“Ritorno al bosco: sinestesie morali” di Francesco Ganzetti

Ritorno al bosco: sinestesie morali di Francesco Ganzetti

SEGNALAZIONE VOLUME

Sinossi:

uIn questo saggio morale si riprende il tema della waldgang Jungeriana e si cerca di declinarla secondo gli attuali temi ecologici e della sostenibilità.
L’autore prima ci accompagna attraverso le sue esperienze sinestetiche per ciascuna essenza arborea, cercando di fonderle agli elementi del mito classico 
e nordico da un lato, alle evidenze scientifiche dall’altro, per ricongiungersi al rapporto morale che l’uomo intrattiene con gli alberi nella vita economica e sociale. 
Si affronta poi il tema del bosco tout court come luogo altro, dove è la comunità a guidare l’individuo, ed il tempo circolare prevale su quello lineare delle religioni monoteiste da un lato,  e della nostra civiltà dei combustibili fossili dall’altro. Nella ultima parte, a maggiore ortodossia filosofica, si riprende la figura del dio dei boschi per eccellenza, Pan,  ripercorrendone la svalutazione cristiana nella figura di un Diavolo sofferente.L’orizzonte poi si allarga sulla teoria di Gaia, ormai evidenza scientifica da una trentina di anni,  come corroborazione della necessità di una morale di comunità che guidi, e quando necessario sovrasti, le necessità di una morale basata precipuamente sull’individuo,  su cui si imperniano tanto i monoteismi che la dottrina liberale classica. Il saggio termina con l’invito sinestetico ad accompagnarci, durante la nostra esplorazione del bosco, con famose composizioni sinfoniche sulle ninfe:  quando intuiremo la presenza di Pan saremo certi di aver intrapreso la giusta via morale.
Alcuni estratti:
“Mi capitò di sedermi dove le piante secche e spinose a fine estate, tipiche della fascia sub-mediterranea,  erano meno frequenti, e di riposare lo sguardo  verso un piccolo pertugio sulla città. Mi fu impossibile non abbandonare ogni tensione alla danza acustica delle tachinidae, piccole mosche a loro modo danzanti, e contemporaneamente, fatto questo sì che mi sorprese, riconoscere fisicamente l’effetto doppler nei loro percorsi erratici: la matematica ci aiuta a spezzettare bellezze troppo complesse per essere colte intere in pezzettini alla nostra misura, visto che le scale fisiche e soprattutto temporali, i tempi lunghissimi dell’evoluzione, non sono immediatamente alla portata della nostra comprensione. “
“Qual è il prezzo che i monaci devono pagare e che ci hanno fatto poi pagare? É difficile resistere alla bellezza del bosco: “il bosco ha orecchie”, come diceva il clero francese, ed è facile invece essere assaliti dalla paura di perdersi nella bellezza diffusa nel bosco: è il così detto attacco di panico, perché Pan, il signore dei satiri e rappresentazione della forza vitale spermogonia, spaventerà così profondamente i primi evangelizzatori nelle foreste, da prenderlo a modello per la rappresentazione del Diavolo, con le corna e le gambe caprine tipici fin dall’iconografia pre-ellenistica. “

Jesi palcoscenico di poesia. Il 12 marzo la premiazione del V Premio “L’arte in versi”

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Posticipata a seguito dello sciame sismico che ha interessato l’intera Regione, la cerimonia di premiazione della V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto dal critico letterario e poeta jesino Lorenzo Spurio, si terrà domenica 12 marzo al Palazzo dei Convegni di Jesi a partire dalle 17:30.

La serata conclusiva di questo importante appuntamento letterario che dal 2015 ha sede nella città federiciana, chiamerà a raccolta poeti provenienti da ogni parte d’Italia per l’appuntamento conclusivo dell’edizione 2016. L’intero evento è organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe, con il Patrocinio Morale della Regione Marche, della Provincia di Ancona e del Comune di Jesi e la collaborazione delle Associazioni “Le Ragunanze” di Roma e “Verbumlandi-art” di Galatone (LE).

Presenterà e condurrà l’evento il Presidente del Premio, dott. Lorenzo Spurio, coadiuvato dalla dott.ssa Susanna Polimanti che ha presieduto la Commissione di Giuria formata da esponenti del panorama culturale nazionale: Michela Zanarella, Emanuele Marcuccio, Valentina Meloni, Giuseppe Guidolin, Stefano Baldinu, Cinzia Franceschelli, Alessandra Prospero e Luigi Pio Carmina.

Durante la serata si terranno intervalli musicali ad opera dei ragazzi della Scuola Musicale “Gian Battista Pergolesi” di Jesi diretta da Sergio Cardinali.

Per la sezione poesia in lingua italiana il 1° premio verrà consegnato a Lucia Bonanni di Scarperia / S. Piero a Sieve (FI) con la poesia “Da Viznar a Pripyat”, il 2° premio a Rita Muscardin di Savona con la  poesia “Padre se ancora m’ascolti” mentre il 3° premio alla poetessa sarda Carla Maria Casula di Alghero (SS) con “Parole di pioggia”.

Per la sezione poesia in dialetto il podio è così rappresentato: 1° premio a Luca Talevi di Ancona con la lirica “L’urlo”; 2° premio ad Angelo Maria Ardu di Flussio (OR) con la poesia “Soledade de unu pastore ‘etzu” e 3° premio a Massimo Fabrizi di Jesi (AN) con “Tàcido accordo”.

Alla sezione haiku il 1° posto a Nunzio Industria di Napoli, il 2° posto a Carla Bariffi di Bellano (LC) e il 3° posto Oscar Sartarelli di Jesi (AN).

Il Premio Speciale del Presidente di Giuria andrà ad Assunta De Maglie di Cingoli (MC) con la poesia “La malinconia del mare” mentre il “Trofeo Euterpe” sarà attribuito alla jesina Sabrina Valentini con una poesia di impegno civile dedicata alla drammatica scomparsa di Giulio Regeni avvenuta in Egitto.

Tra gli altri premi speciali figurano quelli gentilmente offerti da due associazioni culturali con le quali l’ Associazione Euterpe di Jesi mantiene rapporti di amicizia e collaborazione ossia il Premio Speciale Le Ragunanze conferito a Michele Paoletti di Piombino (LI) con la poesia “Interno, giorno” e il Premio Speciale Verbumlandi-art conferito alla poetessa Rosanna Di Iorio di Cepagatti (PE) con la poesia “Le favole e i giorni”.

Come negli anni passati la Commissione di Giuria ha deciso di conferire Premi alla Carriera e Premi alla Memoria a riconoscimento di insigni intellettuali del Belpaese che hanno arricchito il genere poetico mediante le loro opere e all’instancabile attività di promozione culturale. Il Premio alla Carriera verrà consegnato alla milanese Donatella Bisutti, poetessa, narratrice, saggista e giornalista, autrice di vari libri tra cui Inganno Ottico (1985) –vincitore del Premio Montale-, Colui che viene (2005 – introdotto da Mario Luzi), Rosa Alchemica (2011), il bestseller La Poesia salva la vita (1992). Ha tradotto opere di Edmond Jabès e di Bernard Noël; nel 2008 ha fondato la rivista «Poesia e Spiritualità» e nel 2015 «Poesia e Conoscenza». 

La Giuria assegnerà i Premi alla Memoria  a due esponenti rilevanti della poesia contemporanea: Giusi Verbaro e Pasquale Scarpitti.

Giusi Verbaro (1938-2015) poetessa calabrese, visse la gran parte della vita lavorativa a Firenze. Autrice di numerose raccolte poetiche tra cui Voglio essere voce (1970), A valenze variabili (1981), Itaca, Itaca (1988), Nel nome della madre (1997), Il vento arriva da uno spazio bianco (2013),… Nella sua Regione diede grande impulso alla poesia fondando i premi “Città di Catanzaro”, il “Cariati”, il “Città di Sant’Andrea”.

Pasquale Scarpitti (1923-1973), scrittore, giornalista RAI e poeta di Castel di Sangro (AQ), pubblicò i libri Terra promessa (1959), Canzone del Sud (1969), Pay Toll (1972) e Discanto (1976); collaborò alla principali riviste letterarie dell’epoca. Venne antologizzato nel volume Poesia Abruzzese del ‘900 curato da Gianmario Sgattoni (1961).

Durante la cerimonia verrà presentata e diffusa l’opera antologica del premio che contiene il saluto del Presidente di Giuria, tutti i testi dei vincitori a vario titolo, le motivazioni critiche stilate dalla Commissione e un appendice con le notizie d’autore dei membri di Giuria.

 

Info:

www.arteinversi.blogspot.it  –   arteinversi@gmail.com

www.associazioneeuterpe.com   –  ass.culturale.euterpe@gmail.com

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“Grendel e il Poeta. Da Beowulf a Shakespeare” di Daniela Quieti sab. 4 marzo alle Giubbe Rosse (Firenze)

Sabato 4 marzo alle ore 17:30 presso il Caffé Letterario “Le Giubbe Rosse” di Firenze (Piazza della Repubblica 13) verrà presentato al pubblico il saggio Grendel e il Poeta. Da Beowulf a Shakespeare della scrittrice, poetessa e critico letterario Daniela Quieti. L’evento si inserisce all’interno degli appuntamenti “Artisti & Autori alle Giubbe rosse” curati da Jacopo Chiostri e Anita Tosi. Interverranno Jacopo Chiostri (giornalista), Roberta Degl’Innocenti (poetessa) e Alessandra Ulivieri (Editrice). L’evento sarà ripreso dalle telecamente di Toscana TV per mezzo dell’inviato Fabrizio Borghini.A conclusione sarà oggerto breve drink/buffet agli intervenuti.

L’autrice

Daniela Quieti, scrittrice e giornalista, vive a Pescara. Iscritta all’Albo dell’Ordine dei giornalisti pubblicisti, è Direttore Responsabile del Periodico Logos Cultura e Presidente dell’omonima Associazione.. Dirige la collana editoriale di narrativa Emotion per la Pegasus Edition ed è nella redazione del quadrimestrale di poesia e letteratura italiana e straniera “I fiori del male”. Ha pubblicato i libri: I colori del parco (2007, poesia); Cerco un pensiero (2008, poesia); Altri Tempi (2009, narrativa); Echi di riti e miti (2010, narrativa); Uno squarcio di sogno (2010, poesia); L’ultima fuga (2011, poesia); Francis Bacon La visione del futuro (2012, saggistica); Quel che resta del tempo(2013, narrativa); Atmosfere (2014, narrativa); La Travolgente domanda – Cent’anni di Prufrock (2015, saggistica); Grendel e il Poeta Da Beowulf a Shakespeare (2016, saggistica). Numerosi i suoi contributi critici in antologie, curatele e volumi collettivi. È storicizzata in testi di letteratura fra cui Letteratura Italiana-Dizionario biobliografico dei poeti e dei narratori italiani dal secondo novecento ad oggi (2010) ed Evoluzione delle forme poetiche (2013).

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“Dimmi le parole” di Marco Fortuna sarà presentato a Fermo il 4 marzo

Sabato 4 marzo alle ore 17:30 presso il Museo dell’Innovazione e della Tecnica Industriale (MITI) di Fermo in Via Marchionni 11 si terrà la presentazione del nuovo libro di poesie di Marco Fortuna dal titolo “Dimmi le parole”. L’opera sarà presentata dallo scrittore e studioso locale Marco Rotunno. 

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Marco Fortuna è nato a Fermo nel  1974. Per la poesia ha pubblicato Non lasciarmi (Albatros, 2011), Senza una traccia (autoprodotto, 2012) e Dimmi le parole (Italic, 2017). In campo teatrale ha prodotto la pièce Le parole possono cambiare il mondo, messa in scena dalla compagnia teatrale i Lo.co.s. al Teatro Nuovo di Capodarco di Fermo nel 2016. Ha collaborato con musicisti di fama nazionale e internazione tra i quali il M° Fabrizio De Rossi Re, il M° Roberta Silvestrini, il M° Paolo Quilichini, il M° Davide Martelli e il M° Antonio Ferdinando De Stefano.

Evento FB

 

“Il respiro della natura”: mostra foto-pittorica, reading poetico e letture leopardiane a Chiaravalle 18-23 febbraio

“Il respiro della natura”

Mostra foto-pittorica con reading poetico e letture leopardiane a Chiaravalle (AN) dal 18 al 23 febbraio presso la Sala Tenenti 

COMUNICATO STAMPA

Sabato 18 febbraio alle ore 18 presso la Sala Tenenti (Ex Cral) di Chiaravalle (Piazza Garibaldi) verrà inaugurata la mostra collettiva “Il respiro della natura” organizzata dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi con il Patrocinio del Comune di Chiaravalle e della Provincia di Ancona. Esporranno i pittori Maria Luisa D’Amico, Domenico Di Meco, Emanuele Sassaroli e il fotografo Pietro Cerioni. L’apertura della mostra sarà affidata al filosofo e critico d’arte Valtero Curzi e seguirà con un’intervista agli artisti ad opera del critico letterario e giornalista freelance Vincenzo Prediletto. Contemporaneamente in una porzione dell’ampia sala espositiva si terrà l’esposizione denominata “Pittori in erba” con disegni a tema sulla natura dei bambini delle classi 1°, 2° e 5° della Scuola Primaria “Leopardi” di Camerata Picena.  Buffet per gli intervenuti all’inaugurazione La mostra rimarrà aperta sino al 23 febbraio ed osserverà i seguenti orari di apertura: da lunedì a giovedì ore 10:30-12:30 e 16:30-19:30.

Ricco il programma degli eventi culturali e letterari che si realizzeranno alla Sala Tenenti durante il calendario di apertura della mostra foto-pittorica. Sempre sabato 18 febbraio, alle ore 21:00, si terrà il reading poetico “I quattro elementi” dove alcuni poeti daranno lettura ai loro componimenti afferenti ai quattro elementi naturali: terra, aria, acqua e fuoco. Parteciperanno alla serata poetica i poeti Elvio Angeletti, Franco Patonico, Michela Tombi, Stefano Sorcinelli, Maria Luisa D’Amico, Maria Pia Silvestrini, Ilaria Romiti e Michele Veschi. Amneris Ulderigi in “Un giardino in stato di souffrance”, reciterà un celeberrimo brano leopardiano.

Domenica 19 febbraio si prosegue con un duplice appuntamento: alle 17 con la presentazione del romanzo La porta misteriosa di Andrea Ansevini (dialogano con l’autore Elvio Angeletti ed Elena Coppari, letture a cura di Alessandra Montali) e, a seguire, alle 18:30 la conferenza “Il mio amico Leopardi” tenuta da Mario Elisei.

I pittori, il fotografo e gli autori

Maria Luisa D’Amico ha seguito corsi di formazione tenuti presso l’Ass. Culturale Artemisia (Falconara), dal Maestro Massimo Nesti. Ha seguito le lezioni della maestra d’Arte Gabriella Giuliodori, allieva del Maestro Fiorucci di Pesaro. Si dedica alla pittura ad acquerello e alla Poesia, trovando in esse la dimensione espressiva per realizzare il proprio percorso creativo.

Domenico Di Meco ha seguito corsi  di pittura presso l’Ass. Artemisia (Jesi) sotto la guida del Maestro Stefano Tonti e di Mario Sabbatini. Ha acquisito nozioni di tecniche pittoriche da Giorgio Orefice e  Valter Angelici.  Ha partecipato in Italia e all’estero a numerosi incontri tenuti da Pedro Cano, e a stage coi pittori Aurelio Pedrazzini, Nono Garcia, Angus McEwans, Ewa Karpinska,…

Emanuele Sassaroli ha sempre mantenuto vivo il suo interesse per la pittura e l’arte in genere. Ha tenuto varie mostre a Jesi e in alcuni comuni della Vallesina, la più recente è “Percorsi incompleti“, mostra di pittura e fotografia proposta nell’agosto del  2016 presso la sala Celeste della Scuola Pia G. Spontini.

Pietro Cerioni ha coltivato con sempre maggior interesse la fotografia ed è stato tra i soci fondatori del circolo fotografico Carpe Diem di Cupramontana. Da circa due anni è entrato a far parte dell’organico della compagnia teatrale Gabrielli Campagnoli di Cingoli, compagnia specializzata nell’allestimento delle più famose operette dei primi del Novecento.

Andrea Ansevini, poeta, scrittore e rapper. Ha pubblicato la raccolta di poesie “ Poesia nel diario – 50 pensieri nel tempo” e il romanzo “La porta misteriosa”, prima parte di una lunga ed accattivante trilogia. Ha partecipato a vari concorsi letterari nazionali nei quali ha ottenu­to buoni. Attivo nel mondo rap con brani di denuncia sociale su alcuni mali dell’attualità.

 Mario Elisei, studioso dell’opera e del pensiero di Leo­pardi, collabora da molti anni all’attività del Centro Culturale Giacomo Leopardi di Recanati per il quale tiene conferenze sul poeta. Ha pubblicato “Il mio ami­co Leopardi”, trascrizione ampliata di ciò che propone ogni volta che lo si vede passeggiare per le vie del natio borgo selvaggio con al seguito amici, scolaresche e adulti ai quale racconta, instancabile, di Leopardi.

  

Info:

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Tel. 327-5914963

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La poetessa Leila Falà a Recanati (sab. 11 febbraio) per l’antologia “Della propria voce”

Sabato 11 febbraio, alla libreria Passepartout di Recanati, ore 18.30.

Antologia  “Della propria voce”
Gruppo 98 poesia 
Qudulibri
a cura di Leila Falà

Contiene una scheda informativa sul Gruppo ’98 Poesia

Le poete: Paola Cimatti, Leila Falà, Zara Finzi, Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Paola Tosi, Alessandra Vignoli, Vannia Virgili, Anna Zoli, Giovanna Zunica; un’ottantina di poesie correlate dalle riproduzioni delle belle opere da Donatella Franchi.

Due ancora gli interventi nel libro: di Pina Galeazzi e Daniela Palliccia, psicologhe.

Interviene
Leila Falà
che darà voce alle poete del Gruppo ’98 poesia raccolte nell’antologia.

“Dare spazio alla propria capacità creativa. Ascoltare quella voce, propria, interiore, quella spinta a sperimentare, andare oltre, rinnovare. Coltivarne l’esigenza, il desiderio. Anteporre quello spazio per sé a tutto il “dover essere”, il lavoro di cura, il lavoro retribuito, gli affetti familiari, a tutto il dovere che non solo la società, ma noi per prime, esigiamo da noi stesse”
Una lettura racconto per presentare “Della propria voce”, Antologia di un gruppo di poete bolognesi – Gruppo ’98 poesia – che si sono interrogate sullo spazio che ci diamo per prenderci cura di noi, dei nostri aspetti più stimolanti e creativi.

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Il futurismo nell’arte e nella letteratura. Conferenza a Jesi domenica 12 febbraio

“Il futurismo nell’arte e nella letteratura”: incontro a Jesi il 12 febbraio

COMUNICATO STAMPA 

L’Associazione Culturale Euterpe ha organizzato a Jesi per domenica 12 febbraio una conferenza sul futurismo nell’arte e nella letteratura. A parlare di questa incisiva e determinante fase d’avanguardia per la cultura italiana ed europea saranno alcuni critici e studiosi dell’arte e della letteratura che interverranno apportando riflessioni su vari aspetti di quello che venne definito uno dei più innovativi ed effervescenti  movimenti culturali.

La conferenza avrà luogo nella Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Corso Matteotti) a partire dalle 17:30 e sarà moderata dal giornalista freelance e critico letterario Vincenzo Prediletto.

In apertura l’intervento del critico d’arte prof. Armando Ginesi vertente sul futurismo nell’arte figurativa con la proiezione di quadri del periodo e commento critico.  Ginesi proporrà un percorso tra le maggiori opere che hanno contraddistinto il periodo futurista, tanto nell’arte che nella scultura, proponendo diapositive di opere di Giacomo Balla, Gino Severini,  Umberto Boccioni e Fortunato Depero.

A seguire interventi critici tesi a scandagliare il futurismo nella dimensione letteraria. Interverranno il professor Camillo Nardini con un intervento dal titolo “Futurismo e dadaismo: fratelli ribelli” mettendo a confronto due delle più sovversive e curiose avanguardie di inizio secolo scorso.

Max Ponte proporrà un intervento dal titolo “Le gare poetiche futuriste: da Marinetti al poetry slam” rintracciando nella popolare pratica poetica di derivazione anglosassone dello slam una filiazione alle chiassose e imprevedibili serate futuriste.

Lo storico e studioso locale Marco Palmonella dedicherà il suo intervento dal titolo “Alberto Colini e la condanna della memoria” alla trattazione della poco nota figura del nobile maiolatese Alberto Colini che fu in stretto contatto con l’ambiente futurista di Firenze e produsse una significativa attività letteraria ascrivibile al genere di riferimento.

 

I relatori

ARMANDO GINESI (Jesi), è critico d’arte, esperto nelle avanguardie storiche del Novecento europeo. È professore emerito di Storia dell’Arte, già Ordinario presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. Abilitato anche nell’insegnamento di Estetica. Autore di più di 180 pubblicazioni scientifiche depositate nella Biblioteca Nazionale di Firenze e di oltre mille articoli e presentazioni in catalogo. Nel 2015 ha organizzato la tavola rotonda “Il futurismo tra Russia e Italia” tenutasi a Macerata.

CAMILLO NARDINI (Senigallia), ha insegnato per quarant’anni Lettere presso il Liceo Medi di Senigallia. Si occupa di scuola, editoria, e sostenibilità. Ha fondato il Centro Culturale “Sena Nova”, la Compagnia del “Teatro Classico Latino e Greco”, il gruppo di volontariato “Muri Puliti”, il Circolo Fotografico “Primo Piano”. E’ il riferimento, per le Marche, del Programma internazionale “Ecoschool-BandieraBlu”.

MAX PONTE (Torino), si è laureato in Filosofia all’Università di Torino con una tesi in Estetica dedicata al futurismo “Artecrazia: arte e politica nel futurismo italiano. La querelle del Centenario”. Svolge attività di ricerca presso l’Università di Parigi-Nanterre con una tesi di dottorato sul fenomeno del poetry slam in Italia. Ha pubblicato un saggio sul futurismo “Potere Futurista” (ebook Street Lib, 2015). Un suo contributo è stato inserito nella prestigiosa pubblicazione “International Yearbook of Futurism studies” a cura di Günter Berghaus.

MARCO PALMONELLA (Maiolati Spontini), è Socio Corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Marche. Si è sempre dedicato con passione alla Storia locale, pubblicando un consistente numero di articoli, ricerche e testi di storia locale, in particolare su Majolati e Gaspare Spontini. È Conservatore dell’Archivio, Biblioteca, Museo Gaspare Spontini di Majolati Spontini. Ha fondato il CDC, Centro Documentazione Colini di Majolati Spontini, dotandolo di importantissimi documenti salvandoli dall’oblio.

 

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Decadenza dell’aristocrazia russa: ‘Il giardino dei ciliegi’ di Anton Cechov – Saggio di Lorenzo Spurio

Decadenza dell’aristocrazia russa: Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov[1]

Saggio di Lorenzo Spurio 

Anton Cechov (1860-1904) è stato un celebre scrittore e drammaturgo russo. Sono molto famosi i suoi racconti e soprattutto le sue opere per il teatro. Tra i racconti ricordiamo Степь (La steppa, 1888), Палата n. 6 (La corsia n.6, 1892) e Чёрный монах (Il monaco nero, 1892). Per il teatro le opere maggiori sono considerate Чайка (Il gabbiano, 1896), Дядя Ваня (Zio Vanja, 1899), Три сестpьі (Tre sorelle, 1901) e Вишнёвый сад (Il giardino dei ciliegi, 1903). L’opera che analizzeremo in questo capitolo è Il giardino dei ciliegi, ultimata da Cechov nel 1903 e messa in scena per la prima volta nel 1904, pochi mesi prima della morte prematura dell’autore avvenuta nel luglio dello stesso anno. Sebbene l’opera teatrale fu pensata da Cechov come una sorta di commedia (poiché presenta alcuni elementi divertenti che possono essere avvicinati alla farsa), nella prima realizzazione teatrale dell’opera, avvenuta nel 1904 e curata da Konstantin Sergeevic Stanislavskij e Vladimir Nemirovic-Dancenko, questa venne presentata principalmente come una tragedia.

image_book.jpgL’opera si compone di quattro atti ed è basata su elementi autobiografici dell’autore tra i quali i problemi economici che riguardarono sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La storia ruota intorno alla tenuta di una famiglia aristocratica russa con annesso un vasto giardino dei ciliegi ambientata nel momento immediatamente successivo alla concessione dell’emancipazione dei servi della gleba mediante l’abolizione del sistema feudale del 1861. Tale data segnò l’inizio di un’epoca buia per l’aristocrazia che entrò in una lenta decadenza: molti nobili, privati dei loro servitori che prima si erano occupati delle loro case, caddero in povertà, mentre lentamente prese a svilupparsi la classe borghese.[2]

La scena si apre col ritorno alla tenuta della proprietaria terriera Ljubov’ Andreevna Ranevskaja (Ljuba[3]), dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja, diciassettenne. Si tratta di un’aristocratica decaduta che, per far fronte ai debiti, è costretta a vendere la proprietà, compreso il tanto amato giardino dei ciliegi, simbolo dell’infanzia serena: tutta l’opera è incentrata, infatti, sulla vendita del giardino e sul conseguente abbattimento degli alberi. Sono molti i personaggi che popolano la scena e le cui vicende personali s’intrecciano: oltre a Ljuba e alle due figlie, Anja e Varja, c’è il fratello di lei, Gaev, il mercante Lopachin, amico della famiglia, lo studente Trofimov, il proprietario terriero Pišèik, la governante Šarlotta, il contabile Epichodov (soprannominato “Settantasette disgrazie” a causa della sua sfortuna, di cui tuttavia ride lui per primo), la cameriera Duniaša, il vecchio maggiordomo Firs, il giovane servitore Jaša, un anonimo viandante che fa una breve comparsa ed altri personaggi minori.

Ljuba e la figlia trovano una calorosa accoglienza al loro arrivo; ci sono tutti, familiari e servitori, compreso l’amico Lopachin che consiglierà di ricavare dal giardino tanti lotti da affittare ai villeggianti e salvare così la proprietà. La proposta non trova però ascolto, nonostante venga ripetuta più volte: Ljuba è riluttante e neanche gli altri sono molto d’accordo. La vicenda del giardino fa da sfondo ai rapporti che s’intrecciano tra i vari personaggi; storie amorose, mancati matrimoni e scontri scherzosi. Non ci interessa riassumerli in questa sede, ci concentreremo infatti su tema del giardino e su ciò che simboleggia per ciascuno dei personaggi. Per Ljuba, lo abbiamo già anticipato, esso rappresenta l’infanzia e la giovinezza passate, oltre che il ricordo del figlioletto morto annegato in un fiume nei pressi della casa, tragedia che scopriamo averla spinta alla partenza per Parigi:

Io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui… (Abbraccia Trofimov, lo bacia sulla fronte). Mio figlio è annegato qui… (Piange).[4] 

Il fratello di Ljuba cerca di richiedere un prestito e di farsi aiutare da qualcuno pur di non cedere la casa a un acquirente interessato a comprarla mediante l’asta. Tuttavia i vari tentativi saranno fallimentari e alla fine Ljuba dovrà dare un doloroso addio, al momento in cui apprenderà che il giardino è stato venduto:

Mio caro, dolce, meraviglioso giardino!… Vita mia, giovinezza mia, felicità mia, addio!… Addio!…[5] 

L’amarezza nella storia è data dal fatto che ad acquistare il giardino è stato Lopachin che non riesce a celare il suo grande entusiasmo quando comunica che è il nuovo possessore della casa:

Il giardino dei ciliegi adesso è mio! Mio! (Ridacchia). Dio mio, signore, il giardino dei ciliegi è mio! Ditemi che sono ubriaco, che ho perso la ragione, che mi sono immaginato tutto… (Pesta i piedi). Non ridete di me! Ah, se mio padre e mio nonno potessero venir fuori dalle loro tombe e vedere tutto quel che è successo, che il loro Ermolaj, quello che picchiavano, l’ignorante Ermolaj che d’inverno andava in giro a piedi nudi, se vedessero che quello stesso Ermolaj ha comprato la proprietà più bella che esiste al mondo. Io ho comprato la proprietà in cui mio nonno e mio padre erano schiavi, in cui loro non erano ammessi neanche alle cucine.[6] 

ciliegio-da-fiore_NG3.jpgL’acquisto del giardino dei ciliegi da parte di Lopachin, oltre a rappresentare una sorta di affronto nei confronti di Ljuba, ha tuttavia un significato più profondo. Lopachin è il figlio e il nipote di uomini che sono stati servi nella casa degli antenati di Ljuba ma, a seguito dell’emancipazione dei servi, quest’ultimi ottennero la libertà e iniziarono ad arricchirsi. Il fatto che sia Lopachin ad acquistare la casa e il giardino dei ciliegi viene dunque a configurarsi come il riscatto e la rivincita della classe popolare e sancisce in maniera netta l’irreversibile decadenza della nobiltà russa. Il giardino di Cechov è quindi una metafora della Russia e delle sue condizioni all’indomani dell’abolizione della servitù della gleba a opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Dirà infatti Trofimov, parlando con Anja[7], ormai disinteressata alla sorte del giardino:

Tutta la Russia è il nostro giardino. La terra è grande e bella, e piena di luoghi meravigliosi. Pensate, Anja: vostro nonno, bisnonno e tutti i vostri antenati erano possidenti, proprietari di anime. Non vedete che da ogni ciliegia di questo giardino, da ogni foglia, da ogni tronco vi guardano creature umane, non sentite le loro voci… Possedere anime vive: è questo che vi ha degenerati, voi tutti che vivete adesso e quelli vissuti prima di voi, e così vostra madre, voi, vostro zio non notate più che vivete in debito, alle spalle di altri, alle spalle di quella gente che non ammettete più in là della stanza d’ingresso… Siamo rimasti indietro di almeno duecento anni, non abbiamo nulla di certo in mano, non abbiamo un preciso rapporto col nostro passato, non facciamo che filosofare, soffriamo di nostalgia o beviamo vodka. È talmente chiaro che per cominciare a vivere nel presente, bisogna prima di tutto riscattare il nostro passato, farla finita; e riscattarlo è possibile solo con la sofferenza, solo con una continua e straordinaria fatica.[8] 

La riforma aveva significato la decadenza dell’aristocrazia che, non potendo più contare sulla forza lavoro della schiavitù, si vide indebolita e impoverita. Molte famiglie aristocratiche preferirono vendere le loro tenute a causa della loro incapacità di gestirle senza la servitù della gleba che nell’opera è rappresentata dal vecchio servitore Firs, quasi novantenne, uomo che simboleggia un’epoca ormai tramontata: da notare però che Firs rimane comunque a servizio della famiglia, rifiutando l’emancipazione.[9] La decadenza dell’aristocrazia, oltre ad essere individuata nella perdita di prestigio e di denaro della famiglia in questione, è presente anche sotto un’altra forma. Al termine della storia viene detto che Firs, l’anziano servitore rimasto fedele alla famiglia, si è sentito male ed è stato portato in ospedale. La malattia e la vecchiaia di Firs non è altro che una metafora della malattia e della vecchiaia dell’aristocrazia, del suo essere obsoleta, superata, troppo legata al passato.

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Il drammaturgo russo Anton Cechov

L’intera opera è attraversata da un certo fatalismo: tutti lamentano la perdita del giardino ma nessuno fa qualcosa di concreto per impedirla. Tranne Lopachin che è sempre intento a proporre a Ljuba il suo progetto di abbattimento dei ciliegi e di conversione dei terreni in lotti da affittare ai villeggianti, nessuno sembra realmente preoccupato dalla questione. Si festeggia e si amoreggia quasi a voler distrarsi da questo pensiero, che comunque riaffiora spesso. Alla fine ognuno va per la sua strada, verso una nuova vita, mentre gli alberi vengono abbattuti, immaginiamo per far posto ai villini per i turisti. Rimane solo Firs, appena tornato dall’ospedale, abbandonato al suo destino. Ci risulta difficile immaginare Firs lontano da quella casa e non più al servizio della famiglia ma la sua avanzata età si protende verso la fine, così come quella della classe aristocratica. È evidente la satira sociale contro l’aristocrazia, ma anche contro la borghesia (rappresentata da Lopachin) che non sa trovare dei veri valori su cui costruire una società nuova. Lopachin, che rappresenta il borghese nuovo che si fa da solo e acquista potere grazie alle sue intuizioni, viene a configurarsi come una sorta di nobile. L’opera può, in un certo senso, voler far intendere che laddove i vecchi nobili vengono spodestati e sfrattati dalle loro dimore, altri nuovi ricchi sono pronti a sostituirli.

Il giardino dei ciliegi del quale sappiamo solo che è molto grande, che è l’unica cosa notevole del governatorato e che è perfino menzionato nel Dizionario Enciclopedico, rappresenta quindi il passato della nazione e non solo di Ljuba e di Firs che viene abbattuto non senza un certo rimpianto. L’opera si può leggere anche più in generale come rimpianto per il tempo che passa. Possiamo essere abbastanza sicuri nel ritenere che il giardino dei ciliegi possa essere interpretato in una grande varietà di modi. È il luogo dell’infanzia felice e agiata, è lo spazio della spensieratezza e dei ricordi, è il luogo degli affetti, è espressione di un’epoca di splendore per l’aristocrazia, è simbolo di una Russia ottocentesca oramai obsoleta e tramontata, la Russia dei ricchi. Perdere il giardino significa per Ljuba perdere tutte queste cose allo stesso tempo e per questo sostiene:

Io qui sono nata, qui hanno vissuto mio padre e mia madre, mio nonno, io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui.[10]

La perdita di prestigio della nobiltà e la nascita della classe borghese possono essere viste entrambe in un’unica immagine che viene evocata più volte nel corso della storia. Non si tratta di un’immagine visiva ma di un elemento sonoro, quello dei sordi colpi d’ascia che abbattono gli alberi di ciliegio.

LORENZO SPURIO

E’ severamente vietato riprodurre il saggio in formato parziale o integrale su spazi digitali o su supporti cartacei senza il consenso scritto da parte dell’autore, eccettuati i casi di citazione con opportuni riferimenti al titolo del saggio, al nome dell’autore e allo spazio dove è stato pubblicato. 

 

Note

[1] Capitolo estratto da LORENZO SPURIO, MASSIMO ACCIAI, La metafora del giardino nella letteratura, Faligi, Quart, 2011, pp. 142-148.

[2] Limitatamente alla decadenza dell’aristocrazia russa a seguito dell’emancipazione degli schiavi promulgata nel 1861, va notato che qualcosa di molto simile succede nel romanzo di Jean Rhys, Wide Sargasso Sea (1961) al quale è stato dedicato un capitolo limitatamente al giardino di Coulibri. In Wide Sargasso Sea la scrittrice fa riferimento all’emancipazione degli schiavi neri sull’isola della Giamaica ottenuta nel 1834. Con la fine dello schiavismo i neri, che prima venivano impiegati come forza lavoro nelle case dei ricchi, divennero liberi e al tempo stesso le dimore dove prima avevano lavorato entrarono in una lenta e progressiva decadenza. In entrambe le opere l’abolizione dello schiavismo (feudale nel caso de Il giardino dei ciliegi, razziale nel caso di Wide Sargasso Sea) si configura come un vero e proprio problema e disagio per i ricchi e l’origine della loro decadenza.

[3] La decadenza della nobiltà è presentata mediante la figura di Ljuba, rimasta senza un soldo a seguito dei debiti contratti da suo marito e a causa del suo comportamento dispendioso. Nel testo vengono impiegati vari termini economici che alludono alla precaria situazione finanziaria della famiglia: “debiti”, “prestito”, “cambiale”, “asta”, “vendita”, “rubli” e “denaro”.

[4] Anton Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto III.

[5] Ivi, Atto IV.

[6] Ivi, Atto III.

[7] Nel corso della storia Anja, pur essendo inizialmente molto legata alla casa e al giardino, finisce per mostrarsi sempre meno interessata avendo compreso la lezione che la classe popolare ha dato all’aristocrazia. Tuttavia non è pessimista come la madre e considera quell’avvicendamento di poteri come un cambiamento positivo, il punto d’inizio di una nuova vita.

[8] Ivi, Atto II.

[9] Firs sostiene infatti: «Quando hanno liberato i servi ero già cameriere anziano. Ho rifiutato la libertà, sono rimasto con i miei padroni», in Anton  Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto II.

[10] Ivi, Atto III.

In uscita “Un perfetto idiota” di Frank Iodice

copertina-low-2Uscirà nel mese di Febbraio il nuovo romanzo di Frank Iodice, Un perfetto idiota.  

Frank Iodice è uno scrittore e giornalista freelance, collabora con diversi giornali e riviste e insegna italiano presso la Florida State University. È autore di Anne et Anne, lanciato sulla rivista Nuova Antologia da Massimo Carlotto. 10000 copie del suo Breve dialogo sulla felicità con Pepe Mujica sono state distribuite gratuitamente nelle scuole.

SINOSSI:

Marsiglia, un gruppo di minori affidato a un custode notturno, totalmente inesperto; sua moglie, che resta sveglia ogni notte ad aspettarlo; una bambina di sei anni, che si affeziona a lui e farà di tutto per restargli accanto; una giovane educatrice, che decide di cambiare vita e si lascia coinvolgere in un riciclaggio di denaro e azioni bancarie; e una vecchia prostituta argentina, che rivive la sua storia d’amore con il suo primo fidanzato, nel frattempo diventato parroco. Un romanzo sul peso del giudizio: una storia d’amore tra un uomo, una donna e una bambina.

ESTRATTO:

“Lo zainetto di Odette era uno zainetto da grandi, non c’erano dinosauri, balene, né tutta quella roba per bambini, e lei lo sapeva perché lo trattava come una donna adulta tratta la sua borsa, con la noia verso qualcosa da trascinarsi sempre addosso e la devozione per un oggetto magico che contiene tutti i suoi segreti. Era bianco, si chiudeva con un laccio, quindi dovevi anche saper fare il nodo, e non un nodo qualsiasi che si impara a cinque anni, con le due farfalline che si incrociano, ma uno abbastanza forte da allacciare e slacciare tutte le volte che ti pare senza che si ingarbugli. E comunque, anche quando si ingarbugliava e si creavano più nodi uno dentro l’altro, Odette aveva la sua tecnica per scioglierli tutti. A me, non l’ha mai spiegata.”

Info/Contatti:

www.frankiodice.it –  frankiodice@hotmail.com 

“Ferite del tempo”, l’antologia in beneficenza per i terremotati ha donato i ricavi

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Sono stati versati, per un importo di settecentocinquanta euro (€ 750), alla Protezione Civile – Emergenza Terremoto, i ricavi derivanti dal Progetto antologico Autori Vari ideato e curato dai poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio «Nelle Ferite del Tempo. Poesia e Racconti per l’Italia» a pochi mesi dall’uscita.

Realizzazione progetto locandina a cura dello scrittore Gaetano Cuffari. Ringraziamo per l’acquisto e la promozione dell’opera o tutto ciò non sarebbe stato possibile.

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Come il web ha cambiato il nostro modo di apprendere le lingue

 

Articolo del Team di Fazland

La società contemporanea è molto cambiata rispetto al passato; grazie all’abbattimento delle frontiere, e ai nuovi mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione, la multiculturalità è diventata una realtà che influenza moltissimi aspetti della vita quotidiana. Il mondo del lavoro è forse uno dei settori che maggiormente ha subito delle modifiche, sia per la creazione di nuove professionalità, sia per l’esigenza sempre più diffusa, da parte del lavoratore, di essere in grado di colloquiare con persone provenienti da ogni parte del mondo. In tempi di crisi occupazionale, dunque, conoscere una lingua straniera oltre alla propria madre lingua è fondamentale, e spesso può fare la differenza tra due curricula di pari importanza.

Per un italiano, quali potrebbero essere le lingue più importanti da apprendere per trovare lavoro all’estero? Al primo posto, ovviamente, bisogna mettere l’inglese. Per quanto l’inglese, contrariamente a quello che comunemente si pensa, non sia in assoluto la lingua più parlata al mondo, di certo è quella più usata, anche perché è quella più diffusa nel web. Ma essere bilingue, al giorno d’oggi, non è sufficiente: l’inglese, per così dire, è dato per scontato. Oltre alla madrelingua e all’inglese, sempre più scoprono l’esigenza di conoscere una terza o anche quarta lingua per motivi professionali. Il francese è molto ricercato, poiché viene parlato all’interno degli organismi afferenti alla Comunità Europea. Da non trascurare, oltre ai canonici tedesco e spagnolo, anche le lingue orientali, come il cinese mandarino. Il cinese mandarino è la lingua più parlata al mondo, ed è molto richiesta nel mondo del lavoro, insieme al russo e all’arabo.

Naturalmente il modo migliore per apprendere una lingua che non è la nostra nativa sarebbe quello di cominciare a studiarla fin dalla più tenera età; purtroppo non tutti hanno questa fortuna, anche se nelle scuole italiane finalmente ha cominciato a diffondersi la consapevolezza dell’importanza dell’insegnamento di una seconda lingua fin dalle classi primarie. In età adulta apprendere una lingua che non è la propria è molto più difficile, ma non impossibile. Il metodo più efficace consiste nel recarsi in un paese straniero, soggiornando lì per qualche tempo, ma non tutti hanno questa possibilità o il tempo necessario. In alternativa ci si può contentare di un corso di lingua.

Esistono infatti molti istituti per adulti che forniscono un servizio di lezione frontale con insegnanti madrelingua che permettono di apprendere la grammatica e la pronuncia della lingua desiderata. Questi corsi però spesso sono molto costosi e richiedono un impegno che chi lavora spesso non può permettersi di affrontare. Grazie alle nuove tecnologie, però, al giorno d’oggi esistono molte valide alternative, poco costose ed estremamente snelle da seguire, che permettono anche a chi ha poco tempo e poco denaro di imparare velocemente e in modo soddisfacente una lingua straniera.

Ecco dunque che si ricercano metodi di apprendimento e corsi di lingua sempre più personalizzati. Alcuni infatti hanno necessità di imparare la lingua molto in fretta per non perdere un’occasione di lavoro, altri invece devono imparare lo specifico linguaggio tecnico del loro settore in una lingua diversa per cui un semplice corso base nella lingua straniera non è sufficiente per loro.

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Tutto è iniziato grazie alla grande rete che ha rivoluzionato le nostre vite in molteplici aspetti: internet. Il world wide web parla per lo più inglese : conoscere questa lingua è fondamentale per poter avere accesso ad un numero assai più elevato di informazioni rispetto a chi conosce solo l’italiano. Così, era praticamente inevitabile che sul web venissero aperti dei siti internet come Fazland.com, il cui scopo fosse proprio quello di permettere di accedere a corsi per lezioni di lingue su misura per tutte le esigenze, grazie alla possibilità di confrontare più preventivi online prima di scegliere.

La metodologia di apprendimento grazie al web può anche essere di diverso genere. Ci sono alcuni siti che consentono di scaricare delle vere e proprie lezioni con esercizi da svolgere e moduli didattici che spiegano le regole sintattiche e grammaticali. Ce ne sono altri, per utenti più esperti che vogliono solo allenarsi nel parlare una lingua che già conoscono, che permettono di colloquiare o chattare con persone madrelingua. Alcuni di questi servizi sono gratuiti, altri sono a pagamento.

L’ultima evoluzione che c’è stata nell’ambito dell’apprendimento delle lingue straniere tramite web si è avuta con la diffusione dei dispositivi portatili, smartphone e tablet. La maggior parte dei siti web che un tempo potevano essere consultati solo tramite computer desktop o laptop si sono infatti dotati di una relativa app, che può essere scaricata su un device mobile. Installando sul proprio telefonino di ultima generazione un’applicazione linguistica è possibile esercitarsi e imparare davvero in qualunque momento: mentre si è sull’autobous e si sta andando al lavoro, o mentre si fa la fila all’ufficio postale.

La tecnologia ha dunque ovviato ad uno dei maggiori ostacoli che un tempo incontrava chi voleva apprendere una lingua straniera: la mancanza di tempo. Con le app infatti si possono usare i pochi momenti liberi che si hanno a disposizione per perfezionarsi nella conoscenza di una lingua, migliorando così le comprensione e la dizione, e soprattutto garantendosi la possibilità di poter inserire nel curriculum una nuova abilità, fondamentale per poter trovare lavoro all’estero ma anche in patria.

Il Team di Fazland

“Ci basterà il mare” di Maria Luisa Mazzarini, recensione di Lorenzo Spurio

Maria Luisa Mazzarini, Ci basterà il mare, EEE, Moncalieri, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

Ancora una volta la poetessa pescarese Maria Luisa Mazzarini ci consegna un prezioso libro sulla natura. Non una mera elencazione di spazi, più o meno vagheggiati o vissuti, ma una continua altalena di simbiosi panteistiche, richiami evocativi a uno spazio illibato, canti di riconoscenza al creato. Continua, cioè, con questa nuova silloge dal titolo Ci basterà il mare un percorso che ha intrapreso da anni e che ho seguito con piacere e vivo interesse nel corso delle varie pubblicazioni che ne sono fuoriuscite.

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La silloge poetica Ci basterà il mare (2016) della poetessa abruzzese Maria Luisa Mazzarini 

Il titolo del nuovo lavoro sembra avere la forma di un’attestazione di modestia ma, in realtà, viene proposto in maniera così diametralmente concentrica ad intendere tutt’altro. Quasi a dire, “ci basterà l’infinito”. Una sorta di venatura ossimorica presiede, dunque, a questo volume dove la Nostra ci fa respirare i palpiti della natura, percepire l’arrossamento dei petali nonché sentire il calore di un raggio che lambisce l’ambiente. La componente floreale, dalla Nostra richiamata con puntualità, con attenzione nei confronti delle varie specie è una costante che arricchisce questo tragitto sognante in uno spazio dove il rigoglio, il calore e la spontaneità dominano.

La natura è a sua volta sfumatura di un rimando costante al tema amoroso che è anticipato da un frammento di Saffo nel quale si richiama l’atemporalità e l’aspazialità del sentimento umano.

Come già sottolineato in una precedente recensione risulta a suo modo estremamente importante anche l’aspetto visivo della poesia, vale a dire come il testo steso sulla carta si presenta: i versi sono intercalati spesso da spazi più ampi di una semplice “a capo” quasi da voler intendere una lettura lenta e suadente, termini in maiuscolo o in corsivo impiegano queste forme grafiche per evidenziare d’istinto quelle che sono le parole chiave della poesia o comunque i fili conduttori di un pensiero che ci viene fornito. Il verso si spezza non solo con il tipico “a capo” ma anche in dimensione orizzontale, vale a dire i versi sembrano ondeggiare su più piani, fornire una composizione intrecciata, creando degli interstizi comunicanti di significato, di reversibilità di contenuti. C’è in questa singolare stesura di materiale poetico sulla pagina quasi un invito che viene fatto al lettore: quello di cogliere i collegamenti più stretti e nevralgici, di individuare un nesso di continuità con elementi fisicamente distanti per tracciare una mappa concettuale unica e da essa trarne in termini di sintesi il messaggio o l’intento comunicativo dell’autrice.

L’opera è composta da varie sottosezioni come quella intitolata “Ci basterà il mare” che fornisce il titolo all’intera raccolta. Nella poesia capostipite di questa sezione come non stupirsi dinanzi al delfino rosa, in un’immagine di vertigine ludica e di compresenza empatica in un gioco d’acqua sofisticato e al contempo coinvolgente. Nella stessa sezione troviamo una lirica dedicata al maledetto Baudelaire nella quale la Nostra riflette sulla figura del cosiddetto poeta capace di librarsi dalla materialità asettica e privativa di creazione.

La fenomenologia dell’universo equoreo ritorna con palesi esempi in varie liriche della raccolta (“acqua/ che scorre liquida/ tra radici d’alberi/ e meduse trasparenti”), quale spazio galleggiante carico di fascino e dove accadono cose incantate, distanti dal margine indistinto della terra da dove guardiano e, spesso, ci fermiamo a riflettere in un ritornello costante di rapporto con la divinità dell’acqua: “Il tempo/ di toccare la riva/ con un dito/ e l’acqua si ritrae”.

Il lettore prova un leggero capogiro nel continuare nella lettura che gli è dato dallo stordimento che prova per gli effluvi carichi di aromi, per le tipicità olfattive di una flora ridente e assai generosa: agave, lavanda e mirto ed il “profumo sottile/ delle tamerici” che sembra amplificarsi. Arbusti e realtà vegetale che non solo decorano la realtà emozionale della nostra, ma la dettano e la motivano.

Della natura la Nostra ci descrive l’amore e lo stupore, l’attaccamento e l’insopprimibile esigenza, ci fa conoscere l’alfabeto dell’acqua e ci indottrina sulle rune della terra, omaggiandoci con versi carichi di luci e bagliori che evidenziano una grande resa descrittiva delle percezioni vissute ed elaborate. Ogni luogo s’identifica grazie ai suoi specifici abitanti vegetali e i suoi profumi, tanto da connaturarlo come uno spazio preciso, dagli echi mitici e dai sentori nei quali è possibile ravvisare anche un insegnamento provvidenziale nonché un messaggio profetico. In questo testamento spirituale che contiene la lode meravigliata verso il Creato, la Nostra si sente sicura e protetta perché, per mezzo di una scheggia di memoria, è capace di ritrovare sé stessa e scrivere, al presente, la sua storia d’amore: “Io sono tornata/ a piedi nudi sulla riva/ e Tu eri già lì,/ dov’è/ la nostra spiaggia”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 20-01-2017

 

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