I selezionati per la raccolta antologica “Obsession” – Paranoie, deliri e tradimenti

cover slim

La selezione dei racconti per l’antologia “Obsession” dal tema “Paranoie, deliri e tradimenti” (qui il bando di partecipazione diffuso nell’Agosto 2013: https://blogletteratura.com/2013/08/02/selezione-di-racconti-per-obsession-paranoie-deliri-e-tradimenti/) è ultimata.

Di seguito si riportano gli autori selezionati che verranno pubblicati nell’antologia che sarà edita da TraccePerLaMeta Edizioni (www.tracceperlameta.org) nei prossimi mesi.

 

Come indicato nel bando di partecipazione si ricorda che “L’antologia avrà quale prezzo di copertina 12 €. A partire dalla seconda copia, il volume verrà venduto al prezzo di 10€. Si aggiungeranno 3€ per le spedizioni. Ogni autore selezionato è tenuto dunque all’acquisto di 2 antologie per un prezzo complessivo di 25€”.

 

E’ richiesto a tutti gli autori selezionati di inviare entro il 2 marzo p.v. all’indirizzo mail lorenzo.spurio@alice.it:

  1. la loro scheda bio-bibliografica in terza persona in formato Word di massimo 20 righe Times New Roman che verrà inclusa all’interno dell’antologia nella sezione dedicata a ciascun autore selezionato;
  2. la liberatoria compilata (in allegato) e la relativa attestazione di impegno di acquisto delle due copie

 

Informazioni sulle tempistiche e sulle modalità d’acquisto di detto volume verranno fornite tempestivamente a mezzo mail a tutti i selezionati presenti nel volume antologico.

 

Di seguito gli autori selezionati per il volume:

 

– ABBATANTUONO CHIARA

-AMOROSO ELISABETTA

-BONACCORSO GIUSEPPE

-CIANO MARTINO

-DANESE FABIOLA

-DINI MONICA

-FANOTTI LORELLA

-FILIDORO GIUSEPPE

-FILIPPI LIDIA

-GOBBI GIANNA

-LANTERNARI DIANA

-LAURENZA FLORIANA

-LAURIOLA SIMONA

-MANGIAPANE JACOPO LEONARDO

-MARINI MANUELE

-MARRA PIETRO

-MONTI ELENA

-PETRINO FRANCESCA

-PEZZOTTA GIACOMO

-STROPPIANA DALZINI ANNAMARIA

 

Si ringrazia per la massiccia partecipazione a questa seconda edizione dell’iniziativa Obsession e a tutti coloro che hanno dato il loro contributo per la realizzazione del progetto.

  Lorenzo Spurio

Curatore Antologia Obsession

 

Jesi, 19.02.2014

“Il resto non è stato” di Giuliana Montorsi, recensione di Lorenzo Spurio

Il resto non è stato
Di Giuliana Montorsi
Edizioni Il Fiorino, 2013
Pagine: 38
Costo: 5 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Con Il resto non è stato (Edizioni Il Fiorino, 2013), Giuliana Montorsi ha meritatamente vinto la prima edizione del concorso letterario “Il cavaliere”. Le poesie che compongono questa silloge nascono da intenti diversi e anche dal punto di vista stilistico dimostrano un’ampia capacità della donna di sapersi destreggiarsi tra metri diversi. Ci sono poesie brevissime, di appena quattro o cinque versi, che leggiamo con un piacere tale che ci porta al desiderio di condividerle, sono come battiti veloci d’ali di qualche pennuto che, non visto, osserva il mondo dall’alto, da una posizione privilegiata. La poetessa non veicola attorno a un unico tema concettuale l’intera collezione di poesie, ma dà suggestioni di varia natura e riflessioni –amare, ma realistiche- del nostro oggi dominato dall’ignavia e dalla prepotenza.

Il titolo fa chiaramente riferimento al peso (da intendere come importanza) del passato, di quel mondo che si è vissuti in epoche precedenti e del quale portiamo sempre con noi un qualche riflesso e condizionamento. Non è un caso che molte delle liriche che Giuliana Montorsi affida al lettore con questo libro partano proprio da un difficile rapporto con la memoria. Il ricordo, l’elemento non tangibile, invisibile e astratto che ci lega al passato, alla nostra famiglia, alla nostra terra e che dà ragione a ciò che siamo nel presente, è da sempre stato impiegato nella letteratura intimista e diarista come indagine della propria coscienza. Nel caso di queste liriche ci troviamo di fronte a un ricordo che sembra essere slavato, che ha perso la sua turgidità e che trasmette alla donna principalmente dolore. Una desolazione che è perlopiù motivata dal fatto che il passare del tempo modifica (a volte rovina, addirittura) le cose, le esistenze, i rapporti e costringe l’uomo a dover soprassedere a questi mutamenti che, imperiosi e ineluttabili, si sono manifestati. Giuliana Montorsi è una donna molto legata al passato, al tempo, ai ricordi e da qui nasce proprio la fobia del ricordo, quasi che esso da una parte sia salvifico perché ci consente di riconoscerci e di identificarci, ma dall’altro di distruggerci giorno dopo giorno, venendo meno quelli che nel tempo sono stati eventi/persone centrali del nostro percorso di vita. La lirica che apre la raccolta, “L’album vuoto” è metafora di quella ricerca impetuosa di un tempo che è andato e che nel presente non può che dar forma a una mente nostalgica nella quale “si affastellan ricordi” (9); l’inganno dell’album nel quale la donna pensava di trovare immagini (“non c’erano disegni”, 9) è in realtà l’inganno stesso del tempo: una foto che sappiamo esser stata scattata e che manca è come un episodio vissuto del quale abbiam perso memoria o che nel diluirsi del tempo si è semplicemente disciolto nella nostra esperienza.

Non mi pare a questo punto una forzatura sostenere che le immagini che corredano questo libro, volutamente in bianco e nero, sono ulteriore segno da intendere alla luce di questa indagine psicologica di recupero della memoria. Il mondo dei colori si addice alla vita e all’esperienza di essa, mentre il bianco-nero, la gamma cromatica dei grigi, è in linea con la rievocazione del ricordo: “e tutto è in bianco e nero/ e tutto ciò che è stato,/ non può esser stato vero” (10).

La conversione della donna alla divinità del Passato che si calcifica e che non può essere percorso in maniera reversibile è tale che la poetessa giunge addirittura a domandarsi se ciò di cui ha memoria è realmente esistito o se, invece, il trascorso del tempo non abbia funzionato su di lei meschinamente. E’ davvero successo tutto questo?, sembra chiedersi. La mente salda e fresca di una donna che giustamente arriva a porsi queste domande chiarifica un certo stato di rottura con gli eventi, una sfiducia in un tempo visto come un qualcosa di privativo.

Ed è proprio per questo che sono convinto di scorgere nella poesia di Giuliana Montorsi una penna molto cosciente, che interroga con se stessa per cercare di capirsi meglio, che non si arrende e che, come osserva Patrizia Belloi nella prefazione, non può che partire dall’esaltazione delle piccolezze, dall’amore verso il dettaglio che comunemente non consideriamo. Molte liriche sono chiare attestazione d’amore verso la natura, vista non solo come scenario di un ambiente che conserva in sé un suo significato e una ragione di spensieratezza, ma come diretto riflesso di suggestioni sull’animo della donna.

Quelli di Giuliana sono, come lei li definisce “tormentati versi” (11) che nascono da riflessioni, analisi interiori, escursioni nel passato e nei tanti ricordi che vengono percepiti come espressione di una dimensione lontana, sospesa, ossia del “nostro tempo perduto” (12).

A completare questa raccolta di poesie che merita vivamente di essere letta vi sono alcune liriche di impronta sociale in cui la poetessa affresca delle realtà di indigenti che affollano le nostre città: il barbone che sembra non trovar la clemenza e l’accoglimento delle troppe “Sorde,/ sante,/ solenni,/ sprangate Chiese” (30) della Capitale; il dramma di una donna costretta a vendere il proprio corpo, a mascherarsi di bellezza e felicità per poi scoprirsi derelitta dentro di sé: “Tra fari e soldi/ un pianto di donna” (34), sino alle continue e intuite tragedie per mare dove muoiono tanti immigrati ai quali la poetessa affida dei versi misericordiosi e di grande dolcezza:

 

Come fiori o ghirlande

come barche o aquiloni

li vorresti salvare. (37)

  

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 12-02-2014

“La meccanica del cuore” di Mathias Malzieu. Recensione di Rita Barbieri

LA MECCANICA DEL CUORE
Di Mathias Malzieu
Feltrinelli, Milano, 2012
Costo: 12,75 €
Pagine: 160
 
Recensione di Rita Barbieri

 

cop5 Febbraio nelle sale francesi uscirà il film d’animazione, prodotto dalla casa produttrice  Europacorp (diretta da Luc Besson),  “Jack et la mecanique du coeur” basato sul romanzo “La meccanica del cuore” di Mathias Malzieu, scrittore e leader della rock band Dionysos.

In una notte gelida e tempestosa, ambientazione ideale e incipit perfetto di ogni favola antica o moderna, nasce Jack, bambino dal cuore ghiacciato. Non ha nessuna possibilità di sopravvivere se non affidandosi alle mani sapienti della levatrice Madeleine che, da esperta guaritrice, applica  una protesi al suo piccolo cuore ibernato. Si tratta di un ingranaggio meccanico e delicato: un orologio a cucù che, per funzionare, ha bisogno di una manutenzione attenta e accurata.

Ma soprattutto ha bisogno di istruzioni precise:

 “Uno: non toccare le lancette.

Due, domina la rabbia.

 Tre, non innamorarti, mai e poi mai.

 Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le tue ossa si frantumeranno, e la meccanica del tuo cuore andrà di nuovo in pezzi.”[1]

Le regole però, sono fatte per essere infrante, esattamente come i cuori… Infatti Jack, durante una piacevole passeggiata per le strade di Edimburgo, sente il richiamo di una musica triste e affascinante che, come in un incanto, lo conduce verso una bellissima  e fragilissima ballerina con occhi così immensi che vale la pena di guardarci dentro. Il cuore di Jack comincia a fare brutti scherzi, sussulta e strepita come un animale in gabbia. Madeleine lo riporta immediatamente a casa  e lo ammonisce:

 

“(…) Sappi che è una sofferenza ridicola rispetto a quella che ti può provocare l’amore. Un giorno o l’altro, tutto il piacere e la gioia che l’amore può suscitare si pagano con la sofferenza. (…) Sperimenterai l’assenza, poi i tormenti della gelosia, dell’incomprensione, infine la sensazione del rifiuto e dell’ingiustizia. (…) La meccanica del tuo cuore esploderà. Ti ho trapiantato io questo orologio, conosco perfettamente i limiti del suo funzionamento. Può darsi che resista all’intensità del piacere, e sarebbe già molto. Ma non è abbastanza robusto da sopportare le pene d’amore.”[2]

 

Ma Jack ha un solo desiderio: ritrovarla. Comincia così una lunga serie di avventure, incontri, personaggi, luoghi che sembrano usciti dalla fantasia onirica di Terry Gilliam e dalle atmosfere gotiche di Tim Burton. Maghi, prestigiatori, circensi nonché Georges Méliès in persona che diventa la guida, sentimentale e non, del piccolo Jack.

Il romanzo si fa leggere con leggerezza, con un sorriso sulle labbra appena accennato. Sappiamo che è una favola, nient’altro che un racconto per bambini già cresciuti; ma sappiamo anche molto bene che tutte le favole hanno un fondo di verità, nemmeno troppo nascosto…

Le favole, quelle antiche e quelle moderne, hanno sempre un messaggio, una morale. La morale della favola, appunto:

 

“Georges Méliès scuote la testa lisciandosi i baffi. Cerca le parole come un chirurgo sceglierebbe gli strumenti.

-Se hai paura di farti male, aumenti le probabilità di fartene sul serio. Guarda i funamboli: secondo te, quando camminano sulla corda tesa pensano che potrebbero cadere? No, accettano il rischio, e assaporano il gusto che procura scampare al pericolo. Se passi la vita cercando di non romperti niente, ti annoierai tantissimo, credimi… (…)”[3]

 

Un libro piccolo, scoperto e letto per caso, completamente fuori dai miei gusti e dalle mie letture abituali. Una storia tenera anche se non dolce, appesa a un pentagramma che, pur prevedendo sempre le stesse note, permette infinite variazioni e combinazioni.

 In amore, come in musica, c’è sempre qualcosa di nuovo da ascoltare.

 

Rita Barbieri


[1] Mathias Malzieu, La meccanica del cuore, p.30.

[2] Mathias Malzieu, op. cit., p. 28.

[3] Mathias Melzieu, op. cit., p. 57.

La bresciana Ilaria Celestini torna con “Memorie intrusive”, nuova raccolta di poesie

 Memorie intrusive

E’ uscita la nuova silloge poetica di Ilaria Celestini

COMUNICATO STAMPA

  

119_Memorie_intrusive_Ilaria_Celestini900Dopo la prima raccolta datata 2011 dal titolo intimo e sussurrato Parole a mezza voce nella sera, la bresciana Ilaria Celestini ritorna con un nuovo lavoro concettuale, raccolto attorno al titolo di Memorie Intrusive. Il nuovo libro, edito da TraccePerLaMeta Edizioni, è un ricco scandaglio della psiche in un universo negletto, fatto di devianza, storture e dove domina la logica dell’inganno, del potere e della sopraffazione. Con una ricca proprietà di linguaggio, la nuova poesia di Ilaria Celestini sembra oltrepassare la metafora per donarsi al lettore in maniera vivida, autentica e direttamente comprensibile senza far ricorso ad analogie. E’ una poetica che affronta temi duri, dolorosi e che sono impiegati dalla donna quale chiaro segno di denuncia, di una realtà –tanto personale che pubblica- che non più sottostare alle bieche regole dell’omertà.

Tacendo una violenza, diventiamo partecipi di essa, e ne produciamo una ancora più grave. E’ questo il messaggio che sembra dare la poetessa.

Dalla prefazione di Loreno Spurio si legge: La silloge non è solo una chiara denuncia sociale di ciò che spesso accade nel mondo, nel nostro paese o nella casa dei nostri vicini, ma di quanto sia importante e imprescindibile denunciare fatti [indecorosi] affinché si impedisca [alle] persone malate di perpetuare le proprie devianze e si metta al bando una volta per tutte la falsa e denigrante definizione di “sesso debole”.

 
 
Titolo: Memorie intrusive
Autrice: Ilaria Celestini
Editore: TraccePerLaMeta Edizioni
Collana Indaco – Poesia
Pagine: 60
ISBN: 978-88-98643-11-0
Costo: 9€
Link diretto alla vendita
 
Ilaria con libro Memorie intrusive_001_FB

I Premio Letterario Nazionale Bukowski

“I edizione Premio Letterario Nazionale Bukowski”

Inediti di ordinaria follia

sono aperte le iscrizioni – possono partecipare opere inedite (romanzo, racconto, poesia)

I testi devono avere come tema la “donna”

(Autrice e/o protagonista dell’elaborato)

 

 

 

Sono aperte le iscrizioni per partecipare alla prima edizione del “Premio Letterario Nazionale Bukowski”, organizzato da Associazione Culturale I soliti ignoti in collaborazione con Giovane Holden Edizioni di Viareggio (Lu).

imagesA vent’anni dalla scomparsa di Charles Bukowski, sicuramente uno dei casi letterari più sorprendenti degli ultimi anni, nasce il primo premio letterario intitolato al poeta, romanziere, scrittore di racconti americano.

Difficile stabilire in modo univoco quale sia l’originalità della sua opera, spiegare le motivazioni della fama quasi leggendaria di cui gode o il perché molte università gli abbiano dedicato corsi di letteratura americana contemporanea e di scrittura creativa. Fatto sta che il suo fascino ha sedotto anche gli accademici. Di certo, per addentrarsi nell’opera di Bukowski occorre svincolarsi dal pudore e sfidare il comune buon senso. Solo così è possibile lasciarsi alle spalle il frettoloso giudizio di scrittore che scrive solo di alcol e di sesso; è vero che i suoi temi sono questi in prevalenza ma è pur vero che rientrano in una dimensione più ampia. Bukowski trova insopportabile chi scrive in una sorta di codice magari curatissimo sul piano stilistico ma che rischia di essere destinato solo a pochi eletti, qualcosa cioè di molto lontano dalla vita reale e dalla sofferenza di cui essa trabocca. La scrittura deve appropriarsi del reale e dunque in questo senso Bacco e Venere non vanno intesi come divertimento folle quanto piuttosto come testimonianza di un profondo disagio esistenziale.

Obiettivo del premio, quindi, stimolare la produzione di testi che sappiano raccontare la “vita vera” fatta di sofferenza, di sospetti, di compromessi ma anche di gioia, di risate e di amore.

La decisione di scegliere per la prima edizione il tema della “donna” è da ascriversi alla volontà di esplorare il complesso universo femminile che tanta importanza ha rivestito nell’opera dello scrittore americano.

Il premio è rivolto a tutti i cittadini, italiani e non, che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età alla data del 13/01/2014.

Si può partecipare con opere inedite (cioè mai pubblicate) scritte in lingua italiana.

Il Premio si articola in tre sezioni: romanzo inedito, racconto inedito, poesia inedita.

Gli elaborati – nel numero di due copie – devono essere consegnati a mano o inviati a mezzo posta prioritaria o per raccomandata entro il 30/04/2014 al seguente indirizzo: Segreteria Premio Bukowski – c/o Associazione Culturale I soliti ignoti – via Rosmini, 22 – 55049 Viareggio (Lucca).

Insieme all’elaborato deve essere allegata ricevuta di pagamento della quota di partecipazione (pari a 20,00 euro) e nota contenente le generalità complete (nome, cognome, indirizzo, e-mail, telefono, firma autografa). All’indirizzo info@premiobukowski.it va, invece, inviata copia digitale dell’opera (in formato Word).

La giuria selezionerà i finalisti e i vincitori, uno per sezione.

I vincitori di ciascuna sezione riceveranno in premio la pubblicazione del proprio elaborato da parte della casa editrice Giovane Holden Edizioni.

I finalisti riceveranno attestati di merito, libri e gadget durante la cerimonia di premiazione.

La proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi avverrà il 2 agosto 2014 a Viareggio (Lu) presso Mad Gallery.

Il bando completo e i moduli di iscrizione sono scaricabili dal sito www.premiobukowski.it

 

Per informazioni:

 

Miranda Biondi

Mobile 3384207994

E-mail ufficiostampa@isolitignoti.it

De Luca e il calore del tuo sorriso: il coraggio della purezza. Iuri Lombardi su Alessio De Luca

De Luca e il calore del tuo sorriso: il coraggio della purezza

Il messaggero delle emozioni

                                 

 Il calore del tuo sorriso
Talos Edizioni, 2013
Recensione di IURI LOMBARDI

 

downloadIl calore del tuo sorriso di Alessio De Luca non è un libro banale, come se ne trovano tanti a giro di questi tempi, è invece un’opera intelligente, ben fatta, che inchioda da subito il lettore a cominciare dall’incipit. E non avevo dubbi, conoscendo bene Alessio, avendo condiviso con lui tanto, del romanzo edito da Talos edizioni.

Allora, visto che non sono un critico, ma uno scrittore, come iniziare? Non è semplice, cercando di dare un giudizio oggettivo, parlare dell’opera di Alessio (consentitemi di poterlo chiamare per nome), perché lui stesso, se pur giovane e lontano dal mondo della letteratura, è un artista di straordinaria semplicità e complessità allo stesso tempo. Anzitutto dovremmo iniziare ad affermare che Alessio è un cantautore e la lezione cantautoriale, se pur apparentemente ma anche nella sostanza dei fatti,si fa sentire anche quando, vuoi per scherzo o per diletto, vuoi per esigenza di comunicazione, si cala nei panni di romanziere. E lo fa con maestria, portandosi dietro della attività di cantautore tutto un bagaglio epico, da intendersi come narrativo, che esprime architettando una storia ben intrecciata e con uno stile diretto e nell’eccezione più alta del termine popolare. Sì, Alessio può essere, ha tutte le carte in regola, da buon cantautore (figura a lui cara) popolare: nel senso che è un affabulatore di storie e tematiche alte, delicate, complesse (come quelle narrate nel suo romanzo), raccontate con semplicità e con stile e questo è tipico dei cantautori (i poeti per eccellenza del puro sentire).  Vale a dire, saper affrontare tematiche complesse con una voce leggera, non pesante, priva di retorica, fresca, seduttrice, lontana dalla lingua del romanziere letterato (che il più delle volte corre il rischio di essere autoreferenziale e di non arrivare alla gente). Tutto questo a cominciare – mi si voglia perdonare se ometto la trama del libro- dai dialoghi che emergono dalla narrazione della storia. Dialoghi diretti ben costruiti, così simili al reale e talvolta – visto che il romanzo parla di giovani- calati nell’identità psicologica dei protagonisti, così veri che non sanno del tipico artefizio del mentire romanzato ( “i poeti che strane creature/ogni volta che parlano è una truffa”[1]). Alessio non dissimula, non mente come fa di norma il poeta con la materia che tratta, e il suo non mentire (chi lo conosce come uomo sa quello che dico), la sua estrema verità e sensibilità espressiva non solo è tipica del cantautore, di chi è costretto a misurarsi con una scrittura simile alla poesia ma dissimile al contempo, ma di lui persona. Ma non voglio scendere in questi particolari e per due motivi: il primo perché  appartengono al mio modo di vivermelo da amico e di sentirlo, in secondo perché in questa sede è giusto e meritevole parlare dell’artista e della sua opera. Artista poliedrico, affascinato dalle arti tutte, non di meno dal cinema, la cui lezione, come nel caso della canzone, subentra con prepotenza facendo di Alessio un narratore per immagini. Anche in questo caso con ottimi risultati. Le pagine che compongono il calore del tuo sorriso sono infatti non solo narrative ma cinematografiche. Scelta stilistica che si nota da subito, a partire dalla suddivisione in parti (in tutto tre) della storia, come fossero tempi filmici. In queste tre tempi, in cui la storia narrata è l’affresco dell’umanità più vera, De Luca, raccontando in terza persona, riesce a calarsi e a scegliere un punto di vista di come lui stesso vede e affronta la vita, attraverso un personaggio del romanzo  senza avere la pesantezza della oggettivazione, tipica dei romanzieri post-moderni. In questo caso, lo fa con Gabriel, il vero eroe positivo e carico di valori umani e civili, in cui Alessio parla di sé in modo schietto e onesto. E questo (la scelta di un punto di vista espressa  tramite una drammatis personae dell’opera) è tipicamente cinematografico. Il personaggio di Gabriel è infatti per certi versi controverso, ma con l’esuberanza giovanile, tanto da accogliere sulle proprie spalle colpe che non gli appartengono, che sono di altri, tirando le fila del compimento di un destino particolare. In lui, leggendo il libro, cioè in Gabriel ho potuto riconoscere a pieno il mio amico Alessio, il suo modo di essere vero, di saper leggere l’umanità senza disprezzo godardiano[2] (tipico di coloro che sono sopraffatti dalla noia e da un mostruoso ego). Lontano da intrecci nefasti, malsani. Anche in questa occasione, l’occhio puro del cantautore e dello appassionato di cinema esce allo scoperto attraverso un uso della lingua semplice e diretto, ma mai banale. Lingua e stile che ricordano echi di un lessico da romanzo noir e infatti la storia è anche un giallo, per certi aspetti. Espliciti in particolare in certi passaggi verbali e narrativi che se da una parte mantengono l’integrità identitaria dell’epico in musica e del cinefilo, dall’altra vanno ad aprire orizzonti meta-testuali, come nel caso in cui Alessio si cimenta in frammenti radiofonici e di cronaca per giustificare quanto racconta. Infine, del cinema ma anche del teatro ci si ricorda in quanto la storia consta di un prologo e di un epilogo, vale a dire di un prima e un dopo, di un a.s e di un p.s, in cui alla ribalta viene presentata Kia la protagonista, la povera ragazza vittima di un sistema inumano e criminale che la rende umile e indifesa. Ma ancora da dire c’è molto, soprattutto nel caso di Kia, in cui Alessio (che ha una cultura scientifica legata alla biotecnologia) descrive i fatti in cui dietro si nota questo bagaglio paramedico, o giù di lì, al punto in cui la narrazione diventa un ibrido riuscito (ecco l’altro punto di forza) in equilibrio tra la realtà e la finzione. E non solo dal punto di vista scenografico, vale a dire di ambientazione, ma per quanto concerne i tempi (e leggendo capirete) che sono i tempi visto da un medico o da una figura simile; tempi che diventano non più ontologici ma biologici. Tempo di un tempo tangibile, oggettivo. Un punto di forza che ha echi lontani ma credibili da ricordarmi la figura di Giovanni Rasori[3], il medico che dette avvio al dibattito letterario attorno al conciliatore[4] nei primi anni dell’ottocento, in cui il Rasori proponeva una letteratura realista nel senso più tangibile del termine. Oltre ad essere una delle figure più interessanti del nostro romanticismo. Figura che seppe intersecare le due discipline – medicina e letteratura- con grande merito stilistico e di contenuto. Con grande eleganza poetica, tanto da proporre al panorama italiano le poesia di Schiller da lui tradotte con tecnicismi di non poco conto.  Per cui Alessio mi ricorda molto questa figura – che lascio al lettore approfondire qualora voglia farlo- e l’accostamento non lo vedo assolutamente fuori luogo. Come Giovanni (nome evocativo per eccellenza), Alessio partecipa con attenzione e grazia emotiva agli eventi storici, si batte per la giustizia, per le cose vere lasciandoci a noi lettori delle sue pagine un messaggio di umanità ed eleganza, di misurata indignazione verso i pregiudizi e le cattiverie (e il caso di dire da Ghibellin fuggiasco).

Accanto al ricordo Rasoriano del il calore del tuo sorriso, in questo affresco di grande umanità, nella figura di Jessica è facile riscontrare il Cesare Pavese del Il compagno, romanzo degli anni quaranta dello scrittore piemontese, con il quale sembrano esserci delle forti similitudini tematiche. Parallelismi di ambientazione a tratti ricordanti il Giovanni Testori di una certa Milano noir, dall’altra un Emilio Tadini ultimo, nello specifico riguardo al romanzo eccetera.

Insomma, si tratta sicuramente, e lo affermo senza ombra di retorica, di un romanzo profondo e universale nel senso che tocca le corde della sensibilità comune, nel quale emerge la figura di Alessio De Luca nella sua parte migliore, in cui affiora tutta la sua sensibilità di cantautore e scrittore, di uomo e amico, di artista e di cittadino del mondo,  dotato di estrema sensibilità e senso civico.  Un senso civico maturo lanciato tramite un messaggio emozionante e sincero, degno di una partecipazione da parte del lettore altrettanto sincera ed autentica che fa dell’autore del il calore del tuo sorriso: un messaggero delle emozioni.

 

                                                                             Iuri Lombardi


[1]     F. De Gregori, Le storie di ieri, in De André, Vol VIII, Ricordi, 1975

[2]     G.L.Godard, il disprezzo

[3]     G. Rasori, medico e scrittore (Parma 1766- Milano 1837)

[4]     Il Conciliatore, giornale dei romantici italiani, edito dal 1816 al 1819.

“La grazia di casa mia” di Julio Monteiro Martins, recensione di Lorenzo Spurio

La grazia di casa mia
Di Julio Monteiro Martins
Rediviva Edizioni, 2013
ISBN: 9788897908029
Pagine: 182
Costo: 14 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
Sono il poeta
che ha deciso di non mentire.
Il poeta impopolare
a cui poco è rimasto
da dire.
Tre o quattro cose,
tutte cose tristi,
tutte cose vere. (79)

 

graziadicasamiaLo scrittore di origini brasiliane Julio Monteiro Martins è recentemente uscito con una nuova pubblicazione, una raccolta di poesie dal titolo La grazia di casa mia (Rediviva Ediz., 2013), seconda silloge poetica nel percorso letterario del professore e saggista che contribuisce a ispessire il suo già ricchissimo curriculum letterario. Nell’opera, come è saggiamente osservato da Rosanna Morace che tempo fa ha dedicato una monografia all’opera dello scrittore, ci troviamo di fronte a un ampio spettro di tematiche: dal ricordo di momenti passati, alla memoria dolorosa di episodi di violenza subiti tanto familiari quanto sociali, il mondo degli affetti con una apprezzabile lirica dedicata agli amici e poi ai figli e alla donna amata, i quesiti sulla morte e sul decadimento dell’uomo che realizza la fugacità del tempo e la sua inclemenza. Il tutto è chiaramente sorretto da quel sempre presente amore e disincanto per la terra natia, il Brasile, che l’autore non può fare a meno di evocare, tener vivo ed esplicitare nei tanti riferimenti toponomastici, nell’utilizzo di lessemi in portoghese e in riferimenti che legano il passato dell’uomo a quella terra tanto amata.

Non è un caso che il titolo della raccolta sia La grazia di casa mia e la stessa Morace si domanda quale, in fondo, sia la casa di Julio Monteiro Martins, se il Brasile oppure Lucca, la Toscana dove vive da tanti anni. Ho inteso il concetto di “casa” del quale il poeta parla in almeno due maniere diverse. La casa è lo spazio in cui nasciamo, dove ci sentiamo protetti e dove ci identifichiamo, dove condividiamo esperienze con i nostri cari, scrigno della nostra introduzione nel mondo civile, baluardo di difesa e porto dove confidarci, amare e sentirci amati. La casa è uno spazio privato in cui l’uomo è l’unico padrone e dove gestisce la sua abitudinarietà come vuole, senza per forza di cose doversi uniformarsi alla comunità, da qui il detto “a casa sua ognuno fa quello che vuole”. Nelle poesie in cui l’autore cita la casa respiriamo frequentemente una certa desolazione, caratteristica di un animo inquieto, tormentato a causa di una lontananza fisica e temporale da quel nucleo di vita, da quel nido, quella identificazione dell’uomo con la sua terra/lingua/cultura. La graziosità (piacevolezza) e il ringraziare (l’attestazione di riconoscenza per un dono ricevuto) sono delle terminologie che discendono dal lessema di “grazia” e che danno man forte alla comprensione di questa silloge. La casa, il luogo custode dei nostri ricordi, della nostra infanzia e dei primi affetti è chiaramente un luogo piacevole, benevole, quasi una sorta di eden che amplifica la sua carica di bellezza/ricchezza/positività proprio per la lontananza da quello spazio che l’autore percepisce, soffre e con la quale convive ormai da “esiliato” in una terra non sua.

La tematica dell’espatrio, della lontananza della propria terra vissuta con dolore e nostalgia, con rimpianto e desolazione, centrale anche nella sua produzione in prosa è contenuta nella lirica “Vivere in esilio” che è il fiore all’occhiello dell’intera silloge. L’autore esordisce nella lirica con una sorta di analisi epistemologica delle parole osservando che “vivere in esilio” (95) non è altro che un ossimoro, ossia una costruzione del linguaggio composta da termini che portano un significato tra loro avverso, contrastante. Da qui capiamo che la vita dell’esiliato Julio Monteiro Martins (un esilio che, ricordiamo, esser frutto di una decisione dello stesso autore e  non una misura coercitiva subita da sistemi di potere) è sostanzialmente dura, difficile, tormentosa e per forza di cose dettata dalla nostalgia, dalla mancanza, dall’ossessione del ricordo e dalla vacuità delle memorie legate ad un posto lontano che non si sposa con il qui ed ora, come se appartenesse ormai ad un’altra esistenza. Pur essendo quello dell’esilio una decisione presa dallo stesso autore a seguito di una serie di episodi tanto familiari quanto sociali che lo riguardano e dei quali parla abbondantemente in alcuni estratti di e-mail riportati da Alessio Pardi nella postfazione, esso è connotato in maniera molto negativa quale espressione di soggiogamento, prigionia, reclusione e sottrazione della propria individualità (“Esilio,/ gabbia senza sbarre”, 96) proprio a voler rimarcare il fatto che esso è come una libertà surrogata, falsa, illusoria che non ha un ingabbiamento fisico e tangibile, ma emotivo, psicologico, sensoriale. Spostandoci verso la conclusione della lirica l’esilio diventa uno “squallido ballo/ senza musica” (97), ancora una volta manifestazione di una caricatura dell’esistenza, vissuto in un ballo che dovrebbe unire e far divertire e che, invece, privo di musica, si ripiega sulla monotonia, il silenzio e la privazione. La condizione di lontananza dall’amato Brasile, infine, diventa emblema di un non-vivere associabile alla funesta morte, “vivo l’esilio/ come funebre kermesse” che il Nostro non può che fronteggiare con il pensiero dolce e materno della “eternamente assente/ grazia di casa mia” (97).

 Sfogliando le pagine che compongono questo nutrito libro, ci rendiamo ben presto conto come questa “grazia di casa mia”, questo porto franco, enclave dal disordine e dall’angoscia, sia da intendere anche a livello non figurato nel necessario e immancabile ricorso all’arte poetica. Julio Monteiro Martins canta il Brasile attraverso la sua poesia e lo rimembra con particolare attenzione nelle forme di sopruso vissute dai suoi cari sulla loro pelle (la bisnonna massacrata di botte in un tentativo di furto a casa sua, la deplorevole condizione delle favelas, lo sterminio nella guerra dell’Araguaia). Dall’altra parte si arma di poesia (e di letteratura in genere) per divulgare le sue esperienze, le sue inquietudini, i suoi convincimenti. Lo scrittore, infatti, ha un curriculum letterario molto ampio dove primeggia soprattutto la produzione in prosa tra numerose pubblicazioni di racconti e di romanzi, sia in lingua italiana che in portoghese e nell’esperienza poetica, seppur sia inscindibile dal suo fare letteratura, non può non notarsi l’influsso della sua predilezione per la narrativa: a volte ci sono dei versi lunghi, si dà molta importanza all’aggettivazione, il linguaggio è spesso fatto a partire dall’utilizzo di terminologie che appartengono al mondo reale, concreto, pratico, piuttosto che terminologie utilizzate in analogie e metafore; l’autore ricorre spesso all’utilizzo di connettivi che solitamente si impiegano nella paratassi della narrazione o nell’argomentazione. La poesia “Roraima, Alaska” sembra addirittura una didascalia di un testo di geografia o la spiegazione di un bigliettino turistico, promozionale, dove è utilizzato un linguaggio prosastico, atto alla descrizione dei luoghi d’interesse del Nostro. Questo produce come conseguenza il fatto esplicito che lo stile poetico dell’autore è profondamente caratterizzato e il lirismo, piuttosto che da particolari stratagemmi metrici o fonici, è dettato da accostamenti bizzarri di parole dei quali pure ha modo di parlare in una lirica dal titolo chiarificatore “I paradigmi imprevisti”:

 

L’accostamento insolito,
sorprendente,
e a volte anche bizzarro
di due sostantivi, di due cose
che non dovrebbero mai
comparire insieme
come il tumore e il diamante,
il petalo e il piombo.
 
Ognuno di questi paradigmi
potrebbe causare
un breve e benevolo
cortocircuito mentale. (71)
 

Julio Monteiro Martins nella sua poesia parla spesso della poesia e di cosa intenda con questa parola: nell’età nella quale viviamo quando sentiamo pronunciare la parola di poesia non dobbiamo pensare unicamente a Dante, Petrarca e magari a Montale, ma tener presente che la nostra contemporaneità è ricca e pulsante di poeti, di anime profonde che hanno da dire delle cose. Julio Monteiro Martins è una di queste e non è semplicemente una persona che ha qualcosa da dire, ma che ha anche i mezzi necessari per farlo: le sue poesie, se non fosse per gli a capo, potrebbero essere lette tutte d’un fiato, come dei mini raccontini, delle analisi, degli appunti di pensieri buttati sulla carta, perché in effetti la sua poetica, piuttosto che distinguersi per il carattere istintuale e la momentaneità, si caratterizza per l’elucubrazione e la progressione. Molti poeti possono scrivere decine di versi solamente per ricordare ad esempio un momento del passato vissuto in compagnia del rumore delle onde, il Nostro, invece, da grande padre della narrazione, anche nella poesia predilige la consequenzialità degli eventi, la progressione di quanto si descrive. Nelle poesie Julio Monteiro Martins, uno dei più celebri e citati scrittori migranti nel nostro paese, c’è sempre una causa e un effetto (spesso anche la considerazione dei rimedi), c’è un attore e un ricevente, un prima e un dopo, quasi che l’autore non riesca ad affrancarsi da quelli che sono i capisaldi della narrazione. Ne fuoriesce una poesia che descrive, che ricorda anche i dettagli, che denuncia, che riflette e fa riflettere, che anima alla ricerca, che mette l’autore direttamente di fronte a uno specchio per consegnarci i tanti riflessi delle sue esperienze, dei suoi ricordi, delle sue idee. E’ per questo che la poesia che Julio Monteiro Martins fa e che in un certo modo difende quale esponente di una generazione poetica che si contraddistingue proprio per il non poter esser classificata, etichettata e standardizzata in una generazione (ma che bella parola!!) che per molti aspetti supera la poetica di ascendenza classicista, con i suoi orpelli e stratagemmi estetici, senza negarla, offenderla né annullarla, ma per dar voce al fatto che la poesia è di tutti e che come ogni forma d’arte deve rimanere nel tempo democratica e disponibile a tutti. Lo scrittore parla di “poesia sporca,/ stracciona,/ deforme e malandata” (9) ossia di una poetica da sobborgo, underground, che dà voce anche ai recessi dell’umanità, alle debolezze e alle sue nefandezze, dunque una poesia civile, di sdegno e di denuncia. Ed ecco perché all’appuntamento festoso che si richiama nella lirica d’apertura la poesia finisce per mostrarsi in abiti semplici, anzi sporchi e rotti, come mero residuo di un passato di splendore. Ma quando gli viene detto che avrebbe fatto meglio a non presentarsi in quelle condizioni, essa risponde “Non lo so”, sapendo in cuor suo che, anche in veste di stracci, la Poesia non teme giudizi ed è forte ed orgogliosa del suo verbo.

 

E dov’è la poesia, bè,
caro mio?
Eh bè,
tutto c’entra con tutto,
e la poesia è ovunque,
caro mio. (15)

 

La poesia è per l’autore sinonimo di sintesi della sua letteratura in prosa dove però è centrale la considerazione proprio sul far poesia, consapevole del fatto che essa nasca in maniera inconscia, imprevista e che è incontrollabile e al tempo stesso necessaria: “La poesia è senz’altro una cosa bella/ ed è una bella cosa scriverla” (17).

Ma c’è di più, il Nostro è un autore che ama giocare con le parole, invertirle, accostarle, interpellarle come fosse un ragazzino impegnato con delle Lego a combinare pezzi diversi per costruire oggetti, abitazioni e forme di senso compiuto, per poi dividere i pezzi, de-costruire il già fatto, rimodellare, ristrutturare e dar vita a nuove forme. L’autore interagisce a livello profondo con il nominalismo (il nome e il concetto) e con la semiotica del linguaggio (il significato e il significante) mettendo in luce che il procedimento che attua nel momento in cui scrive è complesso, non lineare, basato sul ragionamento, la ricerca, lo studio e la coordinazione di tutti questi elementi: “Che parola è parola/ e cosa è cosa,/ e che è molto pericoloso/ scambiare una per l’altra” (27). Considerazioni portate alle estreme conseguenze nella poesia “Palingenesi fasulla”, un misto di filastrocca stonata e un manifesto avanguardistico, dove per ogni strofa, come fosse una voce fuori scena, ci si stupisce delle parole utilizzate e dei loro accostamenti per assonanze o consonanze: “Dimmi un po’,/ quanto ti piacciono/ le parole?” (29) che mi fa pensare alla giocosità del linguaggio di un romanziere spagnolo, Juan José Millás, grande affabulatore e architetto nella gestione e comunicazione dello sterminato universo del lessico. Ciò che pensa il Nostro sull’utilizzo di questo linguaggio fatto di doppi, di ossimori, antitesi, contrasti e polarità è, in fondo, l’anima propulsiva del suo intendere la poesia: un processo di scrittura che dà voce all’intimo e al pubblico, che scandaglia e de-costruisce, dove anche la cosa all’apparenza più luminosa e preziosa, nella sua essenza non è che un qualcosa di comune e basilare, travisato e imbellettato a qualcos’altro:

 

I sostantivi canaglie
del secolo cortocircuito
sono sassi imprevisti,
sono puro fango mentale
mascherato
di diamanti retorici. (73)

 

 LORENZO SPURIO

 

Jesi, 20 Gennaio 2014

 

 

Link alla mia intervista all’autore

“Isole” di Teresa Gammauta, recensione di Lorenzo Spurio

Isole
di Teresa Gammauta
Milena Edizioni, 2013
ISBN: 9788898377039
Pagine: 133
Costo: 10 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La sua fuga, forse, aveva il significato di una ricerca. (56)

 

 1Teresa Gammauta nella sua nuova pubblicazione ci affida la storia di una donna di mezza età, inquieta nel suo percorso di sviluppo e che ha appena chiuso una lunga ed importante relazione affettiva con l’uomo che è stato suo marito per tanti anni. Per non soccombere a quel senso di oppressione e d’incertezza che la protagonista sembra imboccare come un fosco vicolo senza via d’uscita, la donna reputerà necessaria una vacanza per “staccare la spina” e ricaricare le pile. L’allontanamento dalla sua casa, dalla sua città e dalla consuetudine della vita di tutti i giorni, la porterà  su un’isola, che la scrittrice non nomina per tutto il corso della narrazione, ma che intuiamo essere una qualche piccola isola di un arcipelago nostrano o comunque mediterraneo.

Ma a volte gli eventi corrono più del normale e quella che è stata pensata come una fuga dalla realtà, come una pausa dal vivere abituale diviene ben presto una nuova avventura nel percorso della donna. L’incontro fortuito con un uomo si trasformerà ben presto da semplice interesse e curiosità in un vero e proprio desiderio fisico che esploderà nel corso della narrazione. Non vi sono grandi colpi di scena in questa narrazione della Gammauta dove, in effetti, l’impalcatura stessa delle vicende, che seguono un percorso logico e consequenziale, è abbastanza semplice e intuibile.

Quello che, però, va osservato è che non ci troviamo dinanzi a una mera narrazione rosa dove un matrimonio lungo e imploso su se stesso passa alla frustrazione della donna che ricerca nuove avventure amorose e di inaugurare una nuova vita. Siamo di fronte a un incontro puramente accidentale (che pure la donna non si lascia perdere) nel quale si butta a capofitto, istintivamente, senza pensare, quasi come una ventenne per scoprire ben presto che, in realtà, non è propriamente quello che desidera.

Un romanzo che si interroga sui limiti dell’amore, sul tormento che può nascere in noi quando la storia nella quale abbiamo sempre creduto e che abbiamo eretto come nostra abitualità, improvvisamente si rompe. Il bello di riscoprirsi giovani e mettersi in discussione. Tutto questo, però, porterà la protagonista del romanzo a una più ampia e seria riflessione sulla natura del suo dolore che, nel tempo, proprio come l’isola nella quale è andata in vacanza, l’ha portata a chiudersi nel suo micro-cosmo.

Come sempre, è il Tempo a far da sovrano sulla storia descrivendo in maniera veloce un prima (lunghissimo temporalmente) del quale poco ci viene detto e un “mentre” (breve temporalmente) ma che viene dilatato con intenzione dalla nostra per focalizzarsi proprio sulla potenzialità dell’attimo fulgente che in un certo senso cambia la nostra esistenza.

Se in meglio o in peggio, non è dato sapere.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 14 gennaio 2014

 

 

 

E’ uscito “Resta ancora un po’” di Federico Lorenzi

Resta ancora un po’
di Federico Lorenzi
You can print, 2013
Pagine: 160
Costo: €11

imageSinossi:
Veronica si trasferisce da Grosseto a Bologna per iniziare una nuova vita. Assieme a sua zia Clelia e sua cugina Alessandra scopre quanto può essere piacevole avere una vita normale senza i problemi che si è lasciata alle spalle. Ma grazie alla sua grande passione, il canto, Veronica riesce a recuperare se stessa e la sua giovinezza, inserendosi tra le allieve della DAMS.
In accademia incontrerà Andrea, un ragazzo affascinante e particolare fidanzato con  Amelia.
Tra amori, lezioni, e vita di scuola, Veronica si troverà a fare i conti con il proprio passato: tornare a Grosseto o restare a Bologna?
“Resta ancora un po’” è un romanzo accattivante che racconta le passioni dei giovani d’oggi viste attraverso gli occhi di Veronica.

Federico Lorenzi è nato a Grosseto il 21 luglio 1990. Attualmente collabora con “Sololibri.net”  e Fantasy Magazine, scrivendo recensioni online. Ha partecipato al corso di scrittura creativa presso la sede RAI di Roma.
 Tra i suoi autori preferiti spiccano C.R. Zafòn, e G. Musso.
Facebook: Federico Lorenzi – Autore (https://www.facebook.com/pages/Federico-
Lorenzi-Autore/246934308793516).

Federico Moccia ha scritto della storia: Veronica è una ragazza speciale, la sua energia è contagiosa, fa bene a tutti. Questo romanzo è come uno schiaffo inaspettato, uno di quelli che non si dimentica facilmente.

Tutti siamo l’isola – Emergenza Sardegna: l’Ass. TraccePerLaMeta ha organizzato una antologia poetica a scopo umanitario

solidarieta2_Siamo rimasti tutti, come tutti, molto male per quanto è successo in Sardegna: un ennesimo “evento eccezionale” ha provocato nei giorni scorsi un’inondazione che è stata causa di lutti e danni materiali gravi. 

I primi sono irrimediabili e partecipiamo al dolore delle famiglie con tutto il rammarico comprensibile, ma per i secondi vorremmo poter portare il nostro piccolo contributo di aiuto e di sostegno a chi vive in una regione bellissima che accoglie generosamente molti di noi per le vacanze offrendo ospitalità in luoghi unici e suggestivi.

Per questo motivo, l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta in collaborazione con la rivista di letteratura “Euterpe” ha deciso di mettere a disposizione le sue capacità e la sua arte, per dare vita a una raccolta di testi a sfondo sociale e civile il cui  ricavato di vendita sarà devoluto alla Croce Rossa Italiana con causale “Emergenza Sardegna”.

 

La partecipazione a questa iniziativa è definita nelle modalità che seguono.

Ogni poeta potrà inviare una sua poesia di carattere sociale o civile, edita o inedita sulla quale detiene la proprietà intellettuale a ogni titolo.

La poesia non dovrà superare i 30 versi e non dovrà presentare elementi di offesa alla morale, alla religione o riferimenti che denigrino il bene comune e siano forme di discriminazione (razziale, sessuale, religiosa, politica, etc).

E’ richiesto all’autore che parteciperà di inviare la poesia indicando la propria città, a testimonianza della coralità di partecipazione.

Per partecipare è necessario inviare a info@tracceperlameta.org entro e non oltre il 7 dicembre 2013:

– la poesia

– la scheda dei dati compilata e firmata ( http://www.tracceperlameta.org/modulo_partecipazione-emergenza_sardegna.doc )

– l’attestazione del pagamento di 20€ .

 

Non è richiesto ai partecipanti alcuna tassa di lettura. La cifra di 20 € è  comprensiva del costo di stampa dell’antologia, della spedizione di una copia a casa e dell’offerta che raccoglieremo e invieremo alla CRI.

Qualora si desiderino più copie per farne omaggio e sostenere ulteriormente l’iniziativa, ogni copia in più costerà 15 €. Nessun altro costo di spedizione sarà aggiunto.

 

Il pagamento può essere fatto ricorrendo a queste modalità:

 

a) Bonifico bancario

IBAN: IT-53-A-07601-10800-0010042176 08   –  BIC (SWIFT): BPPIITRRXXX

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: Antologia “Tutti siamo l’isola” – Emergenza Sardegna

 

b) Bollettino postale – C/C POSTALE: 001004217608

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: Antologia “Tutti siamo l’isola” – Emergenza Sardegna

 

c) Paypal postmaster@tracceperlameta.org

CAUSALE: Antologia “Tutti siamo l’isola” – Emergenza Sardegna

 

Ovviamente l’acquisto dell’antologia è possibile per chiunque, anche non Autore, interessato a sostenere questo impegno. Il prezzo sarà di 20€ per la prima copia acquistata, per le successive il costo sarà di 15 €.

 

La Associazione invierà regolare newsletter contenente  ogni aspetto economico dell’iniziativa provvedendo a documentare la cifra che, grazie alla vendita del libro, sarà devoluta alla CRI.

 

 

Anna Maria Folchini Stabile – Presidente Associazione TraccePerLaMeta

Lorenzo Spurio – Responsabile PR Ass. e Direttore rivista “Euterpe”

 

 

 Info:info@tracceperlameta.org

 Evento FB

Di seguito la ricevuta del versamento effettuato pari a 1.441 € al CC della CROCE ROSSA ITALIANA con Causale Emergenza Sardegna:

bonifico_CRI_bn

 

“Ritrovarsi a Parigi” di Marta Lock, recensione di Lorenzo Spurio

Ritrovarsi a Parigi
di Marta Lock
Albatros – Il Filo, Roma, 2013
Pagine: 408
Isbn: 978-88-567-6238-9
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Ritrovarsi a Parigi - Copertina singolaIl nuovo romanzo di Marta Lock si apre in maniera spigliata con una coppia di giovani che, per caso, hanno la fortuna di provare quel famoso “colpo di fulmine” che sembra essere un momento molto filmico e poco reale, ma che pure accade. E così la veloce conoscenza dei due giovani porterà, forse troppo velocemente, all’inaugurazione di una nuova quotidianità in cui Lizzy dovrà imparare ad adeguarsi  («È che sono abituata ad avere i miei spazi e a non doverli dividere con nessuno, e poi non c’è posto nel mio arma­dio per i vestiti di un altro!», 12). Cambio di sentimenti (o piuttosto bisognerebbe dire “scoperta”) e di casa. Sono gli aspetti principali che dominano nelle pagine iniziali del romanzo in questione che si legge molto bene, un po’ per l’aspetto consuetudinario –e direi quasi rituale- di due modeste esistenze, con la complicità della scrittrice che ha predisposto una scrittura tendenzialmente piana, senza particolare formalismi e ricerche lessicografiche: semplice, ma chiara, la sintassi rifugge la mania del neologismo, ingrediente della narrativa postmoderna, come pure l’atemporalità degli accadimenti, per iscriversi, invece, in uno stile prevalentemente di fattura “classica”.

Una nuova vita che s’inaugura senza una pretesa di un futuro saldo e che, paradossalmente, si fortifica sulla necessità che il tutto conservi un alone di provvisorietà: niente di definito, nessuna certezza. La nuova relazione viene presentata al lettore come veloce, quasi illogica, voluta-ma-temuta. Da un primo piano su Lizzy e Robert, la luce si sposta a un grandangolo per poi sintonizzarsi su una panoramica della sua storia familiare della quale ci viene tratteggiato l’abbandono del genitore paterno al momento dell’annuncio di Hèléne, la futura madre, di essere incinta. Di rilievo il tema antiabortista inserito nel variegato e complesso mondo della società libertaria e ribelle dell’Inghilterra degli anni ’60. Il padre, gravato dalle responsabilità e impreparato a quella grande novità, preferirà abbandonarle entrambe. Ma, si badi bene, non è che questo fatto sia di poca importanza nel proseguo della storia in quanto all’apertura del secondo capitolo viene subito sottolineato che «In realtà la mancanza di un padre aveva causato a Lizzy non pochi problemi nelle relazioni con i ragazzi» (22). Freud, parlando dei sistemi comportamentali del soggetto nelle prime fasi della crescita, non poteva mancare di osservare che per il complesso di Elettra (più o meno il corrispettivo nel maschile del complesso di Edipo), la bambina, soffrendo del complesso di castrazione, si attacca ossessivamente alla figura paterna, ricercando in essa protezione e arrivando al desiderio di conquista del genitore –entrando in una logica di conflitto con la madre. E’ studiato che nei casi in cui venga a mancare la figura genitoriale maschile, la bambina potrà sviluppare uno dei seguenti comportamenti: 1. Fiducia e attaccamento ad altri uomini nei quali cercherà di vedere/vivere la figura del padre –avendo vissuto la privazione del padre come evento in sé doloroso, ma accidentale-; 2. Repulsione nei confronti della schiera maschile –avendo vissuto la privazione del padre come scelta arbitraria e sconsiderata del genitore. Che cosa succede a Lizzy, invece?: «Lizzy si sentiva attratta da uomini in apparenza sfuggenti, di­sinteressati a una relazione, molto presi dai loro impegni e dalla loro libertà; questo la portava a desiderare con tutte le forze di conquistarli completamente, come se volesse dimostrare al mondo di essere capace di farsi amare, ma poi quando otteneva il suo scopo perdeva interesse perché la paura di legarsi e di rinunciare alla propria libertà erano troppo forti» (24). Ancora una volta la provvisorietà, l’attimo, la fugacità del momento: il saper cogliere l’attimo e saperselo godere ma nei tempi giusti, mai troppo lunghi e fuori da ogni terapia di accanimento per far durare un qualcosa. Ed è proprio per questo che quando la routine s’impone, che la problematica Lizzy comincia a sentirsi meno libera: «Dopo un anno di convivenza però Lizzy iniziò a sentire il bisogno di prendere aria» (28) e che addirittura lui «la soffocava» (39).

Dai primi capitoli s’insinua subito l’idea che quell’amore, pure vissuto per un periodo in senso autentico e con convinzione, stia diventando malato con viva preoccupazione della protagonista che si sente privata della libertà o ossessivamente tallonata (“avevo paura fosse Robert”, 50) tanto da costringerla alla decisione di andarsene via per un anno, cambiar aria, allontanarsi dal suo passato e crearsi una nuova vita. Se ne andrà così a Parigi ad abitare in una casa del suggestivo quartiere latino.

Parigi apre a un ampio ventaglio di nuove possibilità: incontri, amicizie, uscite serali, tentativi d’approccio e quant’altro, ma la capitale francese sarà anche il luogo del recupero della memoria in quanto visiterà il nonno, a lei tanto simile per temperamento, che a tratti racconterà della sua storia, della sua difficile infanzia vissuta nell’abbandono e nell’indifferenza del padre e del suo approdo in territorio francese (“sentiva che attraverso quel racconto avrebbe trovato se stessa”, p. 87). La Parigi descritta è quella della capitale bohemien, ma anche la Parigi notturna di locali, discoteche e delle luminarie della Torre Eiffel che stemperano l’aria donandole un effluvio armonico e chiaramente romantico. La multietnica Parigi infonde un aroma di coloniale (si cita la Martinica e un suo ballo tipico, lo zouk) nella figura di Yannik, il ragazzo nero che in un locale, prima molto gentilmente, poi prepotentemente si relaziona con Lizzy facendo nascere in lei un misto d’attrazione e incomprensione: “Mentre saliva le scale non riusciva a cancellare dalla propria mente il sorriso di Yannik, il suo sguardo pene­trante e le sue spalle larghe, domandandosi come fosse possibi­le che tanta bellezza si accompagnasse ad altrettanta antipatia!” (86).

E la storia di Bruno, suo nonno, di come anni prima avesse avuto un vero e proprio colpo di fulmine per una donna che sarebbe poi diventata sua moglie, serve a Lizzy per meditare sul fatto che l’amore, inteso in senso romantico, può esistere e che esso non è solo un prodotto di tempi ormai andati, basta solo trovare la persona giusta. Nel frattempo, alla festa di compleanno di Etienne, c’è un riavvicinamento tra Lizzy e Yannik, ma esso è brevissimo e ancora una volta viene vissuto da Lizzy come tentativo di oppressione alle sue libertà. L’incontro tra i due finirà pressappoco come il precedente: una sorta di attrazione-repulsione, amore-odio difficile da spiegare completamente se non attraverso la sfacciata prepotenza di Yannik e forse, il taboo dell’uomo di colore in Lizzy, come pure la sua amica non manca di farle osservare. La narratrice a questo punto della storia osserva: “Yannik diventava sempre più un enigma, e più si infittiva il mistero intorno alla sua personalità, più le veniva voglia di af­frontarlo, non con le aggressioni verbali, come era abituato a fare lui, bensì attraverso il dialogo” (122).

Ma questo è un libro che scoperchia quel vaso di Pandora che si nutre della cattiveria e dell’insensibilità dell’uomo, delle convinzioni errate dalle quali nascono sempre le sopraffazioni e del pregiudizio: l’emarginazione e il vero e proprio razzismo che il nonno sperimenta sulla sua pelle, in quanto italiano da parte dei francesi (“i france­si che erano così pieni di pregiudizi da catalogare una persona come buona o cattiva a seconda del paese nel quale era nata”, 146) e nella storia di Lizzy la sua iniziale diffidenza verso Yannik perché uomo di colore. Nelle pagine di questo libro si respira un sentimento di noia e di oppressione nei confronti di idee reazionarie, come pure nei confronti di chi è osservatore o portatore di differenze all’interno della società. Ma poi, grazie ad una serie di altre circostanze –neppure troppo fortuite- i due ragazzi hanno la possibilità di interagire e di rapportarsi sul loro passato, sulle loro professioni e proprio dal parlare, dal conoscersi, Lizzy si scoprirà innamorata dell’uomo. Seguiranno scene di cene in locali esclusivi descritte con maniacale attenzione, passeggiate romantiche, dialoghi idilliaci inframmezzati alle continue visite del nonno con il quale, di pari passo, la narratrice porta avanti l’altra storia contenuta nel romanzo: quella della storia d’amore non semplice del nonno con la nonna e della loro famiglia, le loro gioie e i loro momenti di difficoltà sino ad arrivare al momento in cui è il nonno a far luce sulla vicenda dell’abbandono del padre avvenuta sulla nascita. L’anziano, nel suo parlare saggio e concreto, mette subito in luce che per avvicinarci alla realtà di un fatto è sempre necessario ascoltare più voci e non affidarsi solo a una faccia della medaglia. Così le convinzioni su suo padre, irrobustite in lei dalle parole della madre, vengono ben presto minate alla base e si sgretolano. Sentendosi tradita dalla madre, Lizzy romperà con lei i rapporti e sarà investita da un misto di sensazioni contrastanti che la animeranno a ricercare suo padre.

Il tempo incombe sempre impetuoso in ogni colloquio con l’anziano e questa tecnica narrativa a singhiozzi, volutamente basata su briciole di analessi e poi rallentamenti improvvisi, è caratteristica dell’intero romanzo.

E quell’amore prima allontanato, quasi snobbato e nel quale non aveva creduto molto, si trasforma ben presto per Lizzy in uno dei punti fermi della sua permanenza a Parigi attaccandosi ad esso in maniera addirittura ossessiva: l’assenza di messaggi sul cellulare da parte di Yannik è in grado di far dubitare la donna, creare apprensione e smaniare. (“Doveva smetterla di spremersi le meningi in quel modo, altrimenti sarebbe impaz­zita”, 239).

E’ chiaramente nelle ultime quaranta pagine che la storia conosce continui colpi di scena e che la trama si attorciglia su se stessa in maniera impressionante: la scrittrice  si trasforma in equilibrista e destabilizza il lettore con una serie di singolarissime coincidenze, agnizioni, scoperte e veri e propri ribaltamenti di fortuna. Il finale che il lettore anticipa tingersi di sentimenti cupi e mesti darà alla fine l’occasione di risollevarsi, passando attraverso momenti ed episodi focali e addirittura epifanici che, oltre a mettere in chiaro una volta per tutte il vero temperamento di Lizzy, danno manifestazione e concretezza della validità degli insegnamenti del nonno.

Si può trarre una morale da questo libro, o addirittura se ne possono trarre diverse ed è proprio compito del lettore a cui Marta Lock consegna questo romanzo quello di rintracciarle, scorgerle e farle sue affinché anche nella sua vita non si cada in errore, fraintendimento o non ci si lasci condizionare dalla diceria o dalle false convinzioni che, innalzate al valore di tabù, rendono l’uomo schiavo di se stesso e cieco della genuinità dei rapporti con gli altri.

Un romanzo d’impostazione classica in cui molte donne potranno ritrovarsi con facilità nell’ampio spettro delle emozioni, convinzioni, angosce ed ambizioni e che molto fa riflettere sui concetti di multi-culturalità, rispetto nei confronti della tradizione, amore ed orgoglio nei confronti della famiglia, intraprendenza nell’ambito professionale e grande amore per la vita.

Una parabola sui buoni sentimenti che, pur macchiati da un passato di disagio e di privazioni, debbono avere la forza di risplendere con una luce continua, proprio come accade all’amore di Lizzy verso gli altri (la madre, il padre, Yannik, il nonno, gli amici, il bistrot, la città di Parigi, etc). Ci possono essere tentennamenti, difficoltà e momenti di dolore, ci dice Marta Lock, ma bisogna avere la forza di elaborarli con spirito di analisi e voglia di migliorare e soprattutto essere propensi a rivalutare e riconsiderare i fatti accaduti da una nuova prospettiva.

Un affascinante romanzo sull’importanza delle possibilità e sulla frenetica ricerca di se stessi dal felice connubio di relazioni con gli altri.

 

Lorenzo Spurio

“Post sisma” di Alessandra Prospero, recensione di Lorenzo Spurio

P.S. Post sisma
Di Alessandra Prospero
Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2012
Pagine: 35
ISBN: 978-88-7351-551-7
Costo: 8 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Nelle notti d’estate quasi m’illudo
che questo cielo non si stacchi cadendo
sulle nostre povere teste inermi
che questa terra non ci tradisca più (24).

 

untitledIl 6 aprile 2009 un potente terremoto colpì l’Aquila e la sua zona limitrofe. Nella tremenda scossa, che avvenne nel cuore della notte, molti edifici non ressero all’impeto della natura e caddero, si sfasciarono come strutture di cartapesta. Moltissimi i morti e i feriti; come non ricordare le giovani vittime della Casa dello Studente? La morte e il terrore si diffusero a macchia di leopardo tra gli aquilani e gli abruzzesi tutti che, anche nei giorni successivi, furono sottoposti ad altre scosse telluriche seppur di minore entità.

Quando si vede la morte con i propri occhi ci si domanda due cose. La prima è perché siamo stati risparmiati e la seconda è perché dobbiamo assistere alla morte degli altri. Chiaramente nessuna delle due domande può trovare una risposta, neppure se decidiamo di abbracciare una particolare religione. La Natura esiste ed è buona con l’uomo perché gli dà tutto: il calore, necessario per vivere, l’acqua, la fonte primaria di vita, il cibo e tutto il resto, ma essa sa anche essere cattiva come dimostrano appunto le calamità naturali. Ci si potrebbe chiedere allora perché ci sia costituzionalmente nella figura della Natura questa paradossale antinomia di bontà-cattiveria, dono-privazione, gioia-terrore, così come già molti anni fa si era domandato Leopardi. Sappiamo, però, che spesso i cataclismi e le cosiddette calamità naturali in fondo proprio “naturali” non sono o per lo meno non sono solo tali, nel senso che la sconsiderata azione umana dell’uomo sul territorio è con-causa determinante se non addirittura causa propulsiva di simili tragedie. Si pensi al disboscamento volto a una più ampia edificazione, alla cementificazione e a tutte le altre sfide che l’uomo pone di continuo alla natura, offendendola, sfruttandola e seviziandola. La Natura, poi, essendo un immenso vivente, vive la sua vita fatta di spostamenti tellurici tra placche, eruzioni vulcaniche, flussi oceanici e tanto altro: movimenti che sono naturali e che non possono essere né governati né pronosticati, sebbene una branca della sismologia crede di sì salvo non aver mai aiutato seriamente in questo senso. Ed ecco dunque che se una frana si presenta è causa dell’uomo che ha sfruttato quel territorio senza metterlo in sicurezza, ecco dunque che se la lava finisce per raggiungere delle abitazioni è causa dell’uomo che ha edificato (e speculato) in territori che, invece, sarebbero dovuti rimanere incontaminati proprio in virtù della vicinanza dal vulcano, ecco infine che se una casa, o una città non sopporta le spinte che vengono dalla Terra che l’uomo può/potrebbe avere delle responsabilità che non sono seconde a nessuno (si veda appunto il processo contro gli ingegneri della Casa dello Studente dell’Aquila).

E’ ovvio, però, che sia la Natura, la Terra, ad essere presa come capro espiatorio delle nostre malefatte perché essa è il mezzo con il quale si manifesta la tragedia che poteva essere evitata. E’ ciò che accade nelle liriche di Alessandra Prospero contenute in P.S. Post sisma. La poetessa, aquilana, ha visto con i propri occhi la sua città cadere come fosse di cartapesta, ha subito il trauma delle scosse e la violenza delle immagini che si sono prospettate dopo l’evento sismico. Tutta la silloge ha come fonte concettuale proprio l’esperienza traumatica e dolorosa del terremoto dell’Aquila; il libro si divide in due parti, una prima parte dove è la distruzione, il terrore e l’angoscia opprimente a dominare, dal titolo “Il dramma” e una seconda parte scritta con coscienza di causa, a posteriori dal tragico evento, con la consapevolezza della grande fortuna spettata a lei e ai suoi cari dal titolo “La speranza”. Andiamo per gradi.

La lirica che apre la raccolta è un pugno allo stomaco. Non esistono trasfigurazioni o ispirazioni a distanza, ma ciò che Alessandra Prospero mette sulla carta è la cronaca di cui lei fu spettatrice di quella atroce calamità. In quel momento è come se la vita si spaccasse e il tempo si bloccasse di colpo trasmettendo a tutti una sospensione invivibile e preoccupante (“quando un buio senza tempo/ diviene eterno”, 11). L’eternità a cui la poetessa si riferisce può avere una correlazione già di per sé all’idea di morte che la stessa può aver configurato nella sua mente nel momento in cui ha realizzato la gravità del momento e la difficoltà di salvarsi. C’è una fuga: si fugge dalla casa in potenziale pericolo di crollo, si fugge dalla notte, si fugge da se stessi per cercare una via di salvezza dove ci si auspica di trovare anche i propri cari (“ e fuggi verso la notte”, 11). Ma il dramma è assillante, la Natura mostra un temperamento sadico e ossessivo non permettendo una tregua, una calma da quella violenza: “il salto continuo/ il tremito perenne” (11). Tutto d’intorno è desolazione, paura, appello d’aiuto e preghiera accorata affinché la Natura smetta di “tradire” l’uomo.

C’è la consapevolezza, però, nella prima lirica della fortuna (o del destino positivo) o piuttosto della coincidenza che ci si è salvati. Si è attori della tragedia, è vero, ma non si è vittime e questo intensifica ancor di più l’attaccamento dell’uomo nei confronti della vita: “Respiro ancora,/ vedo ancora/ vivo ancora,/ palpitante” (11). Significativa è la reiterazione di “ancora” che sottolinea un certo stupore nell’esserci nel presente dopo quanto di drammatico accaduto.

I protagonisti della tragedia sono tutti: i bambini, gli adulti, gli anziani, gli animali, le case, la città e le coscienze della gente. Solo il bambino, inconsapevole di quanto è realmente accaduto, può conservare ancora un sorriso sulle sue labbra (“Il mio bambino biondo ride”, 12), mentre il luogo dove è accaduto il fatto è definito “una città fantasma/ gremita di spettri”, 12).

E’ la Morte la vera protagonista del dramma che si insidia nel privato delle famiglie, di soppiatto, traditrice e infingarda, a portare via corpi con una famelica ingordigia: “Ne potevo avvertire il fiato,/ ne ho udito i passi pesanti,/ potevo sentirla dietro di me/ senza per questo voltarmi”, 12). La Morte è un’onnipresenza concreta in quell’ambiente, temuta e aborrita, seppur invisibile.

Si domanda alla Terra il perché di quanto accaduto. Ci si appella di smettere, perché niente del genere può essere sostenuto ancora. Si prega, con poca convinzione, si piange, e si ringrazia, non senza stupore, un qualcuno che ha deciso di risparmiarli: “La nostra preghiera/ è un lamento,/ una paura,/ un ringraziamento” (13).

E così come si diceva poc’anzi cambia la fenomenologia del tempo, da categoria logica e da determinante dell’essere esso diventa vago, indistinto, non-catalogabile né definibile: il buio può esserci anche di giorno perché è il buio delle coscienze e del tormento; il giorno e la luce rimangono esistenze flebili che sembrano essere offuscate dal buio. Ci si attacca al passato, al ricordo, al vissuto (“E ieri diviene per sempre”, 14) anche se le case che costudiscono le memorie sono venute giù, distrutte e ora, più che essere custodi dell’intimo sono diventate rovine alla mercé di tutti (“La mia casa divenne/ un ossario di speranze”, p. 15). Il presente è un tempo senza-tempo, incalcolabile, sospeso, che viene vissuto nel tormento, nella paura che ciò che è accaduto, riaccada, che il Mostro tentacolare torni a reclamare altre vite (“E l’oggi non è mai domani”, 14).

E’ duro il commento della poetessa nei confronti di quanto accaduto e non potrebbe essere diversamente: rabbia e dolore si cementano in questo cuore scalfito dalla violenza degli accadimenti. Impossibile capire perché certe cose inutili e dolorose accadano: “Troppo presto vanno via le carezze, i sorrisi/ e i gesti accoglienti/ senza un perché umano/ che ci motivi questo abbandono” (16). La disperazione è tale che la poetessa nella lirica “Delusa” non può che abbandonarsi a una considerazione che dimostra lo sconforto nel credere che un domani potrà esserci: “Morta/ giace in un angolo/ la mia voglia di ricominciare” (18).

La seconda parte della silloge apre alla speranza e permette di intravedere la luce. Dopo aver conosciuto la Morte da vicino e dopo aver superato una grande prova con la propria coscienza, la poetessa è in grado di intravedere un futuro nella figura del bambino a cui è dedicata la lirica “Figlio” nella quale in chiusura scrive: “Figlio,/ di te vivo,/ gemma viva nella polvere,/ nenia di paradiso” (30). L’immagine del bambino, che sta ad indicare il futuro, la nuova generazione che cresce e che poi sostituirà quella precedente, è necessaria alla donna per ricevere un influsso positivo, “di te vivo”, del quale alimentarsi proprio come una gemma che, pur nella polvere, riesce a sbocciare a portare la vita. Non è un caso che in copertina ci sia un muro spaccato di una casa dove si vede la muratura e vicino un ramo di un arbusto con alcune foglie, simbolo della vita che incessante torna a rioccupare anche i territori morti come la poetessa aveva già consacrato in un’altra lirica della prima sezione: “L’edera freme e resiste strenua/ ai lati del mio cancello,/ a proteggere i miei ricordi/ come le bocche di Bonifacio” (15).

Un libro da leggere con il cuore e da fare proprio, dando il giusto peso a ciascuna parola, a ogni aggettivo e colore che Alessandra mette sulla carta. Non è una poesia da interpretare, Alessandra già fornisce tutto nei suoi versi lunghi, come una cronaca rimembrata e allo stesso tempo sempre attuale.

In questo libro c’è l’attaccamento per la propria terra e lo sgomento di chi vede i suoi simili sopraffatti dall’Ignoto.

In questo libro c’è l’amore, l’orgoglio, la speranza.

In questo libro c’è tutto.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 22-10-2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Un sito WordPress.com.

Su ↑