Che cos’è la poesia secondo i romantici inglesi, di Giuseppina Vinci

DI GIUSEPPINA VINCI

11Alla domanda cosa sia la Poesia, potremmo rispondere con Wordsworth ‘’spontaneous overflow of powerful feelings’’ o ‘’emotion recollected in tranquillity’’ o con Shelley ‘’something divine’’, con Coleridge ‘’willing suspension of disbelief’’. Lo spontaneo traboccare dei sentimenti potenti, forti,autentici, o emozione rivissuta in tranquillità. Sentimento o Emozione, sentimento come definizione e connotazione, e il sentimento scaturisce dalla Emozione per la Bellezza della Natura, fonte perenne di ispirazione, il Creato, l’Universo, la percezione del Mistero dell’universo, l’uomo è elemento dell’Universo nell’Universo, inscindibile, connaturato. Consolatrice, sorella, la Natura e la sua Bellezza infinita sorride all’uomo solo e lo conforta. La giovane mietitrice affascina il Poeta. Il suono melodioso della sua voce, più dolce dell’usignolo, i gesti semplici ed infiniti; e nel ricordo ‘rivissuto in tranquillità’gioisce il poeta. ‘Let the nature be your teacher’’, la Natura, ncontaminata, amica guida, maestra; il Poeta del Lake District, lontano dalla nuova ‘’civiltà’’ delle fabbriche, vive in stretta comunione con Lei, sente di essere un fortemente legato, unito a Lei. Alla Madre Natura. E dal suo animo sgorgano sentimenti potenti, stupore, meraviglia, per i doni del creato.

Prof.ssa Giuseppina Vinci

   A   Wordsworth

poesia di GIUSEPPINA VINCI

   La tua pace

   I tuoi luoghi

   Luoghi dei tuoi pensieri

   Paesaggi della tua poesia

  Campi di grano

   Canti immortali

   Giovani fanciulle

   Suoni melodiosi

   il ricordo rivissuto

   la tenera armonia della campagna

   delle colline e dei laghi

   la Natura e Te

  con te, in te.       

Giuseppina Vinci

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“Il viaggio di Emilia” di Anna Maria Balzano, recensione di Lorenzo Spurio

Il viaggio di Emilia
di Anna Maria Balzano
Qulture Edizioni, 2011
ISBN: 9788890587665
Pagine: 88
Costo: 11 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Tutto era cambiato. Ebbe nostalgia di quei pochissimi anni di cui aveva memoria che erano stati felici con la mamma e con il papà. Erano passati come un lampo. Tutto il resto era stato affanno e sofferenza… (76).

 

p012_1_00Quando nel passato si è sofferto molto, spesso ci risulta difficile convivere giornalmente con le foto o con gli oggetti che in sé hanno cristallizzato quei momenti. E’ per questo che Emilia, protagonista del romanzo Il viaggio di Emilia di Anna Maria Balzano si prepara a fare una cernita delle vecchie cose: cosa tenere e cosa buttare.

Siamo nella Napoli del 1978 e la protagonista prende a narrare la tormentata storia passata della sua famiglia suggestionata dalla visione di una vecchia foto: “Passò la mano sulla foto per eliminare un leggero strato di polvere che la rendeva più opaca e con i polpastrelli percorse i contorni e i piani del palazzetto, come se quel contatto fisico avesse il potere di rianimarlo e restituirgli quella vita che gli era appartenuta” (8). Da qui, come in un vero e proprio flusso di coscienza, partono i ricordi, le immagini, tutte dominate da una certa tristezza. La protagonista ricorda della morte del padre e del grande amore ricevuto dai nonni, piuttosto che dalla madre Anna che, invece, oltre ad essere spesso lontana da lei per motivi di lavoro si scopre presto attratta da un altro uomo. Il nuovo matrimonio della madre con un certo Renato, sconsigliato dai genitori della donna e malvisto dalla giovane Emilia, sembra inizialmente inaugurare una fase di spensieratezza e tranquillità per Anna, ma ben presto le cose cambiano. Renato non mancherà di mostrarsi violento e prepotente, interessato solo agli interessi dell’azienda della quale diviene il principale benefattore. La solitudine di Anna e l’indifferenza del marito nei suoi confronti la conducono a uno stato di apatia e il marito la farà ricoverare in una struttura psichiatrica. Emilia, la giovane protagonista, pur consapevole di ciò che succede sotto i suoi occhi, non è in grado di cambiare le cose e, pur volendo bene a sua madre, si trincera sempre dietro l’amore dei nonni che, però, malati ed anziani, nel giro di pochi anni vengono a mancare.

Ma in questa difficile storia familiare ambientata nel secondo dopoguerra, nel momento della ricostruzione, si innesta anche la storia di Giulia, figlia di un dipendente dell’azienda che era stata dei familiari di Emilia. Le due divengono amiche anche se poi un po’ per motivi di studio, un po’ per altre ragioni, finiscono per separarsi. Una serie di altri avvenimenti drammatici quali lo stupro di Giulia, l’uccisione del prepotente Renato e il processo contro Anna, ritenuta colpevole dell’omicidio si intrecceranno nel romanzo chiarendo solo nelle pagine finali i relativi collegamenti.

Niente è banale. Anna Maria Balzano costruisce un romanzo molto ricco dal punto di vista dei sentimenti, sottolineando quanto la gratuita crudeltà di un uomo possa rovinare la vita di varie persone. Un’acuta riflessione sul dolore che produciamo agli altri senza rendercene conto, un elogio del fatalismo e una considerazione sul senso tragico del vivere che, oggi come ieri, sempre caratterizza le nostre esistenze:

“Mi sono chiesta se fosse Dio che voleva questo. Ma se Dio è buono, Emilia, perché dovrebbe permettere che accadano queste cose?”

Emilia non sapeva rispondere a questa ingenua e semplice domanda di Giulia.

“Non lo so, Giulia. Non credo che ci siano cose giuste o ingiuste al mondo. Ci sono cose che accadono” (82).

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-01-2013

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Un viaggio in Abruzzo: “Rosetta e le ciambelle” di Anna Maria Boselli Santoni, recensione di L. Spurio

Rosetta e le ciambelle
di Anna Maria Boselli Santoni
C.L.D. Libri, Pontedera (PI), 2012
ISBN: 978-88-7399-217-2
Pagine: 75
Costo: 12 €
Link diretto per acquistare il libro
 
Recensione di Lorenzo Spurio
  

Domani andrò dal signor Martino Lelii, Mart’nuccio il tabaccaio, a comprarmi un quaderno e una matita: proverò a dare forma scritta ai miei sentimenti! Ne ho già accumulata una buona raccolta in questa terra sconosciuta e gentile, dove le donne hanno voci di flauto! (27)

rosetta_e_le_ciambelleCon questo libro Anna Maria Boselli Santoni ha di certo cercato di cristallizzare degli attimi del suo passato personale per renderli eterni. Molti scrittori, più o meno noti, hanno utilizzato la scrittura, cioè la letteratura, come mezzo terapeutico in presenza di stati patologici o di una dolorosa nostalgia dei tempi andati. Tracciare il proprio vissuto sulla carta significa in un certo senso volerlo ripercorrere tante volte quanto si desidera, riattualizzarlo sempre. Così non è un ricordo che si sfuma con il passare dei mesi o degli anni, è una realtà consolidata, un dato di fatto, nel quale ci si può sempre immergersi a fondo. E’ questa –credo di non sbagliare-  l’intenzione di Anna Maria Boselli che con questa raffinata scrittura ci apre le porte della sua vita privata: dalla partenza dalla Lombardia con la madre per andare a Nereto per conoscere i futuri consuoceri fino al ritorno a Leno, nella sua città di origine, carica di ogni bene alimentare abruzzese e, soprattutto, di felici sensazioni che rimarranno per sempre con lei.

E in questo lungo viaggio dalla Lombardia a Nereto, in una città della provincia abruzzese, la protagonista respira e vive sulla sua pelle odori e colori mai vissuti prima tanto da portarla a dire: “Sento forte il richiamo della natura, in qualunque ambiente essa si espanda” (15). L’arrivo a Nereto a metà degli anni ’60 è una sorta di ritorno alle origini; lì, infatti, lo scenario che si presenta ai suoi occhi è leggermente regredito da un punto di vista industriale rispetto al nord dal quale ella proviene (questo non viene detto ma al lettore attento è facile individuarlo): “Avverto subito una notevole diversità rispetto al mio ambiente” (19), scrive. E di questo ambiente nuovo, profumato, naturale subito si innamorerà di tutto: “Subito resto affascinata da questo luogo e sento che, alla fine, mi apparterrà come un sogno, per sempre” (16).

Il libro è dedicato a Mammarosa, la suocera conosciuta durante il primo viaggio a Nereto, donna buona e dal dialetto molto marcato. La prima impressione che la protagonista ha di leio è questa: “Una donna picculitta coi capelli brizzolati raccolti in trecce fissate all’insù, una gonna al polpaccio, nera, una sobria camicia di seta color piombo e una parnanza di shantung con le tasche basse e vuote” (18).

Affascinante questo diario di viaggio fatto di incontri, amicizie nate velocemente, sorrisi e momenti di nostalgia, questo appassionato memoriale di Anna Maria Boselli Santoni dove si coniuga la nascita della storia d’amore con il suo Martino al tema del viaggio e alla conoscenza di terre, usi e costumi, modi di fare, cibi e dialetti diversi che risaltano in maniera variopinta da ciascuna pagina del romanzo. E’ un elogio alla semplicità, alla generosità e al grande carattere del popolo abruzzese. Nel viaggio di ritorno verso casa c’è tempo per una pausa a Loreto dove la protagonista viene letteralmente rapita dal misticismo mariano del posto. La Nereto che Anna Maria ha e porta nel cuore non è di certo quella di oggi, ma quella di vari anni fa che la folgorò soprattutto per la grande accoglienza dei parenti di suo futuro marito. Questo libro è anche un curioso documento storico di quell’età ormai perduta in cui la vita di campagna e l’unione familiare, unite all’insegnamento di Cristo, rappresentavano i pilastri fondanti del vivere comune.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 22-01-2013

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“Tsugumi” di Banana Yoshimoto, recensione di Lorenzo Spurio

Tsugumi
di Banana Yoshimoto
Feltrinelli, Milano, 2002
ISBN: 9788807812941
Pagine: 158
Costo: 6,20 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La vita è una recita, pensai. Anche se il significato è esattamente lo stesso, rispetto alla parola illusione mi sembrava che fosse più vicina (37).

 

trBanana Yoshimito è una scrittrice giapponese la cui presenza ho sempre notato nelle librerie come pure tra gli scaffali dei libri di mia sorella. Una autrice alla quale, però, non ho mai dedicato troppo tempo, senza giungere mai ad aprire un suo libro con una certa convinzione. Ma siccome c’è un tempo per ciascuna cosa, finalmente sono riuscito a leggere qualcosa di lei. Non il romanzo d’esordio, Kitchen, che pure mi appresterò a leggere dopo questa prima lettura, ma Tsugumi. Si tratta del romanzo pubblicato nel 1989 e quello che, assieme a Kitchen, le garantì una certa notorietà. In Italia tutti i suoi libri sono stati tradotti da Feltrinelli.

Tsugumi, piuttosto che la storia del personaggio femminile di Tsugumi, è la storia di Maria, sua cugina, che ci racconta della sua adolescenza trascorsa in compagnia degli zii e delle cugine Tsugumi e Yoko in riva al mare nella provincia giapponese di Izu. In questo racconto è centrale il ricordo della cugina Tsugumi, del comportamento a tratti incomprensibile a tratti sgarbato, con la quale Maria riesce comunque a diventare amica, accettando il suo comportamento poco compiacente: “Tsugumi era cattiva, maleducata, sboccata, capricciosa, viziata, sleale. Godeva nel dire alle persone, senza mezzi termini, con dovizia di particolari e con un tempismo perfetto, quello che li faceva arrabbiare di più. Era proprio una serpe” (11).

La lettura fluida e il linguaggio semplice e pacato consentono di seguire la storia con tranquillità; non ci sono veri e propri momenti clou o epifanie, tanto che il ritmo è pressocchè sempre lo stesso, senza cadere mai nella noia o nel banale. Il tessuto di questo romanzo è costituito da un miscuglio di sentimenti quali l’amore per la propria terra, l’amicizia, l’amore e il ricordo che spesso viene evocato in maniera nostalgica, altre volte con più leggerezza tanto da fondersi al presente della storia. La stessa autrice in una nota al libro ha confessato: “Se per caso io o qualcuno della mia famiglia dovessimo perdere la memoria, ci basterebbe leggere questo libro per riuscire a ricordare quel luogo. Tsugumi sono io” (p.153). Ecco spiegato il motivo di questa narrativa dettagliata, visuale e al contempo molto olfattiva: stendere sulla carta quella storia –dai motivi chiaramente autobiografici per l’autrice- è sinonimo di un ricordo perenne, che mai verrà perso con il passare del tempo. Banana Yoshimoto cristallizza, così, momenti sulla carta per non dover temere di vederli un giorno sfumare dalla sua mente. E questo è ovviamente un procedimento che presuppone una sensibilità molto profonda, un forte attaccamento alle nostre esperienze –sia positive che negative-, una continua lotta con il tempo che, in ultima battuta, è l’unico sconfitto.

La protagonista, Maria, dopo un periodo trascorso con la madre a casa degli zii e delle cugine nella residenza di Yamamoto, si trasferisce con i suoi genitori a Tokyo dove si iscrive all’università. La capitale nipponica, che può essere visto come motivo di eccitazione e apertura a un nuovo mondo, è vissuto da Maria, almeno inizialmente, in maniera non molto semplice: è troppo forte il carico di emozioni che la lega ancora alla casa di Yamamoto e a quel contesto familiare allargato e il mare (in realtà l’oceano), che sempre ha caratterizzato le sue giornate, non c’è più. La mancanza della visione del mare per una persona che ha sempre vissuto a contatto con quell’ambiente può rivelarsi dura e traumatica, come è per Maria.

DiscoveriesDi Tsugumi il lettore fa difficoltà a comprendere l’atteggiamento scostante, cinico e ribelle nei confronti di Maria e di tutta la famiglia. Maria inizialmente non la comprende e ci sta male, mentre gli altri hanno ormai imparato ad accettare Tsugumi per com’è anche se a volte può risultare irritante e fastidiosa. Ma tra le righe fa capolino anche l’ossessivo pensiero della morte che Tsugumi ha, motivato dalla sua malattia che l’ha sempre resa debole e cagionevole, sebbene non venga chiarita quale possa essere. Potrebbe trattarsi di anoressia o di un altro disturbo alimentare o di una qualsiasi altra malattia progressiva: al lettore non è dato sapere, ma potrebbe essere visto nel suo tortuoso pensiero di morire il motivo di tanta gratuita cattiveria: “Tsugumi era cresciuta con dei gravissimi problemi di salute, ma mai, nessuno per scherzo, aveva detto dove o quanto male provasse. Scaricava la propria rabbia chiudendosi in un silenzio assoluto oppure offendendo le persone” (51).

Bananna Yoshimoto ci fa respirare l’odore del mare, insegnandoci che esso è diverso a seconda di quale sia la stagione, ma soprattutto che muta con il mutare della sensibilità dei personaggi: Tsugumi dice che preferirebbe andare a Tokyo, mentre Maria è dubbiosa e dovendo lasciare quel posto dominato dalla presenza del mare, si sente come un’orfana: “E’ inevitabile perdere qualcosa, quando se ne ottiene un’altra. E tu ti lamenti proprio adesso che finalmente potrai vivere con i tuoi sotto lo stesso tetto? […] Cosa vuoi che sia il mare a confronto! Sei proprio una bambina” (27). La scrittrice narra della nostalgia del mare, sentimento che credo potrà essere meglio compreso da ciascun isolano o abitante di un città di una qualche costa. Il paese del Sol Levante, la cui cultura e letteratura conosciamo troppo poco, è vivo nei riferimenti alla cucina nipponica (sushi, tashimi, senbei), all’architettura della casa (fusuma) e ad altre terminologie che non permettono una sintetica traduzione dei lemmi nella nostra lingua se non una definizione descrittiva che nell’edizione in lingua italiana è presente nell’apparato finale a mo’ di glossario.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 22-01-2013

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“Passione latente”, racconto di Fiorella Carcereri

Passione latente
racconto di FIORELLA CARCERERI

“No, non l’ho mai fatto e non lo farò di certo ora che ho passato la quarantina. Eppure, questo viso ha un non so che di affidabile…”.

E fu quel clic, quasi nove anni fa, a dare finalmente il via libera a una voglia ormai incontenibile di trasgressione, in parte già scritta nel suo dna, amplificata per due decenni nella culla di un matrimonio piatto e arido, in quasi totale astinenza da stimoli ed emozioni forti.  Una pazzia, un’onta, un segreto da non rivelare mai a nessuno. Ma, oramai, il desiderio di scoprire  finalmente il significato di una passione vera era diventato una forza insopprimibile che non era possibile far rientrare negli argini, allo stesso modo in cui non ci si può aspettare che un fiume già esondato torni pacificamente nel suo letto senza aver cambiato il suo corso e il corso delle cose. Quel desiderio era inarrestabile, inarrestabile come le dita veloci di Martina sulla tastiera mentre scriveva quelle poche righe a Stefano per fissare il loro primo appuntamento.

Si incontrarono in un torrido pomeriggio di metà giugno nel luogo più anonimo e meno romantico del mondo: l’uscita di un casello autostradale. Entrambi arrivarono con largo anticipo ma nessuno dei due prese l’iniziativa di scendere per primo dalla macchina.  Martina era paralizzata dall’ansia e sentiva il cuore pulsare all’impazzata. Stefano aveva le sue buone ragioni: scottature recenti ancora vive sulla pelle, delusioni di primi incontri squallidi durati meno di mezz’ora, bugie dette e sentite per troppe, troppe volte. Entrambi, chiusi al sicuro nei rispettivi abitacoli, si chiedevano, e speravano e pregavano che stavolta il destino fosse più benevolo e regalasse loro quel sogno, quell’unico  sogno che ha il potere di mandare in circolo tonnellate  di adrenalina, quello che fa sentire invincibili, quello che  isola chi lo vive dal mondo esterno in una gigantesca bolla di sapone riflettente tutti i colori dell’arcobaleno.  Non osavano chiamarlo amore, sarebbe stato troppo. Non volevano definirlo passione, sarebbe stato troppo poco. Quell’incontro era scaturito da una scelta impulsiva. Forse si trattava di un capriccio, di una momentanea vertigine dei sensi. Forse era candidato a diventare una sfida per l’anima.

Stefano digitò il numero di cellulare di Martina stringendo nella mano libera tremolante un foglietto giallo stropicciato. Ed ecco la sua voce, per la prima volta…Gli sembrava quella di una vecchia amica, che strano effetto…“Ciao, sono arrivato, due auto a sinistra dopo la tua”.

E poi lo scambio di sguardi, la stretta di mano, l’imbarazzo iniziale che si sciolse come per magia in un sorriso dalle mille implicazioni. Una lunga passeggiata, due granite ordinate alla capannina in riva al mare, la risata a stento trattenuta da Martina osservando l’atroce fine di un moscone nel bicchiere dell’ignaro Stefano, distratto dalle occhiate penetranti e dall’interrogatorio serrato cui lei lo stava sottoponendo.

Ed infine il tramonto, il primo bacio trepidante su quel prato ormai deserto al calar delle tenebre, e poi un altro, e altre decine a seguire.

Quella stessa notte, due sconosciuti, ma uguali dentro, due anime spaventate ma decise a sperimentare un’ebbrezza mai provata, due cuori assetati di tenerezza dopo tanta siccità, due corpi affamati di carezze si unirono per la prima volta.

I giorni, i mesi, gli anni a seguire rappresentarono un prolungamento del loro sogno. Una passione che sembrava non avere limiti e confini, né di spazio né di tempo.

Ma poi, la cronica mancanza di coraggio e il sottile affanno che prendeva entrambi al solo pensiero di dover confessare al mondo la temuta verità e di doversi disfare di quella quotidianità, che sentivano di non aver scelto ma che si era prepotentemente imposta nelle loro vite, giorno dopo giorno, cristallizzò quel sogno in un limbo di rinunce e nostalgia.

Martina e Stefano ora fanno raramente l’amore ma ci sono momenti in cui, all’improvviso, basta una sola parola  a catapultarne i sensi nel passato e a riavvolgere la bobina della loro storia.

Oggi Martina lo sta aspettando al solito casello. Non sa perché ma è assolutamente certa di desiderarlo come non mai. E si rende conto che la loro è una passione latente, solo sopita sotto cumuli di falsi moralismi e sensi di colpa a cui lei e Stefano si stanno  aggrappando da nove anni per non essere costretti a gridare in faccia al livore del mondo che quel sogno è capitato proprio a loro.

FIORELLA CARCERERI

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“La sensualità dell’erba” di Iuri Lombardi, recensione di Lorenzo Spurio

La sensualità dell’erba
di Iuri Lombardi
Biondi Editore, 2011
ISBN: 978-88-904691-2-1
Pagine: 154
Costo: 15 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

E’ soltanto un povero cristo, la cui passione è la notte, o meglio i ragazzi che lui incontra dopo il tramonto abbondante e saluta all’alba e in cui tramite loro, tramite quella loro inesorabile vigliaccheria, mediante il lasciarsi andare al sesso sembra narrare qualcosa di sé, mettere in discussione il suo essere, la storia, la vita, la trascendenza dell’universo (p. 9).

 

ssQuando si conosce –più o meno bene- un autore, è sempre difficile dare un giudizio critico su un libro che sia il più possibile obiettivo e fedele al reale effetto che questo ha avuto sul lettore. Cercherò di farlo con La sensualità dell’erba (Biondi Editore, 2011) di Iuri Lombardi, poeta e scrittore fiorentino, redattore della rivista di letteratura Segreti di Pulcinella e attivo all’interno del gruppo poetico-musicale denominato Poetikanten. Questo libro, come evidenzia subito la quarta di copertina, “è un libro sul sesso e sul potere”. Per semplificare, o forse per dare un messaggio chiaro ai lettori di questa recensione e ai futuri lettori del libro stesso, mi sento di dire che è un libro principalmente sul sesso. E il potere, che pure viene assunto da Lombardi come una delle tematiche del presente libro, può esso stesso essere considerato come un sotto-tema di quello del sesso.

La storia contenuta in questo libro è a tratti comica a tratti drammatica, specchio di una società a noi contemporanea in fremente cambiamento: il sesso che Lombardi narra, pur conservando una componente erotico-sensuale, non è un sesso “facile”, né “sano”.  Al contrario è un sesso “cattivo”, se così può essere definito: si parla di sesso che avviene in relazioni adulterine, di sesso omosessuale, di transessualità e, più in generale, potremmo dire di un sesso vissuto in maniera combattuta dallo stesso protagonista che, come un contemporaneo Giano bifronte, ha una doppia vita: quella dell’uomo sposato e perbene e senza figli (Ernesto Malaspighi) e di notte quella di un insaziabile ricercatore d’amore, dal desiderio morboso di spingersi in nuovi territori (Jack Cane Randagio). La definizione di “sesso cattivo” è di sicuro vaga e imprecisa e adattabile, ma la stessa indefinibilità del termine e la sua mancata meticolosità sottolineano il fatto che si tratta di un qualcosa che tendenzialmente sfugge dalla regola e che si caratterizza principalmente per prendere le distanze del canonico binomio romantico di sesso-amore. Lo scrittore anglosassone Martin Amis in un articolo giornalistico ha osservato: «Non si può scrivere di buon sesso, come non si può scrivere di sogni. È un atto così personale, che narrare le eccentricità di un personaggio può farti perdere lettori». Si tratta di una valida constatazione sulla narrativa a noi contemporanea sulla scia dei grandi padri Updike e Philip Roth che Lombardi, forse inconsciamente, sembra aver fatto sua e concretizzato in questo libro.

DSCF2863La doppia personalità dell’autore Ernesto Malaspighi-Jack Cane Randagio ha comunque elementi in comune: tanto in una vita, come nell’altra il protagonista è un uomo cinico e spregiudicato, narcisista ed egoista, violento, pressappochista e crudele. Il romanzo si tinge di noir quando veniamo a conoscenza della morte per avvelenamento di Paola, il trans, dell’arresto di Delio e della presunta fuga di Ernesto. Non servono alcuni accadimenti come il ricevimento di vari avvisi di garanzia per la sua attività illegale, l’adulterio della moglie sotto gli occhi di tutti e poi il suicidio di questa a riscrivere la storia perché Ernesto è e resterà un uomo spietato che mai rinuncerà alle dure e criminali regole del mondo. Questo è quello che il lettore si e appresta ad interpretare leggendo il romanzo ma poi, nei capitoli finali, l’autore mischia le carte e riscrive la storia. L’egoismo, la cattiveria e la spregiudicatezza che sempre hanno caratterizzato Ernesto vengono messe da parte in nome di una nuova vita; il protagonista, infatti, decide di sposarsi con Fernanda che, pur essendo malata, è convinto di amare. Per sopprimere il vecchio “io” il protagonista riceve un battesimo laico che, come una sorta di atto di redenzione, gli dà nuova vita e lo rende un uomo nuovo: più consapevole di sé e dell’importanza della vita, indifferente ormai al potere e alle bramosie dello sprezzante borghese. Una vita nuova, semplice, sotto il nome di Placido il cui stesso nome sottolinea una nuova e più tranquilla propensione attitudinale a interpretare e vivere la vita.

Il romanzo di Lombardi riecheggia soprattutto nella parte finale il fatalismo della narrativa di Moravia, autore per il quale i poli semantici dell’amore e del potere rappresentano centrali nella narrativa, il tipo di scrittura fa pensare a Brancati e il tema di fondo, chiaramente trasposto e riadattato alla luce della sensibilità a noi contemporanea, rimanda a Pirandello e, più in generale, a tutta quella ampia letteratura che si è formata a partire dalla scissione dell’io.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 20-01-2013

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“Poesie tra le orchidee” di Massimo Grilli, prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Poesie tra le orchidee
di Massimo Grilli
Ilmiolibro, 2012
 
Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Link diretto all’acquisto del libro

In queste notti di attesa
mi sdraio accanto a te
nei giardini dei sogni,
come un aquilone
la mia presenza sarà leggera.
(da “Come un aquilone”)

 

367505_copertina_frontcover_iconE’ un libro ricco di profumi e fragranze questo di Massimo Grilli, giovane poeta che, proprio come me, è marchigiano. Già a partire dal titolo e dalla copertina respiriamo un odore soave e dolciastro che ci accompagnerà per tutto il corso della lettura della silloge. Massimo Grilli è una di quelle persone –rare nella nostra contemporaneità- a cui piace ritirarsi in uno spazio tutto suo per osservare a distanza il mondo, viverlo sulla sua pelle e rendere immortali con i suoi versi quello che invece nella vita, purtroppo, è immancabilmente sottoposto allo scorrere del tempo. E’ una poesia d’istinto, pura, priva di grande elucubrazioni di carattere epistemologico od ontologico che va invece a fotografare la realtà multicolore, eterogenea e camaleontica del vivere metamorfico dell’uomo. I fiori – e quindi le orchidee del titolo del libro- sono la rappresentazione più alta e incontaminata di questo mondo vivido e pulsante, variegato ed esteticamente allettante quasi che la poetica di Massimo Grilli possa essere inserita in una corrente di tipo modernista-floreale, se questa è mai realmente esistita. Non ha senso, infatti, oltre che sarebbe un errore inestimabile, ingabbiare un poeta d’oggi all’interno di una etichetta delimitativa e troppo limitante. La storia della letteratura è già stracolma di “catalogazioni” di siffatta forma che non hanno molto interesse se non l’unica utilità di una più semplice analisi e un più sistematico studio della materia a un pubblico neofita del settore. 

“Prima con il cuore, lasciando libera un’emozione, poi con la penna, così nasce una poesia” è il pensiero che apre la silloge di Massimo Grilli e questo enunciato privo di una struttura in versi è da intendere come il manifesto della poetica di Grilli: la poesia è espressione di autenticità e di spontaneità; è solo “lasciando libera un’emozione” che questa può dar luogo a una celebrazione lirica della vita, sulla carta. In “Parola si fa luce” Massimo Grilli sottolinea la necessità che abbiamo di poesia e allo stesso tempo di poeti-vati che portino la propria parola perché “abbiamo bisogno della magia/ della parola che si fa luce/ tra le pieghe del mare sospese nel cielo”.

La semplicità tematica è una caratteristica che non si coniuga con la poetica di Massimo Grilli e così la Notte di San Lorenzo tipicamente assunta dai giovani amanti o dagli studiosi di astrologia come serata speciale, finisce per essere un’inaspettata nottata “senza stelle cadenti”, perché in fondo la vita è così: è l’irrealizzabile che si realizza o l’abituale che cessa di esser tale per diventare straordinario. E la stessa notte di San Lorenzo nella lirica di Grilli, lungi dall’essere sinonimo di meraviglia, è emblema di stanchezza e apatia che porta il poeta a preferire di guardarsi dentro di sé piuttosto che fuori da sé.

Massimo Grilli fa della Natura il punto di partenza di molte delle sue liriche che condividono un’evidente fascinazione per le bellezze naturalistiche (i fiori, l’acqua) e spesso l’elogio alla natura è fatto in maniera simbolica o in riferimento alla donna, come avviene in “Passione” dove il lettore ha quasi l’impressione che il poeta stia vagheggiando un rapporto con la sua donna, ma anche con l’intera Natura del quale è parte. “Nei tuoi occhi la notte” il poeta ci consegna, invece, una lirica profondamente caratterizzata da un punto di vista cromatico e tattile ma è allo stesso tempo un canto d’amore dal sapore agrodolce al quale il poeta si abbandona dopo un evento destabilizzante tra lui e la sua amata tanto che conclude accomiatandosi apparentemente senza nostalgia, rilanciando ancora una volta il suo status di uomo umile e sensibile:So solo scrivere poesie,/ ma ci metto il cuore, forse troppo poco per te”. Circondato dalla natura, da quella “campagna marchigiana” tanto amata dall’autore, il poeta si scopre un viandante per percorsi ancora da tracciare, un essere in balia degli eventi che aspetta solo di trovare un vero senso nel suo vivere: “Sfioro fili d’erba,/ siedo sulle pietre,/ disegno arcobaleni/ aspettando un’emozione/ che cambi la vita”.

Il tempo fa capolino in numerose liriche qui contenute come in “Comincio senza tempo” dove il martellante cadere della pioggia (che mi ricorda lo scenario di “A Cesena” di Marino Moretti) segna il ritmo della poesia e con esso il veloce incedere del tempo. Le foglie che il poeta calpesta, però, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, sono in grado di evocare “emozioni piene di colori”, di riportare dunque il poeta a momenti migliori, a primavere vissute e mai dimenticate. E’ forse questo il motivo dell’andatura affannosa e affrettata del poeta che sembra non avere una meta in particolare tanto che alla fine –illuminato da un qualcosa che non ci è dato sapere- se ne rende conto e si appoggia a un lampione, alla ricerca di un rapporto stretto con il mondo materiale dal quale fino a quel momento aveva cercato di fuggire.

In “Il mare non aspetta” Massimo Grilli ci consegna una poesia dedicata e ispirata alla stagione primaverile con curiose gemme di ciliegio che frementi stanno nascendo e faranno i ciliegi degli alberi vanitosi, per la bellezza dei fiori rosa, così vanitosi “come le donne al teatro”. Ma la primavera è anche l’invito a inaugurare una nuova stagione delle propria vita alla quale il poeta è tecnicamente pronto e preparato, se non fosse che attende l’arrivo della sua amata. La poesia di Grilli trasuda di un grande lirismo e di un amore incontaminato per la donna, è una poesia romantica –mai erotica- suadente, ricca di sentimenti nella quale si ravvisa quasi sempre il ricordo di qualcosa che poi non è accaduto, una attesa, una speranza per il futuro, una esortazione: “Sarà dolce la vita,/ anche quando il sole si spegne e si fa dura,/ ma due anime unite sanno combattere”.

Il ricordo fa capolino in varie liriche, a volte è doloroso, e poco positivo o intermittente e con squarci più cupi come avviene nella lirica dedicata al Natale, momento comunemente vissuto come felice, in riunione tra familiari che il poeta, invece, vive internamente in maniera desolante: “Torna nei giorni di Natale/ quel senso di nostalgia/ per tanti momenti sognati/ mai vissuti, ma ascoltati/ nei racconti degli amici e fatti miei,/ forse è per questo/ che a Natale non sorrido/ ma lascio che il cuore/ cerchi un’emozione/ riempia pagine bianche”. In “19 marzo” il poeta lascia andare sulla carta emozioni e il ricordo infelice della sua infanzia dovuto a un abbandono e contestualmente alla mancanza d’affetto e cure. Il poeta non sembra essersi riconciliato con quell’uomo che gli ha fatto tanto male e che non ha conosciuto e non può che concludere: “E’ troppo chiamarti padre/ forse io/ sono troppo figlio per esserlo”.

Questo libro è piacevole e profumatissimo. Per il lettore sarà come passeggiare per un giardino botanico tra varietà di fiori più o meno comuni: girasoli, viole, rose, orchidee e tante altre specie. L’insieme delle fragranze –dolci, aromatizzate, penetranti, soavi- è l’essenza stessa di questa silloge.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore e critico)

 

Pamplona, 10 Settembre 2012

 

BOOK TRAILER DEL LIBRO

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE IL PRESENTE TESTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Anna Maria Balzano su “Flyte e Tallis” di Lorenzo Spurio

Flyte & Tallis
Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese
di LORENZO SPURIO
Photocity Edizioni, 2012
 
Recensione di ANNA MARIA BALZANO

copertina solo frontNon esito a definire veramente molto interessante questo saggio di Lorenzo Spurio su due grandi opere della letteratura inglese: Espiazione di Ian McEwan e Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh. L’analisi di Spurio è dettagliata e puntuale: l’intento è dimostrare come questi romanzi, di autori così diversi per fede e ideali, abbiano invece molti punti in comune.  

Spurio mette subito l’accento sulla centralità della casa, come dimora familiare, nella quale e intorno alla quale si svolge la vita di due grandi famiglie.

Villa Tallis e Brideshead sono entrambe dimore fatiscenti, la cui decadenza strutturale diviene metafora della decadenza fisica e morale dei loro abitanti. Spurio poi sottolinea come in entrambi i romanzi assumano grande significato la presenza di una fontana, di fronte alla casa, e della biblioteca all’interno, luoghi nei quali e intorno ai quali si svolgono eventi importanti che inducono il lettore anche a considerazioni sull’arte.

Procedendo nell’attento esame dei testi, l’autore del saggio fa notare come la disparità sociale e il  contrasto di classe, diversi, ovviamente, da quelli dell’epoca vittoriana, siano presenti in entrambi i romanzi e ne costituiscano un punto  centrale. Se in McEwan ci si concentra di più sulla crisi della borghesia in Waugh si pone l’accento sulla decadenza e l’anacronismo dell’aristocrazia.

Ciò che accomuna più palesemente le due opere, dice Spurio, è certamente il tema della guerra e delle sue conseguenze: esso occupa grande spazio all’interno della narrazione.

Uno dei punti più interessanti di questo saggio consiste nell’aver individuato in due autori tanto dissimili per impostazione e fede religiosa, alcuni elementi che li avvicinano. Spurio esamina, a cominciare dal titolo dell’opera di McEwan, quegli indici che, in Espiazione, tradiscono l’insegnamento cattolico: e ciò nonostante il dichiarato ateismo dell’autore.

Né mi sembra di minore importanza aver rilevato come in entrambi i romanzi si continui una tradizione già solidamente radicata nella letteratura inglese, che vuole che la storia finisca là dove è incominciata, dando all’opera una struttura circolare. In questa prospettiva Spurio critica giustamente la versione cinematografica di Espiazione che vuole una fine in un luogo diverso da Villa Tallis.

In conclusione al saggio si sottolineano le citazioni e gli accenni ai grandi autori che si incontrano nel corso della lettura di queste opere: ciò è di aiuto anche per capire quali siano state le influenze e i riferimenti culturali dei due romanzieri.

La bella prefazione di Marzia Carocci e la traduzione di Spurio dell’articolo di Brian Finney alla fine del saggio, completano questo lavoro di grande interesse e utilità, non solo per gli studiosi del genere.

 

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA DIETRO CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Edom”, racconto di Giuseppina Vinci

Edom

di GIUSEPPINA VINCI

 

victorian-lady-bSi chiedeva spesso perché avessero deciso di chiamarla Edom

La madre l’aveva affidata a Maria.

Edom, la chiamavano le amiche e lei era quasi lusingata che il proprio nome fosse così raro, così particolare.

Era cresciuta vicino alla campagna, l’aria pura, il verde, attorno a lei una famiglia unita, almeno così sembrava. Qualcuno in famiglia non aveva mai accettato la sua nascita, la sua presenza.

Edom aveva studiato, era molto bella.

 Eppure Edom si sentiva sola, tutti gli uomini che la corteggiavano non l’amavano come lei avrebbe voluto.

Non era amore il loro. L’amore non era quello.

Non poteva accettare. Così passavano gli anni ed ella era sempre infelice.

Edom si sentiva sempre più sola.

L’amore quello che ti coinvolge, ti eleva, ti trascina violentemente e dolcemente, quelli che ti fa guardare

Le stelle e pensare che anche il tuo amore nello stesso momento le sta guardando,

l’amore quello che ti fa sentire un’unica cosa, quello che ti fa credere a una sola anima, a un solo pensiero

a un unico ed eterno pensiero, questo è ciò che voleva. Ma esisteva, si chiedeva Edom?

NO. Era come un’onda! Spinta da una forza sconosciuta e toccava la terra, ma si ritraeva e si avvolgeva

e ritornava da dove era sospinta, per perdere se stessa, per non distinguersi più. Non era più nulla. Una

goccia tra tantissime, migliaia, infinite, indistinte, tutte messe insieme da una Volontà brillare, per luccicare

scomparire nel grande mare della vita.

Avrebbe un giorno, si chiedeva Edom, vissuto come sognava?

Il suo era un sogno, un bellissimo sogno e come tutti i sogni non sai mai se si avverano o no.

Sei come una piuma, anche una brezza può condurti chissà dove. E poi il vento della vita, ancora più

lontano. Senti la vita leggera, l’ami, la senti dentro di te, attorno a te.

edom aveva incontrato e conosciuto tanti uomini, sperava che qualcuno potesse essere realmente

quello che le avrebbe fatto provare quell’amore, quello per cui avrebbe sentito la magia della vita.

Ma il tempo passa, passa anche per Edom. Non aveva colto il momento e sola, rivede un bel giorno Davide.

Negli anni passati l’aveva respinto più volte, adesso lo guardava con occhi diversi e prima ancora che lui

riavvicinasse a lei, lo chiama, si frequentano, si sposano. Il desiderio di un bambino sembra unirli ma l’impossibilità di averli li allontana, spezza quell’esile filo che li teneva uniti.

E’ sola. Ritorna a essere sola. Lui non sta molto a casa. Ha tante altre cosa da fare, dice. Il lavoro, questo, quello.

Non è proprio quello che voleva, che sognava. Ma i sogni sono sempre sogni. Rimangono sogni.

La solitudine ti frega. Ti adatti. Sopporti. Ti rassegni. Accetti quello che è necessario accettare.

Vorrebbe rifarsi una vita, come si dice. La quotidianità della vita, mediocre. Sembra quasi

Ricordare la signora Dalloway. Ella accetta la sua vita nella sua quotidianità, nella sua , se vogliamo,

mediocrità.  Nella serpentina di Londra aveva gettato uno scellino, quando gli altri possono gettare la propria vita, come  Septimus; lei Edom aveva gettato tutti i suoi sogni, le sue illusioni. Tutti gettiamo

qualcosa di noi stessi e non sappiamo più come riprendercela, mai più.

Ma dobbiamo continuare a vivere, se non per noi stessi. E così Edom continua a vivere ma crede di essere

Una morta viva. Dentro non ha più nulla di quello che la sorreggeva, nulla di quello per cui viveva, si illude di vivere, ma sa che qualcosa è irrimediabilmente andato per sempre e nessuno e nessun fatto potrà ridarle la speranza. E’ duro continuare a vivere quando non hai la speranza. E questa la devi cercare dentro di te.

Devi guardarti dentro e cercare, cercare, forse qualcosa su cui costruire puoi ancora trovare.

L’amore per la natura, per il mare,

 per la stessa vita potrebbe aiutarti.

Ma non lo fa. E si isola. Sempre più dagli altri, dal mondo. Cosa potrebbe scuoterla, solo Dio lo sa.

Solo Lui può farsi sentire, può scendere nel suo cuore e chiamarla a Sé.

la stessa vita che una volta amavi, che una volta affrontavi perché quella persona era vicina a te.

Quella persona era tutto per te, ma la stessa Vita te l’ha strappata per sempre, e tu rimani là a chiederti perché, e non sai darti una ragione. Questo è quanto Edom ha vissuto, sentito, sofferto.

La morte della madre le ha spezzato il cuore, l’ha ridotto in brandelli, ella è una morta viva, dice di se stessa.

Un vuoto dentro e attorno a lei, indefinibile, intoccabile, inevitabile la tiene sospesa, la stringe

Non riesce a liberarsi, quasi la soffoca, come può continuare la vita, l’essere più prezioso non è più con lei.

Il sostegno, le braccia che la consolavano, non è più con lei.

E’ sola, senza amore…..

Di amiche Edom ne aveva tante, la stimavano, le raccontavano tanti fatti della loro vita

ed ella le ascoltava e dava loro consigli, sempre disinteressati, voleva anche lei bene alle amiche.

In lei molte trovavano conforto, la sua comprensione era tanta, il suo coinvolgimento sincero.

Sembrava che solo Davide non si accorgesse della ricchezza morale, della capacità di penetrare i problemi degli altri, della disponibilità al dialogo, o forse sì, ma non lo dimostrava.

Sembrava che i suoi interessi fossero rivolti ad altro. La casa, la loro casa, più che un nido di amore, era un nido di solitudine.

Era tanto cambiata Edom, ancor più dopo la morte della madre. Pensava sempre a lei. Solo lei le dava ciò di cui aveva bisogno, ciò di cui aveva avuto sempre bisogni: fiducia nella vita, forza, amore.

Ormai, però non c’era più, nessun altro al mondo poteva sostituirla, né il marito, né i fratelli, né le amiche. Nessun altro. Non un muro, non una barriera che possa farti pensare e voler vedere cosa può esserci   oltre.

No. E’ il rifiuto, la non accettazione del mondo, la sua vita. Non chiede nemmeno cosa può esserci al di là

Di quella barriera. Edom, nata per amare, per dare, adesso non vuole più amare, dare, non può più amare, non può più dare, dentro di lei il vuoto, il deserto, tutto è immobile in lei, fermo, paralizzato. La vita non ha senso, non ha motivo, non ha futuro. Scorrono i giorni, tra silenzi, e il silenzio attorno e dentro forse un giorno sarà vivo, avrà una voce, le riempirà il cuore e potrà tornare a palpitare……..

“La mia arpa” di Liliana Manetti

“La mia arpa”
di Liliana Manetti
Aletti Editore
Genere: Poesia
ISBN: 9788859108290
Pagine: 64
Costo: 12 €
 
Sinossi: 

156177_541733099188848_148279008_nLa mia arpa è l’espressione della mia anima, dove mi metto a nudo con le mie problematiche, i miei amori intramontabili come quello per la natura e le emozioni che mi danno le sue stagioni così diverse eppur così complementari…

L’amore per la vita in genere emerge nelle note dolci delle mie poesie, velate sempre dal mio romanticismo.

Le corde mute della mia anima se le ascolti in un giorno di settembre dall’aria frizzantina come questo sapranno suonarti una melodia bellissima: ma solo se vuoi, solo se le rispetti e le ami profondamente, altrimenti come dico nei miei versi “giaceranno nel loro dolore”.

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Chi è l’autrice?

Liliana Manetti è nata a Roma il 17/06/1980, è  neolaureata in filosofia. Ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata “L’ultima romantica”,poesie scritte nell’arco di 16 anni, e ha partecipato con le sue liriche a numerose antologie poetiche edite da Aletti editore e da casa editrice Pagine. Attualmente ha terminato di scrivere, insieme alla mia inseparabile amica Selina Giomarelli, un libro fantasy, un’avventura tutta da scoprire, un libro tra sogno,realtà, e fantasia. Ha sempre amato la letteratura e la filosofia classica, ma è rimasta affascinata comunque dalla filosofia medievale, illuminista e romantica: i periodi di rottura e le rivoluzioni, i cambiamenti nei diversi ambiti.

E’ rimasta sorpresa di quanto la mia anima sia ancorata al romanticismo..

Lorenzo Spurio presenta il suo saggio “Flyte & Tallis” a Firenze

copertina flyte sponsor-page-001 - Copia

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Clicca di seguito per leggere le varie recensioni al libro:

Recensione di CINZIA TIANETTI
Recensione di SARA GROSOLI
 
 

“Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima” di Annamaria Pecoraro (Dulcinea)

Le Rime del Cuore attraverso i Passi dell’Anima
di Annamaria Pecoraro (Dulcinea)
Lettere Animate Editore, 2012
ISBN: 978-88-97801-46-7
Pagine: 178
Costo: 12€

coverSINOSSI : Siamo tutti naviganti su quel mare, spesso misterioso, complesso, paradossalmente  semplice: la Vita. Ognuno di noi, è alla ricerca della sua terra, nelle sue affermazioni, realizzazioni di verità, seguendo la via del cuore, indicata dalla Stella Polare. Sia per chi è credente, o per chi non lo è, ci “appoggiamo” a Dio, o in quelle fondamenta; fatte degli affetti cari e di valori. Il messaggio alla fine è lo stesso: lasciare la nostra scia, tracciando a testa alta la rotta, nonostante le tempeste e i canti di sirene, che spesso, trascinano in abissi neri.

Il poeta, per la sua sensibilità speciale, è un estraneo in un mondo come il nostro, dove si corre sempre, e si rincorrono materialità e successo. E’ una sorta di mediatore, tra bene e male, che guarda e attinge dalla realtà circostante, un senso, immortalandolo con le parole, come un pittore fa sulla propria tela, descrivendo così, quello che vede e sente.

Cerco di donare me stessa, continuando con forza a esser gioia e sorriso, fiammella accesa e testimone di luce per chi ne ha bisogno, tenendo sempre in mente la frase: “Vola in alto solo chi osa farlo” (Luis Sepùlveda), e nel cuore: “Piccoli passi per grandi risultati” (Madre Teresa).

Il mio stile e il mio pseudonimo, nascono dall’ascolto e dall’attenta osservazione nel vedere “oltre”, usando un linguaggio universale, che definirei “dulciniano”: lottando contro i quotidiani mulini a vento; come l’indifferenza, l’egoismo, le maschere e l’ipocrisia.

Il valore è dato dal nostro bagaglio culturale ed emotivo. Sensibilizzando, chi alla lettura poetica, si affianca, per viverla, e sentirsi  così, Protagonista, e non un “estraneo”.

Trasmettere calore viscerale è importante, e non sempre è facile o innato. La speranza, l’abbandono, la voglia, la capacità di accettare e di amare, sono la guida ai nostri pensieri, alle nostre semplici e umili parole.

Questa pubblicazione raccoglie le poesie che ho scritto in questi anni, un passaggio, una crescita professionale e di formazione, diviso in due parti, una dal 2007 al 2009 e l’altra dal 2009 al 2012. È un’antologia – riflessione sull’esistenza, il viaggio, è spesso metaforico, interiore. E’ una ricerca di se stessi e dell’amore vero, attraverso i Passi della nostra Anima e le Rime che toccano il nostro Cuore.

Un ringraziamento va a chi, senza nessuna pretesa, si è affiancato a me, con costante stima e affetto, a chi continuerà a farlo, con rispetto, fiducia e umiltà.

 

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