisantemi sono la voce / della terra e dormono sulle fronti dei morti / come dormono le stelle: / di uno splendido silenzio”[5] (55). Tema, questo del trapasso, che viene richiamato anche nella successiva poesia “Gaetana” dove si parla di un abbandono della Terra avvenuto prematuramente: “e intanto la tua ala, in punta di piedi, / era un silenzio che generava altro silenzio, / il pigmento di un girasole adagiato sull’orizzonte / della sua stessa ombra”[6] (57).
Com’è tipico di tanta poesia vernacolare anche in Baldinu vi sono molti versi – di chiara rilevanza per l’autore, ricchi di immagini, così intimi e significativi per il suo tracciato umano – che attengono al recupero della memoria familiare, alla trattazione delle vestigia, seppur per pillole, ancestrali del proprio ceppo familiare. È il caso – in particolare – di “Ricordi di nonno” dedicata all’avo Giomaria Baldino noto come “Billa” nella quale l’affettuoso nipote così annota la figura dell’uomo: “il mistero di una vita fra la polvere / e il verderame che ti colorava il vestito come ad un Arlecchino / […] / Il tempo non passava mai come / un cielo capriccioso che non vuole diventare stellato”[7] (61-63). Appartengono a questo filone di poesie familiari anche “Sul mare dell’eterno” dedicata allo zio Antonio Baldino inaugurata da una citazione di Vincenzo Pisanu che recita “Quando non ci sarò più, non piangete per me…” ad intendere il percorso dell’uomo andato che va ricordato e non pianto, celebrato lietamente nella memoria e non fatto oggetto di disperazione. C’è poi una poesia che Baldinu ha voluto dedicare all’amato padre (colui che più di tutti gli ha trasmesso l’amore per la sua terra, i suoi costumi e le sue lingue), “Al di là della gioia”, nella quale tenta un confronto serrato, intessuto su un atteggiamento di raffronto e specularità con il genitore: “Da tempo ho bisogno di parlarti, / di precipitarti nell’incavo dell’anima / con l’urgenza di una pagina bianca / da riempire per scoprire quanto tutto di te mi assomiglia”[8] (111).
Uno sguardo sul difficile e provato mondo della nostra attualità di certo non poteva mancare in un poeta attento e sensibile come Baldinu e ce ne rendiamo subito conto dinanzi alle liriche (solo per citarne alcune) “A pelo d’acqua” dedicata agli infanti morti in mare in qualche traversata con i loro genitori alla ricerca dell’agognato quanto mendace Eldorado costituito dall’Europa; “L’eternità della sua assenza” riferita, invece, alla condizione dei clochard vittime dell’indifferenza generale e spesso anche di violenza gratuita; il lungo componimento “Il suo non amore mi lascia senza parole” in cui è contenuto un messaggio di sdegno, riprovazione e rifiuto della logica patriarcale, di denuncia alla violenza di genere. Qui, in particolare, leggiamo: “di viola all’angolo dell’occhio / […] / la cicatrice sul ventre, cordone ombelicale / di vita abortito / […] un amore malato // […] Ma come osservare questo viso, la sua inesatta duplicazione che si abbandona / sui vetri / […] / fra le screpolature dei miei occhi / […] i contorni di una vita differente // […] assaporare il frumento di un’altra umanità”[9] (147). Baldinu affronta anche il dolore di tante madri accomunate da un unico doloroso destino: quello di dover sopportare per tutta la vita la scomparsa dei propri figli. È il caso delle madri di plaza de Mayo che neppure le alte temperature argentine né l’avanzata età fa risparmiare la loro presenza assidua e convinta, disperata, nel reclamare giustizia dinanzi a una barbarie di dimensioni spaventose: “vanno con gli stessi occhi / di uno stesso cielo, con le stesse rughe di uno stesso sole / incontro allo stesso silenzio, alle parole ripetute / sotto la pioggia incessante. // La loro voce è un mare che squarcia e rovescia / i monti / […] / “Dove sono? Dove li avete lasciati cadere? Dove avete spezzato le loro matite?”[10] (73). È un dolore pungente, insondabile, reiterato, continuo, che il tempo non ha silenziato né calcificato, non vi è desiderio di vendetta, né vi sono tentativi di autoannullamento. È un dolore lucido, patente, collettivo, accorato. È un dolore sempre attuale e presente, inallontanabile, una sofferenza sovrumana, di una rescissione violenta di una parte dei loro stessi corpi. È un dolore di madre.
Stefano Baldinu, autore del libro
Il libro di Baldinu si presta doppiamente come strumento utile per il possibile fruitore: oltre alla preziosità delle sue liriche, contenenti pensieri, divagazioni, visioni ed esperienze che così esterna a noi tutti, un fittissimo campionario di versi meticolosamente scelti da numerosi poeti della terra di Sardegna, richiamati e citati sia in esergo che in apertura a particolari liriche, rimembrati per la loro opera e lì posti in bella vista, come in un tabernacolo che conserva qualcosa pregiato. Sono frasi nelle quali Baldinu ritrova il senso delle cose, il possibile tracciato dove iscrivere le sue liriche, annodando analogie e richiami tra poeti che risultano curiosi e particolarmente fertili. Ed è così che Boghes / Voci finisce per contemplare, seppur in versione ridotta, anche una minima antologia della poesia sarda contemporanea. Sfilano così tanti nomi (forse poco conosciuti o che poco richiamano ai più) ma che Baldinu ci offre per una riscoperta, studio e un maggiore trattazione. Reputo, pertanto, richiamarne almeno i nomi affinché l’individuazione dei percorsi bio-bibliografici degli stessi, dopo un’eventuale opportuna ricerca, possano consentire approfondimenti utili forieri di scoperte che s’intuisce saranno significative. Li riporto secondo l’ordine cronologico di nascita: Giovanni Camboni (Pattada, 1917 – 1991, dialettale nella variante logudorese), Dino Siddi (Sassari, 1918-2020, dialettale nella variante sassarese), Giulio Cossu (Tempio, 1920-2007, dialettale nella variante gallurese), Aldo Salis (Sassari, 1925, dialettale nella variante sassarese), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925, dialettale nella variante campidanese), Ignazio Delogu (Alghero, 1928 – Bari, 2011, dialettale nella variante catalana di Alghero), Giovanni Fiori (Ittiri, 1935, dialettale nella variante sassarese), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936, dialettale nella variante campidanese), Antonio Coronzu (Alghero, 1944, dialettale nella variante catalana di Alghero), Enzo Sogos (Alghero, 1958, dialettale nella variante catalana di Alghero)[11].
LORENZO SPURIO
Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.
[1] “Sa solussione est in calche istantzia cunzada a ciae / in sa mente tua” (94), variante logudorese.
[2] “E su sonniu fiat pius una colunna sonora de appittos / dae cumpònnere chi un’àlidu de lapis / a izu atzinnadu tra sas rigas de sos silentzios” (32), variante logudorese.
[3] “Est su risittu de sa zente chi non ischit et cuniugat / paraulas chi non si podet traduchere a faghere affundare / donzi respiru, / secare s’echilibriu sùttile / de custu sonniu meu de divènnere mannu” (46), variante nuorese.
[4] “subra unu signu intzertu a disperdere sas annotaduras / pro unu cras e sa linea de s’abba chi tzircumnavigat / sa tatza subra su condominu” (82), variante logudorese.
[5] “Calchi borta sos mortos sunt culeluches masedos, / budrones de isteddas piccoccas in s’universu infinidu, / chirriolos de chiddighia supra sos pallidos frores de sa luna. // Calchi borta sos crisantemos sunt s’unica boche / de sa terra e dromint supra sa frùntene de sos mortos / comente dromint s’isteddas: / d’un meravillosu silentziu” (54), variante nuorese.
[6] “e intantu s’ala tua, in pittu de pe’, / fiat uno silentziu chi at gheneradu s’ateru silentziu, / sa tinta de uno girassole arrimau supra s’orizonte / de sa matessi umbra” (56), variante nuorese.
[7] “su misteru de una vida tra sa pìuere / e su birderamen chi ti tinghiat su bestire comente a unu Arlecchinu / […] / Su tempu non passaiat mai comente / unu chelu bettiosu chi non volet diventare isteddau” (60-62), variante nuorese.
[8] “Dae tempu apo bisonzu de faeddarti, / de prezipitarti in s’incasciu de s’alma / cun s’apprettu de una pazina bianca / da piènnere pro iscobèrrere cantu tuttu de tue m’assimizza” (110), variante lugodorese.
[9] “de viola a s’angulu de s’oju / […] / sa cicatritze subra su bentre, cordone de s’imbligu / […] / un’amore malàidu // […] Ma comente abbaidare custa cara mea, / sa duplicatzione sua impretzisa chi si abbandonat / supra sos bidros / […] / iscorzoladuras de s’ojos / […] / inghirios de una vida differente // […] assaborare su trigu de un’atera umanidade” (146-148), variante logudorese.
[10] “andant cun sos matessi ojos / de unu matessi chelu, cun sas matessi pijas de unu matessi sole / contra a su matessi silentziu, a sas peraulas repitidas / sutta sa pio fittiana. // S’insoro boghes sunt unu mare chi isgarrat e bortulat / sos montes, / […] / “Ue sunt? Ue ais los lassados falare? Ue ais segadu s’insoro lapisas?” (72), variante logodurese.
[11] Purtroppo non sono riuscito a recuperare indicazioni precise in merito alle date di nascita e morte e zona di appartenenza di tutti i poeti di cui Baldinu riporta versi nel suo libro. Riporto a continuazione gli altri di cui si difetta di informazioni complete: Antonio Palitta (Pattada, n.d. – 2003), Gavino Finà (Martis, 1920 – Brusaporto, 2019), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925), Pietrino Marras (n.d., 1925-1979), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936), Vincenzo Pisanu (Uras, 1945), Orlando Biddau (Fiume, 1938 – Bosa, 2014), Maria Paola Gisellu, Pietro Mellino, Fedele Carboni, Cesira Carboni Aru, Angelo Bellinzas, Antonio Manca, Francesco Manconi, Rosalba Martino Farris, Tore Silanos, Anna Fenu, Antonio Spensatello Fais, Gavino Virdis, Giovanna Elies Pecorini, Mario Sechi, Antonio Satta, Giampiero Mura, Antonello Paba.
Il grande progetto. È un titolo poderoso, che non può passare inosservato, quello che campeggia sulla copertina di questo libro edito da Il cuscino di stelle di Pereto (AQ), casa editrice gestita da Armando Iadeluca particolarmente attenta alla cultura internazionale, alle opere di poeti in giro per il mondo, magicamente “versate” nel nostro idioma dalla poetessa e traduttrice bolognese Claudia Piccinno.
Questa volta la Piccinno ci presenta l’opera di una poetessa di origini serbe di sicuro spessore: Maja Herman Sekulić; a testimoniarcelo è anche la prefazione di Dante Maffia, noto poeta e cultore letterario la cui adesione al progetto editoriale, oltre a impreziosirlo, ne detta in maniera energica e incipitaria il valore e il prestigio tanto dell’autrice quanto della sua opera.
Nutrita di successi e di avvenimenti entusiasmanti è la carriera letteraria della Sekulić che, per motivi di brevità, cerchiamo di passare in rassegna tra i tratti che sembrano particolarmente distintivi. È nata a Belgrado, capitale della Serbia, nel 1949; oltre ad essere poetessa – veste per la quale la Piccinno l’ha scoperta e ce la fa conoscere – è scrittrice, saggista e traduttrice. Le sue origini, miste, la vedono come figlia tanto dei Balcani quanto degli USA sebbene nel suo lungo percorso non sono mancati periodi di formazione e permanenza anche in altri paesi tra cui la Francia, l’Inghilterra, la Germania e l’Italia. Attualmente si divide tra New York e Belgrado ed è membro di spicco della Serbian Literary Association e della Serbian Literary Society. Ha insegnato alla prestigiosa Princeton University nel periodo 1985-1989 e alla Rutgers University dal 1982 al 1984, è stata inoltre lettrice alle Università di Harvard, dello Iowa e altre ancora. Collaboratrice di associazioni e realtà culturali di vari paesi, ha preso parte a riviste. Il suo impegno culturale è stato volto anche al sostegno nei confronti di un’idea unitaria di cultura e lingua che unisse le varie anime del popolo balcanico, un tempo stato unitario e ora frammentato in varie repubbliche tanto che nel 2017 sottoscrisse la Dichiarazione sulla lingua comune per Croati, Serbi, Bosniaci e Montenegrini, progetto che, se da una parte apparve come utopistico, senz’altro era mosso da nobili e alti intenti.
Avvicinandoci alla produzione letteraria della Nostra va rivelato che si tratta di un’autrice prolifica avendo all’attivo una quindicina di volumi pubblicati, tra raccolte di poesie, romanzi, saggi critici, dissertazioni che vanno ad aggiungersi a una copiosa presenza di recensioni, prefazioni e testi apparsi in riviste, antologie e volumi di terzi. Una intellettuale, dunque, completa: non solo interessata ai suoi libri e a rincorrere le spire della sua creatività, ma in continuo e attento dialogo con il mondo, in confronto con la realtà culturale, autrice di volumi, ma anche fine critica e studiosa. I suoi volumi sono stati pubblicati tanto in lingua serba che in inglese e, nel caso del volume in oggetto, grazie all’intermediazione linguistica della Piccinno, in italiano. Sue opere singole, tra cui componimenti poetici, hanno visto la luce anche in altre lingue tra cui il francese e il tedesco. Per la poesia ha pubblicato Kamerografija (Camerography)[1] nel 1990; Kartografija (Cartography) nel 1992; Iz muzeja lutanja (Out of the Museum of Wondering) nel 1997; Iz puste zemlje / Out of the Waste Land[2] (1998); Lady of Vincha / Gospa od Vinče nel 2017. Copiosa la produzione narrativa mentre, per la saggistica, segnaliamo il volume Skice za portrete / Sketches for Portraits che contiene una raccolta di colloqui con amici, autori americani e internazionali, da Joseph Brodskj a Bret Easton Ellis; Prozor u žadu (1994), un libro che contiene saggi e divagazioni elaborate durante una serie di viaggi nel sud Est Asiatico tra cui in Tailandia, Vietnam, Myanmar e Cambogia; Who was Nikola Tesla? The Genius who gave us Light (2015) un saggio interamente dedicato allo scienziato Nikola Tesla (1856-1943), illustre serbo e inventore, tra le altre cose, della lampadina con accensione senza fili. Autrice anche di racconti per l’infanzia e, per quanto attiene al mondo della traduzione, rilevante è stato il suo apporto nel far conoscere alla comunità internazionale una serie di poeti serbi che ha tradotto in inglese.
Avvicinandoci al volume Il grande progetto (2020) è impossibile non riportare – dato l’acume critico e la grande espressività figurativa del tono – alcuni estratti della dotta prefazione di Dante Maffia, nella quale è possibile leggere: «È libro impegnato e lirico insieme; libro che sa porre l’accento sulla condizione umana e sui valori; libro che sottolinea in maniera dolce e corale, […] le ragioni delle radici; libro […] civile […] che pone in essere problematiche vive, palpitanti, attuali, a cominciare dallo sfaldamento della Jugoslavia fino ad arrivare alla pandemia del coronavirus» (6).
Ed in effetti dell’autrice serba si apprezzano la vastità dei riferimenti e delle intenzioni se pensiamo, che nella scelta di liriche qui tradotte dalla Piccinno, si parla di molti argomenti diversi, apparentemente distanti e slegati tra loro. Tuttavia, se ci si avvicina con attenzione e si cerca di capire il retroterra nel quale determinate riflessioni sono nate, ben si comprende come ogni ambito del quale la Nostra parla sia irrelato e contiguo alla sua sostanza vitale, in altri termini alla sua biografia. È la vicenda di una donna che è nata ed è vissuta in un Paese che non c’è più, com’era allora, continuamente rivisto dalle soluzioni e derivazioni della storia, a seguito di dittature, guerre e trattati a tavolino. Si parte, dunque, dai Balcani delle origini, per passare poi, sull’onda di vari viaggi effettuati in giro per il mondo, a una selezionata scelta di liriche che concernono la visita al vecchio regno di Burma, la Birmania dei nostri testi scolastici, oggi Myanmar, quel paese tanto distante sulla carta geografica che da tempo vive la nefandezza di una spietata dittatura militare.
È la stessa autrice a informarci che la poesia “Figlia di Sisifo” è espressamente rivolta a ricordare un fatto denigratorio per l’umana specie, quello delle barbarie della dittatura titina sulla Jugoslavia. Il componimento che segue, “Una genealogia del ventesimo secolo”, diviso in tre ampie e articolate stanze, è stato inserito con la volontà di introdurci a un pensiero ricorrente nella Nostra, quello del dissidio insito nelle terre dei Balcani che ha condotto a guerre logoranti ma anche alla sua formazione di donna e intellettuale composita, mitteleuropea, dotata di una ricchezza culturale e umana emanata e consolidatasi proprio in ragione di un sincretismo culturale e di una grande fiducia nella promozione dell’istituto della solidarietà empatica e partecipativa. «Una parte di me è vecchio / sangue mitteleuropeo / una fetta di torta sacher inattiva / su una terrazza ad Abazia / […] Quanto sono lontani gli altopiani / da Agram?// […] // L’altra metà, quella sinitra, / proviene dal proletario, dal popolino, / da arterie contadine / di rifugiati tedeschi, rivoluzionari del 1848 / […] / Il palazzo di Eltz, ricordato / nel libro di Magris»[3] (13-14): nel giro di pochi versi la poetessa ricostruisce il legame con la terra, percepisce la sua eredità di cittadina europea, nelle sembianze delle tipicità delle terre a lei più o meno contigue, nelle tradizioni nazionali, nei respiri di etnie che sente, nei prodromi e nella sensibilità, a lei genitrici e amiche al contempo.
La Sekulić tocca continuamente i temi dell’appartenenza storica e geografica e con essi anche quelli della memoria, della resistenza, delle lotte civili, dell’universo di coloro che hanno sofferto la repressione, la violenza, di chi ha dovuto espatriare, tentare rifugi di fortuna, abbandonare il proprio Paese, riscrivere la propria vita, elaborare lutti, confrontarsi con l’altro: «Scriviamo una nuova toponomastica, / gli indirizzi, / […] / Siamo tutti nati / di nuovo. / Tutti rifugiati» (16).
Nel volume c’è una poesia dedicata al grande scienziato Nikola Tesla sul quale la Nostra ha scritto un saggio che ripercorre la sua vita e la sue importanti scoperte che hanno dettato un miglioramento nella vita dell’uomo contemporaneo: «cercando di entrare nella sua testa / […] / su come ha illuminato la prima città con l’elettricità / di come ha scoperto le onde magnetiche / e riguardo all’energia terrestre / […] / viviamo / nel suo mondo / come lui vive / nella mia poesia» (19).
Colpisce della Nostra la sua capacità di coinvolgimento e il sincero interesse e trasporto che nutre in relazione a episodi, manifestazioni e realtà che geograficamente non la riguardano direttamente e da vicino ma con le quali sente affinità, vicinanza, solidarietà, nutrendo partecipazione alle sorti di genti lontane. È il caso, ad esempio, della realtà delle donne yazide di cui accenna nella poesia “Le Super Lune”. Parimenti si raccolgono – come già ricordato – alcune poesie scritte in Birmania, durante una sua permanenza nella penisola asiatica, nelle quali ci affresca il potente fiume Irrawaddy, il più grande del Paese con una lunghezza di circa duemila chilometri e l’accecante cupola color oro della Pagoda Shwedagon Paya nella vecchia capitale Yangoon.
A costellare alcune liriche del volume sono delle chiose introduttive da altrettante opere letterarie, principalmente della letteratura inglese, da Samuel Taylor Coleridge nella “romantica” Ballata del vecchio marinaio alla romanziera Elizabeth Bishop.
Lo sguardo sociale non è restio al cambiamento dei tempi correnti difatti la poetessa non si esime dal dedicare un componimento – di indubbia efficacia e pathos – al dramma relativo alla situazione pandemica del Covid-19. In questo testo, che la poetessa ha voluto “leggere” e inserire nel contesto del nostro Belpaese con riferimenti a Roma e Venezia e un collegamento con la sua seconda casa, gli Stati Uniti, si legge: «Il Corona ha attraversato l’Oceano. / Mangia la Grande Mela dal centro. / La pandemia globale di Wuhan ha irrevocabilmente cambiato il mondo» (40). Ed è su quel “irrevocabilmente” che la poesia intende porre i suoi quesiti attorno a questo presente labile e insicuro che attualmente cerchiamo di vivere, riappropriandoci lentamente dei nostri spazi con tanto disagio e insicurezza, perturbati da un’ansia che sembra difficile da allontanare, dopo che i nostri occhi sono stati spettatori silenti e partecipi del dramma: «Roma città eterna e deserta / […] / Milano sanguina. Bergamo singhiozza» (40). E così, ogni altro angolo del mondo. Il ripristino della normalità e la disinfezione dal Male purulento che ci ha devastato vengono iscritti dalla Sekulić in un ipotizzabile e speranzoso intervento divino da parte della dea Sunna (della tradizione nordico-germanica), sembianza di luce salvifica, affinché possa «rianimar[e] la Terra e ripulir[la] [da] tutte le cellule del mio essere» (40).
LORENZO SPURIO
Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.
[1] Il titolo dell’opera è in lingua serba translitterata in segni grafici dell’alfabeto internazionale e, tra parentesi, tradotto in inglese.
[3] La “torta Sacher” fa riferimento all’Austria di cui è uno dei dessert tipici; la città di Abbazia, un tempo italiana, è oggi croata e nota con il toponimo Opatija e appartiene alla regione litoraneo-montana della Croazia ed è adagiata sul mar Adriatico. “Agram” starebbe per Zagabria, capitale della Croazia, termine in tedesco utilizzato dalla Nostra nel corso della poesia. Il “Palazzo di Eltz”, più propriamente il “Castello di Eltz” è un castello dall’architettura fiabesca stile disneylandiano situato nelle prossimità di Wierschem sulle colline che sovrastano la Mosella tra Coblenza e Treviri, in Germania.
La nuova raccolta s’incanala in un percorso di creazione e di ricerca personale che già ha visto produrre segni maturi rappresentati dalle precedenti raccolte poetiche tra le quali cito A perdicuore – Versi scomposti e liberati (2015) e la più recente Gocce insorgenti (2017). Pregevole è, in Bellanova, la sua particolare e sentita adesione ai motivi che dettano l’esigenza di abbracciare cause umanitarie e civili, in difesa dei diritti dell’uomo. Ciò è riscontrabile anche dalla sua attività di redattore (macchinista) della rivista di letteratura «La macchina sognante», nata alcuni anni fa sulle orme di «Sagarana» dell’indimenticato professore Julio Monteiro Martins prendendone in prestito proprio la titolazione tratta dall’ultima opera del celebre scrittore brasiliano.
Il poeta bolognese Bartolomeo Bellanova ha recentemente pubblicato un nuovo libro di poesia, Diramazioni (Ensemble, Roma, 2021), sulla cui copertina si staglia – visto d’alto – un intrico di linee ferroviarie, scambi e incroci di una qualsiasi stazione italiana, a intendere il senso del passaggio e i motivi del trascorrere e dello spostarsi.
È una raccolta interessante, dettata da esigenze polifoniche e di condivisione culturale, quella che la salentina Claudia Piccinno – poetessa e fluente traduttrice nella nostra lingua di poeti sparsi in vari angoli di mondo – ha prodotto negli ultimi tempi. La struttura è volutamente tripartita ovvero, con la finalità di poter arrivare a un pubblico più vasto e in consonanza del progetto interculturale, le poesie qui raccolte si presentano in tre diverse lingue: l’italiano, l’inglese e il turco.
Il volume, che porta come titolo Una brezza mediterranea tra poeti italiani e turchi/ A Mediterrean Breeze among Italian and Turkish Poets / Türk ve İtalyan Şairlerin Akdeniz Esintisi (Il cuscino di stelle, Pereto, 2020), raccoglie così una selezionata scelta di autori nostrani, “versati” prima in inglese, quale lingua intermedia – a sua volta di ampio accoglimento – per poter poi trovare un’ulteriore versione nella lingua turca. Stesso procedimento, ma secondo un andamento contrario, è stato fatto per i poeti turchi che sono stati inseriti.
Questo volume è un potenziale ponte tra popoli, identità culturali, religiose, atto ad avvicinare i gruppi umani facendo forza sulle loro comunanze, propensioni parallele, circostanze ed elementi agglutinanti piuttosto che sulle discrepanze e divergenze di visioni.
Nella puntuale nota di prefazione stilata da Deborah Mega si legge: “Va a questo punto ribadita, una volta di più, l’importanza e il rigore delle traduzioni, che non devono annientare le specificità di ciascuna lingua in modo tale da garantire il trasferimento di quello scrigno di segreti linguistici, tesoro di ogni lingua nazionale e fonte di arricchimento reciproco e di curiosità per le differenze. Ne deriva un clima interculturale che abbatte le barriere linguistiche e, aprendo nuovi orizzonti, crea visioni transnazionali, veri e propri ponti tra comunità solidali e dialoganti”.
Nell’opera sono antologizzati la mugellana Annamaria Pecoraro in arte “Dulcinea” (classe 1981, nata a Reggello), nota promotrice culturale; la compianta Bruna Cicala, genovese, collaboratrice del Centro Lunigianese di Studi Danteschi, poetessa molto apprezzata che ha lasciato un grande vuoto; la nota poetessa, saggista e giornalista del Basso Lazio Carmen Moscariello, Fondatrice e Presidente del prestigioso Premio Letterario “Tulliola – Renato Filippelli” le cui premiazioni si tengono presso il Senato della Repubblica Italiana; la stessa curatrice del volume, Claudia Piccinno, poetessa leccese, strenua collaboratrice di varie piattaforme interculturali a livello mondiale; il professore Domenico Pisana di Modica (SR), eccellente teologo e saggista prolifico con studi sulla poesia degli Iblei e monografie sul conterraneo Salvatore Quasimodo; Elisabetta Bagli (romana classe, 1970 naturalizzata madrilena) autrice di sillogi poetiche e racconti per l’infanzia; Emanuele Aloisi di Cosenza di professione medico e Presidente dell’Associazione Culturale Itaca “Dal Tirreno allo Jonio”; Enzo Bacca di Larino (CB) vincitore di copiosi riconoscimenti letterari; la tarantina Ester Cecere, ricercatrice di Biologia marina, autrice di poesie e racconti particolarmente apprezzati; Giampaolo Mastropasqua dirigente medico del reparto Psichiatrico ATSM del Carcere di Lecce; Michela Zanarella, poetessa e giornalista, redattrice di varie riviste e Presidente dell’Associazione Le Ragunanze di Roma; la poetessa-haijin Valentina Meloni (romana, classe 1976, naturalizzata umbra) curatrice di pagine e riviste haiku; finanche il decano della poesia il professor Nazario Pardini, Ordinario di Letteratura Italiana in quiescenza, fertile autore di poesia e critica letteraria, contemporaneo Virgilio di tanti poeti, tra esordienti, affermati, più o meno maturi.
Per gli autori turchi, invece, troviamo: Deniz Ayfer Tüzün impegnato anche nella recitazione e nel campo della drammaturgia; la giovane Deniz İnan che ha all’attivo varie pubblicazioni poetiche tra cui Mor Mahzen (2018); Dilek İşcen Akişik, poetessa di lungo corso nata a Smirne e collaboratrice di numerose riviste; Emel İrtem, poetessa originaria di Eskişehir, nel nord-ovest della Turchia, medesimo luogo della poetessa e musicista Funda Aytüre; Emel Koşar, poetessa e critico letterario; Hilal Karahan poetessa che proviene da una professionalità medica e poi Kalgayhan Dönmez; il curatore della parte turca, Mesut Şenol, editore e traduttore; Nuray Gök Aksamaz nativa di Istanbul (classe 1963) di professione ingegnere chimico; la conduttrice televisiva Sabahat Şahin; Osman Öztürk e Volkan Hacioglu.
Dal momento che numerose e assai variegate risultano le tematiche oggetto delle varie liriche contenute nel volume reputiamo che non sia consono lo spazio di questa breve segnalazione parlarne perché una lettura meticolosa dei contenuti imporrebbe l’analisi mediata e approfondita di ciascuna poetica. Riteniamo, inoltre, che per potersi esprimere in maniera abbastanza centrata in merito alle tante poetiche ivi raccolte i pochi testi presentati per ciascun poeta inserito non possono, né pertanto debbono, ritenersi sufficienti per un’analisi di questo tipo che, diversamente, apparirebbe sciatta e pressappochista.
Valevole e di spessore, invece, rimane il progetto nella sua interezza e per gli alti propositi che i curatori, quali onesti mediatori culturali, hanno inteso lanciare e difendere strenuamente. Ecco perché questo volume – come già detto – è un valido ponte di passaggio tra spazi apparentemente diversi e distanti, un elemento utilissimo che permette una confluenza e un travaso troppe volte ritenuti impossibili o, addirittura, perigliosi. Esso, pertanto, va letto anche alla luce delle vicende storico-sociali che hanno descritto, non sempre in maniera fausta, le relazioni diplomatiche, di apparente cordialità e vicinanza tra i due popoli, le due nazioni, i due contesti.
Iniziative del genere, che nascono dalla volontà di istituire un cammino di dialogo e rispetto reciproco dovrebbero essere intensificate e duplicate, in vari contesti e non solo quelli editoriali; Piccinno e Şenol, quali veri ambasciatori di pace, hanno dimostrato che, qualora si voglia e realmente ci si crede, è sempre possibile deporre il primo mattone. È chiaro che le fondamenta per dare robustezza alla costruzione necessitano la partecipazione attiva – e la convinzione – di tanti che, assieme a speranza, rispetto, mutua compartecipazione e spirito di lealtà, possono senz’altro fare la differenza. Questo perché, se la parola in passato è stata spesso adoperata per aizzare violenze, denunciare, inveire, creare dissidio, incitare alla lotta, è pur vero che essa non può rinnegare la sua funzione primigenia che non ha a che vedere – proprio come la poesia – con la cesura e la lotta, ma con l’esaltazione dell’unione e la difesa della creazione.
LORENZO SPURIO
Jesi, 22/05/2021
Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.
I nove dialetti delle nove province siciliane, non esistono. Ogni provincia ha tanti dialetti, quanti sono i paesi che la compongono e la loro omogeneità non può esistere, se non incanalandoli in una Lingua. Con tutti i complicatissimi corredi, ad iniziare dai testi di formazione.
La problematica drammatica e orgogliosamente felice, è che nessuno di loro, come nessuno di tutte le regioni d’Italia, ha un rapporto stretto con la Lingua italiana… Sembra una brutta favola, ma è la realtà. Poi c’è un colpo di fortuna straordinaria. O per altri, un miracolo. Dove oggi c’è un gruppetto di paesini, prima del Trecento, – oggi in Sicilia ci sono 2400 parole italiane, inserite nella Lingua siciliana. Per esempio: – Scarpa, pasta, acqua, ossa, mula, tubi, giacca, lenza, panna, Luna, aria, occhi, testa e così via… – ove i paesini vennero su popolati da ovunque, e la gente adottò la parlata che trovò e la conservò, in parte conservando quegli idiomi latinizzanti.
Nel Trecento era già diffusa come ‘linguaggio’ di commercio, a Firenze, a Venezia e nelle Puglie… Le parole citate prima, esistevano da noi prima del Trecento… Questo linguaggio che poi i paesotti che vennero su nei tre lembi delle province di Palermo, Trapani e Agrigento lo adottarono e lo conservarono, coi suoi latinismi.
– Mè Matri, ja a la Missa… – Che poi nell’Italiano viene distorta in Messa… Ma da noi resta ‘Missa,’ in dialetto… Ma già nel Trecento, Dante aveva capito tutto, e nella Divina, accettando il volgare, non esiste nulla della Sicilia, se non quel dialetto latinizzato, di cui Dante andò fiero, dicendo che tutto quello che è ‘siciliano, è poesia’.
Io sono nato in uno di quei paesini… Paesini che in due guerre e varie carestie non hanno avuto un morto, una bomba… Scansati perché poveri, non offrendo agli invasori, alcuna garanzia economica… Per secoli il mio paesino tenne costante una popolazione di 3500 abitanti… Oggi manco 1500… Infatti le parlate, e nella Divina, la Lingua siciliana trova se stessa, al punto di insinuare che la Lingua italiana, nasce dalla Lingua siciliana…
C’è uno sparpaglio di confronti con le critiche di Giovanni Teresi, e le mie traduzioni in Lingua siciliana. Nell’ottanta per cento dei casi le parole sono uguali, nelle traduzioni del Purgatorio… Uguali, non somiglianti… Quindi questo è un miracolo unico per tutta la nazione… La Lingua poi si perfeziona con Federico II, Pier delle Vigne, Francesco D’Assisi… – Ludato si tu, me Signuri… Sora Luna… Frate sole… – Da noi non esistono ‘fratelli’, ma ‘li frati…’ Cu’ ‘Nninu semu comu li frati… ‘Nni spartèmu lu sonnu di la notti… –
A continuazione i vv. 99-126 del C. 1V del Purgatorio della Commedia e, a seguire, la traduzione in dialetto di Loria nella parlata della nativa Poggioreale (TP) con evidenti e inevitabili influssi e contaminazioni della parlata autoctona di Menfi (AG) dove da decenni vive ed è umanamente e culturalmente legato:
Nell’occasione dei dieci anni di attività della rivista di poesia e critica letteraria «Euterpe» – fondata da Lorenzo Spurio nell’ottobre 2011 con la scelta del nome della poetessa palermitana Monica Fantaci, traendolo da una sua poesia – l’Associazione Euterpe, nata nel 2016 e che ha integrato all’interno delle sue varie attività anche la rivista, ha deciso di dare alle stampe un volume collettivo.
Il volume, in elegante veste grafica, si compone di 264 pagine e si articola in vari percorsi atti a presentare l’universo di questa rivista letteraria – esclusivamente aperiodica, digitale e gratuita – che è giunta a celebrare i primi dieci anni di presenza nello scenario culturale e che ha visto l’adesione di più di 600 autori, compresi dall’Estero.
Lo stesso Spurio, direttore della rivista, ha inteso curare questo volume che si apre con una preziosa nota critica del poeta partenopeo Antonio Spagnuolo, collaboratore instancabile della rivista con suoi contributi poetici e non solo che così annota nel suo egregio preambolo critico: «Riordinare con certosina pazienza e accorta catalogazione dieci anni di attività editoriale non credo sia lavoro da accettare con leggerezza e senza la dovuta attenzione che una tale revisione richiede. […] [Questo libro è] un vademecum di enorme spessore […] Un lavoro ineccepibile che aspira a una prospettiva ampia, capace di dare un senso alla realtà poetica e a portare luce al simbolo segmentato disincanto delle immagini, del non visibile, del non razionale, condividendo infine in processo creativo di centinaia di autori che con illuminata originalità hanno dato il via a un aperiodico preciso e unitario».
Nell’ampia introduzione di Spurio si tracciano le origini, vale a dire gli incontri fondativi che hanno permesso la costituzione della stessa, come è stata strutturata, gli avvicendamenti e le modifiche, le introduzioni e le novità che man mano, nel corso della sua attività, l’ha vista mutare per giungere sino a quello che è oggi.
In queste pagine si dà testimonianza anche di quella che è stata l’attività di promozione culturale mediante l’organizzazione di reading, presentazioni di libri, convegni e attività editoriale che gravitò attorno alla rivista «Euterpe» nei primi anni dalla sua attività.
Opportune sezioni del libro danno conto della strutturazione della redazione della rivista nel corso del tempo, della molteplicità di rubriche e settori che l’hanno riguardata sino a giungere, in termini più recenti e dopo un riammodernamento del progetto, a una rivista aperta solamente a contributi inediti afferenti ai generi della poesia (compresa quella dialettale e gli aforismi) e alla critica letteraria (con articoli, saggi e recensioni).
Vi è poi l’elencazione dei vari numeri della rivista che sono usciti, ripartiti per periodo di pubblicazione e tematica di riferimento proposta con l’indicazione, quale numero attualmente “in lavorazione” dell’uscita dedicata agli “Amori impossibili tra arte, storia, mito e letteratura”.
Seguono tutti gli editoriali che nel corso della pubblicazione dei trentadue numeri usciti sono stati diffusi (la gran parte a firma dello stesso Spurio, ma altri redatti da Monica Fantaci e Martino Ciano) e l’archivio storico con tutti i riferimenti delle opere pubblicate in base all’ordine alfabetico degli autori. Sulla rivista hanno scritto nomi di primo piano del panorama letterario nostrano tra cui Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Franco Buffoni, Elio Pecora, Lucio Zinna, Guido Zavanone, Dante Maffia, Corrado Calabrò, Paolo Ruffili, Maria Pia Quintavalla, Donatella Bisutti, Anna Santoliquido, solo per citarne alcuni.
A chiudere il volume è un commento riepilogativo del poeta e critico letterario Nazario Pardini – presenza assidua della rivista – che così annota: «Sarebbe veramente lungo ricordare tutte le manifestazioni, i nomi, e gli impegni della rivista. La sua storia. Possiamo comunque dire che con essa si copre, a livello storico, una bella fetta della vita nazionale, con tematiche di estrema attualità. Leggere «Euterpe» significa restare aggiornati, ricevere notizie calde e intricanti per noi che siamo affezionati a tutto ciò che concerne la poesia e la cultura».
È venuta a mancare nella giornata di ieri, 21 maggio 2021, nella sua casa di Monte San Vito (AN), la poetessa anconetana Cesarina Castignani Piazza all’età di settantacinque anni. È stato il marito, Filippo Piazza, a darne comunicazione a mezzo internet sul social Facebook con un breve messaggio corredato da uno scatto che ritraeva l’amata moglie in un momento felice.
Nata a Jesi nel 1946, ma da sempre verace e autentica anconetana, la Castignani si è contraddistinta nel corso di una lunga carriera – riconosciuta e omaggiata da più parti in lungo e largo per l’Italia – per le sue grandi doti ispirative e di creatività che l’hanno condotta a essere una rinomata poetessa della nostra Regione. Vincitrice di molteplici Festival e concorsi locali (tra cui il Festival Varano, il Premio Adriatico, il Premio Città di Ancona, in varie edizioni) ma non solo, si è imposta come una delle voci più significative del dialetto anconitano assieme alla sorella Anna Maria, Maria Pia Marchetti, Alfredo Bartolomei Cartocci, Anna Maria Abbruzzetti e Umberto Emili, sulla scia dell’importante stagione del vernacolo anconitano che ha visto, tra le altre, le presenze importanti di Duilio Scandali, Turno Schiavoni, Palermo Giangiacomi, Elio Giantomassi, Eugenio Gioacchini, Piero Pieroni, lo studioso Mario Panzini, compilatore di un ampio dizionario del vernacolo in tre volumi.
Cesarina Castignani Piazza ha attraversato con pienezza il mondo culturale, è stata autrice di una poesia che guardava con disincanto al cambiamento degli spazi nativi, che non mancava mai di omaggiare la bellezza del Creato, attenta e fedele nel ripercorrere i dettati del mondo popolare delle genti della zona d’Ancona. Il suo dialetto, così incisivo e a tratti icastico, è stato il mezzo privilegiato col quale ha pure scritto e visto realizzare alcune opere teatrali, ampiamente tributate dal successo di pubblico e di critica.
A Jesi nel corso della premiazione del Premio di Poesia “L’arte in versi” nel 2015.
Valida artista si è misurata anche con le arti figurative, a testimonianza di una grande abilità artistica ottenendo pregevoli risultati. Ha preso parte a esposizioni personali e collettive, tanto nella sua regione, che in Umbria ed Emilia Romagna. Come artista venne inserita nelle pubblicazioni Arte al femminile, curata dalla Provincia di Ancona e in Arte oggi. Pittori-scultori italiani contemporanei, con una critica di Mario D. Storari.
Percorrere, pur in breve, il tracciato della carriera letteraria e artistica della Nostra significherebbe dover scrivere pagine e pagine, tanto è ricca di avvenimenti, di successi, di momenti di luce. Vale, però, la pena di rammentarne qualcuno a partire dal più recente riconoscimento (ottobre dello scorso anno) che ricevette, il prestigioso Premio alla Carriera per il settore poesia in seno alla seconda edizione del noto Premio “Adriatico – Un mare che unisce” organizzato dal poeta il prof. Massimo Pasqualone.
Personalmente la ricordo in alcuni degli eventi poetici organizzati sul territorio nel corso degli ultimi anni dove risultò premiata: il 3° premio alla XXVI edizione del Premio Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” nel 2015 e l’attestato di riconoscimento all’interno del medesimo premio nella XXVIII edizione nel 2017 con la poesia “Cègo, sordu, mutu” (ad evidenza anche della natura etico-sociale di certa produzione poetica della Nostra); la segnalazione della Giuria alla IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi nel 2015 con l’opera “La puesia”.
A dispetto della sua amplissima produzione di testi poetici e commedie la Nostra non ha mai raccolto in un volume a stampa le sue opere sebbene in una recente dichiarazione ebbe a dire che aveva almeno sei opere considerate come complete: Dodici mesi come me pare a me… e altre storie; Verzi e verzàci, Verzi spèrzi… e piccolo zoo; Rime in controcanto; Scampoli ripescati e Quinte d’anima.
Molti dei suoi testi possono essere reperiti in varie antologie e raccolte letterarie alle quali prese parte con particolare entusiasmo tra cui le antologie di Voci Nostre di Ancona, organizzatrice del noto Premio Letterario “Città di Ancona” che spesso la vide affermarsi; altre opere vennero pubblicate sul periodico in vernacolo anconitano «Riguleto» e sul quotidiano «Corriere Adriatico».
L’augurio è quello che parte delle opere di Cesarina, che tanto ci hanno fatto compagnia, divertire (spesso) e riflettere (sempre) possano essere pubblicate in volume per una maggior fruizione pubblica e conoscenza della sua indimenticabile opera.
Due testi di Cesarina Castignani Piazza, il primo in vernacolo anconitano e l’altro in lingua.
La Casa della Poesia di Monza annuncia l’XI edizione del PREMIO di Poesia ISABELLA MORRA,il mio mal superbo 2021. Il premio, fondato da Antonetta Carrabs, nasce per celebrare Isabella Morra, petrarchista e pioniera della poesia romantica. Nata a Favale nel 1520, visse segregata nel proprio castello, lontana da corti e salotti letterari. La sua breve vita, contrassegnata da isolamento e tristezza, si concluse nel 1546 con il suo assassinio da parte degli stessi fratelli per la sua presunta relazione con il barone Diego Sandoval de Castro, che subì la stessa sorte. Sconosciuta in vita, grazie agli studi di Benedetto Croce, divenne nota per la sua poetica tanto da essere considerata una delle voci più autentiche della poesia italiana del XVI secolo.
Il Presidente onorario è Guido Oldani.Ogni anno il Premio di Poesia viene dedicato ad una donna poeta italiana non contemporanea. Dopo Sibilla Aleramo e Ada Negri, l’edizione di quest’anno è dedicata a MARIA LUISA SPAZIANI (Torino, 7 dicembre 1922 – Roma, 30 giugno 2014). Poetessa tra le più significative del panorama nazionale ed europeo, nonché storica della letteratura francese, una delle personalità di rilievo del panorama letterario del XX secolo.
La Giuria è così composta:
Presidente di giuriaIride Enza Funari, Poeta e Scrittrice
Donatella Bisutti Giornalista – Scrittrice e Critica Letteraria
Antonetta CarrabsPoeta – Scrittrice – Presidente de La Casa della Poesia di Monza
Massimo Morasso Poeta e Critico Letterario
Andrea Galgano Poeta e Critico Letterario
Elisabetta Motta Critica Letteraria – Saggista
Gianna Parri Presidente del Premio Letterario Brianza
Il Premio è a tema libero e si articola in tre sezioni:
Sezione 1 Adulti (dai 20 anni di età)
Sezione 2 Detenuti (senza limite di età)
Sezione 3 Studenti (dai 13 ai 19 anni)
Per la sezione 2-Detenuti e la sezione 3- Studenti la partecipazione è gratuita. Si concorre inviando un massimo di tre poesie inedite in lingua italiana. Ciascun testo non dovrà avere una lunghezza superiore a 50 versi. Sono ammessi anche testi in lingua dialettale purché accompagnati da traduzione in lingua italiana. Nell’invio dei testi occorre specificare il titolo della silloge, in assenza di esso occorre specificare i titoli dei singoli componimenti. Termine ultimo di consegna il 10 settembre 2021.
MODALITA’ DI INVIO
Per le Sezioni 1 e 3 i testi andranno inviati in formato word e in duplice copia (una anonima, l’altra completa dei dati anagrafici) a: premiomorra@lacasadellapoesiadimonza.it con il seguente oggetto: Premio Letterario Isabella Morra 2021. Per la sola sezione 1-Adulti la partecipazione è subordinata al pagamento di una quota di 15.00 euro. Il versamento va effettuato tramite bonifico bancario, specificando il nome dell’autore e intestandolo a: La Casa della Poesia di Monza- Premio Isabella Morra 2021 – Banca Intesa Sanpaolo Paolo Ferrari 10-Milano
IBAN IT19 C030 6909 6061 00000 139 920 – La cerimonia di premiazione si svolgerà sabato 23 ottobre 2021 ore 17,00 REGGIA di Monza viale Brianza 2. I risultati saranno pubblicati sul sito www.lacasadellapoesiadimonza
Nel giro di pochi mesi sono giunte due grandi soddisfazioni per la poetessa romana e grande animatrice culturale Anna Manna Clementi che, sull’onda del successo di sue iniziative definite maratone de “I Grandi dialoghi nel web”, ha riscosso il plauso e la considerazione ammirata del Capo dello Stato, Sergio Mattarella e del Pontefice Francesco.
A identificare questo valido progetto di promozione e di autentico coinvolgimento sociale nato dalla Manna in periodo di pandemia è stata un’impressiva fotografia ad opera del compianto fotografo d’arte Giulio Bianca che ritrae un particolare, leggermente sfumato e reiterato come in una tecnica futurista che attribuisce un valore cinetico all’immagine, i celebri Angeli del Lungotevere. Foto che risultò premiata nel 2003 presso l’Archivio di Stato di Roma dal famoso Luciano Luisi, Presidente della Giura del Premio “Dall’emozione all’immagine”, nell’ambito della mostra della Pittrice Mines Preda De Carolis “Colori tra i versi a Sant’Ivo”.
L’idea di questo progetto completamente virtuale – come ha spiegato Anna Manna – è sorta perché in quel periodo della tremenda seconda ondata del Coronavirus avevamo necessità di un confronto e di un colloquio con l’altro che ci consentisse di non deprimerci e staccarci dal mondo, facendoci sentire meno soli, ancora attivi e promettenti d’idee, resilienti e combattivi. Per continuare a coltivare l’amore per i libri, per lo studio degli autori, la conoscenza delle rispettive produzioni poetiche e cercare di minimizzare il senso di straniamento dal contesto che, invece, ci vedeva obbligati a rispettare le regole del distanziamento (e della reclusione). L’iniziativa è andata nel segno del «confronto e scambio culturale tra la grande letteratura e il poeta magari di provincia, tra la grande città e i piccoli centri. In un dialogo che azzera le distanze e arricchisce. La risposta su Facebook è stata, direi, clamorosa!».
Ed in effetti risulta impossibile non rispondere – e sentirsi particolarmente avvinti e coinvolti – dal grande entusiasmo di una fucina di idee come Anna Manna, dalla sua profonda passione in tutto ciò che con grande slancio, simpatia e profonda capacità fa, permettendoci di intervenire nelle sue ricche iniziative. Sono state così moltissime le adesioni che ne sono derivate, tra grandi firme (tra cui Marcia Theophilo, Corrado Calabrò e Renato Minore, solo per citarne alcuni), gli aquilani grande vanto nazionale Mario Narducci, Liliana Biondi, Clara Di Stefano, Maria Rita Magnante, i romani Jole Chessa Olivares, Daniela Fabrizi, Eugenia Serafini, Ruggero Marino, le poetesse siciliane Maria Morganti Privitera e Giulia Maria Sidoti e numerosi altri ancora. Hanno aderito anche giornalisti (tra cui Tiziana Grassi e Selene Pascasi), docenti universitari (Luisa Bussi e Beppe Contini), artisti poliedrici come Antonella Pagano. Un nutrito elenco di presenze della scena letteraria e artistica nazionale tra cui pure vanno citati anche Anna Maria Giancarli, Giuseppe Nasca, Augusta Romoli, Sandro Costanzi e Franco Leone.
In particolare la recente maratona declinata all’adesione dei poeti nel contesto della Giornata Mondiale della Povertà (15 novembre 2020) ha visto la pubblicazione sul web di un vasto numero di testi poetici di autori che, sull’onda di un tema endemico e cruciale quale quello della miseria globale, non hanno rinunciato di dire la propria. Le poesie, opportunamente raccolte da Anna Manna e stampate su carta pergamenata, sono state così inviate all’attenzione della Segreteria di Stato Vaticana quale destinatario privilegiato il Santo Padre. Nel pregevole fascicolo erano presenti testi dei poeti (in ordine alfabetico): Liliana Biondi, Corrado Calabrò, Jole Chessa Olivares, Beppe Contini, Clara Di Stefano, Daniela Fabrizi, Dante Fasciolo, Marilena Ferrone, Rosa Giordano, Maria Rita Magnante, Anna Manna, Maria Morganti Privitera, Mario Narducci, Giuseppe Nasca, Lidia Popa, Eugenia Serafini, Lorenzo Spurio e Vittoria Tomassoni.
I poeti che hanno partecipato alla Maratona poetica #igrandidialoghinelweb# in questa importante giornata, hanno fermamente inteso, attraverso la poesia, prendere parte all’iniziativa virtuale (e ideale) con il contributo attento all’indagine e alla trattazione del sofferto tema della povertà nel mondo. La curatrice Manna ha osservato che tali testi poetici erano in grado di svelare e proporre versi quale approfondimento psicologico e sentimentale verso una tematica di portata universale e di grande attualità che investe non solo l’aspetto economico e sociale. «Un tema che tocca il significato e il senso della convivenza tra tutti i popoli secondo principi di civiltà, progresso, umanità!» ha rimarcato nel corso di una dichiarazione.
L’idea di raccogliere su pergamene, come in uno scrigno prezioso, i versi di poeti piuttosto noti e ricorrenti negli scenari della letteratura e cultura nazionale, dedicati alla povertà, è scaturita – ha spiegato la poliedrica Anna Manna – dalla ventennale frequentazione che la stessa ideatrice del noto Premio “Le rosse Pergamene del Nuovo Umanesimo” ha istituito con il mezzo fisico della pergamena – attestazione e riconoscimento, ma anche testamento e affresco sociale – inteso come veicolo di cultura e diffusione della poesia.
La risposta del Vaticano non si è fatta attendere molto. Con grande gioia Anna Manna ha pubblicato sulle sue pagine Facebook la lettera ricevuta dalla Santa Sede in riscontro al suo invio. La missiva, con tanto di bollo della Segreteria Vaticana, era siglata dalla firma di Monsignor Roberto Cona, Assessore, e conteneva i ringraziamenti del Santo Padre che molto aveva apprezzato il lavoro del fascicolo con le poesie. Unitamente ai ringraziamenti di rito, il Santo Padre formulava la sua benedizione apostolica a tutti i poeti uniti dal progetto corale.
Sull’onda di questa grande soddisfazione la promotrice Manna ha deciso di proseguire nel suo cammino d’impegno collettivo e, dopo il discorso rivolto agli italiani pronunciato dal Capo dello Stato in vista della conclusione del 2020, venne deciso di raccogliere in un nuovo fascicolo le poesie dei poeti (questa volta legate al tema de “Il risveglio”) un totale di trentatré poeti – come gli anni di Gesù Cristo – inoltrate alla Segreteria Particolare della Presidenza della Repubblica in vista delle Festività Pasquali. Al gruppo precedente di poeti si sono aggiunti in questa nuova grande occasione anche gli artisti Milena Petrarca, Antonietta Siviero, Silvana Leonardi, Rosa Girodano, Regina Resta e altri bravi e appassionati di poesia.
Anche in tale circostanza, come osservato dall’ideatrice, «il cuore ha trovato sostegno!» difatti all’invio del plico ha fatto seguito una comunicazione del Presidente Mattarella, scritta di suo pugno, con la quale trasmetteva un biglietto di ringraziamento. Gesto di grande prestigio per l’intera iniziativa de “I Grandi dialoghi nel web” da rimanere come momento di grande importanza nello sviluppo ed elaborazione di questo mirabile progetto.
Anna Manna ha anche osservato che, dopo la grande soddisfazione promanata dalle maratone da lei lanciate e dall’onore riservato a lei e ai poeti partecipanti dalla partecipazione in termini di stima e riconoscenza del Pontefice e del Presidente della Repubblica, il progetto continua, sull’onda di una più accentuata energia sostenendo che sta lavorando nell’individuazione di nuove tematiche da percorrere. Questo perché, come rivelato, «un po’ per celia, un po’ per non morire, è diventato il mio progetto più importante!». Considerazione, questa, che non può non vedere il riscontro felicemente concorde e unanime tra quanti vi hanno aderito e tra coloro che si sono imbattuti nella notizia del progetto.
LORENZO SPURIO
Jesi, 08/05/2021
Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.
È di recente pubblicazione il volume dal titolo monosillabico Mu(2020) di Nunzio Di Sarno pubblicato per i tipi della Oedipus Edizioni. L’autore, come dà di conto la breve nota biografica d’accompagnamento, è nato nel capoluogo partenopeo dove si è laureato in Lingue e Letterature Straniere discutendo una tesi di laurea sul pittore futurista (ma non solo) Arnaldo Ginna (1890-1982) e le connessioni tra astrattismo e spiritualismo. Ha lavorato come operatore sociale, mediatore culturale, insegnante di italiano L2, di sostegno e di inglese. Da alcuni anni risiede a Firenze, dove insegna. Nel corso di quest’anni si è laureato in Psicologica clinica e della riabilitazione con una tesi su Yoga, Tai Chi e mindfulness come terapie complementari nella malattia di Parkinson.
Mu è la sua opera d’esordio mentre varie poesie e articoli sono già stati pubblicati su vari siti e blog letterari. L’esordio del volume – necessario per comprendere il riferimento e il significato dell’anomala titolazione del libro – è consegnato ad alcune espressioni di un koan zen che recitano: «Un monaco chiese a Joshu: “Un cane ha la natura di Buddha?” / Joshu rispose: “Mu”».
Il concetto di “mu” ha in sé la capacità di saper contenere e coniugare le forme antipolari rappresentate dagli opposti comuni e permetterebbe di trascenderli con un atteggiamento automatico, privo del ragionamento. Come ha avuto modo di avvertire lo stesso Autore, «Il koan ci mostra la strada che si fa traccia e mappa. Una mappa che si mantiene giusto per il passaggio e le luci che durano sono le realizzazioni, in balia dell’amore e l’amicizia, delle droghe, dell’alcool e delle meditazioni, della malattia, della morte e della disciplina, in seno alle famiglie “vecchie, nuove e ritrovate”».
Questo volume, per come l’Autore l’ha concepito, si presta a una varietà di risposte e accoglimenti da parte dell’ipotizzabile pubblico, infatti, come è stato osservato, «Qui il lettore non può restare sulla soglia a guardare, è chiamato ad aprirsi ed immergersi per sentire su di sé, sposando i ritmi per ritrovarsi a pezzi. Unico sentiero per accedere alle forme nuove».