Intervista al poeta e performer Max Ponte. A cura di L. Spurio

Max Ponte è nato nel 1977, vive e lavora a Torino. Si è laureato in Filosofia all’Università di Torino con una tesi in Estetica. Svolge attività di ricerca presso l’Università di Parigi-Nanterre. Sue poesie e racconti sono stati pubblicati in antologie, riviste e raccolte collettive. Per la poesia ha pubblicato Eyeliner (Bastogi, 2010) e 56 Poesie d’amore (granchiofarfalla, 2016), mentre per la saggistica Potere Futurista (2015). Ha curato alcune mostre di arte contemporanea e di poesia visiva. Collabora con il blog letterario “La Poesia e Lo Spirito”. Si è occupato per anni di poetry slam promuovendo eventi poetici in tutta Italia. Nell’agosto del 2016 ha creato “L’Angelico Certame”, una gara poetica da lui ideata e realizzata in tutti i suoi particolari, dal nome al logo ad ogni aspetto del progetto e del regolamento. Il suo blog personale è http://maxponte.blogspot.it/

 

L.S.: Quando ti sei avvicinato per la prima volta alla poesia e quando hai scritto il tuo primo testo?
M.P.: Mi sono avvicinato per la prima volta alla poesia alle scuole elementari. Una maestra eccezionale, poetessa, mi trasmise il fuoco sacro per l’arte della parola e mi fece partecipare al primo evento, La Festa dell’Albero, nel quale i bambini erano invitati ad intervenire con testi poetici o disegni. Non avevo mai preso in mano un microfono fino a quel momento e tremavo.
 L.S.: Che ruolo ricopre la poesia nella tua vita?
M.P.: La poesia ricopre un ruolo centrale, essenziale, insostituibile nella mia vita, pare quasi retorico ma non lo è. Senza la poesia sarei scomparso tante di quelle volte da non ricordarmi neanche di me stesso.
L.S.: Che cosa ne pensi della poesia civile contemporanea o pseudo tale, quella gran fetta di testi poetici che, con stili e linguaggi anche molto differenti tra loro, trattano dei drammi sociali, dei casi d’inadeguatezza dell’uomo contemporaneo e dei suoi disagi, dell’allarmismo terroristico e tanto altro ancora?
M.P.: Esiste veramente un tal filone? Penso comunque che sia lodevole il tentativo di fare poesia civile, ritengo sia estremamente delicato ed è una vocazione più specifica a quella generalmente poetica che si deve avere. Le mie poesie civili sono poche, ne ricordo una contro il terrorismo, vorrei in questi giorni, dopo una lunga mobilitazione sindacale alla quale ho partecipato, scrivere un testo sul lavoro, i licenziamenti, la disoccupazione.
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Max Ponte
L.S.: Tra i tuoi maggiori interessi figura lo studio dell’avanguardia futurista alla quale hai dedicato una pubblicazione dal titolo “Potere futurista” (2015). Da cosa nasce tale interesse e in che modo si è sviluppato nel tempo?
M.P.: L’interesse per il futurismo fa parte di uno slancio vitale tutto bergsoniano che ho inseguito e ritrovato concretizzato nel movimento marinettiano. Nei futuristi c’è tutto il desiderio, tutto l’ardore e tutta l’ingenuità di chi vuole vivere e trasformare la realtà. Iniziai a studiare i futuristi autonomamente, e dopo la tesi in estetica dedicata a Marinetti e soci, ho proseguito. Del futurismo ho affrontato due aspetti: il rapporto fra l’arte e la politica trattato in Potere Futurista, dalla mia tesi in Estetica; e un argomento più circostanziato come quello performativo e competitivo della poesia futurista.
L.S.: Quali consideri gli esponenti principali della letteratura futurista? Perché?
M.P.: Mah, l’esponente principale della letteratura futurista è senza dubbio Filippo Tommaso Marinetti. Certamente Govoni, Palazzeschi, Soffici, Folgore hanno goduto e godono di grande attenzione. Però tutto va riportato a chi ha definito o meglio proposto una poetica (spesso disattesa), cadendo in disgrazia per il suo stretto rapporto, seppur critico, col fascismo. Il Manifesto del Futurismo redatto da Marinetti e pubblicato il 20 febbraio 1909 su Le Figaro (ma prima su altre testate) è un capolavoro, i manifesti sono testi letterari e poetici in forma programmatica. E il genio di Effetì, come lo chiama Giordano Bruno Guerri, merita molto di più. Oltre ai manifesti ricordiamo i romanzi, la creazione delle tavole parolibere, partiture per gli occhi e per la voce. Si potrebbe iniziare dalle prime poesie simboliste per arrivare fino all’ultima opera, Il quarto d’ora di poesia della X MAS. In questa parabola alcuni vertici come Zang Tumb Tumb per la poesia e Mafarka il Futurista per la narrativa. Quando non ritrovai Marinetti in un’antologia della poesia italiana come il Mengaldo mi inalberai fortemente. Mengaldo incluse in Poeti italiani del Novecento alcuni grandi poeti futuristi ma escluse il loro maestro, colui che aveva creato l’orizzonte indispensabile a quella generazione d’autori. Scelte come questa sono dettate da una matrice ideologica e da una volontà di rimozione. La pubblicazione di un Meridiano su Marinetti da parte della stessa Mondadori diede invece in quegli anni un segnale diverso. 
L.S.: Trovi che vi sia nella poesia e nella letteratura d’oggi qualcosa che sia erede della sensibilità futurista?
M.P. Solo esperienze isolate che non stanno emergendo, dal poetry slam alla poesia elettronica, e non stanno emergendo forse per il troppo provincialismo che c’è in autori, operatori e pubblico.
L.S.: Che cosa ne pensi delle contaminazioni artistiche come ad esempio la body poetry, la visual poetry o la performance poetica? Rappresentano delle forme valide per far cultura e giungere a un pubblico poco incline alle forme tradizionali?
M.P. Forme validissime ma senza un’attività di educazione nelle scuole e sul territorio non andiamo da nessuna parte. Perché il pubblico non coglierà la parte propriamente poetica e ne vedrà solo il mero spettacolo, prendendolo come una sortita ludico-teatrale o peggio da avanspettacolo, magari la performance risulterà gradita ma decontestualizzata dalla sua matrice letteraria.
L.S.: Recentemente hai tenuto un intervento in una conferenza tenutasi a Jesi relativamente al futurismo, dove hai relazionato in merito al fenomeno del poetry slam quale possibile derivato delle rissose serate futuriste. Ti andrebbe di tracciare il collegamento analizzandone i maggiori punti di contatto tra le due realtà performative?
M.P.: Il legame è alla base della mia ricerca e della mia tesi di dottorato. Il poetry slam italiano è approdato ai lidi delle patrie lettere grazie all’onda lunga avanguardista (disegnata da avanguardie storiche e neoavanguardie). Lo confermano le appartenenze di chi lo slam l’ha portato in Italia (Lello Voce proveniente dal Gruppo 93) e altri protagonisti della scena italiana vicini al mondo di Adriano Spatola, Arrigo Lora Totino, Nanni Balestrini. La possibile connessione fra la prima avanguardia e il poetry slam è più forte di quello che si possa pensare perché nel patrimonio marinettiano ci sono anche le gare poetiche, quasi nessuno se lo ricorda ma è così. Il concetto di poesia come sport è tutto marinettiano. Ho provato a parlarne in un saggio dal titolo Poetry Slam and Futurist Poetry Competition in International Yearbook of Futurism Studies 6 (2016).
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Max Ponte durante la conferenza sul futurismo svoltasi a Jesi (AN) il 12-02-2017 assieme al critico d’arte prof. Armando Ginesi, specializzato nelle avanguardie letterarie.

 

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La slide d’apertura dell’intervento di Max Ponte alla conferenza sul futurismo tenutasi a Jesi (AN) il 12-02-2017 organizzata dalla Ass. Euterpe.

 

L.S.: Quale è lo scopo della poesia performativa?
M.P.: Dare o meglio restituire corpo alla poesia, avvicinarla ancor più alla vita da cui proviene.
L.S.: Nel 2013 hai contributo a fondare la Lega Italiana di Poetry Slam (LIPS) divenendo primo segretario e mantenendo tale carica anche nell’anno 2014. Che ricordi hai di quel periodo e in particolare quanto lavoro e collaborazione ci furono tra i vari futuri fondatori prima di giungere alla costituzione di tale ente associativo?
M.P.: La nascita della LIPS fu un evento accompagnato da grande entusiasmo, e l’idea mia e dei fondatori era quella di unire tutte le realtà italiane del poetry slam (tutte le gare e tutte gli organizzatori italiani sparsi per la penisola), cosa che avvenne per la prima volta nel 2013 a Trieste. Fu un progetto ambizioso e un risultato notevole nella grande frammentazione culturale del nostro paese. Dopo pochi mesi mi accorsi che non si poteva andare avanti in quel modo, che i contrasti e le differenze e le beghe e gli interessi di bassa lega mi stavano pesando troppo. Uno scontro nel direttivo della LIPS successivo alla prima finale nazionale fece sì che io ed altri poeti uscissimo dall’associazione. Nacque qualche mese dopo SLAM ITALIA che coordinai con Bruno Rullo per due stagioni fino a lasciare al mio socio le redini. Oggi in Italia esistono due campionati di poetry slam, uno più strutturato sicuramente, quello della LIPS e un altro, un po’ meno incisivo ma attivo, quello di SLAM ITALIA. E son felice di poter aver dato il via ad entrambi. Oggi mi occupo di poetry slam soltanto come studioso come ricercatore come osservatore, dopo tanti slam ho l’urgenza di vivere e proporre altre dimensioni poetiche.
L.S.: Nel 2016, dopo un’esperienza di collaborazione con Bruno Rullo, coordinatore di Slam Italia – Rete Italiana di Poetry Slam, hai ideato “L’Angelico Certame”, una “gara poetica realizzata in tutti i suoi particolari, dal nome al logo ad ogni aspetto del progetto e regolamento” (come si legge sul sito ufficiale: www.angelicocertame.org). Come mai l’esigenza di creare un format che provveda a organizzare poetry slam svincolato dagli enti associativi preesistenti?
logo-angelico-certame2.jpgM.P.: L’Angelico Certame, come potrai leggere dal regolamento, non è un poetry slam. Bisogna forse chiarire di che cosa stiamo parlando. Il poetry slam è una gara di poesia in cui il poeta viene votato da una giuria interamente popolare, sorteggiata o individuata sul momento. Il poeta deve presentare poesie proprie in un tempo massimo di 3 minuti e non può usare oggetti di scena, costumi. Insomma la dimensione è più che altro orale, anche se può avere degli sviluppi performativi, dipende altresì dalla bravura di occupa la scena. Il format del poetry slam inventato dal poeta-operaio Marc Kelly Smith (lanciato nel 1986 negli USA e arrivato in Italia nel 2001) è abbastanza semplice, è la scoperta dell’acqua calda. Semplice sicuramente ed efficace ma con dei limiti espressivi, valutativi e culturali. Per questo dopo un’estate di meditazioni nel settembre del 2016 ho presentato per la prima volta a Torino L’Angelico Certame, un progetto poetico differente, rivolto a chi vuole provare un altro gioco. Si tratta sempre di una gara poetica (esistono dall’antichità per altro) a mio avviso più ricca, più raffinata e certamente più complessa. Il mio obiettivo quello di avanzare una proposta tutta italiana in grado di garantire l’espressività totale del poeta performativo. Chi partecipa all’Angelico Certame deve attraversare tre prove, la prima di improvvisazione su un tema scelto, la seconda orale/performativa, la terza di carattere teatrale o artistico. Inoltre il poeta è valutato da una giuria mista (popolare e tecnica) e ha un tempo di soli due minuti per le prime due prove. Siamo arrivati al sesto Angelico Certame ad oggi e il progetto è in piena espansione.
 
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Max Ponte durante uno dei suoi eventi

 

L.S.: La presenza di una giuria popolare nel poetry slam, vale a dire non caratterizzata da professionisti della letteratura, poeti, critici, studiosi è una delle prerogative fondanti del regolamento ufficiale che tende a sottolineare l’esigenza di una popolarità e democraticità della poesia. Come mai l’idea di inserire ne “L’Angelico Certame” una giuria mista formata – in parti uguali – da membri scelti tra il pubblico e altri da una compagine tecnica?
M.P.: Ti riporto direttamente il regolamento de L’Angelico Certame: «La presenza di una giuria mista nel corso della manifestazione conferisce equilibrio alla competizione rispetto ad una giuria formata di solo pubblico o di soli addetti ai lavori. Tale formazione rispecchia a tutti gli effetti la realtà della poesia contemporanea in cui la “critica” (in senso lato) e i “lettori” sono soggetti determinanti nel futuro di un autore.» Sottolineo poi altre due cose, che i giudici sono 4 (2+2) e che il campionato ha durata biennale, non ha un rush finale ma il poeta vincitore è colui che porta a casa più gare o a parità di gare il punteggio più alto.
 L.S.: Nella terza parte di gara de “L’Angelico Certame” si dà spazio alle contaminazioni artistiche tra poesia-immagine, poesia-musica, poesia-teatro e poesia-danza, rendendo ben più ampie le possibilità esibitive ed espositive del certante (lo slammer). Da quali considerazioni personali è derivata l’esigenza dell’inserimento di questo atto performativo multidisciplinare?
M.P.:  L’Angelico Certame nasce dalla presa di coscienza dei limiti, imposti o auto-imposti, dalle gare poetiche a cui avevo partecipato. I limiti vanno superati col coraggio e questo format è rivolto a coloro che vogliono provare a staccarsi dal suolo della consuetudine. L’angelo/poeta è un messaggero che può andare ovunque ma lo deve fare con efficacia, rapidità e portando la sua novella.
 L.S.: Lello Voce parlando dell’elemento agonistico dello slam ha osservato che è “dal combattimento che può nascere qualcosa di nuovo, dal riconoscimento della nostra differenza affidato alla comunità […] Solo dal dialogo può nascere una lingua che ancora non c’è. […]  I poeti sono – tutti o quasi – ferocemente competitivi”. Che cosa ne pensi? Sei d’accordo con lui? Perché?
M.P.: Sono d’accordo, anche se poi si è soliti ripetere retoricamente che il combattimento non sia altro che un’occasione per diffondere poesia, che il punto è la poesia e altri blabla. Ma è evidente che la “scusa” della diffusione della poesia rientri essa stessa in un procedimento per trovare scuse. I poeti non sono certo dei bénévoles, sono affetti da competizione, narcisismo, individualismo, sindromi che se non volgono al meglio rendono il poeta un pessimo artista e un pessimo essere umano. Da non conoscere personalmente e da non leggere. Perché tout se tient.
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Max Ponte durante un evento de “L’Angelico Certame”
L.S.: Nella tua significativa esperienza di MC puoi sostenere che esistano testi poetici più adatti a un poetry slam rispetto ad altri? Se sì, quali peculiarità li contraddistinguono?
M.P.: Tutti i testi sono potenzialmente adatti dipende da come vengono performati. Per valutare un poeta performativo bisognerebbe avere un documento video. Detto questo, il testo lineare rivela nella maggior parte dei casi la capacità creativa del poeta e in mancanza d’altro ci si affida a quello.
L.S.: Credi che il timore dello uno slammer nell’esibirsi per primo in una competizione dovuto al pensiero di ricevere una votazione tendenzialmente bassa dalla giuria sia concreto? Perché?
M.P.: Penso sia un timore e basta, potrebbe ricevere una votazione anche alta, e comunque le gare di solito non iniziano “a freddo” ma sono aperte da un reading o da un giro in cui si simula una votazione.
L.S.: Il performer sudamericano Rojo Cordova in una dichiarazione ha avuto modo di osservare che “Il poetry slam è l’elemento quintessenziale della letteratura”. Credi che al poetry slam vada riconosciuto un qualche valore letterario?
M.P.: In se stessi i format poetici, più o meno strutturati che siano, il poetry slam, L’Angelico Certame, gli open mic, i reading, e se vogliamo pure i festival, non sono che cornici, forme, la differenza la fanno i poeti singoli. Queste cornici possono avere certamente un valore letterario, e mi auguro che ce l’abbiano, ma tale valore è fluttuante. Le “cornici” sono da assumersi come laboratori, fucine di talenti, come spettacoli in cui avere punti di osservazione privilegiati sulla poesia italiana contemporanea.
 L.S.: Sono vari gli intellettuali che non hanno mancato né si esimono dal mostrare una certa perplessità nei confronti del poetry slam. Tra di loro Jacopo Raimunda ha osservato che “[esso è] meno efficace rispetto alla lettura di un testo, lettura silenziosa o ad alta voce, ma comunque in solitudine, con più attenzione e con meno filtri. Secondo me la parola scritta è più precisa, più puntuale della parola letta e la precisione è uno degli ingredienti fondamentali della potenza”. Che cosa risponderesti a una simile osservazione?
M.P.: La poesia nasce come poesia orale non come poesia scritta, si potrebbe ribaltare tutto dicendo altresì che la poesia scritta non abbia la stessa capacità espressiva di quella orale. Si tratta di due modi diversi di poetare, che possono comunicare fra di loro, non dobbiamo cercare contrasti inutili. Oggi ci sono poeti che vivono entrambe le dimensioni e i filoni di ricerca, il contrasto è il residuo di un’eterna querelle fra partigiani dello sperimentalismo e partigiani della tradizione, ma oggi sinceramente possiamo occuparci d’altro.
 L.S.: Che cosa ne pensi degli slam in cui gli organizzatori provvedo a una pre-selezione dei poeti che attueranno quali slammers?
M.P.: Mi pare sia opportuno fare così in tutti gli eventi poetici.
 L.S.: A un poeta che non ha mai tentato la strada del poetry slam gliela consiglieresti? Adducendo quali ragioni?
M.P.: Consiglio a tutti i poeti di lavorare sulla parola, mettersi in gioco e partecipare agli slam e soprattutto a L’Angelico Certame.
L.S.: Quali pensi che siano o possano essere le derive poco felici di un cattivo svolgimento del poetry slam o di una malsana accettazione di sé in quanto slammer nel caso di una mancata affermazione?
M.P.: Derive sono presenti e attengono a quelle deficienze comportamentali e umane delle quali parlavamo prima. Deriva sommamente infelice è a mio avviso che il mondo poetico, già marginale in se stesso, diventi autoreferenziale perdendo la capacità di sedurre.
L.S.: Credi che l’indifferenza di alcuni intellettuali verso questa tendenza performativa che è lo slam sia una sciatta miopia o che abbia, invece, più i connotati di una mancanza di giudizio critico verso un fenomeno sociale agglutinante che ha diritto di essere tenuto in considerazione e studiato?
M.P.: Un intellettuale o un letterato o un ricercatore di comprovata onestà non possono e non devono trascurare i fenomeni odierni di poesia performativa. Chi li trascura coltiva solo il proprio orticello. Mi pare che sia una tendenza tutta appartenente alla nuova e supponente ignoranza quella di procedere senza una visione d’insieme, come particelle sparate nella società, sempre più povere sempre più deboli.
Grazie per il tempo che hai dedicato a rispondere alle domande.
Lorenzo Spurio
07-01-2018
La riproduzione di questa intervista, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  
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Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

“Scrivere significa vincere il tempo”, il volume antologico di testi per ricordare la giovane Sara Iommi

Venerdì 23 dicembre alle ore 17:30 presso la Biblioteca Comunale di Agugliano (AN), recentemente dedicata alla memoria della giovane intellettuale Sara Iommi, si terrà la presentazione di un volume fortemente voluto dalla sua famiglia per ricordarla. Libro nel quale la casa editrice Italic Pequod di Ancona ha pubblicato una serie di testi, commenti, riflessioni e appunti che la ragazza, grande amante della letteratura e della cultura locale, ha lasciato.

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Sara Iommi

Così si definiva la giovane Sara Iommi sul seguito sito internet da lei curato, deceduta all’età di trentatré anni lo scorso giugno a seguito di un gravissimo incidente stradale che l’ha strappata a i suoi cari e a quanti l’hanno entusiasticamente conosciuta: Marchigianetta trapiantata (dolorosamente) in Emilia. Bibliofila, gattofila, lunatica, curiosa, nomade. Comunista. Coraggiosamente fragile. Apparentemente semplice. Un po’ martire come tutte le donne. Trafficante di sogni, stupratrice della penna (o della tastiera)”.

Appena un anno prima aveva conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Bologna con una tesi dal titolo “La rappresentazione cinematografica del mondo agropastorale nel documentario corto italiano (1939-1969)”. Nel corso degli ultimi due anni lavorò presso l’ E.C.Co. (EASTERN COLLEGE CONSORTIUM) di Bologna, un consorzio di Università americane (Vassar College, Wellesley College e Wesleyan University) dapprima come istruttore amministrativo poi come docente del corso “Il mondo che abbiamo perduto. L’Italia degli anni Cinquanta tra cultura tradizionale e modernità”.

Numerose le sue pubblicazioni in volumi antologici: i saggi “La rappresentazione cinematografica delle donne nel mondo contadino dell’Emilia Romagna”; “Della fine di un mondo. Vittorio De Seta”, “Presupposti per una formazione dell’audiovisivo a partire dall’ambientazione filmica”, “The Film’s setting. Notes for a pedagogy of the space/environmental functions of film”, oltre ad alcuni racconti.

Vari i riconoscimenti e le segnalazioni ottenute in numerosi premi letterari nazionali tra cui per il racconto tra cui al “Corto letterario e l’illustrazione” di Varese, al Premio “Uscita di sicurezza” di Lucca, al Premio “Città di Melegnano” e la nomina di “Aguglianese per la cultura” per meriti di produzione narrativa.

Durante la presentazione del volume Scrivere significa vincere il tempo, patrocinata dal Comune di Agugliano, interverranno il giornalista Rai e scrittore Giancarlo Trapanese, Lucia Tralli e Gabriele Ponzi.

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“Ceramiche a Capodanno” di Rita Angelelli, prefazione di Lorenzo Spurio

Ceramiche a Capodanno di Rita Angelelli

Le Mezzelane Edizioni, S. Maria Nuova, 2017

Prefazione di Lorenzo Spurio 

ceramiche-webIn un percorso tra versi intimi e meditazioni più riflessive con le quali Rita Angelelli affronta il tema della violenza di genere, questo libro fornisce una congrua immagine –in termini letterari- di quanto la cronaca giornalmente ci informa: stupri, violenze psicologiche, casi di abuso, stalking serrato, minacce sino ad arrivare all’epilogo più truce, la morte. Cambiano le modalità, è vero, anche se le armi da taglio sembrano –forse per un retaggio ancestrale di una cultura subalterna assai presente nel Belpaese- ancora avere il predominio, cambiano i contesti e i luoghi di origine, cambiano i nomi delle vittime ma non la disperazione e il tormento delle famiglie, non il colore del sangue versato né la natura folle dell’uomo.

Con un metro poetico equilibrato ricco di anafore e tautologie e un utilizzo lessicale di terminologie tecnicamente avulse al genere di riferimento, la Nostra ci parla di storie vissute e di storie degli altri, di amare vicende di dolore ed emarginazione domestica dove l’uomo prevarica accecato dalla gelosia o semplicemente si veste da bestia feroce per appropriarsi della donna come una preda.

È in questa maniera che si produce una cesura profonda, con lacerti gocciolanti sangue che solo raramente riesce a trovare una cicatrizzazione: si tratta del fenomeno della rottura a cui Rita si riferisce che è presente nell’intero libro. Quando l’amore diventa ossessione, quando la mano prima delicata e capace di far godere l’amata diventa arma di dominio, propaggine per brandire un’arma, si produce una rottura. È il segno che si è giunti a una situazione complicata, nociva e malgovernabile.

Le poesie qui contenute tendono a sottolineare l’universo emotivo di una donna, profondamente scissa e carente nell’autostima, che si vede di colpo diventare preda, oggetto, in un processo di brutalizzazione duro da sostenere e psicologicamente disturbante. La Nostra parla di tali circostanze come di momenti in cui “il cervello rischia di non farcela”. Non è solo il cuore, tradito da un atteggiamento di rivalsa e di dominazione a non reggere, bensì anche il cervello, il centro della ragione che, sopraffatta da una situazione di sottomissione e nullificazione di tal fatta, non è in grado di sostenere l’offesa e l’abuso.

Sono momenti bui che la donna spesso non riesce a prevedere né a gestire ricorrendo alla confessione con la famiglia, gli amici o a denunciare alle pubbliche autorità, vivendo in un abisso di terrore e di minaccia continua che il proprio uomo, nella versione antipodale della bestia, non rincari la dose e si avvalga su di lei in maniera ultima e decisiva con un atto lesivo e inguaribile, quello dell’assassinio. Si tratta di ciò che la Nostra definisce il “Crocevia/ più pericoloso della vita”, quel punto snodale nel quale è possibile assumersi la responsabilità di scelta ma che, nella sopraffazione psicologica, nell’abuso intellettivo, non riesce ad esser percorsa.

La lirica che dà il titolo all’intera raccolta –per altro la più ricca di simbologie allusive e la più impressionante- ci consegna l’estremizzazione di quel processo di rottura del quale si parlava che, in questo caso, si evidenzia in termini fisici: la rottura della bambola. Significato di una persona lacerata e distrutta, frutto di continue sevizie e tormenti, ma anche di una psicologia conturbata e annerita dall’effetto traumatico di questa esperienza. I cocci di questa bambola non sono solo le concrete partizioni di un essere donna che viene meno, che è stato sopraffatto e dilaniato dal potere di una mente malata, ma è anche la spoliazione dell’identità. I casi di violenza domestica e di violenza sessuale in genere, laddove non diano come risultato l’omicidio o il suicidio della donna (mezzo quest’ultimo che è comunque una forma di risposta, sebbene autolesionistica) producono in termini cognitivi un effetto spossante e schizofrenico risultando nell’aggravamento del caso clinico e nella maturazione di una forma di insania o patologia.

Pubblicazioni come queste non servono a risolvere il problema che è endemico e inarrestabile, anche a causa di precarie e non risolutive misure legislative previste dal nostro Codice Penale, ma serve, comunque a far capire che una bambola può essere rotta solamente da un bambino che ci gioca incautamente e non da un uomo maturo perché, così facendo, oltre a minacciare il senso di comunità, involve al bestiale. La ricorrenza alla dimensione religiosa che viene richiamata o ricercata in varie liriche amplifica ancor più il sentimento di inquietudine della donna, priva di baluardi e abbandonata a sé stessa, dove non resta che Dio, quale unico uomo buono, al quale appellarsi. Perché una donna che subisce difficilmente troverà la forza di vedere in un uomo di carne ed ossa una persona disinteressatamente buona e sensibile ai suoi bisogni, vivendo nell’ossessione dell’accaduto che, pur allontanata con una buona terapia, mai sarà completamente obliata.

Lorenzo Spurio

Jesi, 07-11-2016

 

Leggi l’articolo di Cinzia Baldazzi.

Selezione di poesie per l’antologia civile “Non uccidere” a cura di L. Spurio e I.T. Kostka

ANTOLOGIA TEMATICA

NON UCCIDERE

CAINO ED ABELE DEI NOSTRI GIORNI

Selezione di materiali

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Si selezionano poesie di impronta civile per una antologia tematica dal titolo “Non uccidere. Caino ed Abele dei nostri giorni” che sarà pubblicata da The Writer Edizioni nei primi mesi del 2017.

L’intenzione è quella di proporre, mediante una serie di liriche selezionate dai curatori Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, un percorso concreto all’interno di difficili dinamiche sociali che caratterizzano la nostra contemporaneità dove la violenza, l’indifferenza e l’abuso verso le minoranze sembrano dominare in modo ancor più marcato da come ci viene dato di conoscere mediante la stampa.

Questa antologia parlerà di ciò che di nefasto ed imprevedibile accade nel mondo, di quelle notizie terribili che giungono alle nostre orecchie e che ci fanno star male anche se non vissute direttamente. Il volume darà voce al tormento e alla sfiducia, ma anche all’indignazione e ai moniti di ribellione, farà parlare gli animi di persone che non accettano le ingiustizie che dominano in un mondo gravato dalla corruzione, dal materialismo, dalla facile convenienza. Canti di denuncia, brani di disprezzo e voglia di verità, brani impegnati o semplici riflessioni dettate dal clima di allarmismo e sfiducia nel quale l’uomo purtroppo in questi tempi è piombato.

A seguire le indicazioni tecnico-logistiche per poter prendere parte al progetto antologico:

Tematica:

Si prediligeranno tutti quei componimenti che lasceranno parlare l’uomo stanco di episodi di violenza e discriminazione, casi di violenza domestica, stupri, femminicidi, incesto, pedofilia, abuso psicologico e fisico, bullismo, episodi di xenofobia, omofobia, fanatismo, violazioni dei diritti, tirannie, sistemi corrotti e antidemocratici, nonché si riferiscano a una azione malvagia dell’uomo contro i suoi simili: guerre, scontri civili, lotte di autodeterminazione, segregazioni, discriminazioni razziali, religiose, etc., stragi, terrorismo, minaccia nucleare, insensibilità e disprezzo nei confronti dei propri simili, degli animali e degli ecosistemi.

In base alle varie tematiche i curatori provvederanno ad istituire sezioni interne dedicandole a ciascun argomento/tema trattato.

Non verranno accettate poesie che presentino elementi razzisti o di incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza, aspetti denigratori, offensivi, blasfemi, pornografici o politici.

Elaborati:

Ciascun poeta può inviare un massimo di tre poesie inedite in lingua italiana. Non verranno prese in considerazione poesie in lingue straniere o in dialetto, seppur accompagnate da relativa traduzione in italiano. Ciascun testo dovrà essere scritto e salvato in formato Word e dovrà avere una lunghezza massima di 30 versi (senza conteggiare gli spazi tra strofe, né il titolo). È gradito, in apertura a mo’ di dedica o in nota a piè di pagina, un accenno diretto al fatto storico/di cronaca al quale ci si riferisce con la lirica o da quale episodio è stata evocata. La nota dovrà essere breve e avere una lunghezza di non più di due righe.

Assieme alle tre poesie è richiesto l’invio della propria nota biobibliografica, in un altro file Word, che dovrà essere scritta in terza persona ed avere una lunghezza non eccedente le 15 righe.

Fotografie:

Si selezionano altresì immagini (fotografie) che richiamino o siano collegate ad una delle tematiche di cui sopra, affinché i curatori provvedano a scegliere tra quelle che perverranno l’immagine di copertina del volume. Ciascun autore può inviare un massimo di tre proposte. Le foto dovranno pervenire alla mail di cui sotto in formato .jpeg. Se di grande dimensioni potranno essere inviate mediante sistema di condivisione We Transfer e ciascuna dovrà avere l’indicazione del suo titolo.

Scadenza:

Gli elaborati dovranno pervenire alla mail proartem@yahoo.com   entro e non oltre il 10 dicembre 2016.

Selezione:

I curatori del progetto antologico, Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, leggeranno tutti i materiali pervenuti e provvederanno a selezionare quelli che a loro discrezione e giudizio riterranno più pertinenti e di buona qualità. Entreranno nel volume un massimo di 40 poeti che potranno essere presenti –a seconda della selezione- con un unico testo, due poesie o tutte e tre.

I curatori provvederanno ad informare dell’avvenuta selezione entro il 10 gennaio 2017 mediante comunicato diffuso sui Social ed inviato a mezza mail a tutti i partecipanti.

La selezione operata dai curatori è insindacabile e non verranno fornite motivazioni circa l’esclusione al progetto di determinati testi od autori.

Pubblicazione:

Ogni autore selezionato si impegna, con successivo modulo-liberatoria che verrà poi inviato, all’acquisto minimo di 2 (DUE) copie della antologia al prezzo di 20€ (VENTI EURO) comprensivo di spese di spedizione mediante piego di libro ordinario. Il pagamento dovrà essere fatto verso The Writer Edizioni i cui riferimenti verranno forniti in un secondo momento.

Beneficenza:

Scopo dell’iniziativa è quello di sostenere economicamente con questo progetto una realtà di emarginazione, dando vicinanza e supporto anche materiale nei confronti di un ente che si occupa della difesa delle donne

I curatori del volume, d’accordo con The Writer Edizioni, hanno deciso che i ricavi derivanti dalla iniziativa antologica detratti le spese di stampa e i costi tecnici editoriali verranno destinati totalmente all’Associazione contro la violenza sulle donne “Pronto Donna” di Arezzo (www.prontodonna.it).  I curatori provvederanno a dare notizia dell’avvenuto versamento effettuato da The Writer con tale iniziativa antologica mediante i loro canali.

Presentazione:

L’antologia verrà presentata al pubblico in alcuni eventi in varie parti d’Italia durante il 2017 secondo un calendario di date e di eventi che verrà poi indicato per tempo e divulgato affinché i poeti partecipanti alla iniziativa possano intervenire per dar lettura ai propri componimenti.

Norme importanti:

I partecipanti inviando propri componimenti dichiarano automaticamente che le poesie/fotografie sono frutto del proprio unico ingegno e che ne detengono i diritti ad ogni titolo. Dichiarano altresì –per la sezione poesia- che esse sono inedite, dunque non pubblicate in altri volumi cartacei –personali o collettivi- dotati di codici ISBN. Qualora tali indicazioni non saranno rispettate, la responsabilità ricadrà direttamente su di loro.

Informazioni:

Per ciascun tipo di richiesta o di informazione, gli autori possono scrivere alla mail proartem@yahoo.com che verrà letta da entrambi i curatori o scrivere in Facebook nella pagina relativa all’evento, raggiungibile a questo link:

 

I curatori

Izabella Teresa Kostka

Lorenzo Spurio

“Librodroga” di Serena Maffia, recensione di Lorenzo Spurio

Serena Maffia, Librodroga, Aras, Fano, 2016.
Recensione di Lorenzo Spurio

serena-maffia-librodroga-aras-editoriCome in ogni libro di impostazione scientifica, Serena Maffia si è posta in questa sua ultima produzione una questione da investigare. È partita dai dati empirici, cioè dalle manifestazioni concrete ed evidenti di un dato fenomeno cercando poi di rinsaldare le sue tesi mediante dimostrazioni e campionature di esempi di varia natura a supporto del suo ragionamento. L’autrice, sulla scorta di una approfondita ricerca e di una ampia conoscenza nei campi della comunicazione, della sociologia del pensiero e della psicolinguistica, è andata spiegando il fenomeno di profondo attaccamento che si può vivere in relazione non ad una persona, né ad un animale, bensì alla lettura. L’amore e l’incanto, la fascinazione e l’ossessione che un soggetto può vivere –più o meno ostentatamente- in rapporto all’universo della lettura è fornito qui nella dissertazione di Maffia mediante una approfondimento sistematico a varie sfere cognitive ed esposto in maniera brillante al lettore. Si tratta di un libro che informa senza tediare, che dà nozioni in modo semplice, per poter essere apprese con il solo fine ultimo di poter comprendere ancor meglio il fenomeno di cui si parla. Il linguaggio ha una doppia forma: nei capitoli in cui si forniscono esempi per rendere chiaro ciò di cui si parla non è infrequente riferirsi anche al quotidiano impiego della lingua nell’oralità; nei capitoli, invece, che presuppongono un approccio tecnico, che li rendono praticamente dei saggi divulgativi di approfondimento, lo stile linguistico si fa più austero e didascalico.

In questo piccolo volume Serena Maffia pone l’attenzione su una serie di dinamiche che prendono in considerazione il rapporto uomo-libro ossia mondo reale-mondo fittizio, concreto e proiezione, mettendo in luce alcuni aspetti curiosi degni di attenzione nonché alcune tecniche proprie di alcuni grandi autori che hanno il potere di influire nettamente sull’interesse decretando una forte presa sul lettore. Si parla ad esempio di quei casi in cui il lettore, completamente avviluppato dalla trama di un romanzo, non può fare a meno di ultimare la lettura dello stesso, dedicandogli un tempo che è eccessivo se paragonato a quello che normalmente impiega per le letture. Un tempo che, con l’atto della lettura, sembra annullarsi o sospendersi. Sono quei casi in cui il tempo della storia, dell’intreccio, va ad occupare in maniera stupefacente il tempo del racconto che in pratica risulta nullificato.

Non sono neppure rari i casi di lettura che, oltre a coinvolgerci con una sfegatata mania da poter diventare una dipendenza, ci costringono a fare i conti con la realtà. Non sono assolutamente rari gli episodi –anche documentati dalla cronaca- in cui l’oggetto di svago (sia esso un libro o un videogioco) finisce per proporre nella mente di chi lo impiega l’idea che ciò rappresenti la realtà e che il mondo di fuori, ciò che possiamo definire la vera realtà, non sia che un prolungamento di quella che, invece, non è altro che fittizia. Ne sono esempi disarmanti la protagonista di Misery non deve morire, fortunato romanzo di Stephen King ma anche quegli episodi –frequenti negli Stati Uniti- dove il facinoroso di turno non è in grado di percepire il confine realtà/fiction e compie stragi credendosi Batman o un altro supereroe. Sono esempi –ma se ne potrebbero portare molti altri- che fanno luce su quanto il potere immedesimativo, la mimesi e la persuasione siano potenti, da portare l’individuo a credere di vivere in un mondo diverso, sostituendo la finzione al mondo reale. Studi scientifici potrebbero indagare in maniera più capillare che tipo di rapporto esiste tra la persona e simili cattivi comportamenti, ingestibili e inavvertibili sino a che non si presenta un fatto eclatante o, comunque, un qualcosa che rende esplicito tale stato patologico. Per dirla in poche parole: tutti siamo potenzialmente esposti a un rischio di questo tipo o vi sono soggetti che –a causa di altre problematiche psicologiche o neurologiche- possono avere un’incidenza maggiore? Soprattutto: casi del genere sono diagnosticabili e dunque evitabili?

Serena Maffia Nettuno 8 marzo 2008
Serena Maffia

Maffia analizza la lettura non come tema o inclinazione, piuttosto come elemento di debolezza e manifestazione patologica in quei soggetti che finiscono per annullare le proprie vite nella lettura (si sentono vivi ed entusiasti solo quando leggono) o che non sono più in grado di individuare il confine dove termina la vita vera e si erge la finzione. Si parla di sindrome di Don Chisciotte e si evidenziano i prodromi o comunque i caratteri esclusivi che evidenziano la dipendenza nei confronti della lettura, proprio come l’assuefazione per una droga sintetica.

A complicare la confusa situazione del librofagocitatore è anche l’impiego da parte dei narratori di elementi e strutture che permettono di continuo di sviare la storia, complicandola e sviluppandola a più livelli, creando intrecci vorticosi che amplificano l’interesse nonché l’impiego di stratagemmi affabulatori che depistano, con i quali l’autore gioca con il lettore, facendolo cadere in tranello, rovistandogli la mente. Sono ad esempio gli unreliable narrators: quelle voci non autentiche, ma scansonate di narratori che raccontano a volte fedelmente, più spesso tralasciando informazioni importanti, camuffando la realtà, depistando di continuo tanto che il lettore prova via via smarrimento e poi un vero sentimento d’acredine verso il creatore delle sue storie.

Il libro di Maffia è molto ricco nel fornire spunti di maggiore indagine su vari fenomeni linguistici; il suo pregio è quello di non essere un manuale enciclopedico dotto e pesante, ma di fornire concetti e teorie che il lettore può andare ad approfondire, anche per mezzo della copiosa bibliografia che chiude il volume.

Si parla di epigenetica, ma anche del problema giovanile della dislessia mettendo in luce come –contrariamente all’opinione generale- il disturbo abbia una eziologia di carattere genetica; si riflette anche sul processo dell’interpretazione che la lettura di un libro, come la visione di un film, comporta.

Il discorso in merito al mondo della lettura viene portato avanti in relazione al genere letterario del romanzo che è quello che, per struttura e caratteristiche, predispone il lettore a compiere un vero e proprio percorso che si sviluppa nel tempo. Ciò non avviene nella poesia di cui Maffia qui non parla dove succedono due cose molto diverse in merito all’interpretazione rispetto al romanzo: 1) la poesia non provvede a dare una consequenzialità narrativa, piuttosto consacra la fugacità dell’immagine; 2) l’interpretazione del romanzo –per quanto possa avere sfumature differenti- è in via generale unica e formalmente indipendente dal contesto umano del lettore, cosa che non avviene per la poesia che, essendo un testo intimo e asciutto, può aprire a modelli interpretativi variegati e potenzialmente infiniti. L’empatia, quale rapporto emozionale autentico e sentito che l’umano percepisce, viene studiata da Maffia anche in relazione al godimento della pratica della lettura.

Lorenzo Spurio 

Jesi, 15-07-2016