Si chiude la trilogia “Infinito” del poeta anconetano Mauro Cesaretti; è uscito “Se è Amore, lo sarà per sempre”

Il poeta e performer anconetano Mauro Cesaretti torna in libreria e negli store online con la sua nuova silloge di poesie, Se è Amore, lo sarà per sempre edito Montag.  Trascorsi già quattro anni dal libro d’esordio, Se è Vita, lo sarà per sempre, che ha dato il via alla sua carriera letteraria, e dopo aver pubblicato Se è Poesia, lo sarà per sempre nel 2017, quest’anno conclude la stimata trilogia “Infinito” con l’uscita dell’ultimo volume.

Rispetto ai precedenti volumi della trilogia, Se è Amore, lo sarà per sempre è un’opera che vive l’amore negando l’amore stesso, che scopre l’essenza attraverso le varie sfumature del cuore, che soffre il dolore degli sbagli attraversando i ricordi. È, per dirla in sintesi, la conclusione della trilogia, ma anche l’inizio stesso, poiché volutamente il poeta ha inserito delle liriche risalenti al suo primo periodo per dare un senso di ciclicità e ricongiunzione.

In origine la trilogia doveva proporsi come una raccolta unica con tutte le poesie giovanili e solo successivamente è stata smembrata in tre volumi, ciascuno con un suo tema: vita, poesia e amore. Quello che ha rimesso in gioco l’intero progetto, infatti, è stata la morte del padre. Il tragico avvenimento, accaduto a cavallo tra il primo e il secondo libro, ha portato il giovane autore a far confluire alcuni canti nelle altre due sillogi mescolando quello che doveva essere il piano editoriale iniziale. Questo ultimo libro raccoglie le prime poesie d’amore dei 13-16 anni, quelle scritte per la sua ragazza del liceo e altre liriche varie elaborate durante l’arco dei suoi 19 anni.

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Il poeta anconetano Mauro Cesaretti

“È un’emozione indescrivibile poter pensare a questo piccolo traguardo della mia vita!”, ha spiegato Cesaretti, aggiungendo “Finalmente sono riuscito a portare a termine questo progetto incominciato cinque anni fa, che dopotutto mi ha permesso di elaborare al meglio la mia poetica e i miei pensieri intellettuali.”

Con questa raccolta Cesaretti può vantare ben 300 poesie, anche se come dice lui stesso, varie di esse sarebbe meglio definirle “riflessioni” o “piccoli pensieri” per rispetto dello studio concepito dietro ad altre composizioni. Nei suoi libri, infatti, ha cercato l’unione dei suoi appunti personali con le liriche, al fine di far capire l’origine del sentimento o la derivazione dei concetti.

Compagna di viaggio di questa trilogia è stata la Body Poetry, questa singolare e riuscita accoppiata di parola e movimento da lui sperimentata quale performance durante le presentazioni. Tale procedimento esibitivo gli ha permesso di collaborare con più maestranze provenienti da ambiti artistici diversi scoprendo in questo modo i vasti campi d’applicazione della poesia che solitamente viene rinchiusa tra una copertina e un retro di un libro, quando invece essa si propaga in quelli che sono aspetti teatrali e interpretativi volti al coinvolgimento e all’immedesimazione dei singoli individui.

COPERTINA.jpgDopo aver ideato anche il progetto di video-poesie “Istanti”, nel quale ha fatto confluire alcune poesie dei vecchi libri e sei esclusive di Se è Amore, lo sarà per sempre, da gennaio 2018 partirà sul canale youtube Mauro Cesaretti, l’ultima sperimentazione coreutica, Body Poetry – NeoBallet, interpretata da Homar Perchiazzo e Beatrice Guerri con l’accompagnamento musicale di colonne sonore reinterpretate da Jacopo Megarelli e Alessandro Bondi.

“Mi aspetto di poter stimolare la fantasia e suscitare emozioni nei miei lettori appassionandoli a quella che è stata la mia storia e le mie esperienze. Con ciò spero anche che si possano rivedere in alcune situazioni del mio vissuto trovando conforto e piacere!” ha rivelato il promettente artista.

Intervista alla scrittrice ed editrice Rita Angelelli. A cura di Lorenzo Spurio

12961692_10204882259136370_3786960462861747023_nQuest’oggi abbiamo l’occasione di conoscere più da vicino Rita Angelelli, autrice e poetessa che tanto si sta impegnando per la promozione culturale credendo in autori esordienti e riconoscendo talenti a livello nazionale. Rita Angelelli è nata cinquantatré anni fa a Santa Maria Nuova (AN) dove attualmente vive. Ricamatrice di professione, creativa per passione e produce bigiotteria di alta classe per sé e per gli amici, nel 2017 ha fondato la casa editrice Le Mezzelane. Autrice di racconti e romanzi erotici (tra cui la trilogia Le nuove confessioni di Eva) e di sillogi poetiche (Ceramiche a capodanno del 2017 e Un’altra vita di prossima uscita), dopo la guarigione da una subdola malattia pubblica Salve amici della notte, sono Porzia Romano, un crudo resoconto di vita vissuta di cui è stata protagonista. Direttrice editoriale de Le Mezzelane, lettrice, relatrice in presentazioni di libri ed eventi, MC, performer.

  

L.S.: Che cosa rappresenta per te la letteratura?

R.A.: E’ la mia vita: è un mondo che mi affascina e nel quale mi sento realizzata, dove ho l’opportunità di conoscere gente e di entrare in contatto con realtà diverse. Questo, su un piano meramente personale, mentre a un livello superiore potrei dire che la letteratura è senz’altro un sapere che ha a che vedere con l’istruzione, con la fame di conoscenza. Essa ti permette di scoprire tante cose e anche di capire meglio te stesso.

L.S.: Quali generi preferisci?

R.A.: In particolar modo amo il genere rosa (ho letto moltissimi Harmony!), o romance come lo chiamano adesso, il thriller sino ad arrivare al giallo-crime e al noir. Negli ultimi tempi ho iniziato ad apprezzare anche il fantasy.

L.S.: Cos’è che ti piace di più del genere rosa e degli altri generi?

R.A.: La possibilità di scoprire personaggi realistici che hanno al contempo qualcosa di ‘fantastico’. Chiaramente molto affascinanti sono le ambientazioni da sogno e la capacità della narrazione di farti sognare e trasportare su ‘universi paralleli’. In particolare apprezzo molto le narrazioni di Daniel Steel e di Liala (pseudonimo di Amalia Liana Negretti Odescalchi, nota autrice di romanzi d’appendice). Mentre per quanto riguarda il thriller/giallo crime/noir mi piacciono quei passaggi dal ritmo elevato e i colpi di scena.

L.S.: Quali sono secondo te le principali difficoltà che incontra uno scrittore nella stesura di un romanzo?

R.A.: Secondo me la questione linguistica è importantissima. Anche io, che provenivo da tutt’altro mondo rispetto al sapere umanistico, ho dovuto fare un’attenta operazione di studio della grammatica, della sintassi e delle forme. Tale amore verso la letteratura mi ha portato recentemente a iscrivermi a un corso di letteratura antica che inizierò nei prossimi mesi. Particolare attenzione va riversata anche sulle ambientazioni: è sempre preferibile raccontare di episodi localizzabili in ambienti, contesti geografici, che, per qualche ragione, l’autore ha sperimentato direttamente perché li ha vissuti. L’utilizzo del flashback è una risorsa importantissima perché consente di portare a galla i flussi di coscienza dei personaggi e dunque di fornirne una tracciatura completa dei caratteri.

L.S.: Puoi parlarci del tuo progetto narrativo Le nuove confessioni di Eva?

R.A.: Le nuove confessioni di Eva è una trilogia di cui è stata pubblicata per il momento solo la prima parte. Essa è nata in maniera anomala nel senso che inizialmente avevo scritto un racconto breve, dotato di un suo finale e poi mi è stato proposto di ampliare l’intera storia e così, partendo proprio dalla chiusa, ho rielaborato il tutto con maggiori particolari e una più attenta tracciatura del personaggio di Eva e del suo vissuto. Pur essendo consapevole che i generi di racconto e romanzo sono differenti e distanziati tra loro, in tale circostanza la forma breve mi è servita come base, come abbozzo, per lo sviluppo nei dettagli e nella trama, di una narrazione più arzigogolata.

L.S.: Come definiresti la poesia?

R.A.: La poesia nasce in un momento d’intimità con sé stessi. Si tratta di un’esigenza di affrontare argomenti e renderli pubblici e dunque fruibili. E’ difficile definire la poesia in maniera univoca; io nel tempo ho scritto vari tipi di poesia, da quella amorosa, a quella più “pesantina” che ha a che fare con tematiche biografiche quali la malattia e la morte. Essa ha sempre la caratteristica di essere una scrittura istintiva, non mediata da un’analisi o da una ricerca come ad esempio può avvenire con la narrativa.

L.S.: Scrivi al pc o a mano?

R.A.: In entrambi i modi, indifferentemente. A seconda delle situazioni e della disponibilità.

L.S.: A quali poeti – italiani o stranieri – ti senti maggiormente legata?

R.A.: Mi piace molto la poesia realistica e concreta di Ezra Pound. Ho letto più volte Neruda. Per quanto concerne la poesia italiana, non farei nomi in particolare. Per il lavoro che conduco mi trovo spesso a leggere la poesia di autori giovani ed esordienti. Posso citare alcuni poeti che secondo me si mostrano – ciascuno a suo modo – veramente validi: l’aretino Davide Rocco Colacrai, il sardo Alessandro Madeddu, la padovana Michela Zanarella. Tra le voci di maggior spessore, consacrate alla letteratura del nostro secolo, senz’altro Dante Maffia.

L.S.: Per quale motivo una persona è portata a scrivere oggi?

R.A.: Mi trovo a individuare tre fasce di persone che scrivono. Chi lo fa per mera passione, e il più delle volte nemmeno pubblica niente, tenendo i propri scritti nel cassetto. C’è poi chi lo fa perché ha una reale esigenza di farlo (scrittura come terapia) ed ha dunque la necessità di condividere con un pubblico ciò che scrive. Raramente queste persone diventano famose come scrittori o poeti. C’è infine (pochissimi) chi è uno scrittore di professione, riconosciuto. Vale a dire che vive dell’attività della sua scrittura.

L.S.: Puoi parlarci del tuo nuovo libro di poesie, Un’altra vita?

R.A.: Si tratta di una raccolta di liriche scritte in un ampio arco temporale. Alcune contraddistinte da temi amari quali la malattia, la solitudine e la morte ed altre, più recenti, che parlano di gioia e soddisfazione e che aprono dunque a “un’altra vita”. Si tratta di poesie molto personali che toccano la mia interiorità, gli affetti e la famiglia, molte di esse sono poste nella forma della riflessione.

Un_altra_vita.jpgL.S.: Quali progetti personali ti vedono coinvolta in questo periodo?

R.A.: Il romanzo Solo sabbia tra le mani uscirà rivisto a breve con il titolo di Lucrezia. Si tratta di un romanzo ambientato tra Porto Recanati e Ancona che parte come erotico per diventare giallo e sfociare alla fine come un vero noir. Sono particolarmente legata al romanzo anche per il sistema di narratori che ho previsto: nella prima parte si narra in terza persona singolare, dunque da un punto di vista extra-diegetico, nella seconda parte si fa uso della prima persona singolare, dunque è una narrazione intimistica e diaristica, in presa diretta. Infine la terza parte è sempre scritta in prima persona ma ho adoperato una sorta di distaccamento dall’io narrante, come una proiezione distaccata ed esterna. Tra gli altri progetti dovrò lavorare a una riscrittura di Istinto e passione, il mio primo romanzo pubblicato nel 2012. Mi è anche stato chiesto di scrivere i testi per una serie tv, ma per quello ci sarà tempo da attendere. Qualcosa di bello ma al contempo impegnativo: vedremo come si metteranno le cose!

L.S.: Quali sono le tue considerazioni in merito allo sterminato scenario dei concorsi letterari in Italia?

R.A.: In Italia ci sono tantissimi concorsi, ma quasi nessuno dà veramente la fama e consente di essere conosciuti, apprezzati e diffusi. Tranne quei pochi concorsi risonanti, il cui numero si conta sul palmo della mano, devo riconoscere che la gran parte sono poco utili, spesso mal organizzati e privi di un reale intendimento nella questione sociale o, peggio ancora, macchine per far cassa. La mia esperienza con i concorsi mi porta a citare il premio di poesia e narrativa breve “La pelle non dimentica” da me ideato nel 2017 con lo scopo di dare la possibilità di sensibilizzare sui temi del femminicidio e della violenza di genere e di sostenere finanziariamente l’Ass. Artemisia di Firenze che si occupa di violenza sulla donna, sui bambini e di case famiglia. I concorsi dovrebbero essere motivati, al di là dell’effimero premio, da un sostegno verso realtà di disagio.

L.S.: Sei stata, assieme al sottoscritto, organizzatrice e MC di poetry slam. Che cosa ne pensi di questa formula di proporre la poesia?

R.A.: Si tratta di un bell’universo perché il pubblico è parte attiva della manifestazione. Il poeta si impegna e ci mette tutto se stesso per interpretare e dar forma ai suoi testi. È uno spettacolo vero e proprio che è anche bello condurre. Mi piace perché partecipano molti giovani e perché l’età anagrafica dei partecipanti è completamente ininfluente nei metri di giudizio della giuria pubblica.

L.S.: Perché hai deciso di aprire Le Mezzelane Casa Editrice?

R.A.: Ho sempre amato i libri e leggerli ma la decisione di aprire la casa editrice è nata più come sfida o ribellione nei confronti di (sedicenti) editori che in precedenti occasioni avevano interagito con me e le mie opere in maniera poco scrupolosa e professionale. Ho svolto per un paio di anni l’attività di talent scout e credo di essere abile nell’intuire se un autore valga. Il progetto è nato e si è sviluppato nell’arco di circa sei mesi e da allora (un anno e mezzo di attività) siamo orgogliosi nel riconoscere di aver 74 libri pubblicati e altrettanti – in forma di proposte – che verranno pubblicati nel corso del 2018. Abbiamo varie collane che si occupano di tutti i generi e al momento quelle maggiormente rappresentate sono “Ballate” per la poesia, “La mia strada” per la narrativa e “Tra serio e faceto” per l’umoristica. Abbiamo iniziato con un organico ridottissimo e ora siamo in quindici: la proprietaria, Camilla Capomasi, io che sono il direttore editoriale, la capo-editor Maria Grazia Beltrami che coordina undici editor e la grafica Gaia Conventi. Oltre al nostro sito – che ben presto verrà implementato anche con servizi aggiuntivi – i nostri libri sono acquistabili in tutte le librerie online e ordinabili nelle librerie fisiche. Il nostro distributore LibroCo, copre l’intero territorio nazionale in maniera efficiente e tracciata.

 

Jesi, 28-12-2017

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.

“Pietra e farfalla” di Paolo Mazzocchini, alcune note a cura di Lorenzo Spurio

A cura di Lorenzo Spurio

[H]o faticato un po’ a leggere il suo libro; […] questa non è minimamente una recensione, non ha nessuna velleità di mostrarsi come tale. Si evince dalle Sue liriche una netta predilezione per forme e immagini della classicità e ciò non potrebbe essere diversamente data la sua natura, la sua inclinazione e i suoi interessi che la vedono docente proprio in quella branca del sapere.

9788866443575_0_0_300_75Al di là della pregevole fattura del libro che testimonia come sempre la sopraffina cura editoriale di un editore quale Ladolfi, ho letto il suo libro in numerose riprese, ritornando spesso indietro, rileggendo anche due o più volte alcune liriche perché forse un’unica e sommaria lettura non poteva dirsi sufficiente nel permettere al lettore di avere gli arnesi interpretativi. Si tratta chiaramente di un’impresa che sempre si concretizza quando ci si pone dinanzi a un libro di poesia: da un lato si cerca di capire che cosa il poeta realmente intendesse, dall’altra si conclude spesso che la poesia è meramente una comunicazione pluri-evocativa, vale a dire che può – anzi deve – realizzarsi su più piani e dunque provvedere a varie chiavi esegetiche. Comprendere ciò che uno è in grado e vederci ciò quell’uno pensa di intravedervi.

La poesia contenuta in Pietra e farfalla s’inserisce in maniera ancor più vivida in questo approccio interpretativo e relazionale che il lettore intreccia ai vari righi. Il prefatore Giulio Greco credo che abbia delineato nelle sue note iniziali – con grande capacità – solo alcune delle angolature della sua opera poetica che, in effetti, risulta ben meno catalogabile e definibile di ciò che lo stesso – opinatamente – ha fatto. L’impalcatura volutamente ossimorica o manichea è ciò che ben salta subito all’occhio, sin dalla lettura del titolo, e da una serie di immagini, rimandi e riflessi che, lungo tutta l’opera, fanno capolino, ammiccano, s’intravedono e s’annunciano anche per mezzo di un linguaggio meno luminoso.

Alcuni versi che hanno colto positivamente il mio animo – e per la loro fattura e per la costruzione ficcante delle immagini – posso anche riportarglieli: “La notte è pure/ nuvola che dilaga imprevista/ per la ferita del monte” (p. 15); interessante anche la poesia “Ethos daimon” che, nel forgiare di un carattere, possiamo anche vedere la stessa natura primigenia dell’etimo del termine ‘poesia’ quale, appunto, atto creativo, di costruzione: “ti ho creato per gioco/ disperato bisogno” (p. 28).

M’impressiona molto quel “nulla che dilata” (p. 15), un ottundimento totale, un dominio della cofosi senza precedenti, uno squarcio netto su una tela che aspetta d’essere dipinta. Esso è anche un richiamo assordante e reiterato che minaccia le nostre orecchie nella società d’oggi divisa tra indifferenze e vocii, poco distante da un baratro non meglio definito né definibile. Di certo non è il ‘nulla’ in quanto tale a gettare nella cupa angoscia, piuttosto quell’anonima dilatazione, quell’apertura massiccia e ingestibile, quella voragine che s’amplia, quella macchia che si diffonde. Neppure la “pupilla nera” della notte che, pochi righi sotto la succede, è in grado di scalfire la durezza di quella costruzione che – mi sento in dovere di ripeterlo – è terrificante e al contempo imperiosa, indefinibile e tragicamente assurda.

RingraziandoLa ancora per il dono […] saluto sulle “punt[e] delle dita ai suoni/ che divampano sul frigido/ aplomb della tastiera” (p. 58) delle nostre “percezioni indirette”.

LORENZO SPURIO

 

Il presente testo è un estratto della lettera di lettura del volume inviata all’autore.  La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

L’AUTORE DEL LIBRO

paomazPaolo Mazzocchini (Castelfidardo, 1955), è insegnante di Lettere nei licei, studioso di filologia classica e leopardiana, autore di testi scolastici e scrittore. Nel suo settore di studi ha prodotto numerosi articoli raccolti ora, in gran parte, nella miscellanea Noctes vigilare serenas (Aracne, 2010); una monografia sulla rappresentazione virgiliana della guerra (Forme e significati della narrazione bellica nell’epos virgiliano, Schena, 2000); un’edizione critica commentata della Titanomachia di Esiodo di Giacomo Leopardi (Salerno, 2005). Autore di una raccolta di racconti (L’anello che non tiene, Prospettiva, 2007; Aracne, Roma 2013) e di libri di poesie: Zero termico (Italic Pequod 2014), Chiasmo apparente (Lietocolle, 2016) e Pietra e farfalla (Ladolfi, 2017). 

“Adriatico” l’antologia benefica della Ass. Euterpe il 16/12 a Marzocca di Senigallia

La nuova presentazione del ricco volume antologico curato dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi, interamente dedicato al mar Adriatico, si terrà il 16 dicembre a partire dalle ore 17 presso la Biblioteca Comunale “Luca Orciari” di Marzocca di Senigallia (Via del Campo Sportivo). In collaborazione con il Centro Sociale Adriatico, l’evento sarà imperniato sulla presentazione […]

via A Marzocca la nuova presentazione dell’antologia “Adriatico” a scopo benefico — Associazione Culturale Euterpe

I “Pensieri ricamati” di Anna Olivari. Recensione di Lorenzo Spurio

Anna Olivari, Pensieri ricamati, Affinità Elettive, Ancona, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

La prerogativa principale delle poesie della signora Anna Olivari – se di prerogativa è giusto parlare – è quella di parlare del tempo che cambia rendendo attuabili e vivibili nella sua realtà personale i carichi profondi di un passato che hanno dettato in maniera forte la sua crescita e passaggio nelle varie età. Già il titolo, Pensieri ricamati, evoca di per sé questo fascino verso il semplice, semplicità che si ravvisa non solo nei contenuti (pluri-tematici eppure con la solita trattazione leggiadra ed evocativa), ma anche nella forma. Versi prevalentemente corti contraddistinti spesso da cesure che giungono per dar maggior respiro alle stesse parole impiegate descrivendo distici – com’è il caso della poesia che apre la raccolta – o, più spesso, dando una costruzione pluristrofica, sempre di diversa forma, godendo di quella libertà di costruzione del verso che le consente – come dovrebbe essere – di esprimersi in maniera ariosa e di muoversi con maggior praticità. 

Anna Olivari, con la sua tecnica poetica minimale eppure di forte coinvolgimento e di empatia nel lettore, ci affida versi che sono riflessioni, sguardi sul mondo, approfondimenti interiori che fungono anche da ricordi e dunque come monito per non dimenticare (“il seme della memoria/ rode la mia mente” (40) scrive in “Ricordi”; vi sono poi varie liriche che fanno riferimento alla guerra) nonché delle pillole di profonda saggezza che – crediamo inconsapevolmente – offre al lettore. Poesia basica e pura, con un afflato lirico pregnante che trova i suoi acmi in alcune composizioni nelle quali è vivido e quasi palpabile il sentimento provato. Così, come una buona tessitrice, la signora Olivari “ricama” i suoi versi su una tela, dando preminenza a particolari immagini, ricordi, momenti, tematiche: l’ordito che ne fuoriesce è assai prezioso. I filamenti colorati delle varie liriche si uniscono in maniera ben più che perfetta a delineare un’immagine policromatica lucente, cangiante al sole, ricca di plurievocità.

Poetica del semplice, delle piccole cose, che nasce dalla quotidianità, dal guardare con stupore e interesse ciò che si staglia al di là della finestra di casa o basata sui ragionamenti lucidi, eppure di mondi immateriali, che la donna è in grado di fare in maniera assai pratica. Poesia evocativa, dove la stanza della casa, da scrittorio e fucina dei pensieri, non è altro che il trampolino di lancio verso mondi altri, riallacciati tra loro per mezzo dei fili del destino, della meticolosità della cura, dell’esigenza di raccontarsi.

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Nelle pagine di questo libro, tra i ricordi e le speranze di una donna saggia e vegliarda che tanto ha visto accadere nel mondo del quale è protagonista, non mancano gli aneliti verso l’apertura di una stagione di pace, che sia seria e duratura, a permettere l’abbandono di odi, invidie e di lotte intestine. La spontaneità nel trattare questo e altri temi di portata universale (la poesia “Grazie potenti” è incentrata, ad esempio sull’endemico problema dell’immigrazione) fa sì che i suoi moniti non divengano retorica né puerile sfogo dagli intenti buonistici. Al contrario i versi – così ben espressivi e mai ridondanti – fungono da labile carezza verso quei volti di emarginati e disattenti, come un aiuto corale che vive della solidarietà e della bonomia dell’animo umano.

Esempio di virtù e di positività di cui abbiamo ben bisogno non solo per poter affrontare le troppo spesse fosche giornate dell’ordinario, ma per prenderci meno sul serio e vedere – con lo scandaglio del cuore, che mai mente – “che brutte cose fanno grandi e piccini” (25) e ricordare gli abomini che – in nessuna forma – dobbiamo mettere nelle condizioni di poter ritornare. Questo, perché, per richiamare alcuni versi di chiusura della bella poesia “15 aprile 1999” qui contenuta, si deve ascoltare il cuore, ben prima dell’intelletto, che spesso è soggiogato e non permette di attuare nel Bene: “[L]a ragione è smarrita/ la strada non si trova/ il cielo non manda più luce” (33).

Ad arricchire ulteriormente la silloge sono alcune liriche dedicate al ricordo di alcune località visitate che la poetessa descrive con tocchi di vivo espressionismo da permetterci di visualizzare con precisione i suadenti contesti geografici di cui scrive (La Maddalena, Santorini, Procida, solo per nominarne alcuni). Ad essi si associano anche alcuni importanti omaggi alla città che da anni l’accoglie, ovvero il capoluogo dorico, alla quale sono dedicate due liriche: “Piccola anconetana” (proposta anche in lingua greca) e “Cardeto” che, con perizia descrittiva, ci offre una bella miniatura del noto parco di Ancona dal quale si gode una vista mozzafiato. Non solo beltà paesaggistica (i colli e il mare) ma anche la capacità edilizia dell’uomo (il vecchio e il nuovo faro) e, ancora, la necessità del ricordo, lì tra le steli bianche con le incisioni difficili da sviscerare, che ricordano i tanti ebrei uccisi nell’età delle diaboliche persecuzioni e della vergognosa miopia dell’uomo.

Lorenzo Spurio

Jesi, 02-12-2017

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

Le vicende di un’intera famiglia tra varie generazioni: “L’inatteso” di Cinzia Perrone (Recensione di L. Spurio)

Cinzia Perrone, L’inatteso, Del Bucchia, Massarosa (LU), 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

 

23172642_363777467384562_2642203604729630886_nUna vicenda intricata dai toni per lo più amari quella raccontata da Cinzia Perrone, l’autrice partenopea da vari anni attiva a Jesi che ha recentemente pubblicato anche Mai via da te (Montedit, 2017), cronica romanzata di un momento personale di particolare tormento.

Qui, in L’inatteso (Del Bucchia, 2017), l’autrice ha predisposto una trama dal contorno storico. La cornice permette di iscrivere la storia all’interno di una data fase storica – anche ampia, come vedremo – che ha contraddistinto la vita sociale del nostro Paese. Non un romanzo storico propriamente detto, dunque, ma una serie di episodi collegati alla famiglia Selvaggi che danno vita, nel trascorso generazionale, a vicende successive, digressioni nonché incroci tra personaggi e curiosi ribaltamenti.

La narrazione, dalla cadenza spigliata e dalla preferenza semantica per un lessico piano e d’uso comune, prosegue in maniera piacevole tra i vari capitoli che compongono la densa narrazione. Densa per la gran quantità di personaggi che intervengono a costruire il romanzo, tra figli, nipoti e cugini, tutti in qualche modo legati tra loro – non solo per questioni meramente genetiche – ma per le tematiche di fondo che la Perrone sviscera.

Dal capostipite seguono almeno quattro generazioni che vanno a coprire un tempo superiore a un secolo, aprendosi la narrazione in un’età di fine ‘800 e concludendosi – intuiamo dai riferimenti – attorno agli anni ’70-’80 del Secolo scorso. In questa ampia fascia temporale nella quale l’Italia visse momenti critici come le due guerre mondiali, le problematiche relative alla Ricostruzione, il dominio del ventennio, la transizione democratica e tanto altro ancora alla Perrone non interessa ricostruire fedelmente, dando validi appoggi cronachistici, ciò che nel tessuto socio-economico-politico accadeva. Piuttosto – come già si è accennato – i rimandi a determinati periodi della storia (le due guerre, il regime, etc.) servono per meglio contestualizzare gli episodi di alcuni membri della famiglia e di darne, nel loro continuum, un tracciato completo di nascita, crescita, sviluppo e diffusione di un ceppo familiare.

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L’ambientazione – a differenza della cronologia – non è ben chiarita per espressa volontà dell’autrice ma non è difficile capire, da alcuni piccoli elementi sparsi qua e là, che ci troviamo in una qualche realtà di provincia del Meridione; quel regno del sud dei Borboni che di lì a breve tramonterà, aveva consentito un certo benessere sociale anche per mezzo di un propulsivo incentivo alle attività agricole. Si tratta comunque di un ambiente che la Perrone preferisce non connotare in maniera troppo netta né distintiva per permettere forse di poter leggere la storia come universale, come possibile di ogni ceppo familiare.

Difatti ciò che viene narrato appartiene alla consuetudinarietà della vita: tra figli non voluti, abbandoni, matrimoni che finiscono, allontanamenti, privazioni, precarietà e tanto altro ancora. Notevole il fatto che in tale ampio excursus episodico di vicende umane e familiari la Perrone abbia voluto riferirsi – nella narrazione delle nuove generazioni – a tematiche assai importanti e diffuse la cui trattazione è stata ed è nevralgica nella nostra società contemporanea. Mi riferisco alla questione delle ragazze-madri che consente di parlare e approfondire i temi del pregiudizio sociale, nonché delle difficoltà economiche e psicologiche di sostenere la crescita di un infante in mancanza dell’altra figura genitoriale. Meritano la giusta attenzione anche lo scottante episodio dell’abbandono del tetto coniugale (tema comunemente stigmatizzato come lascivia e immoralità della donna, in decadi a noi non troppo lontane) a seguito di episodi di violenza domestica. Non ultimo per importanza è anche il fatto di aver posto attenzione verso l’universo dell’omosessualità (altro tema che nella nostra società continua a essere stigmatizzato) e di aver, in qualche modo, proposto con la fusione abitativa dei due fratelli (ragazza-madre e omosessuale) un nuovo tipo di nucleo sociale – se non proprio di famiglia canonicamente detta – che può esser valido e aiutare la crescita dell’infante che, per lo meno, matura in un contesto d’amore e di pace tra gli adulti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 02-12-2017

 

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L’antologia “Adriatico” della Ass. Euterpe a sostegno dello IOM sarà presentata domenica 3 dicembre a Jesi (AN)

Presso la sala maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Corso Matteotti) domenica 3 dicembre si terrà, a partire dalle 17:30, la prima presentazione al pubblico del volume antologico “Adriatico: emozioni tra parole d’onde e sentimenti” ideata e prodotta dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi. Il volume, curato da Stefano Vignaroli, Lorenzo Spurio e Bogdana […]

via A Jesi la prima dell’antologia benefica sul mar Adriatico a sostegno dello IOM — Associazione Culturale Euterpe

Il Risorgimento a Jesi e nella Vallesina: conferenza domenica 19 alla Biblioteca “La Fornace”

Domenica 19 novembre alle ore 18 presso la Biblioteca “La Fornace” di Moie di Maiolati Spontini (AN) si terrà una conferenza di storia voluta e organizzata dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi. La serata sarà relativa a un approfondimento su alcuni personaggi che hanno contraddistinto la storia locale nel periodo del Risorgimento. Il titolo dell’evento […]

via Il Risorgimento a Jesi e nella Vallesina: conferenza domenica 19 alla Biblioteca “La Fornace” — Associazione Culturale Euterpe

Intervista allo scultore ligneo jesino Leonardo Longhi

A cura di Lorenzo Spurio

Entrando dalla storica Porta Valle a Jesi e approssimandosi a risalire per le stradine che salgono al centro storico è doveroso il passaggio in Via Lucagnolo; al civico numero uno si trova la bottega-laboratorio dell’artista Leonardo Longhi, scultore sopraffino del legno di ulivo. Nella mia recente visita nella bottega occupata in maniera fitta e precisa delle sue preziose produzioni, ho deciso di rivolgergli qualche domanda per approfondire la conoscenza su questa scultura molto particolare che riguarda il legno, il suo rapporto con l’arte nonché le immagini maggiormente riprodotte nelle sue opere. Ma prima vediamo chi è lo scultore.

Leonardo Longhi è nato a Jesi (AN) nel 1973. Scultore, scrittore, poeta e libero pensatore pervaso dal pensiero unico del benessere collettivo e dall’amore olistico e funzionale in una società bistrattata e disattenta come la nostra. Dice di se stesso: “il cuore mi fa da piedistallo e la poesia da ponte per attraversare il fiume della semplicità”. Le sue opere sono state esposte in alcune mostre tra cui una tenutasi presso i Navigli di Milano, un’altra a Imstad (Germania) senza contare i tanti incontri e appuntamenti che hanno toccato tante città delle Marche, da Jesi a Recanati, da Macerata a Pesaro, da San Benedetto del Tronto a Chiaravalle e altre ancora. Articoli su di lui sono apparsi sul “Corriere Adriatico” e il locale “Jesi e la Sua Valle”. Nel 2016 lo scrittore Stefano Vignaroli ha proposto un progetto editoriale sulla sua attività scultorea da cui è nato un libro nel quale una serie di autori locali erano chiamati a creare racconti di propria invenzione a partire da alcune opere scelte del repertorio di Leonardo Longhi: Dalle immagini alle parole. Alcuni testi poetici di Leonardo Longhi sono inseriti nell’antologia curata dalla Ass. Euterpe di Jesi intitolata L’amore al tempo dell’integrazione (2016). L’artista Victoria Dragone lo ha inserito, assieme ad altri artisti, nella catalogo di arte contemporanea L’anima del dipinto 3 edito nel 2017.

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L.S.: Quando è nata la prima scultura in legno da te incisa?
L.L.: Ero più giovane. Con molta probabilità doveva essere il 1982. Il primo pezzo di legno che lavorai fu un pesce. Il pezzo alludeva già di per sé a quella forma ma io presi a lavorarlo, per rifinirlo e renderlo ancor meglio visibile e comprensibile. Si trattò di un lavoro artigianale fatto, così, senza ancora una vera conoscenza delle tecniche che, però, ricordo ancora con piacere. Scoprii, già dalla prima volta che mi apprestavo a lavorare il legno, che la mia volontà era quella di rispettare la materia, seguendo le linee a volte sinuose altre volte più irregolari caratteristiche di quel legno. Quando lavoro sul legno seguo le venature che il legno ha impresse, perché è come se ascoltassi l’anima di quel legno. È necessario rispettarla e ascoltarla. Con la mia attività non posso andare contro quelle venature e, anzi, nel tempo ho anche imparato a meglio valorizzarle nell’opera compiuta. Quest’arte, se così vogliamo definirla, è volta dalla necessità di ascoltare empaticamente il materiale sul quale sto lavorando, percependo l’anima interna dell’ulivo.

L.S.: Quali sono le principali caratteristiche del legno d’ulivo che hai imparato a conoscere nel tuo percorso?
L.L.: Il legno d’ulivo (di ulivo esistono molte razze, dall’ulivo marchigiano dalla conformazione molto ramificata, l’ulivo pugliese dalla struttura massiccia, l’ulivo greco, etc.) si caratterizza per essere un legno duro particolarmente difficile da lavorare perché si scalfisce facilmente e questo, nelle attività di scalpellatura, può significare una vera e propria problematica. Altri tipi di legno – che pure ho lavorato – appaiono molto diversi e più semplici da trattare: parlo di legni chiari come il tiglio (che è molto ben malleabile), del pioppo e del cirmolo nonché dei legni più scuri quali il noce, la quercia e l’abete. Ciascuno ha una sua anima ma quello che preferisco in assoluto è il legno d’ulivo proprio per la questione delle venature di cui parlavo poco fa.

L.S.: Come viene deciso il soggetto delle tue opere? Come prende forma l’idea che nella tua mente si produce?
L.L.: Singolare è il mio rapporto con il parto creativo. Quando inizio prendendo un pezzo di legno, posso anche avere un’idea di ciò che mi piacerebbe rappresentare ma poi, in base alle venature e da come il legno si mostra nelle sue peculiarità, quel progetto iniziale può anche essere abbandonato a favore dell’essenza stessa del legno. Seguo i suoi lineamenti, le linee sinuose o circonflesse che in esso sono impresse e mi lascio trasportare dall’esigenza di ascoltare la materia per com’è. La venatura non va spezzata perché la materia non va oltraggiata e l’anima non va offesa. S’instaura, infatti, tra me e il materiale un rapporto quasi simbiotico nel quale entrambi necessitano e reclamano libertà e giustizia.

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L.S.: Quali sono, in termini pratici, le fasi che contraddistinguono questo meticoloso lavoro di scavare il legno con lo scopo di dargli una forma distinguibile?
L.L.: Il grande dell’operazione che compio è dato dall’uso dello scalpello. Si parte con uno scalpello grande per passare via via, in maniera consecutiva, a scalpelli di dimensioni sempre più ridotti che possono provvedere all’elaborazione di tagli più precisi e ponderati. Si compiono poi le rifiniture – sempre molto importanti – per mezzo di un frullino pulitore. La lucidatura viene prevista mediante l’utilizzo di una gommalacca; talvolta reputo interessante dar una tinta distinta ad alcuni elementi della scultura e allora posso anche impiegare delle tinture per legno come ad esempio il rosso mogano.

L.S.: Ci avviciniamo ora a un’opera in particolare, quella che hai intitolato appropriatamente “Sognando la libertà”. Si tratta di una delle opere all’interno di questa bottega che hanno la dimensione maggiore e si snoda in una forma sinuosa che si estende all’esterno con alcune propaggini curiose che risultano difficilmente comprensibili a una prima vista. Puoi approfondire il significato di quest’opera?
L.L.: Si tratta di un’opera fatta nel 2015 in circa un mese e mezzo di tempo. È stata scavata a partire da un pezzo di legno che trovai abbandonato in una campagna di Tabano e il proprietario acconsentì a donarmela. Il significato ha a che vedere con la libertà agognata dalle genti e che non riescono a raggiungere. È anche un’opera che ho pensato come anelito di persone emarginate quali gli extracomunitari o altre persone che vivono in condizioni di sottomissione e di mancato ascolto. C’è alla base una mano aperta intagliata che è sormontata da una lunga e articolata proiezione mentale di foggia astratta. Secondo me quest’opera contiene e trasmette un messaggio non diverso da una preghiera.

L.S.: Qual è il tuo rapporto con la costruzione della forma?
L.L.: La gran parte delle opere possono essere definite figurative, vale a dire è possibile percepire, senza tante difficoltà o abbagli, quelli che sono i contorni che ci delineano oggetti di nostra conoscenza. Ci sono poi anche opere più astratte la cui fisionomia sfugge e che andrebbero interpretate personalmente. Quasi sempre, però, il figurativo e l’astratto confluiscono in una stessa opera.

IMG_20171107_172746.jpgL.S.: Restando nella componente figurativa delle opere quali sono i soggetti principali?
L.L.: C’è il mondo degli animali (cavalli, ali di imprecisati animali, lupi), ci sono volti e busti (soprattutto di figure femminili), forme di imprecisate persone come quella dell’opera intitolata “Re bizantino” in cui una donna in miniatura è ritratta al di sotto di questo sovrano orientale e sembra trattenerlo, forse per difenderlo o semplicemente perché fortemente innamorata di lui.

L.S.: Il busto di un personaggio costernato ricorda l’iconografia di San Sebastiano Martire. Come mai questa rappresentazione?
L.L.: Devo dire che si assomiglia molto a San Sebastiano, ma io non avevo questa idea di rappresentazione. Il titolo dell’opera è “Libero di buttarsi”. Ci sono anche altre opere che a ben guardare e a detta di molti hanno un rimando o rappresentano una chiara immagine di personaggi cristologici (Cristo, la Madonna, etc.) in realtà non era mia intenzione creare personaggi religiosi. Si tratta di opere che possono anche essere lette e interpretate in questa maniera, ma è una lettura indiretta e personale.

* * *

Sono stato ancora a parlare con Leonardo delle sue sculture e la conversazione è stata particolarmente piacevole. Leonardo mi ha spiegato che le sue sculture sono mosse sempre da una profonda spiritualità interiore, che non ha da essere confusa con la religiosità di cui, invece, si dice estraneo. Opere che riflettono sulla società e le difficoltà sulle quali sono imperniate (“L’urlo della madre terra” è esemplificativo di questo sfogo dinanzi a una contemporaneità desolante) ma anche fautrici di una dimensione spersonalizzata e alienante come lo sono gli orologi fusi e dalla conformazione a fiamma pendente che fanno ricordare l’inesattezza temporale e l’incongruità del reale espressa dal surrealista Dalì coi suoi orologi che praticamente si liquefanno.
Leonardo è proiettato a un’arte che sappia parlare a chi se ne appropria e sa contemplare l’esterno con criticità; la sua opera è tesa a raggiungere quel traguardo comune che dovrebbe essere il completamento dell’amore, l’ottenimento di un’autostima considerevole, da giungere a vivere il mondo non come contesto che accoglie le nostre azioni ma come anima pulsante della nostra stessa esistenza. Così – mi spiega – l’opera del pugno chiuso che si staglia dal basso verso l’alto non ha per niente a che fare con la forza, con un’energia distruttiva e pericolosa, ma è forma di presa di posizione, di scelta legittima ad esserci, un pugno saldo che racchiude con orgoglio una salda certezza individuale.
IMG_20171107_181725.jpgCome gli orologi che si squagliano nella bottega ci sono anche altre opere curiose come è il caso di quella intitolata “Noi stessi” che Leonardo mi consiglia su come è possibile vederla e concepirla. Opera unica che racchiude una triade di dimensioni: donna, uomo e bambino. Della donna il seno prominente, accentuato (un unico seno), dell’uomo, il muscolo ben tirato del petto, del bambino lo sguardo pacioso e ridanciano, quasi. Opera anfibia e in sé assai compatta che consacra l’esistenza dell’uomo nelle sue varie forme: dalla genitrice, al pater familias, all’infante. Ciclo di vita e rinascita che Leonardo Longhi sintetizza in un’opera di indubbia presa ed efficacia. Leonardo si dice d’accordo con me quando gli parlo di “sentimento di universalità” provato dinanzi a un’opera così complessa e onnicomprensiva nella quale il contenuto si fa contenitore e l’immagine dell’uno diventa contesto e proiezione dell’altro.
Anche gli animali divengono in parte irrazionali e non definibili a tutto tondo. Mi spiega Leonardo che, dove ho intravisto il becco di un pennuto o, ancora, un profilo di un coccodrillo, in realtà lui ha voluto scolpire altro. Trova curiosa questa pluri-forma che l’attento visitatore crea nelle sue opere che, in effetti, finiscono per avere le mille vite che le persone intendono dar loro. Tra le altre opere che destano interesse figurano “Cancro del mondo” (figurativamente la rappresentazione di un osso) e quello che – per la loro vicinanza di collocazione – ho definito “il trittico dei busti” composto dal pregevole “La donna col mantello” (dove la parte superiore della testa della donna è coperta da un velo rosso a significare un velo che copre e maschera le ipocrisie), “Il dio del tempo”, inteso dall’artista come una negazione del mostro dell’egoismo e l’impressionante “L’urlo della madre Terra” in cui la bocca spalancata della figura in un grido infinito e straziante, non solo metaforico, è emblema di uno sfogo lancinante contro i vari mali del mondo contemporaneo.

Jesi, 07-11-2017

 

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“L’olio nella letteratura”: 2° appuntamento con “Sapori tra le righe” della Ass. Euterpe il 12-11-2017 a Jesi

Conferenza e degustazione Prosegue il progetto “Sapori tra le righe” dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi sostenuto moralmente dal Comune di Jesi, dalla Provincia di Ancona e dalle Università degli Studi di Perugia e dalla Politecnica delle Marche. Lo scorso 15 ottobre presso la suggestiva Chiesa di San Bernardo e l’annesso Museo della Stampa a Jesi […]

via “L’olio tra letteratura e produzione” domenica 12 novembre a Palazzo Pianetti (Jesi) — Associazione Culturale Euterpe

Laura M. Volante, “Ti sogno, terra”. Il progetto culturale dedicato alla camerte Rosa Berti Sabbieti che celebra l’unica regione al plurale

a cura di Lorenzo Spurio 

Il volume collettaneo “Ti sogno, terra” ideato e curato dalla poetessa e scrittrice Laura Margherita Volante nasce – come ha osservato lei stessa – dall’idea di ricordare un’importante personalità culturale della nostra Regione, ovvero la poetessa camerte Rosa Berti Sabbieti (1924-2009). La Sabbieti pubblicò numerosi libri di poesia impegnandosi anche a curare una delle prime antologie di poeti marchigiani che venne pubblicata con l’editore Cappelli di Bologna nel 1968. Fu membro scelto di Accademie, tanto in Italia che all’estero e ottenne prestigiosi riconoscimenti;  qualche anno fa venne considerata dall’Istituto Biografico di Cambridge la più grande intellettuale donna del ‘900. La stessa Volante così ha inteso ricordare il rapporto con la poetessa del Maceratese di cui servirebbe un maggior recupero e studio della sua opera nella nostra contemporaneità: «Fra Rosa e me si strinse un’amicizia di stima, di affetto e di condivisione. Per me fu una guida, una luce sul mio cammino» e ha aggiunto: «Le Marche rappresentano l’Italia in una regione», sulla scia di considerazioni già espresse da Guido Piovene nella magistrale opera Viaggio in Italia.

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Laura Margherita Volante

La curatrice di questo interessante volume, marchigiana d’elezione in quanto nativa di Alessandria, è docente presso l’Università Politecnica delle Marche dove insegna in vari corsi nell’ambito delle Scienze Umane. Pedagogista certificata, in campo letterario ampie e riconosciute le sue doti di intellettuale. Per la poesia ha pubblicato le raccolte “Goccia di fiume” (1998), “Il canto del gabbiano” (2000), “L’amante è il mare” (2004), “Otto vele all’orizzonte” (2005), “La radice quadrata di una vita dimezzata (2009), “Voci d’acqua” (2011). Sue poesie sono presenti in numerose antologie, collabora con la rivista “Odissea” ed è membro di giuria del Concorso Letterario “Città di Ancona” indetto dalla Associazione “Voci Nostre”.

Laura Margherita Volante con questa opera stratificata frutto dell’attento lavoro di ricerca, studio e approfondimento, ha inteso narrare questa terra di leopardiana memoria, di cui non si conoscono bene l’arte la cultura la storia e i suoi innumerevoli talenti che eccellono in ogni campo, anche a livello europeo e mondiale.

La Presidenza del Consiglio Regionale, nella persona del Presidente Antonio Mastrovincenzo e del suo Capo Gabinetto Daniele Salvi, ha accolto favorevolmente il progetto di questo libro arricchito da testimonianze, recensioni, interviste sul filo conduttore di ideali e valori umani e lo ha ritenuto valido al punto di inserirlo all’interno delle note e prestigiose pubblicazioni dei “Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche”. Grande onore per la poetessa per aver avuto la possibilità di interagire con alcune fra le maggiori personalità autorevoli non solo di questa regione, ma anche di chi ha contribuito sia dal punto di vista artistico sia da quello sociale e culturale a valorizzare le Marche divulgando conoscenza, saperi e valori altamente umani e civili.

Il testo si articola attraverso sedici capitoli, l’uno indipendente dall’altro, ma uniti da alcuni temi che affliggono il nostro tempo: la giustizia, l’uguaglianza, la diversità, la pace. Tra le personalità inserite nel volume citiamo Rosa Berti Sabbieti, Vittorio Sgarbi, Cesare Baldoni, Alessandro Nani Marcucci Pinoli, Annamaria Abbruzzetti, Lorenzo Spurio, Nabil-al-Zein, Alessandro Moscè, Giancarlo Trapanese e Angelo Gaccione.

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La riflessione condotta dalla curatrice di questa pubblicazione viene omaggiata all’attento pubblico e ai lettori curiosi dei densi contenuti affinché diventi realtà condivisa he il miglior investimento per fronteggiare questo passaggio epocale, complesso e pieno di contraddizioni, è sulla cultura, cominciando dalla scuola fin dall’infanzia.

L’occasione propizia per conoscere da più vicino questo affascinante viaggio alla scoperta di Arte Bellezza Scienza e Civiltà guidati dalla curatrice di “Ti sogno, terra” si avrà sabato 11 novembre alle ore 18 a Pesaro presso l’Alexander Museum Palace Hotel (Viale Trieste 20).

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“Global Carmina e altre poesie” di Marco Ausili. Alcune riflessioni di Stefano Bardi

Per le edizioni Italic Pequod di Ancona è recentemente uscito il volume Global carmina e altre poesie (prefazione di Lorenzo Spurio) di Marco Ausili, poeta anconetano classe 1988. Un’opera dall’intensa poeticità, che si esprime attraverso canti remeniscenziali, intimi, amorosi, e attraverso uno sperimentale del vernacolo anconetano.

Nella prima sezione, intitolata Lo spazio dell’Estate, c’è un chiaro riferimento all’estate pavesiana de La bella Estate. Stagione vista e concepita da Ausili come una reminiscenza dell’infanzia, proiettata interamente verso la ricerca del nostro pensiero felice. Una stagione che simboleggia pure la dipartita e la resurrezione, come esseri purificati e dotati di uno spirito candido, che ode melodici ed elegiaci canti. Un’estate vista anche come un passaggio storico attraverso il quale ritorniamo indietro nel tempo all’Ancona dei pescatori, vedendo la città marittima di una volta. Ausili sviluppa il tema dell’estate, ma anche quello del mare in chiave religiosa, essendo esso paragonato a Dio.

global carminaNella seconda sezione, intitolata La paura della vita, sono due i temi sviluppati dalle ulteriori sottosezioni Le familiari e Discorsi d’amore. Nella prima sottosezione l’autore ci porta dentro un mondo intimo e autobiografico, avvolgendoci così con il calore e l’affetto della sua famiglia trasformandoci di conseguenza in suoi fratelli e sorelle. Accanto al tema del calore intimo c’è anche quello della dipartita, vista come paura, ma anche come nostra sorella. Nella seconda sottosezione l’Ausili tratta il tema dell’amore, da lui visto e concepito come qualcosa di divino. Un sentimento in cui la donna amata dal poeta anconetano si trasforma in una creatura ancestrale, dallo spirito oscuro e stregante, dallo sguardo purificatorio. Anche in questa seconda sottosezione c’è l’immagine della dipartita con la sua falce mietitrice, che adombra intensamente e pesantemente l’amore. Una dipartita dallo sguardo demoniaco, dalle carni scheletriche, ma allo stesso tempo dal cuore colmo di luminosità, che lascia nello spirito del poeta, solo e unicamente dolci reminiscenze e luminosi fantasmi, riguardanti la donna da lui amata.

Passiamo ora alla terza sezione composta dal poema Global carmina. Si tratta di un poema diviso in sette canzoni in cui si liricizza l’odierna società multietnica, con particolare attenzione anche alla contaminazione linguistica. Canti sotto forma di poema che potrebbero permettere una correlazione ad alcuni riferimenti letterari. Il primo rimando è il poeta Edoardo Sanguineti con la sua opera Mikrokosmos. Come l’opera sanguinetiana, anche il poema ausiliano è colmo di colloqui etici e spirituali, di opportunità, di emozioni, e di ritmi costruiti seguendo le nozioni per creare un videoclip. Il secondo riferimento riguarda, invece, un genere moderno e molto in voga nelle nuove generazioni: il rap. Leggendo Ausili mi è venuto in mente la musica di Fabri Fibra.

Conclude l’opera la sezione Sentieri ininterrotti, composta da cinque canzoni. Canzoni esistenziali ma sotto forma di tracce anzi di frammenti che tratteggiano esistenze auliche, reminiscenziali, agitate, luminose e guerriere. Frammenti che assomigliano alle opere “senza fine” e “senza corpo” dello scultore, pittore e incisore Alberto Giacometti. Come le opere di questo artista, anche le canzoni di Ausili sono volutamente iniziate, poiché così facendo aspetta al lettore completare le ombre e le membra di queste poesie. Canzoni che provengono dal suo cuore, al quale però non è riuscito a dare una voce completa, producendo così canzoni mute che si perdono nel cosmo.

     Con il recupero del vernacolo anconetano, da Ausili riadattato, si recupera quella grande tradizione che diede il via alla letteratura tutta, ovvero, la letteratura orale. Il suo dialetto è quella lingua sentita e subito riportata sulla pagina. Un vernacolo che ha anche un preciso scopo sociale, ovvero quello della salvaguardia linguistica.

STEFANO BARDI  

 

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