La prima particolarità del libro di poesie di Pinella Gambino è che i versi si aprono sulla carta già dalla copertina del libro dove, appunto, campeggiano frammenti di poesie scritte a mano dalla Nostra lasciando, invece, in bianco la parte centrale dove comunemente ci aspetteremmo di trovare il nome dell’autore ed il titolo. Aprendo il volume capiamo ben presto la ragione di questa sceltissima impostazione grafica che fa riferimento alla necessità della donna di aprire sostanzialmente a tutti i potenziali lettori lo “scrigno” delle sue emozioni personali che nel tempo ha vergato sulla carta.
Per ogni lirica contenuta nella plaquette, splendidamente prefata dal critico Michele Miano che ne sottolinea con un lucido acume i punti di forza, la Nostra ha deciso di associare una foto di Miranda Gibilisco. Le immagini, nelle quali le poesie si inseriscono e si riflettono, sono assai importanti perché in taluni casi sembrano avere la capacità assai imprevista e gradevole, di continuare le stesse come se il verso finale delle liriche in realtà non si chiudesse con un punto definitivo e lasciasse alle foto, invece, quel potere di continuità, di proiettare immagini ed esperienze ben fuori dal tessuto grafico per renderlo maggiormente fruibile, più visivo e concreto, come una azione durativa che, in effetti, ha una sua continuità nel presente. Per tale ragioni Michele Miano parla, a ragione, di fotografia “iperrealista” a cui io mi sento di aggiungere la pronunciata plasticità delle liriche della poetessa catanese.
Pinella Gambino, autrice del libro
Analizzando l’opera da un punto di vista prettamente tematico, andando, cioè, a rintracciare quelle che sono le fisionomie ambientali, le isotopie, le ricorrenze nelle immagini, sembra piuttosto evidente la predilezione nella Nostra nel ricorrere agli ambienti naturali nei quali non di rado l’intera lirica è completamente iscritta, così come avviene nella poesia d’apertura, “L’onda… e poi” con la quale Pinella Gambino costruisce una marina in qualche modo atipica: la finalità non è tanto quella di celebrare la grandezza del mare, di registrare lo splendore delle acque in subbuglio nella forma dell’onda, piuttosto di tendere un parallelismo giusto ed efficace con la vita dell’uomo che non è altro che un alternarsi turbolento di ascese e discese, di climax e affossamenti.
L’elemento acqua domina in maniera assai preponderante sull’intero corpus poetico e ce ne rendiamo ben conto osservando le tante foto di scorci paesaggistici di scene marine. L’immensità del mare permette alla Nostra di instaurare con esso un serrato ed intimo colloquio ed è in effetti come se la Poetessa con i suoi versi si trovasse faccia a faccia con il mare e lo stesse interpellando. Ma più che interpellarlo, la poetessa non è alla ricerca di risposte vere e proprie, di attestazioni né di prove relative allo stato dei suoi dilemmi, piuttosto il confronto con l’entità marina è un espediente di confessione, di riappacificazione con se stessa, di maggior comprensione delle vicende tanto intime che sociali. I versi si susseguono, così, in maniera tumultuosa come un’onda che scarica la sua forza sulla battigia prima di essere fagocitata da un’altra.
Tra le attese e le riflessioni della Nostra si stagliano componimenti poetici condensati il cui tono è particolarmente intimo tanto da apparire, come avviene con la lirica “Ti amerei”, nella forma di vere e proprie lettere d’amore, delle missive che attestano in maniera assai esauriente lo stato di una necessità impellente e al contempo richiamano l’altro all’accoglimento dell’invito.
Ricorrono più volte le immagini che descrivono uno stato di assenza, solitudine e di silenzio, condizioni che la Nostra non vive, però, in maniera desolante come delle punizioni inflitte, ma che è in grado di rinvigorire con la spiccata natura solare a occasioni di riflessione, approfondimento, ricerca di sé.
A completare la raccolta sono una serie di poesie che la Nostra ha espressamente dedicato a persone a lei care quali sua figlia, suo nipote e alla sua amata terra, l’infuocata Sicilia, che “come tra le spine/ di dolci fichi d’india/ sa viver di ogni dì/ croce e delizia”. Una Sicilia autentica fatta di colori forti, di immagini evocative e assai piacevoli, di presenze illuminanti e sagge (Pirandello) e di antri naturali che hanno del paradisiaco. Non una Sicilia negletta e spaccata, soggiogata alle leggi del malaffare come la dipinse Sciascia né complicata e infingarda come è per il Commissario Montalbano, ma una terra ricca e speziata, un’isola con una identità intramontabile ed un fascino speciale da tutti invidiato.
Il lettore deve giungere all’ultima poesia del libro per comprendere a pieno il significato del titolo della silloge che, appunto, è quella del testo conclusivo, “Per diventare la donna che sono”, un testo particolareggiato molto personale con il quale Pinella Gambino è come se si specchiasse e, sulla scorta dell’immagine che vede riflessa, è portata a fare un’autoanalisi di sé stessa come donna, madre, nonna, cittadina del mondo. La poesia prende la forma di una confessione spontanea del passato della donna tra gioie e dolori, vittorie e delusioni, felicità e insoddisfazioni con la consapevolezza che “Per essere ciò che [è]” ha dovuto assistere a vicende emozionali di varia natura nelle quali ha sempre avuto la forza di fronteggiare “ricostru[endo] ponti”, facendo cioè, sempre di tutto per riparare alle situazioni di disagio, assenza e dolore per mezzo del costruire, ossia del creare nuovamente per poter edificare qualcosa di più forte.
Se la luna è stata nel suo passato una presenza tacita alla quale nascondere la verità, il mare è sempre stato il maggior confidente al quale “urlare” il proprio animo tormentato o solitario. La Poetessa rintraccia in un percorso non facile il traguardo della maturità, dell’appagata consapevolezza di donna e del senso di compiutezza che oggi fanno di lei la persona che è, aperta e solidale al mondo (a costruire ponti) e con un incanto e uno stupore che sempre l’accompagnano (“Trattengo ogni notte un sogno…/ e attendo che faccia giorno!”).
Etimologicamente la parola ‘seduzione’ ha come ampiezza di significato quella che si iscrive all’interno delle due parti di cui il lemma è composto. Il prefisso ‘se’ indicherebbe un atto di separazione mentre il ‘ducere’ latino non è altro che il “condurre”, “menare”. Così analizzato il termine seduzione ha a che vedere con quell’atteggiamento che si caratterizza per una separazione dal bene, un condurre fuori dal retto cammino, nonché una distorsione dalla dimensione di bontà. Ciò viene fatto con lusinga ed astuzia. Chiaramente non è propriamente questa l’accezione che normalmente attribuiamo al termine che, infatti, sta ad indicare una forma relazionale piuttosto disinibita dove l’ostentazione dell’avvenenza, della prestanza e dunque di una certa predisposizione all’altro si fa palese tanto da divenire messaggio subliminale che l’interlocutore è in grado di cogliere, non di rado anche grazie alla presenza di un linguaggio non verbale fatto di accenni, mimica facciale o gestualità dal significato piuttosto chiaro.
Numerosi potrebbero essere gli episodi letterari, più o meno noti, che sarebbe possibile evocare per cercare di condurre un discorso tematico di questo tipo. Universalmente noto è il richiamo narcotizzante delle Sirene per Ulisse e i suoi compagni, quest’ultimi sedotti piuttosto facilmente dalla Maga Circe e tramutati in animali di varia razza. Viene poi a mente, così, senza un particolare logicismo, anche la ritrosia della bella Elisa di Rivombrosa nel concedersi al padrone il Principe Filippo Ristori, sebbene questa sia una storia nata inizialmente per una resa cinematografica e non propriamente letteraria, legata però alla celebre Pamela del narratore inglese Samuel Richardson. Rimandi anche a Tess d’Uberville di Thomas Hardy sono vieppiù necessari ed evidenti sebbene qui il sesso assuma la forma poi di un atto di dominazione nel momento in cui Alexander adopera l’arma dello stupro. Charles Bukowski, a suo modo, ci parla, anche in maniera abbastanza colorita, del sovvertimento emozionale che la vista di donne, ora prosperose, ora sbarazzine e quasi bambine, suscita in lui, ricevendo dunque una folgorazione netta, dettata proprio dal potere seducente (la malia) della donna. Sono, questi, forse degli esempi non così pregnanti per poter parlare del fenomeno che, infatti, è assai capillare e prospettico nel senso di assumere, all’interno di ciascuna narrazione, una sua peculiarità distintiva nel rapporto che si viene a istaurare tra il seduttore e il sedotto. Chiaramente l’elemento seducente non è sempre e solo una donna, ma può essere un uomo per una donna o ancor più un uomo per un altro uomo. Si ricordi ad esempio il rapporto intimo e arcadico dei due giovani cowboy in I segreti di Brokeback Mountain di Annie Proulx reso celebre dal film o l’autobiografico io narrante di Orlando, portavoce di un fascino incantato verso la donna-non donna oggetto dei suoi desideri, una pacata dichiarazione d’amore dinanzi a un essere tanto ammaliante e persuasivo, la cara amica Vita Sackville-West in un’esemplare formulazione di amore saffico. Si tenga a mente anche la spasmodica e virulenta seduzione verso gli adolescenti intesa come insaziabile sete di vita nel maledetto Dario Bellezza, nel libertario Pasolini e nel più disincantato Sandro Penna o, per guardare ancora oltre Oceano, verso Lolita, l’innocua ragazzina che diviene la compagna del protagonista, in Nabokov. In questi ultimi casi (qui avvicinati in maniera assai veloce e che necessiterebbero una maggiore trattazione) la seduzione sembra in un certo qual modo essere spogliata di quel suo velame sontuoso e romantico, di ricerca mitica e di rimandi –un po’ come in Bukowski- per delegare una più succinta e spietata ricerca dell’amplesso volta al sovvertimento della pietosa condizione d’isolamento e di disagio e l’esaudimento completo di quel senso di mancanza. Il più truce dei seduttori è senz’altro il Conte Vlad che, nella sua dimora diroccata e polverosa, seduce giovani inglesi tramite la sua spiccata avvenenza con il fine di dissetarsi del loro sangue infettandole del suo morbo. Si tratta, però, di un fascino tenebroso che viene esercitato non per il vero ottenimento di un piacere sessuale (la deflorazione della vergine, la penetrazione) ma per una necessità fisiologica (l’abbeveramento da sangue) tanto che Dracula è proiettato verso una sessualità collegata alla bocca quale zona erogena e non all’apparato genitale.
Va anche detto che parlare di seduzione non necessariamente implica parlare di sesso sebbene l’immagine della donna civettuola, avvenente, disponibile e “di piacere”, ossia la prostituta, (mi vengono in mente Fanny Hill e Lady Roxana sebbene queste due narrazioni avessero una dimensione di denuncia sociale) permette di argomentare un denso capitolo all’interno dei rapporti umorali (e poco emozionali) tra l’avvenenza e la ricerca di godimento.
L’atto del ‘seducere’, ossia del catturare magneticamente l’attenzione dell’altro, rende palese la duplicità costitutiva del genere umano dinanzi a detto atteggiamento. Da una parte chi sa di essere stimato, seguito, amato, ricercato perché ha in sé un qualcosa di invidiabile che l’altro ricerca, dall’altra chi si lascia incantare, chi percepisce la sensazione delle farfalle nello stomaco, chi è talmente assuefatto dall’avvenenza fisica, dalla profondità mentale, dalla ricchezza umana dell’altro. La seduzione, dunque, è forse una insopprimibile interrelazione non verbale che ha in sé i dettami della democrazia. Nel senso che coinvolge tutti indistintamente: uomini e donne, bambini ed anziani, ricchi e poveri, bianchi e neri, etc. ed è il discrimine di un’esigenza sentita propria: ciò che rappresenta il complesso della seduzione (la serie degli elementi che consentono la persona di sentirsi sedotta) non è mai solamente sessuale, volta cioè al suo avvicinamento, conquista fisica dell’altro e godimento vero e proprio, ma ha delle ragioni di carattere psicologico che risiedono in una sorta di empatia sentita, in un sistema difficilmente spiegabile in termini razionali fatto di soggezioni e timori, affetti ed apprensioni, ricerca di attestazioni e necessità insopprimibili di credere che quel legame seduttore-sedotto esista perché punto fermo ed inderogabile sul quale scrivere e motivare la propria esistenza.
Per arginare il discorso sulla seduzione, che necessiterebbe una trattazione più adeguata e capillare per meglio poter considerare le opere citate e le tante altre che, per motivi più o meno evidenti, possono essere portate come modelli, ho deciso di dedicare maggiore attenzione alla figura di Don Giovanni, divenuta mitologica tanto che, come per ogni mito, è possibile rintracciare un’eredità considerevole in opere letterarie, musicali, recitative e quant’altro che sviluppano delle varianti partendo dalla storia cardine, il complesso delle invarianti.
Don Giovanni, assieme a Casanova, è probabilmente il più grande seduttore che la letteratura e, di converso, l’opinione pubblica ricordi ed evochi. Non è un caso che nel parlar comune sono frequenti espressioni idiomatiche quale “è un dongiovanni” o “è un Casanova” spesso impiegate in maniera sinonimica sebbene abbiano alle loro spalle un retroterra di motivi differenti tra i due caratteri. La prima cosa che va detta è che Don Giovanni non è un seduttore propriamente detto, sebbene ci si riferisca spesso, per semplificare, a lui con questa terminologia. Non lo è per il semplice motivo che nelle sue avventure non è mosso dal desiderio di conquistare le donne per motivi sentimentali ma di conquistarle con l’inganno, prendendosi gioco di loro. L’arma che Don Giovanni impiega nelle sue avventure, a differenza di Casanova, non è quella della seduzione, dell’autodichiarazione dell’amore, ma quella dell’inganno ed è lui stesso a dichiararlo in più punti nel corso dell’opera come quando al servo Catalinón dice “Burlar/ es hábito antiguo mío”[1] o, alcuni versi più avanti, quando rende il concetto in maniera ancora più diretta:
Don Juan: Sevilla a voces me llama
el Burlador, y el mayor
gusto que en mí puede haber
es burlar una mujer
y dejalla sin honor. (112)
Don Giovanni impiega due modalità per ingannare le donne: il travisamento dell’identità attraverso l’utilizzo di abiti di altri personaggi e l’ipocrita adulazione e promessa di matrimonio. L’uomo è talmente furbo da aver sperimentato che è necessario adoperare un progetto arguto nel cercare di sedurre donne appartenenti all’alta classe sociale e proprio con Isabela ed Ana adopererà lo scambio di identità indossando dei particolari distintivi dei rispettivi amanti. Se riesce abbastanza facilmente a gozar Isabela (ci troviamo all’apertura dell’opera quando l’amplesso è già avvenuto), con Doña Ana non riesce perché lei è in grado di riconoscere che non si tratta del suo amante e sventa l’inganno. Per quanto concerne le donne popolane (la pescatrice Tisbea e la contadina Aminta) Don Giovanni mette in atto l’espediente del corteggiamento esasperato, dell’adulazione delle grazie della donna con la quale vuol far trasparire il completo innamoramento che nutre verso di esse. Entrambe le donne, che si mostrano lusingate dalle sue attenzioni e belle parole, prima di lasciarsi andare chiedono perentoriamente all’uomo se sta facendo sul serio e Don Giovanni, oltre a rassicurarle, non manca di illuderle promettendo di sposarle. Questo tipo di approccio porta a una facile persuasione nella donna che le parole dell’uomo siano vere e dunque sentite e dall’altra enfatizzano ancor più il loro coinvolgimento ed amore verso di lui da divenire palese:
Tisbea: El rato que sin ti
estoy ajena de mí. (91)
Quando a Don Giovanni è chiaro che l’operazione dialettica del corteggiamento è stata efficace e che è ben riuscito a circuire la donna, non fa mancare la sua dichiarazione di impegno verso la stessa che in termini pratici viene a suggellare il loro rapporto d’amore da vivere nel piacere delle carni:
Don Juan: […] te prometo de ser
tu esposo. (92)
A questo punto non c’è più spazio per la componente comunicativa tra Don Giovanni e la donna e si realizza il fine ultimo del Nostro ossia riesce finalmente a godere del rapporto sessuale che Tirso de Molina non descrive ma che lascia intuire. Pochi versi dopo, il lettore accoglie con nessuna sorpresa la scena in cui la donna, scopertasi burlata, si dispera e inveisce contro l’uomo che vigliaccamente l’ha circuita per il soddisfacimento del suo piacere, disonorandola:
Tisbea: ¡Ah, falso huésped, que dejas
una mujer deshonrada!
[…] Engañóme el caballero
debajo de fe y palabra
de marido, y profanó
mi honestidad y mi cama. (95-96)
Esemplare è la presenza del catalogo, elemento importantissimo nella configurazione mitica di Don Giovanni quasi a rappresentare una invariante dello stesso, un denominatore comune delle varie versioni che dall’opera originale di Tirso de Molina nel tempo si sono succedute. Il catalogo rappresenta la quantificazione numerica in chiave iperbolica delle prodezze sessuali di Don Giovanni che spesso vengono rievocate (citando i nomi delle donne, il luogo della burla e l’inganno adoperato) dal suo fido servo Catalinón. Esso, da testamento concreto degli episodi ingannatori di Don Giovanni, funge da elemento simbolico con una funzione ulteriormente accrescitiva della grandezza dell’uomo secondo l’equazione banale e stereotipata: più donne si sono possedute, più si è valoroso.
Don Giovanni potrebbe essere un conquistatore ardito, un nobile da invidiare se le sue azioni non producessero delle risposte indignate e dei procedimenti contro di lui per l’offesa al codice dell’onore tanto importante nella società spagnola. Il re, che nel corso dell’opera sembra apparire come uno dei personaggi più deboli, nonostante decida per gli altri ed emetta ordini, finisce al termine della vicenda per essere burlato anche lui da Don Giovanni. Quando Aminta, Tisbea ed Isabela, che sono le tre donne effettivamente ingannate nel corso dell’opera[2], reclamano giustizia per aver perso il loro onore in maniera ingannevole a causa di Don Giovanni, il re emette la condanna a morte per il dissoluto, ma essa non ha nessuna efficacia perché il libertino è già morto, senza che lui l’abbia saputo.
L’uomo è rimasto ucciso nella scena finale, quella del contro-invito nella tomba del Commendatore[3] che, tempo prima, lui stesso aveva ucciso a duello dopo aver tentato di abusare della figlia Ana. Don Giovanni assiste senza nessun timore (a differenza del servo Catalinón) all’astrusità del morto che ritorna per vendicare non tanto il suo atto spregevole (o, meglio, la sua intenzione) contro la figlia, ma per essersi mostrato irriverente nei confronti della morte e della religione. Nella scena della cena, dove la statua del Commendatore offre vipere e scorpioni, il Commendatore chiede la mano a Don Giovanni e con una presa infuocata lo trascina agli Inferi, sotto lo sguardo allucinato di Catalinón.
Il motivo della mano (di chiedere la stretta) è assai importante all’interno dell’opera ed è il mezzo pratico con il quale si compie l’inganno. Don Giovanni, infatti, nelle sue varie conquiste ingannevoli di cui si rende protagonista spesso chiede la mano alle rispettive donne come atto estremo d’amore e rispetto e impegno di matrimonio. Significativo è il fatto che Don Gonzalo attui la condanna celeste proprio per mezzo del gesto della mano a castigo irreversibile delle sue tante beffe. Si veda di seguito l’uso del tema della mano che viene fatto nell’opera:
Don Juan: Ahora bien; dame esa mano,
y esta voluntad confirma
con ella.
Aminta: ¿Que no me engañas?
Don Juan: Mío el engaño sería.
Aminta: Pues jura que complirás
la palabra prometida.
Don Juan: Juro a esta mano, señora,
infierno de nieve fría,
de cumplirte la palabra.
[…]
Aminta: Pues con ese juramento
soy tu esposa. (148-149)
E di seguito la richiesta della mano che la statua del Commendatore (il morto) fa durante la cena nel suo sepolcro:
Don Gonzalo: Dame esa mano;
no temas, la mano dame.
Don Juan: ¿Eso dices? ¿Yo temor?
¡Qué me abraso! ¡No me abrases
con tu fuego!
[…] ¡Que me abraso! ¡No me aprietes!
[…] ¡Que me quemo! ¡Que me abraso!
¡Muerto soy! (Cae muerto) (179)
Tirso de Molina, autore del libro El burlador de Sevilla y convidado de piedra
La punizione che il re prevede per Don Giovanni, per la sua condotta debosciata e libertina, è dunque inattuabile perché egli è già morto per volere di una giustizia divina, celeste, soprannaturale e non secondo la giustizia terrena che lui rappresenta. A nulla valgono il tentativo di duellare con la spada di Don Giovanni contro il morto, la rassicurazione di non aver compromesso sua figlia e la richiesta di pentimento perché quest’ultima non è sincera e giunge in extremis senza convincimento. Sebbene Don Giovanni nell’opinione comune sia il libertino per antonomasia, colui che ha molte donne perché ha gli stratagemmi che gli permettono di conquistarle, egli è anche e soprattutto l’empio che irride la morte, l’irriverente che si burla e nega l’importanza di una dimensione celeste. L’autore dell’opera, il frate Tirso de Molina, da religioso aveva ben a cuore questo secondo nucleo tematico volendo sottolineare con evidenza che il pentimento non può esserci per chi ha eretto la propria vita sul materialismo, su una condotta frivola fatta di esuberanze o che non può essere concesso in extremis, in maniera miracolistica, perché esso può essere il mezzo di salvezza solo per anime redente, che hanno preso consapevolezza del male perpetuato e intrapreso con serietà un percorso di remissione.
Tra le varie versioni successive[4] del mito del Don Giovanni quelle maggiormente note e studiate risultano essere quella di Moliére (1665), quella di Mozart con libretto di Lorenzo Da Ponte (1787) e in periodo romantico, sempre in ambito spagnolo, l’opera di José Zorrilla intitolata Don Juan Tenorio (1844).[5] In quest’ultima opera l’intercessione di Ines nella scena finale permette la salvezza di Don Giovanni che, assieme al personaggio femminile, sale in Cielo. Zorrilla prevede ugualmente la morte del corpo fisico dell’uomo, ma non la dannazione della sua anima come avviene in Tirso de Molina. L’epilogo dell’opera originale del frate andaluso è consegnata dalle parole del Re che riconosce che è stata fatta giustizia (sebbene non la sua, politica, ma quella celeste, del divino) e che, venuto meno l’elemento di disturbo, si può procedere alla consacrazione legittima delle coppie preesistenti:
[1] Tirso de Molina, El burlador de Sevilla, Castalia Didáctica, Madrid, 1997, p. 90. Tutte le citazioni sono tratte da questa edizione in lingua originale commentata.
[2] Don Giovanni tenta di ingannare anche Doña Ana promessa in sposa al Marchese de la Mota, ma non ci riesce perché lei lo riconosce, sebbene sotto mentite spoglie e prende ad urlare.
[3] Si tratta di Don Gonzalo de Ulloa, Commendatore dell’Ordine di Calatrava.
[4] Tra le altre numerosissime versioni dell’opera vanno citate The Libertine (1676) di Thomas Shadwell, Don Giovanni ossia il dissoluto (1736) di Carlo Goldoni, il poemetto Don Juan (1819) di Lord Gordon Byron, Il convitato di pietra (1869) di Puskin, Las galas del difunto (1926) di Ramón Maria del Valle-Inclán, El hermano Juan o el mundo es teatro di Miguel de Unamuno (1929), Don Giovanni in Sicilia (1941) di Vitaliano Brancati. Il primo Don Giovanni italiano, Il convitato di pietra (1671) di Giacinto Andrea Cicognini, sviluppa in particolar modo il secondo nucleo tematico quello del rapporto con la divinità (il morto che ritorna).
[5] Secondo un profilo cronologico a metà tra l’opera di Tirso de Molina (1630) appartenente al periodo barocco e quella di José Zorilla (1844) di epoca romantica si situa l’opera No hay plazo que no se cumpla ni deuda que no se pague y convidado de piedra (1713) di Antonio de Zamora che prevede per Don Giovanni il pentimento in extremis. L’opera di Zorrilla, che delle tre è la più elaborata scenicamente da apparire inverosimile, è confacente agli stilemi della nuova sensibilità romantica che acuisce l’interesse per il mistero e il senso di sorpresa. Non è un caso, infatti, che il sottotitolo dell’opera di Zorrilla riporti Drama religioso-fantástico-romántico.
Questo saggio è apparso per la prima volta sulla rivista di letteratura “Euterpe”, n° 18, Gennaio 2016, pp. 85-90, consultabile online e scaricabile in formato pdf.
Irrational man:Woodartre e l’esistenzialismo ironico[1]
DI ANTONIO MEROLA
In un’epoca astorica e omologante quale la nostra, in cui difficilmente è possibile parlare di individui, quanto piuttosto di meri effetti rispetto ad un’azione economica centripeta, il che è un truismo per quei pochi che ancora esistono, Irrational man del regista statunitense Woody Allen si pone come una pellicola necessaria, pur tuttavia racchiudendo in tale essenza un elemento paradossale. La critica occidentale ha reagito negativamente all’opera d’arte, mostrandosi dubbiosa, scettica di fronte ad un Allen che puzza di vecchio, di ripetizione ammuffita, di recipiente intellettuale ormai vuoto, sul quale sembrano intravedersi i segni di una raschiatura; in Italia, per citare ad exemplum, così si è espresso sul Fatto Quotidiano Davide Turrini, “Allen ha voluto con caparbietà ritagliarsi un ruolo marginale, secondario, ininfluente nel cinema mondiale”[2], arrivando a definire Irrational man come “un film inesistente”, non accorgendosi, forse, di averci visto, criticamente, giusto.
Non è questa un’opera che si presta ad una lettura superficiale, pena la sua inutilità comunicativa, quanto meno nella sua funzione intenzionale; per suscitare una reazione e/o una spinta alla riflessione, per essere quindi necessaria, mi si perdoni il gioco di parole, necessita di essere compresa, comprensione che può risolversi sì in più di una soluzione, ma che non può avvenire senza le dovute basi filosofico-letterarie, un insieme preciso di romanzi, saggi, drammi teatrali e raccolte di racconti brevi che vanno sotto il pesante nome di corrente esistenzialista, e tra i quali un autore in particolare sembra “tiranneggiare”: Jean-Paul Sartre. Una chiave interpretativa che rende impossibile l’avvicinamento per il ricevente principale, un pubblico medio che pure si è recato entusiasta nelle sale cinematografiche, uscendone accompagnato da un’ebete perplessità, vanificando l’operazione civile del film, rendendolo, in definitiva, semplice – e non pura – estetica da pop-corn.
Eppure, i rimandi alla matrice sartriana sono molteplici e di natura differente. Abe Lucas, professore di filosofia in piena crisi esistenziale, interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix, e la studentessa Jill Pollard, ovvero Emma Stone, ricordano molto da vicino due tra “i protagonisti” de L’età della ragione, primo romanzo della trilogia de Le vie della libertà, Matteo e Ivic; identici, infatti, i ruoli sociali di partenza, simile lo sviluppo della trama amorosa, seppur con esiti divergenti, differente, al contrario, l’ambientazione esterna in cui i personaggi sono chiamati a muoversi – in Sartre, la seconda guerra mondiale. Come pure la tensione iniziale di Abe, il suo logoramento interiore, l’annichilimento del suo sentire, può essere tradotto in termini di Nausea, condizione questa, che anticipa il conseguente stato di azione, volto al suo superamento indispensabile. E’ interessante notare che, tra le principali cause di questo lutto interiore, la società, o meglio, l’èpoque che ne è l’espressione ambivalente, occupi una posizione preponderante. In un dibattito letterario in cui “tutto è già stato detto”, la condizione d’essere del professor Lucas viene minata, il suo ruolo d’intellettuale e di artista mutilato; a che scopo, si chiede, quasi fosse l’Alfred Prufrock eliotiano nel suo “Oserò/turbare l’universo?” , scrivere l’ennesimo saggio su Heidegger? Ne consegue uno stato d’impotenza e di frustrazione, espresso nell’immagina scenica attraverso la metafora dell’impotenza sessuale – un tono patetico d’altronde aleggia fin da subito nella scena con la collega Rita Richards/Parker Posey. Da qui in poi, L’umanesimo sartriano viene scandito riga per riga, direi alla lettera, dal regista. In un tentativo di costruzione di se stesso da parte del non-ancora-individuo, la dicotomia classica in cui l’io è tale perché diverso da un alter viene ad annullarsi, a dissolversi completamente. L’altro, in un’ottica sartriana, diventa un nemico tanto quanto lo è il contesto storico, perché riduce a maschera, blocca cioè in un personaggio fisso, tramite un’errata e inevitabile percezione, quell’inesorabile divenire che è l’io, nella sua continua negazione/compenetrazione del sé precedente. “L’inferno sono gli altri”, quindi, citazione non casuale di Allen. Non viene, forse, l’arrivo di Abe Lucas al College Brailyn preceduto dalle notizie di un passato già passato, determinandone lo stupore di chi ancora non lo conosce? E non sono queste sue presunte qualità di “uomo vissuto” a generare in Rita Richards un desiderio incontrollabile di seduzione? Non sono proprio i suoi colleghi che ne determinano il successo intellettuale, lodandone il saggio che lo ha reso famoso nel mondo accademico? La pellicola è disseminata di metafore di questo tipo, eppure è nel rapporto tra Jill e Abe che Allen, in un tentativo di rendersi esplicito, tocca la punta più alta: la negazione della libertà da parte dell’altro si fa qui evidente nel momento in cui la maschera del Genio viene a tramutarsi in quella dell’assassino agli occhi della ragazza, e Abe viene quindi minacciato di essere denunciato, sotto l’apparente possibilità di una scelta, che porterebbe comunque al carcere. Per chiudere il cerchio, sopraggiunge la morte, la cessazione del divenire – basti pensare al giudizio totalmente dispregiativo nei confronti del suicidio da parte di Sartre, per farsi un’idea del perché la morte venga percepita, in definitiva, come la nemica naturale dell’uomo, l’unica contro cui è impossibile opporsi, dove persino l’immortalità letteraria non basta a salvaguardare la sopravvivenza dell’io. Si apre però, a questo punto, un cerchio ancora più grande, quasi una ring composition dal risultato bivalente. Nella critica che Abe Lucas muove a Kant, quando definisce come “masturbazione verbale” la congettura di “un mondo senza menzogna” come condizione felice per gli uomini, e tenendo conto della citazione in apertura del film sulla morale kantiana, il pensiero sartriano può essere visto in modo contrappuntistico a quello del filosofo tedesco, pur mantenendone la finalità – e che, nel secondo si concretizzò in una partecipazione attiva al comunismo, ma basti dire che si concretizzò – o il fallimento del protagonista può essere interpretato come un’eiaculazione senza mezze misure? Non posso che rifugiarmi in un’epochè, per evitare di ridurre l’opera d’arte a una sola lettura dogmatica, tuttavia suggerendo un’evidenza situata nel rapporto individuo-realtà fondato sulla percezione dell’io: nel momento in cui Abe sceglie di eliminare Thomas Spangler, si assiste a un capovolgimento nel suo rapporto con il mondo esterno – laddove il reale, preso nella sua non-essenzialità, corrisponde a uno statico Nulla privo di un significato trascendentale –, capovolgimento che non solo dona un senso al suo agire, ma si riflette in una condizione d’armonia che rende l’essere umano, in definitiva, un Uomo.
L’Associazione Culturale PoetiKanten in unione con la rivista di letteratura Euterpe, il Patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Ancona e del Comune di Jesi, bandisce la V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” alla quale collaborano le Associazioni Culturali “Le Ragunanze” di Roma, “Verbumlandi-Art” di Galatone (LE).
Il concorso è articolato in tre sezioni:
Sez. A – poesia in lingua italiana a tema libero
Sez. B – poesia in dialetto a tema libero (accompagnata da relativa traduzione in italiano)
Sez. C – haiku
I testi potranno essere editi o inediti, ma non dovranno aver ottenuto un 1°, 2° o 3° premio in un precedente concorso.
Per le sezioni A e B si partecipa con un massimo di 3 poesie per ciascuna sezione che non dovranno superare il limite di 30 versi ciascuna. Per la sezione C si partecipa con un massimo di 3 haiku (5-7-5 sillabe) in lingua italiana.
Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 10€ a sezione. È possibile partecipare a due sezioni corrispondendo la quota di 20€ o a tutte e tre corrispondendo la quota di 30€. Il pagamento dovrà avvenire con una delle modalità descritte al punto 6 del bando.
Il partecipante deve inviare entro e non oltre la data di scadenza fissata al 15 maggio 2016 alla mail arteinversi@gmail.comle poesie con le quali intende concorrere (rigorosamente in formato Word), il modulo di partecipazione compilato e la ricevuta del pagamento. Eventuale curriculum letterario o scheda biobibliografica è gradita, ma non obbligatoria.
In alternativa, l’invio di detto materiale potrà essere effettuato in cartaceo, mediante posta ordinaria, e dovrà essere inviato a:
V Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”
c/o Dott. Lorenzo Spurio
Via Toscana 3
60035 – Jesi (AN)
Per l’invio mediante posta tradizionale farà fede la data del timbro postale.
Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:
Bollettino postale: CC n° 001029344650
Intestato ad Associazione PoetiKanten
Causale: V Premio di Poesia “L’arte in versi”
Bonifico: IBAN: IT19N0760102800001029344650
Intestato ad Associazione PoetiKanten
Causale: V Premio di Poesia “L’arte in versi”.
Contanti: Nel caso si invii il materiale per posta tradizionale, la quota di partecipazione potrà essere inserita in contanti all’interno del plico di invio.
Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.
La Commissione di Giuria è composta da esponenti dell’ambiente letterario: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella, Valentina Meloni, Giuseppe Guidolin, Alessandra Prospero, Stefano Baldinu, Emanuele Marcuccio, Cinzia Franceschelli e Luigi Pio Carmina. Il giudizio della Giuria ha valore ultimo e definitivo ed è insindacabile.
Verranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. I premi consisteranno in:
Primo premio: targa, diploma con motivazione della giuria e 200€
Secondo premio: targa, diploma con motivazione della giuria e 100€
Terzo premio: targa, diploma con motivazione della giuria e libri.
La Giuria procederà a individuare ulteriori premi che saranno indicati quali “Menzione d’Onore” e “Segnalati dalla Giuria”.
La Giuria attribuirà i seguenti Premi Speciali: Premio Speciale del Presidente di Giuria, Trofeo “Euterpe”, Premio Speciale Associazione “Le Ragunanze”, Premio Speciale “Verbumlandi-Art”, Premio alla Carriera Poetica e Premio alla Memoria.
Nel caso in cui non saranno pervenuti una quantità di testi congrua per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito per particolari opere, l’organizzazione si riserva di non attribuire determinati premi.
La cerimonia di premiazione si terrà in un fine settimana di novembre a Jesi (AN). A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso le indicazioni circa la premiazione.
I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio o per mezzo di un delegato. In caso di impossibilità, i premi potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, eccettuati i premi in denaro che debbono essere ritirati tassativamente il giorno della Premiazione dal legittimo vincitore. Parimenti, la targa in oro messa a disposizione dalla Universum Academy – Switzerland dovrà essere necessariamente ritirata il giorno della Premiazione dal vincitore o suo delegato.
Tutti i testi dei vincitori, dei menzionati e dei segnalati dalla Giuria verranno pubblicati nel volume antologico dotato di codice ISBN che sarà presentato nel corso della premiazione e disponibile alla vendita poi attraverso le librerie online.
Il Premio di Poesia “L’arte in versi”, da sempre sensibile alle tematiche sociali, devolverà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie a una realtà di emarginazione o bisogno, impegnandosi a comunicare ai partecipanti del Premio della relativa donazione. Gli organizzatori del Premio si impegnano a darne comunicazione ai partecipanti a mezzo mail e mediante pubblicazione della notizia sui rispettivi spazi internet.
La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.
□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.
□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) allo scopo del Concorso in oggetto e per iniziative letterarie organizzate dalla rivista di letteratura “Euterpe”.
Firma____________________________ Data ____________________________
Presenteranno l’autrice Roberta Carboni e Giuseppina Petrelli dell’Associazione In-Soliti Sentieri.
Le ninne nanne degli Šar ha vinto la XX° edizione del Premio Letterario Editoriale L’Incontro della casa editrice Golden Press, sez. B, con la seguente motivazione: “La raccolta ha il valore di un romanzo di formazione in versi. Gli occhi di un bambino rom percorrono, con cadenzamenti musicali di pregevole fattura e la robustezza di agili ballate, territori e dimensioni, nostalgie e scoperte, appartenenza e dispersione. Il richiamo agli orizzonti originari è mescolato alla valenza magica che traspare da tutti i nuovi orizzonti presenti e futuri, come nella percezione precisa di una vita intrinseca delle cose, che sa trasparire dai monti e dagli oggetti tutti, dai volti e dai movimenti delle persone, in un caleidoscopio di leggende, di fiabe e di culture.”
Un estratto del libro:
” Pensavo agli Šar, lungo il percorso delle acque, chissà se si sono accorti che non ci sono più.
Pensavo ai castelli di sabbia e roccia, e alle stelle che lì cadono, alle lucciole che prendevo tra le mani.
– Ora le fate a chi racconteranno le loro ninne nanne? –
È nuova la casa, c’è un’altra lingua che parla, un dialetto che si lega alle cipree…”
“La letteratura della disintegrazione” diMARTINO CIANO (*)
La chiamerò la letteratura della disintegrazione. Qui la parola non ha un senso logico e cambia continuamente il proprio significato. È una particella neutra che lo scrittore carica a suo piacimento di energia negativa o positiva. In queste opere non c’è una trama o personaggi, c’è l’uomo “grigio” né buono, né cattivo. C’è l’io che si cerca e si nega, che rinasce, che si prende beffa del perbenismo e della sociologia. Qui alberga l’antiromanzo. La vittoria della confusione e dell’assurdità.
Questa è la letteratura che mi piace perché aldilà di ogni sentimento, di ogni perversione, di ogni struttura sociale, c’è l’uomo che fa la storia e partecipa sempre al destino del mondo. Anche se indifferente. Leggendo queste opere vi renderete conto che la prosa è disarmonica, che sogno e realtà si intrecciano, che gli opposti coincidono. Non c’è bisogno di attrazione. L’uno contiene l’altro. L’io narrante si confessa con voi. Mantenete il segreto, mi raccomando. Siete il tramite tra la terra degli scrittori e il cielo della letteratura.
Ora prendiamo in considerazione quattro opere dove tutto ciò che ho detto prima si manifesta a noi lettori.
Knut Hamsun, Fame.Esce nel 1890 in Norvegia. Un’opera innovativa per l’epoca. Nessuno aveva scritto così prima. La trama? La lotta tra bisogni materiali e spirituali. La fame di vita si scontra con la solitudine del protagonista fuggiasco, vagabondo, in una città che non comprende la sua lingua interiore. Oslo-Christiania. È qui che inizia in letteratura quel processo di disgregazione dell’io che sta alla base di tutti i movimenti del novecento.
Guido Morselli, Dissipatio Hg.Viene scritto nel 1973, qualche mese dopo l’autore si suiciderà. Sarà pubblicato dopo la morte dello scrittore. Dissipatio è un atto di negazione. Letteralmente, di evaporazione dell’umanità, dei propri sentimenti, della coscienza. Un atto di ribellione volontario. Anche in questo caso il protagonista si perde nei suoi pensieri man mano che “muore” lungo le strade di Zurigo-Crisopoli.
Leggete queste due opere e troverete delle similitudini. La struttura ad esempio coincide. Ma se in Fame sentirete il costante bisogno del protagonista di aggrapparsi alla vita, in Dissipatio avvertirete solo la dissoluzione dell’io. Se nell’opera di Hamsun sentirete ancora la voce di un Dio parlante, in quella di Morselli c’è l’assenza di ogni divinità. L’uomo è origine e fine. L’io ha completato la sua disgregazione, i suoi resti devono necessariamente evaporare.
Albert Camus, Lo straniero. Appare nel 1942. Qui l’indifferenza dell’io diventa l’arma per combattere l’imprevedibilità. Il protagonista è straniero al mondo, alle sue leggi, all’ordine divino e naturale. Egli subisce e accetta ogni punizione perché ha negato la colpa e quindi la morale. Lo straniero è un anarchico, quindi. Confessa la sua voglia di libertà. Anche l’omicidio che compie è solo un atto, imprevedibile, frutto di un’idea, quindi giustificabile. Forse necessario al mondo.
Thomas Bernhard, Estinzione.Appare nel 1986. Qui l’io riacquista ed estingue. Fa i conti con la propria memoria. Ricordare, rivivere, estinguere. Il protagonista è un distruttore, non salva nulla. La memoria diventa anche un cimitero. Nulla deve resuscitare. L’io chiede il diritto all’oblio.
In queste quattro opere il lettore partecipa al dramma delle emozioni. Ci viene imposto un atteggiamento empatico. Maneggiate con cura questi libri. Sono cuori pulsanti nel mezzo di petti lacerati. Non ho parlato delle loro trame… leggeteli e lasciatevi affascinare.
Paris…c’est la vie. Pillole di parigitudine di Flavio Scaloni, Intermedia, Orvieto, 2016, pagg. 230, ISBN: 978-88-6786-163-7, Prezzo: 12 €
Sinossi: Questo volume non vuole essere la solita guida turistica della città, ma una raccolta di autentiche ‘Pillole di Parigitudine’. Ne emerge un ritratto nuovo e accattivante della Ville Lumière, per chi già conosca la città e ne conservi un ricordo romantico ma anche per chi si appresti a visitarla per la prima volta e desideri saperne di più sullo stile di vita parigino. L’autore ci guida nelle pieghe della città, a partire dalla ricerca di un appartamento fino alla scoperta degli angoli meno conosciuti e più amati dai parigini. Nuove tendenze e abitudini consolidate, modi di dire e di fare, aspetti culturali e sociali: Paris… c’est la vie!
Estratti:
Ho trovato uno studio di 23,3 mq a 1000 euro! Certo è al sesto piano senza ascensore, non c’è una vera cucina, il bagno è senza finestra, gli affacci danno nel cortile interno e la moquette puzza un po’ di muffa… ma ha quell’aspetto così bohémien che mi fa sentire tanto parigino.
Il gesto, o meglio la smorfia, che caratterizza meglio la gente di Francia, l’equivalente del nostro ‘che dici?’, è lo sbuffo. Sbuffare è un’arte sopraffina. Un’eredità millenaria scritta nel codice genetico. Un tratto distintivo imprescindibile.
I Bo-Bo, da me ribattezzati ‘bobi’, siedono nei caffè giusti a leggere riviste di fotografia avvolti in una nuvola di fumo. Sembrano dire ‘Siamo fighi ma ce ne freghiamo’, quando più probabilmente pensano ‘Siamo fighi e speriamo vivamente che ve ne siate accorti’.
Il luogo dove vi aspettano le peggiori figuracce è sicuramente la pasticceria. Non provate proprio a chiedere un vassoio di pasticcini ‘mignon’, o dei ‘bignè’ con crema ‘chantilly’….
L’autore:
Flavio Scaloni ha curato la rubrica ‘Corrispondenze da Parigi’ per il Circolo Letterario Bel Ami di Roma dal 2012 al 2014. Nel 2012 ha dato vita al blog ‘Flavio & la Musa’ (flavioelamusa.blogspot.it) nel quale pubblica regolarmente propri versi, poesie di autori da tutto il mondo, recensioni e commenti analitici. La sua opera prima ‘Stella di Seta’ (Genesi Editore) ha vinto il premio ‘I Murazzi’ nel 2013 nella sezione ‘poesia edita’. Nel 2013 è tra gli autori finalisti del premio ‘Marguerite Yourcenar’ nella sezione ‘poesia inedita’. Sempre nello stesso anno fonda insieme a Maria Carla Trapani il magazine on-line di arte e letteratura contemporanea ‘Diwali – Rivista Contaminata’ (rivistadiwali.it). Nel 2014 ha vinto il premio ‘Alberoandronico’, sezione ‘silloge inedita’. La sua seconda raccolta poetica ‘Via Parini 7’ è edita da Teseo Editore. Vive a Parigi ma è spesso in Italia e in giro per l’Europa per il suo lavoro da consulente scientifico.
I Concorso Nazionale di Poesia “Una poesia per il futuro”
Organizzato da: CentroInsieme Onlus PROGETTO VELA: RENDERE CONSAPEVOLI
Il motivo per il quale nasce questa iniziativa è abbattere le barriere dettate dal pregiudizio e mettere a braccetto realtà differenti tra loro. Il nord, il centro e il sud uniti per rappresentare l’Italia in quelle rare manifestazioni a sostegno della creatività, dell’amore per lo scrivere, in modo che le parole rappresentino la libertà di pensiero, l’evolversi e l’arricchirsi.Il concorso “Una poesia per il futuro” vuole essere un sostegno alla cultura in una terra messa in penombra, è uno sprono per i giovani affinché trovino quel coraggio per affacciarsi alla finestra che porta sul mondo. E’ la scoperta che il tempo può essere racchiuso tra le pagine più belle del vissuto.
REGOLAMENTO E MODALITA’ D’ISCRIZIONE ALLA GARA:
1 – Possono partecipare al concorso tutti gli autori residenti nel territorio nazionale, l’iscrizione è aperta anche agli alunni delle classi quarta e quinta delle scuole elementari, e a quelli che frequentano le scuole medie e superiori. Le sezioni: A. ADULTI, tutti gli autori Over 18 potranno partecipare con un massimo di n.4 opere; B. SCOLARI, tutti i bambini iscritti alla quarta e quinta classe delle scuole elementari e gli alunni delle scuole medie, per questa sezione è possibile la partecipazione collettiva delle classi e/o singolare degli alunni; C. STUDENTI, tutti gli iscritti alle classi della scuola superiore potranno partecipare con una sola opera.
2 – L’opera dovrà avere le seguenti caratteristiche: – Essere redatta in lingua Italiana; – Non ha limiti di lunghezza; – Il tema è libero; – L’opera potrà essere edita o inedita; – L’opera deve essere originale e non deve violare in alcun modo i diritti d’autore o di proprietà intellettuale di terzi.
3 – La quota di partecipazione è di Euro 5.00 (Euro Cinque) per ogni opera iscritta, eccetto le classi e/o gli alunni delle scuole dell’obbligo (elementari e medie). Il ricavato, detratte le spese di organizzazione, sarà devoluto all’associazione CentroInsieme Onlus che opera sul territorio di Scampia ponendosi come obiettivo di portare ai bambini e ragazzi delle possibilità reali, cerca un modo diverso per intrattenerli e con loro sperimenta le vie più ambiziose affinché nessuno abbandoni il percorso scolastico.L’associazione impronta le proprie attività sulla legalità affinché i bambini possano fare di essa il pane quotidiano, cerca con autofinanziamenti a volte limitati, di portare gli occhi oltre le mura grigie del quartiere; un’azione educativa che porterà loro a conoscere il mondo, è importante che ognuno di quei bambini conosca le scelte che una vita può offrire per maturare in loro l’idea che tutti possono scegliere cosa fare da grandi e cosa essere per la propria famiglia, per la propria vita.
4 – Inviare la propria partecipazione indicando nell’oggetto: Concorso “Una poesia per il futuro” e nel corpo della e-mail i dati anagrafici, residenza e recapiti – entro e non oltre il 18 Aprile 2016 all’indirizzo email centroinsiemeonlus@gmail.com Le quote di partecipazione dovranno essere inviate contestualmente all’opera con le seguenti modalità di pagamento: – Ricarica Postepay sulla carta n. 5333 1710 2135 3830, intestata a Monfregola Vincenzo, ma si può ricaricare anche con bonifico bancario sull’IBAN: IT 63 X 0760 1051 3823 3922 633925 – Bonifico bancario sul ccb di CentroInsieme Onlus Progetto Vela: Rendere Consapevoli sull’IBAN IT 72 H033 5901 6001 0000 0101127 – Conto PayPal: centroinsiemeonlus@gmail.com – Possibile consegnare opera e quota di iscrizione a mano presso la sede dell’associazione in Viale della Resistenza Lotto M Torre A2 – 80144 Napoli, previo appuntamento da concordarsi all’indirizzo email: progettovelascampia@libero.it. Indicando nella causale – Iscrizione al concorso di poesia, nome, cognome e titolo dell’opera.
5 – La Giuria è composta da: Rosa Bianco (Insegnante e Vicepresidente Associazione Noi&Piscinola) Giulia Ciarapica (Blogger, organizzatrice di eventi e critica letteraria) Chiara Ciccarelli (Responsabile Area Giovani del Centro Territoriale Il Mammut) Eloise D’Avino (Insegnante e Presidente associazione AQuaS) Maria de Marco (Socia Associazione Dream Team – donne in rete e ex Assessore alla Cultura dell’VIII Municipalità del Comune di Napoli) Rosario Esposito La Rossa (Direttore casa editrice Marotta&Cafiero e scrittore) Maria Teresa Infante (Vicepresidente Associazione Culturale “Oceano dell’anima e Poetessa) Anna Mauro (Responsabile Biblioteca “Le Nuvole”) Riccardo Rossi (Giornalista) Le opere saranno valutate, a insindacabile giudizio della commissione, dal giorno successivo alla scadenza del concorso. La premiazione sarà svolta nella città di Napoli entro la fine del mese di Giugno. Nel caso gli autori vincitori dei premi non potessero intervenire alla cerimonia, sarà premura del team organizzatore recapitare il premio tramite posta raccomandata.
6 – Premi I° premio – Diploma e Opera dello scultore di fama Internazionale Riccardo Dalisi II° premio – Diploma e Coppa, più invito per quattro persone nel Ristorante Chikù III° premio – Diploma e Coppa, più un Buono acquisto di Euro 50.00 (Euro Cinquanta) da spendere presso la Marotta&Cafiero. Dal IV° al X° posto – Diploma e Scatola Made in Scampia – La scatola contiene prodotti tipici, libri e cd musicali – Prodotta dalla Marotta&Cafiero Editori.
PREMIO POESIA “NEL BORGO” – MONTIGNANO DI SENIGALLIA
PREMIO NAZIONALE – II° EDIZIONE 2016
Organizzato da : LA BIBLIOTECA COMUNALE “LUCA ORCIARI” DI MARZOCCA, LA ASSOCIAZIONE PROMOTRICE MONTIGNANESE, IL CENTRO SOCIALE ADRIATICO E CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI SENIGALLIA.
Tipologia degli elaborati : poesia inedita (massimo 36 versi compresi gli spazi)
il concorso sarà diviso in due ( 2 ) sezioni A e B
A – poesia in lingua italiana
B – poesia dialettale seguita da traduzione il lingua
Livello metrico e ritmico libero.
Le poesie non dovranno essere mai state premiate nelle prime tre posizioni di altri concorsi nazionali ed internazionali.
Tema: Libero
Modalità di partecipazione: Ogni opera dovrà essere inviata via informatica
all’indirizzo di posta montignanopoesie@libero.it – per chi trovasse difficoltà inviare il cartaceo al seguente indirizzo: Biblioteca “Luca Orciari” – Via Del Campo Sportivo,1/3 – 60019 Marzocca di Senigallia (AN)
Inserendo all’interno del plico oltre alle poesie ed i dati personali dell’autore la copia del pagamento effettuato. Farà fede il timbro postale
Generalità da specificare nell’email: nome, cognome, età, indirizzo, telefono, email, aggiungere la copia del cedolino del versamento eseguito in WORD o PDF. Gli elaborati inviati per il concorso non saranno restituiti. Inviare le poesie con tipo carattere Times New Roman dimensione carattere 12.
Per la sezione B dovranno essere allegate le traduzioni in lingua italiana e sarà utile come valido supporto non obbligatorio allegare una registrazione in Windows Media Audio (WMA) per una più approfondita valutazione del testo poetico. Tutte le opere saranno conservate nell’archivio del concorso. Quota d’iscrizione : il candidato può concorrere con n° 2 poesie.
E’richiesto un contributo di partecipazione, quale tassa di lettura, di 15,00 €; ( l’importo è valido per n° 2 poesie ) da versare sul Conto Corrente Bancario:
IBAN IT 29 V 08839 21301 000050150650 BANCA SUASA CREDITO COOPERATIVO, FILIALE DI MARZOCCA Intestato: ASSOCIAZIONE PROMOTRICE MONTIGNANESE – Strada della Grancetta s.n. MONTIGNANO DI SENIGALLIA (AN)
Causale: partecipazione al concorso letterario nazionale “ La poesia nel borgo”
Scadenza invio file :31-05-2016
Per i minorenni autorizzazione di uno dei genitori. Limite di età: non possono prendere parte al concorso tutti coloro che non hanno ancora raggiunto i 15 anni di età.
GIURIA: la giuria del Premio, il cui giudizio è inappellabile, sarà costituita: da critici d’arte e letterari, poeti scrittori… i cui nomi saranno resi noti alla premiazione
Premi: per ogni categoria
1° CLASSIFICATO = targa + pergamena
2° CLASSIFICATO = targa + pergamena
3° CLASSIFICATO = targa + pergamena
Saranno, inoltre, assegnate: menzioni speciali e menzioni d’onore, a discrezione delle associazioni e della giuria, tutti i partecipati riceveranno attestato di partecipazione.
La cerimonia della premiazione si svolgerà il 20-08-2015 in Montignano di Senigallia AN – Nella piazzetta antistante la chiesa parrocchiale di Montignano, o, in caso di cattivo tempo all’interno della medesima Chiesa.
SVOLGIMENTO DELLA MANIFESTAZIONE
Apertura della serata conclusiva: inizio alle ore 18,15: eventuali comunicazioni saranno inviate tramite posta elettronica, saranno comunque visibili sui gruppi Facebook (Amici della Biblioteca “Luca Orciari” – POESIA E COLORI – RIME DI MARE – LE PAROLE RACCONTANO – LUCE- I FIORI DELLA VITA ed altri)
È possibile contattare anche per informazioni: Elvio Angeletti: 3668642034
Biblioteca “ Luca Orciari” 071 698046 mail: bibl07comune.senigallia.an.it nei seguenti orari dal lunedì al venerdì 9,00 alle 12,00 e dalle 15,00 alle 18,00
Il presidente dell’Associazione Promotrice Montignanese: Elio Mancinelli
Il presidente del Premio: Elvio Angeletti
Presidente onorario – Prof.ssa Renata Sellani
Montignano di Senigallia, lì 11-12-15
Scheda di partecipazione
La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato a entro e non oltre il 31-05-2016.
Residente in via ____________________________________Città______________Cap ____________ Prov. _______________ Tel. ______________
E-mail ___________________________
Partecipo alla sezione:
□ A –Poesia in lingua
□ B – Poesia dialettale
titolo/i delle opere___________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
Firma______________________ Data ______________________
□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.
□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.
Firma______________________ Data ______________________
Il secondo volume della iniziativa della rivista di letteratura “Euterpe”
All’insegna della riscoperta dei geni della letteratura italiana, quegli esponenti che spesso vengono studiati in maniera semplicistica alla scuola dell’obbligo riducendone la reale cifra letteraria, la rivista di letteratura “Euterpe” ha organizzato il secondo volume della iniziativa letteraria “Stile Euterpe” dedicato quest’anno alla riscoperta e allo studio attento del poliedrico Aldo Palazzeschi. Il volume, dal titolo di Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista e l’ironico, è curato da Lorenzo Spurio, Martino Ciano e Luigi Pio Carmina e pubblicato dalla casa editrice fiorentina PoetiKanten Edizioni (pagg. 228, Costo: 10 €, ISBN: 9788899325275).
Dopo la nota critica introduttiva scritta da uno dei curatori, il siciliano Luigi Pio Carmina, si susseguono testi poetici ispirati all’impetuosità lirica del Palazzeschi poeta-funambolo o a lui dedicati. Tra di essi figurano opere di Lucia Bonanni (San Piero a Sieve/Scarperia – FI), Corrado Calabrò (Roma), Luigi Pio Carmina (Palermo), Maria Salvatrice Chiarello (Palermo), Osvaldo Crotti (Almenno S. Bartolomeo – BG), Rosanna Di Iorio (Cepagatti – PE), Valentina Giua (S. Pietro Clarenza – CT), Emanuele Marcuccio (Palermo), Francesco Mazzitelli (Policoro – MT), Patrizia Pierandrei (Jesi – AN), Margherita Pizzeghello (Rosolina – RO), Sebastiano Plutino (Messina), Enrica Santoni (Schorndorf – Germania), Francesca Santucci (Dalmine – BG), Antonio Spagnuolo (Napoli), Teresa Spera (Ruvo del Monte – PZ), Rodolfo Vettorello (Milano), Michela Zanarella (Roma), Marta Zirulia (Quartu Sant’Elena –CA).
Aldo Palazzeschi
Per la sezione narrativa breve l’antologia contiene i racconti di Luisa Bolleri (Empoli – FI), Francesco Paolo Catanzaro (Palermo), Cristina Giuntini (Prato), Gianluca Guillaume (Moncalieri – TO), Samuele Mazzotti (Cesena) ed Antonio Merola (Roma).
Un’ultima, importante, sezione del volume è costituita dalla saggistica e contiene articoli, saggi e critiche letterarie che numerosi studiosi, critici ed amanti della letteratura hanno voluto dedicare ad Aldo Palazzeschi. In questa sezione sono presenti i saggi “Palazzeschi: Vita Vs Letteratura” di Angelo Ariemma (Roma), “Palazzeschi, incendiario assennato” di Marco Ausili (Ancona), “Prospettive storiche per un umorismo… mancato” di Raffaele Guadagnin (Feltre –BL), “Palazzeschi il sovversivo: il corpo come rivoluzione e rimozione del “ di Iuri Lombardi (Firenze), “Palazzeschi: Chi sono?” di Francesco Martillotto (Lago – CS), “Luce alla lanterna” di Antonio Melillo (Almese – TO), “Stasi e dinamismo ne ‘I cavalli bianchi’ di Aldo Palazzeschi” di Valentina Panarella (Aversa – CE), “Il ‘buffo’ e l’umorismo: l’indagine sulla vita di Aldo Palazzeschi” di Luca Rachetta (Senigallia – AN), “Il tiepido grigiore e il fuoco incandescente: Aldo Palazzeschi” di Lorenzo Spurio (Jesi – AN).
A chiudere il volume sono uno scritto del professore e critico d’arte Armando Ginesi (San Marcello – AN) dal titolo “Internazionalità del futurismo delle arti visive” che dedica particolare attenzione all’avanguardia futurista letta all’interno delle arti figurative e la nota di postfazione firmata dal poeta e critico Antonio Spagnuolo.
Il volume è disponibile alla vendita sul portale IBS e le altre librerie online. Può essere richiesto anche alla Casa editrice scrivendo a poetikantenedizioni@gmail.com
La poesia di Rosanna Di Iorio muove da una profonda consapevolezza del tempo che, imperituro, cambia le cose, matura le persone e trasforma situazioni. Non è affatto un caso che molte liriche che la poetessa ha raccolto nella pubblicazione dal titolo Arianna e il filo riportino, in esergo, una citazione ai suoi cari dei quali l’orma assordante del tempo ha privato la Nostra. Si respira tra le righe una grande compartecipazione con i meccanismi e gli arcani della natura nonché l’esigenza della Nostra di ricorrere all’elemento ambientale quale pausa o motivo di maggiore comprensione di sé stessa e del mondo che la circonda. In questa corposa silloge Rosanna Di Iorio dispiega i tanti bandoli di matasse che rappresentano le esistenze, a seconda del caso o di una logica in qualche modo scritta e già individuata nel mito della Creazione, con le quali veniamo a contatto: genitori e familiari, amici e coetanei, amanti, figli e nipoti in una costruzione dei rapporti sociali assai ramificata, vorticante e al tempo inscindibile. Sono i fili di quelle esperienze dove il sentimento ha albergato e continua a vivere tra i recessi di memorie, sempre più difficili da cogliere e ri-vivere a causa di un tempo infingardo che non ha clemenza per nessuno.
Curiosa ed assai evocativa la definizione che la Nostra ha posto quale sottotitolo della silloge, “Geografia di sentimenti” ad intendere l’immensità di quello spazio geografico, che è uno spazio prettamente temporale, vissuto in funzione di istanti e memorie ritrovate, una sorta di planisfero dove, invece di nazioni, golfi e capitali, la Nostra ha individuato, mappandole, esperienze determinanti per il suo vissuto, amori e scoperte, rivelazioni e momenti d’evasione e dove la Capitale, il punto nodale di queste esperienze arricchenti l’animo e pregnanti per una crescita etico-civile, non è altro che il Cuore rappresentato dalle uniche leggi che esso conosce: l’ascolto e il rispetto dell’altro.
Scendendo in maniera più attenta all’interno dei versi della Nostra non si farà difficoltà a rendersi conto di quanto la poetica da lei utilizzata e che ne contraddistingue la sua cifra stilistica, sia imbevuta di squarci introspettivi, escursioni emozionali che si realizzano proprio a partire –spesso- dall’esigenza della donna di allontanarsi –seppur temporaneamente- dalla frenesia del mondo di fuori per ricercare nella calma e nel silenzio quella contemplazione e rilassatezza che le permettono una maggiore appropriazione dei quesiti esistenziali, delle realtà di indagine speculativa che l’uomo, spesso, tratta con superficialità delegando al suo mondo razionale di esigenze concrete.
Ne “Dalla coppetta dell’aperitivo” la Nostra c’immette in una scena estemporanea densa, però, di un velame rituale e dunque appartenente a una consuetudine dove, dopo alcune serrate osservazioni verso i Navigli, conclude in maniera assertiva e convinta che “La routine non ci sorprende più” (13) segno di una noia che si fa preponderante dinanzi alla concretizzazione di un mondo fatto di gestualità e comportamenti standardizzati che hanno perso quell’esuberanza che –forse- avevano una volta, quello sprizzo di curiosità o un più articolato legame con l’altra metà.
Una cospicua parte delle liriche si riallaccia al mito dell’infanzia, secondo le più varie sfaccettature. Da una parte la Nostra, molto attenta nei confronti del sociale, affronta il tema dell’infanzia negata dei tanti ragazzini che per le ragioni più disparate nei tanti angoli del mondo si vedono costretti a crescere in fretta dinanzi alle dure contingenze vedendosi risparmiati di vivere la fase più bella della loro esistenza. Sinceramente appassionata, perché coinvolta, a quelle realtà di disagio e di emarginazione alle quali Rosanna Di Iorio spesso allude e dinanzi alle quali il nostro comportamento è spesso disattento od omertoso, indifferente e sprezzante.
Se da una parte, come si diceva, a volte la donna reputa necessario trovare una condizione di silenzio e di vero e proprio isolamento intorno a lei, d’altro canto l’assenza più evidente e percepita, la più dolorosa e vissuta, è quella della figura materna alla quale varie liriche sono dedicate o in qualche modo ispirate. Mi riferisco in primis al bel canto della lirica “Eccomi, torno a te” nella quale l’io poetico auspica una sorta di ricongiungimento alla madre, questa volta la Madre intesa come la Vergine, in un testo dall’altissima empatia emozionale. La rassicurazione che la donna cerca mediante l’atto linguistico della prece è al contempo una attestazione amara della condizione dei tempi attuali dove sono “L’ombra del dubbio, l’ingenerosità,/ La paura di credere. L’ignavia” (19) a far da padroni in un mondo che ha smarrito il suo reale scopo, quello della pacifica convivenza e del mutuo soccorso. In “Madre, com’è difficile salire” echeggia il lamento accorato a un percorso congiunto dove il senso di protezione e l’affido vengono invocati come unica possibile rassicurazione: “Dammi la/ tua forza, madre. Non lasciarmi sola” (22).
All’interno di pieghe liriche che fanno della memorialistica e il disincanto della nostalgia a dominare, la Nostra non manca di mostrare particolare attenzione anche al mondo di fuori, al contesto locale, all’ambiente sociale che la circonda. Comprensibilmente critica nonché frustrata da un mezzo di comunicazione divenuto mercé del vizio e dove debutta mai declassato il male, in tutte le sue forme, così la Nostra si espone sul fenomeno televisivo: “Le nostre case/ [con] schermi a tutto spiano rimbombanti/ di storie di miserie e rumorose./ E dove le parole si parlano da sole” (20). Colpisce il frastuono indistinto delle notizie che aggiornano sulle sciagure e i massacri, gli atti nefandi dell’uomo imbastardito in un complesso di relazioni che è svilito e deturpato del sentire umano tanto che tutto si fa assordante e silente, altisonante e vacuo, autoreferenziale e dannatamente virale.
Rosanna Di Iorio, autrice del libro
Struggente per il magma emozionale ivi contenuto è “Lasciatemi sola”, una lirica-manifesto, di impatto eppure assai intima, quasi come venisse recitata lentamente, con un tono flebile. Il tono impiegato, annunciatorio e senza possibilità di replica, mostra un atteggiamento perentorio nell’esigenza compassata della donna di poter trovare e ritrovare se stessa, lontano da schiamazzi o ritualità, avvolta dall’abbraccio del silenzio nel quale “[si] sent[e] padrona/ di tutto” (27). In quello che potrebbe apparire come un gravame d’accoglimento e un senso di una spersonalizzante nullità, la Nostra è in grado di fronteggiare le idiosincrasie del vissuto (“l’amore e l’amaro”, 27) ma di svelare anche a se stessa che “Vivere è un sonno atteso” (28).
Solenni e capaci di trasmettere con ardore la sensazione di precarietà dell’esistenza sono i canti lirici “Prima un boato”, memoria del tragico terremoto che colpì l’Abruzzo nel 2009, “Fiori di Bucarest” che ci parla dell’infanzia negata di ragazzini costretti a convivere nel “nonsenso di un crudele inganno” (55), il canto straziante dedicato alla piccola Sarah Scazzi, protagonista di una delle vicende più nere della cronaca nazionale. La Nostra ha titolato la lirica “Impazzite le rondini nel cielo” a dimostrazione di una Natura che, allibita dinanzi a quanto accaduto, cerca la fuga anelando uno spazio libero ed incontaminato finendo, però, per sviarsi e perdersi nel cielo. Uno stormo di rondini impazzite è forse una delle metafore più ricche e sostanziose di questo libro di Rosanna Di Iorio, una di quelle immagini che più restano indelebili della sua poetica.
Può succedere a volta a chi si affida
a un’ombra incerta che nasconde ambigui
tormenti. (63)
Nel doloroso carme civile percepiamo l’animo affranto della Nostra, assai partecipe al lutto della ragazzina, alla dissacrazione dell’infanzia, all’abbattimento delle speranze. “Non trovo le parole per cantarti,/ ora che sei partita” (63) scrive in apertura alla terza strofa, ma in realtà così non è perché nei venticinque versi è assai capace di trasmetterci il dolore, l’indolenza della coscienza, il senso di smarrimento e la rabbia atavica di chi, proprio come lei, nutre un sentimento di sprezzo nei confronti di chi minaccia il senso di comunità.
Con questo linguaggio dove spesso la mestizia è di fondo ed i toni non di rado si fanno grigi, la Di Iorio mostra una società che sembra essere anacronistica: dotata di ogni bene e sistema di sviluppo ma ancora ingabbiata in forme di pensiero errate e deviate, come l’adozione della violenza sulla donna o, ancor più, la pandemica cancrenizzazione di drammi quali fame e guerra che sviliscono il genere umano. Siamo tutti “in marcia verso/ sconosciuti futuri o inesistenti” (98) chiosa la Nostra in una delle liriche più dolci ed avvolgenti; ai pensieri di questa portata si legano gli squarci della cronaca che riporta sempre desolanti notizie come l’immagine insostenibile degli “occhi dei bambini/ piegati dal dolore” (124). Difficile non leggere il senso di fastidio della Nostra verso comportamenti lascivi, passivi, omertosi, indifferenti, disinteressati verso realtà che necessiterebbero ascolto e vicinanza. In un mondo che spesso non perde tempo a dare il peggio di sé e dove ogni azione, dalla meno responsabile alla più pesante, avrà di certo un suo effetto:
Nella letteratura postmoderna o addirittura post-post-moderna (esistono in effetti vari sistemi di organizzare la temporalità che segue la lunga “era” moderna), non è più accettabile e anzi è insultante proporre una scrittura classicista, che abbia in sé una riproposizione di strutture, forme e tematiche di cui ci si è già occupati, proposti e riproposti con scadente originalità e mancanza di una chiara finalità se non quella meramente utilitaristica della scrittura votata al pulcioso intrattenimento.
E’ una fortuna che esistano nel nostro oggi persone come Iuri Lombardi, un intellettuale complesso, fortemente poliedrico e di un’inesauribile cultura, che rifiutano di mettersi in-cathedra per insegnare ma che si pongono ai margini della realtà sociale, per interagire con essa e colloquiarci. Il sistema culturale di Iuri Lombardi, il suo bagaglio di conoscenze da cui attinge e costruisce richiami e parallelismi, è una cultura che non è tanto il risultato di una “accademiacizzazione” sui classici e gli intramontabili (che pure conosce egregiamente), ma è fatta a partire da autori che potremmo definire di serie C se non di serie Z. E si badi subito bene che questa definizione non risponde a un cliché meramente estetico-qualitativo, responso dei più, ma è una considerazione indotta, pure dolorosa, che va fatta come chiara critica nei confronti di marchi editoriali, più o meno noti, che non hanno dato spazio né continuano a darlo (né sembra che lo daranno in un futuro prossimo) ad autori che non furono di nicchia (questa è la spiegazione stupida che qualcuno tende a dare) né di bassa lega, ma che, per sconclusionate e schifose leggi di mercato, si sono visti tagliare le gambe. E’ grazie a Iuri Lombardi che ho potuto conoscere autori come Giorgio Saviane, Pier Vittorio Tondelli e riscoprire Dario Bellezza (solo per citarne alcuni). Tutto questo per dire che la letteratura che fa Iuri Lombardi è una letteratura militante (non inteso in senso politico), di battaglia, fondata sull’intertesto e necessariamente collocata nello spazio iper-urbano, s-personalizzante, alienante, rombate, dove gli uomini sembrano perdere la loro identità per diventare semplici frammenti di un grande automa pre-programmato.
La letteratura di Iuri Lombardi è una continua analisi sull’esistenza, un mettere in crisi la Ragione, è spogliare il mondo del visibile per percepire l’invisibile, è una lotta con se stesso, è una apologia del camaleontico, è un flusso di coscienza ripudiata, è un coltello appuntito che fende la materia facendola sanguinare. Questa prerogativa è sicuramente avulsa da uno scrittore che non tratta di gialli, di morti misteriose, inquisizioni, ricatti e pedinamenti, ma semplicemente della vita che si maschera a commedia. Nelle narrazioni recenti di Iuri Lombardi, infatti, assistiamo a un mondo che sembra essere arrivato al capolinea, dove le normali leggi della normalità e della convenzione sono state messe alla berlina, dove gli atteggiamenti dei protagonisti sembrano essere enigmatici, paradossali, privi di concretezza nel reale.
E’ chiaro che in questo procedimento organizzativo che Iuri Lombardi fa, che la teatralità degli eventi e degli stessi personaggi sia lampante, addirittura non voluta, ma in grado di consegnarci personaggi che in realtà sono chiaramente degli attori. Parvenze che assurgono a un ruolo, marionette che vengono mosse perché così è stato stabilito dal regista di scena che lo stesso autore è. Ne abbiamo avuto abbondantemente prova con lo scanzonato e ultra-riflessivo Iuri dei Miracoli dell’omonima opera, chiaro riflesso dell’autore-attore che si cela non visto con un’attenzione smaniosa dietro il damasco delle tende del sipario.
Ritorna in questa nuova opera l’aspetto mimico-pratico, gestuale, quello della rappresentazione scenica e non è un caso, infatti, che l’autore abbia deciso di scrivere per la sua prima volta un “dramma in versi liberi”. Pur non essendo un drammaturgo, Iuri Lombardi si cimenta con un genere letterario, quello del dramma, che ha una sua amplissima tradizione e strutturazione e mostra con maestria di saper essere in grado di mantenere la presa nel lettore. Interessanti e direi assolutamente pertinenti anche i vari squarci lirici presenti qua e là nel corso dell’opera e che sottolineano ancora una volta la grande versatilità dell’autore nel sapersi destreggiare con forme diverse di scrittura.
Il Iuri Lombardi persona trasuda da ogni verso contenuto in questo dramma che in effetti può essere considerata come ulteriore attestazione pratica del suo modo di intendere la vita dell’uomo. La Spogliazione, assieme al racconto-manifesto Iuri dei Miracoli, rappresenta di certo l’anima pensante dell’autore su una serie di questioni di rilevante importanza. Ciò per cui si batte Iuri Lombardi è l’ascesa della novità, il bisogno di proporre modelli nuovi, mai sperimentati e da sperimentare per la prima volta, abbattere le categorie e tutti i sistemi pre-costituiti per organizzare il pensiero. E’ così che la normalità intesa in senso lato deve essere rifiutata e riscritta in nome di una nuova normalità che, contravvenendo alla normalità socialmente costituita, non potrà che essere considerata dai più come un’a-normalità, una distorsione, una perversione, una blasfemia.
Iuri Lombardi, autore del libro
Il discorso che Iuri fa sagacemente con queste pagine che il lettore si appresta a leggere è proprio questo: dal rifiuto della letteratura della casalinga di Voghera, Lombardi si proietta verso il normale innalzamento della cosiddetta denigrata low literature. La scrittura di Lombardi, infatti, propone la rivalutazione attenta del già detto mediante la rivisitazione, la ri-narrazione adottando la sensibilità della postmodernità nella quale il fenomeno del re-writing rappresenta uno dei poco curati affluenti torrenziali che conducono poi al grande fiume.
La Spogliazione non è che una riscrittura del personaggio biblico di San Giovanni Battista che viene a trovarsi nella nostra attualità. Del Battista originario c’è poco (la sua comunione con le acque, il suo essere esponente di rispetto all’interno dei testi dei Padri della Chiesa, la sua aurea di religiosità) ed esso in effetti è un punto di partenza pretestuoso per Lombardi che sviluppa una storia singolare, drammatica, che fa riflettere o che addirittura può far inalberare qualcuno. Perché in questa attualizzazione del Battista, Lombardi non può far altro che adoperare un abbassamento del personaggio (o addirittura abbruttimento) che corrisponde direttamente a una progressiva perdita della sacralità per le sue malefatte: l’essersi reso responsabile (e non colpevole, si badi bene!) a un atto di sodomia, l’aver fornicato, l’aver adottato atteggiamenti e frequentazioni poco consoni a un esponente del Clero. Tutto questo fa del contemporaneo San Giovanni un eretico, un sodomita, un maledetto, un perverso, uno schifoso e un folle. Ma in effetti il nuovo Battista, costretto a battezzare nuove anime nelle putride acque dei Navigli è espressione secondo Iuri Lombardi di nuove esigenze, di nuove forme d’espressione, dell’abbattimento di ferrei limiti, di tabù retrogradi e pericolosi.
Sul palcoscenico predomina quindi la perversione, l’atto sessuale descritto spesso da Lombardi come “l’atto del darsi” (che contestualmente presuppone l’atto del ricevere in una logica di duplice scambio), la nefandezza del pensiero pusillanime che trova compimento nella realtà, il Verbo che si fa Carne. Le domande che il lettore potrebbe farsi al termine della lettura sono in effetti tante e di sicuro ci sarà chi considererà questo scritto blasfemo, addirittura indegno, preoccupante e indecoroso nei confronti di una religione che si fonda su insegnamenti morali, civili e sociali per mezzo di parabole e vicende della Sacra Bibbia. Si potrà vedere una certa pretestuosità nel trattare dunque la religione e nel sapere che il Battista è diventato un sodomita, poi un travestito, un evangelizzatore da due soldi costretto a riposarsi in un alberghetto dappoco e in ultima battuta, tormentato dal “crimine” delle sue malefatte, della sua condotta libertina –della quale però non si sente di pentirsi- costretto a fuggire e a riparare in uno sgabuzzino dietro il palco di un teatro.
E’ un San Giovanni che diventa Don Giovanni e che come quest’ultimo cerca, invano, un avvicinamento alla cosiddetta normalità mal-rappresentata da Don Luca della Cipria (la parola “cipria” richiama il trucco e quindi un mondo falso e di finzione). Non ci sarà nessuna espiazione, proprio perché il Battista new age ha operato nella SUA normalità, senza contravvenire alle leggi del suo cuore, ai suoi bisogni e alle sue volontà. A differenza del Don Giovanni, però, che tenta fino all’ultimo di ottenere un pentimento da parte di Dio, il Battista, che è dotato della sua sacralità, decide di fare i conti da solo, scegliendosi la sua stessa fine. Fine che immaginiamo sarà l’atto ultimo dei suoi tormenti, a meno che il nostro affabulato narratore non abbia già in mente un ritorno sulle scene di San Giovanni, o di suo figlio, data la rottura del condom con la donna che ha posseduto. Condom che, rompendosi, avrà di certo riversato il suo contenuto nel liquido mare-magnum della donna, proliferando il seme della follia che rinascerà come un’acqua sorgiva il cui flusso non conoscerà mai fine.
Dal materiale spermatico di San Giovanni Battista rinascerà la Vita e il ciclo delle Acque, così, si ravviverà nel tempo, pur nell’inganno e nell’incredulità dei più.