“Notre-Dame” di Emanuele Marcuccio con una nota critica di Lucia Bonanni

“NOTRE-DAME”[1] DI EMANUELE MARCUCCIO: UNA LETTURA

Contributo critico a cura di Lucia Bonanni

Con la lirica “Notre-Dame” Emanuele Marcuccio aggiunge un’altra perla al suo mondo poetico. Scritta il 28 aprile 2019 e dedicata “[a]lla cattedrale di Notre-Dame di Parigi colpita il quindici aprile 2019 da un incendio che ne distrusse il tetto, la guglia e ne danneggiò la struttura”, come si legge nella nota a piè di pagina dell’autore.

Questa la lirica dell’autore che, di sotto, riportiamo nella sua originale disposizione grafica dei versi: “Madre e il suo universo// soffocato/ sotto il peso// e le fiamme/ a corrodere// il tempo/ passato/ sotto gli archi// la luce per le vetrate// risplende// non più“.

La poesia si compone di undici versi, modulati su una struttura essenziale e un alternarsi di versi lunghi e versi brevi, disposti in quattro unici, due distici e una terzina, separati da spazi bianchi per favorire la riflessione e dare respiro al componimento in quanto “[l]a sua ispirazione poetica è ‘un’ispirazione drammatizzata’ in cui egli si apre agli stimoli che gli giungono dall’esterno come ai luoghi della mente e alle nebulose che avvolgono la memoria e il ricordo, regalando sempre felicità al lettore”[2]. Concisa ma non uniforme, la lirica incanta e seduce per l’acume creativo e la molteplicità delle suggestioni che sa trasmettere. Con piglio felice l’autore descrive l’avvenimento con purezza stilistica e intensità espressiva, ponendo in apertura del testo la parola “Madre” a evidenziare il significato del termine nella sua valenza spirituale che richiama anche quella terrena. Lo splendore solenne di Maria di Nazareth si accentua nel continuum del verso “e il suo universo” come assoluto universale, un cosmo riferito alla sua originale purezza e alla sua maestà celebrata nei tanti dipinti tra cui spiccano La maestà di Santa Trinita di Cimabue, La Madonna di Ognissanti di Giotto e La Madonna Rucellai di Duccio, esposte nella medesima sala alla Galleria degli Uffizi di Firenze, e volge lo sguardo anche all’universo costituito dalla cattedrale. Già nel titolo si nota l’appellativo “Dame”, titolo onorifico, presente negli ordini cavallereschi cristiani che equivale al cavalierato al femminile. Si pensi ad esempio alla Madonna delle Milizie che, secondo la tradizione cattolica, agli inizi dell’anno Mille apparve su un cavallo bianco, vestita da guerriera per liberare la città di Scicli (RG) dalle incursioni saracene.

Uno scatto di quei terribili momenti (foto presa dalla rete)

Nel primo distico del componimento si dice che l’universo della cattedrale è “soffocato/ sotto il peso” della guglia e del tetto, crollati a causa dell’incendio. Il verbo soffocare evoca l’idea del fumo sprigionato dalla combustione, un fumo asfissiante, afoso, che reprime e sacrifica e non si riesce a sedare perché le fiamme continuano ad avvolgere e “a corrodere” la struttura del manufatto insieme a tutto “il tempo/ passato/ sotto gli archi”. Nella terzina il participio passato del verbo “passare” vibra di un percorso temporale, immaginato come ininterrotto, duraturo, permanente, ma anche trascorso ad ammirare le tante bellezze della chiesa madre di Parigi. Costruita tra il primo e il secondo secolo dell’anno Mille, la cattedrale è il primo esempio di chiesa gotica, presenta una pianta a croce latina, cinque navate, volte a crociera con archi rampanti e le belle vetrate colorate che trasformano l’edificio in un tempio splendente. E adesso che la fuliggine ne ha annerito la sfavillante bellezza, “la luce per le vetrate// risplende// non più”. Qui i complementi di moto per luogo e moto attraverso luogo nell’accezione figurata anche di fendere, attraversare, mettono in evidenza l’estetica della luce che dopo l’accaduto “risplende// non più”. Il senso dell’oscuramento luminoso è dato dalla locuzione “non più” in contrasto col verbo risplendere con l’avverbio “non” che nega, modifica e capovolge il predicato e l’avverbio “più” con funzione di cessazione dei raggi luminosi che attraversavano le vetrate.

Di ampio respiro il carattere stilistico della lirica, impostata con tono aulico, naturalezza di espressione e partecipazione emotiva. Ancora una volta “[c]on i suoi scritti [l’autore] offre senso di appartenenza, incuriosisce, si traspone nell’altro e fa vivere speranze in un modo ricco e profondo”[3] perché “l’intento della poesia è sempre quello di celebrare, costruendo un’architettura di parole nei più vari registri, dai più intimistici e introspettivi ai più altisonanti”[4].

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve (FI), 16 settembre 2020


[1] Emanuele Marcuccio, in AA.VV., Rivista di Poesia e Critica Letteraria “Euterpe”, N. 29, Luglio 2019, p. 34.

[2] Lucia Bonanni, “L’Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta.Lettura del suo mondo poetico, partendo dall’analisi della silloge, Anima di Poesia”, in AA.VV., Rassegna Storiografica Decennale. IV, Limina Mentis, Villasanta, 2018, pp. 83-84.

[3] Id., “L’Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta”, in Op. cit., p. 84.

[4] Emanuele Marcuccio, “Introduzione alla poesia”, in Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, Pozzuoli, 2012, p. 31.

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Massimo Pasqualone esce con il “Quarto dizionario emozionale”

Si terrà il prossimo 4 ottobre, a partire dalle ore 17, presso il Palazzo Ducale di Torrevecchia (Chieti), la presentazione ufficiale del più recente libro del poeta e critico letterario abruzzese prof. Massimo Pasqualone, Presidente dell’Associazione Irdidestinazione di Francavilla, noto anche per essere il principale organizzatore del Premio letterario e rassegna d’arte “Kalos”. La nuova pubblicazione è il quarto volume del progetto relativo alla sua opera del Dizionario emozionale che porta, quale sottotitolo, Arte e poesia al tempo della pandemia. La preziosa opera si apre con una prefazione di Eugenia Tabellione mentre la copertina, curata dalle Edizioni Sigraf, è di Raf Dragani.

Nel volume Pasqualone raccoglie i testi critici d’arte e letterari scritti negli ultimi due anni attorno a una serie di autori, poeti, scrittori e artisti, del panorama culturale italiano contemporaneo, che verranno illustrati dal prefatore del libro Eugenia Tabellione, dal presidente e dal direttore artistico di Marsarte Maurizio Lucci e Francesco Subrani e dal sindaco di Torrevecchia Teatina, Francesco Seccia.

Il critico letterario prof. Massimo Pasqualone

Tra i numerosi autori del quale il critico abruzzese si è occupato in questo volume collettivo figurano:

Monica Pelliccione, Aldo Palmas, Paldo Paldo, Carlotta Desario, Mario De Santis, Lorenzo Spurio, Roberto Lasco, Lidia Mongiusti, Diana Scutti, Anmary Annah Dezio, Antonio Di Biase, Mario Di Paolo, Monica Ferri, Liberata Grilli, Rosa Mannetta, Vinia Mantini, Tiziano Viani, Bruno Dorigo, Giuseppe Pennella, Annita Pierfelice, Enza Nardi, Stefania Barile, Liliana Capone, Claudio Cirinei Siviero, Elvira Delmonaco, Bakita Demonte, Ezio Forsano, Roberto Chirico, Piera Bachiocco Feliziani, Giuseppe Orlandi, Emanuela Rocco, Liliana Fioretti, Ermete Iacovella, Vito Antonio Rossi e Mattia Rossi.

Nella prefazione, Eugenia Tabellione sottolinea: “Il Quarto dizionario emozionale contiene trentacinque testi critici d’arte e letterari redatti dal prof. Massimo Pasqualone che ha saputo brillantemente cogliere e coniugare gli aspetti personali e stilistici di ogni opera. Da sempre, attento e sensibile conoscitore delle dinamiche artistiche, ha sviscerato e svelato ogni singola cifra espressiva, affinché anche il profano possa essere guidato e illuminato. Il Prof. Pasqualone diviene, così, un facilitatore tra chi crea e chi fruisce, cercando di sanare quella frattura, che nella società contemporanea si sta ampliando sempre di più, tra artisti e fruitori.”.

Alcune poesie del romano Simone Consorti

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Simone Consorti (Roma, 1973), insegna in un liceo. Ha esordito con L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’ (Baldini e Castoldi, 1999; Euroclub 2000, Premio Linus). Ha pubblicato i romanzi Sterile come il tuo amore (Besa, 2008), In fuga dalla scuola e verso il mondo (Hacca, 2009), A tempo di sesso (Besa, 2012), Da questa parte della morte (Besa, 2015), Otello ti presento Ofelia (L’erudita, 2018), La pioggia a Cracovia (Ensemble, 2019), oltre che diverse raccolte di poesia, tra cui Nell’antro del misantropo (L’arcolaio, 2014) e Le ore del terrore (L’arcolaio, 2018). La sua piéce Berlino kaputt mundi è andata in scena al Teatro Agorà di Roma nel marzo del 2018. Si occupa di street photography; ha tenuto mostre personali in Italia e partecipato a collettive in Russia.     

Simone Consorti

Pessoa

L’imprevisto era previsto per le quattro

Io sarei arrivato in ritardo in anticipo

e tu in anticipo in ritardo

Io sarei tornato

a riprendermi una mia impronta

e tu a recuperare una tua orma

Io avrei avuto un’intuizione

magari un presagio

e tu

un deja vu

E’ tutta la vita che ci presentiamo

là dove non ci siamo

Che ci presentiamo

anche se ci conosciamo

“Piacere Fernando Pessoa”

L’imprevisto era previsto per le quattro

ma per uno sciagurato contrattempo

si è dovuto rimandarlo

*

Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto

Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto

e a chi me lo chiede

dico occupato

Dico sto aspettando

dico lei verrà tra poco

non so quando

D’altronde non c’è fila per sedere

perché nessuno vuole mettersi vicino

a chi sta aspettando qualcun altro

Ho lasciato un posto vuoto qui accanto

ma intanto pure il mio si sta svuotando

*

I tuoi occhi mi stanno lasciando

I tuoi occhi mi stanno lasciando

ma non il tuo sguardo

Non so più il colore preciso

né il taglio

ma continuo a sentirmeli addosso

ogni volta che sbaglio

Ogni volta che mi perdo il portafoglio

ogni volta che riempio

un nostro specchio o un foglio

ogni volta che non sono all’altezza

perché la tua mancanza

mi dimezza

I tuoi occhi mi stanno lasciando

ma non il tuo sguardo

*

La mia metà ha passato la frontiera

La mia metà ha passato la frontiera

e dice che mi aspetta    

senza fretta

L’altra mia metà è ancora qua

vittima di solitudine e di moltitudine

Basterebbe un passo

indietro o in avanti

per essere uno

uno tra tanti

La mia metà ha passato la frontiera

in una notte d’inverno

di un giorno di primavera

L’altra mia metà si è fatta in tre

per ritrovarsi

ma ora deve sia seguirsi

che aspettarsi

La riproduzione del presente testo e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

All’hotel dei Duchi di Spoleto è andato in scena il Premio “Il Poeta Ebbro”, importante incontro culturale firmato Anna Manna

Nella sontuosa cornice dell’Hotel dei Duchi a Spoleto, sabato 29 agosto 2020, alle ore 16:30, si è svolta la cerimonia premiativa del celebre Premio Letterario “Il Poeta Ebbro”, fondato dalla nota poetessa e scrittrice romana Anna Manna. Giunto alla sua terza edizione, il Premio ha brillato per i contenuti e i messaggi veicolati dai prestigiosi personaggi che hanno preso parte, sia in qualità di vincitori-premiati che di membri della Commissione di Giuria.

La conduzione, vivace ma misurata come nell’anima connaturata della versatile fondatrice, ha permesso il piacevole svolgimento della serata dell’importante concorso nazionale che, tra i motivi di pregio che vanno risaltati, va sicuramente citato il forte messaggio volto al dialogo e al confronto culturale.

Il Premio, che avrà la sua conclusione nell’edizione autunnale a Roma, ha puntato soprattutto sulla nuova sezione letteraria che ha portato a Spoleto nomi prestigiosi. La Giuria della nuova sezione letteraria vedeva una composizione di intellettuali aquilani: il poeta, scrittore e giornalista Mario Narducci, nel suo ruolo di Presidente di Giuria, Liliana Biondi, scrittrice e donna di cultura di grande spessore e significative iniziative culturali che trattano la figura femminile nel mondo dell’espressione letteraria, Goffredo Palmerini, scrittore e giornalista noto a livello internazionale e la poetessa Clara Di Stefano.

Mario Narducci ha salutato all’Hotel dei Duchi le scelte della Giuria attraverso premiati di grande significato e di rilevanza nel mondo della cultura. Personaggio dell’anno è stata proclamata la studiosa, giornalista e sociologa Tiziana Grassi che ha donato ai presenti un discorso di grande impatto, sulla scia dei suoi studi e delle sue pubblicazioni che mirano all’analisi dei fenomeni migratori in una visione mai faziosa, al di sopra di ogni strumentalizzazione. Discorso di pace, invito alla consapevolezza e alla maturità nell’analisi dei fenomeni sociali.

Momento centrale dell’evento è stato l’intervento dell’Ambasciatore S.E. Gaetano Cortese al quale è stato conferito il Premio Speciale per la Cultura con la seguente motivazione: “Per essere fondatore e curatore, dal 2000 ad oggi, della Collana di libri dell’Editore Carlo Colombo dedicata alla valorizzazione del patrimonio architettonico ed artistico delle rappresentanze diplomatiche italiane all’estero”.

Al Prof. Giuseppe Nicolò Brancato, invece, è andato l’ambito riconoscimento denominato Premio Leonardo, conferito per il suo libro sulle favole di Leonardo, vero gioiello di cultura, che testimoniano il suo grande e pregevole impegno di epigrafista.

La sezione poesia ha visto come composizione: Eugenia Serafini (Presidente), Anna Manna, Sandro Costanzi e Alessandro Clementi; ha deliberato di assegnare Premi Speciali fuori concorso agli artisti che negli anni si sono ispirati, o hanno dedicato le loro opere, alle poesie d’amore della poetessa Anna Manna, fondatrice del Premio “Il Poeta ebbro”. Le poesie cui sono state ispirate le opere artistiche sono pubblicate nel volume Ebbrezze d’amore, dolcezze e furori, di Anna Manna, Nemapress Edizioni, 2019. 

A Spoleto è stata premiata Giovanna Gubbiotti per il suo quadro “Partire da Roma”, ispirato da una delle poesie di Anna Manna dedicate a Roma. Un riconoscimento speciale è andato alla pittrice Eugenia Serafini, per una sua espressione pittorica legata alla città di Spoleto: ha dipinto la pergamene della poesia di Anna Manna “A Spoleto l’Oceano” che, lo scorso anno, alla Galleria Poli d’Arte, è stata consegnata ufficialmente alla direttrice amministrativa del Festival Maria Teresa Bettarini.

Ancora, a Roberta Bizzarri è andato il Premio “Dall’Umbria con amore”. Questa nuova sezione intende portare a visibilità internazionale un artista del territorio che ha conservato caratteristiche espressive di tradizioni antiche. Roberta Bizzarri, pittrice umbra di notevole talento, conserva e propone catatteristiche espressive della tradizione umbra.

Il premiato per la sezione fotografia è stato Mario Giannini, che ha firmato la copertina del libro di Anna Manna Ebbrezze d’amore dolcezze e furori.

IN FOTO : Goffredo Palmerini, Liliana Biondi, Nicolò Giuseppe Brancato,Anna Manna , Eugenia Serafini, Mario Narducci (Foto di Mario Giannini)

Sull’importante incontro letterario che si è tenuto nella città umbra risultano importanti e rivelatrici alcune considerazioni, a caldo, dell’anima di questa manifestazione, la poliedrica e attivissima Anna Manna che, oltre a ringraziare i vari intervenuti, ha osservato che “dopo tanta distanza da abbracci, sorrisi, strette di mano, progetti e speranze… ritrovare il calore e l’applauso è stato commovente. […] Da troppo tempo eravamo digiuni di poesia dal vivo. Con grazia, nostalgia, ironia, la tenerezza ci ha preso per mano e ci ha donato di nuovo l’ebrezza”.

Il presente testo è stato adattato e implementato dal sottoscritto, curatore di Blog Letteratura e Cultura, in data 02/09/2020 a partire dal comunicato stampa ufficiale a firma di Alessandro Clementi, Responsabile della comunicazione del Premio “Il Poeta Ebbro”.

Concorso di Poesia “E’ un brusio la vita” – omaggio a Pier Paolo Pasolini

BANDO DI PARTECIPAZIONE

EMUI EuroMed University in collaborazione con il Centro Studi e Ricerche Pier Paolo Pasolini (Roma- Madrid), Le Ragunanze e l’Associazione Euterpe organizza il concorso di poesia “E’ un brusio la vita”.

Art. 1 – La partecipazione è gratuita.

Art. 2 – È possibile partecipare con una raccolta di poesie inedite a tema libero (min. 10 – max. 40). Sono gradite poesie di impegno civile, con riferimento alle opere di Pier Paolo Pasolini.

Articolo 3 – Per partecipare al concorso è necessario inviare alla mail international@emui.eu la propria opera poetica in formato Word indicando nel corpo della stessa nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza completo (Via, città, cap.), telefono fisso e cellulare, indirizzo mail e le seguenti dichiarazioni:

  • Dichiaro di essere l’unico autore delle opere e di detenere i diritti a ogni titolo.
  • Acconsento il trattamento dei miei dati personali secondo la normativa vigente nel nostro Paese (D. Lgs 196/2003 e GDPR)

Articolo 5 – I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 30-11-2020

Art.6 – Le opere verranno lette e giudicate da una Commissione composta da personalità del mondo della cultura nazionali e internazionali.

Art. 7 – Il primo classificato si aggiudicherà la pubblicazione della raccolta in formato ebook nella collana ‘Poesia sotto forma di dubbio’ con EuroMed Editions (fornito di codice ISBN) e sarà inserito nel sito della piattaforma interuniversitaria www.emui.eu. Inoltre riceverà una copia dell’antologia di autori vari ‘Pier Paolo Pasolini, il poeta civile delle borgate. A quarant’anni dalla sua morte’, a cura di Michela Zanarella e Lorenzo Spurio, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino (FI), 2016, volume organizzato dalla Ass. Le Ragunanze di Roma e dalla Rivista di letteratura “Euterpe” con il Patrocinio Morale del Comune di Roma e del Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia (PN). Gli altri autori premiati riceveranno attestato di merito e video lettura di una delle poesie incluse nella raccolta.

Art. 8 – Ai sensi del D.Lgs 196/2003 e del Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali n°2016/679 (GDPR) il partecipante acconsente al trattamento, diffusione e utilizzazione dei dati personali da parte della Segreteria che li utilizzerà per fini inerenti al concorso in oggetto.

Per maggiori informazioni scrivere a: international@emui.eu e consultare il sito www.emui.eu

Scarafaggi come me. Il critico Marco Camerini su “Lo scarafaggio” di Ian McEwan

Recensione di Marco Camerini 

 

downloadDopo il colto, perspicace, ironico feto di Nel guscio e il dolente, umanissimo androide di Macchine come me, ancora una voce narrante anomala e spiazzante nell’opera narrativa di Ian McEwan, quella dal retroterra più blasonato: Lo scarafaggio (Einaudi 2020) condivide con il protagonista della Metamorfosi il nome tronco (Jim/Gregor) e un cognome graficamente identico eccettuata la “a” finale (Sams/Samsa), ma l’incipit del libro, sino a pag. 18 – a parte, evidentemente, l’aspetto inverso della trasformazione insetto-uomo che nell’autore praghese assume valenza meramente allusiva – è una ripresa fedele del racconto kafkiano che non trova, vedremo, coerente sviluppo quando l’artropode acquisirà (troppo naturalmente, pur nel contesto surreale del plot) fattezze e atteggiamenti del Primo Ministro inglese. Entrambi si svegliano da “sogni inquieti” (in McEwan compare paradossalmente la connotazione psicologica “tipo perspicace, ma niente affatto profondo”, attribuibile comunque anche a Gregor che tale appare quantomeno sul lavoro), verificano la spropositata grandezza del proprio nuovo corpo (lo scrittore inglese sceglie, sul solco della tradizione, l’aggettivo “immane”, sinonimo dell’enorme/gigantesco con il quale quasi tutti i traduttori hanno reso ungeheueren preferendolo a “mostruoso”, che è tuttavia l’accezione di natura morale del sostantivo tedesco da cui l’attributo deriva),[1] osservano costernati e distesi sul dorso rispettivamente “le numerose zampe miserevolmente sottili” e “appena quattro arti pressoché inamovibili”. In due stanze egualmente piccole – ma della tana kafkiana, in una giornata piovosa, è descritta semplicemente una fotografia (la madre?) laddove, in un “mattino di sole”, sul luogo dello scarafaggio Jim sono presenti un tavolo, delle bottiglie, un telefono…proprio l’assenza della cornice rompe la simmetria descrittiva – mentre Samsa inizia tragicamente presto la riflessione sul suo gravoso impiego di commesso viaggiatore culminante nel “farò tardi”, omettendo di fatto quella assai più logica su di una metamorfosi assurdamente accettata, Sams continua il meticoloso scandaglio del proprio involucro (“lingua ripugnante, denti infiniti, colorito azzurrino/smorto della pelle, ridotto campo visivo”) prima di giungere, con puntuale parallelismo, al “farò tardi”, ovviamente ad una ben più gratificante riunione del Parlamento di Sua Maestà. Con la verifica complementare di ambedue circa la difficoltà nel movimento e l’impossibilità a fidarsi della propria voce – nel rispondere l’uno alla madre e al procuratore, l’altro alla premurosa assistente identico è l’elemento del “pigolio” e del lamento/dolore nella faticosa emissione – si conclude la quasi testuale, intrigante parafrasi della prima parte della Metamorfosi e il modello de Lo scarfaggio diviene quello della letteratura distopica e della satira politica di J. Swift. La blatta, i cui gusti non sono certo quelli del raffinato feto citato ma “rimasugli di pizza margherita consumata vicino a sani scarichi” (con olive, possibilmente), canaline di scolo e tracce assai poco nobili dei blasonati cavalli della Guardi Reale, vittima del timore congenito per il trapestio di piedi provocato da “masse di incivili per strada a far baccano” (non contano le finalità ideali delle rivendicazioni di massa) ma anche di temibili tacchi a spillo over 10 e micidiali aspirapolveri da moquette, affezionata frequentatrice di boiserie cariate e battiscopa in legno un po’ consumati (meglio se in ambienti a luci soffuse) si ritrova, “in piedi ad un’altezza vertiginosa” e messa di buon umore dalla toilette mattutina, nelle vesti dell’affabile, esitante, bipartisan primo uomo dell’attuale scena politica britannica: il riferimento non è affatto casuale in questo velenoso, schieratissimo pamphlet anti-Brexit per il quale, alla fine, non era forse nemmeno necessario scomodare l’autore del Processo, visto che i due piani si saldano a fatica, se si eccettua la scelta del ripugnante animale come esemplificazione simbolica del disgusto dello scrittore per la linea politica di Boris Johnson. Rimane l’attrazione per  il caffé (meglio i fondi), lo zucchero, i mosconi appena morti ma immediata risulta la destrezza dell’ex-parassita nell’adattarsi alla visione “multicolore, binoculare, non composita” di una vita pubblica deformata e avvelenata da liberatorie menzogne, intrighi, bassezze, “arsenale simbolico di trappole, frecce avvelenate, mine antiuomo” e trasformare il conciliante inquilino di 10 Dawning Street in un “moderno Pericle”, scaltro e spietato leader degli Inversionisti. Orwellianamente contrapposti ai Cronologisti filoeuropeisti, da “individui eccentrici e lupi solitari” questi ultimi sono assurti, cavalcando la stanchezza diffusa e la strisciante paura dell’ignoto di chi ha affidato loro il proprio voto, a epigoni dell’idea “semplice, bella” e patriottica che orientare il flusso monetario non in direzione dell’accumulo ma di un reimpiego frenetico dei capitali affranchi il popolo inglese da una detestabile schiavitù, lo corrobori con “il dono sacro di una esaltante autostima”, elimini le disuguaglianze, il divario Nord/Sud, la stagnazione dei salari: i backbenchers (promotori dell’Inversionismo estremo) si troveranno, alla fine, d’accordo con frange significative della “vecchia” Sinistra e questo costituisce l’ultimo, peggiore tranello. La mistificazione che la vittoria autarchica risponda al grido collettivo forte e sincero di emancipazione culturale prima che economica (quanto inquietante la somiglianza degli scarafaggi con gli esseri umani “che celano dietro le varie tonalità di grigio, verde, marrone degli occhi l’essenza cangiante della loro natura blattoidea”) è la “polvere magica” del populismo, temibile composto di irrazionalità, xenofobia, cinismo mascherato da nostalgia per certe forme di purezza nazionale[2] che il protagonista, a capo di un Gabinetto improvvisamente decisionista, sparge a piene mani chiudendo i negozi il 25 dicembre per rilanciare il PIL, favorendo il quantitative easing (aumento forzoso della moneta a debito in circolazione), incrementando assunzioni nel pubblico impiego, progetti pubblici e importazioni (favorite dal presumibile crollo della sterlina post-Brexit), sancendo addirittura la perseguibilità penale per i malcapitati risparmiatori rei di non immettere denaro nell’incessante, vorticoso flusso del circuito produttivo. E mentre vengono messi in riga gli (ex)alleati francesi e tedeschi, con l’eccezione del Presidente americano (se non altro perché “uomo tutto d’un pezzo e di solide certezze morali” ricorre spesso a Twitter, “versione primitiva dell’inconscio feromonale”: strepitoso il ritratto-macchietta di Tupper/Trump), viene scelto anche l’inno – Wolking back to happiness di Helen Shapiro (?) – per una scommessa che, entro il 2050, garantirà all’Inghilterra tutta un futuro pulito, verde, fiorente, libero dagli asfissianti cavilli anti-impresa del moloch statale e transnazionale.

Scritto in punta di penna e “tanta rabbia”, per ammissione dello stesso McEwan, durante le presentazioni di Macchine come me, Lo scarafaggio è un divertissement in bilico tra fantapolitica e caustica, a tratti godibile, disamina di un presente politicamente inaccettabile per un convinto progressista di rango che, fra le brillanti, riconosciute qualità narrative, conferma la sua non comune abilità nella costruzione dei finali: svanito rapidamente, l’ingombrante riferimento alla Metamorfosi ritorna in un epilogo prevedibile ma spettacolare, sul quale non anticipiamo veramente nulla.

MARCO CAMERINI

 

[1]    Ci riferiamo alla traduzioni storiche della Metamorfosi di E. Pocar, G. Zampa, F. Fortini e Andreina Lavagetto (Mondadori, 1991), cui facciamo riferimento per questa analisi comparata. Peraltro proprio la dimensione dell’insetto, coincidente all’apparenza inizialmente con l’intero corpo, viene costantemente smentita da Kafka nel corso della narrazione, a conferma che la mutazione è del tutto metaforica e non reale. Ma il discorso sarebbe ampio e non pertiene alla presente recensione.

[2]    Cfr. pag. 106 dell’illuminante postfazione.

 

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“Eppure ancora i nespoli. Dissertazioni sullo haiku” di Antonio Sacco – Recensione di Lorenzo Spurio

In data 04/08/2020 sulla testata online “Culturelite” diretta dal prof. Tommaso Romano è stata pubblicata la lunga recensione di Lorenzo Spurio al nuovo libro del poeta e haijin campano Antonio Sacco, Eppure ancora i nespoli. Dissertazioni sullo haiku (Nulla die Edizioni, Piazza Armerina, 2020) di cui a continuazione un estratto.

Sacco2020OKISBNLa nuova opera letteraria del poeta, articolista e soprattutto haijin Antonio Sacco (nato a Vallo della Lucania, nel Salernitano, nel 1984, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento), uscita da pochi giorni per le Edizioni Nulla Die di Piazza Armerina (Enna), porta come titolo Eppure ancora i nespoli. In copertina, sul fondo di un cielo chiaro che trasmette l’idea di pulizia, sospensione ma anche di tranquillità emotiva e universale, si staglia una pianta di nespole in fiore. La conformazione dell’apparato floreale, nel suo candore e voluttuosità nell’aria, ci fa immaginare con facilità, un’atmosfera dolce e speziata che non verrà mai meno nel corso della lettura del volume.
Antonio Sacco, che ha dato alle luce in precedenza un altro volume, ovvero In ogni uomo un haiku (Arduino Sacco Editore, Roma, 2015) giunge ora, con questa nuova produzione, ad affrontare l’universo della poesia orientale haiku (ma non solo) da una molteplicità di punti di vista. Si tratta senz’altro di questo approccio diversificato e prospettico nei confronti del genere haiku (ma, dovremmo dire, di una sensibilità empatica ed olistica, influenzata di certo dalla filosofia orientale) uno dei punti di forza di questo libro agile e curioso, importante e pregno di nozioni.
Nella nostra contemporaneità di haijin se ne contano a decine, al punto tale che sono nati – in ritardo, certo, rispetto all’universo anglofono ma non per questo meno importanti – anche nel nostro Paese vari “contenitori”, vale a dire di situazioni dove l’haiku viene richiesto, pubblicato, diffuso e fruito. Riviste di settore, ma soprattutto blog specifici sull’argomento o con determinate rubriche che ne consentono un oggetto di trattamento e discussione privilegiata, finanche competizioni letterarie che non possono più far finta che lo haiku non rappresenti una sfaccettatura, una componente importante della poesia contemporanea di qualsivoglia letteratura europea.
Antonio Sacco fa di più: non è solo un haijin, vale a dire un produttore di haiku, ma è anche un attento studioso del genere, delle sue forme, manifestazioni, influenze e ambienti nei quali prende piede e si sviluppa. Lo ha studiato, e continua a studiarlo, di certo per approfondire meglio la sua ricerca ma anche – ed è notevole osservarlo – per renderlo maggiormente comprensibile e fruibile anche agli altri. È di appena pochi giorni fa un suo interessante articolo[1] che, con l’adozione di una logica privativa (atta a descrivere ciò che è un haiku a partire da ciò che non fa un haiku) fornisce nozioni in maniera semplice e persuasiva, alla portata di tutti, rendendo il genere haiku da “troppo lontano” e a noi estraneo, come spesso viene percepito, a qualcosa di ordinario.

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Segnalazione di “Quei dannati sedici nodi” di Fabien C. Droscor

Quei dannati sedici nodi_CoverTra il noir di introspezione e il pop anni ’70 e ’80, il nuovo romanzo di Fabien C. Droscor vi porterà nella spettacolare isola del Giglio, al largo delle coste toscane, tra le sue leggende, le calette nascoste e le sue tradizioni.

Centonovantacinque chili possono tuffarsi da una nave nel Tirreno senza conseguenze? Bruno Leonetti non sarà più lo stesso. Uscito dall’ospedale il tecnico della Peach decide improvvisamente di stabilirsi sull’Isola del Giglio da dove era salpato, ma la scelta desta sospetti fra i familiari e non solo. L’incidente ha smosso verità che renderanno inevitabile l’intervento dell’Arma, anche se in una modalità “inusuale”. L’investigazione passerà attraverso un dipinto di Simone Martini, una sigla anni ’70 ed un verso dell’Orlando Furioso. Impossibile placare la rabbia durante l’inchiesta perché la tragedia del 2016 non sarebbe mai accaduta se non fosse stato per “quei dannati sedici nodi”.

 
Francesco Bordi vive nella scrittura ormai da tempo. Prima un master in editoria ed una Laurea in Lingue Orientali impreziosita dalla permanenza a Parigi durante la tesi, poi il lavoro in diverse case editrici e gli scritti da ghost-writer: sono queste le basi del suo cammino artistico. Responsabile del sito Culturalismi.com, autore di mini-racconti con lo pseudonimo di Tasto Nero sulla pagina Facebook Il Pianoforte Letterario, è stato editore autonomo per circa tre anni. Quei dannati sedici nodi è il suo secondo romanzo, il seguito ideale del libro d’esordio Non è tutta colpa del pipistrello pubblicato nel 2016 e all’origine dei personaggi a cui ha dato vita dal momento in cui ha scelto l’anagramma del suo nome e cognome, Fabien C. Droscor.  Un sequel strutturato in modo da poter essere letto anche da chi non ha mai incontrato le vicende del primo libro.

 

Ufficio stampa

Elisabetta Bartucca

ebartucca@gmail.com – 3385210490

“Lo haiku e i grandi poeti occidentali”, saggio di Antonio Sacco

Nota al testo[1]

Saggio di Antonio Sacco[2]

 

Prendiamo qui in esame il rapporto fra lo haiku e i grandi poeti occidentali del XX secolo, più in particolare questo breve scritto vuole essere un excursus storico-poetico che mira a focalizzare l’attenzione sulle modalità con cui i grandi poeti occidentali sono entrati in contatto con questo genere letterario e, inoltre, desidererei porre enfasi come, essi stessi, si siano cimentati in questo genere citandone alcuni esempi.

Le prime traduzioni di haiku in Occidente furono pubblicate agli inizi dell’900 in Francia e in Inghilterra, esse esercitarono un influsso sugli imagisti anglo-americani a cui si legò Ezra Pound (1885-1972). Pound fu tra i primi ad avvicinarsi allo stile haikai e fu un grande studioso del giapponese, sostenne, fra l’altro, che: «L’immagine è di per sé il discorso. L’immagine è la parola al di là del linguaggio formulato». E questo è importante perché, come sappiamo, lo haiku ci propone delle immagini suggerendo al lettore più che dire esplicitamente. Pound stesso, nel 1913, pubblicò una breve poesia simile agli haiku molto famosa, “In a Station of the Metro”:

 

The apparition of these faces in the crowd;

Petals on a wet, black bough.

L’apparire di questi volti nella folla,

petali su un umido, nero ramo.

 

Come possiamo notare abbiamo, nel componimento testé citato, una poesia di due versi, quattordici parole totali e nessun verbo che descrivono un momento nella stazione della metropolitana.

 

“Alba”

As cool as the pale wet leaves

of lily-of-the-valley

She lay beside me in the dawn.

*

“Alba”

Fresca come le pallide umide foglie

dei mughetti

Giaceva accanto a me nell’alba.

(tratta dalla raccolta Lustra, 1916)

 

Oltralpe è al poeta Paul-Louis Couchoud che si deve la nascita del movimento dello haikai francese: nel 1905 egli pubblica l’opuscolo anonimo Au fil de l’eau a cui fa seguito, un anno dopo, Epigrammes lyriques du Japon. Lo stesso Couchoud si cimentò nella scrittura di componimenti haiku pubblicando i propri scritti sull’Esagono, egli si convinse che le caratteristiche dello haiku quali la brevità, il potere suggestivo evocato, l’emozione lirica immediata, la rarefazione dei legami logici e, soprattutto, l’assenza di spiegazione potessero rappresentare un’importante innovazione per tutta la poesia francese. Seguendo questa linea tracciata da Couchoud nel 1920 Jean Paulhan dà alle stampe un’antologia di haiku sulla rivista Nouvelle Revue Française: il suo scopo è di render noto e far attecchire in Francia questo genere poetico al fine di rinnovare e dare nuova linfa vitale alla produzione lirica francese. Questa antologia conobbe un buon successo negli anni Venti e nei decenni successivi dovuta anche alla presenza di autori come Paulhan, Paul Eluard e Pierre-Albert Birot, tanto che si può dire che con esso lo haiku viene legittimato oltralpe. Paul Eluard (1895-1952) in particolare fa suo lo stile dello haiku riproponendo a più volte, in raccolte successive, gli undici haiku pubblicati nella Nouvelle Revue Française: questo a significare quanto lo colpì questa forma poetica che fa del linguaggio rarefatto e spoglio, privo di orpelli la sua peculiare caratteristica. 

 

Le coeur à ce qu’elle chante

elle fait fondre la neige

la nourrice des oiseaux

*

Cantando con il cuore

fa sciogliere la neve

la nutrice degli uccelli

(Paul Eluard)

 

Cent Phrases pour éventails (Cento frasi per ventaglio, 1927) è la raccolta di Paul Claudel (1868-1955), un altro grande nome della poesia francese del Novecento, di componimenti in stile haiku. Il movimento haikai francese suscita l’interesse anche di Paul Valéry, che non si cimenta con questa forma poetica ma che nel 1924 cura la prefazione a una raccolta di haiku tradotti in francese di Kikou Yamata. Lo stesso Paul-Louis Couchoud diventa il tramite attraverso il quale anche Rainer Maria Rilke, che visita e soggiorna a Parigi più volte, entra in contatto con il fermento artistico e letterario in Francia, anche Rilke in tal modo si avvicina al genere haiku. Il poeta dei Sonetti a Orfeo, soprattutto nell’ultima sua produzione, mira a una progressiva riduzione dell’Io, ad un distacco dell’Io poetante dalla realtà rappresentata, è molto colpito dal modo di comporre dello haijin. Ebbene anche Rilke sperimenta, cimentandosi, componimenti in stile haikai scrivendone ben ventinove:

 

Tra i suoi venti trucchi

cerca una boccetta piena:

è diventata pietra

 

(R.M. Rilke)

 

Anche in Italia uno dei primi lavori di traduzione, per quanto riguarda la poesia giapponese, compare agli inizi del XX secolo, nel 1915 per l’esattezza, col titolo Note di Samisen ad opera di Mario Chini (1876-1959). In questo libro Chini presentò la poesia tradizionale giapponese (tanka e haiku), inoltre lo stesso Mario Chini scriverà componimenti di stile haiku che saranno pubblicati postumi a Roma nel 1961 con il titolo di Attimi. Gli haiku presenti in questo libro riproducono nella struttura e nell’ispirazione gli haiku giapponesi, eccone alcuni:

 

Bastan tre grilli
per far grande una notte
di mezza estate

Sui rami in fiore,
cullan gli uccelli al vento
le lor canzoni

Certe mattine
in questo grigio autunno,
sembran tramonti

 

Comunque fu solo dopo la seconda guerra mondiale che rinacque nel mondo occidentale l’attenzione per gli haiku, soprattutto grazie ai saggi dell’inglese Reginald Horace Blyth sulla cultura giapponese. Successivamente a Chini tra i poeti italiani che maggiormente subiscono il fascino della cultura nipponica (oltre D’Annunzio e i poeti ermetici) e in particolare dello haiku, annoveriamo Edoardo Sanguineti che fa propri i valori estetici presenti nello haku (wabi-sabi, ogosoka, ecc.). Sanguineti in una sua silloge poetica propone al lettore quattro haiku ne riporto qui due esempi tratti da Corollario (1992-1996, in “Il gatto lupesco”):

 

È il primo vino:

calda schiuma che assaggio

sulla tua lingua

 *

Passa la locomotiva:

nel fumo un turbine

di giovani foglie

 

(Edoardo Sanguineti)

 

Ma è soprattutto Andrea Zanzotto che sceglie proprio questo genere poetico per esprimere icasticamente i suoi moti emotivi interiori. Nel 2012 viene pubblicato (postumo) Haiku for a Season una raccolta di 91 pseudo haiku bilingue italiano-inglese, silloge contraddistinta da un forte sperimentalismo e dalla ricerca di racchiudere in poche sillabe immagini dal forte potere evocativo, anche se spesso l’Io poetante non si annulla completamente o comunque emerge di frequente e i principi dello haiku non sempre sono strettamente seguiti:

 

Haiku of an unforseen day break

maybe mine – maybe bedrawls

or mini-noises of other universes

 

Haiku di un’alba inattesa

forse mia – forse cenni

o sussurri di altri universi

 

(da notare in questo haiku testé citato lo stacco interno al secondo verso, detto in giapponese chukangire)

 

Petals pappi cotton-filaments

noses in sneezes awakening

all is allergy

  

Petali soffioni filamenti

nasi si svegliano in starnuti

tutto è allergia

 

(Andrea Zanzotto)

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Il famoso poeta argentino, Jorge Luis Borges (1899-1986), fu un grande appassionato di haiku e questo lo testimonia la pubblicazione dei suoi “i diciassette haiku” eccone alcuni:

 

Lejos un trino.
El ruiseñor no sabe
que te consuela.

Lontano un trillo.
L’usignolo non sa
che ti consola.

 *

¿Es un imperio
esa luz que se apaga
o una luciérnaga?

 

È un impero
quella luce che muore
o una lucciola?

 

Non solo, in lingua spagnola fu il primo volume tradotto interamente dal giapponese in lingua occidentale grazie al messicano Octavio Paz (1914-1998), Premio Nobel per la letteratura nel 1990, il quale pubblicò nel 1956 la traduzione di Oku no Hosomichi (La stretta strada per Oku), celebre raccolta del grande maestro giapponese del Seicento Matsuo Bashō. Secondo Paz, l’introduzione dello haiku in Occidente ha rappresentato per la poesia «una critica della spiegazione e della reiterazione, che sono malattie della poesia».

Anche lo spagnolo Federico García Lorca (1898-1936) ne fu affascinato da questi brevi e pregnanti componimenti cimentandosi nello scriverne alcuni:

 

Cielo. Campo. Monte.

Por la llanura caminando.

Un solo olivo.

 

Cielo. Campo. Monte.

sulla pianura camminando.

un singolo ulivo

 

 *

 La mano de la brisa

acariciando la cara del espacio.

Una y otra vez.

 

La mano della brezza

accarezzando il volto dello spazio.

Ancora e ancora.

 

Molti poeti americani della beat generation, fra cui Allen Ginsberg (1926-1997) e Jack Kerouac (1922-1969), scrissero haiku ma con una diversa impostazione del componimento stesso non rispettando in maniera così stretta il numero di sillabe e del riferimento stagionale (kigo e kidai). Come spiegò lo stesso Kerouac: «L’haiku americano non è esattamente come quello giapponese. L’haiku giapponese è strettamente disciplinato dalle diciassette sillabe, ma, poiché la struttura del linguaggio è diversa, non penso che l’haiku americano (brevi componimenti di tre versi intesi come completamente confezionati con il Vuoto del Tutto) debba preoccuparsi delle sillabe, poiché la lingua americana è d’altra parte qualcosa… che scoppia di cultura popolare. Soprattutto, un haiku deve essere molto semplice e privo di ogni trucco poetico e descrivere una piccola immagine, malgrado ciò deve essere arioso e grazioso come una Pastorella di Vivaldi». A titolo di esempio riporto qui alcuni haiku di Kerouac, composti tra il 1956 e il 1966, tratti dal suo Il libro degli haiku:

 

In my medicine cabinet
the winter fly
has died of old age


Nel mio armadietto dei medicinali
la mosca d’inverno
è morta di vecchiaia

 *

 Wash hung out
by moonlight
Friday night in May

 

Il bucato appeso fuori
al chiaro di luna
Venerdì notte in maggio

 *

Glow worm

Sleeping on this flower –

Your light’s on.

 

Lucciola

che dormi su questo fiore –

la tua luce è accesa.

 

 Un altro esponente della beat generation, Allen Ginsberg, pure si mise alla prova scrivendo diversi haiku, ecco qualche esempio:

 

Looking over my shoulder
my behind was covered
with cherry blossoms.

 

Guardando oltre la mia spalla

La mia schiena era coperta

con i fiori di ciliegio.

  

*

 I slapped the mosquito
and missed.
What made me do that?

 

Ho schiaffeggiato la zanzara

e l’ho mancata.

Cosa mi ha fatto fare questo?

(Haiku composed in the backyard cottage at 1624 Milvia Street, Berkeley 1955, while reading R.H.  Blyth’s 4 volumes, Haiku)

 

Curioso notare che anche Stephen King nel suo libro-capolavoro It (1986) fa scrivere al ragazzino co-protagonista di quel romanzo, Benjamin Hascom, uno haiku su una cartolina che spedirà, in forma anonima, a Beverly Marsh della quale si era invaghito:

 

Brace d’inverno,
i capelli tuoi
dove il mio cuore brucia

 

Il poeta svedese Tomas Tranströmer, Premio Nobel per la letteratura del 2011, scrisse, fra l’altro, numerosi haiku. Nella motivazione per l’attribuzione del Premio leggiamo: «perché attraverso le sue immagini condensate e traslucide, ci ha dato nuovo accesso alla realtà», che siano stati anche gli haiku da lui scritti la chiave di questo nuovo accesso alla realtà? Ecco alcuni suoi haiku tratti dal suo libro La lugubre gondola:

Una coppia di libellule

strettamente avvinghiate l’una all’altra

passano volteggiando

 *

 Le orchidee,
le navi cisterna scivolano via –
luna piena.

 *

 I cavi della corrente

tesi nel regno del freddo

a nord di ogni musica

Come abbiamo visto in questo breve excursus storico-poetico dai primi anni del XX secolo, inizialmente nel mondo anglo-americano e in quello francese, con l’affermarsi del “giapponismo”, cioè dall’influenza dell’arte giapponese sull’Occidente, vi è stato un interesse crescente anche verso la letteratura nipponica e lo haiku. In particolare questo genere si è diffuso poi trasversalmente in Spagna, Argentina, Messico, America, nord Europa, Italia, Portogallo (per merito soprattutto degli scritti Fernando Pessoa) anche grazie ad illustri poeti che si sono dedicati a questo forma poetica. Bisogna dire però che anche se spesso questi Autori non hanno rispettato in pieno i canoni dello haiku giapponese (numero di sillabe e presenza del kigo in primis ma anche l’assenza dell’Io poetante nei loro versi o le tematiche strettamente inerenti alla Natura) si sono comunque lasciati ispirare dalla poesia breve giapponese facendo proprio lo “spirito dello haiku”. In alcuni di loro sarebbe più corretto parlare di pseudo-haiku alludendo ad una forma di poesia breve d’ispirazione orientale adattata al loro modo di far poesia. Credo che bisogna, in ogni caso, esser grati a questi grandi della poesia perché, anche grazie ai loro scritti, lo haiku ha conosciuto una straordinaria diffusione e meritato il posto che ha nella letteratura mondiale non solo limitata entro i confini nipponici.

ANTONIO SACCO

 

Bibliografia

 

Barthes Roland, L’impero dei segni. Einaudi, Torino, 2002

Bonnefoy Yves, Sull’haiku. O barra O Edizioni, 2015

Cenisi Luca, La luna e il cancello. Saggi sullo haiku, Castelvecchi, Roma, 2018

Pasqualotto Giangiorgio, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d’Oriente, Marsilio, Venezia, 2006

Sica Giorgio, Il vuoto e la bellezza. Da Van Gogh a Rilke. Come l’Occidente incontrò il Giappone, Guida, 2012

Taitaro Suzuki Daisetz, Lo Zen e la Cultura Giapponese, Adelphi, Milano, 2014

 

[1] Questo saggio è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista online L’ombra delle parole in data 25/06/2019, link di caricamento: https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/06/25/antonio-sacco-lo-haiku-nei-poeti-occidentali-federico-garcia-lorca-pound-allen-ginsberg-paul-eluard-pierre-albert-birot-paul-claudel-andrea-zanzotto-jorge-luis-borges-tomas-transtromer-jorg/ (Sito consultato il 09/07/2020) e ripubblicato nel libro di ANTONIO SACCO, Eppure ancora i nespoli – Dissertazioni sullo haiku, Nulla Die Edizioni, Piazza Armerina, 2020, pp. 151-163. Il saggio in oggetto viene pubblicato sul presente blog nella sua forma completa dietro consenso e autorizzazione da parte dell’autore che non avrà nulla a pretendere al gestore del blog all’atto della pubblicazione né in futuro. Eventuali riproduzioni del testo, sia in forma parziale che integrale, su qualsiasi supporto, non sono consentite a meno che l’autore, interrogato, non ne abbia dato espressa autorizzazione.

[2] Antonio Sacco è nato ad Agropoli (SA) nel 1984. Poeta e haijin (scrittore di poesie haiku), vive e compone versi nel cuore del Parco Nazionale del Cilento (Vallo della Lucania, Salerno). Compone poesie sia in versi liberi che in metro prestabilito (sonetti, odicine anacreontiche, odi, strofe saffiche), ritenendo quest’ultima modalità compositiva un utile esercizio per affinare la tecnica poetica. È soprattutto uno studioso e ricercatore di poesia estremo-orientale (poesia sino-giapponese) ed è specializzato, più in particolare, nella poesia haiku alla quale si dedica con costanza e dedizione sin dal 2012. Ha pubblicato i libri In ogni Uomo uno haiku (2015), Eppure ancora i nespoli – Dissertazioni sullo haiku (2020).

V Concorso Letterario “La pelle non dimentica” (scadenza 31/12/2020)

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BANDO DI CONCORSO

Art. 1 – PROMOTORI – Le Mezzelane Casa Editrice in collaborazione con l’associazione Artemisia di Firenze e l’associazione culturale Euterpe di Jesi indicono il IV concorso “La pelle non dimentica” per sensibilizzare la popolazione verso un problema che affligge i nostri giorni: la violenza sulle donne, lo stupro e il femminicidio.

Art. 2 – PARTECIPANTI – Il concorso è aperto a tutti i soggetti che abbiano compiuto i 18 anni d’età

Art. 3 – QUOTA D’ISCRIZIONE – La partecipazione al concorso è gratuita.

Art. 4 – ELABORATI – I partecipanti potranno presentare un elaborato di loro produzione, scritto in lingua italiana e rigorosamente inedito, seguendo le regole delle categorie contenute nell’articolo 4 bis.

Art. 4 bis – CATEGORIE – Gli elaborati, che avranno come argomento principale la violenza sulle donne, potranno essere basati sia su una storia vera sia inventata; potranno anche essere presentati elaborati a tema libero.

  1. A) Poesie inedite a tema libero: dovranno essere 5 (cinque) poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.
  2. B) Poesie inedite a tema violenza di genere: dovranno essere 5 (cinque) poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.
  3. C) Racconto a tema libero inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12
  4. D) Racconto a tema violenza di genere inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12
  5. E) Silloge poetica inedita: la silloge dovrà essere inedita, scritta con carattere Times New Roman corpo 12
  6. F) Silloge poetica edita: la silloge dovrà essere inviata in formato pdf, completa di copertina in jpg alta risoluzione, e in 2 (due) copie che verranno donate alla biblioteca di Santa Maria Nuova e alla Biblioteca della città che ospiterà la premiazione: le copie in formato cartaceo dovranno pervenire a Le Mezzelane Casa Editrice, Via W. Tobagi 4/h, 60030 Santa Maria Nuova e dovranno contenere un foglio con i dati dell’autore e la liberatoria che potete scaricare sul sito al seguente indirizzo web https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria
  7. G) Romanzo inedito a tema violenza di genere: la lunghezza del romanzo dovrà essere compreso tra le 150.000 e le 200.000 battute compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12
  8. H) Romanzo edito a tema violenza di genere: il romanzo dovrà essere inviato in formato pdf. completo di copertina in jpg alta risoluzione, e in 2 (due) copie che verranno donate alla biblioteca di Santa Maria Nuova e alla Biblioteca della città che ospiterà la premiazione: le copie in formato cartaceo dovranno pervenire a Le Mezzelane Casa Editrice, Via W. Tobagi 4/h, 60030 Santa Maria Nuova e dovranno contenere un foglio con i dati dell’autore e la liberatoria che potete scaricare sul sito al seguente indirizzo web https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria

Art. 5 – MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE – Il testi delle sezioni A/B/C/D/E/G dell’articolo 4/bis dovranno essere prodotti in forma anonima su file word in formato *.doc o *.docx o odt. Ogni partecipante potrà inviare un elaborato per una o più categorie tra quelle proposte dagli organizzatori. Ogni partecipante dovrà attenersi alle specifiche richieste, ovvero la lunghezza del racconto, il numero e la lunghezza delle poesie, il formato richiesto. Nel file non dovrà esser scritto alcun nome. Nella mail dovrà essere allegata la liberatoria compilata (che trovate https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria) con i propri dati, messa a disposizione in formato scaricabile dall’organizzatore. Tutti gli altri elaborati dovranno essere prodotti seguendo le indicazioni date in ogni categoria. Gli elaborati pervenuti in maniera diversa da quello indicato verranno immediatamente scartati.

Art. 6 – SCADENZA – L’elaborato dovrà essere spedito tramite mail al seguente indirizzo: concorsi@concorsi.lemezzelane.eu entro e non oltre le ore 23.59 del giorno 31 dicembre 2020. I testi pervenuti successivamente non verranno presi in considerazione. In oggetto dovrà essere specificato “concorso La pelle non dimentica” e la sezione alla quale si partecipa.

Art. 7 – VALUTAZIONE – Tutti i lavori (tranne le sillogi e i romanzi editi) saranno inviati in forma anonima a una giuria designata dagli organizzatori. La giuria determinerà una classifica basandosi sulla propria sensibilità artistica e umana, in considerazione della qualità dello scritto, dei valori dei contenuti, della forma espositiva, delle emozioni suscitate, delle immagini e delle riprese video. Il giudizio della giuria sarà inappellabile ed insindacabile. I vincitori saranno informati secondo le modalità indicate da ciascun partecipante nel modulo di partecipazione.

Art. 8 – PREMIAZIONE – I primi venti delle sezioni A/B/C/D verranno inseriti in una antologia a cura di Le Mezzelane casa editrice. I primi tre autori di ogni sezione verranno premiati con una proposta editoriale della casa editrice Le Mezzelane, con un diploma con la menzione della giuria, con una copia dell’antologia e altri premi messi in palio a cura dell’organizzatore. La proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi avranno luogo nel mese di aprile 2021 in una località della riviera adriatica che indicheremo prima della scadenza del concorso.

Art. 9 – DIRITTI D’AUTORE – Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione al promotore del concorso senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. Il volume sarà pubblicato in cartaceo e sarà edito da Le Mezzelane Casa Editrice. I diritti rimarranno comunque degli autori, che potranno, quindi, far uso dei propri elaborati come vogliono.

Art. 10 – PUBBLICITÀ – Il concorso e il suo esito saranno opportunamente pubblicizzati attraverso le pagine dedicate al concorso, sul sito dell’editore e sul sito delle associazioni.

Art. 11 – ALTRE NORME – La partecipazione al concorso implica l’accettazione integrale del presente regolamento, senza alcuna condizione o riserva. La mancanza di una sola delle condizioni che regolano la validità dell’iscrizione determina l’automatica esclusione dal concorso letterario.

 

INFO:

www.lemezzelane.eu

informazioni@lemezzelane.eu 

“Argonauti 2.0 – Un laboratorio di poesia al tempo delle restrizioni sociali” – un progetto di Francesca Innocenzi

Articolo di Francesca Innocenzi[1]

Ho sempre guardato con una certa diffidenza alle iniziative organizzate per la Giornata Mondiale della poesia, probabilmente per un’istintiva avversione nei confronti di ricorrenze che impongono un crisma istituzionale e mondano a quanto è per sua natura spontaneo e inafferrabile. Ma quest’anno, in piena emergenza Covid 19, mi è sembrato che un evento pensato ad hoc per il 21 marzo potesse avere un’inedita ricchezza di significato, avvicinando virtualmente persone fisicamente distanti, accomunate da una più che mai stringente volontà di esprimersi e comunicare tramite la scrittura poetica. Così nasce l’idea di un mini-laboratorio di poesia via WhatsApp, gratuito, aperto a un massimo di quindici partecipanti. Attraverso un veloce passaparola viene creato un apposito gruppo, battezzato Argonauti 2.0, formato da nove poeti di varie regioni della penisola (Toscana, Marche, Lazio, Sicilia), disposti a mettersi in gioco con apertura mentale e curiosità, al di là del disagio e dell’apprensione del momento.

Alle nove di sera di sabato 21, come da accordi, ha inizio il laboratorio con la partecipazione di Ambra, Ilaria, Laura, Liliana, Lucia B., Lucia T., Luigi Pio, Maddalena, Michela. Dopo un rapido giro di presentazioni, chiedo agli Argonauti di postare la foto di uno dei due oggetti che avevo precedentemente chiesto di fotografare. Ciascuno carica l’immagine di un oggetto attinente la sfera del quotidiano ed è invitato a raccontarlo brevemente. L’obiettivo è favorire narrazioni scaturite dall’interscambio tra mondo esteriore ed interiore, che saranno rielaborate successivamente in forma poetica. In seguito, ogni partecipante inserisce la sua seconda foto e dovrà provare a raccontare l’oggetto di un altro, a sua scelta.

dipinto argonauti

Grazie all’interazione e all’ascolto reciproco – fondamentali in un gruppo, sia pur virtuale – ci si rispecchia nell’alterità ed emergono recondite parti sé, subito lasciate andare nella corrente inesausta del racconto. Dopo alcuni minuti propongo la lettura della poesia “Nostalgia” di Ungaretti e chiedo di scrivere un sintetico commento evocativo. Gli Argonauti sono concordi nel trovare questi versi intensi e toccanti, particolarmente calzanti al periodo attuale; nella tragedia dell’uomo al fronte, la fugacità di un incontro rivive grazie alla potenza del ricordo, tra solitudine e vicinanza, resistenza ed abbandono.

Si prosegue con una visualizzazione guidata: accompagnati, se vogliono, da un brano musicale rilassante, i poeti si immagineranno immersi nella natura, accanto ad una persona per loro importante, al momento lontana; ora potranno toccarla, parlarle, e infine congedarsi da lei, per ritornare al presente e raccontare l’esperienza. A questo punto accade qualcosa. Michela deve interrompersi a causa di una telefonata urgente: un collega di sua sorella è risultato positivo al Coronavirus. Ci stringiamo idealmente intorno a lei, testimoniando un identico sentire, il desiderio di trovarsi uniti oltre le distanze, che è ciò che ci ha condotti qui. «Anche io ho ricevuto la stessa notizia di una persona poco fa», scrive Laura. E Luigi Pio aggiunge: «Ho un amico positivo a Milano. Mio fratello lavora lì. Pensiamo a un’altra vicinanza, a un’altra connessione, la poesia». Ed è alla poesia che si tenta di tornare.

Svolgiamo insieme l’esercizio di visualizzazione, al termine ognuno riporta il proprio racconto. Ma ormai il mondo di fuori ha rotto gli argini. Sono le undici, giunge notizia che il presidente Conte sta per parlare in televisione. Mi sale alla gola un groppo di ansia, sono giorni drammatici, i contagi sono alti. Mi passa per la testa che potrebbero costringermi a fare il tampone, che forse sono malata senza saperlo. Faccio la spola tra il televisore in cucina e il telefono al piano di sopra, dove la connessione funziona meglio. «Stanno chiudendo le imprese, tutto» dice Laura. Percepisco di non essere sola, e lo capisco grazie a questa irruzione imprevedibile e spontanea, che scandisce l’irripetibilità di quanto stiamo attraversando.

Intanto gli Argonauti completano l’operazione alchemica, il materiale abbozzato da un magma polimorfo si fa verso, diventa poesia. L’incontro volge al termine, è tardi, si stacca per andare a dormire. Ci salutiamo con la promessa di risentirci l’indomani mattina per una breve restituzione; così sarà. Ma, passata la mezzanotte, qualcuno continua a scrivere nel gruppo, come a riannodare la matassa delle idee. Si parla di sincronicità, di connessioni, di come, in fondo, il virus sottolinei l’inconsistenza di barriere tra i popoli e tra individui che troppo spesso si reputano isole, monadi separate, estranee, nemiche.

In una fase dell’esistenza in cui gli strumenti tecnologici sono i veicoli privilegiati per i contatti con l’esterno, questo laboratorio di poesia via WhatsApp mi ha indotto alcune riflessioni. Indubbiamente la presenza fisica, il contatto oculare, i suoni, gli odori, gli abbracci, restano insostituibili. Eppure la mancanza delle usuali modalità comunicative può far scoprire energie sottili, collegamenti invisibili, impalpabili e segreti, che siamo portati a non considerare affatto. Un incontro virtuale, meno rigidamente strutturato, lascia spazio all’imprevedibile, all’imponderabile che si fa terreno fertile per ogni umano germoglio, come per la poesia.

Sono trascorsi quaranta giorni da quella serata di inizio primavera così diversa. Oltre le finestre delle nostre case, oltre i portoni che per molti si stanno aprendo, s’intravede una schiarita, che è presto per suggellare come rinascita. Il gruppo Argonauti 2.0 continua il suo cammino: proprio oggi è stata avanzata l’idea del nostro terzo incontro. Un grazie di cuore a questi compagni di viaggio per il circuito di pensieri, emozioni, parole, che costantemente si rinnova, fiume gentile che scorre e rimane nel solco di una condivisione sincera.

FRANCESCA INNOCENZI

Maggio 2020

 

 

Testi del laboratorio Argonauti 2.0

 

Con le venalità dell’esistenza

la sindrome d’infinito

si fonde

e vigore le infonde

necessario per traguardare l’oggi

intenti su se stessi restando.

Sono le emozioni

recepite e trasmesse

ad evolvere

il vissuto connettivo

di ciascun essere.

(Lucia Bonanni)

 

Ero come un luogo

Sì, uno spazio aperto

Erano donne

I loro versi

Sì, le udivo

E come ogni singola cellula

E come ogni singola sillaba

Creavano insieme una poesia

Ero connesso con loro

Ero lontano, ma

molto vicino

Le udivo bene

Sentivo di vivere

Poiché loro cantavano

Ero forse il canto, quindi?

(Luigi Pio Carmina)

 

Così si scompare fra gli occhi

nominando le stelle

perché della pelle non resti che l’ombra

su gangli e sospiri.

(Ambra Dominici)

 

In questa valle mi hai chiesto: È questo il paradiso?

Ed io balbettando ti rispondo: “Sì il nostro paradiso!”

E così tra i pensieri si è aperto un varco…

Abbiamo immaginato il futuro…

E qualcosa nell’universo ha risposto… Perché sincero era il mio grido d’amore…

E tu finalmente hai ascoltato…sarò lì quel giorno a tenerti stretta per mano…

(Liliana Manetti)

 

Nell’ora del tramonto.

Girovago,

nudo

Con addosso solo l’ombra dei tuoi amati, vaghi.

Vaghi nei ricordi del età più giovane,

Quando l’equilibrio e la quiete tra gli spinosi rovi facilmente trovavi.

Ora vecchio, statico

Come stalattite

in fondo a infernali pentimenti,

confinato nei ricordi sotto i raggi teneri del tramonto

Cadi.

(Maddalena Panichelli)

 

Dove,

Inarrivabile sguardo cerchi

Più avanti,

Invincibile destino mi porti.

Piccoli passi

Pervasi d’ansia

S’addentrano in pericolosi pensieri

E ieri e oggi

Lontani e diversi

Profumano di speranza e calore

(Michela Romei)

ATTIMI

Il desiderio scivola addosso,

silenzioso e

lentamente

divora ogni poro della pelle e

nella mente annega ogni pensiero

cosicché solo ciò che è emozione

può essere vissuto

in quei brevi ed intensi attimi

di me e di te,

di noi persi in stille

di incommiserato piacere.

(Ilaria Romiti)

 

S’è rovesciato il mondo:

nulla è più di quel pallido azzurro

in un mattino che appare ormai lontano

tutto affonda in questo torbido silenzio

e le parole confuse

come le sagome nell’acqua

si fanno ombre tra di noi

e le paure, immoti spettri

come confini rossi

ci dividono.

(c’era una panchina, sì, da lì guardavamo il cielo)

 (Lucia Tozzi)

 

Non sono mura di mattoni,

steccati, barriere,

porte sigillate,

frontiere inanimate,

ma pelle, carne, sangue.

il limite,

ché se potessi

uscire da me,

andrei a vedere

domani,

la forma della vita verde,

che si riprende tutto

regalando respiri.

(Laura Trappetti)

 

 

[1] Una versione ridotta del presente articolo è precedentemente apparsa sulla rivista cartacea Il Mangiaparole, n°9, gennaio/marzo 2020, p. 55. L’articolo viene pubblicato sul presente blog nella sua forma completa dietro consenso e autorizzazione da parte dell’autrice che non avrà nulla a pretendere al gestore del blog all’atto della pubblicazione né in futuro. L’utilizzo del grassetto nel corpo del testo è a cura del gestore del blog mentre la scelta dell’immagine di accompagnamento (il quadro dal titolo “Il vascello degli Argonauti” del pittore Lorenzo Costa) è stata effettuata dall’autrice dell’articolo. Eventuali riproduzioni del testo, sia in forma parziale che integrale, su qualsiasi supporto, non sono consentite a meno che l’autrice, interrogata, non ne abbia dato espressa autorizzazione.

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